Tomada, un attraversamento

4 maggio 2009
Pubblicato da

di Francesco Tomada

a cura di Francesco Marotta

Da: L’infanzia vista da qui, prefazione di Maurizio Mattiuzza, illustrazioni di Gennj Volk, Gorizia, Editrice La Quercia, “Sottomondo”, 2005.

(I disedifici)

Double face
(pensiero all’uscita del turno di notte)

Guarda le gru di Marghera altissime
e bianche nel buio come radici
di alberi piantati a rovescio
nella terra

dunque questo non è cielo
ma un cielo capovolto questa non è
vita
ma quello che alla vita viene tolto

.

Su un verso di Antonella Anedda

Anch’io di Sarajevo ricordo l’immagine
di una donna che corre verso il rifugio
proteggendosi la testa
come se piovesse

la pace che viviamo ha la fragilità
delle cose che succedono per caso
essere sorpresi in strada troppo lontani da un riparo
e bagnarsi solamente
oppure morire

.

Auschwitz, 3 marzo

(a Daniel)

Anch’io ho camminato lungo i binari
dove fermavano i treni dei deportati

volevo capire quel poco che posso
della colpa e del dolore
ma sono un uomo troppo piccolo
e questa pianura è troppo vasta e vuota
è terra distesa a sottolineare ciò che manca
è neve caduta a coprire ciò che resta
così dovrebbe essere il silenzio
qualcosa che si vede si tocca e
congela per sempre un angolo del cuore

ad Auschwitz una volta almeno si dovrebbe
andare tutti, rimanere muti muti muti
scegliere un nome a caso fra i sopravvissuti
io ho scelto Rose che allora era bambina
e poi chiedere scusa di essere arrivati troppo tardi
di esser nati troppo tardi
forse di esser nati

.

(I grani di riso)

*

Hanno arato i campi stamattina
e nel sole freddo dell’inverno
il dorso delle zolle brilla lucido
come un diamante estratto dal profondo

io credevo che il dentro della terra fosse buio:
non capivo dove i semi prendessero il coraggio
e i crochi
il colore della loro fioritura

.

Astronomia privata

Ho cinque nei sul braccio
sinistro e già da bambino
li univo in una forma
di incudine

come una costellazione
in negativo
sul cielo roseo della pelle
che delimita lo spazio alla vista
ma non lo rinchiude

e non sai dove prosegue
l’infinito

se dentro o fuori o semplicemente
ti attraversa

.

(La famiglia)

La famiglia

Mio nonno aveva i gesti
lenti di chi sposta l’aria e
il volto vestito solo con una
limpidezza
di occhi

ma questi capelli che così
presto mi vengono bianchi
sono il segno che dentro
alle vene è rimasto
qualcosa di te? sono gli
stessi capelli che danno
al tuo ricordo il candore
di pane azzimo?

.

A Giordano
(ora posso usare il tuo nome)

Avevi il sole diritto negli occhi
e in te ho riconosciuto
ogni colore che intreccia il cesto
dell’iride

mi sono riempito della tua immagine
era acqua gelata che scende
nella gola e poi
più in basso
al punto esatto sopra il diaframma
dove il respiro si ferma ed esita
prima di tornare indietro

adesso dicano pure
dicano pure
che non mi assomigli

.

Impercezione

Dormi e il tuo corpo si fa sottile
come un quadrifoglio tra le pagine
e non è carta ma stoffa di lenzuola
e non è libro ma tu portaci fortuna
in questa escoriazione fino al vivo
che per paura di essere banali
solo di rado chiamiamo amore

.

(L’infanzia vista da qui)

A mia madre

Guardo la casa dove vivi sola
la stessa dove anch’io sono nato
e ho vissuto

dici che più niente ti lega a questa terra
che verrai ad abitare più vicina a me
non si sa mai, un’influenza
o soltanto un mobile da spostare

intanto hai rinnovato le stanze
cambiato la cucina lucidato i pavimenti
dipinto la ringhiera dello stesso colore bruciato
che ha sempre avuto

è come se prima di andare
tu mettessi in ordine i ricordi

e ho paura di pensare che hai più di settant’anni
e senza dirmi niente per non farmi preoccupare
ti stai preparando a qualcosa di più grande
di un trasloco

.

