Da “Cristi polverizzati”

9 giugno 2009
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[Shut Up ‘N Read Yer Di Ruscio. A I]

di Luigi Di Ruscio

Parto difficilissimo, spesso si nasce venendo stritolati, lo shock dell’aria freddissima rispetto al calore del ventre materno, la luce vivissima, i rumori assordanti, la poesia retrocede verso la prima angoscia, potevano immaginare che l’elettroshock rimettesse le cose al loro posto perché era come se lo shock iniziale si ripetesse, l’angoscia di rimanere rinchiusi in un ventre per sempre, l’essere che dilegua nel nulla è il passare e morte, il nulla che dilegua nell’essere è il sorgere e la nascita, la morte è un ritornare nella condizione prenatale, quando ero il niente che viveva il niente e di questa condizione mai nessuno si è lagnato. Certi nascono da una vagina apertissima ed escono come imperatori dalla porta sacra tutto oliato e pronto per l’esposizione. Certi come ghigliottinati e fucilati morivano al centro di un festoso cerimoniale. Ero immerso nelle acque fetali, sono immerso in questa acqua sociale.

Certi con rendite stupefacenti morivano torturati da costosissimi interventi chirurgici, straziati da speculate operazioni chirurgiche, certi muoiono agli angoli delle strade avvolti da una calma stupefacente. Siamo nati e poteva anche non nascere niente, una volta mia moglie mi disse che non dovevo disperarmi tanto, noi siamo nati e tanti neppure riescono a nascere. Mi è stato raccontato che prima di nascere eravamo nel pensiero d’Iddio, poteva non nascere niente, non facciamo confusioni tra il niente e il vuoto, il niente non può essere neppure riempito. Il niente può solo trapassare nell’essere più spettacoloso. Oppure come nelle bellissime svalutazioni quando milioni si tramutano in milioni di niente. Mia moglie rimaneva continuamente incisa, incinta, nonostante che non facevo che adoperare gomme di tutti i tipi conosciuti e pensavo di chiamare la mia ultima raccolta dentro il ventre del mostro, chiuso per sempre nella società dello sfruttamento e dei mangiatori di uomini. Gli eletti, i migliori si divertivano in bellissimi massacri, se non appartieni al popolo d’Iddio sarai prima o poi un assassino, se appartieni ad un popolo separato sarai prima o poi assassinato, così vedevo le cose ed invece era tutto più complicato e terrificante, non è detto che la vittima sia una persona per bene, tante volte prima d’ammazzarli li abbrutiscono e perdevo tempo con poesie che sembravano macchinette verbali produttrici di niente. Tentare di cambiare il mondo con una forsennata scrittura, anche questa cazzata ho immaginato, a Milano perfino l’aria è diventata pericolosa e pensano alle poesie, per la mancanza di aria respirabile non ci saranno proteste, potremo agitarci solo per i mali immaginari. Nonostante che mai ho avuto un’auto e spengo a sproposito i radiatori e non consumo neppure l’energia della dinamo della mia bicicletta. Siamo tutti peccatori e il miracolo della vita in questo pianeta non è cosa eterna e un miracolo sarà necessario per la sopravvivenza degli insetti più corazzati e il sottoscritto inabile in tutto può permettersi il lusso di scrivere le poesie.

[…]

Io ero uno di quei tipi che si sente ebreo tra i palestinesi e palestinese con gli ebrei un bianco tra i neri e un nerissimo tra tutti i bianchi di colore. E giovanissimo come ero mi prendeva grandi smanie di partire. Fermo mi diventava una trappola dentata, non facevo che sognare le fughe ero inseguito da un orrore tanto terrorizzante che mai sono riuscito a voltarmi per vedere che razza d’orrore m’inseguisse. Sognavo l’invisibilità e mi ripetevo quelle storie di Hegel dell’essere che si tramuta nel niente e del niente che diventa un essere in carne ed ossa. Fughe a precipizio e senza soste, tante volte avevo paura di non potermi più risvegliare da simili orrori come se per sempre il sonno mi avesse intrappolato.

