Fuck the war

11 maggio 2009
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[è nato il blog di Jacopo Guerriero, amico ed ex indiano – anche se sono dell’idea che come il de beer “un indiano è per sempre”. Festeggio la notizia segnalandolo e pubblicando qui su NI un suo pezzo. G.B.]

college

di Jacopo Guerriero

Il campo è nero, il testo grigio. Il titolo colpisce duro: My War. L’indirizzo è cbftw.blogspot.com. Nella gallery fotografica solo Guernica di Picasso. Ma questo non è soltanto, o semplicemente, un milblog – il blog di un militare. E per capire bisogna seguire le tracce di una storia che parte da lontano. Dall’ossessione di Colby Buzzel per trovare una svolta alla propria vita. «Non vedevo vie d’uscita. Ero a metà strada tra i venti e i trent’anni, non avevo la minima idea di cosa diavolo fare di me stesso. Credevo che arruolandomi avrei trovato una soluzione rapida ai miei problemi».

É il 2003 quando Colby si presenta al centro di reclutamento della U.S. Army a San Francisco, vestito da rude boy post-moderno, comunque cafone – «camicia da cowboy vecchio stile, capelli lunghi tirati indietro e pieni di gel come uno scambio ferroviario ben oliato». Non sa ancora che diventerà un simbolo. Emblema della superiorità della rete sulla carta stampata, almeno in ambito di reportage dal fronte. Anzi. «L’anima di un essere umano coinvolto nella guerra per conto nostro», come l’ha descritto Kurt Vonnegut prima di morire. Scappava dalla via quotidiana, Colby: alzati, sussisti, non pensare, riposa. E, per fuggire, venditi se il prezzo è buono.

Il soldato scelto Buzzel, normocaliforniano ventiseienne, per scelta volontaria finisce in prima linea con la seconda divisione di fanteria della Stryker Brigade a Mosul, nel nord dell’Iraq e prima che finisca l’anno del suo arruolamento. Dopo un po’ di tempo al fronte apre un blog – My War, appunto destinato a imprevista popolarità, successo mondiale. Ma lui non sapeva, non poteva sapere. E oggi spiega, ricorda. «Per un certo periodo ci avevano fatto lavorare come pazzi, una missione dopo l’altra, anche nello stesso giorno. Ma poi arrivò un momento di stanca, era l’ottavo mese: avevamo così tanto tempo libero che non sapevamo neppure cosa farne. Trascorrevamo le ore sostanzialmente a masturbarci». Con un’alternativa, però. «La rete. Navigavo dall’internet café della base, a non più di venticinque metri dal mio alloggio. Leggevo i milblogs fatti dall’Iraq, ma la maggior parte erano pieni di retorica, sembrava un lavaggio del cervello: “Oh, gli iracheni ci amano, stiamo facendo la cosa giusta. Amo l’esercito, il mio lavoro, il mio Paese e il presidente”. Decisi che avrei dato vita a un blog. Perché no? Se c’erano soldati e persino ufficiali che scrivevano cretinate e l’esercito li lasciava fare, allora anch’io potevo farlo».

Colby comincia a raccontare quello che nessuno poteva dire con certezza, quello che alcuni immaginavano, ma che nessun giornalista embedded della stampa mainstream avrebbe mai potuto spiegare. E a Mosul non c’era nessuno che cercasse notizie. L’inizio non è semplice: Buzzel, da buon calvinista americano, scopre la paura di pubblicare qualcosa prima di tutto «perché mostrare a qualcuno quello che avevo scritto equivaleva a mostrare una foto in cui sono nudo». Firma su My War con uno screen name per non attirare attenzioni non richieste dagli alti comandi. Il motivo è ovvio: provate a comparare quanto scrisse la CNN sul suo sito riguardo ai combattimenti di Mosul, avvenuti il 4 agosto 2004, e quanto apparve su cbftw.blogspot.com nei giorni immediatamente successivi agli scontri. Valutate l’espressione, “nella città si sono sentiti sporadici colpi di arma da fuoco, granate e anche esplosioni” in parallelo ai post in cui Colby descrive le budella rovesciate del tenente Armeni nello Stryker davanti a lui. Andate su YouTube, fate una ricerca con il nome “Buzzel” e guardate la graphic novel ispirata alle pagine del libro di Colby (in edizione italiana Ammazzare il tempo in Iraq, Piemme, 259 pp., 18,90 euro), mentre nelle orecchie una voce vi fa risuonare le parole scritte da Buzzel. Scoprirete il significato dell’espressione “forza della verità”. Uno dei commenti ai post apparsi su My War, in data 6 agosto 2004: “La ringrazio, il suo sito mi ha permesso di saperne un po’ di più sugli eventi in cui è stato ferito mio figlio”. Firmato dal padre del tenente Damon Armeni.

