Il tempo è scaduto!

6 maggio 2009
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di  Andrea Bottalico. Fotografie di Alessandro De Filippo.

Raccontare ad un casertano che sulla Domiziana ci sono le puttane è come indicare ad un mercante di pietre preziose il peso reale di un carato. E’ impossibile che lui non lo sappia. Noi sin da bambini abbiamo imparato involontariamente due cose “fondamentali”. Primo: la totale mancanza di fiducia verso chiunque, qualsiasi essere vivente materiale o immateriale che sia. Secondo: il luogo in cui le puttane vanno a battere. E non certo perché sognavamo di andarci, sulla Domiziana. Nel nostro immaginario erano tutte laggiù, accumulate in quel luogo indefinito e apparentemente lontano dalle nostre strade sicure, perché sin da piccoli, quando si trattava di offendere qualcuno, nei campetti di calcio del Buon Pastore o nei cortili di scuola, usciva sempre, e dico sempre, la solita ingiuria, quella che scaldava gli animi prima delle colluttazioni, il preludio di una qualsiasi rissa, l’apice della provocazione:

«Che hai da guardare!? Uomo di merda! Vieni qua, vieni! Vieni che ti piscio in testa! La sai tua madre?! Tua madre fa la puttana sulla Domiziana!!..»
Alla luce del mattino, sotto il sole o la pioggia, nelle notti tra i mazzoni. La faccia graffiata dal vento che leviga pelle che vende pelle minacciata. Sono ombre vive, le detenute del litorale. Le guardi ma non le vedi. Respirano! Non si tratta delle mignotte cantate dai cantori di un tempo andato. Nessuna “Bocca di rosa” o “Marinella” dagli occhi grandi quaggiù. Non ce ne sta una che lo faccia per noia o per passione. Un sentimento così umano non può avere luogo in questa arteria stradale, e laddove ci sia passione, questa non si trova di certo sotto forma di donna schiavizzata, ridotta a merce, bestia da soma, ingranaggio. Ha perfettamente ragione chi afferma che la Domiziana sia una sorta di laboratorio del futuro. Ed eccole qua, “le zoccole”: eccole qua le cavie di questo laboratorio. Ogni perimetro di quel corpo, ogni grammo di quella carne, ogni miserabile fascino la dice molto più lunga di quanto non possa sussurrarci. Quando è cominciato tutto questo? E’ una forma di schiavitù che non pone assolutamente le sue radici in un passato arcaico. Non stiamo parlando del lavoro più antico del mondo, tanto per intenderci. Le radici sono piantate qui. Inestirpabili. In questo eterno presente che scorre inesorabile lungo la Strada Statale 7 Quater (SS7/QTR), via Domitiana, a neanche trenta chilometri da Napoli. In un mondo arcaico non esistevano ancora certe forme di schiavitù razionalizzata e sistematica, organizzata nei minimi dettagli, oliata nei passaggi, disciplinata e scrupolosa, dettata da una violenza psicofisica, tecnica e gerarchizzata. Esistevano altre forme di schiavitù, beninteso. Ed allora mi ritrovo costretto anche io, lungo questa strada come sopra un filo del rasoio, in questa bella serata, a cercare qualcuno o qualcosa che possa rispondere alle mie inutili domande o forse al mio insano rancore.