[…]

Ed è già complicatissimo il problema della nostra identità, siamo troppe cose, io sono piceno, italico, europeo e appartengo ad un certo universo siamo troppe cose per essere fanatici, trovare l’unità di se stessi è difficile, il caos di una identità che ha per centro queste continue scritture. Ho visto Bertolucci in televisione, sapeva benissimo quello che era, cattolico, proprietario terriero eccetera, mettete qualche dubbio in tutto questo essere e sarete meno feroci. Mi trovo bene in questa vita anche con un viavai di comparse che chiedevano notizie sulla fine del mondo, ogni giorno si alzavano sbalorditi nel constatare che questo terrore è ancora in piedi, i torturatori erano più profumati del necessario, tutte le nostre debolezze furono catalogate, la nostra riducibilità misurata, nella fabbrica siamo terrorizzati, rimanere disoccupati significa cadere nell’ultimo inferno, è qui che dovete dimostrare il vostro diritto ad esistere, non siate feroci come è feroce il padre vostro nei cieli, troppa nobiltà per affrontare un universo di sbranatori, scrivere è mostrare lo squarcio, raggiungere i limiti estremi, siamo finalmente venuti, scrivere la verità è raggiungere l’orrore estremo, non ci accorgevamo di quando siamo stati brutalizzati, quando l’encefalogramma sarà piatto prenderanno il nostro cuore per trapiantarlo in un maiale, non assistere impotente alla tua brutalizzazione, proclama lucidamente la tua rabbia, prepariamoci per lo spasimo estremo, non saranno certo gli errori, le gazze e tanto meno i cretini ad avere l’onore di guastarmi la gioia di essere vivo, gli enti non dovrebbero moltiplicarsi più del necessario neppure se benedetti da un Pio dodici che ha benedetto anche i piccioni e vennero benedetti anche i tiratori al piccione, anche le auto senza scorta vennero benedette mai i gatti o serbi anche non tigrati e venne considerato eretico ogni dovere morale verso le bestie e certi furono dichiarati scostumati o scomunicati, enumerate le azioni infami quotidiane, onesti per una piccola somma è facilissimo, se si tratta di miliardi i problemi morali diventano ardui anche per la banca vaticana, tanti poi per i miliardi sarebbero capaci anche di mangiarsi la propria madre cruda, scrutate le parti oscure e irriverenti del sottoscritto Smerri, intestardito a voler sapere con precisione in che razza di pianeta è stato scaraventato.

Ridevamo ed eravamo ad un passo dall’inferno, i presidenti con i loro grassissimi culi assisi, una odissea continua, l’epoca gloriosa dei comunisti tutti esposti e cremati, queste scritture dovrebbero risultare intraducibili riguardando un universo unico e irripetibile, hanno enumerato giustamente tutti i delitti dei comunisti, elencate anche tutti i delitti degli anticomunisti, fateceli vedere, ricordateveli. I fascisti da Marconi volevano il raggio della morte e di una cretinata come il radar non sapevano che farsene, ed ecco che tutto ad un tratto mi ricordo del segretario del pci sezione picena che mi disse che dovevo leggere le memorie di Giovanni Pesce che più di memorie si trattava di un piccolo manuale per la guerriglia urbana, siamo agli inizi degli anni cinquanta io cretino riesco ad afferrare la cosa mezzo secolo dopo i fatti avvenuti. Tanti versi scritti furono tutti cancellati tanto erano schifosi, cavalli ridono solo se punti con spilloni sul muso, devozione incondizionata anche ad una verità disperata, assistemmo tranquillamente alla morte d’Iddio che ormai serviva solo a giustificare i massacri, saremo tutti senza peccato quando non ci saranno più sfruttati e nella fase cruciale dei deliri spergiurava di non aver mai letto neppure una riga delle tante meticolosamente sottoscritte con tutte le adeguate vertigini, gli istanti di quando i raggi del sole rasano la terra sono stati fotografati per sempre con le lunghissime ombre e più la mia riduzione era totale e più constatavo la tendenza del sottoscritto a scrivere di cose enormi esagerate nei crepuscoli.

