A Gamba Tesa : la critica in Italia e la naftalina

27 aprile 2009
Pubblicato da

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di
Francesco Forlani

Ieri, discutendo con un’amica del più e del meno, ci siamo interrogati, più o meno, su questa “scoperta” o riscoperta da parte della critica letteraria del favoloso mondo di Amélie de Blog. E mentre ne parlavamo, a un certo punto, lei mi ha detto : “ma cos’è questa puzza di naftalina?”
Hai proprio ragione, ma non saprei da dove provenga. Se dalla camera accanto, ma in un monolocale è difficile, o dall’armadio a muro, magari lasciata dal precedente locatario. ” – ho fatto io.
E ci siamo lasciati così, con quello strano odore, non più puzza e non ancora profumo, Successivamente, vuoi per capire cosa stesse accadendo, vuoi per la noia della pioggia incessante, ho aperto una dopo l’altra le stanze di Nazione Indiana, per trovare “la chose”.
E ho cominciato dal primo post di cui mi ricordavo, ovvero l’articolo di Emanuele Trevi

Se dovessi indicare una data anniversaria di questa découverte la collocherei proprio a partire dal fortunatissimo articolo di Emanuele Trevi (più di cinquecento commenti) postato da Piero Sorrentino. La meglio gioventù critico letteraria espresse la propria posizione sull’oggetto della contesa, cos’è la “vera ” letteratura, partendo dal pamphlet del NIE, più o meno criticamente, e con riserve talvolta eccessive al punto da far sbottare un eccellente lettore e commentatore:

“Non dimenticare i lettori. Almeno per me, è la prima volta che mi trovo a poter comunicare e leggere in presa diretta (anche se in web) con Trevi, Cortellessa, WM1, Pincio, voi di NI e tutti gli altri. Si forse nessuno cambierà idea, e forse il fine non è questo, ma rendere almeno certi nodi più espliciti. Sono saltati fuori titoli di libri che magari nessuno ha mai letto o conosceva prima, così come temi e riflessioni, ognuno porta se stesso e sarà libero o meno di approfondire a suo modo e tempo.”

L’apprezzamento di questa cosa coi commenti (i blog) Emanuele Trevi l’aveva del resto già espressa quando scriveva:

ho scoperto il magico mondo dei comments con qualche decennio di ritardo, ma ormai è una dipendenza ! dicevo al mio amico Piero Sorrentino che mi ero incuriosito perché avevo visto un gran numero di commenti al pezzo sulla “camera separata“ di Garboli, e allora mi ero messo a leggerli, stupito del fatto che tanta gente avesse qualcosa da dire sull’opera di questo grande saggista ahimé ormai dimenticato come accade sempre in italia pochi anni dopo la morte (per poi, come si spera nel caso di c.g. essere riscoperti più tardi).

Per poi aggiungere qualcosa a mio avviso “vitale” per qualsiasi militante di quello strano partito chiamato Litteratur.

Oggi si parla SOLO di romanzi CHE VENDONO, non c’è nient’altro che ha una reale importanza, ammettiamolo. voglio dire: un Cioran di vent’anni morirebbe di fame. Non c’è una persona al di sotto dei 40 anni che abbia mai sentito solo nominare libri come
“il pesce-scorpione” di Nicolas Bouvier
“viaggio in armenia” di Osip Mandel’stam
“sentieri nel ghiaccio” di Werner Herzog
“colloqui con kafka” di Gustave Janouch
Cosa sono questi libri: atti linguistici piantati nella loro singolarità, solitudini che diventano forme irripetibili, sulle quali non è possibile esprimersi usando un “noi”. ringrazierò sempre un uomo come Cesare Garboli per avermi insegnato a diffidare di ogni collettività, anche mascherata da comunità. per chi è vissuto sotto il fascismo, mi diceva sempre, il pronome “noi” fa raggricciare la pelle. Grazie a Piero Sorrentino e a “nazione indiana” dell’ospitalità: e chi se ne frega se andiamo fuori tema ! avrei tante cose da raccontare, su “q” dei Luther B., su Garboli e Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi che scrisse una bella (ma velenosa) recensione sulla “talpa”, su cosa sono gli eretici e cosa sono gli gnostici…sull’eterna lotta tra chi crede che il mondo possieda un significato e chi lo ritiene un’illusione, la suprema magia degli dèi…ma ragazzi, bisognerà trovare un minimo di ordine in questo guazzabuglio

Il guazzabuglio

Tutto a ‘nu tratto,che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato…dormo,o è fantasia?

A livella, Totò

A partire da qui ci sono stati altri grandissimi momenti della critica su NI e lo dico senza alcuna ironia e in totale stima del lavoro svolto da indiani come Domenico Pinto o Massimo Rizzante, nel proporre pagine di critica così necessarie alla letteratura. Ma la questione che sembrava soggiacere, relativa al realismo o meno delle nuove scritture italiche rimaneva sospesa ogni volta e intanto l’odore di Naftalina probabilmente sostenuto dalla coscienza che ne avevo, sembrava aumentare d’intensità. Ecco che gli scetati (i realisti) incrociavano i ferri e le braccia ogni volta, a seconda delle occasioni, con gli agnostici ( addurmuti) e gli immaginisti ( fantasia). A prescindere infatti dal tema trattato, sia che si scrivesse di premi letterari canonici ( lo strega) o di quelli delle isole giapponesi Ryukyu ( premio Pordenonelegge) le bruit de fond, si riproponeva ogni volta come un rigurgito, alla tavola dei commensali accorsi numerosi per celebrare la morte del romanzo contemporaneo italiano. Intanto la naftalina aveva invaso ogni spazio del mio monolocale e non solo. Al punto che il mio inquilino del piano di sopra che vale tre inquilini del piano di sotto e fa l’architetto ha bussato alla porta per chiedermi, timidamente, se vi fossero problemi.
Lo sente anche lei quest’odore?” gli ho sparato a raffica prima ancora che mi dicesse buongiorno.
A naso si direbbe naftalina”
E’ tossica? Fa male?”
“Non veramente. Passerà, non si preoccupi, basta aprire il balcone e e fare circolare un po’ d’aria”
Poi ha aggiunto. “A me succede ogni volta che apro gli inserti letterari”
“Eggià” faccio io e mentre chiudo la porta capisco finalmente perché ogni settimana mi lascia sotto lo zerbino gli inserti culturali. Il sabato Repubblica e Manifesto, la domenica il Sole 24 ore…
E la prima cosa che faccio è di andare a pescare la pila di inserti che ho conservato in libreria e di gettarli in un contenitore verde dall’altisonante nome Cartesio, in cantina. Quando torno su, l’odore di naftalina è meno forte ma permane.
Ripenso a Cartesio, sfortunato filosofo riciclato dai creativi della differenziata, e di colpo realizzo che a questo punto soltanto un ragionamento, semplice, potrà salvarmi. Quante di queste cose dette dai critici interverranno sulla scrittura del romanzo a cui sto lavorando?

Rete

Quando eravamo bambini, ragazzi, si giocava al pallone facendo, con mucchi di abiti e borse, le porte. Si giocava tra i brulli campetti di fronte al Palazzo Reale. Non c’erano i pali, e men che meno le reti, come ora. Eppure, tutti sapevano quando la palla era uscita, il tiro oltre la traversa. Addirittura c’era chi poteva dire di aver fatto un gol mettendola nel set.
Era dentro. O era fuori. Basterebbe per la letteratura, e per la vita quella stessa consapevolezza
.
da qui

A prescindere dagli strumenti critici che uno scrittore potrebbe anche non possedere, altrimenti non si spiegherebbe come mai gli eccellenti critici nostrani non abbiano sfornato quei capolavori di cui sentono così la mancanza, un piccolo critical kit, ogni autore deve pur possederlo, una visione della porta, se non evidente quanto meno chiara, per poter dire se una propria pagina appartiene al tiro alto e cieco da calcio giocato all’oratorio o all’antologia immaginaria e soggettiva dei tiri entrati nello specchio della porta.
E non puoi certo aspettare vent’anni come i critici appunto che ti dicono a quarant’anni di distanza cosa è rimasto del gruppo ’63 (ecco una domanda che mi viene da fare ma poi l’insorgere dell’odore di naftalina mi trattiene dal farlo.)
Per tornare allora alla cosa che mi interessava condividere con voi, ovvero, all’atelier della scrittura, quella strana officina in cui esperienze di vita, emozioni, ricerche di archivio, suggestioni, formano l’humus da cui usciranno dei personaggi e delle storie, ma soprattutto voce e lingua del romanzo, come scriveva Gilda Policastro, proverò a formulare delle ipotesi. E mi auto intervisto. (Preciso che questo libro è in fase di scrittura, quindi non esiste, ergo non si promuove alcunché!)

Innanzitutto perché mi interessa la storia d’amore tra Eugenio Montale e Irma Brandeis?

Perché credo che una storia d’amore sia quanto di più complesso, inattuale, romanesque, e soprattutto di politico, che “noi umani” possiamo raccontare, come la nostra tradizione ci ha insegnato, sia che si tratti del don Quichotte di Cervantes o dell’ Idiota di Dostoevskij.

Perché raccontare la vita di una città come Firenze ai nostri giorni?

Perché una città d’arte invasa da “innocui” e disturbanti topi, inondata di marche e commerci di prodotti e turisti, rappresenta secondo me una linea di fuga e insieme un contrappunto alla visione ed esperienza del contemporaneo

Perché soffermarsi sull’importanza della parola nell’immaginario di una donna?

Perché interrogarsi sul femminile (le devenir femme, à la Deleuze) potrebbe giovare a una maggiore comprensione di certi malintesi sociali e di potere.

Poiché sento venire su un forte odore di naftalina, mi fermo con le domande “alte”, con tanto di ammiccamento alla critica, e scendo al livello terra terra, più sporco ma sicuramente più adatto al locale, monolocale, officina, da cui sono partito.

Seconda parte dell’auto intervista.

E per fare questo devi per forza andare a Firenze? Dormire alla pensione Annalena in cui è ambientato il romanzo? Fare un giro al Gabinetto Vieusseux che ha organizzato, secondo la tua storia, il convegno a cui è invitato il tuo personaggio chiave, e poi leggerti i documenti relativi alle periferie, perché lui, appartiene a quell’assessorato? Scrivere agli uni e agli altri, per approfondire certe cose? Pagarti – e con quali soldi?- dei viaggi a destra e a manca per incontrare l’amica più cara del poeta, (tra parentesi persona magnifica che ti dici che comunque vada il libro è valsa la pena conoscerla) e a cui rivolgi ossessivamente la stessa domanda, ovvero di come un uomo per niente bello, anzi decisamente brutto, di dieci anni più vecchio, potesse “affascinare” una donna brillante, giovane, intelligente e bella (per di più americana) e ti immagini la risposta: la parola. e lei ti fa capire che no, non è quello, ma piuttosto l’aura che aveva Eusebio il suo modo di entrare in risonanza con le donne, coglierne il desiderio di esserne muse, ed esaudire quel desiderio soltanto? E le nature morte di Flegel, quelle in cui si vedono topi e scarafaggi accanto alle ceste di frutta? E per la passeggiata che vuoi raccontare, di Fedor Dostoevskij a Boboli, immaginare prendendo spunto da poche note scritte dalla moglie, ti fai una canna?:

“Alla fine del novembre 1868 ci spostammo nell’allora capitale d’Italia e andammo a stare nelle vicinanze di Palazzo Pitti. 
Il cambiamento ebbe di nuovo un effetto benefico su mio marito e noi cominciammo ad andare insieme per chiese, musei e palazzi.Il dottore mi aveva prescritto di camminare molto ed ogni giorno io e Fedor Mihajlovic andavamo al Giardino di Boboli dove, nonostante fosse gennaio, fiorivano le rose. 
Qui ci scaldavamo al solicello e sognavamo la nostra felicità futura”

Stongo scetato…dormo, o è fantasia?

