Un commento al saggio di Andrea Inglese

23 aprile 2009
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[Presento qui un intervento apparso su “Poesia 2007-2008. Annuario” a cura di Paolo Febbraro e Giorgio Manacorda. L’ho diviso in tre parti. Nella prima parte, sopratutto documentaria, si guarda alla ricezione in Francia della poesia italiana contemporanea e si documenta un dialogo particolare, di un gruppo di amici poeti e traduttori, con una certa poesia francese. La seconda parte è dedicata ad alcuni sviluppi della poesia francese recente, riconducibile alle esperienze di Ponge, Beckett e Perec. In quest’ultima parte, presento il commento critico di Febbraro al mio saggio e la mia breve replica.]

di Paolo Febbraro

Avevo chiesto ad Andrea Inglese di scrivere per questo Annuario un saggio critico sui poeti italiani tradotti in francese. Quando Inglese ha accettato, ho provato una forte soddisfazione.

Considero Inglese un vero autore, poeta e saggista notevole, molto aggiornato sullo stato dei lavori in Italia e Francia, anche per via di una sua perdurante residenza a Parigi, curatore dello stimolante sito web «Nazioneindiana». Inglese mi ha chiesto una certa libertà nell’approccio saggistico, soprattutto nel senso della doppia direzione, italo-francese e franco-italiana. Più che analizzare chi fra i poeti italiani fosse tradotto in Francia, da quanto tempo e soprattutto perché, e da chi, e in quali tradizioni queste letture si collocassero, e se il caso sbugiardare sguardi parziali o comode selettività, Inglese ha preferito propormi un attraversamento, un angolo di dialogo culturale, secondo la retorica del confine che oggi è molto in voga.

Ora, il saggio di Inglese è, dal punto di vista della ricchezza dell’informazione e della chiarezza espositiva, quanto di meglio l’Annuario potesse aspettarsi. Invece che servire l’occasione, Inglese ne ha ampiamente approfittato: atteggiamento militante, perfetta interpretazione della storia ormai non brevissima della pubblicazione cui il saggio era destinato. Questa storia, tuttavia, improntata com’è alla mancanza di ogni verità precostituita e di ogni ortodossia preventiva, autorizza anche la discussione interna, la riconoscibile, anche traumatica bifocalità, la guerra intestina. E il saggio di Inglese è fatto apposta per suscitarle, proprio per la chiarezza del suo posizionamento culturale, delle sue scelte estetiche.

Per non rischiare alcuna ambiguità, Inglese – compiuta la sua critica all’antologia di Rueff e Di Meo, 30 ans de poésie italienne, in «Po&sie» nn. 109 e 110 – opta per l’illustrazione di quanto egli stesso e alcuni suoi sodali, fra cui Alessandro Broggi, Andrea Raos, Massimo Sannelli e Michele Zaffarano, stanno leggendo, apprezzando e traducendo in questi anni. La parzialità della visuale è qui giustificata dalla verità intellettuale dell’approccio e del rendiconto critico: Inglese smette ogni equidistanza, rifiuta la panoramica sfocata e sceglie una linea, un settore, un filone particolarmente congeniale.

Curiosamente, questo filone è composto non da poeti, ma da prosatori. Capeggiati idealmente da Francis Ponge (1899-1988), gli autori evocati nella seconda parte del saggio di Inglese (Cadiot, Dubois, Giraudon, Quintane, Suchère, Tarkos, Volodine) scrivono tutti in prosa. Certo, è una «una prosa abitata da spettri, ricordi, echi di poesia: strofe, spaziature, parallelismi, giochi sui caratteri tipografici»: e allora viene da chiedersi perché a cadere sia stato solo il verso. La giustificazione teorica di Inglese ricade ancora una volta nella voga odierna della «pluralità», che dà conto non della poesia, bensì delle «arti poetiche», nate dall’«attraversamento» – anche qui – dei generi. Maestri, oltre a Ponge, Samuel Beckett e George Perec. A Inglese dunque non interessa la poesia, ma la scrittura di ricerca: quella senza la quale gli altri scrittori sarebbero attardati senza saperlo, e grazie alla quale invece sanno di esserlo. Quella scrittura di ricerca che mira al procedimento interessante perché straniante, e di lì soprattutto a un’ecologia della letteratura, a un’igiene accurata e ossessiva degli strumenti operatori.

Ora, davanti a ciò, è difficile per me non prendere la parola. Il saggio di Inglese, infatti, è di tale chiarezza, ovvero è talmente passato attraverso la reale comprensione e razionale concordanza del suo autore, che risulta essere un’occasione imperdibile per tentare un’altra chiarezza, in più punti distante dalla prima. Per me, si tratta, niente di meno, che di affrontare direttamente un errore teorico, da cui discende l’insostenibilità di un gusto.

Ciò è possibile proprio perché alcune delle esigenze di base di Inglese (e credo dunque anche di Raos, e in genere della letteratura di ricerca) sono del tutto condivisibili: la lotta contro il tradizionalismo e l’istituzionalizzazione delle forme, contro il feticcio del “poetico” e la pigrizia sentimentalistica, l’amore per la sobrietà della percezione, l’opera importante e generosa di traduzione dei testi, con la quale si fornisce l’imprescindibile concretezza a quella che altrimenti rimarrebbe una ricezione teorica; il riferimento, appunto, alla pluralità delle tradizioni letterarie oggi in atto, con la spiccata ma razionale opzione per una di esse. Col che già siamo fuori da quell’avanguardia totalitaria e palingenetica (e soprattutto unica, hegelianamente necessaria) che Inglese infatti denuncia come tale.

Da questa sostanziale comunanza di visione, spiccano cromaticamente le divergenze. Dall’insieme dell’opera critica e traduttoria di Inglese e dei suoi sodali, infatti, resta l’impressione che la prima sia il tentativo di giustificare gli esiti della seconda; quasi che questi ultimi, forse non solo per lo sprovveduto e attardato lettore italiano, restassero altrimenti in una situazione di insufficienza. Solo la teoria, insomma, può avocare all’arte poetica – e alla sua sostanziale spietatezza – una pratica di scrittura che di essa conserva echi, spettri o ricordi, ma non le immense libertà formali e affettive.

È questo il vecchio paradosso della letteratura di ricerca: proprio nel tentativo di sfuggire a una Tradizione vissuta come oppressiva e necessitante, essa si chiude in un’esigenza, nell’elaborazione di un metodo e nella sperimentazione di una pratica, in un lavoro applicativo, insomma, dacché appunto ricerca e laboratorio non sono termini neutri, ma strettamente relativi. La letteratura di ricerca nasce come reazione a una diagnosi e ha il rigore di una terapia: combattendo le istituzioni del Passato, deve porsi essa stessa come istituzione, esplicitazione di un progetto adeguato ai tempi, o allo stato dei lavori, sia esso quello della Politica, della Storia, della Filosofia.

Méthodes s’intitola il libro di Ponge da cui Inglese trae le sue carte d’appoggio. Per Ponge, la poesia è – nelle parole di Inglese – «un lavoro di consapevole distruzione degli schermi ideologici, che ogni civiltà erige». Già qui c’è un problema enorme. Un problema, dico subito, non mio. In breve: a chi fa paura, o a chi dà fastidio, la Tradizione? Viene da rispondere: a chi ne ha una particolare sensibilità, o suscettibilità; a chi se ne fa ossessionare, occupare, vampirizzare, saturare. E cos’è la Tradizione? L’immenso repertorio delle voci che ci chiudono da ogni lato, impoverendoci di possibilità? La Madre della nostra angoscia dell’influenza? Il Preside, il Generale, il Padre, il Ministro o il Cardinale che invadono i nostri sogni verbali e li adeguano duramente a una ripetizione impertinente e inautentica?

Credo che la Tradizione, ammesso che esista come tale – ovvero lineare, immobile e standardizzata –, sia un grande campo di possibilità, di approfondimenti e negazioni, di scuole e intuizioni. Forse dimentichiamo quanta geniale bizzarria occorra per essere letti un giorno come un classico. Perché un attore dovrebbe rifuggire dal ripetere per l’ennesima volta il monologo di Amleto, invece che approfittarne artisticamente? E perché uno scrittore moderno dovrebbe sentirsi in dovere di deformare o de-sintassizzare un testo autorevole, invece che sfruttarne le possibilità fantastiche intatte, se ve ne sono? Perché abolire, se si può continuare personalmente, con piena responsabilità?

Per questo la maiuscola Tradizione degli antitradizionalisti è uno spauracchio da letterati alessandrini, il fantasma di chi soffre di manie persecutorie. Lo stesso “dialogo culturale” che Inglese, fra gli altri, svolge all’interno della res publica literaria contemporanea lo si può svolgere tranquillamente con gli ottimi consulenti del passato. Quanto alla modernità, è un altro feticcio. Vivendo oggi, non possiamo non essere moderni, se siamo sinceri con le nostre esistenze, con la novità delle nostre nevrosi o dei nostri ritrovati. Se si è poeti onesti, una quartina di endecasillabi vergata nel 1900 e una trascritta al computer nel 2000 saranno significativamente diverse, anche se per paradosso trattassero entrambe del dio Apollo, o del prezzo del pane. Allo stesso modo, la biografia di Alessandro Magno andrebbe riformulata ogni cinquant’anni. Essere moderni è una fatalità, non un’esigenza, e tanto meno un procedimento. Ed è solo la conoscenza di quanto è già avvenuto che può darci la misura critica delle calcolate ignoranze e delle esclusioni operate dagli scrittori importanti: le opacità, i conflitti, spesso vivi e operanti come vistose discendenze. E non si tratta di essere attardati, perché le tradizioni – già a partire dal significato della parola – implicano il contrario dell’inerzia: sperimentazione critica, appropriazione personale, ampliamento di prospettive, eco affettuosa, ovvero carica dei sentimenti positivi o negativi che danno i gradi della torsione che ogni volta verifica l’opera.

Dunque, abolizione del soggetto, abolizione del verso (o peggio, il suo superamento) suonano come precetti storicistici, traduzioni estetiche anche abbastanza frettolose e rudimentali dei diktat della Grande Storia, sia essa quella di Hitler e Bin Laden, sia quella dell’ultima, terrificante meraviglia dello sviluppo tecnico. E far seguire un metodo al modello di mondo che abbiamo elaborato significa fare di sé tutt’al più una fase dello sviluppo capitalistico della comunicazione: peggio se la fase, poi, è quella dell’incomunicabilità.
Ma, al di là di queste perplessità preliminari, l’impaccio teorico emerge dall’analisi del merito. Uno dei brani “metodici” di Ponge evocati da Inglese suona:

I poeti non devono in nessun modo occuparsi delle loro relazioni umane, ma di sprofondare nel trentaseiesimo piano al di sotto. La società, d’altronde, s’incarica bene di metterveli, e l’amore delle cose ve li tiene; sono gli ambasciatori del mondo muto. Come tali, balbettano, mormorano, sprofondano nella notte del logos – fino a quando infine si ritrovano a livello della RADICI, dove si confondono le cose e le formulazioni.