In quel periodo sono più di un centinaio i blog che i soldati statunitensi aggiornano dal fronte iracheno. Tutti diversi tra loro. Ci sono i fanatici della guerra e quelli che scrivono di notte per ammazzare la noia, chi si tuffa nella rete per restare in contatto con la gente a casa, ma anche i milblogs dei reduci più distaccati. Con nomi come Black Five, Boots in The Desert, Thunder 6. E poi i blog delle soldatesse: come Margaret, che postava orgogliosa la foto di George “il mio bimbo che a casa ha imparato ad andare in bicicletta”, oppure Grey Eagle, dottoressa al seguito delle truppe in combattimento, il cui diario ostinato e paziente, finisce inevitabilmente per ricordare la storia della “signora con la lampada”, Florence Nightingale, l’angelo dei soldati britannici durante la Guerra di Crimea.

Ma che cosa è cambiato da allora? In chat Colby sostiene, da San Francisco, che «non esistevano divieti per i soldati che volevano tenere un blog da una zona di guerra. Credo che l’esercito nemmeno sapesse che cos’era un blog. Infatti potevo postare più volte al giorno. Ma adesso ho sentito dire che il sito deve essere stato prima approvato dalla tua catena di comando e ti ritrovi in un mare di scartoffie prima di ricevere l’eventuale okay». Forse questa nuova attenzione deriva da motivi di sicurezza. Sicuramente c’è anche un desiderio di controllo. Quello che, nel linguaggio del soldato Buzzel si chiama Mindfucking.
Ecco spiegata l’origine dello screen name che sigla l’indirizzo on line di My War: CBFTW. Colby Buzzel Fuck The War, come firmava l’(allora) anonimo militare sul suo blog. In culo alla guerra. Lettere da tatuarsi sul braccio destro. Più che un motto pacifista, uno sfregio da rude boy. «Perché sia chiaro», ci spiega, «che non ho alcun rimpianto sul fatto di essermi arruolato. Rifarei tutto quello che ho fatto e fino in fondo, è stata una grande esperienza e qualcosa che mi ha definitivamente cambiato come persona». Ma il cervello non si regala. Quello no. «All’epoca navigavo ma non riuscivo a trovare neppure un blog che fosse scritto da un soldato qualunque di un’arma di combattimento o della fanteria, insomma qualcuno che avesse visto e provato le stesse cose che stavo vedendo e provando».
Allora in cosa ha fatto la differenza Buzzel?

«Potevo creare nuovi post basati sulla mia esperienza diretta, quasi immediatamente dopo averla vissuta; a volte scrivevo mentre nelle orecchie mi risuonavano ancora gli spari», racconta Colby. «Internet ha un’immediatezza che i mezzi di stampa non hanno. E me ne resi conto lì, in piena guerra. Potevo lasciarmi andare e buttare giù liberamente ciò che vedevo nel modo in cui volevo. Non avevo un editore, quindi nessuno mi diceva come o cosa pubblicare. Sono stato in Iraq per un anno intero. Per tutto il tempo in cui sono rimasto là non ho visto un giornalista. Non uno. Il problema degli embedded è che restano sul posto per poco tempo e molte volte vengono mandati con gli addetti alle pubbliche relazioni, i quali controllano ciò che il giornalista vede e i luoghi dove il giornalista va».