Quale stato dei tre farà di quello che sto scrivendo, un libro, anzi il libro più bello che io abbia mai scritto? Non basterà la “storia”, buona che ho per le mani, le intenzioni, buone, né tanto meno le ossessioni. Forse lo stile che si imporrà, il registro che codificherà personaggi e voci. Come scriverla? Chissà. Ma la domanda, qui, è un’altra. Sarà invenzione o realtà? E cosa rispondere?
Una cosa la so per certa però ed è da un certo tempo che ne ho la consapevolezza. Quel che accade a un autore è molto simile a ciò che succede a un attore. Un attore, evidentemente, di una scuola in particolare, ovvero quella conosciuta comunemente come Actor’s studio e che si rifà al metodo Stanislavskj.

Tra i punti di siffatto metodo troviamo infatti due strategie (da wikipedia) :

I processi di personificazione e reviviscenza [modifica]

Due sono, per Stanislavskij, i grandi processi che sono alla base dell’interpretazione: quello della personificazione e quello della riviviscenza.

Il processo di personificazione parte dal rilassamento muscolare per proseguire con lo sviluppo dell’espressività fisica, dell’impostazione della voce, della logica e coerenza delle azioni fisiche e della caratterizzazione esteriore.
Il processo di reviviscenza parte dalle funzioni dell’immaginazione e prosegue con la divisione del testo in sezioni, con lo sviluppo dell’attenzione, l’eliminazione dei cliché, e l’identificazione del tempo-ritmo. La reviviscenza è fondamentale perché tutto ciò che non è rivissuto resta inerte, meccanico ed inespressivo. Ma non basta che la reviviscenza sia autentica: essa deve essere in perfetta consonanza con la personificazione. Infatti, a volte, una reviviscenza profonda è deformata da una personificazione grossolana dovuta ad un apparato fisico non allenato ed incapace di trasmettere quello che l’attore sente, per cambiare il modo di vivere.

Un altro elemento è la memoria emotiva, che ti fa riprovare tutti i sentimenti vissuti; essa ti aiuta nella rappresentazione in quanto li mantiene vivi. Aiuta a ripetere la scena senza riprendere il procedimento per arrivare al sentimento e nello stesso tempo evita la ripetizione sterile della scena.

La memoria emotiva può essere stimolata attraverso i cinque sensi e da oggetti animati, oppure tramite dalle azioni fisiche, dalla logica e coerenza e dal “vero”.

Vero o reale? (nota di effeffe)

L’attore deve avere una vita intensa, ricca di fantasie ed emozioni, e deve avere inoltre uno stretto contatto con la natura.
E l’autore?

Stanislavskij (cito sempre dalla Iper Pop wikipedia) parla di vari tipi di comunicazione: il contatto con se stessi, in cui è difficile individuare con precisione soggetto ed oggetto interiori. Il contatto reciproco fra più attori è più facile, ma è necessario eliminare il “vizio di mestiere”, che non ascoltando la risposta dell’altro, distrugge la continuità del contatto reciproco ed interrompe il flusso dell’energia e dei sentimenti.

la seconda riprende la massima di Puskin: la verità delle passioni e la verosimiglianza dei sentimenti nelle “circostanze date”

Un lavoro dell’autore su se stesso, insomma, si dovrebbe fare quando si scrive.
Intanto l’aria diventa respirabile. E’ ora, forse, di uscire, allo scoperto.

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88 Responses to A Gamba Tesa : la critica in Italia e la naftalina

  1. michele sisto il 27 aprile 2009 alle 17:01

    Non so, mi chiedo dove porti un post come questo. A una prima lettura ci sento odore di naftalina più che nella stantia “critica italiana”, odore diffuso in una nebbiolina critica che si traduce in oblio dei lettori (quello che si voleva evitare, no?).

    Ma forse è questa retorica del nuovo a fuorviarmi, facendo apparire “il lavoro dell’autore su se stesso” come l’unico vestito nuovo e ogni altro approccio critico come vecchi stracci in naftalina.

    Magari sono io che non riesco a cogliere il punto. Provo a metterla in positivo: ci dici, F.G., che le categorie critiche che hanno dominato le recenti discussioni (realismo, fantasia, avanguardia, epica, ecc.) sono vecchie. Sì, può essere.

    E il nuovo? Il nuovo, sembri proporci, è una critica che si proponga di indagare le vie della creatività, ovvero i processi che portano alla stesura di un’opera letteraria. Il miglior critico sarebbe dunque, naturaliter, il critico scrittore, come Forlani stesso, e come Trevi.

    Nulla in contrario: mi sembra una proposta legittima e interessante (una tra le diverse possibili). Ma ho capito bene? Di questo si tratta quando inviti a “uscire allo scoperto”?

  2. michele sisto il 27 aprile 2009 alle 17:02

    Naturalmente era F.F., non F. G. Pardon.

  3. véronique vergé il 27 aprile 2009 alle 17:05

    Uscire allo scoperto, libero, in armonia con il libro in gestazione.
    Di solito l’autore fa dialogo in solitudine, senza vera risposta.
    E’ un regalo condividere le domande, le risposte che si giocano nella mente. Il lettore non ha quasi il privilegio di entrare nella mente di uno scrittore che lavora a un libro. L’intervista è fatta dopo, quando i momenti di dubbio sono dimenticati o sembrano un nuvole scomparso.
    Il libro è fatto e tutte le domande in corso di lavoro sono scomparse per magia.
    Ho letto con mente svegliata l’ultima parte che fa un paragone tra lo scrittore e l’attore, allora che non vedevo la similitudine.
    Una domanda mi occupa: l’attore deve avere uan vita intense.
    Vita nella realtà ( viaggio, avventure, sperienza)? Si puo scrivere in assenza di vita reale? Si puo provare il viaggio nella scrittura, attraversare emozioni che sono solo del passato? Per me sono domande importanti. Scrivere puo invitare a’ un altra vita più ricca o mi sbaglio?
    Scrivere non è possibile con un corpo in assenza. Ho paura che sia la verità. Non si puo scrivere senza vivere nella realtà.

  4. francesco forlani il 27 aprile 2009 alle 17:08

    e bravo a michele :-)
    effeffe
    ps
    tranne quando dici che, Il miglior critico sarebbe dunque, naturaliter, il critico scrittore, come Forlani stesso, e come Trevi.
    Questo non lo penso, veramente. Anzi.

  5. véronique vergé il 27 aprile 2009 alle 17:12

    Ho capisco ” uscire allo scoperto” come essere nella sua verità al mondo e l’offrire.

  6. pasquale vitagliano il 27 aprile 2009 alle 17:16

    Mi sento di aggiungere solo una citazione di Borges:
    Sono più orgoglioso delle cose che ho letto che di quelle che ho scritto.
    Ciao FF

  7. sparz il 27 aprile 2009 alle 17:19

    Però, France’, che buona la naftalina, ogni tanto mi farei di naftalina…..

  8. francesco forlani il 27 aprile 2009 alle 17:20

    anch’io quando ti leggo!
    effeffe

  9. véronique vergé il 27 aprile 2009 alle 17:43

    La memoria emotiva mi sembra un cammino ricco, ma pericoloso.
    Ma è vero scrivere fa sorgere dal nocturne ricordi. Si vede dopo anni immagini bellissimi perché vissute di nuovo al rischio di soffrire.
    Ho pensato a Proust au buisson d’aubépines. Nella memoria dello scrittore anche se il romanzo non è autobiografico, le buisson d’aubépine
    è il colore, il profumo dello stile.
    Il problema è quando la memoria emotiva straripa. Padronare la sua emozione è una qualità per un artista. E’ una questione di equilibrio, di musica. Un artista sopraffata non puo creare. E’ un duro lavoro su se stesso.

  10. véronique vergé il 27 aprile 2009 alle 17:43

    Soprafatto dall’emozione, volevo dire

  11. Gian Paolo Serino il 27 aprile 2009 alle 18:11

    La cultura è entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo.
    Concordo con quanto scrive Francesco Forlani: inutile nasconderci dietro un dito. Credo che “la naftalina”, la polvere accademica, il qualunquismo da bestseller, la vetrinizzazione culturale sia un pericolo sempre più incombente. Si può fare resistenza ma è sempre più dura. Andando in libreria, ma non è snobismo, vedere pile di LArsson e CAmilleri, avvilisce pensando a CIoran nascosto a scaffale.

  12. Diamante il 27 aprile 2009 alle 18:40

    @veronìque vergè
    Chiedi: “Si puo scrivere in assenza di vita reale? Si puo provare il viaggio nella scrittura, attraversare emozioni che sono solo del passato? Per me sono domande importanti. […] Scrivere non è possibile con un corpo in assenza. Ho paura che sia la verità. Non si puo scrivere senza vivere nella realtà.”
    Credo che la risposta (positiva) alla tua domanda stia nel fatto che è esistito Franz Kafka.

  13. soldato blu il 27 aprile 2009 alle 18:43

    @ effeffe

    Il tuo vicino architetto ha detto balle. non è vero che la NAFTALINA non fa male. A me, per esempio, può fare MOLTO MALE. Forse l’architetto voleva sbarazzarsi di te, pensando che tu avessi il mio stesso difetto.

    O, chessò, impedirti di portare a termine il romanzo perché magari non gli piacevano i personaggi.

    Nel romanzo c’è qualche personaggio sardo?

    *

    CHE COS’E’ IL FAVISMO.

    Il favismo è una malattia genetica ereditaria(La carenza di G6PD è una condizione che si eredita, e poichè è ereditaria non esistono cure.) causata da difetto congenito dell’enzima glucosio-6-fosfato-deidrogenasi (G6PD), normalmente presente nei globuli rossi e fondamentale per la loro sopravvivenza. La carenza dell’enzima provoca un’emolisi acuta (distruzione dei globuli rossi) con ittero. La crisi è scatenata quando il soggetto fabico assume (o ne inala i vapori) fave, piselli, particolari vegetali, sostanze (NAFTALINA, trinitrotoluene) o alcuni farmaci (antipiretici e analgesici, antimalarici, sulfamidici, salicilici, cloramfenicolo, alcuni chemioterapici, chinidina, menadione, blu di metilene ecc.). [web]

    *

    (In Sardegna soffre di favismo il 20% della popolazione maschile, un po’ più bassa la percentuale per quanto riguarda la popolazione femminile.)