Senzavino

Mio nonno diceva che mangiare
senza vino in tavola
gli ricordava il tempo della guerra

mia nonna gli sopravvisse a lungo
quando anche lei morì
trovammo milleduecento bottiglie vuote
allineate come soldati lungo il muro
dietro alla legnaia

dopo pranzo negli ultimi anni lei si sedeva sul divano
con un sorriso strano che allora non capivo
pensavo che fosse per qualcosa alla televisione

invece
aveva approfittato della pace

.

Aras – Ad Alessio

(uno)

Ti ho regalato il disegno
di una farfalla dalle ali colorate

mi dici “appendilo più in alto
dove il ragno non arriva”

le mie mani sono capaci
di mescolare acquarelli
ma sono i tuoi occhi a vedere
la leggerezza del volo

(due)

E poi davvero una farfalla
ti si è posata sulla palpebra
ed è rimasta ad ali giunte
fidandosi di te

camminavi tenendo un occhio aperto
per guardare in terra

ma con quello chiuso vedevi
molto più lontano

(*)

So come muoiono le farfalle

come un uomo disteso di schiena su di un prato
guardano tutto il cielo che hanno
attraversato e poi

allargano le ali sopra l’erba
per allontanare la fatica
e pensano per sempre di volare

.

(notturno, due note per un ritorno)

Dal ventre di mia madre mi trassero a fatica, avevo una mano sugli occhi come a coprirmi dalla luce e non passavo, non passavo. Mio zio si fermava ogni giorno davanti alla culla, poi mi guardava la testa e diceva: “Non prenderà mai una forma normale”. Aveva ragione, ho ancora i lineamenti non regolari, ma stanotte c’è una luna comprensiva che mi segue verso casa e la sua luce lieve cambia i miei difetti in ombre.

Un capriolo è uscito dai campi, è rimasto nel fascio dei fari con le pupille brillanti come diamanti a mezz’aria. Ho frenato, mi sono fermato, dopo un secondo lunghissimo è andato via. Come le bestie abbagliate quando aspettano la morte, così io chiedo ci prenda la vita: di schianto e noi lì ad aspettarla ad occhi serrati, con quel coraggio che io non ho avuto neppure nascendo.

***

Da: A ogni cosa il suo nome, prefazione di Fabiano Alborghetti, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, “Materiali”, 2008.

.

Pompei

Quando fra duemila anni scaveranno questa terra
troveranno i nostri corpi ormai diventati sasso
nella stessa posizione in cui ci addormentiamo oggi
tu girata di fianco
io che ti stringo appoggiato alla tua schiena

e non sapremo mai se il nostro bene
è così grande da superare il tempo
o se è stata l’abitudine dei gesti ripetuti
a indurire l’amore
fino a trasformarlo in pietra

*

(Altri luoghi)

Il terremoto del ’76

Quando venne il terremoto del ’76
era sera e io avevo otto anni
uscimmo tutti di corsa nei cortili
così come eravamo, noi bambini già in pigiama

ricordo la casa che tremava nel buio
e non ho mai pensato che potesse cadere
ma avevo paura, paura per il rumore
e perché si muoveva la terra
e restava ferma l’aria

una cosa sconosciuta

il contrario del vento

.

(sono queste le righe che cercavo per Rose)

Cosa c’è nel museo di Auschwitz

ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi
di una intera generazione

occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa

valigie per milioni
di possibili ritorni a casa

tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima
il nome sulle etichette il fango secco sulle suole
solo una cosa è andata avanti
– non posso chiamarlo proprio vivere –

c’è una stanza intera di capelli
sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia
non li hanno mai raggiunti

.

(In suo nome)

(parla lei)

Sembrava bello che costruissero le case al posto dei campi
poter vivere in un posto dove prima si era solo lavorato
forse ho sbagliato perché era il tempo della tv in bianco e nero
e non ho mai guardato fino in fondo il colore dei tuoi occhi
ma in te ho creduto davvero mi sembravi la liberazione
dopo un’infanzia di mattoni e stracci e fratelli da crescere
forse ho sbagliato perché le ragazze di buona famiglia hanno fretta
e così tanta paura della solitudine da correrle incontro
forse perché lavoravi come meccanico di aerei
e ho pensato che sapevi aggiustare le cose
e se tornavano a volare i mostri da dieci tonnellate di metallo
allora avrei potuto farlo anch’io che un giorno ci avevo provato
saltando dal secondo piano del fienile con un ombrello per paracadute
e un poco di leggerezza dovevo averla già dentro di mio
se non mi ero fatta niente

