I libri

5 maggio 2009
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di Andrea Inglese

Non ho letto nessun libro, o quasi, ne ho letti pochissimi, libri letti fino alla fine, tre o quattro, forse una decina, o poco più, in tutta la vita, da quando avevo cinque anni e lessi quel libro del bruco, il libro tutto traforato, con i buchi, perché il bruco vi era passato dentro, scavando, ad ogni pagina il bruco scavava, prima nella pagina della mela, poi nella pagina della lattuga, e perfino in quella della staccionata di legno, a meno che non confonda il libro del bruco con quello del tarlo, perché è in questo modo che si leggono pochissimi libri, si finisce per confonderli, o immaginarne altri, inesistenti, di cui ricordiamo però interi passaggi, descrizioni minuziose di paesaggi sottomarini, ma era un libro di aviatori, il titolo è quello di un libro di aviatori, abbandonato probabilmente alla terza pagina, ma poi si è immaginato un diverso finale, tutto per grandi meduse, polipi e grotte oceaniche, allora leggendo così poco, è necessario andare in cerca di altri libri, e meno riuscivo a leggere libri, più me ne procuravo, ho cercato di procurarmi una gran quantità di libri, nell’arco degli ultimi vent’anni sopratutto, in modo assiduo e costante, anche se ne ho potuti leggere davvero pochi,