  14. Daniele Muriano il 27 aprile 2009 alle 18:51

    non c’entra molto con questo gran bel pezzo di Forlani, cioè questo “pezzo” di Forlani, ma vorrei dire una cosa: recentemente, leggendo italiani soprattutto (…) mi capita di indovinare una specie di proporzione o di algoritmo per quanto concerne la ricchezza di strumenti critici di alcuni scrittori e la pochezza e la stereotipia della “voce” narrativa, quasi una proporzione inversa, cioè, tra capacità di analisi critica e di “sconfinamento” creativo, un legame tra l’aggettivo sotto spirito (o naftalinizzato) e le dichiarazioni neoneoavanguardische, il che è forse un caso molto italiano (non so, ditemi voi), dove questa figura di scrittore/critico-faccio-io-tutto, grazie anche alla rete, ai blog, ha preso posto di primo rilievo, per lo meno quanto a numero di lettori.

    Cioè se Forlani dice:

    “A prescindere dagli strumenti critici che uno scrittore potrebbe anche non possedere, altrimenti non si spiegherebbe come mai gli eccellenti critici nostrani non abbiano sfornato quei capolavori di cui sentono così la mancanza”

    A me pare che i capolavori – italiani – di cui pure io sento la mancanza, e che mi aspetterei dagli stessi (…), siano castrati sul nascere perchè viziati da una posizione precostituita nel panorama della Critica, cosa che, in molta della letteratura americana, a cui guardano (…), accade meno, perchè molti di quegli scrittori favolosi sono anche tremendamente ignoranti.
    La cosa poi buffa è come gli stilemi di questi, americani ad esempio, vengano poi assunti da (…) e naftalinizzati nella nostra letteratura.
    Nella mia visione – semplificata e ignorante -, oggi, qui ed ora, c’è da una parte il mercato che tira per la giacchetta i talenti, dall’altra, invece, c’è l’ambizione da super-visione criticoletteraria, che ‘educa’ sul nascere i bambini sani.
    Non mi riferisco a Forlani scrittore di cui non ho ancora letto nulla. E’ un commento vago e inoffensivo questo. … ..Chi ha orecchie per intendere tenda, gli altri si rilassino.

  15. Gena il 27 aprile 2009 alle 19:58

    Il pezzo è veramente interessante, dopo tanto discorrere su cosa sia la letteratura, si prova a farla.

    Soldato Blu, che c’entra il Favismo?

    Scusa Francesco!

  16. Gena il 27 aprile 2009 alle 20:03

    Comunque bisogna essere fabici al 100% per avere un disturbo così grave, con la sola inalazione!!

  17. soldato blu il 27 aprile 2009 alle 21:06

    @ Gena

    Inalare. Pericolosamente inalare. Penso che sia solo questa la funzione che posso assumermi in questo trhead.
    Che poi ci sia qualcuno così sicuro delle proprie basi genetiche, da assumersi la funzione di Eta Beta io proprio non saprei.

  18. Daniele Muriano il 27 aprile 2009 alle 21:14

    p.s.s. Nel commento: “non c’entra molto con questo gran bel pezzo di Forlani, cioè questo “pezzo” di Forlani”…. la seconda occorrenza di ‘pezzo’ è nell’accezione di ‘parte’ di, della scrittura di.
    Lo preciso perchè può essere inteso in senso svalutatativo.

  19. Idea Vagante il 27 aprile 2009 alle 21:45

    Il contributo di Francesco Forlani mi sembra molto stimolante, perché apre un orizzonte di interrogativi che costituisce l’humus della letteratura, sia di quella creativa che di quella teorico-critica. Non condivido però la propensione a etichettare come “accademica” certa critica, in quanto l’odore che spesso io sento nell’ambiente (molto spesso purtroppo) è di grande e sonora ignoranza e non di naftalina. Tale definizione (“critica accademica”) è sorpassatissima: nelle aule accademiche ormai si alza solo del fumo maleodorante di ignoranza.

  20. Diamante il 27 aprile 2009 alle 21:47

    @Daniele Muriano
    Sono d’accordo con te quando dici che gli scrittori italiani sembrano quasi più critici che talvolta scrivono storie che non invece narratori puri. L’esempio più fulgido è Walter Siti, eccellente accademico, uomo di cultura immensa, critico squisito quando vuole, ma romanziere asfittico. Non so invece fino a che punto i grandi romanzieri americani siano davvero “ignoranti”; credo siano perlomeno grandi lettori – senza leggere molto è impossibile scrivere bene, è una regola aurea, questa. Però forse sono meno accademici, più liberi anche nei confronti di editoria e critica; e i risultati si vedono.

  21. Idea Vagante il 27 aprile 2009 alle 22:19

    Non so cosa si accaduto: ora appare per 2 volte lo stesso commento. Mi spiacerebbe se il sistema riportasse tante volte i miei tentativi. Me ne scuso.

  22. macondo il 27 aprile 2009 alle 22:55

    Effeffe, mi spiace ma contro l’odore persistente di naftalina non c’è nulla da fare. L’unica cosa, semmai, è cambiar casa…
    Ma sei sicuro che quella che odori sia la naftalina “giusta”? Sai, c’è naftalina e naftalina (come c’è architetto e architetto),,, Cmq, non odorar ma scrivi e passa.

  23. Gena il 27 aprile 2009 alle 23:00

    @ Mister Blu
    Bene:-), non cuciniamo le fave. Stiamo alla larga dalle inalazioni.
    Sia pure letterarie!

  24. macondo il 28 aprile 2009 alle 01:13

    ah, effeffe, Don Quijote, por favor

  25. soldato blu il 28 aprile 2009 alle 07:20

    – In ogni modo ci saranno grassi pascoli per i sensi – osservò Naphta. – Un gusto classicheggiante farà pompeggiare il corpo, nel marmo e coi colori, quel corpo peccaminoso che fu tolto alla putrefazione. Ciò non deve meravigliare dato che, a furia di tenerezza, non si volle neppure farlo punire…

    THOMAS MANN, La montagna incantata, dall’Oglio editore 1930.

  26. francesco forlani il 28 aprile 2009 alle 08:59

    provo a rispondere nell’ordine a:
    @Veronique:
    ci sono molte idee di letteratura, per fortuna, così come molti approcci critici, e la questione si risolve solo decidendo da che parte stare, magari lasciandosi tentare da cose, opere, che ti giungono da dove meno te lo aspetti. Aderire a Camus e sentirsi affascinati da Celine, per esempio. Io credo a una letteratura di prima mano, altri a una letteratura di glossa. Preferisco Gilles Deleuze ad Agamben, per esempio, e per restare al gruppo 63 mi parlano Spatola e Niccolai, Porta, mentre Sanguineti mi lascia indifferente. Io credo a a Mina quando mi canta lo sguardo di una donna sul proprio uomo che dorme, altri a Nikka Costa che a prescindere dall’esperienza risolve nell’esecuzione canora il senso del canto.
    @Diamante
    è la prima volta che ti sendo dire una cazzata pazzesca. la vita e la letteratura in FK sono talmente legate che un gran maestro, forse il maggior romanziere del nostro secolo, Orson Welles, nel suo processo non poté fare a meno delle due componenti. Kafka come del resto Dickens, era uno che il culo dalla sedia lo alzava, eccome!! E sempre per restare nel segmento vita letteratura, la figura del leone la fa Cervantes, uno che partecipa alla più grande battaglia di tutti i tempi, quella di Lepanto, in cui perde una mano, e di ritorno a casa cosa fa? scrive la magnifica storia d’amore di un cavaliere errante. Questo per dire che l’esperienza è fondamentale alla scrittura non solo quando produce scrittura ma anche quando vi si sottrae.

    @daniele muriano
    sulla stupidità dello scrittore sono d’accordo con te, ma a patto di chiamarla tale, e non ignoranza, che fa spocchioso e inutile. Uno dei più bei saggi di letteratura l’ha scritto Stevenson, per esempio, e lo ha fatto nella piena consapevolezza dell’esperienza e della vita che lo ha portato alla magnifica scrittura che tutti conoscono. Quando eravamo in Francia con Rizzante ricordo che questa dimensione intellettuale di cui parli era propria degli scrittori italiani (in Italia l’esempio lampante è dato da Italo Calvino, mediocre narratore e straordinario saggista). Eppure scrittori come Pasolini o lo stesso Sciascia hanno interpretato in modo europeo il proprio ruolo di polemisti e infatti sono tra i più letti all’estero. Il problema è che intellettuale in italia corrisponde a cervellotico, cerebrale, autoreferenziale. Che ci siano Scurati, Piccolo, Pascale , Baricco, per non parlare di personaggi come Tahar Ben Jelloun, o di un inoffensivo Pennac, a parlarvi , e a scrivervi le loro lettere su come readerdigestizzare i classici, come tradire una moglie borghese, da quale angolazione sporgersi sul pozzo artesiano delle italiche vanità, o del razzismo spiegato alle vostre figlie, alle vostre nipotine, alle vostre nonne e magari anche alle vostre torturate da voi badanti e cameriere, (che se lo fa l’autore stesso e lo si lascia parlare significa che è possibile in assoluto) o di un gentilissimo autore di fiabe di belleville per puntellare scuole che rovinano sugli studenti, accomodatevi pure, cari lettori, critici, giornalisti, concessori e licenziatari di premi. L’unica consapevolezza che mi fa sentire vivo, e salvo, per quanto mi riguarda è essere altrove, anche per queste cose che ho appena detto, ma soprattutto per quelle che scrivo e soprattutto leggo.
    effeffe
    @macondo
    Cervantes l’ho conosciuto di persona a Parigi. Me l’ha presentato a una festa Fernando Arrabal. Ecco perché utilizzo la versione francese, Quichotte

    vizio di mestiere

  27. francesco forlani il 28 aprile 2009 alle 09:23

    @soldato blu
    are you sure?
    effeffe

  28. Morganthal il 28 aprile 2009 alle 09:55

    effeffe se ti sdeleuzassi un po’, credo ti gioverebbe. La Braidotti, femme en trans, ha corretto meglio il tiro sulle varie deleuziate, soprattutto riguardo al divenire x. Mi incuriosisce quello che dici della tua scrittura in progress.

    un saluto

  29. soldato blu il 28 aprile 2009 alle 11:00

    @ effeffe

    no. non sono sicuro nemmeno un po’

    le poche cose di cui sono sicuro non le considero affatto interessanti, per esempio che per camminare bisogna avere un terreno sotto piedi, come dice l’amico Inglese

