le quattro stagioni di Jonathan Littell

1 giugno 2009
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di Chiara Valerio

Ma chi dice conversazione dice scena, è una convenzione del genere. Quindi la conversazione si svolge in un parco, sulle rive di uno stagno grigio, nel frastuono delle automobili e dei tram che passano proprio accanto, tra due file di alberi alcuni dei quali castagni, riconoscibili dalle foglie a forma di melanzana e soprattutto dalle castagne sparse al suolo. Quando rileggo Jonathan Littell, o lo leggo ex novo, come mi capita oggi con questi Studi (nottetempo, 2009) mi accorgo di quanto la sua penna sia capace di mutare il plausibile in artificiale, il reale in razionale, e nel contempo di rendere le costruzioni autentiche.

In questo libro ci sono quattro saggi. Uno per ogni stagione dell’anno, ognuno composto in un anno diverso, il primo nel 1995 l’ultimo nel 2002. Non ci sono nomi, solo lettere maiuscole e puntate e problemi, numerati come nei sussidiari elementari, da uno a due, con quattro soluzioni, numerate esse pure, da uno a quattro. C’è una discussione sul genere neutro in francese e in inglese e Non c’è che dire, il sole è pieno di bontà per le povere cose di questo mondo.

Lettere maiuscole e puntate. Quando si scrive degli intorni (destri e sinistri) della guerra, delle granate che rombano nelle orecchie insieme ai motori degli aerei e alle marce dissonanti dei soldati in libera uscita, bisogna prestare attenzione. Specialmente con K. Che da Kafka a Kristof, nomi cose o città, si porta dietro spettri spessi come lenzuoli. Senza scomodare il legame che Agamben, col Kalumniator, indaga tra tortura e verità, in narrativa, tra l’agorafobia di Kafka e la mancanza di consolazione di Kristof, si accomoda l’enigmistica di Littell. Le Parche, dispettose, si divertivano allegramente a scombussolare i nostri spostamenti. Littell e il suo K. puntato sono acrilici (quindi pop), e non evocano che spostamenti combinatori di un uomo innamorato di una donna o anche di un uomo che ha incontrato un nuovo passatempo. O tutte e due le cose a tempi sfalsati. Un Twister. Raramente ho provato un desiderio piú violento ma anche meno fisico: non era a far l’amore con lei che il mio corpo aspirava ma semplicemente a incollarsi al suo. Littell d’altro canto è scrittore di personaggi per i quali i passatempi diventano ossessioni. Prendete Maximilian Aue e i merletti. Prendete Helene e le piscine a Berlino. Prendete quell’innocenza immaginaria.

La meraviglia compositiva di questi piccoli saggi infatti non sta (nemmeno questa volta) in quello che dicono, ma nel come. Sono cartoni preparatori, sono la cinematica della narrativa di Littell. Non ci sono nomi ripeto, non ci sono connotazioni geografiche. Gli Studi somigliano a disegni a matita sanguigna. Corpi senza testa, mani che afferrano, piedi che si torcono, occhi che si chiudono, nature morte che si sfaldano. Tanta impazienza mi pare sconfortante. Sono studi in senso proprio. Esercizi di conversazione, di abbandono, di sesso, di defecazione e di stasi. Di eccesso narrativo e di minimalismo. Il volto o l’oggetto rappresentato in monocromo potrebbe essere di chiunque, del lettore o del personaggio a fianco e i movimenti funzionerebbero lo stesso. Importa assai poco che le recite a soggetto, le tesi dimostrative, siano l’attesa, una domenica in una zona di guerra, una coppia che discute su un bambino o la burocrazia dell’esercito che impedisce lo spostamento da un posto a un altro. Forse non importa proprio niente. Curiosamente, quelle lettere e quelle telefonate, pur non essendo del tutto prive di un certo erotismo, restavano in complesso molto caste, e a volte avevano persino un tono quasi idealistico.

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J. Littell, Studi, nottetempo (2009), i gransassi, pp. 70, € 7,00.

A latere

La cinematica è quel ramo (del lago…) della fisica che si occupa di descrivere quantitativamente il moto dei corpi, senza porsi il problema di prevedere il moto futuro a partire da grandezze note. Lo dice anche wikipedia.

Va detto che l’agorafobia di Kafka, la consolazione mancata di Kristof e l’enigmistica di Littell si portano tutte dietro il concetto di confine, di gesto ritratto ma azzardato e di spergiuro. Quindi forse si torna all’homo sacer di Agamben.

Littell declina Era un sogno molto sciocco la sua infelicità di Clarissa Dalloway in Era un sogno molto divertente la sua infelicità. Anche la tua. Dovevo proprio essere un bello spettacolo nella mia infelicità, impalato sulla pista, con un grosso fiore giallo in mano, cosí incongruo in quel contesto che avevo esitato a lungo prima di trovare il coraggio di portarmelo.

[il disegno in apice è di Jesse Littell ed è il primo dei sette presenti nel sasso di Jonathan Littell. Di Littell, di Maximilian Aue e del gioco de Le Benevole, di cui questi Studi rappresentano i prolegomeni, ho scritto in A me gli occhi. Perché le ossessioni narrative, belle o brutte, si ripetono.]

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2 Responses to le quattro stagioni di Jonathan Littell

  1. Mauro Baldrati il 1 giugno 2009 alle 19:52

    “La meraviglia compositiva di questi piccoli saggi infatti non sta (nemmeno questa volta) in quello che dicono, ma nel come.”

    Mi piace questo “come”. Sono considerazioni che sto facendo in questo periodo, talvolta i contenuti hanno bisogno di un veicolo appropriato per viaggiare, un “come”.

    Ho anche letto l’articolo precedente su Le Benevole, molto interessante. Le Benevole è un romanzo di una potenza narrativa di cui non trovo precedenti negli ultimi anni.

  2. camilla il 4 giugno 2009 alle 08:16

    Trovo anch’io straordinari gli studi di Littel. dopo aver letto alcune interessanti recensioni dove lo studio n. 4 viene interpretato come la storia di un tradimento tra amanti,vorrei ribadire quanto sia straodinario , invece, lo studio di delle reazioni di fronte a un figlio non voluto. La parte femminile, finale, non a caso, mi ha profondamente convinta e la trovo eccezionale nella fattispecie.



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