in realtà mi è quasi impossibile leggere un libro, finire un libro è poi uno sforzo sovrumano, ma ne accumulo in gran quantità, libri di ogni tipo, soprattutto romanzi, e poesie, e saggi, saggi di filosofia, di critica letteraria, di antropologia, storia, linguistica, divulgazione scientifica, senza contare i libri di fumetti, i resoconti di viaggi celebri, i libri che ricostruiscono fatti di cronaca, o processi che sono stati ostacolati o insabbiati – devo avere due o tre libri sui processi di Piazza Fontana – libri anche di psicanalisi, di psichiatria, e anche studi su pittori, monografie di intellettuali, biografie, diari di scrittori, e dizionari, cataloghi di opere d’arte, volumetti di ciarlatani, eserciziari in dialetto, tutti libri che ho accumulato, spesso inavvertitamente, senza neppure un piano preciso, ma spinto da questa urgenza di leggere, di tentare di leggere, perché per riuscire a leggere è necessario avere un libro, possederlo, vederlo, tenerlo sottomano, in una libreria, o in giro per casa1, finché verrà il momento, non si sa bene in quale ora della giornata, se solo poco dopo l’acquisto, oppure una settimana, un intero mese, finché il libro lo si prende in mano, ce lo si porta dietro in un’altra stanza, lo si posa su di un tavolo, o ce lo si tiene in grembo seduti in poltrona, e quando lo si apre la lettura può iniziare, a meno che non suoni il telefono, o una sasso penetri nell’appartamento sfondando il vetro della finestra, o semplicemente il frontespizio del libro ci faccia venire in mente un’altra storia, una storia già letta, di quelle pochissime, che negli anni sono state alla fine lette, e allora smettiamo subito di leggere, è ormai troppo tardi, è molto più importante a quel punto ricordare bene la storia che si è già letta, quella dell’uomo carismatico in una città della Grecia antica, l’uomo con il problema al piede, che ha salvato una città, ma non si è salvato lui, per via del destino, chissà cos’altro si potrà ricordare, forse un vecchio servo, era un romanzo di servi e di re, o forse non era neppure un romanzo, per questo metto poi i libro da parte, per colpa del frontespizio, o del sasso, o della storia di quell’uomo con gravi difficoltà famigliari, quel re, che mi torna in mente così all’improvviso, per questo motivo il giorno dopo vado in cerca di altri libri, anche perché mi dico che finalmente il nuovo libro, che magari è una sgualcita edizione pescata a due euro su una bancarella, almeno quello, l’ultimo arrivato, il più ignobile e casuale dei libri che posseggo, quello lo leggerò, così è successo una volta con un Bukowski, quello di lui in copertina con una donna parecchio brutta accanto, la foto è in realtà formidabile, è un Feltrinelli del 1979, ma non assomiglia a un libro Feltrinelli, “Compagno di sbronze” il titolo, ma forse io non ho letto tutti i racconti, forse ho letto una parte di un racconto contenuto nel libro, e ho guardato soprattutto la foto in copertina, invece di leggere ho guardato la foto, oppure ho letto gli inizi dei vari racconti, per poi concentrarmi ogni volta sulla foto, lui è compiaciuto, e trasandato, o peggio, fa quasi pena, ma è contento, non è poi così grasso, salvo la panza che affiora da una maglietta a maniche corte, la cinta dei calzoni deve averla pagata pochissimo, e ai piedi invece delle scarpe porta solo i calzini, gli occhi sono una fessura, e non si vedono, sembra che sorrida, è solo il compiacimento della posa, di tutta la persona in posa che fa venire in mente un sorriso, ma è difficile dirlo, a volte è difficile essere certo che uno sorrida veramente o non stia soltanto pensando ai cazzi suoi, magari a delle faccende orripilanti, come l’asportazione di un organo interno, la prostata ad esempio, ma è impressionante la tipa, alla pari con lui nella foto c’è questa tipa, potrebbe essere lei l’autore, in ogni caso è sfatta, molti dettagli secondari lo confermano, sono sfatti entrambi, lui compiaciuto, lei no, è abbastanza brutta, ma soprattutto indossa una sorta di reggipetto a fiori, una gonna che è costata quanto la cinta di lui, e delle calze scure che fanno troppe pieghe brutte, come se si trattasse non di collant ma di una calzamaglia, e le scarpe, un paio aperto con zeppe altissime, sono abbracciati, lui la mano sul fianco di lei, lei la mano sopra la spalla di lui, nella mano destra di entrambi un mozzicone di sigaretta, lei ci tiene anche una bottiglia di birra, la sua bottiglia lui la tiene con la sinistra, alle loro spalle un frigo con sopra dei barattoli non identificabili, e per terra un linoleum, che sembra rappresentare un pavimento sporco, disseminato di grumi di terra, a forza di concentrarmi sulla foto di copertina non ho quasi letto nulla del libro, non so neppure bene di che parli, c’è un tipo che si masturba, credo, ad un certo punto un tipo si masturba e cerca di far partire un piccolo ventilatore, e il ventilatore alla fine gli esplode in faccia, credo che sia un ricordo un po’ esagerato, forse corre solo in bagno a vomitare, non peggio di così, ma di libri ne ho anche letti per intero, forse a causa di copertine prive di foto od immagini, perché basta che in un’edizione del Törless ci sia un Schiele in copertina, ed è una fregatura, una riproduzione anche brutta di Schiele impedisce la lettura, perché uno la guarda bene, e in momenti diversi della giornata, con la luce che cambia, e da quelle pieghe tutte aguzze del tratto scaturiscono piccoli romanzetti, tutti confusi, con frasi amalgamate, romanzetti che uno si immagina, trascinato da quella tensione dei tratti, da quelle graffiature, che inscenano un corpo, anzi un volto individuale, ma tutto scarno, già graffiato, malmenato, a pezzi, ma un romanzo senza copertina, magari proprio un libro a cui è stata strappata, che ci butta subito nella pagina scritta, senza divagazioni, trampolini di lancio, piattaforme rotanti, ecco, senza copertina qualche libro devo averlo letto, fino all’ultimo capitolo, e ricordando qualcosa almeno dell’inizio, o delle parti centrali, perché è importante non concentrarsi eccessivamente sul finale, se tutta le mente si chiude nel finale, se non sa pensare ad altro, come se le ultime dieci pagine fossero di fuoco, e s’imprimessero nella memoria come stampi roventi nella carne, allora è difficile dire che cosa si è veramente letto, se una finale lascia terra bruciata, tutti i personaggi nella fase giovanile, nella fase arrivista, ma anche ingenua, tutti sono già tumuli di cenere, impronte sul selciato, ombre sul muro, e non rimane che il protagonista, tremendamente invecchiato dentro, e forse davvero malato, nel finale vecchiaia e malattia si danno la mano, oppure la morte, o semplicemente quella sparizione del futuro, quell’arrestarsi di certe storie in mezzo al nulla, alla nebbia, a volte il finale è un volto nella nebbia, una schiena di uno seduto sul letto, e nient’altro, si è fatto un lungo percorso, di centinaia di pagine, per poter dire: eccolo, Ranny, tutto solo, finalmente solo, sfaccendato, senza un soldo in tasca, la tele guasta del motel, i rumori assenti perché è l’alba, i calzini entrambi bucati, la pistola sotto il cuscino, ma non sapremo mai se la userà di nuovo, magari contro di sé, per via della nebbia, che lo tiene fermo, fisso, sepolto nell’ultima frase, ma forse una copertina monocolore aiuta, come quella blu scuro con le scritte dorate, dall’oglio editore, il Voyage versione italiana, sì il Voyage di Céline, potrebbe essere l’unico libro in quarant’anni di vita, nei trentacinque che so leggere, che devo aver veramente letto, oltre al libro del bruco, o del tarlo. Ma Céline non l’ho letto a Parigi, o meglio la prima volta l’ho letto che non ero mai stato a Parigi, e leggevo questo libro che parla di Parigi, se mi ricordo bene, so che non è un libro tutto ambientato in Africa, certo c’è l’Africa, la diarrea, la malaria, ma c’è anche New York se per questo, e una puttana statunitense, o non proprio una puttana, magari solo una giovane donna squattrinata, a cui io adesso do pure della puttana, in ogni caso qualcosa avviene a Parigi, lui fa il dottore in un quartiere miserabile, e per altro tutta la faccenda inizia a Place di Clichy, ma io niente sapevo a diciassette anni, non avevo mai visto Parigi, anche se Parigi compariva già in Proust, a sedici anni avevo cominciato Proust, di cui ricordo soprattutto Combray e Swann che veniva a pranzo, oppure veniva a cena, a casa del Narratore, e si capisce che il Narratore ammira Swann, da piccolo, ma per via di Odette e dei Verdurin compare anche Parigi, ci sono delle scene nei viali di Parigi, sono pronto a scommetterci, nel primo tomo della Recherche qualcosa di decisivo avviene nei viali parigini, non saprei ben dire quali.

