* * * di sassi e cristalli

1 maggio 2009
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* hiberno pulvere  ** da cenere oro   

L’uomo è come un soffio,
i suoi giorni come ombra che passa.

                                                Salmo 143

W. A. Mozart [ 1756 -1791 ]
Adagio in Do minore per Glass Armonica K. 617

 

di Orsola Puecher

nata in un giorno di rose e bandiere
Primo Maggio di speranze e futuro
[ e ] strida di rondini che ritornano
1
scrivo di quel che s’è perduto: ancòra [ et àncora ]2

noi3 suonavamo i bicchieri col dito4
inumidito fra briciole e avanzi [ di pranzi ]
sulla tovaglia di lino di Fiandra
lucida e opaca di fiori a ghirlanda

noi facevamo5 omini di mollica [ e stuzzicadenti ]
giochi di prestigio coi fiammiferi [ i Minerva ]
equilibrismi di tappi e forchette
e un coniglio con il tovagliolo [ era solo un nodo ]

mongolfiere6 con la carta velina
delle arance e dei mandarini
palle infuocate verso il soffitto
che ricadevano nere e sfrangiate
7

a sera ombre sul muro con le dita
intrecciate delle sue mani d’oro
8
un’oca, un cane, un gabbiano, un gatto
sono ombre le cose e cose le ombre
9 [ chissà… ]

le nuvole a cirri e cirrocumuli
corrono il cielo in battaglie di vento
sono cavalli e draghi e giganti
che sfaldano piano l’uno nell’altro

le lucciole10 delle notti d’estate
farfarelle dal volo tremolante
Driadi gentili sotto un bicchiere
imprigionate si smorzano all’alba

 

,\\’

 


 
E quante volte emulato anche questo ballo delle forchette e dei panini di Chaplin. Alla prima de La febbre dell’oro, il 26 giugno 1925, a Berlino, il proiezionista, nel riavvolgere la bobina della pellicola, non riuscì a trattenersi dal far rivedere al pubblico questa sequenza. La comicità, l’arte e sempre il gioco nasce dall’uso improprio e paradossale degli oggetti e delle parole: immaginare la rencontre fortuite sur une table de dissection d’une machine à coudre et d’un parapluie, mettersi un colapasta come elmo, suonare coperchi di pentole e bicchieri di cristallo. Appunto. Di cui sopra. Ecco.

 

,\\’

 

I bambini (ma forse solo quelli particolarmente impressionabili) che non hanno avuto la dis/av/ventura di subire vacanze al lago (il mare è altra cosa: salso e solare – dolcemente volgare – rassicurante a file regolari di cabine e ombrelloni), qualsiasi lago, sia esso Maggiore, di Como, di Garda, fin peggio ai tetri buchi tondi oscuri pentoloni bocche d’Ade dei vulcanici Vico e Bolsena… insomma quei bambini, i marini, non sanno in anticipo (e lo impareranno dopo in alio peggior modo) cosa sia la MELANCOLÍA:
 

 
Amato sentimento quasi geografico, dolcinquieto. Quella noia provvidenziale a pensieri di una metafisica semplice e precoce, incline a continue fantasie. Quell’ansia sotto traccia di una giornata di pioggia e acqua nera agitata fra pendici nere a picco, sotto cielo plumbeo. La sirena del battello che si strazia contro i pali del pontile, neri, scivolosi di verde. L’infida profondità di quel liquido insondabile che non tiene a galla, dove subito non si tocca, sempre freddino. Un serpentobis testa piccola in agguato, sotto, a strisciare nella limaccia fra i nastri seghettati d’alghe nere, guatando Infero le gambe rosa agitantesi e il riflesso del Sole dei Superi dal silenzio, dal torbido, in attesa di ghermire. Ergo: i laghi affinano l’esprit de finesse.

