Autismi 10 – Mio figlio

22 maggio 2009
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

Mio figlio ha trentatré anni, è ormai un adulto. È stato concepito nel millenovecentosettantacinque, l’anno della fine della guerra del Vietnam, della torbida agonia di Francisco Franco, della maggiore età a diciotto anni e della parità giuridica tra i coniugi, della morte della terrorista Mara Cagol, del sangue sui marciapiedi, dell’esecuzione su uno sterro sporco di Pasolini. L’anno in cui sono uscite di produzione la Cinquecento e la Citroen DS, e in cui ha cominciato a volare il supersonico Concorde. Non so perché tutti citano sempre la data di nascita, come se fosse l’unico punto fermo, quando invece quello che conta davvero è il concepimento, a cui fa seguito la poi rimpianta vita intrauterina. Lui è stato concepito in un anno in cui sono successe molte cose, non tutte limpide, e certo proprio per questo è un iperattivo inquieto, una di quelle persone che manco a farlo apposta sono presenti quando succede qualcosa di raccapricciante. Lo fa anche per lavoro, ma è innanzitutto un richiamo di pelle: per avere la sensazione di esistere ha bisogno di sentirsi nei muscoli i pizzicottini dell’adrenalina. Terremoti, naufragi, tamponamenti automobilistici a catena, rapine, stragi: lui passa sempre di lì.

Io non ho mai fatto degli sport, e in sostanza odio gli sport, mentre la sua attività principale sembrano essere appunto gli sport, e in particolare quelli connessi a una qualche forma di pericolo. Si direbbe che tutto il resto, compreso il suo lavoro, che prima di essere un lavoro è pur sempre una passione per le imprese rischiose, ruoti attorno alle discipline estreme che pratica. È un asso del surf, o meglio, è uno di quegli anacoretici surfisti che si ritrovano con dei vecchi camper sulle spiagge più ventose del mondo nelle stagioni più ingrate. Meglio se infestate da pescecani. E scala, pratica lo sci d’alpinismo, si lancia col paracadute, va in bicicletta dove di solito non si va in bicicletta, fa delle traversate invernali in barca a vela, scende i torrenti più arrabbiati in kayak. Sospetto che non abbia mai letto un libro in vita sua, intendo un libro intero, un qualsiasi buon romanzo, ma in fatto di sport pericolosi è imbattibile. Io invece preferisco i romanzi agli sport, li ho sempre preferiti, e in fondo disprezzo gli sport. E gli sport pericolosi mi mettono a disagio come quegli uomini che ogni due parole si sistemano i testicoli con la mano. Il che non facilita il nostro rapporto.

Qualche volta ripenso all’istante del suo concepimento. È rimasto impresso nella mia obliosa memoria con un nitore senza eguali: una vividezza astratta e inabitata di sogno. Io e la madre facevamo l’amore sulla moquette blu mare della sua cameretta di ex ragazzina. In casa dei suoi, perché eravamo ancora molto giovani, e lei viveva appunto a casa. Lei era seduta sopra di me, e per il fatto ch’ero appoggiato a una superficie dura il mio sesso entrava profondamente dentro di lei: era molto eccitante. Non ero sdraiato sul vello sintetico della moquette, il che avrebbe incuneato tra i nostri busti e i nostri visi uno spazio di aria indifferente, una terra di nessuno suscettibile di rendere quel godimento meno struggente: ero anch’io seduto, la mia pelle era schiacciata contro la sua. All’epoca non usavamo anticoncezionali, semplicemente io uscivo prima dell’eiaculazione. E anche quella volta sono scivolato fuori prima della scarica. Ma ho saputo subito che era successo qualcosa. Non potrei dire perché, è così e basta. Qualche settimana dopo è risultato che avevo ragione.

Spesso mi immagino quello che sta facendo mio figlio in quel preciso momento. Non so dove si trovi, e non vedo come potrei saperlo, ma mi immagino lo stesso quello che sta combinando. Me lo vedo intento a fare il suo lavoro di fotografo, o mentre scala una levigata falesia a picco sul mare, o anche a non fare niente, stravaccato sul divano. Intendiamoci, non sono vaghe fantasticherie: è come se lo avessi sotto i miei occhi. Seguo da molto vicino ogni gesto che compie, mi sembra quasi di sentire nella mia testa quello che pensa. Credo che succeda a molti genitori. Se però quello che vedo corrisponda in qualche modo a qualcosa di vero, o siano mere allucinazioni, io certo non potrei dirlo. Secondo la mia ex-fidanzata sono puri e semplici vaneggiamenti, le mie chimere di sempre.

