Dalla parte degli infedeli

26 aprile 2009
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qui IL RACCONTO DEL VENERDI’: LA RIMOZIONE di Leonardo Sciascia letto da GianMaria Volonte’

di
Pasquale Vitagliano

«Ci mancano la penna e la spada di Leonardo Sciascia», ha scritto Vincenzo Consolo nel 2004 in un articolo su «Liberazione». Eppure, c’è il sospetto che al salotto buono della cultura italiana non manchi affatto quel “politicamente scorretto” che denunciò i “professionisti dell’antimafia”; quello che ebbe il coraggio di indicare nella figura del giudice-legislatore il pericolo di un potere fondato sulla virtù ma senza possibilità di verifica. Non è possibile appropriarsi di Sciascia. «Di volta in volta sono stato accusato», diceva di se stesso, «di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di avere scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio. (…) Il fatto è che i cretini, e ancor più i fanatici sono tanti; godono di una così buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all’altro con perfetta coerenza».
La sua più tragica profezia è stata quella di intuire che il terreno sul quale si sarebbe realizzato il più grande incontro di questi fanatismi sarebbe stato la giustizia: la sua amministrazione, il ruolo dei magistrati, il loro inevitabile quanto pericoloso inserirsi nel vuoto della politica.

Due casi emblematici su tutti: il caso Tortora nel 1983 e il caso Sofri nel 1988: due affairs giudiziari che hanno dimostrato quanto l’Italia della manzoniana colonna infame non fosse molto lontana dall’Italia-da-bere di quegli anni. E neppure da quella di oggi: l’Italia della Seconda Repubblica, che Sciascia non ha potuto conoscere e giudicare.
E’ passato molto tempo dalla sua morte, il mondo è cambiato e la sensibilità sociale, forse, si è ribaltata. Un rimedio per i mali della giustizia? «Paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone o Poggioreale.» Immaginate se questa frase fosse stata pronunciata da Sciascia oggi, negli anni di Berlusconi, dei Girotondi e de Il Caimano.
Da quale parte, dunque, starebbe oggi Leonardo Sciascia, il più lucido e severo intellettuale italiano della fine del XX secolo? Dalla parte della democrazia, della libertà e della giustizia, che per lui rischiavano di essere ridotti a “puri nomi”. Allora. Ed oggi? Il 10 gennaio 1987 scoppiava il caso dell’articolo su I professionisti dell’antimafia. La tesi dell’articolo è semplice eppure rigorosa: «la soluzione dei problemi legati alla mafia dovrà passare attraverso il diritto, la legge, o non ci sarà soluzione, perché sarebbe come opporre alla mafia un’altra mafia, come avvenne durante il fascismo. Non si può fare antimafia lasciando che lo Stato, che le città marciscano nella corruzione e nel disservizio». L’antimafia può diventare strumento di potere: «può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando».
La forza di queste parole non stava solo nella lucidità dell’analisi. Ma, ancora una volta, nella potenza profetica, capace di scavalcare i confini stessi dell’oggetto della sua analisi. Cosa avrebbe detto, in piena tangentopoli, della via giudiziaria alla riforma della politica, della via carceraria alla lotta alla corruzione? Non avrebbero potuto quelle parole bene adattarsi anche a questo oggetto di analisi storica? Poteva esserci lotta vera alla corruzione e al malcostume senza rispetto del diritto, in nome di una solo presunta e proclamata virtuosità dell’azione giudiziaria, con tanto di tintinnio di manette?
Nella lotta alla mafia, Sciascia fu collocato dal coordinamento antimafia «ai margini della società civile». Dove lo avrebbero collocato i virtuosi dei girotondi? «Sciascia combatte Sciascia», scriveva Pansa, richiamando involontariamente un qualche tradimento dei chierici. E invece Sciascia era Sciascia. Come oggi, vent’anni dopo, Pansa non combatte Pansa, quando con i suoi libri ricorda gli eccidi del triangolo rosso e rivela le ombre della lotta partigiana, rimosse dalla retorica dell’antifascismo.
Va detto che lo difesero in pochi. La maggior parte degli intellettuali pretese l’abiura: se non ti piacciamo noi che combattiamo la mafia… Allora ti piace la mafia. Sciascia rimase inflessibile. Anzi, dette A Futura Memoria il patrimonio di idee e battaglie che avrebbero dovuto costituire il suo non negoziabile lascito di pensiero e azione. Respingere il garantismo, quale richiamo non retorico, non intermittente ed equilibrato al diritto e alla costituzione, sarebbe stato un errore incalcolabile. Nella lotta alla mafia, come anche, malgrado la sua assenza, nella lotta alla corruzione politica.