(parla lei)

Abbiamo ristrutturato una casa per viverci
travi a vista e odore di malta e legno
un nido d’amore dicono ma io
non ho mai visto animali con un nido di cemento
a volte stiamo insieme come è scritto che si deve fare
a volte tu esci e non so dove e con chi vai
………………..quando avrò una figlia
per prima cosa le insegnerò che gli uomini
certe sere vengono troppo presto
ma in altre non arrivano mai

(parla lei)

Un giorno voglio crocefiggerti sul letto usando le mie braccia
riprendermi il piacere ed il dolore della prima volta
per ogni notte in cui sei stato indifferente sarò il giudice e la pena
tu sarai la terra dove scavo un solco passando e ripassando con i piedi]
la traccia a semicerchio consumata dai cani alla catena

(parla il figlio)

Come tutti gli anziani raccontavi
cento volte lo stesso episodio
di quando andavi a scuola in bici sotto le nevicate
di quando ti sei ammalata di difterite
un poco abbiamo avuto pazienza ma dopo
abbiamo detto basta

è da allora che hai cominciato a prepararci ogni settimana
un piatto diverso di cucina friulana
polenta frico gnocchi di zucca
quel cibo povero che un giorno era l’unico possibile

e sarà che passi sempre la domenica mattina
ma la tua non sembra una semplice gentilezza

piuttosto una comunione: questo è il mio corpo
prendete e mangiatene tutti

(parla lei)

Io non sono mai stata brava con la rabbia
l’ho sempre mantenuta fino a consumarmi
l’ho trasformata in silenzi così lunghi da disimparare le parole
in espressioni così misurate da dimenticare i sorrisi
credo che per questo le spalle mi si siano incurvate
sotto una tensione che le prende da dentro
come se un cavo legasse le scapole alle ginocchia
lo sento il cavo che passa proprio in mezzo al cuore
lo sento il cuore che pulsa come un uccello nella sua gabbia di costole
a volte ho pensato che se non fosse stato per i figli
avrei aperto questa gabbia
l’avrei lasciato volare via

(parla lei)

Adesso se volessi potrei raccontare
ma le frasi mi costano ancora fatica
ogni congiunzione copre un respiro da prendere
ogni verbo definisce un gesto che poteva essere diverso
così queste parole le scrive il solo figlio che ci resta
da te ha preso gli occhi e la rabbia
da me i silenzi
lo sguardo: quello che in lui vive non sei tu e non sono io
ma un uomo che è cresciuto
come una radice
nello spazio tra di noi

(parla il figlio)

A volte la vedo camminare china in salita
ricorda certi anziani quando riempivano
le tasche di sassi per resistere al vento
ma penso che il vento lei lo porti dentro
il muoversi dell’aria che non trova un posto dove stare
l’anima che sbatte come una tovaglia stesa
ad asciugare sui fili del bucato – è da lì che sale quel profumo di sapone
che lei tratteneva fra i capelli nelle poche volte in cui l’ho abbracciata
avrei dovuto dirle che odoravano di nuvola e di shampoo Palmolive
lei si irrigidiva come se a stringerla fosse di nuovo mio padre
avrei dovuto dirle che non sono io
.…………………………. il passato che rivive

(parla lei)

Il figlio di mio figlio ha sette anni e chiede proprio a me
com’è sopravvivere a un infarto
e chissà come si vedono le cicatrici sul cuore
………se si potesse appoggiarci le dita
………le sentiresti come una linea un poco più dura del resto
………è muscolo che non riesce più a pulsare
………ma si tiene alle parti buone, le segue
………ed è il suo modo di tornare a vivere
………forse per questo d’istinto gli allungo la mia mano
e lui la prende

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31 Responses to Tomada, un attraversamento

  1. soldato blu il 4 maggio 2009 alle 09:51

    Le poesie – splendide – di Francesco Tomada non danno risposta a una domanda:

    se si tratta dei colloqui con le persone amate, con le cose amate, oppure se si sta rivolgendo a noi per trasmetterci il cuore delle sue esperienze.

    Certo è – solo – che la domanda è inutile, senza alcuna importanza.