Abbiamo due caratteri diametralmente opposti: io insicuro, lento, pavido, per non dire codardo, passivo fino all’autolesionismo, operoso per sordida e asociale perseveranza, lui cinetico e entusiasta, rapido, ardimentoso, mai saturo di percezioni fisiche e di vita. Io perennemente stanco, cefalalgico cronico, sempre un po’ malaticcio, abitudinario, chiuso, apprensivo, spesso angosciato, ciclicamente oblomoviano, lui straboccante di energie, espansivo, ottimista fino al fanatismo, estroverso, sano come un pesce, sicuro di se stesso, carismatico, impermeabile a ogni sorta di vacillamento esistenziale. Ma si sa, per esistere i figli hanno bisogno di differenziarsi dai padri, sono quasi sempre costretti a diventare il contrario. E lui è il mio opposto, esattamente come io sono l’ombra speculare di mio padre. Ragion per cui lui e mio padre per molti versi si assomigliano. Mio padre era fascista e aveva la guerra nel sangue, e se dio vuole lui non è fascista e non ha la guerra nel sangue, anche se la bazzica spesso, ma per tante cose sono identici. La grande differenza è che con l’età mio padre era diventato monomaniaco, il pericolo lo cercava solo in montagna.

Fa il fotografo. Io non sono dotato per le cose grafiche, lui sì, fin da piccolo, forse proprio a causa del blu abissale della moquette del suo concepimento. Ha cominciato con quei servizi fotografici che tediano le riviste patinate: icastici paesi poveri, allettevoli mete balneari o gastronomiche, paesaggi suppositivamente incontaminati, celebrità un po’ offuscate dall’età o dalla tramutazione dei tempi, attrici non ancora tanto note. Adesso immortala quasi solo i conflitti armati. È quel che si dice un fotografo di guerra. Non è ancora conosciuto dal grande pubblico, ma abbastanza apprezzato per essere di continuo catapultato nelle sordide scenografie dei vari conflitti ai quattro cantoni della terra, e essere pagato discretamente. Le fotografie che fa hanno tutte un qualcosa in comune, un gusto nello stesso tempo di già visto e di novità, di mistero per certi versi già svelato. Non so se sono bellissime, e se vogliano dire davvero qualcosa, ma sono intriganti. La guerra naturalmente è presente, ma senza la macabra ostentazione di prammatica. Si direbbe che tacciano qualcosa che non può essere detto, o che semplicemente non è stato ancora scandagliato. Una rivelazione forse riguardante i limiti stessi della condizione umana. Proprio come la sua tanatopeta cinestesia, come tutta la sua persona.

Sua madre, che è stata appunto la mia prima fidanzata, la incontro di rado. La vedo, o meglio la intravedo, quando passo davanti al suo ufficio. Il caso ha voluto, mettiamola così, che sia stata assunta dalla stessa istituzione per la quale lavoro saltuariamente anch’io. Nelle piccole città succedono cose così, anzi a dir la verità succedono solo cose così. E quindi ogni volta che vado a vedere se il direttore dell’ente in questione si degna di ricevermi per deplorare surrettiziamente i miei buchi nella terra, non in linea con gli accordi di programma quinquennali disciplinanti il settore provinciale della ricerca, e a suo parere intrinsecamente inutili, visionari nella peggiore accezione del termine, passo davanti al suo ufficio, che manco a farlo apposta è sempre spalancato. Spalancato come una grande bocca. Ma il più delle volte non mi fermo a parlarle, e se incrocio il suo sguardo mi limito a un cenno. Anni di intimità quasi animale, costellazioni di orgasmi e di lacrime struggenti, irripetibili silenzi all’unisono, strappi e fagocitanti rammendi, s’agglutinano ora in un ammiccamento per molti versi meccanico. Per vari anni era lei che non voleva parlarmi, adesso sono io. O meglio, se capita mi presto, ma preferisco che non succeda.