    è che avevo avuto la sensazione che il tuo romanzo sia frutto, in primo luogo di “casualità significative”, che è un modo di volgarizzare certe definizioni scientifche novecentesche, che più si avvicinano alla descrizione di una certa condizione, in cui il poeta “deve” trovarsi se vuole sperare di fare poesia, e che Platone aveva già indicato più di duemila anni fa

    perciò, quando ho letto l’inizio del pezzo, quel “naftalina” associato al dibattito sul “realismo”, non poteva essere per me che “Naphta(lina)” il personaggio della Montagna incantata con cui, si dice, Mann abbia voluto rappresentare Lukàcs, il “gesuita rosso” della “Distruzione della ragione”, e il più fulgido esempio di chierico che opera per sottomettere arte e creatività a un disegno poltico [nel caso suo al regime sovietico].

    ora, era evidente, in ciò che scrivevi, che se la metafora era quella, nello svolgere il tema non avevi sottolineato abbastanza il pericolo di quella sostanza, che e’ mortale [ricordo una accesissima discussione qui su N.I. a proprosito di un articolo della Policastro e con i redattori di “Allegoria”] e perciò ho voluto contaminare la metafora da te usata con la lettera di una vera malattia: il favismo

    solo “confondendo” realtà e fantasia, salute e malattia, possiamo infatti apprezzare, nell’opera di Mann, le considerazioni lucide che Settembrini [Mann: il laico illuminista] fa sull’ideologia di morte di Naphta,

    a ottant’anni di distanza credo che sia la più profonda critica fatta, in letteratura, delle ideologie a cui noi pure abbiamo appartenuto, e delle ideologie a cui, tanti che oggi ci sono vicini, sembrano appartenere, confondendosi, senza accorgersene, coi nostri avversari

  30. francesco forlani il 28 aprile 2009 alle 11:41

    soldato ma tu mi metti in bocca cose che
    avrei volentieri detto!
    effeffe
    ps
    però credo che sia soltanto nella “mise en jeu” che gli eventi, il caso, fa la sua parte. un esempio su tutti. una settimana fa incontro un’amica pittrice americana. vive a parigi ed è passata per torino con la figlia. le ho raccontato del nuovo lavoro. alla parola Annalena è sbiancata. poi ha cominciato a raccontarmi di come il migliore amico di suo padre le avesse offerto quindici anni fa di andare a vivere in una sua casa a parigi. perché dipingesse. (e già ti chiedi perché queste cose non accadono da noi) . tre quattro anni fa questo amico di famiglia, extravagant, muore ammazzato in messico. ragioni politiche, legate a una speculazione edilizia sulla costa, quasi certamente, ma la polizia locale chiude il fascicolo archiviandolo come delitto a sfondo omosessuale. ripenso solo allora al termine extravagant ( e subito rifletto a quell’altro , gay, gentile alla lettera, che certo non ha equivalenti in italiano).
    lei resta nell’appartamento e lo acquista dagli eredi. che non prendono quanto vi fosse all’interno. circa un mese fa decide finalmente di mettere tutto in scatoloni perché possano un giorno recuperarli. ed ecco che tra le tante cose si ritrova un vecchio libro. edizione cartonata, con la dedica di una zia, tale aunt …, di squisita fattura. talmente bello, blu cobalto, che decide di esporlo sul caminetto. Il titolo? Story of the palazzo monastery Annalena, Florence 1958.
    domanda.
    Stongo scetato…dormo, o è fantasia?
    effeffe

  31. Riccardo Stracuzzi il 28 aprile 2009 alle 12:09

    Effettivamente esistono poche cose più noiose di certi dibattiti della critica militante: e una di queste è il lamento dello scrittore circa la ‘naftalina’ della critica. Oh, questi bravi e creativi scrittori: se smettessero di badare ai critici (di badare se badano a loro, o se non badano, o se badano ad altri, e come badano o non badano)? Se badassero a scrivere. Il critico che pretende di legiferare sulla prassi contemporanea e direi quotidiana della scrittura – oggi dalle colonne di periodici e quotidiani non letti da alcuno – fa abbastanza ridere. Ma lo scrittore che lo legge, e poi gli dà torto, fa sbellicare.

    Soprattutto se, come sembra faccia Lei, signor Forlani, risolve il tutto con una spensierata lode della ‘creatività’ e del lavoro dell’autore su stesso (dico: “come sembra”, perché forse proietto nelle sue accorate parole un’ironia leggera da distruttiva: ironizza? Sperèm!). In sé stesso, temo, l’autore non trova un bel nulla: delle coratelle, qualche volta. Così come l’attore non vi ha mai trovato un bel nulla, se non un metodo per dis-leggere il testo tragico, o comico, o tragicomico, o melodrammatico che gli sarebbe stato utile, invece, leggersi un po’.

    Il suo romanzo sarà certamente bellissimo, ne sono persuaso. Ma a parte il fatto che, conoscendone quanto lei anticipa per sprazzi, ci si rivede qualcosa a metà tra Del Giudice e Santagata; a parte questo, il lavoro dell’autore su se stesso la conduce verso la maschera di Montale, innamorato della Brandeis? Un bello sdoppiamento già all’opera? Bene, bene: giusto! Comunque, per chiudere a bomba: gli scrittori, prima di divertirsi a criticare i critici, facciano un fioretto: divengano critici. Non scrivendo qualche riga alla mano, o una sbrodolata ‘intimistica’ sulla prima materia libraria che gli è capitata tra mano (La recherche, 100 colpi di spazzola o il Manuale di un forno a microonde): no, studiando qualche annetto le strutture formali dei testi, nelle loro intermittenze storiche e ideologiche; studino qualche annetto, o almeno quanta basta per arrivare a intuire che l’emozione, la creatività, la fuoruscita dagli schemi, la libertà e il se stesso sono gli ultimi rifugi dei decadenti (il vecchio d’Annunzio era un pelino più ‘nuovo’). Se non ne hanno voglia (e avrebbero tutte le ragioni), si limitino a scrivere. Che già non sarebbe poco. Ma naturalmente Lei era ironico, e mirava a persuaderci del contrario di quanto scriveva, no?

  32. macondo il 28 aprile 2009 alle 12:41

    @ effeffe,
    guarda che con la tua precisazione parigina, la Mancha tutta si sta sollevando.
    En serio:
    mi pare che la posizione che esprimi sia quella en poète, non quella di critico letterario. L’artista è più incline all'”andarivieni” che dici, mentre il critico, quando è anche teorico letterario e non solo “gazzettiere”, è più legato a una concezione precisa della letteratura, a una costruzione teorica che sviluppa passando sotto quel setaccio analitico la produzione letteraria. Anche Bachtin, che in questi giorni sembra qui andar di moda, lo ha fatto :-)

  33. Diamante il 28 aprile 2009 alle 12:47

    @francesco forlani
    A me risulta che Kafka non abbia fatto altro di concreto nella vita che lavorare nella Compagnia d’assicurazioni del padre, patendo una noia soffocante; non altro. A malapena ha respirato, e si è tratto fuori da ogni situazione che potesse comprometterlo con la realtà, non ultima il rapporto con le donne, sempre abortito sul punto di farsi vincolante. Avrà pure alzato il culo dalla sedia, come affermi tu, ma forse per anadre al gabinetto o correre a specchiarsi (soffriva, fra le altre cose, di dismorfofobia, e s’infliggeva spaventosi bagni gelidi). Da quali esperienze di vita vissuta (che naturalmente non sia interiore) ha dunque tratto Kafka le sue opere d’una fantasia senza pari? Di dove Emily Dickinson ha colto ispirazione per la sua opera immensa, dato che ha trascorso la vita chiusa in camera da letto, vestita di bianco e comunicando col mondo esterno tramite bigliettini fatti passare sotto la porta sbarrata? E Leopardi? Beh, lui sì che ha vissuto un’esistenza spericolata, ed è senz’altro grazie ad essa che ha scritto I CANTI! E Proust? Mamma mia, che infaticabile vitalista! Joyce? Uhhh. Manzoni poi! Che avventuriero! Mallarmè? Beh, s’è letteralmente mangiato il mondo, fra un martedì letterario e l’altro a casa propria. E Shakespeare? Ma sì, deve averli visitati tutti, quei posti che nei suoi trentotto drammi ci descrive così bene, così vividamente. Non c’è altra spiegazione. Insomma, pur potendo proseguire a lungo mi fermo. Perchè non è affatto vero che sia indispensabile per tutti vivere nella vita reale ciò che si scrive: e non è vero perchè la fantasia, quand’è potente, è molto più reale della realtà.
    ps: Orson Welles il più grande romanziere del Novecento? Ma non era un attore?

  34. macondo il 28 aprile 2009 alle 12:50

    @ effeffe,
    per dovere di cronaca: ma il “fatto” messicano è successo a puerto escondido?

  35. soldato blu il 28 aprile 2009 alle 13:09

    Ho quasi timore di dirlo: quando non entri nel merito utilizzando gerghi – di questi sì, un autore dovrebbe disintossicarsi – ti dicono che sei fuori tema o che sei ignorante.

    Bene, ignorante sì, ma fuori tema no!

    A me pare, banalmente e non ironicamente, che ci sia una differenza fondamentale tra il metro usato per il rilievo di un monumento, che poi, una volta prese le misure, ti permetterà di parlarne a ragion veduta,
    e le dimensioni – fin nelle più piccole componenti – del monumento che l’architetto ha liberamente scelto.

    La critica è sempre a posteriori: è un esercizio su ciò che già esiste.
    Questa ha dignità
    Non ha dignità, è pericolosa, quando si esercita su un oggetto che non esiste.

    Quando, nella sua presunzione, pensa di saperne tanto, da sequestrare, a favore di una qualche ideologia o progetto, l’estrema libertà del gesto artistico.

    o quando rivendica la necessità del proprio sapere, anche per chi fa tutt’altro mestiere

    o insinuando che: solo chi è come noi potrebbe essere un grande scrittore

    penso che all’invito a non parlare di critica senza averne gli strumenti, possa corrispondere un invito a non parlare di creatività se non si ha creatività,

    creatività che può benissimo appartenere a un autore, anche se non sa quale sia l’ultima definizione alla moda che ne danno i crtitici à la page

  36. francesco forlani il 28 aprile 2009 alle 13:22

    Gentile riccardo ho apprezzato lo stile ma mi permetta di dire una cosa: lei ha pisciato fuori dal vaso in almeno tre punti.

    1, quando riduce il rapporto scrittore critico a quello di servo padrone che le assicuro ho riscontrato in rari casi tra la gente che scrive e che ho la fortuna di conoscere e frequentare. Quando ci sono delle attenzioni della critica al proprio lavoro fa piacere, si figuri, ma le assicuro che per gli scriventi le risposte vengono dai lettori tout court (dico lettori e non copie vendute per le ragioni che ci siamo già dette in altre circostanze. E di ciò personalmente non mi lamento.

    2a, quando con fastidiosa saccenteria mi trova dei padri ancor prima di aver visto la creatura ( ma questo capita sempre più spesso mi sembra, e senza che nessuno si scandalizzi o gridi allo scandalo, di leggere recensioni positive o stroncature senza nemmeno aver letto il libro). E comunque sia i numi tutelari che ho invocato sono altri e peraltro citati nel post, nei tag.