«Preferirò sempre che la giustizia venga danneggiata piuttosto che negata», questa l’eredità più duratura, non solo di un uomo libero, ma di uno degli ultimi testimoni di una tradizione di pensiero critico ed autonomo, contro «l’intolleranza del pensiero totalizzante», come scriveva Piero Ostellino in quei giorni di polemica.
E’ curioso leggere sulla pagina che apre un libro che a Sciascia sarebbe piaciuto: «Un leggero spaesamento. Questa è la prima sensazione provata da chi, abituato per ragioni di mestiere a leggere processi inquisitoriali del ‘500 e del ‘600, si accosti agli atti dell’istruttoria condotta nel 1988 da Antonio Lombardi e Ferdinando Pomarici a carico di Leonardo Marino e dei suoi presunti correi.» Chi è abituato ad occuparsi di Inquisizione è lo storico Carlo Ginzburg. L’inchiesta è quella sull’omicidio Calabresi, per il quale Adriano Sofri oggi è in carcere. Il libro è Il Giudice e lo Storico, considerazioni in margine al processo Sofri. La presenza di Sciascia, dell’ombra e del riflesso del suo pensiero, te la porti accanto per tutta la lettura di questo libro, dall’inizio alla fine.
Quale giustizia, dunque? Questa è la domanda che ti resta nel fondo e si ripete ossessivamente. Può essa arrivare a negare se stessa proprio nel momento in cui raggiunge la punta più alto di sacrificio degli uomini che la incarnano?
A Consolo, come a noi tutti, Sciascia manca. Manca la sua lucida visione profetica. Ma sarebbe ben povera cosa se tra i suoi lasciti ci fosse principalmente la visione del fallimento del Psi: «quel partito socialista – sono parole di Consolo – che alla sua fine, come frutto avvelenato, ci avrebbe lasciato in eredità un uomo e un partito: Berlusconi e Forza Italia, del cui potere o strapotere tutti soffriamo e di cui ci vergogniamo».
E, invece, ci manca l’ostinata volontà di non chiudere mai il cerchio della comprensione dei fatti umani con rassicuranti e troppo corrette conclusioni; di rimandare la risposta ad ogni dilemma un po’ più in là, per mezzo di una nuova questione, di un nuovo dubbio, di una diversa osservazione. Ci manca la tenace forza di metterci continuamente in discussione.
Quando Sciascia riusciva ad anticipare quello che sarebbe accaduto nel nostro paese intorno agli anni ’70, lui si schermiva: «Non sono un profeta, ma leggo la realtà e due più due fa quattro».
Ecco allora che, dopo la battaglia sui “professionisti dell’antimafia”, avremmo voluto sentire la sua voce, la sua riflessione adagiarsi tormentata, eppure sempre lucida, sulle stragi di Capaci e di Via Amelio. Ricevere da lui, in quei momenti di smarrimento e di resa, un barlume di comprensione. Di ascoltare un ragionamento in grado di conciliare il garantismo con il sacrificio delle vite umane, il diritto formale con la giustizia quotidiana.
Allo stesso modo, Sciascia ci è mancato al momento del crollo della politica, quando le monetine dell’Hotel Rafael consegnarono le istituzioni, nel vuoto di potere, all’azione delle Procure. Anche allora sarebbe stato decisivo ascoltare dalla sua voce come conciliare la separazione dei poteri con la degenerazione della partitocrazia; lo straripamento di potere dei giudici con l’incapacità della politica di auto-emendarsi. C’è stato, invece, il silenzio della ragione, nel rimpianto struggente di non avere alcuna voce capace di indicare una rotta, di indicarci, senza indulgenze, se sono stati più grandi i nostri torti o le nostre ragioni.
Ha scritto il filosofo Gustaw Herling che «per anni l’antimafietà è stata la misura di tutto. Con l’eccezione di Sciascia: gli altri facevano e fanno romanzi sulla mafia, però, solo lui seppe portare la mafia dentro la sua narrativa e i suoi saggi bellissimi.» Opere che partivano dall’Onorata Società, in realtà, parlavano del “limite del mondo”.
Contraddisse e si contraddì», diceva Leonardo Sciascia di se stesso. E questa è la sua più stringente eredità. Ed ancora, con le parole di Candido Munafò, «la morte è terribile non per il non esserci più ma, al contrario, per l’esserci ancora e in balia dei mutevoli sentimenti, dei mutevoli pensieri di coloro che restano» (Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia). Ci ha lasciato il coraggio di fare i conti con il limite umano; con i suoi libri e i suoi articoli ci ha condotto per mano su quella debole corda che separa, anzi no, unisce il giusto e il torto; la forza della denuncia e la mansuetudine della comprensione; l’anelito ad un mondo migliore e la pesante difesa della ragione e del diritto.
E ci ha così fatto vincere la paura di sbagliare, di cadere. Ma oggi siamo rimasti soli. Un po’ meno capaci di leggere la realtà di oggi.