Le rare volte che ci mettiamo a discutere sul corridoio davanti al suo ufficio le parole che vengono fuori sembrano casuali, e invece sono dei concentrati di energia distruttiva: dei fulmini che squarciano un cielo sereno. Senza curarsi dei colleghi che ci sfilano accanto lei mi dice delle cose vertiginosamente intime, e io l’ascolto. Mi mette al corrente per esempio che ha un amante, ma che a differenza di un amante paradigmatico il suo amante non scopa tanto bene. Senza abbassare il tono di voce mi dice che vorrebbe lasciarlo, e non le sembra giusto far soffrire il marito, il quale l’ha sempre trattata molto bene, ma non ci riesce. Mi dice che nemmeno per i figli è bene che la si assenti per avere delle relazioni sessuali nemmeno tanto soddisfacenti con un amante. Io l’ascolto con il terrore di doverle domandare chi sia questo benedetto amante, con il timore di domandarmelo anche solo a me stesso. Ma lei continua con i suoi resoconti abissalmente confidenziali che non hanno in fondo bisogno dei miei interventi. Ascoltandola capisco però quello che ha da dire e che non dice. Sento sullo sterno le sue urla silenti di furibonda insoddisfazione. Gli anni trascorsi hanno forse preservato alcuni bastioni del castello di spumiglia che abitavamo. Ma probabilmente anche lei percepisce che la maggior parte delle mie giornate non pervengono a conseguire un qualche senso, anche se quando parlo bado bene a restare sulle generali.

Per quanto possa sembrare strano non parliamo mai di nostro figlio. Ogni volta che lo tiro fuori lei dribbla le mie estenuate aspettative. È la nostra creatura, entrambi in maggiore o minore misura pensiamo a lui, ma appena lo nomino lei cambia discorso. Pur di non parlare di lui mi parla per desolati e stagnanti minuti di uno dei due figli che ha avuto dalla persona con la quale si è sposata dopo che ci siamo lasciati. Uno dei due figli che se avessi un istinto paterno più sviluppato avrebbero potuto essere i nostri e invece sono i loro. Uno di quei suoi due figli rispettivamente di sesso maschile e femminile dei quali non me ne importa un fico secco. L’unico argomento che avrei urgenza di abbordare è il figlio nostro, l’essere sbocciato dalla nostra unione, e che la perpetua nel tempo, come un fossile imprigionato nel freddo di una roccia. Appena però ci riprovo lei sbuffa e alza gli occhi al cielo.

Io so perché fa così. Crede che voglia parlare di nostro figlio per farla soffrire. Per cattiveria. Per punire me stesso utilizzando la mia stessa perfidia. Come è convinta che quando ci siamo lasciati non abbia sofferto. E invece mi s’era strappata l’anima: qualcosa in me si rifiutava di abituarsi alla sua assenza. Qualcosa di lei sopravviveva dentro di me, e si rigirava, ostinatamente, impedendo la rimarginazione. Per anni quando chiamavo la nuova donna con cui stavo, poi diventata mia moglie, mi ritrovavo sulla lingua il suo nome. Quasi sempre riuscivo a correggermi in extremis, ma il nome che avevo nella bocca era il suo. Non saprei dire con esattezza per quanti anni è accaduto. Almeno una quindicina.

Per giorni e giorni, settimane, qualche volta mesi, non penso mai a mio figlio, lo riconosco. Non sono un padre modello, non ho mai sostenuto il contrario. Sono anzi il padre più egocentrico, scostante, inaffidabile, opportunista, forse anche iniquo, che si possa immaginare. Lo sono sempre stato, lo sarò sempre. Lo si è visto anche con la figlia di quella che attualmente è mia moglie, della quale non mi sono mai occupato. Penso a lui ogni tanto, quando non sono troppo preso da me stesso, quando fa comodo a me. Quando ho bisogno di lui, forse.

Tante cose di lui non le so minimamente. Non so se mette o meno lo zucchero nel caffè, se ha le unghie ben curate, se predilige i cinturini dell’orologio in pelle o in acciaio. Non ho la minima idea se la sua automobile sia blu o grigia, e che tipo di calzini indossi. Ogni volta mi dico che devo osservarlo con più attenzione e fargli delle domande, ma poi rimango nella mia ignoranza, che forse come dice mia moglie è adamantino disinteresse.