  2. Marco il 4 maggio 2009 alle 10:15

    Davvero toccanti. È possibile entrare in contatto con l’autore di queste poesie? A ogni modo: l’intensità delle parole, amplificata dalle scelte formali e dall’ordine del discorso, vibra colpi al cuore e quest’ultimo sorride! Molto belle, da lettore di poesie posso dire di non aver trovato spesso la stessa semplicità di accesso ai testi, che qui ho incontrato – e sotto il profilo emotivo e sotto quello intellettuale.

  3. viola il 4 maggio 2009 alle 11:38

    Tomada è , semplicemente, naturaliter poeta, V.

  4. gianni biondillo il 4 maggio 2009 alle 11:39

    Belle davvero. Bravo Francesco. E bravo anche a Francesco!

  5. Salvatore D'Angelo il 4 maggio 2009 alle 13:05

    Straordinaria poesia, per classe,stile, semplicità, misura, cuore. Strutturata con semplicità ( e dunque verità) e quindi efficace e comunicativa.
    Chapeau!

    P.S. Invito Franco Arminio a leggere Tomada, alla luce del dibattito che sta suscitando il post con la sua poesia. Ma non per contrapporlo a Tomada…per dare un effetto plastico di ciò che (credo) intendesse Lucy col suo commento.

  6. franz krauspenhaar il 4 maggio 2009 alle 13:24

    una splendida scoperta, una leggerezza quasi abissale. grazie tomada, ti si legge d’un fiato e con la bocca semiaperta – caso rarissimo.

  7. franz krauspenhaar il 4 maggio 2009 alle 13:25

    mi unico a gianni nel ringraziare francesco marotta per questa proposta.

  8. francesco forlani il 4 maggio 2009 alle 13:34

    pane al pane
    poesia alla poesia
    grazie a tutti veramente!
    effeffe

  9. premio baghetta il 4 maggio 2009 alle 14:23

    @Marco e tutti gli altri. Francesco Tomada è finalista al Premio Baghetta, lo potrete trovare e conoscere sabato 16 maggio al Castello Colleoni di Solza, dove sarà in lizza per la vittoria con Roberto Piumini, Nelo Risi e Roberta Dapunt. Qualche posto per entrare a far parte del Convivio che eleggerà il vincitore è ancora disponibile, sul nostro sito.

  10. Giorgio il 4 maggio 2009 alle 15:08

    Io voto per Francesco Tomada.

  11. premio baghetta il 4 maggio 2009 alle 15:29

    Eheh, troppo semplice: prima si mangia, poi si ascolta, infine si vota!

  12. magda il 4 maggio 2009 alle 15:43

    Un carissimo saluto a Marotta l’untore..

  13. carmine vitale il 4 maggio 2009 alle 16:22

    sono queste le cose che cerco leggendo poesia
    grazie a fm e a tomada
    grazie
    c.

  14. Francesco Marotta il 4 maggio 2009 alle 16:55

    Ringrazio Domenico Pinto e Nazione Indiana per aver dato ospitalità alla poesia di Francesco Tomada.

    Un grazie particolare a coloro che hanno commentato e letto, e che leggeranno.

    Un saluto a tutti.

    fm

    p.s.

    @ Magda

    Un abbraccio grande.

  15. L.S il 4 maggio 2009 alle 17:27

    Lette e apprezzate nella dimora di francesco marotta. Splendide ad ogni rilettura.

    grazie ad entrambi

    lisa

  16. Gena il 4 maggio 2009 alle 17:28

    Mi unisco al coro, belle, alcune poi veramente uniche. Speriamo che Tomada possa vincere.

    G.

  17. nadia agustoni il 4 maggio 2009 alle 17:33

    Lette nei suoi libri, davvero unici, e ritrovarle come sempre un grande piacere.

    Un abbraccio

  18. francesco t. il 4 maggio 2009 alle 18:19

    Ringrazio prima di tutto NI per l’ospitalità, e tutti quelli che hanno lasciato un pensiero, conosciuti (ed è bello ritrovarvi qui) e non; in particolare voglio ringraziare Francesco Marotta, per la sua profondità culturale e umana, prima ancora che per il post. Se questi libri hanno un minimo di visibilità, in buona parte lo devo a lui.
    Mi fanno ovviamente molto piacere gli apprezzamenti che arrivano anche da scrittori che non conosco personalmente ma che stimo, e cercherò di usarli come pungolo per continuare.