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A puttane! Dopo aver percorso questa strada durante tutto l’inverno mi ero abituato ad avvertire il freddo che usciva dalla terra, pensando si trattasse di una condizione permanente, una caratteristica climatica del litorale. Invece no, la primavera non ha risparmiato nessuno. In questa serata oltre il tramonto mi accompagna un sapore che tutto avvolge, facendomi sentire meno solo per un istante. Poi mi accorgo di guidare la macchina sulla stessa strada teatro di una strage di immigrati ignari persino del significato della parola camorra. Sembra sia passata un’eternità da quella notte del 18 settembre, ma in verità non è passato neanche un giorno, perché qui il tempo è completamente fermo. Immobile. Qui il tempo è scaduto. E il futuro è già passato davanti a tutti noi e noi non ce ne siamo neppure accorti. Come potevamo, del resto? Non ne abbiamo avuto il tempo. Con gli occhi rincorro gli occhi delle puttane che in certi tratti di marciapiede non si riescono a contare. Anche loro puntano direttamente alle mie pupille dilatate, perché anche loro hanno degli occhi, a differenza di quegli schiavi dell’antichità raccontati da Erodoto, quelli a cui gli Sciiti strappavano gli occhi al fine di assoggettarli meglio alla loro funzione servile. Le puttane del litorale Domitio, almeno in questo, possono ritenersi fortunate. Hai la netta impressione che ti stiano sussurrando qualcosa, con quegli sguardi: qualcosa di incomprensibile, di veramente incomprensibile. Senti il loro alito ammalato, e le labbra carnose schioccano al tuo passaggio: lanciano baci. Hanno quasi tutte il viso brillante, imbrattato dalla cera, mentre il riflesso di questa luce si staglia sui loro volti facendole sembrare beate, iridescenti. Sono gli automobilisti il loro barlume di speranza, ma ciò che per me vuol dire speranza per le puttane vuol dire dittatura. Sarebbe stato meglio non esserci mai venuti, da queste parti. Ci sono moltissime donne che vengono iniziate proprio qui, fanno apprendistato, per così dire, “imparano l’arte”. Molte infatti non conoscono per niente l’italiano, a parte le classiche parole del mestiere che gli aguzzini le hanno insegnato. E poi non c’è bisogno di imparare nessuna lingua per fingere un orgasmo. Capita spesso di incontrarne alcune che non parlano per niente, conoscono soltanto i prezzi delle prestazioni, e per il resto del tempo manifestano il loro dissenso attraverso il lutto del silenzio. Eppure, in questo scenario, la loro presenza rimanda ad una possibile divagazione su ciò che io intendo per bellezza. Una divagazione che fallisce sul nascere, naturalmente. Perché qui la bellezza è una condanna, anzi la peggiore delle condanne. Come un castigo. E la bellezza degli oppressi ferisce, mutila. Al di fuori del loro sguardo, non ha potere la lama di nessun coltello, come disse il poeta. E mentre scruto questa condizione, senza volere mi vengono in mente tutti i paesini desolati dell’alto casertano, quelli che mio fratello mi ha iniettato attraverso le sue entusiaste descrizioni; arrampicati sulle montagne del Matese e del Taburno, imbevuti di vigneti, accanto alle sorgenti. Nascondigli di storie che la memoria non potrà mai tradire, villaggi in cui briganti leggendari trovarono rifugio, laddove gli anarchici Cafiero e Malatesta cominciarono ad appiccare il fuoco di una disperata rivolta. Luoghi ormai abbandonati, di un fascino che ammutolisce. Quei paesi in cui “si sente l’assenza di chi se n’è andato e quella di chi non è mai venuto”. Cosa c’entra con le puttane non saprei dirlo, ma Il nodo che lega il litorale Domitio a questi luoghi opposti è proprio il loro fascino sinistro, la loro tragica e quanto mai repressa bellezza, il loro triste destino, con una differenza: lungo la Domiziana si sente la presenza di chi c’è sempre stato e l’assenza di chi avrebbe dovuto esserci. E mai come in nessun luogo si vede ciò che la mano umana è stata capace di combinare. Il risultato è il peso morto della solitudine. La stessa solitudine che probabilmente intravedo negli occhi impauriti di queste puttane, lungo il litorale. Non esiste bellezza più straziante.

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C’è poco da fare. Ogni volta che vengo a sentire l’aria che si respira da queste parti io ricordo l’amore. Non si tratta di quel senso del piacere effimero che provi quando sei spensierato tra le braccia di una donna. E’ qualcosa di più indispensabile. E se una divagazione azzardata sulla bellezza fallisce sul nascere, una riflessione sull’amore in questo tremendo contesto sarebbe un sacrilegio. Eppure è più forte di me. Penso all’amore, e scavo nelle immagini di un passato lontano, quando avevo dei sogni che adesso non sono più. Nulla di sdolcinato, sia chiaro. L’amore di cui sto parlando racchiude in sé qualcosa di estremamente essenziale e misero, uno strumento per sopravvivere senza soccombere a questa umiliazione quotidiana. L’amore di cui sto parlando è l’unico che vale la pena di assecondare!