Del resto nemmeno lui è un ragazzo che pensa sempre al padre, intendiamoci. Pensa ai suoi servizi fotografici a tema elusivamente bellico, alle sue ascensioni senza cordino di assicurazione, alle sue scivolate sulle correnti gelate, ai suoi sbadati amori di adolescente attardato. Non mi pensa, non si fa vivo in alcuna maniera. Spesso mi dico che forse non si ricorda nemmeno che esisto, forse non se ne è mai ricordato. È normale che sia così, mi dico subito dopo: non siamo mai vissuti assieme, non l’ho mai accudito, ho pensato solo a me stesso e ai miei egolatrici grattacapi. Ci sarebbe quindi da stupirsi del contrario. Ho quello che mi merito. E comunque è anche lui della risma mia e di mio padre, per quanto mi critichi tanto. Probabilmente anche lui si comporterà nello stesso modo con suo figlio. Si farà anche lui i suoi porci comodi.

Da un padre come me ha avuto bisogno di difendersi, immagino. Come io ho dovuto proteggermi dal mio, che irradiava attorno a lui letali radiazioni di egoismo. Mio padre ogni tanto mi guardava, qualche volta mi parlava, ma come il sole emette i suoi raggi, pensando a se stesso. Io non ero che un elemento del paesaggio cosmico, il paesaggio che non si era scelto e nel quale era costretto a brillare. Era lui che decideva quello che andava bene e quello che non andava bene, era lui che stabiliva cosa bisogna fare e quello che non bisognava provare. È stato così fino alla fine. Perfino al suo capezzale non ero una persona umana a tutti gli effetti, ero un satellite non compiutamente individuato della costellazione familiare.

I figli servono ai genitori per capire se stessi. Guardandosi riflessi nelle loro pupille dove sfavillano scintille di amore ma anche di odio capiscono che non sono come hanno sempre creduto di essere, o che comunque possono essere visti in maniera radicalmente diversa. Il che apre pur sempre un deleterio varco. Si rendono soprattutto conto che la cosiddetta realtà è già intrinsecamente diversa da come sono abituati a pensarla, e che quindi per molti versi sono già superati. In altre parole che sono vecchi. Non occorrono le frasi, bastano gli occhi. Tramite mio figlio ho capito che ho fallito, ne ho avuto per la prima volta la cognizione cristallina, che un po’ alla volta si è trasformata in certezza pervasiva, in cancro inoperabile.

Quella che adesso è mia moglie è stata per parecchi anni molto gelosa della madre di mio figlio. Vedeva in lei un pericolo, una minaccia che le sue frasi spiraliformi non riuscivano a circoscrivere. Ancora adesso sostiene che la prima sera che ci siamo conosciuti le ho parlato per quattro ore di fila di lei, e che pensavo solo a lei. Io non mi ricordo questo dettaglio, ma non ho ragione di pensare che se lo sia inventato. E davvero in più di un’occasione mi è uscito il nome della mia prima fidanzata, quando mi rivolgevo a lei. O comunque la prima sillaba di quel nome, nitida come una coltellata. Me ne sono ogni volta vergognato, arrossendo e balbettando: temevo di averla orribilmente ferita. Ma lei non se ne è mai accorta, forse anche per la nebbiolina perenne delle due lingue diverse. Un giorno glielo ho chiesto, e lei mi ha risposto: no, mai.

La mia ex fidanzata, la madre rinnegata di mio figlio, qualche volta sul corridoio trafficato dell’ente per il quale lavoriamo entrambi mi dice che devo piantarla con questa mia pazzia del nostro supposto figlio. Si tratta solo di un aborto!, esclama. Quello che chiamo nostro figlio è in realtà un aborto risalente all’epoca nella quale avevamo entrambi diciassette anni! Un aborto prima della legge dell’aborto, e quindi un aborto clandestino organizzato dalle femministe. Certo una gran brutta cosa, ma pur sempre un’interruzione di gravidanza prima del terzo mese. Tutto il resto sono solo mie fantasie. Io mi abbandono a quelle fantasticherie perché non ho figli, perché non posso avere figli, immaturo e instabile come sono. Perché l’unica cosa che so fare è bighellonare con l’immaginazione. Io la lascio dire, dicendomi che non è certo adesso che ci siamo lasciati da più di vent’anni che posso sperare di cambiarla. Va presa com’e, mi dico. E penso a mio figlio che sarà forse solo un aborto ma è pur sempre mio figlio, il mio unico figlio.

