Diario dell’esilio da Gomorra

15 giugno 2009
Pubblicato da

di Giuseppe Montesano

Un mare di retorica spesso ha tentato di usarlo per i fini più diversi, un mare di retorica ha spesso tentato subdolamente di levargli ogni efficacia fingendo di glorificarlo, un mare di retorica ha velato le verità taglienti che ha detto e scritto sull’economia e sulla politica, un mare di retorica è passato in questi anni su Roberto Saviano nella speranza di occultarlo nella grande festa dello spettacolo mediatico: ma da questo mare Roberto Saviano non si è lasciato né corrompere né sommergere, e lo scrittore Saviano oggi torna a parlare dal suo esilio estremo, e torna a parlare con un libro che si intitola La bellezza e l’inferno (Mondadori, pagg. 254, euro 17,50). Il libro raccoglie i pezzi scritti da Saviano dal 2004 al 2009, scritti d’occasione a volte urgenti e accesi, altre volte freddamente drammatici, altre ancora malinconici, come raggelati dall’impossibilità fisica di toccare le cose, vederle, sprofondarsi in esse, entrare con la realtà in quella comunione fisiologica che è la grande invenzione narrativa di Gomorra. Però La bellezza e l’inferno è un libro che viene dall’esilio, un esilio non volontario ma coatto, un esilio che è necessario alla salvezza fisica di Saviano ma che per lo scrittore suona anche come un orribile confino in patria, una segregazione nei luoghi della sua vita, il risultato di un editto di potere che la camorra ha lanciato su di lui. I libri sono libri, e si leggono sempre da sinistra a destra, e dall’alto verso il basso; i libri sono ciò che resta dell’abbraccio o dello scontro tra chi scrive e la realtà, briciole e fogli spaiati; i libri sono sempre fatti di parole, parole che nei casi di piccola miseria letteraria sono solo forme più o meno travestite del narcisismo; ma i libri sono anche quelli in cui l’io si mette da parte per far parlare la realtà, in parole che traducono incidendoli sul foglio i sussulti del corpo, i trasalimenti del pensiero, il dolore, la vergogna, la rabbia, l’amore, la morte: tutto ciò che solo conta, e tutto ciò che importa a Saviano. Ma come è stato scritto La bellezza e l’inferno? Cosa ha messo insieme le pagine di giornale su cui Saviano ha scritto? Quale energia ha strappato a una vita di esilio e di confino questi fogli di calendario? Questi pezzi sono nati in stanze strette e buie, in caserme vaste e squallide, in alberghi sorvegliati, in piccoli buchi senza finestre e senza luce naturale: e solo raramente, molto raramente, in luoghi accoglienti, tra persone umane, in quel calore di amicizia e di vicinanza che l’essere in carne e ossa chiamato Saviano sembra rimpiangere più di ogni cosa. E non c’è dubbio che sono pezzi e fogli strappati a fatica dall’assedio, un assedio che per lo scrittore Saviano è stato anche intellettuale. Saviano, lo scrittore Saviano, è altrove. In questo libro troviamo ancora e sempre l’occhio rivolto alla criminalità, esportata in Spagna e dovunque o pronta ad approfittare del terremoto in Abruzzo, con i suoi legami con la politica e l’economia, una visione ossessiva, sì, ma non certo perché Saviano ne sarebbe ossessionato, come si è detto in modo meschino, personalmente, ma perché è ossessiva e ripetitiva nella realtà, perché non impedisce soltanto a un ragazzo di trent’anni di vivere la propria vita, ma perché rende oscena e miserevole la vita a milioni di persone in tutto il Meridione. In questi pezzi troviamo anche qualcosa che ci parla in profondità di Saviano, e dei luoghi interiori nei quali è stato costretto a sopravvivere: come le grandi storie su Messi e Petrucciani. Nell’argentino del Barca Saviano ha saputo vedere il pallido ragazzetto malcresciuto che si è fatto bombardare di farmaci per crescere, per diventare grande, e che ha vinto una battaglia impossibile contro ogni determinismo biologico, contro ogni fatalismo. In Michel Petrucciani ha visto di nuovo questo, ha visto l’artista che deformato dalla biologia, reso schiavo dal corpo fino al mostruoso, si ostina a inventare la musica, nel dolore, nella sofferenza, nell’umiliazione, ostinato perché solo dall’invenzione che si fa bellezza può arrivargli la vita. E non è questo che indica a lettere cubitali il titolo di questo libro che abbiamo tra le mani? L’esilio coatto, l’editto che lo ha trasformato in «raca», l’eccezionalità della sua situazione di assediato hanno spinto l’occhio dello scrittore Saviano a guardare con attenzione a ciò che è estremo nell’umano, a ciò che anche sull’orlo della distruzione resiste e va avanti perché ha preservato in sé un nocciolo indistruttibile di bellezza, di bene, di coraggio. Da qualche parte, molto in profondità, c’è in Saviano altro dall’impero criminale della camorra, c’è qualcosa che ha a che fare direttamente con la Bellezza, ed è probabile che proprio questo qualcosa sia il nocciolo che gli permette di vivere senza paura: a occhi aperti. Saviano ha visto in tutta la sua atroce bassezza e ha saputo raccontare come nessuno il male fetido e mostruoso del Sistema proprio perché sapeva che cosa era il suo contrario: e sapeva che quel contrario del male, il poco bene e la poca bellezza che ci toccheranno, saranno possibili solo se l’inferno sarà bonificato. Allora nessuno ci è più vicino, nessuno è più prossimo nostro di questo scrittore che nell’abbandono si è ripetuto il mantra di ogni scrittore degno di questo nome, il mantra che comincia dicendo amaro: è impossibile vivere così, è troppo buio, è troppo atroce, non voglio, no, e che finisce, come ha scritto lui stesso, con le parole a denti stretti, insensate ma liberatorie, di chi ha conservato dentro di sé un frammento della Bellezza: «Però puoi scrivere. Devi, vuoi continuare». In questi anni chi scrive qui non ha potuto fisicamente avere in Roberto Saviano un amico come lo aveva prima, toccarlo, frequentarlo, ridere con lui, e gli ha parlato solo al telefono o via mail, e più che sperare e scrivere che sia levata la mano che pende sul capo di quel ragazzo non può, e lo chiede e lo dice con tutte le sue forze: mai più da luoghi di esilio. Ma allo scrittore Saviano non può che ripetere le sue stesse parole: non puoi scrivere ma devi farlo, non puoi vivere ma vuoi e devi farlo. Finché sei vivo, e vivo in tutti i sensi, niente ancora è perduto.