 

,\\’

 

ricordo le rive di un lago scuro
la mano piccola mia nella tua

ti stringo troppo forte
come fanno i bambini

temevo che se per un solo istante
senza pensarci l’avessi lasciata

nelle acque fredde
son nascosti misteri

ne sarebbero affiorate Gorgoni
e mostri neri coperti di squame

son volati gli anni
nulla li ha fermati

tronchi all’improvviso animati
e radici ad avvolgere i passi

tornerò al lago scuro
e sulla sponda stretta

si ghiaccia con un sussurro d’onde
pieno di brividi ogni calore

fra i ciottoli lisci
cercherò un sasso piatto

se cantiamo insieme una canzone
di fuochi e smeraldi e cavalieri

rimbalzerà sull’acqua
per più di cinque volte
11

incanteremo le vecchie sirene
custodi di gioielli a forzieri

sfiorando una carezza
a quello che non torna

e si sveglierà il pesciolino d’oro
per esaudire i tre desideri
12

 
NOTE
 
[ nel senso anche di cose conosciute ]

  1. Al mattino presto e al tramonto il loro garrire a volo basso, radente, impazzito, è sollievo al disordine: così la vicina nevicata a fragili fiocchi dei pappi dei pioppi e il profumo molle di sonno e oblio del sicuro rifiorire dei tigli. Ogni anno. []
  2. per ora []
  3. noi eravamo io e mio padre []
  4. e suonare i bicchieri col dito non è un gioco soltanto da dopo pranzo: la GLASS ARMONICA è un curioso strumento composto di coppe di cristallo di dimensioni diverse, a scalare, messe in successione di toni e semitoni come una tastiera e si suona accarezzando il vetro con le dita bagnate. Leggenda fra le tante suppone che Mozart, che per la Glass Armonica compose, la suonasse talmente spesso negli ultimi tempi della sua vita, da aver assorbito tramite i polpastrelli il piombo, contenuto all’epoca in grande percentuale nel cristallo, e che all’origine della misteriosa malattia che lo portò alla morte a soli 36 anni ci fosse proprio il Saturnismo, letale avvelenamento da piombo. Chissà: delizia e croce.
    Il suo suono è alonato, quasi impreciso, al limite della dissonanza, oscillante, leggermente lamentoso e strascicato come un organetto da fiera, ma insieme angelico e tintinnante. E così forse si può immaginare il suono pitagorico delle sfere celesti, che si trovavano a una distanza tra loro pari all’intervallo musicale, così la sinfonia prodotta dalla loro beata rotazione detta La musica delle sfere.
    Un suono malinconico con una lieve nota di allarme, misterioso e vicino per eco di vuoto al sibilo della trottola regalata a Irina dal sottotenente Fedotik nel primo atto di Tre sorelle di Čechov, che insieme all’immobilità al magnesio della fotografia sospende l’azione per istanti di quel nulla sospeso e frusciante, senza eroi, azioni, sentimenti e cambiamenti in cui poi tutto il testo finirà:
     
    FEDOTIK: Lei è libera di muoversi Irina Sergèevna, liberissima. (Scatta una fotografia) Sa che è fatale lei oggi? (Estrae di tasca una trottola.) Ah, a proposito, una trottola. Senta che suono incantevole…
    IRINA: Bellina!
     
    Anton Pavlovič Čechov
    Tre sorelle
    Atto Primo
    Traduzione di Gerardo Guerrieri
    Einaudi (pag. 42)
    []
  5. -vamo —> imperfetto = amata consueta ripetizione di istanti perfetti []
  6. si spiana piano con le dita
    si arrotola a cilindro
    si mette in piedi sul piatto
    si accende la parte inferiore
    si aspetta: prima o poi vola
    []
  7. e son anche queste cose minime&minute lanciate verso l’eternità: e per questo prima ancora delle alte&nobili si insegnano ai figli e i figli ai loro figli e così via.
     
