Ruggine

30 aprile 2009
Pubblicato da

di Marilena Renda

E quando la terra si apre nessuno si stupisce;
la terra si apre continuamente quando
il Dio del roveto e della parasia viene di notte
a donare il suo dono di zolfo, a visitare
il suo soffio di anidride carbonica e cenere.

La faglia è un’interruzione dell’ordine del cosmo.
Significa una rottura dei fili che legavano
tra sé e sé le zolle, le erbe, i capillari del suolo.
Una trasfusione di forze da un centro a un margine,
un nido di sangue che si scuote dal cuore.

***

La prima volta è per ribellarsi alla luce pulsante,
per gli animali a riposo, i radi viaggianti,
i trasportatori del giorno da dimora a spazio.
Per le crepe del tufo sulle case più alte,
per gli ombelichi delle stalle, i figli delle api.

Il movimento è una sinergia tra orizzontale e verticale.
Le onde circolano attraverso la materia conduttrice;
sono fiume che invade il tunnel, acqua propagata.
E’ il segnale del vulcano al mare, del nemico
al nemico, preannunciando primavera nucleare.

***

La seconda volta è per i vecchi rappresi
in coni di fuliggine, in grumi di carbone.
I vecchi sono ombre legate salde al suolo,
sanno gli abbracci, il colore e le insidie
del bosco che incontra il rossore.

Gibilterra è un giardino di verderame
irto di mura sospese che aspettano
il segnale delle maree per l’esplosione,
per accorciare il campanile in moncone.
È l’anfiteatro dello scontro e del passo.

***

Gibilterra aspetta la fine di sua battaglia,
poi che il muro della terra ha smesso la tregua
che legava il mulo alla sposa, il pugno opaco
che incatenava il futuro alla nostalgia.
Ora, il vento trema nelle cose che stanno

affondando, nella paura che soffia tra lana e pelle,
nella presa debole sul cuore della neve.
I cavalli siedono a una mensa sconsacrata,
i bambini disegnano un quadrilatero di fortuna
con grano, con gesso di passaggio.

***

La terza volta trabocca di pause lo spazio
tra uomini e terra, tra pane e bambino.
Il cielo precipita un acquazzone di plasma
sui vagoni volanti, e i pipistrelli celesti cercano
chi non ha mura e picchia contro i palmi.

Gibilterra è un fortino acceso tra la neve,
un presepe di sale che precipita al fondo
del tempo. La solitudine le stringe i fianchi.
I morti sono pepite di fango e polvere,
fuochi fatui sotto un lenzuolo di calce.

***

La quarta volta è un bisturi che sposta
l’equilibrio degli alberi, le fondamenta delle fedi.
E’ taglio orizzontale sulle ronde degli uccelli
nei rifugi che verranno, appassiranno.
Una prova d’arsura ai coleotteri dalla natura.

Le onde rarefanno il respiro grosso dei cani.
Dilatano le corazze tra sotto e sopra,
tra poi e mai, raschiano campi e loro cortecce,
stridono contro la scorza leggera del possesso,
della consuetudine. Le onde sono zaffate di lupi.

***

La quinta volta ha respiro di alfabeto lacerato
che dice a tutti i venti l’andamento scompagnato
della faglia. Perché la pelle è fragile come nuvola
si stanca di portare acqua agli steli, sforzo
ai canneti, lingua nuova agli assetati.

La terra è un tappeto di cenere nera, di ruggine,
la foresta è un raschio di mucillagine nera
che inganna l’olfatto e si traveste da fuoco.
Una violenza di pietre focaie trasforma gli alberi
in radici mozze, avvampate, in legno rappreso.

***

Le colline sono declinate in una lingua nuova.
I suoi verbi sono ali bianche che ripetono i nomi
dei dominatori nuovissimi del vento.
Essi non vedono quante ferite sono sparse,
che male sboccia la roccia sulle colline.

Sulle rocce ballano i topi. Da molti anni
conoscono il grigio gramigna che è la base
del pane, le pietre che nutrono i pistacchi,
poi che la sete è la loro balia
e i frutti del deserto sono spicchi asciutti.

Ma il cretto non è deserto, né roccia rossa
permutata in burrone. Eppure tra le sue anse
scivola il fuoco, crepitano i bordi del cemento
sottile, l’acqua sospira, scottano i passi
di quelli che cercano il proprio dolore.

***

Bambina di cenere, la fine è arrivata,
bambina morente, tartaruga smarrita
nel solco della polvere tu spegni le dita.
Bevi succo di piante da una lancia
spezzata, figlia orfana di terra bruciata.

Lasci la nave priva di tutto, lasci la pelle
che è un teatro muto, bambina molle
dal ventre asciutto, ago della battaglia
sul dorso dell’onda cucita, bambina perduta,
di infinito niente, come erba, coperta.

***

Le case sono bambole assembrate su e giù.
Le case sono bambole senz’occhi, che d’un tratto
hanno perso la carne rosaspina. Gli inguini, i polsi,
i visi allisciati, le gambe, le pieghe del volto
sono abitati dal morbo della rapprensione.

La baracca copre e discopre, offende e difende:
l’amianto infetta e punge, il cemento pesa, è amico,
è un’anima di muratura presa tra peste e aria,
e nel mezzo una stanza, da cui non passa il mondo,
e non ha finestre, e nemmeno tocca il cielo.

***

Amianto bianco, fibra stellare, non sente
il peso del calore che abrade, si tende come lana,
lana di salamandra, non muore e non si strappa.
La sua purezza è la nostra corruzione,
il suo fuoco inestinguibile è vulcano che svapora.