pubblicato su “Il Mattino”, 12.6.2009.

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139 Responses to Diario dell’esilio da Gomorra

  1. fernirosso il 15 giugno 2009 alle 11:15

    vorrei ricordare un nome, fatto di 45 anni di esilio, lontano dalla patria,e dentro se stessa profondissima-mente:MARIA ZAMBRANO, era una donna, solo una donna e nemmeno tanto in salute, e nemmeno con tanti aiuti, con tutto ciò di cui aveva il carico. NIENTE ALTRO.
    Ci sono scelte che si compiono e si decide di portare avanti anche in solitudine completa o si abbandonano, dipende da chi le pratica.ferni

  2. anfiosso il 15 giugno 2009 alle 11:29

    Bello (a prescindere dal fatto che léggere Montesano per me è sempre un’esperienza).
    Sono notazioni utili e doverose, perché ricordano che c’è un Saviano reale sotto il cumulo di retorica: quella fatta da altri, certamente, ma anche quella fatta da lui – mi rendo conto che può apparire indelicato, ma non penso altro, a proposito di Saviano, se non che la retorica, almeno a tratti, ha fatto passare in secondo piano che le sue erano condizioni (senza dilungarmi sul come qualmente, e senza lanciarmi in ipotesi sulle responsabilità) realmente squallide e deprimenti.
    La sua prosa troppo urlata ha avuto il merito di veicolare un gigantesco, salutare shock di riconoscimento; ma non, credo, per la sua situazione particolare.
    [Perché Saviano sa essere anche, hélas, un cattivo, pessimo scrittore.
    A partire da quella frase in esergo su questo secondo La bellezza e l’inferno: “Questo libro va ai miei lettori”.
    Anima, a chi doveva andare, sennò?].