    2b, quando con eccessiva fiducia nei miei poveri mezzi mi dice che sarà indubitabilmente un bellissimo romanzo (ma poi sarà un romanzo? e se si trattasse di un OVNI ?)

    3,quando scrive
    Il critico che pretende di legiferare sulla prassi contemporanea e direi quotidiana della scrittura – oggi dalle colonne di periodici e quotidiani non letti da alcuno – fa abbastanza ridere.

    In cui forse dimentica che molti di questi critici sono anche editor, direttori editoriali, consulenti, e allora decidere, quello sì, se uno scrittore si farà o meno. E, cosa ancora più grave, intervenire in taluni casi proprio sulla scrittura, deciderla, per piegarla a un disegno che sia di marketing letterario o di stile editoriale. Un esempio? Ne prendo uno stracitato in questi ultimi tempi, Carver. In particolare le due edizioni (Minimum fax e Einaudi) del racconto “il bagno” ( http://www.minimumfax.com/speciale.asp?specialeID=14&ns=5 ) che ho avuto occasione grazie a Carlo de Amicis recentemente di analizzare. Della serie, vuoi uno scrittore minimalista, ecchilo! o come quando si inventarono i cannibali italici? o si parlò della nouvelle vague narrativa che proveniva dal nord est, o degli epigoni di Gomorra, vogliamo parlarne? E il giallo ? Sull’inoffensività dei critici ci andrei allora più cauto.

    e in conclusione, quando mi inonda il bagno scrivendo:

    studino qualche annetto le strutture formali dei testi, nelle loro intermittenze storiche e ideologiche; studino qualche annetto, o almeno quanta basta per arrivare a intuire che l’emozione, la creatività, la fuoruscita dagli schemi, la libertà e il se stesso sono gli ultimi rifugi dei decadenti

    cui mi verrebbe da scriverle, da decadente (di braccia)

    Io so che un chiodo nel mio stivale è più raccapricciante della fantasia di Goethe! Vladimir Majakovskij

    effeffe

  37. francesco forlani il 28 aprile 2009 alle 13:34

    @Macondo
    magari!! alla Baudelaire…
    comunque sia con questo post tento un’ipotesi (piccola piccola) di via d’uscita dal digitale realismo/antirealismo delle scritture. banchetto cui credo abbiano partecipato tutti, dai critici, ai teorici letterari, passando per i romanzieri, i gazzettieri, i mezzi saggisti e quaqquaraqqua
    effeffe
    ps
    credo di sì, a memoria. ¿Por qué

  38. Riccardo Stracuzzi il 28 aprile 2009 alle 13:48

    @ Soldato Blu

    Mi permetto d’intervenire nel Suo dialogo con l’estensore del post, e di questo mi scuso in anticipo. Perdoni la mia irruenza, ma qualcosa di quello che scrive è interessante anzichenò. ” [La critica] – lei asserisce – non ha dignità […] / Quando, nella sua presunzione, pensa di saperne tanto, da sequestrare, a favore di una qualche ideologia o progetto, l’estrema libertà del gesto artistico. / O quando rivendica la necessità del proprio sapere, anche per chi fa tutt’altro mestiere / o insinuando che: solo chi è come noi potrebbe essere un grande scrittore / penso che all’invito a non parlare di critica senza averne gli strumenti, possa corrispondere un invito a non parlare di creatività se non si ha creatività”.

    Orbene: la libertà, ah!, la libertà… Come piace la libertà, come è amata: se ne fanno anche partiti, da qualche tempo. Ma chi l’ha detto, poi, che il gesto artistico è libero? Mi perdoni, caro Soldato, ma sembra la frase di un bacio perugina. E quindi mi permetto di dire una cosa che osservo da qualche anno. Non mi occupo di letteratura contemporanea, e quindi mi sono sempre umilmente trattenuto dal dirla. Stavo un po’ da parte, e pensavo di questi scrittori e di questi critici: “Ne sapranno più di me, e forse sono io che sbaglio”. Ora non ho molti dubbi residui: la libertà, la creatività, il superamento degli schemi ecc. sono sciocchezzuole kitsh. Buone per l’ultima Liala che, non potendo essere Liala, se ne duole anche. Se la prosa italiana dell’ultimo cinquantennio è tanto misera, e linguisticamente e formalmente, se è giunta alla più nera inopia, ciò si deve anche agli scrittori che si beano della propria libertà e si guardano bene dal riconoscere e indagare i propri condizionamenti (la famosa tradizione: il lavoro sulla quale è senz’altro più premiante che quello su stesso: il quale ultimo, lo deve fare chiunque: un postino, un macellaio, un operaio, un critico letterario, un primario d’opedale, un manager e un funzionario della polizia di stato: cos’avrà mai lo scrittore, in se stesso, di tanto intensamente lavorabile: ha un ricco mondo interiore, dentro?)

    Invitare gli scrittori a cessare dai loro tristi lai sulla critica (come anche, beninteso, invitare i critici a fuggire i tristi lai sulla condizione della letteratura contemporanea: la quale i critici dovrebbero ‘spiegare’, non ‘qualificare’) non equivale affatto a dire: non hai gli strumenti per fare il critico, e quindi non lo fare. Equivale a dire quello che si potrebbe dire agli intellettuali (spesso giornalisti) che scrivono i loro libelli libercolosi contro gli intellettuali. Dovrai già essere intellettuali, per avere di questi graziosi conati, o no? O già critico per avercela coi critici? E allora: fallo bene l’intellettuale, o il critico. Il che significa chiamare le cose con il loro nome. Il buon critico, caro Soldato, non ha strumenti così difficili da possedere. Semmai ha un ethos: che gli serve per non parlare né di ‘creatività’, né di ‘libertà’, né di ‘tradizione’ (o di ‘tradizioni plurali’), né di ‘letteratura’, né di altre cosucce senza viso e applicabili a qualunque chiaro di luna. Lui fa i nomi: indica un testo, lo anatomizza, e spiega come funziona. Poi indica anche tutti i critici, prima di lui, con cui è d’accordo o con cui discorda. Non per rituali vendette, o invide sterminate: ma perché gli piace l’argomentazione. Se poi, caro Soldato, Lei dovesse dirmi che non ne vede tanti di critici come questi, in giro, io dovrei concordare con Lei. Ma Le suggerirei, anche, che questa è un’ulteriore ragione per non parlare della ‘critica’ e dei ‘critici’: ma per dire quali e perché ci piacciono, e quali e perché ci ributtano.

  39. francesco forlani il 28 aprile 2009 alle 13:55

    @ Diamante
    la mia era una citazione a proposito di un ‘intervista fatta a Cesare Pavese in cui alla domanda su quale romanziere italiano sui contemporaneo considerasse degno di essere citato, rispose Vittorio de Sica. Un attore come Orson Welles, ma anche regista, paroliere…
    per il resto non ci intendiamo, ma è normale, lo avevo messo in conto. In letteratura ci sono i glossatori e tutti gli altri. Tra tutti gli altri considero autori come Singer. Su Sud pubblicai qualche anno fa questo racconto. https://www.nazioneindiana.com/2005/11/07/dellamicizia-iii-isaac-bashevis-singer/
    Secondo te in questa opera (racconto) senti esperienza della vita o della parola? Perché dobbiamo intenderci su questo. Vita non è morire a trent’anni di cirrosi epatica o da ferita d’arma da fuoco, ma se per te kafka è uno che non ha mai amato nessuno, capisci come sarà difficile capirsi?
    E se vuoi te la dico tutta. Quella della scrittura è una vocazione, e se una scrittura non produce visioni, il suo posto è tra i libri contabili o in una nuova solforosa antologia di nuovissimi, magari curara, curatissima da un nuovo critico rampante (ah nostalgia delle scritture ammalate e convalescenti!) . E per la critica, soprattutto quando la si insegna, ci vuole passione. Spinoza encule Hegel, scriveva un romanziere francese qualche tempo fa…

    effeffe
    ps
    Riconosco a Mallarmé la grandezza letteraria che ha espresso. Ma se ti rispondo Cendrars, faccio peccato mortale?

  40. viola il 28 aprile 2009 alle 14:23

    Io so che un chiodo nel mio stivale è più raccapricciante della fantasia di Goethe! Vladimir Majakovskij
    besos effeeffe (io sono per le tarme…)V.

  41. Riccardo Stracuzzi il 28 aprile 2009 alle 14:29

    Gentile effeeffe,

    facevo qualche osservazione a Soldato blu, e non m’accorgevo che Lei rispondeva. Però rischio di annoiare con questi miei commenti prolissi. E dunque sarò telegrafico, per quello che mi riesce:

    1. Sì, ogni tanto piscio fuori dal vaso. Potrebbe essere dovuto all’età che avanza. O forse è una manifestazione della mia libertà di critico?

    2. Non credo di aver detto che lo scrittore deve essere servo del critico (né penso il contrario): dico solo che le rivendicazioni di categoria, oltretutto se sindacalmente così vaghe, sono un po’ risibili. Cosa mai avrebbe detto Hegel? Che lo scrittore che s’annoia dei critici che conosce non ha ancora incominciato a identificare il suo padrone. Che certo non è il critico: vale la pena, tuttavia, di provare a identificarlo.

    3. Se i critici fossero un po’ più saccenti, e un po’ meno presi dai fenomeni da supermercato, non sarebbe poi male. Tanto saccenti da dire: però tu non sei mica Petrarca, e nemmeno Torquato Accetto lirico (quanto ai minore limpidini e degni di studio): quindi va’ mo là! Poi: i padri ce li ha anche Lei, caro effeeffe: non saranno quelli lì, ma ci sono. E hanno a che fare con il ‘padrone’, più che il critico. (Ma non esageri, con gli argomenti un po’ facili: mica le ho stroncato l’opra a venire: ovvio che non l’ho letta, non l’ha letta nessuno! Lei ne parla, e io parlo di quello che lei ne dice: ha già scritto un testo, pubblicando questo post, ed è di quel post che io parlo).

    4. Ecco: i critici editor e via andare. Coloro che impongono un vogue per brama di vendite. Questo è già un tema interessante. Quindi la naftalina non ha nulla a che fare con la critica, ma con ben altro. Forse era questo il tema di rilievo. Che ci avrebbe condotti a discutere della società e dei suoi meccanismi strutturali (ossia, à la Marx: economici).

    5. Mah, mah!.. Majakovskij era simpatico, poraccio. E s’è pure ucciso. Non voglio riattivare scontate querelles des anciens et des modernes, ma nel caso in oggetto, è sicuro: non ci sono mai stati chiodi, in tutti cassetti e stivali dell’amabile e dolce e soave Vladimir, che fossero raccapriccianti quanto un solo versicolo di una sola delle Elegie romane. Figuriamoci!

