Ex vuoto: Franco Arminio # Pasquale Vitagliano

8 maggio 2009
Pubblicato da

Franco Arminio
Non c’è via d’uscita
da nessuna parte.
il reale è un muro di cemento
l’irreale è un muro di piombo.
così è adesso
nella prigione del mondo.

glasshalffull

Pasquale Vitagliano
Getto un cretto di bava
sulle faglie di un corpo di cava,
per coprire le murate glauche,
per seppellire i fondachi di seppia.

Non è una opera imperitura sul corpo,
non è lucore quello che si vede dall’alto,
se ci stai dentro, un dedalo appare, un greto
cieco che non saprà mai dirti perché il dolore.

Franco Arminio
al mio paese si parla male di tutti
ci sono poche vacche e il grano
è avvelenato dai concimi.
la piazza è in mano ai meschini
manca la gioia
la noia è tanta.
al mio paese si è vivi fino a sei anni
e dopo gli ottanta

Pasquale Vitagliano
Notte, è notte, è notte,
pietra contro pietra,
foglio su foglio,
mattone dopo mattone,
ho spolpato la mia colpa
di essere – come dici tu –
perfettamente senza costrutto;
un talento inutile
riverso sul letto come un addio scordato,
secreto da una sagoma di carta
che esecra un duttile congedo
che chiama morte la più infantile
posa della vita, siero di sangue,
succo d’anima e spiga di mistero.
Segreta è la lettura di questa vita apocrifa
che non tramanda la propria
verità palese, ma resta pensile
in una docile rete che pure
i denti non taglia.
Sa di fame il morso delle mie parole.

Tag: ,

22 Responses to Ex vuoto: Franco Arminio # Pasquale Vitagliano

  1. soldato blu il 8 maggio 2009 alle 12:17

    effeffe: stupore e meraviglia!
    mi pare proprio un colpo azzeccato, questo

    *

    solo a sentirli un poco

    (per mia sfortuna)

    questi suoni strani
    tramati d’incanti
    e di venti e di noia
    di piazze, di greti e di corpi
    che danno al reale un codice solo
    : dolore e concime di gioia.

  2. natàlia castaldi il 8 maggio 2009 alle 12:42

    Mi sono davvero piaciute tutte.
    Di Vitagliano ho apprezzato la forza dell’espressione, la potenza di ogni singola parola, nel suono e nell’immagine:

    “Getto un cretto di bava
    sulle faglie di un corpo di cava,
    per coprire le murate glauche,
    per seppellire i fondachi di seppia …”

    ma quella che trovo oltremodo fotograficamente geniale è questa di Arminio:

    “al mio paese si parla male di tutti
    ci sono poche vacche e il grano
    è avvelenato dai concimi.
    la piazza è in mano ai meschini
    manca la gioia
    la noia è tanta.
    al mio paese si è vivi fino a sei anni
    e dopo gli ottanta”

    grazie, alla poesia si dice “grazie”

  3. Giovanni Nuscis il 8 maggio 2009 alle 13:29

    Concordo con Natàlia. E al bicchiere mezzo vuoto associo più i versi di Arminio, per l’acutezza sconsolata dello sguardo; piuttosto che quelli di Pasquale, tesi a un effetto di eufonia ed evocatività
    Saluto Effe, e gli autori.

  4. Salvatore D'Angelo il 8 maggio 2009 alle 13:55

    Ecco un plastico esempio di buona parte della discussione fatta nel post precedente. Da una parte Arminio, scarno,semplie, essenziale, ma fulminante e forte nel “significato”; dall’altra Vitagliano, elegante, attento alla forma, al suono dei “significanti”. Il primo che ha “naturalmente ” incorporata la (esile) forma in corpo al testo, il secondo che lavora “ex post” di cesello. L’uno (arminio) pittore l’altro (vitagliano) scultore. In entrambi i casi ( e non mi sbaglio) parliamo di “poesia”: due modalità di fare poesia, entrembe “funzionanti”. Allora ( e rilanciando) “dov’è il trucco’?”

  5. giada il 8 maggio 2009 alle 17:07

    Il trucco penso che sia nella scelta di quelle parole e non di altre,nell’averle accostate in quel modo e non in un altro : frutto di sapiente labor limae o di un impulso,comunque penso che sia questo ,più che il trucco ,il segreto della poesia .

  6. franco arminio il 8 maggio 2009 alle 18:08

    la rete è piena di poesie, ma il mondo è sempre più impoetico…..
    bisogna fare quacosa di rivoluzionario, bisogna farlo subito….