  3. […] Vai a vedere articolo: Diario dell'esilio da Gomorra – Nazione Indiana […]

  4. Evelina Santangelo il 15 giugno 2009 alle 11:55

    Stimo Montesano, credo che Saviano abbia scritto un libro davvero importante, però perché glorificarlo con parole così retoriche… Ho paura che questo modo di parlare di Saviano, questa contro-retorica agiografica non gli giovi affatto, anzi, finisca per relegarlo ancora di più dietro muri di parole enfatiche che suonano della loro stessa enfasi. La santificazione incondizionata di Saviano rischia davvero di negare la persona Saviano, la sua tensione umana e intellettuale, che deve assolutamente (necessariamente) essere oggetto e soggetto di giudizio critico, e non di culto. Spero che si comprenda il senso delle mie parole.

  5. Evelina Santangelo il 15 giugno 2009 alle 12:15

    E lo dico, consapevole del fatto che io stessa probabilmente, scrivendo di Saviano, non sarei stata esente da un tale afflato umano e retorico, al tempo stesso.
    Né vorrei assolutamente aprire un dibattito su Saviano.
    Volevo solo condividere una osservazione che mi stava a cuore, proprio perché si tratta di un autore come Saviamo (diversamente, me la sarei tenuta per me).

  6. dinosauro il 15 giugno 2009 alle 13:04

    Saviano è certo dentro l’incipente retorica. Non potrebbe essere altrimenti. Retorica trasversale, ovunque si è levato un plauso sconfinato. Finiamola, però, nel considerare Saviano un grande scrittore. E’ un uomo coraggioso che ha scritto un bellissimo pamphlet, dal valore civile che andrebbe adottato nella scuola italiana. Alla Letteratura non si deve fare cenno.

  7. Salvatore D'Angelo il 15 giugno 2009 alle 13:49

    Montesano non fa contro-retorica. Dice le cose come stanno, e da par suo, nello stile che gli è proprio, cioè un grande stile.
    Stavolta sono d’accordo con dinosauro. Saviano ha scritto un grande pamphlet, che andrebbe letto nelle scuole. Ha usato una lingua “media” e comunicativa, efficace, che trasmette con immediatezza l’indignazione e il messaggio civile: non rassegnarsi mai, lottare,.lottare, lottare, tutti; il problema è di tutti, non di “altri”. Solo noi possiamo risollevarci dalle condizioni orribili in cui viviamo (in zone di camorra e non). Il messaggio è efficacissimo, perchè “passa” e “arriva”. Forse questo attizza le invidie e le meschinità degli intellettuali. Delle calunnie dei camorristi e dei politici nei suoi confronti non mette conto parlare. Che sia o meno Letteratura conta poco, per adesso. Sarà la storia a stabilirlo. Quello che conta è che è riuscito (egregiamente) laddove altri hanno fallito, pur producendo gioielli letterari (penso al “sandokan” di balestrini; agli straordinari personaggi creati dallo stesso Montesano – quelli di Nel corpo di Napoli, Di questa vita menzognera, magic People, Mr Blog-, questi sì esempi di grande, grandissima letteratura). Insomma, Roberto Saviano ha un grande dono : sa usare un linguaggio “giornalistico” straordinariamente efficace, “leggibile” da tutti, gente semplice e intellettuali raffinati, snob con la puzza al naso e critici ipersensibili; con una lingua immediatamente riconoscibile, e diciamola la parola abusata, “nazional popolare”, ma nulla della “squallida medietas” che la locuzione evoca di questi tempi, al contrario è densa di stupore e freddezza, emozione e indignazione (memorabili i pezzi dedicati a Miriam Makeba e agli africani di castelvolturno, quelli sul terremoto aquilano, e i due “chiave-simbolo”. quelli dedicati a messi e petrucciani. Sì, è ora che anche noi la si smetta col “nanismo” e con il “blocco della crescita”, l’uno e l’altro “indotti” dalle nostre viltà e convenienze, dalla nostra pelosa acquiescenza al male (che cacchio c’entro io..io sono uno scrittore, non sono mica un agit-prop…io sono una persona perbene, non sono mica un ricettatore….e via aggiungendo). Dieci cento mille milioni di saviano, in ogni piega della società…. vedrete che è anche il modo migliore per liberarlo dalla solitudine e dall’esilio che altri – non lui!- gli hanno riservato. Eh sì, utopie, ingeniutà! Li sento risuonare i vostri pensieri! Ma senza queste utopie e ingenuità non si vive e ci terremo la fogna-inferno in cui viviamo!