Io non ho fatto certo domanda per venire al mondo. Appena nato fui considerato responsabile di un peccato atroce commesso all’inizio dei tempi da due tipi abbastanza irresponsabili come Adamo ed Eva e avendo mia madre avuto un parto difficile fui battezzato in fretta per sicurezza perché senza un tale battesimo avrei potuto scontare una pena atroce per tutta l’eternità considerato peccaminoso di orribili delitti subito appena nato senza essermi ancora pisciato addosso. Il momento della nostra nascita e il momento della morte sono vissuti nella nostra più completa assenza. La casa nostra in vicolo Borgia, la cantina un interrato con la latrina senza fogna, una fossa che avrebbe potuto eternamente contenere tutta la merda nostra, poi il piano della cucina con un focolare molto largo e basso, il fornello a carbone vegetale, all’ultimo piano, le due camerette, in una cameretta c’eravamo noi quattro, le finestre piccole e i muri molto spessi, sembrava una casa fortificata, il soffitto della cameretta era spiovente con le travi scoperte e sul soffitto le macchie della calce arrugginita, quando pioveva gocciolava da tutte le parti, la luce elettrica ogni tanto spariva perché non si riusciva a pagare la bolletta della luce, dallo spesso cartone di una finestra trafilava un filo di sole. Sambus nigra, le bacche di un azzurro cupo ce le strofinavamo in faccia per diventare negri, il liquido delle bacche spremute poteva diventare un inchiostro violaceo e profumato, pianta nominata dai greci e dai latini, è nominata anche nell’Edda, cresce in grandi spasure attorno alle mura.

I ricordi più remoti sono certe immagini dell’asilo infantile, alle elementari c’era quel maestro con la camicia nera sino a che non andò a perdersi nell’inverno russo che congelò anche troppo facilmente l’ardore e la boria retorica, e la cattedra del gran fumatore fu occupata dalla maestra, la più libera e sbracata di tutte, non si capiva se erano fascisti perché odiavano l’Italia o perché l’amavano troppo, il certo è che non amavano certo l’Italia così come era, l’amavano così come doveva essere e come mai è stata e ripetevo le classi continuamente, ogni parola era scritta sbagliata, il maestro mi urlava «Questo è dialetto e non italiano». Stranissimo che il dialetto di vicolo Borgia in Fermo Ascoli Piceno non fosse neppure italiano. Nell’aula c’era il crocifisso con alla destra il ritratto del Re e alla sinistra il ritratto del Duce fondatore dell’impero nostro. Cristo tra i ladroni. Mussolini sembrava un’anima disperata. Domandai una volta se il re fosse fascista, non perché il Re è al di sopra dei partiti e questa fu la prima volta che udii il plurale di partito. Sogno un partito garibaldino con le camicie rosse che mi sembravano più festose delle lugubri camice nere.

Il padre di mio padre era mezzadro, mio padre invece era muratore. L’odore acutissimo della calce fresca e del cemento delle stanze scialbate o intonacate di fresco era mio padre. La madre di mia madre, mia nonna partita prestissimo dal suo paese parlò sempre un dialetto stranissimo ed unico, ero affascinato da un dialetto che sentivo parlare solo da mia nonna che mi sembrava unica e con tutti quei gatti che disperati dalla fame rubavano la carne da dentro l’acqua bollente, aprivano i cassetti delle credenze con i denti, capovolgevano il tegame del latte, leccavano sulla padella, addentavano un pomodoro, una patata lessa, un pezzo di polenta, l’insalata avanzata. Nelle notti di primavera, per fare l’amore ogni gatto doveva vincere una guerra contro tutti i gatti. Una lagna ossessa sui tetti, un gatto che morde la gatta sulla groppa, una bottiglia gettata tra i gatti da chi non dorme, lo scompiglio improvviso, il silenzio improvviso. Se riuscivo a prendere un gatto lo buttavo dalla finestra più alta, era come buttare una palla, rimbalzavano e correvano. Come li vedevo intorno alle cartate di teste di pesce li prendevo a calci, e un giorno uno ebbe la bocca massacrata, il sangue sulla bocca mangiata dalla rogna fu orribile. Spiai una gatta che si sgravava, mi sembrava che i gatti uscissero dalla bocca, quattro cascati uno sopra l’altro e la gatta cominciò a leccarli, poi a morderli sulla testa, come fossero teste di pesce. Scrissi di questo spettacolo su un tema o diario, il maestro mi disse di alzarmi e spiegare quello che avevo scritto. Mi alzai e non dissi nulla, muto più di sempre, vergognoso più di sempre, come se fosse colpa mia se la gatta si mangiava i gatti dopo averli cacati. Ebbi una grande vergogna che neppure oggi che riscrivo i miei fogli so cancellare, per aver scritto su un tema di scuola elementare quell’orrore di gatti. Ci doveva essere un orrore dentro di me, se l’orrore lo riscoprivo ovunque. Vivevamo nel pieno degli splendori fascisti e imperiali. Stavo a guardare i gatti e il gattaro che li metteva in un sacco e l’ammazzava a bastonate, mangiava la carne, metteva a seccare la pelle sulla finestra. La carne di gatto e quella del coniglio hanno lo stesso sapore, ma non venivano ammazzati alla stessa maniera: il coniglio veniva scannato in mezzo al vicolo in pieno giorno: tagliavano sotto la gola, la pelle rivoltata si sfilava, le budella venivano lasciate per terra, i gatti le addentavano e trascinavano. I gatti venivano ammazzati di notte, le budella venivano buttate subito nella fogna, si buttava presto la testa, si tagliava la coda e la pelle compariva invece, come quella del coniglio, appesa ad una finestra a seccare.