    @soldato blu: non è una domanda inutile, e credo tu lo sappia bene. Sono prima di tutto dialoghi con me stesso e dunque le persone e le cose amate. La speranza è che poi riescano a diventare qualche cosa di più, ed essere recepite anche da altri come proprie, almeno in parte. Però sono in origine scritte per essere scritte, prima che per essere lette. Non so se sia il giusto modo di procedere, ma è il solo in cui riesco a trovare qualcosa che mi sembri degno. Se c’è un valore è una conseguenza e non un fine.

    @Marco: non so se qui si possano mettere le mail private. Aspetto indicazioni, nel caso non ho problemi a farlo, anzi.

    @Salvatore: grazie per le tue parole; per me Arminio è un esempio da seguire e ci tengo a dirlo. Ho guardato alcuni post precedenti e le discussioni che sono seguite, e ci tengo a dire che, al di là del singolo testo che può piacere o meno, mi sento istintivamente vicino alle sue posizioni. E ammiro la sua classe nel rispondere anche alle critiche più dure con compostezza e decisione: alcune, ma non mi riferisco a te, mi sembravano più che legittime nei temi ma non proprio rispettose.

    Sul Baghetta, sono contento di esserci e mangiare e bere, molto contento. Sono già a dieta per prepararmi e fare spazio.

    Francesco Tomada

  19. soldato blu il 4 maggio 2009 alle 18:38

    @ francesco t.

    non avevo alcun dubbio che fosse così come tu dici.
    Ti ringrazio per la risposta.

  20. domenico pinto il 4 maggio 2009 alle 19:06

    @Marco
    Puoi scrivere alla posta di NI, poi giro all’autore.

  21. Salvatore D'Angelo il 4 maggio 2009 alle 19:17

    @francesco tomada

    anch’io sono un estimatore di arminio. Tuttavia, come gli ho detto anche privatamente, una maggiore attenzione al “respiro interno” della sua poesia (metro, ritmo) non sarebbe male, perche la sua, proprio per la semplicità, ha una grazia e forza che lo avvicina ai lirici greci antichi (mito e proporzioni a parte), e ciò rende a mio avviso,la sua poesia “uno splendido anacronismo”, nel senso letterale e nobile del termine. Ma so già che -adesso- lui non è d’accordo, com’è giusto che sia. Infatti io trovo queste tue poesie assai vicine a quelle di arminio, ma a primo acchito v’ho trovato un maggiore equilibrio nel metro e nel ritmo. Senza voler con questo fare alcuna classifica, ché le classifiche, si sa, lasciano il tempo che trovano.

  22. Agostino Cornali il 4 maggio 2009 alle 20:53

    Mi unisco anche io alle opinioni degli altri: Francesco Tomada è un grandissimo. Spero di riuscire a venire a Solza visto che è un bel posto ed è a pochi chilometri da casa mia.
    Grazie anche a Francesco Marotta, che spero di incontrare presto.

    Agostino

  23. Diamante il 4 maggio 2009 alle 21:54

    Tamada possiede una magnifica leggerezza, pare un sughero danzante sul pelo dell’acqua, che è un’acqua cupa e al tempo stesso limpida, l’acqua della vita. Poesie d’autentica bellezza e verità. Poesie che scottano e al tempo stesso lambiscono piano.

  24. Diamante il 4 maggio 2009 alle 21:56

    tOmada, chiedo venia.

  25. francesco t. il 4 maggio 2009 alle 22:20

    Grazie ancora, davvero, apprezzo moltissimo – e insicuro come sono sul mio lavoro vi assicuro che non è un modo di dire.

    @Salvatore: anche io trovo questa grazia e forza in Arminio, sono d’accordo con te. Non so, lo ammetto, quanti e quali testi siano stati pubblicati qui. Di recente ne ho letti diversi sul blog di Francesco Marotta, e lì secondo me il “respiro interno” di cui parli era raggiunto pienamente. Mi piace poi che Arminio non parli di poesia in senso stretto, ma pieghi la forma alla necessità, e poi spetti agli altri, se vogliono, classificarla. Io penso che la forma si costruisca attorno alla scrittura – e dico scrittura, non poesia; riuscire poi a riempirla in modo che calzi è un discorso molto più difficile, ma qui parlo di me e non di Arminio.

    Francesco t.