  8. Diamante il 15 giugno 2009 alle 14:10

    Saviano è scrittore mediocre. Credo che il suo libro non abbia spostato di un’acca il problema della mafia. Credo pure (e spero) che non rischi seriamente, perchè in fondo ha denunciato quel che tutti, in Italia e nel mondo, già sanno. Credo infine che stia pagando cara la sua impresa, e mi dispiace per lui. Il suo libro ha qualcosa di potente e riuscito: l’ambiguità, il magma mentale nel quale l’autore in certi punti pare dibattersi, perchè è attratto da quel che detesta. Sta qua, a mio avviso, l’unico fascino di un’opera che non merita le lodi sperticate di cui spesso è stata fatta oggetto (se GOMORRA è bello, A SANGUE FREDDO com’è?). Se Saviano è uno scrittore, lo dimostrerà scrivendo letteratura, in futuro; sicuramente non gli manca l’ardore, ma deve pure liberarsi di certo candore: la letteratura non cambia la vita materialmente, con una denuncia, con un atto d’accusa; la letteratura può mirare a molto di più: cambiare la coscienza (non civile, ma psicologica e animica) dell’umanità, a lungo andare, nel tempo, scavando nei problemi antropocosmici, nella natura umana, nel dramma della coscienza di esistere.

  9. Alcor il 15 giugno 2009 alle 14:25

    Ed ecco, un po’ trafelato, taglia il filo del traguardo il besserwisser.

  10. Alessandro Morgillo il 15 giugno 2009 alle 14:47

    Sono in accordo con Diamante.

  11. unexscafista il 15 giugno 2009 alle 16:20

    Oddìo siamo al besserwisser!
    Oddìo sono al besserwisser!
    Oddìo sono unexscafista.

  12. véronique vergé il 15 giugno 2009 alle 18:29

    Leggo l’articolo per la seconda volta. Dall’esilio viene il senso umano, l’essenziale della vita in un lampo, il desirio alto di bellezza:
    “C’è in Saviano altro dall’impero criminale della camorra, c’è qualcosa che ha a che fare con la Bellezza.”
    La bellezza che fa vedere nella scrittura il volto della nostro presenza al mondo, della nostra voglia di vivere l’amore, di camminare su una terra rifugio. Vorrei che l’autore possia camminare in libertà, trovare una casa, un albero preciso, una città per costruire la sua vita, vorrei che sia tornata la sua libertà, e credo che siamo noi lettori a dovere fare sentire la nostra voce, a dire, a scrivere, a venire cercare l’autore in la terra di confine.

  13. Beniamin Disraeli il 15 giugno 2009 alle 19:37

    Diamante, Morgillo, che bello leggervi. il festival dei rosiconi. Saviano scrittore mediocre? eheheh divertente. e voi scrittori emorroidari. la bile e il rosicare genera quei salcicciotti, intorno l’ano. carissimi. rosicate. Gomorra non ha smosso? Ignoranti, e allora l’aumento degli arresti del 70% in quella terra? Sapevano tutti? Bugia. Sapevano solo quattro addetti ai lavori. Sono felice div edere Saviano in alto e voi nel fango della bile webbica!!!!! Rosicate fratelli! Rosicate!

  14. Alessandro Morgillo il 15 giugno 2009 alle 20:29

    Rosicare cosa, scusi! E poi Saviano quanto è in alto?

  15. helena il 15 giugno 2009 alle 20:52

    Ripeto una cosa detta altrove. Ognuno può esprimere quel che pensa, con o senza ragionamenti articolati a seguito. Si chiama libertà d’opinione.
    Quel che vi esula, persino nel più sfigato degli spazi pubblici come sono i commenti di un blog, sono valutazioni sul rischio o meno che corre un uomo sottoposto a un programma di protezione assegnato dallo stato. Questo vale per Saviano come varrebbe per chiunque altro.