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15 Responses to Dalla parte degli infedeli

  1. pasquale vitagliano il 26 aprile 2009 alle 11:56

    Caro FF,
    Ricordi la voce? La ricerca della voce di Cesare Pavese…
    Trovare, grazie ai tuoi geniali palinsesti multimediali, le mie “cronachette” sotto La Voce di Zi Leonardo, come lo chiama un mio fraterno amico siciliano di Agira, è struggente. Semplicemente.
    Grazie

  2. Nicola Cusumano il 26 aprile 2009 alle 13:21

    si ma perchè questi acrobatismi snervanti? l’eredità intellettuale di Sciascia meriterebbe la massima linearità e non questo labirintismo.

  3. schillo il 26 aprile 2009 alle 14:26

    La voce di Sciascia, come quella di Pasolini, negli anni della Balena Bianca aveva comunque un ruolo nella società (polemico, profetico) ed entrava nel dibattito dell’opinione pubblica.
    Oggi la voce di Consolo, ad esempio, è relegata a qualche colonnina di quotidiano e non riesce a parlare ad una opinione pubblica ormai parcellizzata, superficiale.
    Oggi il discorso politico è di competenza esclusiva della politica dei palazzi e delle televisioni, è soltanto gioco fazioso e demagogico. Anche prima lo era, ma un articolo di Sciascia riusciva a scatenare un dibattito importante e anche dei feroci attacchi. Oggi è la politica che parla di sé stessa come al confessionale di un reality show. Le altre voci vengono lasciate ai margini del Discorso, nelle regnatele del web, oppure sono censurate, ridicolizzate.
    @nicola: non sono d’accordo. La lucidità di Sciascia era comunque lotta continua contro il labirinto. La sua tensione illuministica era appunto tensione, mai monopolio cartesiano. E veniva dall’oscurità, dal profondo delle zolfatare, dalle mistificazioni del potere religioso-politico-mafioso. Luce sì, ma sempre dentro un labirinto.

  4. effeffe il 26 aprile 2009 alle 15:11

    Nicola, sarebbe anche ora che i teorici del “semplice e lineare” tornassero a progettare autostrade e a lasciare la letteratura o almeno l’idea di essa ai flâneurs e ai cartografi delle derive.

    effeffe

  5. Sulromanzo il 26 aprile 2009 alle 15:57

    Signor Vitaliano,

    “E, invece, ci manca l’ostinata volontà di non chiudere mai il cerchio della comprensione dei fatti umani con rassicuranti e troppo corrette conclusioni; di rimandare la risposta ad ogni dilemma un po’ più in là, per mezzo di una nuova questione, di un nuovo dubbio, di una diversa osservazione. Ci manca la tenace forza di metterci continuamente in discussione”.

    Mi ha colpito questo punto preciso. Dal canto mio, concordo pienamente. Troppe conclusioni rassicuranti, quasi un senso critico assopito, accomodante, omologato nelle forme o nelle intenzioni. Il nostro è un paese nel quale stanno cambiando le viscere della sostanza culturale comune, forse più istruiti, ma di certo più poveri nello slancio, nella tensione verso la verità. Quanti spargono o sono convinti di spargere verità? Poi, con più attenzione e umiltà, ci si accorge invece di quanto quella parolina sia una maschera, debole, ma che persuade, che convince molti.
    Sciascia dubitava delle verità, esplorava la verità, o almeno questo m’è parso informandomi negli anni sulla sua personalità eccezionale.
    Ci manca, sì.