E Piero Bigongiari, nella scheda dedicata a Ponge fra quelle che chiudevano l’antologia Poesia straniera del Novecento (a cura di Attilio Bertolucci, Garzanti, 1958), coglieva efficacemente le caratteristiche dello scrittore francese in questi termini:

Egli dà una prima lezione a chi parla di letteratura engagée: il suo parti pris è una decisione che ha il limite stesso della cosa decisa, per cui egli non pecca di rivoluzionarismo a vuoto. È partito proprio dalla scienza del linguaggio per riconoscervi le forme semplici delle cose. I suoi poèmes possono esteriormente sembrare descrittivi; in verità incalzano, ispiratissimi, un mostrum, il mostrum delle cose: cioè quello che esse sono in realtà, non nella dimensione dell’uso.

Non c’è dubbio che questa certificazione bigongiariana corregga in trionfale il tono argutamente dimesso dello stesso Ponge. Ma non cambia il significato generale. La ricerca della purezza, dell’essenza delle cose, della substantia pre-umana, o adamitica, insomma delle «RADICI, dove si confondono le cose e le formulazioni», passa attraverso lo sforzo diuturno di colmare non la voragine saussuriana fra significato e significante, ma quella platonica fra cosa e parola grazie a infinite quantità di esercizi verbali, a un corteggio di elementi denudati da ogni sintassi falsificatrice, da ogni ordo predisposto, o tradizione. Volto alla ricerca del Santo Graal costituito dalla reciprocità fra parola e cosa (le cose come esse sono in realtà), lo scrittore ne mette in campo, per triste paradosso, la reciproca indipendenza, recita uno scollamento: il balbettare, il mormorìo sprofondato nella notte del Logos cui egli stesso fa riferimento. Ma a Ponge-Bigongiari, la cui liaison d’ispirazione ermetico-platonica è a questo punto più che plausibile, occorre rispondere che non esistono né le parole – poiché esistono piuttosto la lingua, l’onda sintattica, il legante musaico, generativo: e chi impara una lingua, non impara parole, ma frasi – né le cose svincolate dalla dimensione d’uso. Quella di Ponge è l’ennesima fuga idealistica verso il noumeno, notte, radice o altrimenti lo si voglia chiamare. Lo scardinamento della sintassi, data l’ossessione feticistica nei confronti della Anti-Tradizione, porta così a rinnegare il verso invece che a utilizzarlo, e – peggio – a mostrare lo scheletro etimologico della lingua invece che impiegarlo in approfondimenti nuovi, in accostamenti significativi, ovvero sorgenti da veri avvicinamenti, sempre eventuali, calati nello spazio-tempo di un soggetto affettivo.

Sinceramente, considero il celebre Le Pré di Ponge («Crase de paratus, selon les étymologistes latins, / Près de la roche et du ru, / Prèt à faucher ou à paître, / Préparé pour nous par la nature, / Pré, paré, pré, près, prêt, …») una simpatica variazione, un grazioso memento sulla storicità e interconnessione delle parole che usiamo tutti i giorni. Ricordo però che la poesia ha sempre giocato con le somiglianze, le derivazioni, spesso inventandole con malizia e secondi fini, non tramite la semplice elencazione di Ponge, ma grazie ai vecchi arnesi del parallelismo isosillabico, della ripresa a eco, della rima. Intendo dire che quanto Ponge si è prefisso come méthode è uno dei modi stessi della poesia. Ciò rende quella méthode al tempo stesso centrata e gratuita: cosa che emergerebbe di primo acchito da una lettura appena ironica di uno dei suoi amati dizionari.

Quello di Ponge, insomma, e credo anche quello dei suoi seguaci franco-italiani, è un realismo assoluto, giustapposto a un assoluto nominalismo. Dice Inglese: «Insomma, non si narra, non si esprimono i propri interiori stati d’animo, non si ordinano riflessioni e ricordi attraverso la cadenza regolare del verso; si danno in compenso resoconti di esplorazioni nei confronti di oggetti spesso banali (il sapone, la brocca, il fico secco, ecc.), in una prosa dimessa e precisa che sembra oscillare tra insignificanza e fantasmagoria». C’è un Io perennemente vedovo della realtà, di questo spettro impreciso e totalitario, che ossessiona i deboli di spirito, sempre slanciati a circuire con le parole gli oggetti più consueti (e perché? quale essenziale differenza esiste fra un monumento a Napoleone e lo spazzolino da denti? Non è affatto certo che il primo sia già totalmente usurato dai nostri sguardi, e il secondo no), solo per vederseli ovviamente sfuggire. Ponge e ancor più i prosatori novissimi che ne derivano sono gli scrittori di un desiderio freddo, laboriosissimo perché mai, davvero, saturante. Non solo: quel che di solare e giocoso (anche in senso wittgensteiniano) aveva la poesia-prosa di Ponge, nei nuovi franco-italiani mi appare come un vorticare di frammenti scetticamente affastellati attorno a un fuoco spento, che non li ordina più, neanche nel senso di un disordine apparente. Questi scrittori, per dirla con una battuta, hanno un progetto, ma non una disposizione, un clinamen. Parole più tecniche, queste, per definire il vecchio “dono”, ovvero la semi-conscia sintassi sentimentale.

In questo senso, da parte di Inglese è stato un grave fraintendimento citare Caproni, che dice esattamente l’opposto di quello che si vuole egli dica. Leggiamolo:

“Un brano di un altro autore italiano può aiutarci a comprendere ulteriormente questo nesso tra dimensione poetica e descrizione. Alludo a un saggio di Giorgio Caproni quasi contemporaneo alla stesura di My creative method. Si tratta de Il quadrato della verità (1947). Caproni dice:

la forma più alta e libera del linguaggio (la poesia) è una realtà distinta dalla natura – una vera e propria altra realtà che pur essendo indotta da quella originale (o meglio originaria) è destinata a rimanere parallela ad essa – a non collimare mai, nemmeno un punto del linguaggio (una parola), con un solo punto della natura (una cosa). […] Un fatto che si può perfino sperimentare, e proprio in corpore di quella che è comunemente ritenuta la forma più aderente di letteratura: quella descrittiva, ch’è invece la più impossibile delle forme letterarie possibili».

La scelta della prosa, dunque, nasce dall’idea di non facilitare in alcun modo l’impresa poetica impossibile (la descrizione) attraverso l’uso di forme (il verso, la narrazione) che portano inevitabilmente con sé degli stereotipi figurativi e lessicali, così come degli automatismi retorici. Descrivendo il mondo, il poeta combatte con la lingua, ma non nel senso che lotta per un’espressione autentica di sé (la traduzione di un suo vissuto), ma nel senso che si trova in una posizione di doppia esteriorità, rispetto all’oggetto che descrive e rispetto all’oggetto con cui descrive, ossia le parole.”

È chiaro che Caproni scriveva, nel 1947, contro la stessa ipotesi di una letteratura neorealistica, quella che permeava la sua attualità. Ma la sua risposta ad essa non era nell’ordine della doppia estraneità, semmai della doppia confidenza che il soggetto intrattiene con le due realtà incomunicanti della lingua e degli oggetti. Proseguiva infatti Caproni:

la poesia, sì, non è documento, ma in quanto è addirittura, come avevo detto un po’ pomposamente in principio, realtà. Cioè proprio come io stesso sono il documento di me stesso o meglio ancora […] come non può non esserlo quell’altra realtà che, per essere anch’essa dell’uomo, non può essere tessuta di ciò che non pertiene all’uomo (naturalmente inteso anche come società).
Perché il poeta (lo scrittore) è non soltanto un ponte tra le due realtà parallele, bensì nello stesso tempo è anche il regolatore del traffico su tale ponte: per cui sta a lui, in mezzo alla ressa, farvi passare l’errore anziché la verità (Il quadrato della verità, in La scatola nera, a cura di Giovanni Raboni, Milano, Garzanti, 1996, pp. 19-20).

Caproni vede negli oggetti e nella lingua due realtà distinte che tuttavia hanno nel poeta il soggetto che può farne due fattori integralmente umani, attraverso la regolazione dell’una sull’altra, o meglio dell’una con l’altra. Nonché non doppiamente estraneo, come vorrebbe invece Inglese, il poeta è addirittura eticamente responsabile dell’errore e della verità. E la realtà parallela dell’arte, per Caproni, invece che dare la stura a un affannoso inseguimento nei confronti della realtà oggettuale, con la conseguenza di accartocciarsi o disperdersi in mille, delusi mozziconi di lingua, «deve nominare la sua realtà in un ordine, e pertanto si regge su un ordine di nessi sintattici e logici, e soprattutto tecnici, come l’architettura su un ordine di elementi costruttivi. Elementi che pur variando di epoca in epoca e di stile in stile si propongono ogni volta ineliminabili e anzi necessari, come la colonna e l’arco che sintatticamente hanno retto l’architettura fino al secolo scorso senza minimamente menomare la libertà di linguaggio» (Scrittura prefabbricata e linguaggio [dicembre 1946], in La scatola nera, p. 16).

Ma andiamo alla verifica dei testi, al frutto concreto dell’attraversamento e del dialogo culturale. Scrive Inglese che «La bontà, l’efficacia e il senso di un procedimento vanno sempre definiti e verificati all’interno dell’opera complessiva di un autore»: ed è naturalmente puro buon senso empirico, come a dire che, se è «Difficile controbattere ai giudizi di gusto», esercitarli vuol pur dire sottrarsi alla fatalistica accettazione di un meccanismo, o procedimento, o metodo, come dato. Dal punto di vista delle scelte, Inglese punta su «la scommessa di Cadiot», «quella di utilizzare un materiale linguistico pregiudizialmente considerato come piatto e privo di ogni interesse, per far emergere da esso lampi di comicità, lirismo e stupore metafisico». Oppure ammette che «È difficile dire di cosa parlino i libri della Quintane, perché intrecci e personaggi sono palesemente pretestuosi». Dell’«incessante alternarsi di modalità distinte: il diario, il reportage, la finzione» tipico della prosa di Liliane Giraudon, Inglese non ci presenta alcun esempio, ed è un peccato perché in questo caso egli afferma che l’individuo vi «appare sempre coinvolto in un filo di memorie, affetti e fantasie che divergono dalle circostanze della realtà presente. Ma la forma stessa del diario, per come la concepisce la Giraudon, è idonea a “organizzare” queste divergenze, senza le quali ogni pretesa esperienza si falsificherebbe proprio inseguendo un’ideale di purezza (la purezza della sensazioni e dei sentimenti privati, la purezza del documento o del dato di realtà, la purezza della libera costruzione immaginaria, la purezza inconscia del quaderno dei sogni)». Con Caroline Dubois, invece, ricadiamo in «storie che, propriamente, non vogliono significare nulla, ma che sono costruite utilizzando tracce di un ampio materiale figurativo e tematico in grado di suscitare attese. Favole o squarci narrativi che promettono rivelazioni o scioglimenti, e che immancabilmente naufragano nel non senso e nell’indecifrabile». «Anche per Cristophe Tarkos», poi, «l’insensatezza, come smarrimento del linguaggio, costituisce una fonte d’ispirazione costante. A differenza della Dubois, però, che opera per sottrazione e sospensione del senso, Tarkos opera per accumulo e moltiplicazione. Ma l’esito è simile. Il non-senso e il delirio aleggiano costantemente sull’enunciato apparentemente più ordinario e banale. Anzi, la scelta di banalizzare il linguaggio, di appiattirlo, è il passo preliminare all’idiozia. Nell’idiozia il linguaggio s’inceppa, ma ciò sembra essere la conseguenza di un’eccessiva semplificazione. Detto altrimenti, l’idiozia in Tarkos è un delirio di tipo sintattico e grammaticale, e non semantico. […] Siamo di fronte a una sorta di balbuzie minimalistica, che si sviluppa per permutazione e variazione ossessiva a partire da frasi semplici». Di Tarkos Inglese cita il brano che comincia:

La realtà non inventa nulla, sono io che invento tutto, sono io che devo inventare tutto, lei non sa fare nulla, sono io che devo farle tutto, lei è molle, faccio tutto io, mi devo far carico di lei, quello che sa fare, ma non fa nulla, non sa fare nulla, si lascia andare, sono obbligato a ripercorrerla, a riprenderla, a riempirla, a rimetterla in piedi…

Ed è quasi l’applicazione pratica di quanto denunciavo sopra: un Io orfano e indigente si dissangua nell’inseguimento faticoso e circonvoluto di una idealistica, sfuggente, evasiva realtà, che pure viene (disperato superomismo) seppellita, o dissolta. Ciò che fa pensare all’impeto conativo, esortativo, di Andrea Zanzotto nella sua celebre Al mondo, tratta da La beltà (1968) «Mondo, sii, e buono; / esisti buonamente, / fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto […] // Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere / e oltre tutte le preposizioni note e ignote, / abbi qualche chance, / fa’ buonamente un po’; / il congegno abbia gioco». Siamo a Le Pré di Ponge con qualche complicazione etica in più: una gesticolazione morale e conoscitiva che sembra implicare quello che mi appare, infine, il tratto principale di questa letteratura di ricerca: un rigorismo giovanile e incaponito, privo di saggezza e ironia, ma anche di ogni casualità e attesa, che sostituisce il consecutivo errare del linguaggio all’errore personale; gioco duro e asfissiante, fissato sullo scarto semantico e sulla ferita originale, privo di aperture eclettiche e di quelle morbidezze che pure consentono, sole, l’espressione davvero tagliente.

Inglese deve la bontà della sua opera, e gli stessi notevoli passi avanti compiuti in Quello che si vede (Arcipelago 2006) e Colonne d’aveugles/Colonna di ciechi (Le Clou dans le fer 2007) rispetto alla poesia di Inventari, al fatto di essere un poeta italiano: di essere contagiato o ancora soggiogato dalla poesia, dal riflesso condizionato di pensare ed esprimersi non col verso, ma nel verso. Allo stesso modo, nel campo teorico tracciato da Inglese si muovono poeti realmente interessanti, come Vincenzo Ostuni e Luigi Nacci, i cui risultati non sembrano affatto precise conseguenze, o applicazioni. E allora la frase che Inglese stesso benignamente rimprovera all’introduzione di Martin Rueff all’antologia 30 ans de poésie italienne, secondo cui da trent’anni ad oggi l’Italia è attraversata da «une poésie d’une richesse extraordinaire, peut-être unique en Europe», si spiega con il riferimento di Rueff appunto al fatto che in Italia si fa ancora poesia, e non qualcos’altro.

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Andrea Inglese
Appunti per una discussione a venire

Il commento che Paolo Febbraro indirizza al mio saggio Passi nella poesia francese meriterebbe una replica, non in senso puramente polemico, ma di approfondimento e articolazione delle rispettive posizioni. Non credo, infatti, almeno per parte mia, che le concezione diverse che si sono qui confrontate (le “visioni della poesia”), siano perfettamente trasparenti a se stesse. Certo si è lontani, ma non so fino a che punto sia davvero chiaro perché si è lontani.

Io sarei tentato di dire che Febbraro, alla fine, sostiene l’idea della poesia (la poesia quando c’è, è una), nonostante il riferimento – che lui stesso fa – alla pluralità delle tradizioni (riferimento che è caratteristico della modernità letteraria). Ora, se – in termini fenomenologici – la pluralità delle tradizioni è davvero accolta, ciò non può che sfociare in una concezione delle “arti poetiche” e non di una “arte poetica”.
D’altra parte Febbraro, collocandomi nella tradizione della poesia “sperimentale”, mi attribuisce una concezione “ingenua” della tradizione, come blocco monolitico, oppure una propensione per l’abolizione del soggetto e del verso, o ancora un’idea in definitiva avanguardista della poesia, dove si distinguono gli attardati dagli aggiornati. Nessuna di queste attribuzioni è casuale o peregrina, esse sono per me, al contrario, la dimostrazione di una necessità di ulteriore chiarimento della mie ragioni di critico e di scrittore. In questo prendo alla lettera Febbraro su quanto dice dello spirito dell’Annuario – che non è poi altro che lo spirito del più sano dibattito – non si parte da posizioni già definite, con i giochi già fatti, come se fossimo, prima del confronto, già certi di chi siamo e del perché lo siamo. Le lontananze sono utili, da un punto di vista critico e teorico, per tracciare mappe, senza le quali non sarebbe possibile una gradazione e dunque la percezione delle differenze. Se le lontananze servissero a creare una geografia di isole galleggianti nel nulla, qualsiasi forma di dibattito critico non avrebbe senso di esistere.
Quindi mi limiterò qui ad annotare dei punti che sarebbero degni di interesse per una futura discussione:

1)come pensare, nell’ottica della modernità, la pluralità delle tradizioni, senza concordare anche sulla pluralità della “poesia”, ossia delle “arti poetiche”?

2)se ci mettiamo a pensare in termini di “arti poetiche”, il ruolo del vaglio critico (e del gusto) non è quello di dire chi “incarni la vera poesia” (la più aggiornata, per gli avanguardisti, o la più autentica, per i conservatori), ma chi sia, rispetto a certe tradizioni, un semplice epigono e chi un innovatore – nel senso di qualcuno capace di“ridare vita” ad una tradizione che rischia la ripetizione, l’ottusità, lo spegnimento;

3)chiarimento intorno ad una figura come Ponge in rapporto anche a certi autori italiani; sono in completo disaccordo con la lettura di Febbraro che riduce Ponge al platonismo ermetico del suo interprete italiano, Bigongiari; eppure delle questioni importanti sono sollevate, ad esempio sullo statuto del soggetto in una prospettiva come quella pongiana; Febbraro parla di io “perennemente vedovo di realtà”…

4)Febbraro non si è soffermato su un punto cruciale del mio intervento, che è quello relativo non ad un generico “attraversamento” dei generi e nemmeno all’indifferenza riguardo ai generi, o alla nozione di “post-generico” (superamento dei generi) che alcuni teorici francesi hanno difeso in anni recenti; il punto rimane altamente problematico e nello stesso tempo cruciale per tutti: fino a che punto e come è possibile ridefinire un genere (istituzione collettiva) attraverso la propria poetica (sensibilità personale)?

Credo che questi siano alcuni spunti che varrebbe davvero la pena di riprendere in altre occasioni e in modo più riflessivo, quasi come lavoro preliminare a qualsiasi polemica. Le battaglie si fanno per spostare o difendere i confini, ma per farle devono esserci già della buone mappe.

In conclusione, però, sento di dover fare almeno due precisazioni, inerenti alla risposta di Febbraro. Sono in qualche modo legate l’una all’altra. I “franco-italiani”, di cui parla Febbraro in un paio di occasioni, non esistono. Non esiste una poetica condivisa da certi autori francesi, a cui oggi si affiancano anche certi autori italiani. Questo è un dato inequivocabile e di facile verifica: tutti i poeti italiani che ho citato e che sono più coinvolti nella traduzione – Raos, Zaffarano, Sannelli, io stesso – adottano prevalentemente il verso. D’altra parte, ho una certa responsabilità in questo malinteso. Febbraro ha ragione, quando sottolinea come io abbia parlato soprattutto di autori che scrivono in prosa. In effetti, avrei potuto parlare di autori che sono indiscutibilmente considerati dei “grandi poeti”, come Ghérasim Luca, Jean-Jacques Viton, Jude Stéfan o Emmanuel Hocquard. Poeti che, per altro, adottano prevalentemente il verso, che sono senza dubbio più “familiari” a noi, e che incontrano anche di più il mio gusto. Perché allora parlare di Cadiot o di Quintane, di cui io stesso non apprezzo in modo incondizionato tutte le opere? Il motivo più profondo credo sia polemico. Ho voluto mostrare ciò che, in qualche modo, si pone ai margini del genere poetico, in un territorio incerto e intermedio. Territorio che, di conseguenza, è più lontano dal modo usuale di concepire la “poesia” in Italia. Ma è proprio la lontananza di queste esperienze francesi che per me è più degna di interesse, in quanto vedo in esse l’occasione per aprire nuovi orizzonti di scrittura, che non necessariamente sono “fuori” dalla poesia solo perché hanno abbandonato il verso. Come poi queste esperienze agiranno in noi, e nei lettori delle nostre traduzioni oggi circolanti, non mi è dato sapere. Ma già fin d’ora sento di poter dire, che questa azione non sarà che obliqua, andando a rimbalzare sulle azioni di diverse e del tutto nostrane tradizioni.

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30 Responses to Un commento al saggio di Andrea Inglese

  1. Mom il 23 aprile 2009 alle 10:10

    E’ apparso anche un articolo sul “Manifesto” di Massimo Raffaeli sull’Annuario, critico nei confronti del saggio di Inglese.

    E qui una replica di Andrea Raos sulla questione delle “tradizioni”:
    http://mir.it/servizi/ilmanifesto/cultura/?p=247

  2. sergio garufi il 23 aprile 2009 alle 12:26

    Scusa Andrea, ma non è un po’ imbarazzante pubblicare da parte tua un pezzo che dice: “Avevo chiesto ad Andrea Inglese di scrivere per questo Annuario un saggio critico sui poeti italiani tradotti in francese. Quando Inglese ha accettato, ho provato una forte soddisfazione.”?

  3. véronique vergé il 23 aprile 2009 alle 12:43

    Per Sergio Garufi,

    Nella mio opinione umile di lettrice di NI, ho spesso pensato che il lavoro dei membri di Nazione Indiana sono spesso passato sotto silenzio o poco sottolineato, per un pudore eccessivo.
    Andrea Inglese ha presenatto l’opinione di Paulo Febbraro e la sua risposta.
    Non ho la qualità per aggiungere un commento acuto; perché è di un livello alto di analisi, ma ho apprezzato confrontarmi alla difficultà nella riflessione.
    Aggiungo che ho un debole per la poesia in prosa (Eric Suchère), perché la parola ha uno svolgimento ampio ( di respiro), un perfetto senso della frasa ( quasi classica), valica la frontira tra il sogno poetico e il principio di realtà nella prosa.
    Per esempio les petits poèmes en prose de Baudelaire sono un capolavoro.
    Ma ho gustato anche la poesia in versi ( italiano) : Andrea Raos, Andrea Inglese, Laura Pugno, Elisa Biagini ( che mi ha fatto scoprire Maria), Florinda Fusco, Viola Amarelli…
    Forse la lingua italiana si modella meglio con il verso, anche se ho letto brani bellissimi di Franz Krauspenhaar che naviga tra poesia e prosa.