  42. soldato blu il 28 aprile 2009 alle 14:49

    @ Riccardo Stracuzzi

    sono pienamente cosciente del fatto che certe parole, piuttosto che fare intendere, finiscono per farci fraintendere
    d’altronde, mi pare di capire – siamo nel web – ognuno di noi proviene da storie e esperienze diverse: come sarebbe possibile che ciò non avvenisse?

    sono sicuro che, se ci fosse tempo, analizzando cosa significa per me libertà dello scrittore, creatività e quant’altro, compreso “critica”, ci troveremo in grande parte d’accordo

    infatti quando si scaglia contro “libertà” e “creatività” sono certo che stiamo parlando di cose diverse,
    io che le uso per indicare esperienze personali su cui baso il mio fare, senza darne una descrizione analitica sufficientemente esaustiva da impedire ambiguità, perchè non lo giudico mio compito e, anche perché, quando ne parlo con altri sono sempre persone che hanno fatto più o meno le stesse esperienze, e per noi è pacifico ciò di cui stiamo parlando

    e la prego, non faccia retorica: la libertà, rivendicata verso l’esterno, non significa che l’artista non ha nessuna idea della libertà e non conosce i condizionamenti, le illibertà interiori,

    l’artista con le illibertà interiori ci va a nozze, e sono proprie quelle illibertà che lo rendono artista, è quello il materiale della sua opera, contro cui combatte grandi battaglie, ma certamente non può esistere artista che reclamerebbe una libertà rispetto a queste

    e poi, se, per assurdo, fosse caso, a chi dovrebbe chiedere aiuto?
    alla società?

    le istituzioni totali – manicomi e carceri – non sono stati usati, anche, proprio per questo:per liberare gli “artisti” dalle loro “catene” interiori?

    ora: non posso accettare questa osservazione:

    “la libertà, la creatività, il superamento degli schemi ecc. sono sciocchezzuole kitsh. Buone per l’ultima Liala che, non potendo essere Liala, se ne duole anche”

    che lei può far diventare anche dignitosa nella sua interiorità, aprendo e chiudendo canali semantici, ma che, letta dall’esterno sembra proprio, questa sì, una sciocchezza.

    E a proposito di critici, forse sta sfondando porte aperte, mi piacciono i critici bravi e onesti, ma, come lei mi fa dire: “non ne vedo tanti di critici come questi, in giro”.

  43. soldato blu il 28 aprile 2009 alle 14:55

    e con le Liale ci andrei cauto: “l’ultima Liala” a detta di Gadda, fu Antonio Pizutto.

  44. francesco forlani il 28 aprile 2009 alle 15:03

    gentile riccardo
    devo ammettere che è un piacere leggerla, e quanto ai padri gliene confermo l’esistenza, come dei fratelli ma le assicuro proprio quelli no, tanto per restare coi piedi per terra!

    ma tornando alla naftalina. le propongo questo passaggio:

    i gazzettieri lanciano in contemporanea su tre quattro inserti culturali la querelle. appoggiati, da critici, romanzieri, opinionisti e giornalai (nonché conduttori televisivi e radiofonici)
    perché sia abbastanza mediatica bisogna toccare un argomento caro ai lettori, bene.
    da una parte i saviano dall’altra gli anti saviano
    letteratura serva della realtà o della fantasia?
    a questo gioco hanno partecipato tutti, gliel’assicuro, accademici compresi.
    il gioco che ho messo in campo qui (a rischio di apparire self promoter) è stato:
    sto scrivendo un libro, ora, proprio ora. Delle cose che ho letto su come dovrebbe essere un libro di letteratura (vd la critica) quante mi stanno servendo (non quante siano utili) nel processo di comprensione e creazione che è in atto?
    Se leggo che in Italia non si scrive della buona letteratura da almeno un ventennio io scrittore (odio questa parola come voi odiate la parola passione) o smetto di scrivere o devo ammettere a me stesso che quanto sto scrivendo contraddice la tesi generale. E se si scrivono libri tanto per fare, questo lo trovo ancora più deprimente del fatto che non se ne scrivano affatto.
    in un paese in cui sembra che tutto si faccia tanto per fare, dalla politica, all’amore (lei vuole lasciare fuori la critica? prego si accomodi, me lo faccia sapere e ci dica di quali strumenti è dotato per poterlo fare, di quali mezzi, stampa o in rete, per potersi non solo esprimere, ma esistere) il cinismo che attraversa questo stato delle cose, le assicuro, è ancora più raccapricciante del chiodo nello stivale di M.

    effeffe

  45. Riccardo Stracuzzi il 28 aprile 2009 alle 15:13

    @ Soldato blu

    Mi permetta, insisto: la libertà è cosa che affanna gli individui. A mio modesto parere, che peraltro condivido, gli individui che credono in una qualche condizione individuale, finiscono dritti dritti nel narcisimo della propria, immaginata, ombra. Nel che si spiega perché facciano riferimento a certe nozioni – quelle su cui dibattiamo – in quanto esperienze personali: cosa mai potrebbe esistere di meno personale?

    Insisto su un altro punto: la questione non è affatto avere o non avere strumenti intellettuali, teorici o – vedi mai – sinanche teoretici. La questione è sempre e solamente ideologica. Ossia: credere che quelli siano solo strumenti, per una pacificata rappresentazione cosale della letteratura e della critica; oppure sapere che gli strumenti strumentano oi, bravi individui.

    A detta di Gadda (forse gelosetto dell’attenzione di Contini, in quegli anni). E su Pizzuto non è detto che sia in disaccordo: un minimo e un massimo di sperimentazione ‘libera’ producono gli stessi effetti ideologici. Ma il detto di Gadda non è irrevocabile: le Liale sono sempre all’opera o, se preferisce: l’editore delle Liale è sempre incinto.

  46. Daniele Muriano il 28 aprile 2009 alle 16:20

    effeeffe: sono d’accordo con te, strage dei vari saggisti-mediocrinarratori compresa.
    (‘ignorante’ non era spocchiosetto, me lo do io in prima istanza. lo ‘stupido’ invece, be’ i narratori ‘stupidi’ – cioè quelli che sono tutta ‘visione’ e poca costruzione raziocinante a livello delle sfumature del pensiero, non mi piacciono granchè… per quello preferivo ignorante, che è una parola antica e di nobilissima schiatta) complimenti per l’energia e gli argomenti nel certame della commentatio indianis

  47. Daniele Muriano il 28 aprile 2009 alle 16:34

    diamante: non vorrei entrare nel merito e nemmeno in una mezzapolemica poco interessante, anche perchè qui si dibatte di libertà! e noi stiamo a parlare di romanzieri americani. ma insomma!

  48. véronique vergé il 28 aprile 2009 alle 16:56

    Ho letto con grande curiosità i commenti, di solito il dibattito a proposito della letteratura mi dà noia o sembra avere l’odore dell’università.
    Oggi sono rimasta fascinata, perché si sente una voce viva di lettore o di scrittore. Ignoro se scrivere attenua l’angoscia delle domande, ma di sicuro nonstante una grande assenza è uno slancio di vita.
    La cosa che mi è colpita è il “racconto” di effeffe sull’amica americana.
    Si potrebbe evocare un fenomeno di magia, di corrispondenza.
    In scrittura si svolge un vincolo magico tra sé e il mondo, il caso diventa
    una chiave per aprire tante stanze. Si trova un ordine diverso del mondo.
    Per esempio uno spirito ragionevole verrà solo una corrispondenza a caso, ma vedo un altra verità: lo scritttore raggiunge una verità non detta, in attesa di vivere, fa atto di magia sacra.
    E’ l’indice di un bellissimo romanzo, quando si sboccia come una rosa,
    che lo scrittore anda nella vita con il libro dentro il seno, che il libro fa una passeggiata nel suo monolocale, nella sua città, sorvola il fiume, attarversa un giardino, porta in eco l’ombra di un monastère, o l’immagine di una coppia che cammina tra cipressi.

    Grazia a Diamante anche per la risposta.

  49. Mademoiselle Sotto Traccia il 28 aprile 2009 alle 19:05

    ohibò, fatemi capire: parlate dei raccontini di pedullà quindi?

  50. Diamante il 28 aprile 2009 alle 21:46

    @francesco forlani
    Non ho detto che Kafka non ha mai amato nessuno, ho detto che non ha mai voluto vivere concretamente l’esperienza amorosa. Ho detto che, più in generale, Kafka si è ritratto ossessivamente, disperatamente dalla vita concreta, da quella che Rimbaud definiva la “rugosa realtà”, ma ciò non gli ha impedito di essere un inarrivabile fantasticatore. Ora: credi che davvero una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il vecchio Franz si sia trovato trasformato in un enorme insetto? No vero? Beh, neanch’io. La classificazione che tu operi fra scrittori che vivono “sul serio” e scrittori che “glossano” è ridicola: ogni scrittore fa storia a sé. Prendiamo due grandiosi visionari – anche a me piacciono i visionari, e di vocazione artistica credo di saperne qualcosa: Rimbaud e Emily Dickinson. Bene: due traiettorie di vita opposte non hanno impedito, in entrambi i casi, il raggiungimento di grandiosi risultati artistici. I quali dipendono certo da un vivere intensificato all’ennesima potenza, ma è un vivere della mente; e ogni mente viene innaffiata (anzi si fa innaffiare) dalla realtà a seconda del proprio setaccio e della propria indole. Mi meraviglio che tu pretenda di articolare una legge su questioni così individuali, così incatalogabili. Leopardi non si è portato a letto Silvia, ma l’ha intensamente amata, certo; e dove se non nella sua mente? Dante incontrò una prima volta Beatrice a nove anni e una seconda a diciotto, poi Beatrice morì: che eccitante storia d’amore! Insomma, mi sembra addirittura assurdo doverlo ribadire: la creatività è un mistero, ed è legata all’ambiente, alle circostanze, all’indole. Nessun grande artista può essere né sarà mai tale senza sentire profondamente la propria condizione di vivente, ma ciò non si lega affatto necessariamente ad esperienze concrete (per molti scrittori sì, ma non certo per TUTTI). L’esperienza concreta sine qua non è la vita, il respirare; il resto è enigma senza fine.