  7. Diamante il 8 maggio 2009 alle 20:03

    Premesso che concordo con D’Angelo sul fatto che l’uno è pittore e l’altro scultore, stavolta mi schiero dalla parte di Arminio. Di Vitagliano mi sono piaciuti soltanto gli ultimi sei versi del secondo componimento, splendidamente, tristemente precipiti. Il resto è un eccesso di tecnica e di sfoggio, che soffoca l’idea iniziale sin quasi a seppellirla. La poesia è un equilibrio miracoloso fra ciò che si dice e come lo si dice; il “come” in Vitagliano uccide il “ciò”.
    Arminio mi è piaciuto più d’altre volte; forse la sua dimensione ideale è questa via di mezzo fra intimismo e provincialismo (uso il termine senza nessuna sfumatura spregiativa o negativa), nella quale la sua célérité folgora, e “apre” senso inedito, benché quotidiano.

  8. franco arminio il 8 maggio 2009 alle 20:33

    sono un paesologo caro diamante, non lo dimentichi.
    le consiglio di leggere almeno uno de miei due libri di paesologia:
    viaggio nel cratere, sironi
    vento forte tra lacedonia e candela, laterza

  9. manuel cohen il 8 maggio 2009 alle 21:02

    l’uno pittore, l’altro scultore, d’accordo. A me non dispiacciono affatto le due opzioni… anche perché in entrambi i casi si tratta e si pratica un autentico artigianato della parola… Mi convince l’abilità tecnica di Vitagliano come in egual misura mi convince l’abilità nel simulare e dissimulare la tecne di Arminio. Molto bravi… spero di potervi apprezzare entrambi senza rischiare d’essere tacciato di qualunquismo critico. :-)

  10. pasquale vitagliano il 8 maggio 2009 alle 22:24

    Post 1
    Ringrazio FF per questo lusinghiero abbinamento. Ho apprezzato molto la Paesologia di Arminio,
    per questo gli dedico questa poesia su Craco, paese lucano fantasma, abbandonato dopo il terremoto. Sarebbe trovarci là e conoscersi di persona magari per un reading “dislocato” sui terremoti delle cose e dell’anima.

    Noumeno

    (Requiem)
    Chi mai vide la miseria?
    L’occhio di Mozart
    non vide
    Craco,
    invisibile piaga della terra.
    Terra
    desolata e abbandonata,
    voragine
    tra tufo e pietra,
    ora sotto un lenzuolo,
    ora bruciata e accecata.
    L’anima è questo:
    ciò che resta
    Quando tutto è finito.
    La voce
    dopo il silenzio,
    La parola
    prima dello sguardo.
    (Melodie-Western-Di-Morricone)
    Craco,
    sul tuo
    terreno
    piantiamo una bandiera,
    Jolly Roger
    della nostra
    anima.

  11. pasquale vitagliano il 8 maggio 2009 alle 22:35

    post 2

    Grazie a tutti per i giudizi, anche quelli critici. In particolare, l’apprezzamento di soldato blu esalta la serenità di un suo giudizio critico su un mio racconto di molti post fa.

    Adeguati i riferimenti alla pittura ed alla scrittura.
    Ho scritto cretto di bava di getto, senza tecnicismi, ma pensando al cretto di Burri, alla sua pittura-scultura-paese. A Gibellina, al terromoto, ai terremoti. Per Diamante: non è sfoggio (ma mi va l’obiezione), è metafisica. La parola non riproduce il dolore. Lo trasfigura.

    Grazie a FF per le sue scelte “risonanti”. A Gianni. Ad Arminio, felice di essergli stato accanto.

    Pasquale Vitagliano

  12. Diamante il 8 maggio 2009 alle 22:47

    @vitagliano
    Non metto in dubbio le tue intenzioni, nè i miei limiti d’interprete. Però gli ultimi sei versi del tuo secondo componimento mi sembrano sciogliersi, correre, addirittura galoppare rispetto ai precedenti, come se, liberi dall’incantesimo coatto della cifra stilistica, respirino in un nuovo e più puro cielo.

  13. arminio il 8 maggio 2009 alle 22:58

    caro pasquale ovviamente conoscono craco, penso di tornarci presto, il prossimo libro paesologico, uscirà a fine 2010, parlerà molto della lucania.

  14. soldato blu il 8 maggio 2009 alle 23:15

    @ Pasquale Vitagliano

    ero appena arrivato in Nazione Indiana e non conoscevo nessuno.
    Oggi non ricordavo niente, tanto che ho dovuto fare una ricerca, per leggere quello che avevi scritto e quello che avevo scritto io.

    Sinceramente, oggi riscriverei la stessa cosa su ciò che avevi scritto tu, ma non so se ne sarei ancora capace.

    Quanto ha ragione Arminio!