  16. Irene il 15 giugno 2009 alle 20:53

    Noto con profonda tristezza che il bell’articolo di Montesano è stato ridotto a spunto di zuffe sulla persona di Saviano che nulla hanno a che vedere con l’argomento. Roberto Saviano e la sua scrittura possono piacere o non piacere, si può pensare che siano letteratura o meno, non credo sia questa la cosa importante. Il mio modesto pensiero è che con i suoi scritti sia riuscito a raggiungere una enorme quantità di persone, di lettori, in un paese dove la carta stampata è comunque poco praticata, e lo ha fatto toccando argomenti duri, pesanti, poco affini alle barzellette su Totti o ai periodici volumi di basso lecchinaggio di Bruno Vespa che si vendono come panini.
    Detto questo vorrei sottolineare ciò che più mi ha colpito dell’articolo di Montesano: nella sua analisi della vita di Messi o di Petrucciani, Saviano si è confrontato con vite di “diversi”, ha dovuto fare i conti con esistenze che si basano su parametri differenti e lo ha fatto da “diverso” lui stesso, costretto in una condizione che nessuno di noi vorrebbe vivere, una sottospecie di sopravvivenza vigilata i cui risvolti non possiamo lontanamente immaginare. Come lui tanti altri, non è certo lui il solo: magistrati, giornalisti, collaboratori di giustizia, adesso anche attori, Giulio Cavalli. Ma forse è proprio questa condizione di diversità che permette a Roberto Saviano di comprendere bene cosa voglia dire nella nostra società, dove il razzismo ha molte forme, cosa significhi la vita per un diverso. Forse questa sua sensibilità, un pò innata, un pò indotta dagli eventi, gli ha permesso di entrare in contatto, capire e apprezzare le cose che gli ha scritto un ragazzo autistico, mio figlio.

  17. Gena il 15 giugno 2009 alle 20:56

    Gomorra ha avuto il dono di squarciare una realtà seminascosta anche se purtroppo è Saviano a doversi nascondere. Il vero problema è il sistema giudiziario, che non è in grado di assolvere alla sua funzione fondamentale, ovvero quello di impedire alle varie mafie di proliferare all’infinito.
    Comunque, Gomorra è un grande libro.

  18. daniele il 15 giugno 2009 alle 21:04

    Bravi Diamante e Morgillo, lo sputino l’avete fatto, ora potete tornare a fare telefonate accorate a Fungaia editore per vedere se hanno letto il manoscritto che gli avete spedito 15 mesi fa, e se vi fanno parlare per l’ennesima volta con Gino il magazziniere che si spaccia per l’editor, non demordete, l”a letteratura può mirare a molto di più: cambiare la coscienza (non civile, ma psicologica e animica) dell’umanità, a lungo andare, nel tempo, scavando nei problemi antropocosmici, nella natura umana, nel dramma della coscienza di esistere”.

  19. Luther Blisset il 15 giugno 2009 alle 21:06

    Aja aja povero Rosico Morgillo come dove in alto? 3 milioni di copie nel mondo. tra i cento libri migliori del New York Times, invitato all’accademia nobel, gran Prix a Cannes, 47 paesi di traduzione, recensione di Mario Vargas Llosa, Josè Saramago che lo definisce “maestro di pensiero”. Lui è lì, tu stai da Manni editore a pagare per farti pubblicare. Ma non preoccuparti, anche tu rientri nel club rosiconi di Napoli. E’ vasto. Vi siete accorti in ritardo del mondo che avevate intorno. E quindi…mettiti in fila….studia e capirai.

  20. Alessandro Morgillo il 15 giugno 2009 alle 21:24

    Helena trovo questa tua precisazione fuori luogo. Quasi una intimidazione.
    Rispettiamo gli uomini sotto scorta. E il loro destino ci sta a cuore. Siamo persone molto civili. Noi.

    Scritto questo, io sono una persona molto giovane e molto laica e non ho mai amato e mai amerò il culto quasi fanatico – incondizionato – di chicchessia. Saviano poi non può ancora essere considerato un grande scrittore e la sua modesta produzione non può ancora essere storicizzata. Certo, mi batterei in prima persona se lo Stato smettesse di proteggere quest’uomo minacciato dalla Camorra.

    Io come Diamante credo che la cultura camorristica la si combatte diversamente. Percorrendo altre strade, se si decide di fare letteratura. Cambiando la percezione che le persone hanno di se stessi e del mondo. Permettimi poi di scrivere che trovo le offese gratuite di Beniamin Disraeli, estimatore di Saviano, quasi camorristiche.

    Comunque trovo che i redattori di NI diano troppa importanza ai messaggi dei commentatori. Su chi sia sfigato e chi no è tutto da dimostrare.