  6. Sulromanzo il 26 aprile 2009 alle 15:58

    Pardon, un errore: Vitagliano.

  7. pasquale vitagliano il 26 aprile 2009 alle 17:47

    Grazie per i commenti. Anche l’osservazione di Nicola Cusumano mi fa riflettere. Le parole di Sciascia udite qui sono infatti contro la stupidità come complicazione. Bisogna semplificare dice. E’ proprio così. I labirinti, però, non sono complicazioni. Forse a Sciascia i labirinti, illuministicamente, sarebbero piaciuti. A parte questo, faccio mia l’obiezione.

    PVIT

  8. Nicola Cusumano il 26 aprile 2009 alle 17:49

    @schillo
    hai ragione, innegabile “una serena inquietudine” di fondo ma sul piano formale fluidità e chiarezza. parlavo di questo.

    @effeffe
    si va bene, flâneurs e cartografi di derive. mi piace.

  9. Nicola Cusumano il 26 aprile 2009 alle 18:25

    @pasquale vitagliano

    sono felice che tu colga il senso (pro-)positivo della mia valutazione.

  10. francesco forlani il 26 aprile 2009 alle 18:31

    @nicola
    diciamo che senza immaginare una terza via tra quella sperimentale, complessa, vitale, umbratile, oscura e l’altra clara et fresca, leggere e scrivere per tutti, si possa tentare un incontro a metà strada, da lettorescrittore a lettorelettore, no?
    effeffe
    ps
    più andiamo avanti e più mi convinco che questa storia della stupidità dei lettori (e della vita) sia stata inventata di sana pianta per sdoganare la stupidità degli scrittori. Vivere non è affatto semplice.

  11. Daniele Greco il 26 aprile 2009 alle 23:13

    Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche “leggerezza”, che sa essere “leggera”, può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità.

    L. S., nero su nero, 1979, p. 117

  12. pasquale vitagliano il 26 aprile 2009 alle 23:35

    Anche Daniele Greco evidenzia un aspetto importante (non a caso citando lo stesso Sciascia). La corda dell’articolo, però, non è l’intelligenza. E’ la commozione. Quello che ci manca è l’ “intelligenza” di Sciascia. Questo è un mio personalissimo rimpianto.

  13. Elisabetta Pieretti il 26 aprile 2009 alle 23:36

    Non so, ma a me questo costante richiamo alla leggerezza comincia a snervarmi…Il mondo E’ complesso e non si può prertendere di studiarlo, analizzarlo e, tanto meno, capirlo attraverso una sola categoria (la leggerezza, appunto…ammesso che possa considerarsi una categoria di pensiero…., non so); è pericoloso affezionarsi alla leggerezza, alla seduttiva semplificazione….Per il resto…io adoro Sciascia e il testo mi è proprio piaciuto.

  14. schillo il 27 aprile 2009 alle 01:25

    la categoria di “leggerezza” non è buona o cattiva a priori, ma assume senso soprattutto nell’accezione della “essenzialità”, che mi sembra quella più vicina all’opera di Sciascia. E’ questa, forse, a mancare oggi: l’intelligenza come ricerca dell’essenziale, della verità. Come diceva un altro grande siciliano, Lucio Piccolo: “[…]con il fine nobilissimo di arrivare ad una sognata, ma irraggiungibile, essenzialità”.

  15. nolanus il 27 aprile 2009 alle 12:02

    forse sarebbe il caso di ricordare che sciascia, negli anni in cui faceva tutte le battaglie menzionate, era un radicale, compagno e sodale di marco pannella fino alla svolta transnazionale, dunque fino alla fine degli anni ottanta. lo dico solo perché in genere è un “dettaglio” omesso, e considerato imbarazzante da alcuni. le battaglie sulla giustizia, in particolare, vengono da lì, e avevano un (piccolo) partito alle spalle, così come le polemiche sui professionisti dell’antimafia.



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