  26. véronique vergé il 5 maggio 2009 alle 08:09

    Un’ aria dolce e triste, un cuore raccolto nei versi.
    Sono commossa.
    Poesia umana, fragile.
    Parola dall’infanzia per fare asilio all’orrore della Storia.
    Un uomo trop piccolo ma con un cuore immenso
    il nome di Rose
    unito alla sua anima odierna
    vede tutto
    disteso di schiena
    con il cielo
    rifletto dell’ombra umana.

    Grazie, la commozione è ancora nel mio cuore questa mattina.

  27. natàlia castaldi il 5 maggio 2009 alle 22:15

    la pace che viviamo ha la fragilità
    delle cose che succedono per caso
    essere sorpresi in strada troppo lontani da un riparo
    —–
    volevo capire quel poco che posso
    della colpa e del dolore
    ma sono un uomo troppo piccolo
    e questa pianura è troppo vasta e vuota
    è terra distesa a sottolineare ciò che manca
    è neve caduta a coprire ciò che resta
    così dovrebbe essere il silenzio
    qualcosa che si vede si tocca e
    congela per sempre un angolo del cuore
    —-
    io credevo che il dentro della terra fosse buio:
    non capivo dove i semi prendessero il coraggio

    —-

    In questa prima parte di versi si palpa uno stato di attonito sbigottimento dinanzi ai contrasti delle cose: le misure: immensamente grande /troppo piccolo.
    Scorrendo le parole si entra come in un tunnel dimensionale che denuda fragilità e precarietà delle cose e di noi, esseri umani troppo piccoli a muoverci tra d’esse, in cerca di risposte anch’esse troppo grandi o solo troppo piccole, minuscole come la meschinità, tracce di quella sconcertante banalità del male che anch’essa ci “misura” in relazione a ruoli di persone e cose in un altro tunnel, come un cono di vuoto.

    —-

    Ho cinque nei sul braccio

    come una costellazione
    in negativo
    sul cielo roseo della pelle
    che delimita lo spazio alla vista
    ma non lo rinchiude
    e non sai dove prosegue
    l’infinito
    se dentro o fuori o semplicemente
    ti attraversa

    —-

    L’eco dell’idillio leopardiano non inficia questi versi in cui il poeta rinchiude un’intera costellazione nel perimetro roseo della pelle. Non la contemplazione dell’al di là da sé, bensì la circoscrizione dell’universo in se medesimo.
    Essere finito ed infinito in questa poesia magicamente si attraversano in assenza di confini, approdando in uno stato di contemplativo silenzio in cui spazio e tempo, immensità e piccolezza sono contrasti che si “riappacificano” in una condizione di quiete, in cui il poeta (si) osserva senza lasciarsi turbare dall’ansia di dover necessariamente trovare risposte all’infinito interrogativo d’esistenza.

    —-

    Mio nonno diceva che mangiare
    senza vino in tavola
    gli ricordava il tempo della guerra
    mia nonna gli sopravvisse a lungo
    quando anche lei morì
    trovammo milleduecento bottiglie vuote
    allineate come soldati lungo il muro
    dietro alla legnaia
    dopo pranzo negli ultimi anni lei si sedeva sul divano
    con un sorriso strano che allora non capivo
    pensavo che fosse per qualcosa alla televisione
    invece
    aveva approfittato della pace

    Quest’ultima è un capolavoro, un affresco naif, sembra di scorgerne i colori del sorriso e le gote.
    Una capacità descrittiva e di sintesi pittorica ed una scelta d’immagini insieme efficace ed evocativa:
    trovammo milleduecento bottiglie vuote/allineate come soldati lungo il muro/dietro alla legnaia –
    Quasi una rivincita sulla storia quell’approfittare della pace!

    e non sapremo mai se il nostro bene/è così grande da superare il tempo/o se è stata l’abitudine dei gesti ripetuti/a indurire l’amore/fino a trasformarlo in pietra
    L’immagine della pietra, da sempre e banalmente abbinata al cuore in senso di mancanza di calore, vita e freddezza, qui si ricopre di altro nuovo senso, materia che si intreccia di vita oltre la morte.


    c’è una stanza intera di capelli
    sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora
    che nella vecchiaia
    non li hanno mai raggiunti

    Non commentabile la sospensione del tempo che aspetta se stesso, il permanere delle cose in disfacimento alla loro stessa parentesi d’esistenza, poesia che fissa ciò che è stato in un punto di non ritorno, come un’attesa senza senso.
    Solo l’occhio di chi passa, vita che transita in un luogo d’indefinito.