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Sessanta miliardi di euro l’anno: sono queste le cifre approssimative quando si parla dei profitti della tratta di esseri umani. Un affare colossale, impossibile da circoscrivere nella sua totalità. La prostituzione da tratta produce da sola un giro di affari di sette miliardi di euro: un mercato secondo soltanto al traffico internazionale di stupefacenti. Una puttana “rende” al suo sfruttatore diecimila euro al mese, e in Italia le donne sfruttate e vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale sono circa centomila. Ma questi sono soltanto numeri. Sfuggono alla reale condizione delle donne costrette a prostituirsi lungo il litorale e altrove. Sopra la pelle delle ragazze nigeriane c’è il profumo dell’invisibile mondo dei trafficanti di esseri umani e di stupefacenti. Un mondo che non si riesce totalmente ad afferrare, perché troppo vasto. Di queste pratiche economiche sviluppate lungo il litorale si arriva a vedere soltanto il frutto marcio, il triste risultato, lo schiavo reso ormai schiavo da molto tempo. Ogni anno mezzo milione di nuove donne è immesso nei paesi dell’Europa occidentale. Il litorale Domitio è diventato uno snodo fondamentale, e chi ha consentito tutto questo era sin dal principio consapevole dei profitti ricavati senza alzare un dito. Ormai è chiaro che senza il business della prostituzione non esisterebbe alcun traffico internazionale di stupefacenti, e di conseguenza nessun tipo di spaccio al minuto lungo la Domiziana: gli investimenti del primo vanno ad irrorare il mercato del secondo. I particolari dell’operazione “Viola”, portata avanti dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, forse rendono l’idea: il 20 aprile scorso i carabinieri del Ros hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 62 indagati responsabili di associazione finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e traffico internazionale di stupefacenti. Nel corso delle indagini sono stati arrestati in flagranza 49 corrieri, con il complessivo sequestro di 60 chili di eroina e 120 chili di cocaina. I provvedimenti hanno interessato Castelvolturno, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna, l’Umbria, La Lombardia, la Nigeria, La Turchia, la Bulgaria, l’Olanda, la Colombia e il Perù. Per la prima volta sono stati accertati i collegamenti tra i network nigeriani ed i narcotrafficanti colombiani. Si tratta di indagini avviate dai carabinieri nel febbraio 2007 in stretta cooperazione con la polizia olandese, nei confronti di un network transnazionale di matrice nigeriana, responsabile della tratta di centinaia e centinaia di donne provenienti dal paese di origine ed introdotte illegalmente negli stati dell’area Schengen per essere sfruttate sessualmente. La base operativa era Castelvolturno. Le indagini hanno anche accertato come il finanziamento della tratta avvenisse attraverso il traffico internazionale di cocaina ed eroina. La distribuzione del narcotico veniva affidata a gruppi di connazionali attivi in particolare a Torino, Brescia, Padova, Verona, Roma e Napoli. Ecco perché non bisogna guardare più soltanto il litorale, ma dentro le sue viscere, al di là della realtà visibile, oltre quei corpi seminudi, in quei dieci chilometri di pineta abbandonata e distrutta, attraverso quella strada tagliata di netto tra le campagne ed il mare, quella feccia di mare. Bisogna guardare altrove. Intanto Il 18 aprile, due giorni prima dell’operazione dei Ros, oltre diecimila persone, tra migranti e rifugiati, studenti e associazioni antirazziste, sindacati e movimenti, hanno manifestato dalla Domiziana a Castelvolturno, nell’anniversario della strage degli immigrati africani del 18 settembre scorso.