  51. francesco forlani il 28 aprile 2009 alle 22:27

    vedi caro diamante,
    che non ci intendiamo sul termine vita.
    tu credi veramente che io possa desiderare di filtrare la potenza delle parole di Dino Campana con il setaccio della verità per cui si decida una volta e per tutte se fu vero o meno il suo viaggio in Argentina?
    O immagini veramente che io non creda all’America di kafka o di pavese quanto a quella di Disney o di Steinbeck?
    Per me quelle sono vite vissute, altro che, e poco importa che lo slancio della scrittura segua la vita fino in fondo, o decada prima della fine della vita, come accadde per Rimbaud che smise di scrivere. Mi manca la follia per poter dire questo è e questo non è, letteratura. Posso solo dire perché la vita mi ha insegnato ad amare dei libri e soprattutto a capirli fino in fondo, solo quando c’era più vita. E questo lo penso a tal punto che trovo ridicola l’idea che si possano scrivere dei veri romanzi prima dei quarant’anni.

    effeffe

  52. pasquale vitagliano il 28 aprile 2009 alle 23:14

    La verità non è la chiave dei poeti. La “mostruosità” lo è. Nel senso che o veri poeti portano scandalo, sono o-sceni rispetto a quello che è accaduto prima di loro. Dino Campana è stato in questo senso un “mostro” (non a caso impazzito). Ed in questa oscenità, hanno la potenza luminosa di una “cometa” che passa poche volte in un secolo (bello il libro di Vassalli su Dino Campana, La notte della cometa, appunto), per “mostrare” che un’altra vita è possibile. Mostrano attraverso il miracolo della Parola, Lingua prima ancora che Letteratura.
    La vita è la prima opera dei poeti veri, ma nel senso evangelico, più che dannunziano e decadente.
    Le chiese e le sale d’attesa, le trattorie e i postriboli, le camere d’albergo e le strade cittadine sono i luoghi della poesia.
    Hai ragione FF. Prima di quarant’anni si può solo morire.

    Pasquale

  53. Diamante il 28 aprile 2009 alle 23:21

    @francesco forlani
    Cos’è un “vero romanzo”? Io come la penso l’ho appena spiegato su un lungo post nel forum sul “perchè Scurati non deve vincere lo Strega”. Comunque: è vero che per scrivere un’opera che contenga in sé della vita spessa e consistente serve aver vissuto – e anch’io tendenzialmente credo che prima dei 40 non sia facile avere tutti gli elementi nella cassetta degli attrezzi. Però qua si ribaltano le posizioni. Perchè io, che finora sono passato per un rigido codificatore (non con te, ma in generale su NI), penso che il romanzo non sia, come ogni genere artistico, catalogabile in assoluto. E quindi: Faulkner ha scritto tutti i suoi migliori romanzi prima dei 40 anni; Steinbeck ha scritto FURORE prima dei 40 anni; Kafka ha scritto IL PROCESSO e IL CASTELLO prima dei 40 anni; la O’Connor ha scritto IL CIELO E’ DEI VIOLENTI prima dei 40 anni; Flaubert ha scritto MADAME BOVARY prima dei 40 anni; Ellis ha scritto AMERICAN PSYCHO prima dei 40 anni; la Austen ha scritto i suoi capolavori prima dei 40 anni; Dickens ha scritto IL CIRCOLO PICKWICK e DAVID COPPERFIELD e tanto altro ancora prima dei 40 anni; e potrei continuare a lungo. Se proprio devo azzardare, abbasso l’asticella ai 30 anni; ma è un rischio, come dimostra Mann coi BUDDENBROCK, o Moravia con GLI INDIFFERENTI. Come vedi, la casistica è impietosamente ribelle a qualsivoglia forzatura.

  54. macondo il 28 aprile 2009 alle 23:22

    effeffe: porque el tipo era un imprenditore italiano, che aveva anche ispirato il libro di cacucci (nada ma’s)
    Ne approfitto per entrare in T: Quando NI si imbarca in tematiche così sentite (recentemente cortellessa, poi policastro, ora tu), il blog si trova a scontare uno dei suoi limiti strutturali. La mancanza di confronto in praesentia, congiuntamente alla limitatezza spaziale del commento, che genera equivoci o rettifiche. Perché allora NI non organizza un bell’incontro fuori dal virtuale, magari con tanto nettare (te ne occuperesti tu?), di modo che – per parafrasare al rovescio Sklovskij – si possa ripetere da ebbri ciò che si è detto da sobri?

  55. francesco forlani il 29 aprile 2009 alle 00:10

    @Pasquale
    hai citato il libro a me più caro di vassalli!!! e su dino campana sono totalmente d’accordo. l’unico dei nostri poeti a essere in piena rivoluzione dell’immagine. la prima poesia/movimento della nostra letteratura. qualcosa di simile, nel cinema cinema a quanto compiuto da Vertov.
    @ diamante
    la vita si è allungata di brutto (valga il termine con tutte le sue ambiguità) e allora il pastis si è annacquato. I quaranta di allora sarebbero i cento di adesso…
    @ macondo. ci stiamo lavorando. lo vogliamo tutti e diciotto redattori, ma trovare una sede e dei soldi per accogliere le persone non è facile, per quanto non impossibile
    del bere me ne occupo io (magari con rovelli) ma del mangiare jan reister e consorte
    effeffe
    ps
    e sarei pure pronto a lanciare un sfida a Cortellessa, che è astemio, a parlare di alcol e letteratura. sono certo che lo farebbe con tale finesse da non fare rimpiangere ai presenti il fatto di non avere un alcolista anonimo come oratore

  56. francesco forlani il 29 aprile 2009 alle 00:11

    @macondo
    no, era americano
    effeffe

  57. macondo il 29 aprile 2009 alle 00:18

    @ Riccardo Stracuzzi,
    sono convinto del ruolo insostituibile del magistero critico, ma anche la critica laureata (dicono che dire “accademica” non faccia fino) le sue pecche ce l’ha (e fin qui scopro l’acqua calda). In particolare essa non è esente dai tic alla moda, ossia dall’andare sul sicuro, almeno a livello di pubblico e/o di mercato (poi ci sono sempre le riviste iperspecialistiche – che non legge nessuno ma che servono alla routine e ai titoli – che parlano del carneade di turno). Insomma, come una sorta di noblesse oblige, monograficano su autori sicuri (contemporanei, ma non troppo), già riconosciuti dal consesso critico accademico. Insomma, in ambito poetico, poniamo, “scoprire” un Lucini serve a fare scoop, ma se uno vuol scrivere un libro, poniamo, per Laterza, poniamo, chi ti va a scegliere? Montale, poniamo? o, fra un po’, Mario Luzi, poniamo? E’ questa scelta “facile” che mi fa storcere il naso. Certo, poi quel Montale verrà analizzato in modo geniale (come è stato fatto), ma sempre di Montale si tratta.

  58. francesco forlani il 29 aprile 2009 alle 00:36

    merdre! la naftalina, la naftalina…
    effeffe
    ps
    macondo, tu dici fabio o eugenio?

  59. sergio garufi il 29 aprile 2009 alle 01:36

    “A me risulta che Kafka non abbia fatto altro di concreto nella vita che lavorare nella Compagnia d’assicurazioni del padre”

    fantastico! la corrida in rete.

  60. macondo il 29 aprile 2009 alle 01:58

    @ effeffe,
    eusebio, naturaliter.
    Sugli astemi, io diffiderei, The proof of the pudding is in the eating, diceva (a ragione) l’amico del Moro.

  61. francesco forlani il 29 aprile 2009 alle 02:00

    ai no corrida…
    effeffe

  62. Salvatore D'Angelo il 29 aprile 2009 alle 11:20

    Caro effeffe a questo punto dei commenti dovresti inserire (da you tube, io non lo so fare) la sequenza finale di quel film di Totò dove fa il direttore d’orchestra a Caianiello e con le mani si lancia in una performance “pirotecnica” strabiliante…
    Siete fantastici tutti!
    Ottima l’idea di macondo di organizzare un incontro non virtuale per ripetere da ebbri ciò che si è detto da sobri. Con effeffe nella parte di Totò direttore d’orchestra e… honni soit qui mal y pense!

  63. Morganthal il 29 aprile 2009 alle 11:41

    Pavement – Fight this generation (da Wovee Zowee)

    woke up to people so tall to you
    i can’t so i won’t stand
    up chuck break luck
    look for the splinters you might see where they come in
    go down, sweet yardley
    i won’t let you fall down, sweet yardley
    i won’t let you fall down, here, now
    ah- god damn the guts and the gore
    nobody’s crying ‘cause there’s no one to score for
    come up sweet randy
    i won’t let you fall -what you got to lose?
    what you got to prove?
    who you gonna screw down here? ..now
    here now ..i am.. here now..i am… here… now…

    your life is about to-to come
    away from the mirror in a rainshed
    generation
    fight this generation (x 15 or so)
    stop right

  64. soldato blu il 29 aprile 2009 alle 11:54

    )traduzione(

    Pavement – Lotta questa generazione (da Wovee Zowee)

    si è svegliato alle persone a voi così alto
    Non posso quindi non stand
    mandrino fino pausa fortuna
    guardare per le schegge che si potrebbe vedere dove sono disponibili in
    scendere, dolce Yardley
    I won’t let you cadere, dolce Yardley
    I won’t let you cadere, qui, ora
    ah-dio damn il coraggio e il gore
    nessuno a piangere perche ‘non c’è nessuno al cliente per
    trovare dolci randy
    I won’t let you fall-cosa hai da perdere?
    What You Got a provare?
    vite che vuoi qui? .. ora
    qui .. i am .. ora qui .. Sono qui … … adesso …

    la vostra vita sta per venire a
    di distanza da uno specchio in rainshed
    generazione
    combattere questa generazione (15 x, o)
    smettere di diritto

  65. Diamante il 29 aprile 2009 alle 14:56

    @sergio garufi
    Non fare ironia cretina. E non estrapolare dai miei lunghi post una frasetta funzionale alla tua ironia cretina. E se non sai fare nemmeno questo, beh, affari tuoi.

  66. Diamante il 29 aprile 2009 alle 15:22

    @sergio garufi
    La vita si è allungata moltissimo. Dunque è senz’altro come dici tu: “trovo ridicola l’idea che si possano scrivere dei veri romanzi prima dei quarant’anni.” E David Foster Wallace (1962-2008), che ha pubblicato LA SCOPA DEL SISTEMA nel 1987 e INFINITE JEST nel 1996 ne è l’inoppugnabile conferma, vero? Oppure Salinger, nato nel 1919 e che ha pubblicato IL GIOVANE HOLDEN nel 1951. Oppure Littell, nato nel 1967, che ha scritto LE BENEVOLE nel 2002. O Berhnard, nato nel 1931, che ha pubblicato GELO nel 1963 e PERTURBAMENTO nel 1967. O forse Pynchon, nato nel 1937, che pubblica V. nel 1963, L’INCANTO DEL LOTTO 49 nel 1966 e L’ARCOBALENO DELLA GRAVITA’ nel 1973. Devono essere tutte eccezioni, come le molte altre eccezioni che ometto. Un numero di eccezioni…eccezionale.
    Poi: non hai voluto – o saputo – spiegare cosa è per te un “vero romanzo”. Forse, ogni libro scritto dopo una certa età. Nell’attesa di sperare di arrivarci, cominciamo a buttare giù la brutta copia.

  67. G. N. il 29 aprile 2009 alle 16:06

    Si può alzare il lavello?