  4. andrea inglese il 23 aprile 2009 alle 13:01

    No caro Sergio, in quanto Febbraro, a parte le prime righe di usuale captatio benevolentiae, svolge un attacco duro all’impostazione del mio saggio. Se si decide infatti di leggere l’intervento di Febbraro oltre le prime due frasi, egli scrive:

    “Il saggio di Inglese, infatti, è di tale chiarezza, ovvero è talmente passato attraverso la reale comprensione e razionale concordanza del suo autore, che risulta essere un’occasione imperdibile per tentare un’altra chiarezza, in più punti distante dalla prima. Per me, si tratta, niente di meno, che di affrontare direttamente un errore teorico, da cui discende l’insostenibilità di un gusto.”

    Non so, se questo tipo di confronto, da posizioni molto diverse, sia in grado di produrre qualche risultato interessante. Questa sede, pubblica e aperta ai commenti, potrebbe qappunto essere una prima verifica dell’utilità o meno di questi confronti. C’è di bello, che pur dissentendo su moltissimo, io e Febbraro non ci trattiamo a male parole né ci denigriamo sul piano personale. Spero che non sia questa una cosa di cui sentirsi in imbarazzo…

  5. sergio garufi il 23 aprile 2009 alle 13:17

    Capisco le tue buone intenzioni ma mi riferivo alla regola aurea che vigeva qui un po’ di tempo fa, e cioè non pubblicare pezzi che parlano di se stessi, a prescindere da come ne parlano. Il pericolo è che l’eccezione faccia poi da apripista per tutt’altro, ma probabilmente son solo fisime mie.

  6. Riccardo Stracuzzi il 23 aprile 2009 alle 13:49

    Mi sembra che Paolo Febbraro abbia ragione, quando discorre di tradizione e modernità. Il celebre motto rimbaudiano, in effetti, sarà da prendere quale raffinato e forse virtuosistico mot d’esprit, piuttosto che per apoftegma: è un po’ difficile – e al postutto gratuito – cercare di essere moderni, essendolo per necessità. (Divago: anche la tersa metanovelletta di Borges sul Pierre Menard, non sarà ironica allo stesso modo? Davvero occorre infinitamente parafrasarla, facendo asserire a Borges che lo scrittore moderno, anche là dove semplicemnte copia, scrive qualcosa di differente dall’ipotesto che copia? Il che, sia detto per inciso nell’inciso, darebbe ragione ancora a Febbraro. Ma il Menard mi sembra figura semmai irrisa, e non malinconicamente tragica: ergo, serve al suo reazionario autore per tagliare anche più corto, e per dire: basta là, con tutti questi interrogativi frivoli). Sicché, un sonetto-2004 (in Word per Vista) è un sonetto come lo è uno-1307, letto su codice Vat. Lat. Di mezzo passano tutti quegli anni (696), volente o nolente l’autore, e tutto quanto di storicamente ed ideologicamente determinato ciò finisca per praticare.

    Su un punto solo dissentirei da Febbraro (oso farlo): e cioè su quello cui allude in questo passo: “Credo che la Tradizione, ammesso che esista come tale – ovvero lineare, immobile e standardizzata –, sia ecc. ecc.”. Dissento sulla concessione: diciamo pure che ne esiste una, di tradizione; anzi: UNA. Che non è né lineare, né immobile, né standardizzata (e soprattutto è vuota di autori). E’, più banalmente, l’esercizio per l’appunto storico, ideologico e – aggiungerei – sinanche dialettico del ‘tradere’: la necessità strutturale che una o l’altra tradizione s’insedi. Il che è quanto dire: il canone non è mica un repertorio di testi. Il canone è, veramente, quell’esito posticipato che si verifica dal momento che ogni scrivente e ogni leggente, consapevoli o meno, esplicitamente o meno, sempre agiscono o patiscono il fatto stesso del repertorio (qualunque esso sia).

    Le parole di Inglese si leggono sempre con profitto. Ma pur comprendendo le ragioni contingenti che lo spingono a una certa sintesi, non posso fare a meno di rilevare l’indole essenzialmente assionatica della asserzione – senz’altro condivisa, e forse troppo condivisa – secondo cui la modernità sarebbe l’epoca di tradizioni plurali (o della “pluralità delle tradizioni”, ossia di una unità surettizia che rientra dal lucernario). Fenomenologico o meno, questo assioma (e non può mai essere altro che tale: tutt’al più mediato da un certo empirismo ostensorio: “Guarda (indica con il dito i mille libri e i legni infossati d’uno scaffale), sono tanti poeti e narratori e critici differenti: quindi c’è una pluralità!”), non riesco proprio a capire da cosa nasca. Almeno, ove s’eccettui il desiderio di consolarsi un po’. E non mi riferisco a Inglese, quale scrittore e critico, ma propriamente alla estesissima diffusione, presso un pubblico pressoché indifferenziato, di questo argomento. La modernità sarà, semmai, l’epoca che non è ancora scrivibile in forma di tradizione. Ne ha una (alle spalle, o sotto i glutei: qualunque situazione topica è concessa), ma lei non la è. Forse mi sbaglio; forse ancora non ho compreso davvero da quale angolo guardi il guardante che, fenomenologicamente, è sicuro di una pluralità delle tradizioni.

    (Per ultimo inciso, chiedo scusa per la prolissità del commento).

  7. gina il 23 aprile 2009 alle 19:59

    Giraudon manca in effetti per esteso, perestesa, rétouchée. ma è in archivio anche qui, su ni, non linko, abuso sconfino, ai tempi acquistai l’homobiographie per intero dopo aver letto sta robba notevole e davvero, calda. e mica me ne sono pentita.

    si potrebbe immaginare una lettera sarebbe una lettera a una giovane poetessa
    ma in realtà quella a cui scrivo non è ciò che si
    potrebbe dire una bambina piuttosto è la sua lingua che è così
    fresca nel carro dei rifiuti – pentecoste “lingue” sezione della poesia
    somma di anne senza soluzione colloidale – anne è fresca – la sua
    lingua somatropa anne non è suzanne è verde ma non
    è vero ho visto un giorno vi assicuro una bambina che
    si metteva delle matite nelle mutande diceva le ascolto mi si
    parla sono un ragazzo né una ragazza mi parlano ogni giorno
    sento la loro voce è un segreto una grande distanza nello
    spazio – non un lavandino – una distanza nello spazio non un lavandino

    mi sarebbe piaciuto restituire a djuna ciò che è suo quelle rare poesie così
    difficilmente veicolabili cosa diverrebbe nella bocca di qui
    “The Book of Repulsive Women” impossibile dimenticare ciò che
    accadde quell’inverno quando si fabbricò questo insieme senza alcun
    maschio ti ricordi tutte le pressioni non si doveva impossibile
    il Modern’ ne avrebbe sofferto dovevi ritirare il tuo testo capelli fradici
    tutte le donne sono rosse lui le pizzica loro si mordono io gli
    ho detto ho fatto degli scaffali ritrovato buttato un sacco dei
    fasci di fogli dicendogli di questa epoca la mia vita con la battaglia
    è al suo culmine è per liberarmi di questo lavoro bisogna togliere
    la testa non gli occhi il cane rovesciato la caraffa alzare la zampa alzare

    forse un fax oggi il mondo inghiotte gonne o foulard
    passamontagna “è un mondo” la quarta guerra mondiale
    è iniziata come si dice “è una poesia” globalizzazione dello
    sfruttamento prova che l’inferno sempre passa da lì
    concentrazione della ricchezza ripartizione della povertà un rubinetto
    una domanda come provare a perdersi migrazione l’
    incubo errante tutte le coniugazioni mondializzazione
    finanziaria e generalizzazione del crimine imperativo pronominale si
    può conservare il nome quando la cosa è stata cambiata distrutta
    legittima violenza di un potere illegittimo ci si cammina con i tacchi
    bassi e patta alta “cara spompinami cara scopami”

    un modo come un altro per dire ciò che si deve e ciò che non
    si deve dare alla poesia un colore verde dollaro trascurare
    l’odore nauseabondo questo aroma di concime di sangue è di origine
    forse tomba oppure mortadella una lingua maggiore non si
    trattiene minuscola avida ruota non accumula nulla il punto
    interrogativo è perfetto quando è solo o utilizzato per
    marchiare il bestiame è una cosa detta la si può anche fare con
    o senza zucchero gertrude noi ignoriamo il senso del drago l’allodola
    costruire situazioni travestimento dei piaceri una boccata di
    grigio davvero triste prendere lucciole per lanterne è leggere nel buio
    il rovescio o il diritto è spesso dell’inferno l’amore per esempio

    non è gertrude il nome di un pezzo d’artiglieria allo stesso modo
    hitchcock non è il cineasta britannico naturalizzato
    americano ma uno specialista di marc-antoine charpentier profana
    la cantata non è così pare più riservata alcuni la eseguono
    accovacciati poco importa la voce contano solo le bocche
    modernità neoliberale più vicina alla bestiale nascita del
    capitalismo che alla razionalizzazione utopica soffitto segno
    fucsia a tarda notte molto presto trabocca più tardi non conta non
    non temere lo spazio ottogonale quello qual è la notizia la morte
    della pittura che importa la scrittura rosa rovesciato
    è quello del bambino piccolo metodo paperi opera di dame

    una pompa che si aziona direttamente ai polmoni qualche
    cosa che c’entra con l’esatta bellezza del canto di un uccello una cosa
    fragile feroce indissociabile macchinina fabbrica-merda questo corpo
    squisito di ciascuna bimba leggevo la notte sotto le lenzuola mangiando
    liquirizie tubature selvagge sottili fili rosso lampone
    troppe donne di colpo sul mercato è dunque finita
    l’endogamia morbosa di una poesia poetica riservata così anche
    la sua prosa piatta guardate la cugina Adeline era in ginocchio ciò
    che teneva in bocca non era un’asta da biliardo più
    tiepida quasi invisibile niente a che vedere con quella eseguita da louise
    bourgeois ridente in una foto di robert mapplethorpe

    aprire gli occhi a volte è indecente inammissibile chiudi dunque
    questa porta il posto è già occupato nello scompartimento tra
    madurai e pondichéry mai visto così tante lucciole sugli alberi
    di cui ignoro il nome i fiori stessi prendono un profumo
    di terra una matita è simile al carbone lasciato
    il fuoco la radice quadrata della metà di uno sciame d’api si è
    posato su una zolla di gelsomini tutte le righe assemblate fanno
    della poesia una pozza urina o specchio è un supporto che
    descrivere per prima cosa la parte salotto della stanza o la parte
    camera da letto specchiourina chiedendogli di sedersi sul
    suo viso profumo del letto libri aperti teste tagliate le loro mani

    poco importa l’aporia alle aquile non piacciono le nocciole sono i
    passeri che ne vanno pazzi spiegata la poesia potrebbe anche
    elevarsi a prosa sarebbe una riga orizzontale un dito
    teso nella parte corridoio poltona di salice quello del giardino e lo
    scrittoio fabbricato con delle vecchie assi ne avevo schizzato
    il progetto tutte le unghie sarebbero dipinte ma il tal caso il volume della
    poesia futura quello attraverso cui il grande verso iniziale
    cavalcando abbaierà esistenza spezzettata un’infinità di motivi
    questo volume di cui parlavamo l’altra notte spiegherà le pagine
    nel senso dell’orecchio? e per quale occhio esperto ciclope puzzolente
    la scala presa abbastanza emetica ci si aggira ci si spintona