    [ DIOTIMA ] “(…) E’ in questo modo che tutto ciò che è mortale si mette in salvo, non con l’essere sempre in tutto il medesimo, come ciò che è divino, ma lasciando, in luogo di quello che va via e invecchia, qualcos’altro che è giovane e simile a lui. Con questo mezzo, Socrate” soggiunse, “ciò che è mortale partecipa dell’immortalità, sia il corpo, sia ogni altra cosa; ciò che è immortale invece, vi partecipa in altro modo. Non ti stupire dunque, se ogni essere per natura tiene in onore il proprio rampollo, perché è in vista dell’immortalità che questo impegno e questo amore s’accompagnano a ognuno.”
    (…)
     
    da PLATONE Simposio 208 a – b (pag. 111)
    a cura di Giovanni Reale
    Fondazione Lorenzo Valla
    A. Mondadori Editore
    []
  8. E ho scrutato per anni le sue belle mani, ché mi si diceva tanto spesso: Il tuo papà ha le mani d’oro! Da bambini si crede molto alle parole. E lo cercavo sempre quell’oro che gli altri vedevano e io no, dove fosse mai: mi parevano, le sue, mani normali. Forse era una lamina sottile nascosta sotto la pelle, opera di antichi alchimisti, dono di Fate Madrine intorno alla culla. Del resto, dicevano, aveva anche un cuore d’oro. E questo era più facile delle mani da immaginare: si poteva pensarlo, nascosto al centro del petto, lucente e inaccessibile come un ex voto per grazia ricevuta fra pizzi d’argento. []
  9. E le cose mai sono soltanto le cose stesse, possono sempre essere e sembrare ALIA, altre cose, avere altri usi: io le guardo e le penso, tu le guardi e le pensi, le scriviamo ed esse sono sempre diverse. In continuo mutamento scorrono i loro atomi in agitazione.
     
    ποταμῷ γὰρ οὐκ ἔστιν ἐμϐῆναι δὶς τῷ αὐτῷ
     
    [ potamò gar uk éstin embénai dis to autò ]
     
    In un fiume dunque non accade di entrare due volte nello stesso
    Eraclito Frammento 91
    []
  10. Lucciola, lucciola vien da me
    ti darò il pan del Re, il pan della Regina
    lucciola, lucciola vien vicina!
    []
  11. Giuoco questo detto rimbalzello: importantissima la scelta del sasso, piatto il giusto, non troppo piccolo ma nemmeno troppo grosso, fondamentale il colpo secco e leggero del polso, di sbieco, a sfidare la gravità terrestre. Il rimbalzare sull’acqua e lo sparire giù poi a cerchi concentrici, meraviglioso come l’eco per le valli: E NON CI SONO MAI E POI MAI RIUSCITA. []
  12. Gettò la rete per la terza volta,
    E la rete tornò con un solo pesciolino,
    Non un comune pesciolino: d’oro.
    E si mette a pregare il pesce d’oro,
    Dice con voce umana:
    “Lasciami andare, vecchio, in mare,
    Pagherò per me stesso un gran riscatto:
    Ti pagherò con tutto quello che desideri.”.

     
    Aleksandr Sergeevič Puškin
    Storia del pescatore e il pesciolino
    [ Ottobre 1833]
    Traduzione di Tommaso Landolfi
    I meridiani, A. Mondadori Editore (pag. 962)
    []

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22 Responses to * * * di sassi e cristalli

  1. paolettodicanio il 1 maggio 2009 alle 00:49

    daje orsola, daje tutti
    adriatteca

  2. soldato blu il 1 maggio 2009 alle 06:47

    Non l’avevo mai messo in conto, il lago.

    Ho sempre diviso i poeti in due sole categorie: poeti di mare e poeti di terra. Chessò: Montale e Luzi. E’ facile immaginare a chi andasse la mia simpatia.

    Ma questo ibrido! Queste mirabilia malinconiche (etim. “mostruosità”) – ha ragione Orsola – un ragazzo di mare non ha possibilità di conoscerle nel paesaggio solare che frequenta.

    Solo può intuirle nelle serate invernali, quando il vento soffia forte e il mare si presenta oscuro, nero come il cielo. Ma non se ne sente preso.

    Pensandoci ora, cercando di ricordare qualcosa di simile all'”esperienza del lago” che ci viene descritta qui, l’unica cosa che mi ritorna in mente della mia adolescenza è, in una vecchia edizione della “Commedia” illustrata da Doré, la tavola con la barca di Caronte, i bagnanti del lago come anime che tentano di salirci sopra.