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Cambia la luce, cambiano le forme, cambia la geometria abusiva di questa strada statale. Il buio s’infittisce e gli spiragli si affievoliscono. E più mi inoltro verso Mondragone, più mi sento sprofondare. Una catabasi infinita: Lago Patria Ischitella Lido Castel Volturno Pescopagano Le Morelle Pineta Nuova Baia Azzurra Baia Domitia. Iniziano ad apparire puttane dalla pelle chiara. Sono dell’est. Se lo sono spartiti bene il marciapiede. Bande di albanesi violenti e “benefattrici” nigeriane dal cuore redento per grazia di pastori pentecostali con un briciolo di carisma, il giorno prima schiave, il giorno dopo carnefici unte da chissà quale mistura; hanno fatto carriera, loro. Le Madame gestiscono il ciclo della prostituzione nigeriana dal principio alla fine. Hanno il permesso di soggiorno, molto denaro per investire, corrompere, comprare e vendere ragazze, pagare estorsioni, e sono organizzate in associazioni di facciata registrate legalmente, dai nomi autorevoli: “Sweet mother”, “Supreme ladies association”, “Great Binis association”. Se una Madame tiene in pugno un’impresa composta da una ventina di donne, non è difficile calcolare i profitti settimanali. In fondo le Madame “non fanno nulla di male”, non hanno problemi con la coscienza, anzi. Questi trafficanti di marionette si sentono innocenti. Ma perché di puttane ce ne sono soltanto in questa lingua di terra e non nelle sue viscere? Le nigeriane, ad esempio, oltre al litorale Domitio sono costrette a battere pure le strade nei dintorni di Capua, Marcianise, Teverola, per poi spostarsi nelle strade periferiche dell’Italia intera. Perché non a Villa Literno, Casapesenna? Perché non a San Cipriano d’Aversa, a Villa di Briano? Frode allo stato, controllo degli apparati pubblici, gestione del ciclo del cemento, appalti, traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, traffico di rifiuti tossici: c’è chi sostiene che la camorra nostrana in passato favorì lo sviluppo dello spaccio al dettaglio e della prostituzione gestita da nigeriani ed albanesi lungo il litorale Domitio per “distrarre” le forze dell’ordine, impegnate in tal modo a reprimere queste attività illecite visibili alla luce del giorno piuttosto che indagare sui traffici miliardari delle retrovie. Come se un’attività illecita di facciata riuscisse a nascondere i veri affari dei clan che comandano il territorio. Una sorta di diversivo? Non può essere così semplice. Sta di fatto che né la polizia né i militari della Folgore hanno assolutamente represso queste attività, avallando la tesi del “male necessario”. Come se fosse cosa da poco. In fondo che cosa c’è di male? Cosa vuoi che siano delle mignotte costrette a battere lungo una strada di periferia? “Sai quanti stupri e quante violenze sessuali alle donne in più ci sarebbero se non ci fossero loro a far sfogare il branco?”

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Scende la sera lungo la Domiziana. L’ennesima sera. Le ragazze a tratti formano dei gruppetti numerosissimi. Si sentiranno meno sole se lavorano in gruppo. Le osservo per l’ultima volta prima di andare via. Osservo per l’ultima volta quegli occhi truccati sotto i capelli neri, quelle cosce nude ed impacciate negli stivali ed i tacchi a spillo. Le luci dei lampioni in fuga creano un’atmosfera arancione che s’infrange nel vuoto della pineta selvaggia. Ma ormai è troppo tardi, dannazione! Sarà meglio tornarsene verso casa.
Castel Volturno. 23 Aprile 2009

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18 Responses to Il tempo è scaduto!

  1. véronique vergé il 6 maggio 2009 alle 10:32

    Un racconto bellissimo per il corragio sguardo sulle donne della strada,
    tristezza, schiavitù, solitudine, paese dimenticato, tempo di violenza, di sfruttamento, tempo dell’oblio in monte, circolazione della gente senza speranza.
    Torno al commento su questo post in pomeriggio.
    Le foto sono bellissime.

    Aggiungo che ho letto le contraire de la mort e la bague, sono due racconti che danno figura agli abitanti di questa terra, chiusi nei paesi,
    lottanto per strappare un po’ di libertà, al rischio di morire, ma la vera morte è la presenza degli sguardi, della tradizione della camorra, l’impossibilità di fuggire al destino, esser intrappolati, morire come un cane in una cucina, senza riparo, senza potere gridare la sua innocenza.

    Ferita nella terra, ferita al cuore degli abitanti.

  2. andrea il 6 maggio 2009 alle 12:45

    Tra racconto e reportage, un’Italia sotterranea abbastanza agghiacciante. Molto interessante.

  3. Irene il 6 maggio 2009 alle 14:54

    bello e terribilmente reale il post, magnifiche le foto.