    è meditando sulla pagina che alcuni ci riescono ti
    ricordi la voce dell’orso in verità non c’è prosa non
    esiste e gli scalini sono stretti in questo armadio
    ancora oggi senza videocamera semplicemente i tasti
    decidono corpo e carattere qualunque rapporto sessuale diviene
    delicato con o senza lacca al tramonto tra le cosce
    sempre sembra vermiglio mentre dai samo – questi paria
    presunti necrofili il cui crimine è un eccesso di calore – i
    corpi sono spostati da villaggio a villaggio e lasciati a marcire sui
    rami degli alberi filmare la teoria gesto unico spiazzante anti
    economico sole la criminalità organizzata è un’immagine rispettabile

    ad ogni stato mistico ad ogni grado di santità corrisponde
    un’immagine perché se come garantisce un verso del tantra tahva bevendo
    bevendo sempre di nuovo si cade a terra e se ci si alza
    e si beve di nuovo si evita il rischio di un’esistenza un’
    esistenza nuova allora perché temere l’alfabeto questa lettera
    trincerata dallo zero un ritorno a capo l’ogiva o la cupola
    utilizzo volontario attivo e produttivo dei nostri organi la
    privazione in quanto volto quello di una morta una persona che non si
    vede più il bambino reclama a volte si addormenta più in basso la notte
    piccoli chioschi punteggiano i giardini depositati su rialzi mentre
    sotto i rami ogni strofa diviene filamento da una bocca

    tabacco masticatorio la rima interna ha un gusto di betèl
    ogni lingua appresa è lingua imposta morbida materna il
    sogno non è fantasticheria quando ho visto natalia goncharova sul suo
    trapezio ho capito qualcosa cosa non lo so ma
    qualcosa colpiva fortissimo vicino nel silenzio dell’aria
    attorno al suo corpo non una parola né un soffio vivere con le cose
    così come esistono colore della luce la luna quella del vino
    pugno di crescione macchia di neve dire scegliendo di dire e
    scegliendo come dire eppure cercare meno di dire
    che di lasciar pensare soggetto o verbo – colori ho sentito
    colori – ma cosa pensava lei là in alto persa nei suoi capelli

    cominciare per esempio a scrivere facendo attenzione che non sembri
    scritto per niente tutto ma non prosa piatta né poetica né verso
    che tenga né cifra né straccio come forbirsi la bocca “mio
    dio come baciava bene quel giovane” e quanto abbiamo
    riso quando hai detto ho imparato il senso della parola “diglossia”
    mangiando un pollo wasakaka con françois a santo domingo caffé
    tabacco banana manioca il loro rhum non vale quello di cuba manca
    la parola una distanza ridere non è il termine esatto è vero amare
    sostantivare non è amare nominare altrimenti nominare di
    nuovo non è baciare come dire baciami ancora
    sempre e di nuovo non è la verità né vedere e nemmeno credere né

    essere fradici quando piove chi se ne frega è come essere nella
    lingua e totalmente sola Ah il rumore della pioggia sulle foglie sai
    ho costruito questo libro in una giornata pioveva ero accovacciata
    tutto era per terra mi dicevo è un vestito basta prendere le
    misure tagliare imbastire piazzare spilli infilare rivoltare aprire luci riprendere
    mettersi in disparte poi introdurre o vedere luce è la parola foresta
    proibita carta matita dizionario delle pioggie salame doveva
    chiamarsi “Madame collected Herself” frontiera non è sprecare
    non si butta niente si riprende tutto i punti soliti non sono
    necessariamente virgole tu hai detto “Madame collected Himself”
    entrando ho visto la luce bevuto latte mangiata un’omelette alle erbe

    frammento singolare al plurale è da tenersi sul muro cobalto un’
    immensa icona poi una scala disegnata rossa durante la
    rivoluzione se ne decoravano le strade smourki se ne servì come di un
    ripiano per macellare dopo questa lettera ho vomitato fra i germogli
    di oleastro poi l’ora dopo tagliato per i gatti dei
    pezzi di burro crudo buia tristezza temibile lui dice non ho
    un cattivo carattere sono pulito e gentile e non è un
    crimine ma quest’uomo la disgusta poco importa che sotto la
    luce la lettera A segua le altre labbro è il nome dato alle
    due parti carnose che formano la bocca e lime nel
    contesto è davvero questo limone verde dalla polpa senza semi

    dici bisogna evitare l’uso memoria per le cose memoria
    per le parole selezionare tutto ma non staccare nulla in pieno sole le
    cose virano al nero il che non significa che cessiamo di
    vederle (fare qualcosa che si rigira) secondo i
    nostri informatori nell’industria pornografica giapponese Peppee
    è utilizzato dagli attori per farsi brillare i genitali
    davanti alle cineprese mentre i capezzoli rosa di tipo
    occidentale sono considerati più belli di quelli scuri ma cosa avrebbe
    pensato allora mina loy dell’uso di liberty virgin pink la più in
    voga delle creme schiarenti per capezzoli e tu e tu
    cosa ne pensi questa pagina richiede una risposta fax sempre connesso

    disegnare per scrivere di nuovo qualificare abbreviando e sempre
    credere di avere mancato è come con le carte o sai quel sogno
    perso poi ritrovato un vino chiaro frizzante e fresco mentre invece qui ci
    servono una birra tiepida quaderno copertina caramello una strada
    di calcutta siamo nel sogno io dormo a marsiglia è un
    gioco per i ragazzi ognuno porta intorno al sesso un piccolo
    acquario dei pesci cinesi osservati a new market un ragazzo
    più grande li passa in rivista delicati soldati di carne lui porta
    una sciabola e il gioco consiste nello spezzare tutti i piccoli acquari senza
    ferirne l’occupante – sono le notti che gli scarabei amano

    il latte di donna è l’unico nutrimento comune a tutta
    la specie umana la mescolanza dei nutrimenti che lo compongono
    è impossibile a riprodursi a volte mi dico che la sintassi
    cercata c’entra in qualche modo quello là che si trancia un
    orecchio o che si mangia i colori quest’altro che dichiara l’inconscio
    attuale è saturo la gente non ne può più di portarsi
    dentro qualcosa che mascherano reprimono senza fine tessitura
    meditazione non libresca legata a quanto di più primitivo c’è
    in noi ma un noi irriconoscibile situazione provvisoria vissuta
    simile per esempio all’aggettivo ipoglosso riguardo a un nervo
    che parte dal bulbo rachideo per innervare i muscoli della lingua

    qualcosa di intensivo eppure molto piatto nel senso
    forse di quelle uova fritte brillanti al sole o quegli stivaletti
    sempre slacciati la poesia sul corpo della lingua simile alla
    pulce volgare – un inno – pestilenza senz’ali quella che succhia
    il cane né inizio né fine l’aspetto energetico della
    cosa cessante non appena il libro si chiude eppure qui il
    consumo di massa riguarda le altre arti non ci
    schiaccia sarebbe piuttosto microfascismo piccole bande
    benandanti disperse fardate e morose perché unirsi
    sapendo di dover continuare solo credere di doversi fermare perché non si
    sa dove andare primavera estate autunno l’inverno falsa coperta

    accumulo in sostanza semplice assemblaggio di convenzioni
    simulazione test-oggetto o virus-testo ogni dieci anni si rifanno le
    facciate c’è questo è vero molto di ciò che adorno chiamava
    pittura d’albergo (teste di cervo paesaggi marini) ma la
    casa della poesia con o senza mezzi non cessa di ridipingere
    inconsunta decorazione cameretta saccheggiata pulita è una bacinella
    estasi nell’apertura epocale del ritmo si possono pizzicare le
    rose nella composta limare le unghie passare le polpette (ogni
    uomo ogni pianta ha i suoi parassiti) eppure a volte un’aria vivissima
    magnifica sorge è lei che gira le pagine sull’altro lato del
    la strada un uomo attraversa la cortina della pioggia senza essere dissolto

    ma allora cosa fare le parole sono fatte in anticipo molti morti
    ad ogni pagina e più in basso sotto il tavolo le nostre gambe si agitano
    coreografia tenace di una paura antichissima se mi
    strucco insisto sugli occhi certe sere lettura di bocca in cui
    ondeggia la poesia far casino incendiare i locali buttare all’aria
    tutto questo schifo le loro macchine soprattutto le macchine per
    mostrare loro in che mar baltico sognato su che spiaggia
    deragliata il corpo avanza una luce onnipresente rimorso tanto in tanto
    è uno spessore di panna sbattuta montata la lingua alza
    polvere cavalieri i sentieri si mischiano la pista allora
    si cancella moltiplicazione delle fontiere perseguire non seguire

    qualche goccia grammaticale in un bicchier d’acqua le
    frasi senza sintassi sono pur sempre frasi una serie di
    risposte senza rimpianto il contrario dell’amore è come del vuoto non
    c’è né confusione né male – staccato – mangio frutto ogni volta
    che addento è la buccia vecchia morte si guarda la poesia
    sbucciata è una patata ma allora perché perché temere il
    reale l’altro il caotico il mai sempre improvvisato secrezione del
    mondo dolcetti vaniglia essere perso è forse il primo
    gradino l’improvvisazione è una parola per qualcosa che non
    può trattenere un nome scaricare dalla rete protocollo dov’è il
    server ma dove diavolo è finito il server

    sì l’elleboro è un amareno a fiori doppi devo
    imparare ad annodare legami non a rinunciare la rinunciata è una pianta
    detta anche lingua di bue vivipara eccellente per le vacche
    comune nei fossati nelle zone paludose l’annodata
    centinodia o degli uccelli detta anche traînasse l’annodata pepe
    d’acqua detta anche peperoncino d’acqua la taglio nel minestrone la
    pongo sul ripiano tra i libri i quaderni abbiamo riannodato
    dopo tutti questi anni insieme separatamente lottiamo con
    il linguaggio siamo in lotta con il linguaggio il linguaggio non è
    una cravatta che si annoda bisogna se vieni aspettarsi il
    rimbombo rifugio o capanna come tradurre dipende c’è

    c’è più legno in questa parola che nell’altro rifugi capanne
    poesie indeterminate la salpêtrière era davvero un’antica
    fabbrica di salnitro poesia di salnitro leggero sapore di salnitro
    dare sapore è lui la sua poesia il ritratto sputato come
    incarnarsi – hai proprio detto incarnarsi – in questo nome che porti io
    sono ciò che sono non ancora quella che ero né quella che sarò
    essere perso è il primo gradino ciò che porta alla scoperta
    di nuovi sistemi “rompere” dici rompere con l’uso
    convenzionale supporto e senso comporre esperienza ecco di
    cosa può trattarsi ma in tal caso fotofinish colpo secco secrezione del
    mondo sbadigliare non è avere il singhiozzo né tossire e nemmeno starnutire

    via purgativa fossa di scarico nana bianca o buco nero ciò che
    importa è la linea particelle di materie riducentisi
    intensificantisi un sapere senza mediazione né apprendistato come
    nel testo pornografico qui il lettore senza posa deve
    supplire straniero nella dimora la poesia abbaiata castello di
    cartone formaggio grattugiato un odore pestilenziale e che persiste
    prelevare senza montare depredare è una legge marcire un’
    altra mamma quando il mondo si ferma vuol dire che
    sono morto? dormi caro dormi il mondo si cancella dolcemente la
    notte è un biscotto una lingua di gatto – dormi caro dormi –
    cookie galletta cioccolato la notte è un biscotto una lingua di gatto

  8. andrea inglese il 24 aprile 2009 alle 01:19

    caro sergio l’unica regola aurea di NI era non pubblicare recensioni dei propri libri e sono tutt’ora convinto che sia una buona cosa. Invece di polemiche letterarie ce ne sono sempre state (più o meno proficue), da quella con Berardinelli, dove fui coinvolto con Raos, ancora una volta in occasione di un pezzo sui francesi, per non parlare poi dei pezzi che parlavano della Restaurazione, ai tempi di Moresco. Non ricordi più?