[da Materiali per un libro su Parigi]

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49 Responses to I libri

  1. tashtego il 5 maggio 2009 alle 08:31

    le persone che dicono “polipo” invece di “polpo” non le approvo.
    “polpo”, senti come suona.
    polpo.

  2. sparz il 5 maggio 2009 alle 08:48

    mentre leggevo mi chiedevo quale copertina/immagine avevi messo all’inizio e me l’ero già bell’e che dimenticata. L’ho trovata una lettura che ti prende e ti trascina senza scampo, e che va a toccare tante corde a me familiari, quel “senza neppure un piano preciso, ma spinto da questa urgenza di leggere” ad esempio, e altri ancora. Bellissimo inglè.

  3. soldato blu il 5 maggio 2009 alle 09:33

    Nella mia quasi quarantennale carriera (?) di libraio ho conosciuto vari acquirenti compulsivi e ossessionati dai libri.

    I miei sentimenti nei loro confronti (dai dialoghi tra libraio e cliente veniva fuori quasi sempre che i libri non li leggevano) variavano tra la commiserazione e l’invidia (spendevano valanghe di quattrini che io nemmeno guadagnavo in un mese).

    Mai ho saputo però cosa veramente ci fosse dietro: per questo ringrazio Inglese per avermelo fatto capire.

    Le copertine.

    Purtroppo, quando Inglese ha iniziato a parlarne, ho dovuto saltare tutto il pezzo, disgustato.

    No, non per quello che ha scritto lui.

    Il fatto è che, nel mio lavoro, da qualche anno, devo adattare con photoshop le copertine delle novità in arrivo, per inserirle in un sito.

    Ho appena guardato nel mio archivio: nell’ultimo anno sono state 13.465.

  4. Mom il 5 maggio 2009 alle 10:06

    Bel rovesciamento di: ho letto tutti i libri.
    Grande fluidità, in questa cavalcata tra amnesie e deformazioni di Sofocle!

  5. Ares il 5 maggio 2009 alle 11:51

    Mammamia che immagini che mi sono tornate alla mente: potevo avere 18 anni e lavoravo per accumulare qualche soldo in una libreria del centro a Milano; ricordo una donna minuta, un po’ trasandata con i capelli lisci , unti e con la ricrescita, con le ciabatte e le calze ortopediche che le stritolavano delle caviglie gonfie, a distanza dava l’impressione di puzzare: periodicamente entrava in libreria con una borsa in plastica che ricordava le borse da palestra, non troppo grande ma capiente, per fare un giro tra gli scaffali, allungava la mano, prendeva un libro, lo guardava, lo apriva, lo sfogliava, con calma lo riponeva, faceva qualche passo in la, predeva un nuovo libro con la mano destra, mentre il corpo e la mano sinistra si allungavano a riprendere il primo libro, e proseguiva così per circa quaranta minuti, era una sorta di danza rituale. Con una calma apparente riguadagnava l’uscita e li trovava Lucia, che con dolcezza gli chedeva di aprire la borsa, la donna la guardava smarrita e apriva la borsa, Luicia era un fuso, alta ed elegante, con una gestualità discreta svuotava la barsa dai liberi, la restituiva alla donna che usciva così com’era entrata. Diversamente capitava quando c’era Gianluca, Gianluca era un ragazzone di 25 anni arrabbiato con il mondo, quando lei entrava la lasciava fare controllandola fino all’uscita, poi gli si faceva davanti come un gendarme, le strattonava dalle mani la borsa per gettarla a terra, la borsa lasciata aperta rovesciava a terra i libri, con voce stentorea ed aggressiva la sgridava come si fa con una bambina “Queste cose non si fanno, ladra! via di qui e non tornare più altrimenti ti denunciamo!”, la donna lo guardava con gli occhi umidi ed arrossati, poi mesta usciva camminando faticosamente. E’ tornata altre due volte quel mese, per fortuna c’era sempre Lucia.