  4. véronique vergé il 6 maggio 2009 alle 17:17

    Ho letto una seconda volta, e ho sentito tutta la malinconia di un mondo alla rovescia, nell’attesa del tramonto, donne smarrite in un paese da cui la lingua resta ombra. Parlare è la solo manera di pensare la libertà. Hanno perso il corpo dell’amore per rivestire un corpo del mercato del sesso, hanno perso il ricordo del paese di nascita affondato nella sabbia del litoral, non mai arrivata, sono sempre in transit.

    La pineta nella prima luce mi sembra tutti i corpi delle donne vendute
    senza riparo contro il freddo, il calore, la violenza, la follia.

  5. sparz il 6 maggio 2009 alle 18:08

    purtroppo occorre duramente convincersi che non è un piccolo pezzo di “mondo alla rovescia”, ma che molte aree del mondo (civile o non civile, non so bene cosa potrebbe voler dire) anche vicino a noi hanno virato in questa direzione. Sarebbe interessante imparare e inventare qualche cosa di complessivo da agire per cambiare direzione.

  6. Elio Coppola il 6 maggio 2009 alle 23:48

    Grande tristezza.
    Una realta’ che sanno tutti quelli della zona, e quelli che hanno visitato per puro caso la zona. Ma le parole, le dettagliate descrizioni di un fenomeno che fa ormai parte della pineta e dell’aria di polvere che si respira sulla Domiziana, a poco servono, se non ad accrescere la nausea e il vomito che ne fa seguito.
    Le parole, belle che siano, sono solo parole. E’ tempo di altro. L’Italia, quella parte dell’Italia infettata, non puo’ essere ignorata e lasciarsi soffocare dall’indifferenza e il menefreghismo del governo. Cosa aspettiamo?
    L ‘intervento di una forza superiore? Ma no ci pensiamo!!
    E’ tempo di reagire!!! E ciascuno a modo suo deve avvertire il dovere di cambiare le cose!! Ci troviamo davanti ad un colosso da uccidere con le nostre mani se necessario. Ebbene io sono il primo a dare inizio a questa guerra e a proporla a chi vuole un ritorno a quell’Italia che non e’ nata ieri.

  7. gina il 7 maggio 2009 alle 07:43

    (personalmente: salvo la parte giornalistica (che quanto a dinamiche andrebbe però approfondita). La prima metà del testo invece nn mi piace. Non mi piace la storia di marinella e di bocca di rosa, ad esempio , questa poi “non c’è bisogno di imparare nessuna lingua per fingere un orgasmo” è davvero tremenda. E non solo per la stucchevole retorica, non solo perché non è necessario essere straniere per fingere un orgasmo. Spesso queste donne (che non sono solo donne, comunque) l’italiano lo conoscono, e magari anche il francese conoscono, e/o l’inglese. Ma diciamo che è meglio per loro starsene mute e zitte, e per ovvi motivi che puzzano di sbirro e di cliente che ti scopa ma che non gli parli e così resta, lo tieni lontano, lontano da te, per ovvi motivi di pappa e porta a casa, anche, la pelle ma non solo, anche l’integrità. Il silenzio insomma, più che lutto, è divieto d’accesso. Più in generale, anche fuor di tratta dunque, in tempi di crisi economica può capitare che le tariffe si abbassino, e si aggiunga il “servizio di supporto psicologico” )

  8. serena il 7 maggio 2009 alle 13:56

    bello e coraggioso il tuo racconto andrea! emerge una forte passionalità infatti cm se quelle puttane le avessi amate tutte, ad una ad una mentre le guardavi negli occhi; ma soprattutto ammiro il coraggio di affrontare un argomento che nonostante l’inflazione di storie ormai sui nostri territori, nn viene mai affrontato dai molti (troppi) scrittori… cos’è se si parla di donne si svilisce quel carattere duro e crudo che invece arrapa quando si parla di boss o imprenditoria criminale? o se si parla di donne si corre troppo facilmente il rischio di diventare retorici? insomma, il coraggio che ti attribuisco è questo, cn la tua scrittura hai dimostrato il valore di quello che descrivi. bello davvero!