  9. Paolo Febbraro il 24 aprile 2009 alle 13:32

    Ringrazio per i commenti. Quando chiesi ad Andrea un saggio sulla poesia francese, mi ritrovai con una saggio su dei prosatori: fu questo che mi indusse a rispondergli sull’Annuario. Non solo: i prosatori si assomigliavano fra loro, discendendo, come affermava Andrea, da Ponge e da una lettura – se posso dire così – “nominalistica del realismo”. Io posso non amare particolarmente la prosa lirica, ma non era questo ad incontrare le mie forti perplessità: era il fatto che trovavo, dai pochi ma qualificati lacerti che Andrea me ne proponeva, quel tipo di letteratura perennemente vedovo di qualcosa, fuori centro, nichilisticamente lanciato verso una cattiva infinità, avvitato in una spirale metaletteraria senza fine. E, aggiungo, noioso da leggere (ma questo è gusto personale, di cui è fatale ma anche delicato prendersi le responsabilità). Sappiamo fin da bambini che la parola non equivale all’oggetto; da quando invochiamo la mamma assente e quella non per questo smette di essere assente. Ora, fondare una ricerca poetica (prosastica) su questa incommensurabilità, organizzando isterici o anzi controllatissimi slittamenti del significante, correndo a perdifiato per mostrare i confini della lingua, beh, mi sembra gratuito e fatuo.
    A Véronique Vergé posso rispondere anche che Le Spleen de Paris non vale Les fleurs du mal: e comunque quella di Baudelaire è prosa d’invenzione, narrativa fulminante, epigrammatica, scandita. Non c’entra nulla con la prosa lirica di cui la lettrice chiamata “Gina” ha qui sopra esemplificato le fughe e le tracimazioni possibili.
    Sulla pluralità delle tradizioni operanti nello stesso momento in un solo sistema letterario, sono d’accordo: ogni grande poeta, come diceva Eliot, è una tradizione ritrovata e verificata, e anche criticata dall’interno, portata nel futuro (tradere). Per questo mi hanno sempre fatto rabbia (o fatto ridere) coloro che dicono che in letteratura o in arte occorre superare la Tradizione. Ma quale? L’artista bravo non supera un bel niente, quello che fa è scavarsi la propria tradizione, e imporla anche come facente parte di un canone (revocabile, naturalmente), spingendola con la propria forza, e come tutti sappiamo, inventando i propri precursori. Non dico che ciò dev’essere, dico che ciò è quanto già avviene nella pratica dell’arte. Che non è semplice espressione, ma sempre mediazione fra mondo interno e i codici appresi per dirlo, nella reciproca modificazione. Nessun autore più canonico di Dante: ma quale Dante? Stilnovo, petrose, Commedia? Rime aspre e chiocce o Trasumanar significar per verba?
    Questo credo sia incontrovertibile. Ma allora? Tutto è possibile in ogni istante, tutto è paritariamente legittimo nella pluralità contemporanea? No: per questo c’è la critica letteraria, che valuta la cospicuità di una direzione, di una tradizione, la tenuta fra premesse ed esiti, e anche la legittimità teorica delle premesse stesse. Io posso anche ammettere che L’Allegria di Ungaretti sia un libro di notevole interesse: ma devo rendere conto criticamente perché le spezzature ungarettiane, i paesi innocenti e le parole scavate nell’abisso abbiano aperto una tradizione col fiato corto, di sedicenti lirici puri che vanno a capo ogni tre sillabe e mezzo, annegando in una stuporosa sillabazione emotiva.
    Infine: stimo molto Andrea Inglese anche perché, o forse soprattutto, perché lo trovo discutibile. Chi è indiscutibile non m’interessa, perché di fatto non esiste (culturalmente).
    Grazie ancora.

  10. sergio garufi il 24 aprile 2009 alle 14:08

    No Andrea, la regola aurea è una cosa di semplice buon gusto, tenere a freno il proprio narcisismo, bisognerebbe capirlo da soli. E’ evitare di pubblicare un pezzo qualsiasi, anche il più neutro, che contiene però degli elogi nei propri riguardi, oppure pubblicare quel pezzo ma senza gli elogi, e vedo che tu a questo non rinunci. Per esempio in occasione del post sui “giovedì di Turro”, pubblicato da te poco tempo fa, all’apparenza una semplice presentazione di poesie in un arci milanese, che avresti potuto mettere ugualmente su NI senza però i complimenti verso te stesso (“poeta, saggista e traduttore tra i più apprezzati della sua generazione. Ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo e diversi libri di poesia. È uno dei fondatori del blog letterario Nazioneindiana. Con La distrazione la sua lucidissima poetica segna un punto in più sul contatore della qualità assoluta”). Dovresti ricordare che su questo punto io ebbi da ridire in più di un’occasione nella mailing list interna dei membri di NI, e fu uno dei motivi che mi spinsero a uscire.

  11. véronique vergé il 24 aprile 2009 alle 17:56

    Per Paulo Febbraro:

    Per me:

    La belle Dorothée, Les yeux des pauvres, le dons des fées, l’étranger, hémisphère dans une chevelure hanno un incanto assoluto.

    Come Illuminations de Rimbaud.

    Ho una preferenza per la prosa poetica nella lingua francese. Non ho ancora studiato la ragione. Ma penso fare riflessione. Il problema è la mia difficultà a parlare in una lingua chiara, senza errori. Provo un dolore a non potere scrivere in una prosa limpida in Italiano.

    E grazie a Gina per la sua scrittura particolare,
    Andrea Inglese per la sua analisi delle poesia odierna in Francia.
    Mi fa piacere pensare che la poesia attraversa mare o montagne,
    trova il cuore di quello accoglie.

    Per Sergio Garufi: uno scrittore ama sapere essere riconosciuto.
    Il lavoro dello scrittore è di sacrificio, spesso legato alla povertà.
    Non capisco la polemica. Perché nascondire un libro o un saggio magnifico. L’ho già detto, ma avrei voluto trovare su Ni recensione
    di libri che ho molto amati e sono passati quasi sotto silenzio.

  12. alfredo il 24 aprile 2009 alle 18:48

    La tecnica e l’intelligenza. Ma, la tradizione è sempre stata in funzione del potere. Rispettare la tradizione era fino a poco tempo fa rispettare il potere, ovvero un codice, quello della poesia non era da meno degli altri.
    “…in Italia si fa ancora poesia, e non qualcos’altro”. È davvero un peccato pensare che la poesia non sia “anche” qualcos’altro, e non pensare che spesso sia là dove non pensate di trovarla, e inversamente. A ciascuno chiedersi “è poesia?”. Se Ponge inquieta gli uni e gli altri, è forse a causa della “rage de l’expression” che basta aprire per non cadere in discussioni troppo tecniche, le quali rischiano di non sfiorare nemmeno l’ombra della poesia.
    « Raccogliere la sfida delle cose al linguaggio. Per esempio questi garofani sfidano il linguaggio. Non avrò tregua finché non avrò messo assieme qualche parola alla lettura o audizione delle quali si debba esclamare necessariamente: qui si tratta di qualcosa che è un garofano. Questa è poesia? Io non ne so niente. Per me è un bisogno, un impegno, una collera, una questione di amor proprio, questo è tutto. »
    Ecco di questo si tratta, il superamento di un’assenza, di un mondo che ci manca, o che manchiamo sempre. Qualcosa che è forse il fiore assente da tutti i mazzi di Mallarmé.
    Ponge guarderebbe ironicamente, dall’alto, l’invito a “una lettura appena ironica di uno dei suoi amati dizionari” (P. Febbraro), attraverso il seguito del suo testo “L’Oeillet”, dove si fa appello, dopo il dizionario, al sogno, all’immaginazione, al sonno, al silenzio: « À les respirer on éprouve le plaisir dont le revers serait l’éternuement. À les voir, celui qu’on éprouve à voir la culotte, déchirée à belles dents, d’une fille jeune qui soigne son linge ».
    “Sappiamo fin da bambini che la parola non equivale all’oggetto; da quando invochiamo la mamma assente e quella non per questo smette di essere assente.” (P. Febbraro). Incommensurabilità, d’accordo, se si misura la cosa dalla presenza a sé. L’infinito ci separa, ma la parola è come l’oggetto-feticcio, dico “mamma”, dico “te”, “jour et nuit je te respire” (Gh. Luca). Non invento nulla, non ho l’obbligo di accostare parole incongrue, non misuro la mia potenza affettiva dagli attributi di cui ti gratifico, ma dalla forza del mio pensiero, dalle parole che pronuncio. Sia poesia o prosa, il pensiero non può restare in trappola nelle parole.
    “Penso, sono non importa chi. Un albero, un fiume, un numero, un’edera, un fuoco, una ragione o te, non importa. Proteo. Penso, dunque sono nessuno. L’io non è nessuno in particolare, non è singolarità, non ha alcun rilievo, è il bianco di tutti i colori e di tutte le sfumature, raccolta traslucida e aperta di una molteplicità di pensieri, esso è dunque il possibile.” (M. Serres)

  13. gina il 25 aprile 2009 alle 09:12

    veronique
    :) non è la mia lingua ma quella di giraudontradottadaraos (che traparentesi mi restituisce in gola il flusso dolce caldo (affetto nero o carcadé) delle negoziazioni di senso col caos ma parlando d’altro, all’altro nelle diecimila lingue dei diecimila odori, che poi è la tradizione del suk:)

  14. andrea inglese il 25 aprile 2009 alle 13:48

    ad alfredo, che scrive:

    “…in Italia si fa ancora poesia, e non qualcos’altro”. È davvero un peccato pensare che la poesia non sia “anche” qualcos’altro, e non pensare che spesso sia là dove non pensate di trovarla, e inversamente. A ciascuno chiedersi “è poesia?”. Se Ponge inquieta gli uni e gli altri, è forse a causa della “rage de l’expression” che basta aprire per non cadere in discussioni troppo tecniche, le quali rischiano di non sfiorare nemmeno l’ombra della poesia.
    « Raccogliere la sfida delle cose al linguaggio. Per esempio questi garofani sfidano il linguaggio. Non avrò tregua finché non avrò messo assieme qualche parola alla lettura o audizione delle quali si debba esclamare necessariamente: qui si tratta di qualcosa che è un garofano. Questa è poesia? Io non ne so niente. Per me è un bisogno, un impegno, una collera, una questione di amor proprio, questo è tutto. »

    Sono d’accordo. E questa incertezza su cosa sia la poesia, sui suoi confini, è una delle questioni centrali che un certo tipo di poesia francese è in grado di sollevare.

    a Paolo Febbraro,
    cosa ne pensi del punto 2 della mia replica? Non pensi che si possa partire anche da qua per reimpostare il discorso e ridurre malintesi?