  68. véronique vergé il 29 aprile 2009 alle 16:46

    Penso a un’idea prossima di quella parla Diamante.
    Una riflessione sul corpo dello scrittore. Per qualche scrittore c’è un’impossibilità di vivere nella realtà. Per esempio l’a

  69. véronique vergé il 29 aprile 2009 alle 17:00

    Per esempio l’amore puo trovare la sua viva forma nell’abbraccio, con la realtà dei corpi, o allora essere nell’immaginario, puro sogno, di fronte all’assenza. IL corpo dello scrittore non è nel gesto di gustare cibo, bere vino, camminare su una spiaggia. Il corpo dello scrittore è nella sostanza del ricordo, nell’abbraccio dei corpi fantasmi, o nella tensione tra la voglia di vivere e di scappare alla realtà. E’ un punto che mi fa dolore.
    Non amo il mio corpo, neanche nell’amore, mi fa male, è pesante, pieno di cittoli, di sabbia. Quando scrivo ( non sono scrittrice) al mio livello semplice, sento un altro corpo vivo, che vibra, balla, nuota, ha un desiderio di vita. Mi trascino nelle realtà, con le parole sono con l’onda e il vento.
    E’ un punto di dolore, perché amici mi chiedono se vivo davvero. E non so che rispondere.
    Ammiro molto quelli che entrano nella vita

  70. véronique vergé il 29 aprile 2009 alle 17:00

    Per esempio l’amore puo trovare la sua viva forma nell’abbraccio, con la realtà dei corpi, o allora essere nell’immaginario, puro sogno, di fronte all’assenza. IL corpo dello scrittore non è nel gesto di gustare cibo, bere vino, camminare su una spiaggia. Il corpo dello scrittore è nella sostanza del ricordo, nell’abbraccio dei corpi fantasmi, o nella tensione tra la voglia di vivere e di scappare alla realtà. E’ un punto che mi fa dolore.
    Non amo il mio corpo, neanche nell’amore, mi fa male, è pesante, pieno di cittoli, di sabbia. Quando scrivo ( non sono scrittrice) al mio livello semplice, sento un altro corpo vivo, che vibra, balla, nuota, ha un desiderio di vita. Mi trascino nelle realtà, con le parole sono con l’onda e il vento.
    E’ un punto di dolore, perché amici mi chiedono se vivo davvero. E non so che rispondere.
    Ammiro molto quelli che entrano nella vita

  71. véronique vergé il 29 aprile 2009 alle 17:02

    Questo pomeriggio faccio brutta manipolazione.
    Ignoro se l’argomento mi turba.

  72. soldato blu il 29 aprile 2009 alle 17:08

    Io non so se mi è lecito farlo, ma Marco Giovenale ha linkato in un altro post di N.I – “Un commento al saggio di Andrea Inglese” – un suo pezzo, che considero molto interessante anche per la discussione che si tiene qui:

    http://slowforward.wordpress.com/2007/09/05/lostfound/

  73. véronique vergé il 29 aprile 2009 alle 17:41

    E’ un articolo da leggere per muoversi con più di libertà nello spazio di creazione.

  74. Salvatore D'Angelo il 29 aprile 2009 alle 17:43

    Caro effeffe qui più di qualcuno entra col piede a martello, altro che a gamba tesa! Che si fa, cartellino rosso o “arancione”? Nell’attesa, sollecito sequenza finale di Totò direttore d’orchestra ( Se non sbaglio era “Totò a colori”).

  75. Salvatore D'Angelo il 29 aprile 2009 alle 18:04

    “E’ un articolo da leggere per muoversi con più di libertà nello spazio di creazione. (Véronique Vergé).”
    Secondo me è questa la “chiave di volta” del pezzo di effeffe, anche rispetto alla critica. E non mi pare abbia detto cose da poco. Naftalina o meno. Ciò che mi discosta dall’opinione di effeffe è il fatto che solo dopo i 40 si possa scrivere un romanzo che sia pienamente tale o giù di lì. (Chiedo venia, vado a memoria). Per me non è questione d’età (in questo ha ragione Diamante, animoso come sempre).Infatti Goethe ha scritto Le affinità elettive (o I Dolori del giovane Werther, quale dei due boh?) a quasi ottant’anni. E dopo due secoli l’uno e l’altro si fanno leggere ancora con interesse. Moravia ha scritto GLI INDIFFERENTI che aveva diciott’anni o giù di lì. E rimane ancora il suo capolavoro. Insomma, quando un’opera è riuscita, si sente, indipendentemente dall’età dell’autore. Perchè essa è e rimane FECONDA. E la sua fecondità, nonostante età, tempi, mode letterarie eccetera, le dà VITA AUTONOMA e prima o poi incontra il suo pubblico e riprende vita e slancio. ( e in questo ha ragione effeffe: non è questione di “venduto”, ma di “respiro” di un’opera. Ricordate LOVE STORY? Nel 69-70 (69-70, che tempi!) vendette milioni e milioni di copie. Chi se la ricorda, ora? Shakespeare, lui vivente, veniva regolarmente surclassato dagli autori suoi coevi, alla moda. Ma di quelli chi se ne ricorda, al di là degli specialisti universitari? E Diderot, Stendal e tanti e tanti altri? E la Ortese, che piano piano riprende quota e respiro, grazie alla “fecondità” della sua scrittura, che pure rimane nient’affatto accattivante?
    Già, la “fecondità”. Ma che significa questa “neomistica? direbbe qualcuno. E non avrebbe tutti i torti. Tuttavia ,senza fecondità, senza respiro, non si sopravvive. Letteralmente. Eppure la naftalina di effeffe ha a che fare con tutto questo.
    Fiiiiiiiiiiiii! Cartellino giallo!

  76. sergio garufi il 29 aprile 2009 alle 20:25

    @diamante
    la tua frase su kafka era una fesseria, facevi prima a scusartene. la frase invece che mi attribuisci non l’ho mai detta, quindi puoi risparmiarti la fatica di stroncarla.

  77. Diamante il 29 aprile 2009 alle 23:00

    @sergio garufi
    Non ho detto nessuna fesseria, dunque non mi scuso affatto e ripeto: risparmiati le furbate, con me non attacca. Se hai qualcosa d’intelligente da dire, fallo pure. Ma non sopporto chi estrapola singole frasi da lunghi contesti per fare il galletto.

  78. Diamante il 29 aprile 2009 alle 23:04

    @francesco forlani
    Ricopio ciò che ho prima erroneamente indirizzato a Garufi, e che era per te.
    La vita si è allungata moltissimo. Dunque è senz’altro come dici tu: “trovo ridicola l’idea che si possano scrivere dei veri romanzi prima dei quarant’anni.” E David Foster Wallace (1962-2008), che ha pubblicato LA SCOPA DEL SISTEMA nel 1987 e INFINITE JEST nel 1996 ne è l’inoppugnabile conferma, vero? Oppure Salinger, nato nel 1919 e che ha pubblicato IL GIOVANE HOLDEN nel 1951. Oppure Littell, nato nel 1967, che ha scritto LE BENEVOLE nel 2002. O Berhnard, nato nel 1931, che ha pubblicato GELO nel 1963 e PERTURBAMENTO nel 1967. O forse Pynchon, nato nel 1937, che pubblica V. nel 1963, L’INCANTO DEL LOTTO 49 nel 1966 e L’ARCOBALENO DELLA GRAVITA’ nel 1973. Devono essere tutte eccezioni, come le molte altre eccezioni che ometto. Un numero di eccezioni…eccezionale.
    Poi: non hai voluto – o saputo – spiegare cosa è per te un “vero romanzo”. Forse, ogni libro scritto dopo una certa età. Nell’attesa di sperare di arrivarci, cominciamo a buttare giù la brutta copia.

  79. sergio garufi il 29 aprile 2009 alle 23:49

    @diamante
    “Non ho detto nessuna fesseria”

    Ne hai detta una grande come una casa su Kafka e poi ti sei spacciato per un esperto. Kafka lavorò per le Assicurazioni Generali e poi per un istituto di assicurazioni di infortuni sul lavoro. Il padre non c’entrava niente, era un commerciante, aveva un negozio. Informati prima di parlare.

  80. Salvatore D'Angelo il 30 aprile 2009 alle 09:39

    @garufi e diamante

    Ahò boni che mo’ caccio il CARTELLINO ROSSO ! E state zitti sennò scatta la Portinaia dell’Accademia della Crusca !

  81. effeffe il 30 aprile 2009 alle 11:54

    fine primo tempo.
    tra qualche minuto comincerà il secondo atto, titolo.

    “Questo libro avrei potuto scriverlo io!”

    effeffe

  82. véronique vergé il 30 aprile 2009 alle 17:06

    Salvatore,

    Mi fa sempre piacere leggerti.

  83. soldato blu il 30 aprile 2009 alle 17:36

    “Caro effeffe qui più di qualcuno entra col piede a martello, altro che a gamba tesa! Che si fa, cartellino rosso o “arancione”? Nell’attesa, sollecito sequenza finale di Totò direttore d’orchestra ( Se non sbaglio era “Totò a colori”).”

    Salvatore D’Angelo, 29 Aprile 2009 alle 17:43

    http://www.youtube.com/watch?v=lWDOM6MZ_o8

  84. effeffe il 30 aprile 2009 alle 17:39

    soldatino urge passeggiata a boboli dove io interpreto il grande dostò e tu sua moglie. sei pronto?
    effeffe

  85. soldato blu il 30 aprile 2009 alle 17:57

    Pronta.

    *

    “Sappiamo tutti l’influenza benefica che una donna saggia e comprensiva, intelligente e sensibile riesce ad avere sul carattere, la psiche, l’esistenza stessa di un uomo, ma nel caso di Effeffe e Anna, la sua seconda moglie, non è esagerato affermare che forse senza l’aiuto di Anna, Effeffe non avrebbe potuto dare al mondo i suoi tre grandi capolavori: Il manifesto del comunista dandy, Autoreverse, La veranda di Montale, né avere il posto che ha nel panorama della letteratura mondiale di tutti i tempi.”

    [Anonimo web].

  86. Portinaia dell’Accademia della Crusca il 30 aprile 2009 alle 19:37

    OT
    (Salvatore D’Angelo)

    E un posso di’ nulla, mi sa che gli è finita per me… Gli ho letto (letto… Visto, via…) troppo db tutto ‘nsieme questo mese e ora e son qui che quasi quasi e medito i’ suicidio.

  87. Diamante il 30 aprile 2009 alle 21:20

    @sergio garufi
    Ahhhhhhhhhh, ecco cos’era! Il padre di Kafka NON lavorava in assicurazione! Perdicibacco! Davvero imperdonabile da parte mia! Non era sbagliato il concetto generale espresso in un post molto lungo (a meno che tu non dimostri il contrario), però contava un’irrilevante particolare sul padre di kafka. Un particolare che – ribadisco – non inficia minimamente il mio discorso, ma svela la piccolezza del tuo. Non mi sono spacciato per un esperto: sono un esperto, assicurazione o negozio che sia. E il padre c’entra eccome. Quando vuoi, sono qua. Per le cose serie, però, non per i peli nell’uovo. Buona frittatina.

  88. effeffe il 30 aprile 2009 alle 23:12

    Dieu se cache dans le détail
    effeffe



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