  9. isoke aikpitanyi il 7 maggio 2009 alle 15:29

    SOno una ex vittima della tratta, sono nigeriana, so di cosa parla l’articolo. Per sottrarmi a quella vita ha affrontato i trafficanti e sono stata quasi uccisa. Da allora, giorno dopo giorno, spendo la mia vita a sostegno delle vittime della tratta; a Castel Volturno e dintorni ho potuto fare qualcosa di buono, ho visto risultati e questo mi riempie di orgoglio più che se li avessi ottenuti a Milano o Roma, perchè l’infermo della tratta è qui, così ben descritta dall’autore. A proposito, non ho capito se l’autore sia Saviano o altri…chiunque sia, grazie

  10. Salvatore D'Angelo il 7 maggio 2009 alle 19:07

    Il brano di Andrea Bottalico è bello, anche se ricalca in qualche modo i procedimenti narrativi di Roberto Saviano. Ma non è un limite, piuttosto un omaggio a chi ha portato ai massimi livelli un modo di “narrare” la realtà. Quella della tratta delle schiave è un problema immane, e mi sembra che Bottalico ne colga bene i nodi. Tra le altre cose, corredato dalle belle immagini di Alessandro De Filippo, mi ha “emotivamente” toccato perchè mi ha fatto “rivivere” me stesso nel 1964 (avevo dieci anni), quando gli stessi luoghi non erano l’inferno di adesso, ma un’area povera sì, però ricca di “promesse di sviluppo”; mi ha richiamato emozioni di allora, in specie una, che ho molto forte dentro, legata in modo misterioso e in maniera molto tangenziale a un “sottotesto” della prima parte del racconto di Bottalico. Ho provato a buttar giù qualcosa in proposito e forse, se ne varrà la pena, lo proporrò come ulteriore commento.
    Consiglio, infine , ad Andrea di approfondire ulteriormente gli aspetti “d’inchiesta” su cui costruisce la seconda parte del racconto.
    Ad ogni modo, bravo per aver smosso acque limacciose. (ah, mi sbaglierò, ma “gina” ha letto frettolosamente la prima parte del brano, perchè io non ce la vedo la retorica delle “marinelle” e “bocca di rosa”, semmai vi trovo proprio ciò che lei vuole sottolineare. Magari si potrà questionare sullo “stile ” o la “letterarietà” del testo, ma non su quello. Detto senza animosità. Semplice annotazione.)

  11. maria v il 7 maggio 2009 alle 22:46

    Isoke!!! sei un mio mito!
    ho letto il tuo libro, “le ragazze di benin city”..che posso dire?…
    grazie a te, per tutto quello che fai.
    con stima infinita

    Già…Domiziana- Appia- Appia bis, come le vedo io, coi miei occhi qui, dove le lucciole non hanno bisogno di attendere il buio per uscire allo scoperto, ma sono un’area di servizio sempre in funzione, a disposizione del cliente, perché qualunque ora del giorno e della notte è un’ora buona per la prostata che sente l’impellenza di 2 gocce: i camionisti che schiacciano l’acceleratore e strombazzano in autostrada e non possono sostare neanche per dormire, magicamente adesso ritrovano tutto il tempo del mondo; i braccianti agricoli dell’aversano, che lavorano tutto il giorno gomito a gomito sotto lo stesso sole a picco e che a sera saltano giù dai carretti col sorrisetto, lo sguardo famelico, a caccia di ristoro; gli immigrati che invece parcheggiano la bici rigorosamente senza catarifrangenti sfidando ogni sera la sorte…tutti smontano prima o poi , solo loro, le prostitute, son sempre lì, sempre pronte ad accogliere tutti…quando andavo a scuola ricordo che condividevamo la stessa infinita attesa dell’autobus che non si sapeva mai a che ora e se sarebbe passato, avevamo la stessa età, ma loro non andavano a scuola, oppure dopo all’università, venivano a Capua, di lunedì, per il mercato, allora potevi vederle anche ridere e raccontarsi chissà cosa, non capivo una parola, ma giurerei dall’intonazione, dalle imitazioni e dalle risate fragorose che stessero prendendosi il loro minuto di rivincita, dileggiando e ridicolizzando alcuni clienti non troppo dotati o dalle prestazioni non proprio brillanti …finalmente il miraggio: dopo ore di attesa passava anche il “pinetamare”! le seguivo con l’occhio, salire a bordo e qualche volta lanciare un bacio ad un vecchio canuto, bavoso e viscido come gli altri, o come gli altri un poveraccio ammalato di solitudine o solo un fesso qualunque “perdutamente innamorato” e sfido io! con quei corpi, quei visi perfetti, e certi sguardi…
    -gina, te lo dico ancora una volta, per come la vedo io la prostituzione non ha niente a che vedere col femminismo, tutto ciò che una prostituta deve fare, camorra o no, è procurare non il proprio ma il piacere dell’altro. il libertinaggio è proprio tutta un’altra faccenda.
    e se tutto il mondo è paese e la tratta delle schiave è, purtroppo, dappertutto, qui c’è una particolare condivisione, ci si pareggia quasi anche nella fanghiglia…lasciamo le statali e approdiamo a napoli: stazione, piazza garibaldi, via marina, parcheggio brin: c’è settore nigeriane, settore albanesi… settore trans e settore napoletane (credo proprio minorenni).
    la camorra? ok, va bene, c’entra. come sempre. però fino a un certo punto…gestisce, fornisce un piano regolatore, tutto disciplinato, studiato nei dettagli, ma se la macchina funziona alla perfezione è perché dietro c’è dell’altro, che è facile finisca per nascondersi dietro la camorra. la vera arma ce l’ha sempre avuta l’uomo, in mezzo alle gambe. (S. Kane, mi pare, più o meno così) -e quando decide di usarla, non guarda in faccia a nessuno. e non c’è più scampo. basta guardare un paio di foto e il vietnam insegna che non si buttano via neanche i cadaveri!