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9 Responses to Autismi 10 – Mio figlio

  1. véronique vergé il 22 maggio 2009 alle 09:14

    Il finale esplode nel cuore: ” E penso a mio figlio che sarà forse solo un aborto ma è pur sempre mio figlio, il mio unico figlio.”
    L’amore di un padre per un figlio rimasto nell’abbozzo. Sogna una vita, come se fosse vivo il figlio unico.
    Mi sembra che in un mondo lunario vivono i figli dell’immaginazione.
    Per me è una bambina con occhi luccicanti, brava nelle scienze. Ha cappelli neri e un grande sorriso. Ama il mare, prendere il sole. Non ha paura di niente, cammina nella vita con fiducia.
    La nitidezza del ricordo del concepimento ha la bellezza dei gesti precisi,
    foto di un momento, ricordo dell’avventura aborta.

  2. sparz il 22 maggio 2009 alle 09:24

    bello come il sole emette i suoi raggi, pensando a se stesso, riferito al vecchio padre fascista. Pezzo molto scavato e anche stimolante per i vissuti altrui.

  3. chik67 il 22 maggio 2009 alle 09:56

    Bello, molto.

  4. Ares il 22 maggio 2009 alle 11:16

    Io sono un aborto mancato, ma ci sono andato vicinissimo, mammamia che culo che ho avuto, grazie a mia madre ora mi posso lanciare in deltaplano ^ __^

  5. untitled io il 23 maggio 2009 alle 09:22

    “Il finale esplode nel cuore”, dice véronique vergé…

    invece io non riesco più a sopportare questi giochini, non mi esplodono nel cuore, mi abbattono soltanto: ho letto tutto con estrema attenzione, mi sono fatta delle domande, mi sono perfino commossa, ma al finale coup de theatre mi sono detta beh no, allora è troppa scrittura.

    con immutata ammirazione per giacomo sartori

  6. lucy il 23 maggio 2009 alle 10:32

    non so se è un racconto tratto fuori “per forsa di scrittura”, ma mi pare ben fatto, ricco espressivamente, in caccia di significazione: in ciò perfettamente coerente con la lucida follia di immaginare una vita mancata, un atto mancato sostituito da una rimozione. ne esce un amore cattivo – ché l’amore può esserlo – e un grandioso paradosso (dei nostri tempi o della condizione umana da sempre?): che non conosciamo niente così bene quanto quello che non esiste, mentre nulla sappiamo di chi ci sta accanto. il padre insiste a dire di non conoscere niente del figlio e mentre lo dice lo descrive che pare di vederlo. è la proiezione di quell’altro da sè che cova dentro di lui e della figura, modificata, del proprio padre. trovo il racconto per questo struggente e dotato di ramificazioni possibili di non detto che attraggono. ciò accade quando un testo uscito dalle mani di chi lo scrive ha la capacità di diventare possesso di chi lo legge. non capita sempre, oggi meno di ieri, per quanto mi riguarda. ma quando capita è bello, semplicemente bello e vuol dire che la narrazione è riuscita. i finali a sorpresa sono stati una bella invenzione per tutti i tipi di romanzo. peccato che molte sorprese le sappiamo già. questa qui è una sorpresa sorprendente.
    grazie.

  7. véronique vergé il 23 maggio 2009 alle 11:56

    Non penso che sia giochini. Mi sono intrappolata nella lettura. vedo altro che un finale artificiale. Non si scrive un racconto breve nel motivo di dare un colpo.
    Ho visto l’impronta di un dolore, quello di un figlio immaginario, accompagnando la vita del narratore: una presenza quasi viva, come tutta mancanza, quella più addolorita, perchè è strappata, si pensa una vita mai accaduta

  8. Gena il 23 maggio 2009 alle 16:09

    Non avevo mai letto niente di Sartori, la parola autismi mi ha sempre frenato, perchè è una parola ricca di significati, comunque il pezzo è decisamente buono.

  9. harzie il 23 maggio 2009 alle 16:22

    Se nell’odierna confusione di valori estetici, in questa stolida anarchia fieristica, non temessi di suonare iperbolico e quindi poco credibile, ribadirei qui su NI quello che ho già confidato a vari amici e conoscenti, e cioè che secondo me Sartori è uno dei più bravi e importanti scrittori italiani viventi. Ma preferisco comprimere quest’affermazione tra il timore e la cautela, poiché non vi è nulla che desideri di meno degli effetti negativi o controproducenti che Sartori stesso potrebbe subirne.



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