É dunque anche un problema di correttezza nell’informazione quello che Colby Buzzel pone con il suo blog, prima, e con il suo libro, dopo. In merito i pareri di alcuni tra i più autorevoli inviati in zone di guerra differiscono tra loro. Categorica Barbara Schiavulli, free lance abituata alle zone di guerra, che dall’Afghanistan sostiene: «il sito di un soldato non è, né potrà mai essere giornalismo. perché gli manca un filtro: come può essere obiettivo il racconto di un militare che scrive dello scontro a fuoco a cui ha partecipato? Non ha, né può avere le necessarie garanzie di indipendenza».
Per Pino Scaccia, inviato del TG1 e tra i primi giornalisti al mondo a confrontarsi con il web, «non è detto che giornali e internet debbano per forza essere in contraddizione. Dico sempre che un blog è lo spazio per l’anima. La rete è un mezzo bellissimo che ti permette un approfondimento personale, il racconto e la confidenza con le tue emozioni. Cosa che non puoi fare in un servizio». Kevin Sites, che nel novembre 2004 da Falluja realizzò uno scoop destinato a far discutere – il filmato di un marine che spara a un insorto agonizzante a terra – sul suo blog, il primo premiato con il RAVE prize dall’edizione americana di Wired, tiene a presentarsi come “pioniere, giornalista multimediale che per i suoi lavori e in nome dell’immediatezza utilizza molte delle risorse messe in campo dalla tecnologia digitale”. Per Francesca Caferri di Repubblica «il blog è uno strumento validissimo anche se, per usare un linguaggio fotografico, è uno zoom incapace di avere l’ampiezza del quadro complessivo. Come in ogni situazione, la differenza la fa la qualità. Quando vado in zone di guerra, preferisco evitare di essere embedded. Perché le regole del gioco, in quel caso, possono importi limitazioni severe». Diverso ancora il parere di Daniele Raineri, inviato del Foglio appena tornato da due mesi con gli americani in Iraq: «Ho potuto vedere tutto quello che ho voluto, non ho mai avuto un problema con nessun tipo di gerarchia, mi hanno lasciato parlare in libertà con i soldati e perfino con gli uomini dell’intelligence».

E Colby? Tornato a casa sua, in California, rimane poco incline a distinzioni di sorta. Si dedica alla scrittura e alla promozione del suo libro. Sono ormai lontani i tempi in cui passava sotto i ponti di Mosul, salmodiando “Ti prego Dio, non ho proprio un cazzo di voglia di morire”, abbarbicato a una M240 Bravo, pronto a sparare sui miliziani qaedisti. Crede solo a ciò che vede e di giornalisti non ama sentire parlare. Se gli chiedi dei miglioramenti a Baghdad risponde: «Ho sentito da altri soldati che la situazione è leggermente cambiata dopo la svolta imposta dal generale Paetreus, ma non ho idea di quanto importanti o drastici siano questi sviluppi». Se gli domandi una riflessione finale sul periodo trascorso in divisa è altrettanto poco fantasioso: «Lasciami citare il mio comandante di battaglione: “Spara per primo, spara bene e punisci chi se lo merita”». Non c’è e non può esserci una morale, ovvio. Direbbe Winston Churcill “a volte l’uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi si rialza e continua per la sua strada». Il soldato Buzzel ha scelto di fermarsi e non è cosa da poco. Nella quarta di copertina del suo libro si dice che «i blog mostrano cose che nessun dispaccio d’agenzia potrà mai comunicare».

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3 Responses to Fuck the war

  1. andrea inglese il 11 maggio 2009 alle 23:44

    Un amichevole abbraccio e augurio a Jacopo per il suo blog. Questo pezzo è molto bello.

  2. franz krauspenhaar il 12 maggio 2009 alle 09:40

    auguri a jacopo!

  3. Jacopo il 12 maggio 2009 alle 17:00

    Grazie Gianni, grazie Andrea e grazie Franz. Abrazos!



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