La bambina lì dentro, l’amianto la battezza, la consacra,
la veste e le dà forma, la chiude in una cellula.
L’amianto la rischiara al posto della luna,
è fiammifero e fosfene, è culla di polietilene.
Al buio i suoi occhi brillano quasi fossero crisoliti.

***

E’ un nome frivolo il tuo, oppure iridescente?
La tua linfa è un guscio fragile, granulare,
una lingua di silicati senza sfogo, di detriti
che mai fecero un lago, di vita consumata
avanti che l’occhio l’avesse costruita.

Le baracche sono case anch’esse, che un Dio-
farmaco ha riempito di spazio e di aria celestina
(è acqua e zucchero la tua medicina).
Non smette di gonfiare coperte e lenzuola,
di trasmettere echi al pozzo vicino.

I treni merci sono gabbiette per uccellini
alla prima preghiera dei becchi sfrondati.
Disinfettano la mancanza con pareti
a cielo aperto, con erba di mesotelioma
mentre il soffitto minerale respira vincitore.

***

C’è un respiro di tregua lieve sopra le montagne.
Accosta i soffioni alla luce, la borragine all’erba-
madre, avvicina il nome alla gota di chi
ha lasciato la presa sugli angoli perduti.
Una corona di rovi alla bocca delle strade.

C’è una luce di soffioni che cresce intatta
sulla bambina di latta e temporale.
Alla luce rammenda le attaccature degli
arti, ricuce i fori che l’aria ha aperto,
imbastisce un discorso ai pertugi stretti

in mezzo alle ferite, alle valli scavate
tra gambe e braccia, tra clavicole e glutei.
La luce dura il tempo dello strappo,
l’annodatura dei fili alla superficie
della stoffa, il tremore dell’ago.

***

La bambina è un muro basso da superare,
nel mondo dei bambini sporchi, laggiù,
che mangiano acqua e pane invisibile.
Le rose si fanno portare senza rumore
per essere colte, gettate, dimenticate altrove.

Bambina tradita dalla testa bruciata
stare insieme è abbastanza se la casa
è sparita e ti domanda dove sei stata.
Bambina assorta con la testa malata
la pancia è aperta e la strada perduta.

***

Perché le cose scompaiono, e non c’è strada
per trattenerle ancora un minuto sulla linea
del cielo presente. E questo fu imparato sulla via
delle rovine, nella direttrice imbastita dalla madre
il primo giorno che disse una parola e la terra

diventò un raschio di gomiti mai sollevati
dal suolo, un modo di consolare i fantasmi
che stridono i denti, che smettano alla fine
di ruggire attorno ai piedi di quelli che
vogliono camminare sulla terra che non trema.

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12 Responses to Ruggine

  1. viola il 30 aprile 2009 alle 13:34

    ma parasia cos’é? una licenza poetica per parusia? e “assembrate”? sta per assemblate?..scusate l’ignoranza, V.

  2. franz krauspenhaar il 30 aprile 2009 alle 14:27

    una meraviglia. aspra, musicale, piena di immagini dolci e crude.

  3. ap il 30 aprile 2009 alle 14:55

    as|sem|brà|re
    v.tr. (io assémbro)
    mettere insieme, riunire, radunare:
    mi piaceva d’assembrar le imagini di quelle cose (D’Annunzio)
    Varianti: assembiare, assemblare

  4. ambra e. caruso il 30 aprile 2009 alle 16:44

    come mi piace la tua ruggine, non puoi capire.

  5. stefano savi il 30 aprile 2009 alle 17:25

    Mi piacciono sempre molto i tuoi versi. E ti confermo la sorpresa che mi suscitano gli accostamenti che fai. Grazie per il link.

  6. véronique vergé il 30 aprile 2009 alle 18:11

    Ho amato il pianto della terra, della boca assettata.
    Un tanfo nel cuore:

    “bambina di cenere, la fine è arrivata”

    Bellissimo questi versi: ” tartaruga smarrita”

    senza asilio.

    Una grande sensibilità si legge attraverso questi versi.
    Condivido il commento di Franz.

  7. Bianca Madeccia il 30 aprile 2009 alle 18:45

    Brava Marilena, complimenti, emotivamente intensa, raffinata e moderna.

  8. marilena il 30 aprile 2009 alle 21:50

    @Viola: parasia è un incrocio tra “parusia” e il verbo “apparasiarsi” (in siciliano spaventarsi per uno shock improvviso).
    @all: grazie

  9. viola il 1 maggio 2009 alle 11:28

    grazie Marilena, dicevo che mi mancava il background siculo, un caro saluto, V.

  10. Ivan il 2 maggio 2009 alle 14:01

    immagini stupende, ricordano dylan thomas..

  11. vito il 2 maggio 2009 alle 17:52

    scrittura vera … sono felice di sentire un racconto che ho sentito dai miei genitori (che hanno vissuto quell’apparasiarsi) e cogliere nel testo bellissimo un sentimento ulteriore, un indefinibile tono che mi tira dentro alle cose e mi fa partecipe anche se non ancora nato… la foto non mi piace… troppo pubblicitaria.

  12. lambertibocconi il 2 maggio 2009 alle 22:57

    Complimenti sinceri anche da me! Apprezzo molto questo registro di poesia ipermaterica.
    Concordo con Vito, la foto non piace nemmeno a me, ma è una quisquilia…



indiani