    Grazie Orsola.

  3. nadia agustoni il 1 maggio 2009 alle 08:18

    Un post bellissimo, che ci porta all’incanto dell’infanzia

    “nata in un giorno di rose e bandiere
    Primo Maggio di speranze e futuro
    [ e ] strida di rondini che ritornano1
    scrivo di quel che s’è perduto: ancòra [ et àncora ]2

    noi3 suonavamo i bicchieri col dito…”

    La malinconia è pietra dura da lavorare, qui il risultato è eccellente.
    Tenero il ricordo della presenza del padre.

    “ricordo le rive di un lago scuro
    la mano piccola mia nella tua

    ti stringo troppo forte
    come fanno i bambini”

    Un abbraccio.

  4. sparz il 1 maggio 2009 alle 09:00

    il bello di questo post mi pare sia quello di non avere un centro; è invece una miriade di suggestioni di rara leggerezza che fanno viaggiare il pensiero, al leggerle, in territori della memoria personale da tempo disertati. Dalle molliche di pane arrotolate ai fragili fiocchi dei pappi dei pioppi, dalle rive di un lago scuro — raramente m’è capitato di vedere un paesaggio più inquietante di Bolsena — al richiamo allo spleen dei primi vaneggiamenti romantici.
    Come un mare interno, questo post, con tante insenature in cui rifugiarsi e tanta acqua attraverso e dentro la quale navigare pianamente.

  5. riccardo ferrazzi il 1 maggio 2009 alle 10:49

    Non mi azzardo a commentare. Troppo bello! Grazie Orsola.

  6. viola il 1 maggio 2009 alle 11:34

    la malincholia di un’incantevole infanzia, tra driadi e molliche e film di Chaplin e dita d’oro…che tu specie oggi possa ri-viverla “plena e prena”, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, ma c’è sempre un fiume, deogratias, migliore d’ogni lago, un forte abbraccio, Viola

  7. niky lismo il 1 maggio 2009 alle 16:25

    “Una famiglia è un corpo che ha in sé una certa quantità di vita che ancora non se n’è andata. Una famiglia continua a esserci fintanto che non sono ancora morti tutti. I componenti di una famiglia che non siano più in vita c’è sempre qualcuno che si ricorda vagamente che sono morti. Alcuni di quelli che sono ancora in vita e che non sono morti può benissimo darsi che abbiano una famiglia. Alcuni di quelli che sono ancora vivi e che sono arrivati alla vecchiaia può benissimo capitare che muoiano. Alcuni di quelli che sono ancora in vita e che hanno una famiglia ma che sono ormai vecchi può capitare che muoiano. Possiamo stare sicuri che ci sono quelli che si ricordano di questo fatto. La vita di una famiglia può essere una cosa che esiste realmente e può eserci qualcuno che della cosa serberà almeno un vago ricordo” (Gertrude Stein: The making of Americans).
    E’ il suono della mente, il nome delle cose, sono i fragili fiocchi dei pappi dei pioppi, a dare forma al ricordo.

  8. natàlia castaldi il 1 maggio 2009 alle 16:50

    i tuoi lavori sono completezza di senso e pensiero che ha colore anche in bianco e nero et odore antico e presente sempre rinnovato, anche nella melancolica mirada al passato.

    grande ammirazione per la tua arte.

  9. Laura A. il 1 maggio 2009 alle 18:36

    Una delle più belle cose lette e viste sulla rete e scritta per la rete. Sperimentale in senso assoluto per la mescolanza dei generi letterari, dei registri emotivi, delle immagini, della musica, dei rimandi, ma rigorosa nell’uso del metro poetico. L’uso centrale delle note a piè di pagina distrae e focalizza, apre altri “mondi” creando piani sempre diversi e affascinanti.

  10. gianni biondillo il 1 maggio 2009 alle 19:36

    Orsola è la più brava di tutti. Ha capito VERAMENTE come si usa e si “piega” alla poesia il mezzo tecnologico. Avessi un cappello in testa me lo toglierei, rispettoso e ammirato.