  6. franz krauspenhaar il 5 maggio 2009 alle 11:51

    nonostante la mia stima (e simpatia) per andrea, credo che la quasi completa mancanza “beckettiana” di punti, soprattutto in questo testo, renda leggermente artificioso il tutto. Staccare, scandire, metterci un punto, qualche volta, una pausa breve magari come un sospiro, sarebbe meglio.

    @Tash. polpo suona meglio, ma roma – mi duole dirlo – non è il mondo, e nemmeno l’italia:-)

  7. Alcor il 5 maggio 2009 alle 12:23

    temo proprio che si chiami polpo in tutta Italia, non solo a Roma, almeno se lo mangi:-)

  8. francesco pecoraro il 5 maggio 2009 alle 12:35

    grazie alcor.
    mio scudo.

  9. Carlo Capone il 5 maggio 2009 alle 12:56

    Anche se non li mangi, a Napoli si dice ‘polipi, o polipetti, in cassuola’. In dialetto ‘ e’ purpetiell’. Se assumo come corretto polpo, i piccoli polpi come si chiameranno polpetti?

  10. francesco pecoraro il 5 maggio 2009 alle 13:06

    polpetti, certo.
    ambedue i termini sono corretti.
    solo che polipi sono anche quelle ex-crescenze carnose che possono venirci nell’intestino, nel naso, e anche gli animaletti che costruiscono le barrire coralline.
    ma polpo è meglio.

  11. Alcor il 5 maggio 2009 alle 13:30

    scudo parziale, dear tash, perché rispetto a Inglese chi ci dice che non abbia voluto indicare proprio i polipi?
    Io seguo fedelmente e sempre salvatore Battaglia, che tutto mi illumina.

  12. soldato blu il 5 maggio 2009 alle 13:38

    comunemente :”polpo” : “da Ventimiglia a capo Lilibeo”.

    “polipo” è quello della Crusca o di “Ventimila leghe sotto i mari”. piccolo è “polpetto”: “polpetti soffocati” o “polpetti in umido”.

  13. francesco pecoraro il 5 maggio 2009 alle 14:01

    barriere.

  14. franz krauspenhaar il 5 maggio 2009 alle 14:11

    “almeno se lo mangi”. ma che battuta divertente. ma ogni tanto ci pensate ai contenuti di quello che leggete, perdio?

  15. franz krauspenhaar il 5 maggio 2009 alle 14:12

    avete la “pancia” troppo piena, questa è la verità. poca strada e tanta, tanta teoria. mi fate nausea.

  16. soldato blu il 5 maggio 2009 alle 14:27

    ma Franz, tash aveva fatto una semplice osservazione, la discussione l’hai innescata tu controbattendo il punto

    forse non ti sei ricordato che il polpo è l’animale che provoca – assieme alla patella scalciata con l’alluce nudo – le discussioni più accese in N.I., quasi sanguinose

    eppure anche l’altra volta si discuteva di premi Nobel

    (ma i polpi ce l’hanno il sangue?)

  17. Alcor il 5 maggio 2009 alle 14:44

    @Franz

    posso sapere cosa ti ha irritato nel mio commento? “almeno se lo mangi” vuol dir solo che quello che mangiamo si chiama polpo in tutta Italia.
    Io ci penso ai contenuti di quello che scrivo, il che non mi sembra si possa dire di te che leggi.

    Polpo, sm. Denominazione di varie specie di Molluschi Cefalopodi Dibranchiati Octopodi (appartenenti in partic. al genere Octopus), largamente diffusi nel Mediterraneo e assai ricercati per la bontà delle carni degli esemplari giovani;…

    Cosa c’entri la pancia piena col polpo, cosa voglia dire “poca strada e tanta teoria” e perché tu debba provare nausea non lo capisco. O se lo capisco non mi piace.

  18. stalker il 5 maggio 2009 alle 14:54

    polpo o non polpo, a me il pezzo è piaciuto molto :)

  19. Annichilito Morgillo Annichilito il 5 maggio 2009 alle 16:23

    Da wikipedia…

    http://it.wikipedia.org/wiki/Polpo_comune

    Anche a Napoli mi pare che ci sia il dialettale “purpetiello”. E perfino in inglese il polpo e il polipo (vivo a Londra) sono due cose diverse…

  20. Annichilito Morgillo Annichilito il 5 maggio 2009 alle 16:32

    Comunque io anche a Firenze ho sempre sentito polpo. O forse il milanese dovrebbe fare più testo? Però qui forse ci vorrebbe la Portinaia dell’Accademia della Crusca… Qualcuno sa dov’è, quando serve, poEra donna?!