  21. Alessandro Morgillo il 15 giugno 2009 alle 21:37

    Trovo Luther Blisset un volgare fanatico che usa toni quasi intimidatori. Questa cultura andrebbe combattuta. Non sono poi in accordo con Gena quando sostiene che Gomorra è un grande libro. Trovo invece che abbia molti limiti e sia sostanzialmente innocuo. Non scalfisce neanche di un millimetro le convinzioni del borghesume su cui le mafie proliferano. E restituisce ai suoi lettori uno status che non hanno e tanta rassegnazione. Per me non è così che si fa cultura.

  22. harzie il 15 giugno 2009 alle 21:45

    Qualcuno sa se “La bellezza e l’inferno” è il titolo voluto dall’autore per la raccolta o una scelta editoriale?

  23. Luther Blisset il 15 giugno 2009 alle 21:48

    Gomorra ha cambiato la percezione delle cose eccome. Compra il TIMES compra REPUBBLICA caro Morgillo e vedrai. Ma cosa vai raccontando? Tutto è mutato nella percezione del fenomeno che prima veniva visto criminale ora economico. Prima venivano visti bufalari di provincia, ora imprenditori. Ha fatto legere milioni di persone. Ma cosa puoi chiedere di più a un libro? Ma valà Morgillo. La vecchia invidia partenopea è la peggio d’italia. Ma perchè i blog sono pieni di questi commentatori biliosi? Vabbè aspettiamo il tuo capolavoro che Fungaia editore manderà in libreria!! E cambierà lo munno!

  24. isak il 15 giugno 2009 alle 22:15

    La realtà è – parer mio – che Gomorra sia un libro importante (epocale?) per contenuti e intenzione, e pure per quel che ha scatenato (comprese le prese di coscienza e l’esportazione di informazione), ma letterariamente rimarrà come un libro mal scritto e pure mancante, talvolta, di nerbo.

  25. Alessandro Morgillo il 15 giugno 2009 alle 22:33

    Luther Blisset ha scritto: Tutto è mutato nella percezione del fenomeno che prima veniva visto criminale ora economico. Prima venivano visti bufalari di provincia, ora imprenditori.

    No. Il fenomeno resta sostanzialmente culturale. Analisi che Saviano non è in grado di affrontare. Come potrebbe? Dovrebbe combattere la sua stessa natura, che lo ha portato a farsi santino.

    Grande sostegno comunque all’uomo sotto scorta, minacciato dalla camorra.

  26. Alessandro Morgillo il 15 giugno 2009 alle 22:44

    Isak cosa hai fatto? Adesso daranno anche a te dello sfigato livoroso edito a pagamento? Non credo! Almeno lo spero…

    Sapete, io sono una persona molto generosa. Mi concedo spesso. Anche se solo per diletto. Forse dovrei prestarmi di meno ai giochini di certa ggènte! Ma non lo farò. Non mi faccio mettere sotto pressione da nessuno.

  27. helena il 15 giugno 2009 alle 22:51

    Oh my god, intimidatorio (quasi) no. Volevo solo fissare delle regole, come – mettiamo, nel rugby. Che è un gioco violento e sporco, ma proprio per questo i limiti del fair play vanno fissati. Ne ho viste tante di discussioni su questo tema e so che possono degenerare…

  28. Nonio il 15 giugno 2009 alle 23:12

    Dopo aver letto Diamante nel pomeriggio ho pensato che Nazione Indiana fosse un bel sito culturale che leggo da poco: dove, fra i commentatori, si possono trovare idee — anche controcorrente, minoritarie. Sono tornato a rileggere stasera ed ecco il solito clima da Confessionale Della Casa del GF: chi dissente necessariamente “rosica”, aver dalla propria i numeri di vendita e le benedizioni dei Grandi Padri e dei piccoli padri (Saramago, Vargas Llosa) significa aver raggiunto il risultato. Che pensiero debolissimo, tutto italiota. Diamante, Morgillo e Isak esprimono anche la mia opinione: Gomorra è un buon pamphlet, scritto da un reporter mediocre che si è trovato, come spesso accade, nel posto giusto al momento giusto (per quel che riguarda il successo di pubblico e di mass media, ca va sans dire). Rispetto per l’uomo e le sue (non) scelte, rispetto e solidarietà onestissima per la situazione che vive — ma questo rispetto non fa di Saviano un Fenoglio né un DF Wallace, e non fa di me, semplice amante della lettura, un “invidioso cronico con manoscritto che scalpita in un cassetto.” Il fatto che non si sia ancora usciti da questa (il)logica, pestifera forma mentis (“se non apprezzi la scrittura di Saviano sei un fallito livoroso possibilmente scrittore e geotaggato Napoli e dintorni”, “se non ami Saviano ami la mafia”) è la prova che né Saviano né parecchi acclamati intellettuali italiani hanno saputo modificare in profondità l’approccio alla cosa culturale: che altrove é una polis, e qui, come del resto accade con la politica e con l’economia, è solo un triste circo.