  11. chi il 1 maggio 2009 alle 23:08

    concordo lietamente maravigliosamente con gianni.
    e questo. l’ho visto stamane e ancora sono un po’ annichilita.
    tipo yourcenar in Sistina. la bellezza nn ha bisogna di agire per essere.

  12. francesca matteoni il 1 maggio 2009 alle 23:15

    proprio bello Orsola, grazie.

  13. fernirosso il 2 maggio 2009 alle 00:24

    E’ un pezzo straordinario questo, lo conservo per rileggerlo, per rigoderlo,ha un cuore che pulsa e ci credo perchè l’ho sentito battere. dentro di me,nelle memorie che,ne sono certa, condivido per età e per biografia. Sono del due, il primo maggio mia madre volle fare festa, fino a mezzanotte:io nacqui alle 0,30 del giorno seguente. Con un gran trambusto e con grande difficoltà, ma era maggio, il mese di Maya e nacqui, contro ogni presagio nefasto.Anche mio padre aveva mani d’oro, la casa era un regno, specialmente il suo laboratorio,dove l’argilla prendeva forma e poi nasceva, mi nasceva intorno, come un ventre, un grosso ventre pieno delle parole di mio padre, quelle che infilava, con le mani e con l’acqua, manovrando la creta sul tornio e io,dentro quel movimento. No, non accadde più, mai più di immergermi come allora in me stessa e nella luce che cerchi in te,sotto lo spessore della pelle, quella del vaso che ti contiene mentre vivi.
    Quante memorie ha mosso in me questo pezzo, quanta tenera palpabile malinconia. Grazie.fernanda

  14. teqnofobico il 2 maggio 2009 alle 14:09

    ” – Et avec ce lac, ces lacs, ce lacs – quand il y engage toute la télépathie, là aussi il y a LA Cendre. ”

    ” – Capisco benissimo, lo capisco benissimo; ho ancora un pò d’orecchio per la fiamma, anche se la cenere è silenziosa; è come se bruciasse della carta a distanza, con una lente […] La cenere nuda e cruda, la cenere come fede, questo è ciò che lo interessa. E siccome la consonante iniziale conta poco, dato che ogni parola finisce in ( )endre, o ( )andre, nome proprio e comune, e persino un verbo quando diventa attributo – il tendre (il tenero), io mi chiedo che cosa ne fa di quel DRE (sans, sens, sang, cent DRE). Lascio a voi cercare gli esempli.”
    (Derrida, Ciò che resta del fuoco)

    grazie orsola per tenere tenere mani, e tendere

    giovannicampi

    p.s. un pessimo assemplo delle mie:

    ‘differenze controsimillime somme’

    uguale e contrario qual sono muto
    che muta in tale: sì, c’era una volta
    una volta in cielo o sia capovolta
    in terra l’altra, l’esser uno acuto

    dell’altro grave, accento, o senza
    gravità leggere letter leggere,
    essendo son gravido: sì, tenere
    tenere mani è far dell’assenza

    una presenza, là dove si forma
    la forma, forse altrove, che è fare
    insieme, dove l’altro è l’uno, orma

    lieve che si posa: copia esemplare
    il verbo si fa nome o viceversa
    di nuovo proprio l’improprio riversa

  15. monica vannucchi il 2 maggio 2009 alle 20:09

    Tutto bellissimo, ma più d’ogni altra cosa il montaggio di materiali differenti che tu incastri perfettamente accostandoli come nei sogni, e come nei sogni prendono senso e risuonano gli uni negli altri. Grazie!

  16. stalker il 2 maggio 2009 alle 23:09

    semplicemente incantata da una semplicità così complessa.

  17. véronique vergé il 3 maggio 2009 alle 17:42

    Orsola Pulcher mi dà sempre l’impressione di scovare la chiave dell’infanzia, di aprire una porta magica, con la grazia della musica, l’eleganza dei versi, l’acqua sensibile che descrive lo specchio dei volti amati. Si crede sentire la musica del suo cuore.