  21. Ares il 5 maggio 2009 alle 16:56

    I polipi, sono animali acquatici di diversa taglia appartenenti al phylum dei celenterati. Esempi di polipi sono le anemoni di mare e le madrepore (i coralli costruttori delle barriere coralline). Spesso il termine polipo viene usato erroneamente per riferirsi al polpo, che appartiene invece al phylum dei mollusca.

  22. Ares il 5 maggio 2009 alle 16:58

    .. hem ..quello che si mangia dovrebbe essere il polpo ^__^

  23. diamonds il 5 maggio 2009 alle 17:51

    Ceronetti parlò di un “polipaio di carte”

  24. andrea inglese il 5 maggio 2009 alle 18:37

    ehm… ovviamente tra i libri che non ho letto ci sono tutti i dizionari, di cui ho piena la casa, per usi diversi e architettonici, ma mi capitò per caso di soffermarmi su un libro sui segreti dell’oceano di cui ricordo solo la copertina, e presentava un bellissimo polipo rossastro, con tanti tentacolino sull’estremità superiore e la base ben salda su di una roccia sottomarina. Quindi polipi e non polpi o piovre, non se ne abbia male tash.

    Comunque godo sempre di quanta passione il vocabolario possa scatenare. Molta di più di quanto lo possa fare una questione di tipo stilistico. Ma quanto a questa…

    a Franz,

    la punteggiatura… questo pezzo fa parte di un insieme di prose che sono quasi tutte caratterizzate da una scarsità di punti e di punti e virgola; è un partito preso, e le reazioni alla lettura sono diverse: c’è chi ci si ritrova, chi – come te – no. Io credo che comunque questo continuum sintattico funzioni un po’, sul lettore, come il verso: cioè “costringe” ad assumere un certo ritmo. Cosa che la prosa narrativa, romanzesca, fa in modo molto meno vincolante. Quindi in un certo senso credo che tu colga bene “la forzatura” che viene imposta… Poi magari, nel tempo, cambierò idea. Ma per ora è questo l’esperimento. E anche per altre ragioni, ma che sono troppo “idiosincratiche” per esporle qui.

  25. verme disicio il 5 maggio 2009 alle 18:56

    Io nei miei pochi anni ho letto un discreto numero di libri e continuo a farlo, ma hai ragione quando dici che certi libri le leggi solo a pezzi, e quei pezzi si fondono e si confondono formando nelle nostre menti storie diverse.
    A questo punto penso che la storia che il singolo libro ti racconta passi in secondo piano, perchè quel libro diventa parte della tua storia, ti regala un’eozione o un’idea o semplicemente qualcosa da mescolare a quel qualcosa che sei tu.

    e anche le copertine e le immagini contenute nei libri diventano parte di te, ance se non sai la loro storia, anche se ti racconti 1000 diverse verità, vanno tutte bene.

  26. stalker il 5 maggio 2009 alle 19:45

    secondo me l’assenza di punteggiatura può essere un gorgo stilistico che trascina, ritmo di un fiume in piena, onde del mare e della mente che respira, vento e risacca, basta essere in acque vive e non in piscina a fare esercizi di stile, senza nulla togliere agli olimpionici….

    vabbuò, dopo quest’ultima cazzata mi inabisso come un polpo, anzi…nu purpietiello! :)

  27. tashtego il 5 maggio 2009 alle 20:24

    polpo a parte,il pezzo di inglès l’ho stampato, perché con un testo così compatto a schermo faccio fatica.
    io pure compro manuali, leggo libri a metà, non so resistere a una bella copertina, abbocco all’esca della quarta di copertina, credo a quello che dicono i risvolti, tengo un libro sul comodino per anni, in tutta la vita ne avrò finiti si e no dieci, mi trattengo sull’uscio di un volume, incerto se entrare, se arrivo ai tre quarti lo finisco, ma di solito esco prima, soprattutto se mi piace, se mi sputtana, se mi insegue, se mi capisce, mi analizza, mi sedusce: compro quasi tutti i libri di biologia evoluzionista che escono, ho un problema con la fisica, possiedo manuali per ragazzi della dorling, meravigliosamente illustrati, tre o quattro enciclopedie dell’arte, che non servono a niente, un libro che si chiama Il pesce che è in noi, vado pazzo per i saggi einaudi, quelli col dorso rosso arancio, consiglio sempre un libro che si chiama Crescita e forma, le poesie di Toti Scialoja e di Ivano Ferrari, posiedo un meraviglioso volume sui crani, eccetera: ho speso un sacco di soldi in libri e adesso non so che farne…

  28. andrea inglese il 5 maggio 2009 alle 20:29

    Tash, “Il pesce che è in noi” me lo vado a comprare subito: anche se non andrò oltre la copertina, e se leggerò al massimo fino a pag. 8.