  12. gina il 8 maggio 2009 alle 06:57

    quello che ho scritto è li da vedere, se vuoi continuare coi flame, maria, fai pure, ma senza di me.
    (salvatore d’angelo: ho letto bene. bocca di rosa (bellissima) e la storia di marinella (un po’ meno:) qui da un lato non centrano una mazza, dall’altro c’entrano eccome e solo a fini retorici. Interessante sarebbe sapere quanti clienti maschi, medio colti e/o letterati, sono in via di de/riteritorrializzazione dalla Domiziana, sulla Domiziana, sulle domiziane (che ogni via non è che una via:) a partire da questo post. E come. E perché. E quanti anni hanno).

  13. gina il 8 maggio 2009 alle 07:59

    dimenticavo (ma sono in moderazione)
    non che sia insensibile alle condizioni delle schiave: ma anche in questo caso imho, la riflessione va attualizzata, considerandole parti attive (in tutti i sensi, e isoke aikpitanyi lo sa meglio di me)

  14. andrea bottalico il 8 maggio 2009 alle 13:01

    Quando si pensa alla prostituzione le idee ed i punti di vista possono essere molteplici, tutti più o meno leggittimi, a parte il solito moralismo tutto italiano e la trita e ritrita visione progressista benpensante che vuole vedere le prostitute come se fossero tutte delle rivoluzionarie che portano avanti chissà quale utopico ideale di libertà o di ribellione…ma a me interessava altro. A me interessava la logica dello sfruttamento della prostituzione, il meccanismo che si nasconde dietro quei corpi, a me interessava il circuito che si mette in moto e che “riduce” in schiavitù un essere umano; un circuito troppo spesso sottovalutato, un circuito che può essere conosciuto bene soprattutto da chi lo subisce o chi l’ ha subito, come isoke (che ringrazio di cuore per l’attenzione e le auguro un buon lavoro..) A me interessava un aspetto della prostituzione, e cioè la tratta degli esseri umani, ovvero l aspetto più importante, a mio avviso, e tra l’altro è l’aspetto che non si vede. tutto qui. non vorrei sminuire gli altri elementi ma a sto punto non basterebbe un enciclopedia…
    ..credo che forse mi sono lasciato troppo fregare del mio “insano rancore”, altrimenti avrei potuto dire e scrivere altro, congetturare ancor di più, perchè è vero, come dice salvatore d’angelo, che bisogna approfondire ulteriormente gli aspetti del fenomeno. ma stavolta è andata così.
    La schiavitù, questa forma di schiavitù,è stato un pretesto per riflettere un attimo su un territorio complicatissimo.
    Del cliente, maschio, figlio della borghesia impellicciata di posillipo oppure camionista calabrese o magari professore ordinario della federico 2, in questo caso non volevo saperne niente. ma ciò non vuol dire che sia meno importante.
    se gina vuole andare a contarli uno ad uno, lo faccia, e poi venga a dircelo.
    e poi io detesto chi idealizza le prostitute, e non voglio star lì neanche a spiegare il motivo. Lo detesto e basta.
    Forse perchè quelle donne su cui ho cercato di riflettere non sono altro che una metafora per parlare di tutt’altro, come ad esempio il concetto di bellezza in una zona devastata, o forse perchè le donne nigeriane che ho visto e raccontato a questo punto dovrebbero chiamarsi in un altro modo. La parola prostituta a questo punto non è più appropriata…
    @salvatore d’angelo
    grazie per i consigli, sarei curioso di sapere quale immagine lo ha toccato particolarmente..