    E: sulla tua osservazione sulla “vedovanza” di realtà, per me acuta, bisognerebbe forse riflettere in termini storici e antropologici, o no? Non è la nostra condizione?

    a sergio,
    le questioni che sollevi nel mio caso mi sembrano risibili. Quindi non ho granché da aggiungere, ma hai fatto bene a uscirtene da NI se per te erano questioni fondamentali.

  15. alfredo il 25 aprile 2009 alle 20:54

    @ a. inglese

    http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/350-Hypnologue,-un-poema-di-Alain-Jouffroy.html

    a proposito di poesia francese, credo valga una lettura

  16. Paolo Febbraro il 25 aprile 2009 alle 23:06

    @ andrea inglese
    Nel punto 2 della sua replica al mio contro-saggio, sull’Annuario 2007-2008, Andrea scriveva:
    “Se ci mettiamo a pensare in termini di “arti poetiche”, il ruolo del vaglio critico (e del gusto) non è quello di dire chi “incarni la vera poesia” (la più aggiornata, per gli avanguardisti, o la più autentica, per i conservatori), ma chi sia, rispetto a certe tradizioni, un semplice epigono e chi un innovatore – nel senso di qualcuno capace di“ridare vita” ad una tradizione che rischia la ripetizione, l’ottusità, lo spegnimento”.
    Sono d’accordo con lui, ma la critica può fare ancora di più. Può argomentare fin dall’inizio di una tradizione, se questa è deteriore, fumogena, incongrua, frutto di equivoci, madre di errori teorici ed espressivi. La pluralità delle tradizioni non può essere un alibi per la tacita, complanare presenza di tutto accanto a tutto. Se la storia della letteratura deve in parte dar conto dei fenomeni più evidenti, anche quantitativamente, la critica può entrare e uscire dall’analisi dei tempi e dalle loro supposte “conseguenze dirette”, accreditanto forme d’arte non necessariamente vissute come innovatrici, ma sempre congrue, efficaci, producenti.
    Quanto alla “vedovanza” di realtà: credo sia proprio questo il problema, quando dici che antropologicamente essa è la nostra condizione. Ma ne siamo sicuri? Io posso leggere Marc Augé e imparare da lui che sto vivendo in parecchi non luoghi (o luoghi comuni, ormai). Ma in poesia devo prendere atto di ciò, e far scorrere parole sulla superficie liscia e impenetrabile dei fenomeni, rischiando di essere un poeta-prosatore molto à la page, oppure posso essere ancora libero di inventare a memoria, scrivere del mio appartamento, di mia moglie nel 1994, del terremoto o di una gita in barca? Come c’è stata una poesia “conseguente” allo strutturalismo e alla semiologia, oggi c’è una poesia “conseguente” alle nuove metafore inventate da antropologi e filosofi (i francesi sono bravissimi in questo) per dar conto dei nostri anni. Io, ad esempio, non vivo il rapporto fra la realtà e la parola come un problema; lo do per scontato, come da millenni, e vado avanti. Non m’interessano le fascinose impasses, cerco di far suonare a lingua come sa, sapendo da parte mia che il lettore la farà ri-suonare come sa lui. Un enjambement o uno slittamento polisemico la sanno molto più lunga di dieci antropologi, temo. Nella mia immensa ma calcolata pigrizia, rifiuto ogni attenzione (se non distratta, e fatalistica) a ogni teoria che non promette di durare buona per almeno un centinaio d’anni. Il presente è una truffa dispendiosa, e ben articolata da qualcuno, in cui non cado. Sono forse l’unico sedicente intellettuale italiano a non aver letto neanche un rigo di “Gomorra”, dato che la camorra mi annoia mortalmente, e mi fa anche parecchio schifo. Se a Caserta e a Napoli ci sono molti camorristi, vuol dire 1) che evidentemente vivono bene così; 2) che io mi occuperò dell’Irlanda del Nord.

  17. andrea inglese il 27 aprile 2009 alle 10:12

    Caro Paolo,
    con la sincerità di sempre ti dico le miei impressioni in rapporto a quanto hai scritto più sopra. Rimarrà una conversazione privata, anche perché parliamo di poesia e non di Scurati, ma questo è in fondo secondario.

    Tu dici: “la critica può fare ancora di più. Può argomentare fin dall’inizio di una tradizione, se questa è deteriore, fumogena, incongrua, frutto di equivoci, madre di errori teorici ed espressivi. La pluralità delle tradizioni non può essere un alibi per la tacita, complanare presenza di tutto accanto a tutto.”
    A me sembra questa un’ottica molto più intollerante di quella che io propongo. Che vale simmetricamente uanto l’intolleranza delle avanguardie più aggressive. Io riparto sempre da Anceschi: la critica è o militante, ossia in funzione di una poetica determinata, e quindi “dogmatica”, o la critica è fenomenologica, e quindi più descrittiva. Ora rispetto a questo come mi pongo io? Tento di fare un lavoro di critico militante, ma essendo consapevole di un’ottica alternativa e complementare che è quella fenomenologica. Che vuol dire concretamente? Che ad esempio c’è un certo tipo di poesia che io non riesco più a fare e neppure tanto a godere. Si tratta di poetiche per me lontane. Ma se io debbo avvicinarle con l’ottica del critico, credo che saprei individuare coloro che in quel tipo di poetica sono capaci di innovare, hanno talento e originalità, piuttosto che coloro che invece ripetono stancamente. Questo non implica: un’ecumenismo delle poetiche, tutte sullo stesso piano. Ma neppure una concezione assoluta del poetico. Io sono relativista in questo. Promuovo e credo in una poetica, penso che sia la migliore, ma so che questo NON puo’ essere un punto di vista condiviso. E sopratutto penso che sia impossibile DIMOSTRARLO. Come credo che sia impossibile DIMOSTRARE che una poetica diversa sia SBAGLIATA. Posso dire semmai quello che in essa on mi tocca, non mi sollecita, ecc. Ma credo che trovero’ sempre qualcosa di interessante, di stimolante, in un poeta di talento in grado di rinnovare una tradizione. Io credo che questo dovrebbe essere il ruolo del critico. Fiutare i talenti e riconoscere le ragion d’essere delle varie tradizioni.

  18. andrea inglese il 27 aprile 2009 alle 10:40

    Sempre a Paolo, sul secondo punto.
    Tu dici:
    “Io, ad esempio, non vivo il rapporto fra la realtà e la parola come un problema; lo do per scontato, come da millenni, e vado avanti.”
    E:
    “Nella mia immensa ma calcolata pigrizia, rifiuto ogni attenzione (se non distratta, e fatalistica) a ogni teoria che non promette di durare buona per almeno un centinaio d’anni.”
    Infine:
    “Sono forse l’unico sedicente intellettuale italiano a non aver letto neanche un rigo di “Gomorra”, dato che la camorra mi annoia mortalmente, e mi fa anche parecchio schifo. Se a Caserta e a Napoli ci sono molti camorristi, vuol dire 1) che evidentemente vivono bene così; 2) che io mi occuperò dell’Irlanda del Nord.”

    Qui il mio atteggiamento è diverso. Passo io sul binario di una minore tolleranza, anche perché poni qua una faccenda diversa e più ampia, il rapporto tra letteratura e realtà, non tra le poetiche della poesia tra di loro.
    Il primo punto lo vedo oscillare tra una grande presunzione e una grande ingenuità. E forse ci vedo pure un bel vizio italiano: l’idea che in fondo aggiornarsi cultuarlmente, intellettualmente, scientificamente sia una perdita di tempo, visto che sul suolo italico, più che altrove, la verità eterna, come la città eterna, sta di casa. Qualcuno con una tale concezione, puo’ davvero scrivere valide poesie oggi? Io – coerentemente con quanto detto nella risposta precedente – direi si, ma aggiungo, si tratterebbe di miracolo. (Un talento spaventoso.) Tutti gli altri è meglio che sian meno pigri.
    Una teoria valida almeno cento anni? Anche questa è presunzione. Qui, senza ingenuità. Anche in questo caso, si puo’ ben distinguere la caricatura dell’intellettuale-in-aggiornamento-permanente con lo scrittore che si confronta con i saperi del suo tempo. Il sacrosanto scetticismo nei confronti dell’attualità (teorica o scientifica) qui rischia di divenire un’apologia del buon senso.
    Infine, su Gomorra. Ti assicuro Paolo che sei in buon compagnia, fior di amici, intellettuali raffinati e della sinistra radicale, non hanno letto Gomorra. Quanto alle tue ultime righe: sulla camorra noiosa e su è meglio interessarsi all’Irlande del Nord non le capisco davvero. Sarà che siamo scesi ormai a un piano che coinvolge valori basilari e la mia comprensione intellettuale si ottunde. E lo dico senza ironia.

  19. Fabio Teti il 27 aprile 2009 alle 12:58

    La discussione è andata troppo avanti, anche rispetto alle mie conoscenze, per permettermi d’intervenire in maniera adeguata. Vorrei però dire una cosa: ossia che Inglese ha pienamente ragione quando parla di questo «vizio italiano»: «l’idea che in fondo aggiornarsi culturalmente, intellettualmente, scientificamente sia una perdita di tempo, visto che sul suolo italico, più che altrove, la verità eterna, come la città eterna, sta di casa». Di fatti, in anni che sappiamo bene, doveva essere un Peter Blume a scrutarci con occhio altro e restituirci l’immagine più esatta dell’eterna verità di questa Eternal City: Testa di Morto (senza stiffelius) compreso. Va da sé che s’innalzavano intanto, dal suolo patrio, ‘sentimenti del tempo’ questi sì veramente «fumogeni» o, e peggio, gli «alalà di scherani» (ma come li si poteva vedere in tutto quel far fumo?).

    S’è un OT, chiedo venia.