    “Un giorno voglio crocefiggerti sul letto usando le mie braccia
    riprendermi il piacere ed il dolore della prima volta
    per ogni notte in cui sei stato indifferente sarò il giudice e la pena
    tu sarai la terra dove scavo un solco passando e ripassando con i piedi]
    la traccia a semicerchio consumata dai cani alla catena”

    E ancora:

    “Io non sono mai stata brava con la rabbia
    l’ho sempre mantenuta fino a consumarmi
    l’ho trasformata in silenzi così lunghi da disimparare le parole
    in espressioni così misurate da dimenticare i sorrisi
    credo che per questo le spalle mi si siano incurvate
    sotto una tensione che le prende da dentro
    come se un cavo legasse le scapole alle ginocchia
    lo sento il cavo che passa proprio in mezzo al cuore
    lo sento il cuore che pulsa come un uccello nella sua gabbia di costole
    a volte ho pensato che se non fosse stato per i figli
    avrei aperto questa gabbia
    l’avrei lasciato volare via”

    Un corposo senso d’appartenenza, appartenenza delle cose al mondo e degli affetti alla carne, un imperativo che si fa preghiera d’immanenza. Un appartenere che scava con i piedi, con le mani la terra che ritorna in molti versi, quasi a dire che non è una passeggiata questo soffio di anni che è la vita, ma lavoro, pazienza, fatica cui ci aggrappiamo con la rabbia ed i silenzi, di cui istintivamente amiamo tutti i chiodi e le parti dure come cicatrici sul cuore.

  28. lorenzo il 6 maggio 2009 alle 11:44

    mi permetto di segnalare che una recensione all’ultimo libro di Tomada “A ogni cosa il suo nome” (ed. Le voci della luna, 2008) apparirà nel prossimo numero della rivista quadrimestrale Pagine (ed. Zone) di Vincenzo Anania, in uscita a fine Luglio. una recensione a firma di Viola Amarelli si trova invece qui: http://www.vicoacitillo.net/recen/2009/271.pdf

    saluti,
    lorenzo

  29. francesco t. il 6 maggio 2009 alle 15:17

    Grazie anche di questi interventi, uno ad uno.

    @ Salvatore: leggendo i tuoi post, in particolare sulla poesia di Arminio, capisco meglio cosa intendi. Posso essere d’accordo o meno sull’analisi del singolo testo, ma il tuo modo di porre osservazioni mi sembra molto costruttivo, come lo stesso Arminio ha notato. E’ di questo tipo di “critica” – positiva o negativa che sia – che un autore ha bisogno, almeno come spunto personale di riflessione.

    @ Natalia: grazie per la tua lettura così personale. Su quanto detto prima: a me servono questi stimoli soprattutto quando smontano il giocattolo-scrittura nei suoi elementi costitutivi, e mi servono ancora di più perchè nella scrittura sono più inconsapevole che razionale. Sottolineo che i testi che trovi qui appartengono a tempi abbastanza diversi: alcuni (fra cui l’infinito leopardiano…) sono piuttosto vecchi, adesso non so se vorrei e riuscirei a riscriverlo. Altri (In suo nome) sono invece molto più recenti, e fm ha fatto bene ad inserire diversi brani in sequenza, perchè è un percorso unico che mi sembra molto più chiuso in sè, ed al tempo stesso molto istintivo. L’ho lasciato come è nato, anche a discapito della forma.

    @ Lorenzo: ribadisco quanto ho detto prima sulla necessità di letture differenti: la tua in particolare, approfondita ma condotta secondo una visuale così differente dalla mia, è stata per me illuminanante, e di questo ti ringrazio ancora. Così colgo l’occasione per ribadirti anche qui la mia stima.

    Francesco t.

  30. natàlia castaldi il 6 maggio 2009 alle 15:56

    @Francesco T.: il tuo “infinito”, come ho tentato di dire prima, è il ribaltamento dell’infinito “leopardiano”.

    grazie davvero.

  31. francesco t. il 6 maggio 2009 alle 17:21

    Sì, avevo scritto “infinito leopardiano…” solo per indicare il testo a cui mi riferivo.

    Ciao!
    Francesco



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