  29. diamonds il 5 maggio 2009 alle 21:01

    “le memorie dello squalo”.Forse lo troverete scontato per le vostre frequentazioni con frammenti più complessi e organici.Ma non è detto

  30. pasquale vitagliano il 5 maggio 2009 alle 21:09

    Ne hai fritti polpi… Nella tradizione vernacolare della puglia da lungomare, significa, con tutt’altra efficacia vocativa, che dietro tante belle mossette da fighetto, la sai lungo e ne ha combinate grosse.
    Mi fermerei qua, con i commenti marino-linguistico-culinari.
    Ad Andrea Inglese, vorrei restituirgli l’eco del mio Proust (sono in questi giorni alle prese con le imprese di Charlus nell’albergo di Jupien) e del mio Celine. Ci sono libri che possono cambiarti la vita più di una donna, più di una città.
    E ci sono libri che come Odette ti hanno fatto impazzire. E tutto per un libro che nemmeno ti piaceva.
    Grazie ad Andrea… malgrado i polipi.

    P.S. Per FK ti seguo, ti stimo e un po’ ti voglio bene (conosco la tua faccia)
    PVIT

  31. stalker il 5 maggio 2009 alle 21:15

    ….poi male che va con le copertine ci puoi incartare i polpi e portarteli a casa!!!!

  32. soldato blu il 5 maggio 2009 alle 21:29

    Tash!

    Crescita e forma!

    E Scialoja!

    Lo sai che è l’unico pittore contemporaneo nominato nel “Pasticciaccio”?

    La vespa. Che spavento!

  33. tashtego il 5 maggio 2009 alle 23:49

    A picco sullo spurgo
    del mare il marmo rotto
    dai fili d’erba e un gorgo
    di lampi sul soffitto.

    Al tramonto ristagna
    il mare tra gli scogli
    un bambino in vestaglia
    dondola granchi morti.

    (Scarse serpi, Guanda 1983)

  34. franz krauspenhaar il 6 maggio 2009 alle 00:10

    “Il pesce che è in noi” me lo vado a incartare subito.

  35. soldato blu il 6 maggio 2009 alle 06:55

    Scusate il narcisismo, che poi non è per niente giustificato – piuttosto può essere sputtanatura o sputanatura – ma non posso fare a meno a mettere assieme un “senza.punteggiatura”, il polpo e, anche, un po’ di Scialoja (mi perdonerà Inglese?):

    da “Riti Liri Escrementi Ali”

    […] amore ridiamo contenti ridiamo ché siamo perdenti un’alba è un’attesa d’autunno non tonno delfini piuttosto cercando conchiglie sapienti nel mare là dietro Balai con maschera e pinne cercando timori con polpo appropriato che matto con colpo non polpo
    essendo tale mollusco degli octopodidi (octopus vulgaris) con mantello muscoloso e forma rotonda comune lungo la scogliera sommersa del mediterraneo sulla quale striscia e si arrampica per mezzo delle ventose poco propenso a esalare con metodi traumatizzanti data l’elasticità e occorrendo invece dopo apposita scapellata azzannarne appositamente l’encefalo
    dicevo mi trovavo a caccia di polpi in un mare disposto là dietro Balai che posto un po’ sotto la chiesa scommetto dicevo tra me ti manca coraggio affrontare quel fiordo ricordo dall’acqua partiva un cunicolo angusto d’agosto la chiesa sta chiusa che sbocca un po’ dietro l’altare di maggio o d’aprile la chiesa sta aperta novena s’accosta la gente pregando passando davanti alle grotte scavate nel tufo s’arriva all’entrata e si scende tra muri bagnati salgemma ex voto m’accosto poi passo didietro le statue dormenti facendo parata
    la chiesa nasconde un segreto là dietro non stanza né grotta mistero scavato coperto con cura in secoli addietro il mare che mare sbattendo usando il cunicolo cavo muggiva muggiva da fare spavento che vento […]

    [G.C. 1978]

  36. Alcor il 6 maggio 2009 alle 10:18

    A proposito, @ soldato, il polpo non ha sangue, mi sono rifatta mentalmente tutte le manipolazioni a cui l’ho sottoposto e non ne è mai uscita una stilla, magari è sangue trasparente, alieno, magari è come colla liquida che si rapprende con la cottura, un fluido, ma il sangue rosso non è mai uscito.