Mio padre muratore è nato contadino, ed è come se vivesse in un mondo completamente estraneo. Era fuori da tutto quello che cercavano di insegnarmi. Riusciva a rompere il proprio mutismo solo con matte sbornie. Non ci comandava nulla, quando era a casa ci intimava solo il silenzio, nessuno doveva parlare. Potevamo aprire la bocca solo per lo strettamente inevitabile, come se il parlare fosse una enorme fatica, un inutile scoprirsi. Il giorno che mio padre parlò più del solito fu quando la Germania iniziò la guerra contro la Russia: i pagliacci dei fascisti hanno trovato finalmente il pane per i loro denti. Un pane che doveva essere una pietra infilata in una bocca sdentata e cariata. Venne chiamato in questura perché dicevano che ascoltasse radio Mosca, non solo non avevamo la radio, ma neanche la luce, i fili erano stati tagliati perché la bolletta non era stata pagata. Una sera, a cena, raccontò che i tedeschi con i prigionieri facevano le candele, e così fui colpito in pieno dallo schifo per la candela. Preferivo stare all’oscuro, piuttosto che vedere quell’infamia ardere, nella chiesa venivo assalito da inevitabili schifi per tutte quelle file di candele bianche che ardevano. Lo stesso schifo per la pasta bianca cotta condita con lo sfritto di lardo. Una volta ci raccontò anche della Russia, tutte le chiese trasformate in fabbriche, ammazzati tutti i preti e i signori, bruciati tutti i soldi in falò che immaginavo di festa, nessun matrimonio, tutti amori svincolati e liberi, chi non lavora crepa di fame ed è tutto gratis, le scarpe, la luce, il carbone. E dalle sue parole vedevo che per il fascismo e i signori e i preti più che odio portava un profondo schifo, tra mio padre e il mondo, di fuori c’era chiusura completa, nel più profondo di se stesso, come se fossero nature completamente opposte e nemiche mortali. Io vivevo tra due mondi opposti, quello fuori da mio padre e quello di mio padre, tra due mondi ugualmente tenebrosi e orribili e dovevo trovare identificazione in qualcosa di diverso, in Iddii completamente astratti e azzurri, in regni di erbe, in regni vegetali.