    “dio non c’è quando siamo gentili
    quando siamo pazienti
    quando crediamo agli altri”

  15. macondo il 8 maggio 2009 alle 23:44

    Pensavo di assistere a un remake di Clay VS Liston… invece…

  16. soldato blu il 9 maggio 2009 alle 06:24

    ragazzi, scusate, ma io mi devo rifare
    quando avevo la vostra età – più o meno – niente blog
    così sono stato a menarmela da solo

    il riferimento a Burri di Pasquale lo condanna a una dedica postuma di un inedito dell”87:

    BREAKFEAST

    a Pasquale Vitagliano

    (sospeso)
    tra fontana e burri
    non trovo le parole
    per sapere dove sono
    un suono scordato
    che scorda le parole

    in burri pane
    trova denti
    per un fiorir d’aut
    unno senza pace
    che rimastica l’uso
    della peste

    fontana malato d’agonia
    gola profonda taglia

    : le parole

  17. pasquale vitagliano il 9 maggio 2009 alle 09:41

    Caro Soldato,
    la dedica non è una condanna, ma un piccolo onore.
    Grazie.
    La poesia è bella. La sento persino familiare per la scelta delle Parole.

  18. véronique vergé il 9 maggio 2009 alle 11:21

    Come la scrittura fa una breccia, una schiarata.
    Il poeta, il paesologo si urta contro il muro di cemento,
    la prigione, contro il peso del paese, il nodo, l’àfa.
    Si soffoca come in una familia tragica.
    La tragedia del paese trova la parte sacra della poesia,
    antica, fatta della disperazione dell’uomo in un luogo,
    con voglia di bellezza ( che mi sembra un filo tra il post di Davide Vargas e Andrea Bottalico): cercare la malinconia del littoral, l’ombra prima nella pineta, il flusso di luce che bagna il sud, come un veleno o la bevenda divina.

  19. GiusCo il 9 maggio 2009 alle 18:19

    Continuando il discorso del topic precedente su Arminio, petrarchismo e bellettrismo: una definizione strutturalista di poesia non ha meno cittadinanza della parola terapeutica, come sgorga dal cuor, o di quella barocca. Ne’ il solo criterio di valore puo’ essere l’aderenza al moto empatico trasmesso in ritmo e respiro da un testo, come nella lirica.

    In un momento storico in Occidente come questo, di pax ormai sessantennale e di dominio della tecnica scientista-capitalista, non governato dunque dall’emergenza che fa tanta poesia popolare del passato (quanto piuttosto dall’inedia della massificazione consumista), il lavoro freddo e programmatico sui linguaggi ha la sua dignita’, anche se giocoforza minore stampa, minore consenso e ancora minore pubblico.

  20. effeffe il 9 maggio 2009 alle 21:07

    un vero thread d’union
    e mi piace
    come disse il cepollaro ad una tavolata
    ridondanza del bene
    effeffe

  21. Mauro Pianesi il 11 maggio 2009 alle 13:36

    E’ incredibile come, in questo come in qualsiasi altro caso si pubblichi un qualche verso, la poesia attiri poesia. Praticamente sempre, su qualsiasi blog vogliate fare esperimento, la pubblicazione di versi poetici “induce” quasi automaticamente i commentatori a citarne altri, spesso di propria composizione, o comunque a fare esegesi. Questa constatazione mi sembra faccia bene il paio con l’annoso dato di fatto sulla poeticità dell’italica razza: siamo un “popolo di poeti” più che altro – vista l’enorme produzione di libri-libroni-libretti in versi, il pullulare di premi di poesia, l’ingorgo di blog poetici ecc. – molto più poeti che prosatori (nel doppio significato di produttori e di lettori di prosa). Cosa vorrà dire questo?
    mauro
    p.s. tralascio, ovviamente, ogni considerazione sul “pregio”, il “valore” delle poesie che, così, piovono quotidianamente a gragnuole sui nostri occhi. Non tralascio invece di salutare Franco, che conosco, e Pasquale che (ancora…) non conosco, e le loro belle poesie!

  22. pasquale vitagliano il 11 maggio 2009 alle 15:25

    Anche le osservazioni di Mauro Pianesi mi sembrano serene e lucide, e dunque da prendere in considerazione.
    Pur condividendole, direi che questo oggi è il mondo nel quale viviamo. Sarebbe come continuare a prendersela con la Tv.
    Per quanto mi riguarda, tengo a dire che la poesia più che scriverla, la vivo ogni istante. Come il giovane poeta di Rilke, ogni giorno mi domando: posso vivere senza? La risposta è sempre NO. Naturalmente, la poesia letta, viene prima, maternamente, di quella scritta.
    Ad ogni modo, leggere e scrivere appartengono alla stessa dimensione. Altro è l’apparire, anche su un blog, che della “mostruosità” della vita poetica non possiede nulla.



indiani