    Geografia malinconica del lago, acqua di meditazione, di lentenza e piccoli mossi, quando il mare inventa sogno di lontano, spazio ampio,
    possibilità immensa.

    La geografia dell’infanzia modella la mente: con grande sole, pietre, vento; il vento è l’elemento scandito della mia infanzia.
    Si puo evocare ( invece all’idea consueta) una follia e forse una grande tristezza nel sole sopra una terra secca. Senza acqua, ma melanconia di troppo luce.
    Non ho una conoscenza del paesaggio dei laghi, il mio corpo non si è modellato con la dolcezza malinconica dell’acqua addormentata, ma questo post fa entrare nel paesaggio, fa ascoltare piove leggera, esile.

    Grazie pour cette belle partition.

  18. diamonds il 3 maggio 2009 alle 18:01

    Diamanti dell’Orsola Maggiore

    notontheguestlist.com/StayGolden.mp3

  19. orsola puecher il 4 maggio 2009 alle 11:31

    un grazie grande

    mi sorprende sempre in realtà come in ognuno ci siano queste particolari consonanze uguali e diverse

    [ con calma, quando riesco, risponderò ad ognuno se vi capita di ritornare qui, al lago: cose difficili mi tengono lontana (ma continuo: limo e distillo levità da pesantezza) ]

    ,\\’

  20. franz krauspenhaar il 4 maggio 2009 alle 13:36

    l’arte di orsola, così vissuta, fino all’inizio.

  21. orsola puecher il 5 maggio 2009 alle 16:06

    [come promesso ]

    @paolettodicanio
    tifo da stadio?!?

    @soldato blu
    ibrido è parola che molto mi piace
    gl’ibridi sono prodotti degli incroci e degli innesti
    per un buon innesto il coltello del giaridniere, però, deve essere affilato
    la disponibilità a incroci e innesti nella letteratura è fondante, nella vita, va da sè, ancor di più

    @nadia agustoni
    la malinconia è una compagna difficile ma feconda, sempre

    @sparz
    la sensazione che volevo trasmettere è proprio quella di una navigazione che non ha un centro preciso: ognuno può disegnare la sue rotta andando sù e giù per le note

    @riccardo ferrazzi
    io invece mi azzardo eccome a dirti grazie

    @viola
    il mio fiume, qui, ha una lunghezza d’onda difficile

    @niky lismo
    la fragilità è la chiave di volta delle cose che scrivo, vengono da zone fragili, si chiedono, anche, spesse, se abbia un senso l’essere scritte

    @natàlia castaldi
    sì,passato e presente sfumano continaumente l’uno nell’altro

    @Laura A.
    Centro! Credo che scrivere per la rete e per la carta siano due cose profondamente diverse.

    @gianni biondillo
    la “piegatura” è un lavoro lunghissimo in realtà e non facile

    @chi
    grazie chiara
    ricordo bene che in un tuo commento mi dicesti che i miei pezzi suscitavano nostalgia per tutto quello che non è web: è vero

    @francesca matteoni
    grazie. il bello a volte salva dal brutto

    @fernirosso
    non so come ma chi è stato bambino negli anni 60 conserva della sua infanzia una luce davvero speciale

    @teqnofobico
    grazie a te per gli omofoni
    le parole sono meravigliose

    @monica vannucchi
    come in un sogno, giusto, ma anche come un flusso di pensieri con tutti le loro deviazioni necessarie

    @stalker
    semplicità complessa appropriato ossimoro davvero

    @véronique vergé
    partition mi piace molto

    @diamonds
    grazie del pezzettino davvero rifrangente e se mi chiamo Orsola all’Orsa Maggiore lo devo, ma questa è un’altra storia (da raccontare)

    @franz krauspenhaar
    fino all’inizio?
    vero
    il tempo è rovesciato per me

    [ al prossimo giro ]

    ,\\’

  22. véronique vergé il 7 maggio 2009 alle 08:17

    Grazie Orsola,

    Per ogni parola attenta,
    generosità.



indiani