Dopo l’otto settembre mio padre ritornò da militare e lo rividi felice, la schifezza fascista era crollata e sembrava che stesse per crollare tutto quello che odiava, e a quel ritorno fu l’unica volta che fui abbracciato e baciato da mio padre. Con la testa grossa, capelli arruffati, orecchie a sventola in divisa da figlio della lupa della befana fascista in un gregge di divise, arrancavo su uno dei vicoli che dall’alto sembrano precipizi e che portano a quella che ora è chiamata piazza del Popolo, per ascoltare uno dei tanti discorsi del duce. Il maestro mordendosi la lingua colpiva con i guanti quelli a cui mancavano i lupetti d’ottone e non avevano in ordine le strisce bianche che si incrociavano sulla camicia nera, i pantaloncini grigioverdi troppo lunghi o i calzettoni che calavano sulle scarpe, aver messo i più belli e ordinati in prima fila e ai lati, non aiutava molto a nascondere una materia di marziale miseria. In una casciara di voci e di cagnare e di spintoni, era manifesta l’impotenza del maestro. Averci relegati nell’ultima fila ci provocava come una specie d’impunità. Eravamo quasi clandestini, noi all’ultimo posto, all’ultima fila. Era un maestro giovane, un maestro del regime che doveva perdersi in Russia nella fuga di un branco di uomini che perdettero veramente tutto. Nella nostra sbandatezza e irregolarità e indisciplina forse il maestro vedeva un simbolo, un segno dove poteva affogarsi con tutti i suoi credi. Il suo masticarsi la lingua, il fumare disperato, il colpirci rabbioso coi guanti o con il Corriere della sera erano tutte manifestazioni di una lotta per farci diversi e ci teneva da parte come fossimo uno sbaglio, una presenza di mala natura, un’immagine sovversiva da nascondere confinare.

[Da Cristi polverizzati, presentaz. A Cortellessa, contributi di A Ferracuti ed E Zinati, Le Lettere, Firenze, 2009.]

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8 Responses to Da “Cristi polverizzati”

  1. Fabio Teti il 9 giugno 2009 alle 09:52

    (Nerbo giusto per riprendersi dall’ennesimo votare a vuoto). E qualche verità grossa, non miniata: “mettete qualche dubbio in tutto questo essere e sarete meno feroci”. e: “Nella nostra sbandatezza e irregolarità e indisciplina forse il maestro vedeva un simbolo, un segno dove poteva affogarsi con tutti i suoi credi. Il suo masticarsi la lingua, il fumare disperato, il colpirci rabbioso coi guanti o con il Corriere della sera erano tutte manifestazioni di una lotta per farci diversi e ci teneva da parte come fossimo uno sbaglio, una presenza di mala natura, un’immagine sovversiva da nascondere confinare”.

    Grazie.

  2. soldato blu il 9 giugno 2009 alle 10:01

    Splendido Di Ruscio.

    E splendido il padre che lo ha generato:

    “E dalle sue parole vedevo che per il fascismo e i signori e i preti più che odio portava un profondo schifo, tra mio padre e il mondo, di fuori c’era chiusura completa, nel più profondo di se stesso, come se fossero nature completamente opposte e nemiche mortali.”

  3. Lucifero il 9 giugno 2009 alle 11:47

    un piacevolissimo tuffo in un abisso di pensieri che contorcendosi si rincorrono e schizzano, come per elettrico input, fino a generare una risalita controcorrente alla fonte d’ogni origine in cui plasmarsi di carne ed ossa “radiografate” in ogni sfaccettatura di meschina e fragile in-consistenza propria dell’essere umano, animale da branco per natura.

    Lo stile fluido ma convulsivo della scrittura cattura senza respiro l’occhio del lettore al testo. Qui e lì qualche piccola imperfezione nelle concordanze la si giustifica porprio in virtù della piena incontenibile del pensiero.

    (es.: Certi nascono da una vagina apertissima ed escono come imperatori dalla porta sacra tutto oliato e pronto per l’esposizione.

    *tutti oliati e pronti per l’esposizione. [?] )