  37. Madeleine il 6 maggio 2009 alle 10:34

    I polpi non hanno sangue.

    Anche da morti, per ore, continuano ad avere la pelle cangiante, in cortocircuito.

    Se li evisceri a mani nude, dopo un po’ le sentirai pizzicare.

    Se li immergi nell’acqua bollente i tentacoli si attorcigliano elegantemente.

    Non devi guardarli negli occhi, nell’attimo in cui affondi la fiocina.

    Un giorno ebbi un momento di esitazione e mi accorsi che era lui a guardarmi.

    I polpi sono ghiotti di polpa di riccio: vengono a succhiarla docili tra le tue dita, come fossero colombi.

    L’insalata di polpi sedano e cannellini è buonissima.

  38. soldato blu il 6 maggio 2009 alle 10:54

    @ Alcor e Madeleine

    La mia era una domanda retorica, pensavo anch’io che si potesse dire
    “i polpi non hanno sangue” perché “sangue” è solo quello che somiglia al nostro e che, nel polpo, dovesse trattarsi di qualcosa di diverso.

    Ma evidentemente non è così:

    “Il sistema circolatorio è chiuso, come in tutti i cefalopodi. Le branchie assicurano il trasferimento dell’ossigeno, prelevato dall’acqua di mare, verso la circolazione sanguigna e l’emocianina, pigmento a base di rame di origine alimentare. Il cuore arterioso si compone di un ventricolo, dal quale si dipartono le arterie principali, e di due atri che fanno affluire il sangue arterioso delle branchie.Una rete capillare collega le arterie alle vene. Per garantire una pressione sanguigna sufficiente, l’azione del ventricolo è rinforzata da quella di due piccoli cuori branchiali che pompano il sangue nel sistema capillare delle branchie così come dalla pulsazione delle vene cave.

    da:

    http://www.nauticavalente.com/In%20principio%20era%20il%20mare/polpo.htm

  39. Madeleine il 6 maggio 2009 alle 12:04

    I polpi non sanguinano.

  40. Alcor il 6 maggio 2009 alle 12:11

    Quindi lo hanno! ma guarda te.

  41. alessandro ghignoli il 6 maggio 2009 alle 13:12

    a me sembra che di virgole ce ne siano addirittura troppe! danno sicuramente una scansione, un ritmo che sembra partire e poi torna quasi telegrafico, ho provato una lettura a voce alta di alcune parti a caso. la resa mi pare ottima, nel senso che il lettore (nel caso, io) sente la prosodia del testo che accompagna l’emozione di ciò che si racconta.
    piaciuto.

    se interessa, in spagna si dice: pulpo (a la gallega, lo consiglio!)

    un abbraccio

  42. mattia paganelli il 6 maggio 2009 alle 13:38

    copertine o polipi sembra davvero impossibile leggere.
    ma poi perchè no? è leggere solo un passaggio di informazioni (vera o fittizie) dalla pagina alla memoria del lettore? io ho trovato una chiave nel titolo “materiali per un libro su parigi”: leggere -come altre cose- è materiale per l’immaginazione. un punto di partenza per un’altra idea.
    una volta andrea inglese uso’ l’espressione “materiale pre-poetico”. anche leggere può esserlo, materiale da réverie.

    molto bello

    M

  43. francesco pecoraro il 6 maggio 2009 alle 16:04

    anche a me sembra bello.

  44. soldato blu il 6 maggio 2009 alle 16:48

    mi sono scordato di dirlo?

  45. Fabio Teti il 6 maggio 2009 alle 20:06

    Chi è che scriveva che i poeti non dovrebbero produrre neppure una pagina di prosa, pena il risultarne tout court squalificati?

    Evidente che questo non possa affermarsi nel caso di Inglese. Cinghie ritmiche e ‘scansione imposta’ compreso.

    Complimenti

  46. soldato blu il 6 maggio 2009 alle 21:50

    Riconoscere la bravura di Inglese, mi pare ormai cosa naturale, scontata.

    Però, anche i polpi. Niente male.

    “Un altro esempio affascinante del comportamento del polpo in laboratorio è quello riferito da Graziano Fiorito e Pietro Scotto (1992) della Stazione Zoologica di Napoli.
    Alcuni esemplari hanno appreso a distinguere due palle di dimensioni simili ma di diverso colore (rosso o bianco). Se attaccava la palla del colore giusto, l’animale otteneva come premio un pezzetto di pesce, se attaccava invece quella del colore sbagliato veniva punito con una scossa elettrica.
    Il primo gruppo di polpi, chiamati “dimostratori” imparavano quale palla attaccare, e l’addestramento era considerato completo quando gli animali non commettevano errori durante cinque prove.