    Saluti

  20. Paolo Febbraro il 27 aprile 2009 alle 14:53

    Rispondo agli ultimi commenti di Andrea Inglese
    Il suo discorso sulla tolleranza e intolleranza della critica mi convince: scovare talenti ovunque essi siano, ottimo e incontestabile.
    Sul resto, aggiornamento, non aggiornamento, ecc. e camorra:
    Io non sopporto i ricatti del presente, gli adescamenti delle teorie nuove di zecca, gli uffici stampa della cosiddetta realtà. Cosa avremo dopo la globalizzazione? L’universalizzazione? E dopo i non-luoghi, i ri-luoghi? Già, dopo la globalizzazione ecco le piccole patrie regionali, in un tipico rigurgito antiilluminista. Già capito tutto. I meccanismi del capitalismo sono chiarissimi a tutti da centocinquant’anni, e non c’è nessuno che abbia trovato uno straccio di modus vivendi alternativo, che funzioni meglio, dato che il comunismo è stato una tragedia ancora peggiore, ancora più mistificante dal punto di vista della verità umana.
    Perché la camorra a Napoli dev’essere più “realtà” di una montagna svizzera? Chi me lo fa fare di prendere sul serio una società che convive con la criminalità organizzata per evidenti connivenze di interessi e ancor più di mentalità? Con una società che nella sua maggioranza, o minoranza al potere, vuole evidentemente essere mafiosa? Leggo oggi su NI la bella intervista al sindaco di Gela, che mi ha commosso. Sono felice che un uomo come lui esista, e lo sosterrò idealmente e nell’urna elettorale, come posso. Ma temo che non ci sarà bisogno di ammazzarlo, da parte dei mafiosi, basterà non rieleggerlo. Il Sud Italia è stato borbonico, sanfedista, brigantesco, mafioso-giolittiano, fascista, monarchico, mafioso-democristiano, berlusconiano. Evidentemente, in piena democrazia, gli uomini del Sud hanno deciso in maggioranza di non farsi rappresentare da virtuisti come Leonardo Sciascia, Andrea Inglese o me. Avrò il diritto di desistere dal cercare di farli diventare “migliori”, occupandomi invece della deforestazione, o magari del fatto che in Italia si scrive una quantità industriale di pessima poesia?
    E’ questo il punto: media mostruosamente potenti e invasivi mi dicono ogni giorno qual è la realtà di cui dovrei occuparmi, anzi, qual è la realtà tout court. E non ultima, la realtà editoriale, l’Ultima Teoria, che è poi sempre rigorosamente e commercialmente la penultima. Recentemente, in un convegno si è tornati a ragionare… sul “rapporto fra la letteratura o il cinema e la realtà”!!! Come fa la letteratura ad essere in rapporto con qualcosa se ne fa parte? O meglio (ma è lo stesso), come fa a non essere in rapporto con essa? Sono stufo di chi mi dice cosa sia la realtà. Chi detta l’agenda dei lavori? Bernardo Provenzano? Il Sud Italia m’interessa pochissimo, m’interessano molto o poco, a seconda, le persone che eventualmente del Sud sono o dal Sud provengono. Per quanto ne so, potrebbe essermi simpatico anche un industriale lombardo. Le Teorie – ciò di cui tutti parlano – mi darebbero sia degli stimoli a vedere ciò che non vedo, sia un modo di vederlo. Di questa possibilità, e di questa vera disgrazia (per un artista) occorre approfittare diffidando.
    Infine: come si possono scrivere “valide poesie”, oggi, con una mentalità come la mia, si chiede Andrea? Sarebbe un miracolo se ci si riuscisse, aggiunge: un talento spaventoso. Rispondo che raggiungere un talento spaventoso è il minimo per cui valga la pena tentare di scrivere: e non è una sparata alla Wilde, è pratica quotidiana, soprattutto nei lunghissimi giorni in cui non si scrive affatto. E poi, temo che questo sia davvero l’unico, grande abbaglio di Andrea. Essere aggiornati non ha mai garantito valide poesie a nessuno. Mentre tutti dicevano “Signorie, Stati nazionali!”, Dante diceva ancora “Impero!” (e forse era un progressista non volente, visto l’impero U.S.A. e il capitalismo internazionale). E del resto, Umberto Saba è più bravo di Paolo Buzzi, o di Luciano Folgore. E anche dell’aggiornato-francese Ungaretti. Gli è bastato leggere Nietzsche in un altro modo rispetto a tanti altri nichilisti ultramoderni, fra cui peraltro non pochi fascisti o nazi.
    O meglio, credo di aver capito un’altra cosa. Io non voglio scrivere poesie valide. Quelle le lascio, ad esempio, a Valerio Magrelli, poeta non a caso riconosciuto da tutti, autore di poesie come vanno scritte oggi, “di conseguenza” all’oggi. Io voglio scrivere poesie belle, casuali, dure, sorprendenti, anche e forse soprattutto contrarie all’aggiornato orizzonte d’attesa contemporaneo.

  21. gherardo bortolotti il 28 aprile 2009 alle 09:50

    ok, va tutto bene e posso essere d’accordo con molti passaggi di febbraro (tra tutti: “Perché la camorra a Napoli dev’essere più “realtà” di una montagna svizzera?” – io, per dire, gomorra non l’ho letto). però rimane il fatto che inglese è stato chiamato a scrivere proprio perché chi lo leggesse fosse aggiornato sulla “scena” francese – e quindi vien da pensare che questo aggiornamento negli effetti è sentito come utile (o necessario: perché, appunto, saba avrà letto nietzsche a modo suo ma l’ha letto). rimane anche da capire, per altro, com’è che solo il saggio di inglese (a quanto ne so) ha avuto bisogno di una postilla che lo circostanziasse.

  22. Paolo Febbraro il 28 aprile 2009 alle 15:04

    Rispondo a Gherardo Bortolotti
    Non si tratta di qui di non leggere, ma di non leggere come lo spirito dei tempi ci fa leggere, secondo la sua induzione eterodiretta; non leggere in modo da trarre conclusioni o modi di scrivere “necessari”, logicamente discendenti, grammaticalmente riconosciuti. Saba ha fatto benissimo a leggere Nietzsche, ma ha fatto ancora meglio a non leggerlo come lo hanno letto le avanguardie (fin troppo smaccate conseguenze estetiche del capitalismo maturo e delle sue fughe tecnologiche in avanti) o Heidegger.
    L’aggiornamento che avevo chiesto ad Andrea Inglese non era affatto un aggiornamento su ciò che di “aggiornato” si scriveva in Francia. L’onestà di Andrea, che ha riconosciuto come gli scrittori di cui ha parlato non fossero certo gli unici, ma solo quelli per lui più interessanti, gli ha fatto ammettere che i “suoi” scrittori prediletti sono i rappresentanti di “una” tradizione attiva in Francia, una fra le altre. Io ho cercato di spiegare a lui e a me stesso perché quella tradizione è debole, equivoca, nichilistica, aureferenziale, persino (se vogliamo) attardata. Questione di solo gusto? O piuttosto è un rifiuto di farsi precondizionare da una ipermodernità a senso unico, lanciata in folle?
    Grazie davvero.

  23. andrea inglese il 28 aprile 2009 alle 16:59

    a paolo febbraro,

    mi rendo conto che sugli argomenti che stiamo affrontando, la forma breve del commento è sempre riduttiva. Sulla questione del ricatto dell’attualità ecc., che un discorso complesso, non rispondo per ora, sperando di poterlo fare più avanti.

    Riprendo però un punto, il solito sulla questione delle poetiche. E lo riprendo perché qui non vedo ancora, Paolo, sufficiente chiarezza nelle risposte.

    “Andrea, che ha riconosciuto come gli scrittori di cui ha parlato non fossero certo gli unici, ma solo quelli per lui più interessanti, gli ha fatto ammettere che i “suoi” scrittori prediletti sono i rappresentanti di “una” tradizione attiva in Francia, una fra le altre. Io ho cercato di spiegare a lui e a me stesso perché quella tradizione è debole, equivoca, nichilistica, aureferenziale, persino (se vogliamo) attardata.”

    O le tradizioni sono molteplici o ne vale solo una. Se siamo in un’ottica dogmatica e militante, una sola vale, e tutte le altre no. Cosa vuole fare l’annuario? Se chiede a me un articolo, è perchè conosce la mia storia e mi si fornisce un’apertura di credito di questo tipo: Inglese (si spera) ci andrà a prendere tra le cose migliori delle tradizioni che gli sono familiari: le forme anche più sperimentali e di rottura nate dal modernismo, senza rischiare un’ottica troppo ristretta e unilaterale da partigiano dell’avanguardia. A questo punto resta semmai il problema di vedere se io abbia saputo cogliere i buoni talenti di quella tradizione, e non i suoi interpreti più deboli. Ammesso che tale tradizione produca ancora dei talenti. Io sono abbastanza convinto delle mie scelte, anche se quei nomi non sono gli unici, e magari altri avrebbero potuto convincere di più. Sono inoltre convinto che davvero in Francia si sia prodotta una nuova stagione, e non semplicemente una ripetizione stanca di Ponge o, peggio, di Tel Quel.
    Ma se tu Paolo mi squalifichi in blocco tutta la tradizione: da Ponge, a Beckett, a Perec, allora non accetti la coesistenza di più poetiche. Pensi che solo una o solo alcune abbiano diritto di esistere. Allora stai facendo come i neoavanguardisti chessò con Bassani, ma sopratutto quale poteva essere il senso di un invito sull’Annuario.
    Il problema è ovviamente più generale, e a me sembra che su questo non ci sia ancora grande chiarezza.

  24. Marco Giovenale il 29 aprile 2009 alle 16:15

    rapidissimo link/contributo scusandomi (appunto) della velocità:
    http://slowforward.wordpress.com/2007/09/05/lostfound/

  25. Marco Aragno il 7 maggio 2009 alle 18:36

    Ho letto con immenso interesse i vari commenti che mi hanno preceduto. Non ho, ahimé, né la stoffa né la cultura per competere in un dibattito del genere. Sono un modesto appassionato di poesia. Tuttavia voglio aggiungere una riflessione personale sul tema della tradizione: non credo che un buon poeta debba necessariamente affiliarsi ad una delle tante tradizioni accreditate dalla critica milintante, identificarsi con una corrente, darsi un marchio di fabbrica per far sì che la sua opera venga riconosciuta dai contemporeanei e consegnata all’ammirazione dei posteri. La scelta del linguaggio, del lessico, della metrica, delle immagini nasce in maniera imprescindibile dall’ispirazione e dalla prossimità più o meno consapevole del poeta ad alcuni autori. Di certo, quasi mai dall’assunzione volontaria di un’ideologia o dall’adesione ad un manifesto programmatico. Spetta alla singola sensibilità poetica recepire un tipo di letteratura che lo metta in rapporto critico con la realtà. E proprio dall’incontro del poeta-recettore col mondo che viene ad esistere una tradizione. Ho sempre diffidato dei movimenti d’avanguardia – persino quelli storicizzati come il futurismo – nati spesso a tavolino e programmaticamente orientati allo scardinamento di tutto ciò che li ha preceduti. La tradizione non è Tradizione, non è un monolite o un dogma da abbattere. La tradizione è qualcosa di vivo, dinamico che vive ed entra in circolo solo nel futuro di chi la in-venta. Per questo son d’accordo quando si parla di pluralità di ‘tradizioni’, in particolare dell’impossibilità di identificare un’unica tradizione in una contemporeanità, come la nostra, sempre più liquida e votata al ‘postumanesimo’ dei pensieri deboli. In questo, credo che sia proprio il poeta dell’oggi a creare con la sua ricerca la tradizione di ieri. Una tradizione si crea, ad essa non si aderisce.

  26. Integrazioni « slowforward il 21 maggio 2009 alle 08:06

    […] Posted by mg on May 21, 2009 Questo il thread più recente in tema di scrittura di ricerca (e autori francesi, e implicitamente italiani): https://www.nazioneindiana.com/2009/04/23/un-commento-al-saggio-di-andrea-inglese/ […]

  27. replica: INTEGRAZIONI « slowforward il 25 maggio 2009 alle 16:06

    […] Posted by mg on May 25, 2009 Questo il thread più recente in tema di scrittura di ricerca (e autori francesi, e implicitamente italiani): https://www.nazioneindiana.com/2009/04/23/un-commento-al-saggio-di-andrea-inglese/ […]

  28. madhu il 1 giugno 2009 alle 19:33

    di chi è ancora “sodale” massimo sannelli?



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