    Lucifero

  4. fernirosso il 9 giugno 2009 alle 18:49

    “l maestro mordendosi la lingua colpiva con i guanti quelli a cui mancavano i lupetti d’ottone e non avevano in ordine le strisce bianche che si incrociavano sulla camicia nera, i pantaloncini grigioverdi troppo lunghi o i calzettoni che calavano sulle scarpe, aver messo i più belli e ordinati in prima fila e ai lati, non aiutava molto a nascondere una materia di marziale miseria. In una casciara di voci e di cagnare e di spintoni, era manifesta l’impotenza del maestro. Averci relegati nell’ultima fila ci provocava come una specie d’impunità. Eravamo quasi clandestini, noi all’ultimo posto, all’ultima fila. Era un maestro giovane, un maestro del regime che doveva perdersi in Russia nella fuga di un branco di uomini che perdettero veramente tutto. Nella nostra sbandatezza e irregolarità e indisciplina forse il maestro vedeva un simbolo, un segno dove poteva affogarsi con tutti i suoi credi. Il suo masticarsi la lingua, il fumare disperato, il colpirci rabbioso coi guanti o con il Corriere della sera erano tutte manifestazioni di una lotta per farci diversi e ci teneva da parte come fossimo uno sbaglio, una presenza di mala natura, un’immagine sovversiva da nascondere confinare.”
    penso che anche oggi si vorrebbe fare altrettanto con altri clandestini, che sono qui da annni ma non sono considerati uguali, di cui si sfrutta la forza lavoro, uguale a quella degli altri ma che non sono uguali. La scuola non vuole fare le ultime file, non ha ultimi se non quelli che non si impegnano, non quelli che hanno gravi difficoltà.Un mondo di veri cristi polevizzati, un mondo di crisi.fernanda

  5. montecristo il 9 giugno 2009 alle 20:43

    Il filo dell’amo.

    … ah! maestro.

    Avresti dovuto, maestro,
    insegnarmi parole, non silenzi.
    Oggi saprei come dirle.
    Ma i silenzi, oggi, a chi li dico?

    Avresti dovuto, maestro,
    insegnarmi valori, non sogni.
    Oggi saprei come venderli.
    Ma i sogni, oggi, a chi li spaccio?

    montecristo

  6. Frankie il 10 giugno 2009 alle 13:22

    riconosco la qualità della scrittura, ma davvero penso che non si possa più leggere una prosa-poesia tutta centrata su se stessi, “io, io, io” (“il più lurido di tutti i pronomi”, lo definiva l’Ingegnere) e appena appena “mio padre”, ma sempre per definire l’io, per capire meglio l’io, per mettere a fuoco o sfocare l’io. anelo una narrazione ampia, che sappia farmi vedere più in là delle nevrosi di un io ipertrofico… oltre, oltre, intorno, cosa c’è? come faccio a saperlo?

  7. fernirosso il 10 giugno 2009 alle 20:20

    a frankie.
    L’altare dell’io è l’unica religione mai sconfessata.
    L’io dio che si tocca e si lecca che s’ingioia e s’ingoia che freme per vedere guardare guadare oltre il secchiello del suo misero sapere,pene , l’io genio e geniere l’ingegnere col righello che bacchetta tutti quanti quelli che crede di non essere, l’io ingombrante ignorante, tante e tante rate di cambiali spese in nulla, tutti i segni di teo-rie nate sempre da quell’unica f(r)onte, sor-gente,l’ io insipiente che si crede sapiente e dice agli altri ciò che non vuole sentire sapere di sé, vedere mentre si consuma, come ogni altra cosa e dimentica che è un niente perso in tanto con-veniente manifesto di galassie di cui non ha né mappe complete né mezzo per attraversarle:non ha vita sufficiente che in una catena di uomini-io,che si cuciono l’un l’altro.L’io sovrano decano si de-capita e nell’ultima sillaba i-o capisce… finalmente che tutto è ciò che non sa, sempre quel cerchietto, che lo segue e lo in-segue, dentro cui tutto si cala, com l’inizio del suo se-me.

    Gratta la foglia gratta la via ma sotto o sopra a destra o a sinistra, non c’è proprio altro di cui si possa insistere a scrivere e parlare, persino quando si parla di fisica dei quanti,credo, centra lui, quell’io maestro che detta la lezione.ferni

  8. gina il 11 giugno 2009 alle 08:35

    frankie
    beh, inevitabile, è il padre che regge la narrazione, come nel truman show. altra cosa è il romanzo di formazione degli yrr (il quinto giorno). c’è come dire, da posare la penna: shut up:)
    (sono in moderazione, e probabilmente verrò come ieri mangiata in silenzio dal sistema. cmq avevo detto che la lingua appare bella. e che il tipo pare un buon surfista. che leggerò il libro, anche per vedere come surfa sull’onda lunga da Fermo, sulla trappola dentata)



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