  15. Marco Aragno il 8 maggio 2009 alle 13:22

    E difficile scrivere un articolo del genere senza scivolare nella retorica o – peggio – nell’autocompiamento narrativo. Qui e lì lo spirito giornalistico sembra soccombere proprio alle tentazioni della ‘bella scrittura’. Più che un reportage mi sembra un racconto. Comunque l’ho apprezzato molto. Le foto ancor di più. Non si capisce, tuttavia, se l’articolo sia stato scritto da Saviano o semplicemente pubblicato da Saviano. Che Andrea Bottalico sia uno pseudonimo?

  16. gina il 9 maggio 2009 alle 09:42

    andrea bottalico
    che le trattate fossero funzionali, schiave della narrazione del rancore l’avevo capito. seppellirle di retorica, rinchiuderle funzionalmente in un luttuoso silenzio imho fa si che ancora una volta non si vedano, non si vedano come parti attive del territorio. altrettanto dicasi dei clienti, naturalmente assenti (impossibile, da sempre contarli, raccontarli, quindi perso per perso, il tempo dico, che scade, ti lancio al volo un bacio feticcio, dal piede, un marinella dagli occhi grandi, ma ti va di culo e se lo pappa un rondone (a proposito di boccadirosa: mai la cantò mignotta, il cantore che fu).

  17. Salvatore il 12 maggio 2009 alle 15:13

    Finalmente leggo un odore, vedo un meccanismo, fiuto una grammatica. E il mio viaggio nel reportage non si snoda lungo teorie accademiche d’interpretazione del fenomeno o per sentieri saggistici formalizzati.
    La scrittura, la lettura, seguono il passo incerto, o a scatti, o sicuro o pensoso di un individuo informato che batte la domiziana per seguire e riasalire il battere costante delle prostitute. L’autore getta numerosi ponti, conscio della differenza che lo separa da quelle donne, e lo fa senza soffocare emotività e passioni, metafore della mente e rappresentazioni a lui familiari; perchè la differenza non vuole dominarla ma sederglisi accanto. Bisogna capire che non siamo portavoce, ma voce, nostra e del mondo. La soggettività non si può eliminare, se ne prende atto. La si insegue inerirsi negli scarti fra gli occhi, nei silenzi fra le parole, e “io” sono lì, a dibattermi nel racconto incompleto, ma diretto e lucido, umile e arrogante. La cronaca è solo un frammento, i fatti solo una scaglia, c’è di più, e tra luoghi lontani solo la scrittura è ubiqua.

    Tra chi ha paura di non dire perchè consapevole dell’incompletezza, e chi dice anche troppo per pretesa di metodo, inutilmente, questo racconto sta nel mezzo. Dice.

    Ora, è il momento di scendere dall’auto.

  18. iano il 31 maggio 2009 alle 19:30

    I miei complimenti all’autore che, al di là degli eccessivi orpelli letterari, bene fa a concentrarsi sul business della tratta di donne piuttosto che sulla prostituzione in se stessa.
    I moralisti di ogni parrocchia farebbero bene a chiedersi se davvero esista un confine, nella variegata gamma di do-ut-des legati al sesso diffusi in ogni tempo ed ogni luogo, un confine che definisca cosa è prostituzione e cosa non lo è. Il dramma qui non è lo scambio denaro per sesso. Il dramma è la violenza, è lo sfruttamento, è la schiavitù di queste lavoratrici.
    Bisogna chiedersi dunque se sia più efficace condannare il comportamento ormone-guidato del cliente oppure ipotizzare una soluzione che regolarizzi il mercimonio assicurando una tutela sanitaria e sindacale alle suddette.



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