    Poi alcuni polpi non addestrati, chiamati “osservatori”, furono collocati in una vasca adiacente, da cui potevano vedere attraverso il vetro, e furono loro mostrate quattro prove in cui i dimostratori attaccavano la palla giusta anche se, in questa fase dell’esperimento, non ricevevano alcun premio. […]

    A quel punto a essere sottoposti a cinque prove del test furono gli osservatori, i quali scelsero la palla corretta come avevano visto fare ai dimostratori, anche se non veniva data loro alcuna ricompensa.

    Se ne deduce che un polpo è in grado di apprendere un compito osservando per un breve arco di tempo il comportamento di un con specifico. […]

    “Il polpo vede il polpo fa”

    DEREK DENTON, Le emozioni primordiali. Gli albori della coscienza. Bollati Boringhieri 2009.

  47. La Portinaia dell’Accademia della Crusca il 7 maggio 2009 alle 13:34

    OT
    Morgy, tesoruccio di Porty… Gli ho avuto quarche problema: ieri un gatto bianco e m’ha attraversato la strada (gli avea un appuntamento con un gatto nero, che gli stava bono, fermo, di là su i’ marciapiede, ad aspettallo) e gli ho rischiato di un poter più leggere i grullacci che ci son qui dentro (poi e dihano che gli hanno chiuso i manihomi… Un n’è miha vero!). Ora ho gli arretrati di NI da leggere per benino, compreso i’ pezzo d’Inglese. Comunque e un ti posso aiutare: un son miha una studiosa e nemmeno una fiorentina. (Forse sono una polpa. O che tu credi a tutte le horbellerie che diho io, maremma hagnolina?). Comunque e chiederò alla mi’ Accademia d’i’ Riso, se ce la fo (e mi sento poho bene), per servirti, anche se quarche volta, anzi quasi sempre, e un ti sopporto.

  48. lucio il 11 maggio 2009 alle 01:03

    Andrea, questo pezzo senza punti mi piace molto. Se il punto serve ad indicare la fine di una frase, ed invitare ad una pausa, la sua assenza mi permette di scegliere personalmente dove separare due frasi, posso scegliere una delle virgole come possibilità di pausa, posso scegliere e decidere che mi sta bene proprio lì, oppure rimanere nel dubbio e proseguire comunque la lettura lasciando che una frase rimanga in sospeso e non si spenga nella successiva, fino a lasciarle-considerarle entrambe sospese, meglio un’unica sospensione, un’unica frase in sospeso. La fine di principali e subordinate, se ricordo bene, un foglio di paratattiche.
    Probabilmente questa cosa mi piace anche perchè non sono mai riuscito ad avere un buon rapporto con la punteggiatura. Non so bene come-dove vada usata la virgola.
    Nei miei scritti scolastici – universitari inclusi- questo problema veniva risolto dagli insegnanti che “spostavano le mie virgole”, ma negli ultimi tempi mi capita di leggere qualcosa che ho scritto di recente e mi sembra che buona parte delle virgole usate andrebbero spostate (prego). Qualche volta ho provato a farlo, qualche volta le ho spostate una seconda e terza volta.
    Credo che a volte spostare una virgola sposti il peso della/e parole che precedono-seguono arricchendo, senza mutarlo, il significato di certe frasi. Certo non sempre.
    L’assenza del punto, inoltre rende molto importante la brevissima pausa suggerita dalla virgola.
    Carica il lettore di un dovere in più, e allo stesso tempo lo rende più libero di scegliere il tempo del suo leggere. Questa mi è sempre sembrata una strada possibile per fare poesia.
    Oppure per raccontare un pensiero mentre nasce, una fila di riflessioni concatenate e non, nelle quali le parole corrono senza cercare la migliore, concentrati a seguire un filo che richiede l’immediatezza, finendo per scrivere velocemente ogni cosa quasi come viene, così come sto facendo, senza mettere un punto che interrompe il pensiero, perchè certe volte il pensiero deve correre libero da qualsiasi punto, altrimenti certe cose non si penserebbero, meglio, o peggio in questo caso, non si direbbero-scriverebbero.
    Ecco, credo che tu abbia fatto qualcosa del genere.
    lucio

  49. paolo firto il 14 maggio 2009 alle 23:44

    io ho letto solo i commenti: divertentissimi!!!
    ma mi sono perso qualcosa??



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