  29. Diamante il 15 giugno 2009 alle 23:27

    Ho rispetto per l’uomo Saviano come l’ho per ogni uomo; ciò non m’impedisce di giudicarlo, in qualità di scrittore, per quel che realmente vale: poco. Il suo libro, ripeto, non ha affatto cambiato la realtà, come forse lui (e certamente molti di voi) pretendono. Non capisco dove stia il mio rosicare: Saviano ha venduto molto, e allora? Credo che vendere tanto, per un artista autentico, rappresenti una disgrazia. Ma quello che davvero m’infastidisce è il popolo bue, che va appresso a REPUBBLICA e alle cifre e si beve ogni nuovo idolo, incondizionatamente. Ribadisco, per l’ennesima volta su NI, quello che considero il vero potere della letteratura (profezia presente dell’umano); e non capisco perchè debba essere insultato e sbeffeggiato. Non so se quelli che lo fanno siano più ignoranti o ipocriti: e cioè se Saviano vi sembra davvero un grande scrittore, o se avete deciso che è bene, che è obbligatorio oramai considerarlo tale. Io lo considero per ciò che merita: un uomo coraggioso e un po’ ingenuo (e non un eroe), che suo malgrado è divenuto una sorta di guru, che parli di Messi o della cocaina o del terremoto; e uno scrittore con qualche buona intuizione, uno stile medio e un buon impatto emozionale (finora, su un solo libro, e in alcuni brevi tratti). Infine, e dal profondo del cuore: non me ne frega un accidente di leggere della mafia, come non m’interessa più vedere le innumerevoli trasmissioni televisive (in pratica tutte) che portano alla luce l’onnipresente schifo italiano già iper/illuminatissimo, mentre la situazione non si sposta d’un millimetro sotto i nostri occhi, stanchi persino di guardare. Siamo tutti sopra una discarica a cielo aperto, e voi gridate l’un l’altro entusiasti fra i mucchi d’immondizia: occhio a GOMORRA! Occhio a GOMORRA! Eureka GOMORRA!
    L’arte…ma INFINITE JEST qualcosa ve l’ha insegnato, oppure eccoci all’ottundimento totale (da Wallace peraltro ampiamente previsto), per cui debbo ancora sentirmi dire che beh, Saviano non è Totti, e almeno grazie a lui gl’italiani leggono e s’informano?!?!?! Chi se ne frega! Non è questo il compito della letteratura – la letteratura non ha compiti, ma magie che talora compiteggiano concretandosi in insegnamenti trans-generazionali (penso alla stupefacente, miracolosa denuncia sociale, nel senso dell’andamento antropologico della società dell’animale uomo nella modernità, di quel vero genio che era, che è Franz Kafka). Se per voi Saviano ha scritto una grande opera, ha compiuto uno scarto artistico, culturale e psicologico considerevole, sia pure: ma almeno non aggredite in modo così becero chi osa pensarla diversamente – dimostrando, ogni volta di più, la debolezza dei vostri “astratti furori”.

  30. Nonio il 15 giugno 2009 alle 23:31

    Il mio commento è ancora “in moderazione”, mi chiedo se verrà pubblicato (…come funziona?), e leggo Diamante che cita, guarda caso “Infinite Jest”. Evidentemente si hanno percezioni comuni. Mi ero dimenticato, per inciso, di citare nell’elenco dei commentatori con cui sono d’accordo, Dinosauro.

  31. Nonio il 15 giugno 2009 alle 23:42

    Mi permetto un’ultima riflessione, nel limbo di coloro che sono moderati: Saramago (si veda il suo blog, tinyurl.com/6yqaln) definisce Saviano un maestro di vita, non un maître à penser. C’è una certa differenza, temo.

  32. gianni biondillo il 15 giugno 2009 alle 23:46

    Diamante, pacatamente, per me la cosa è semplice: dici di attenerti alla scrittura? Bene, parliamo della scrittura allora. Ma evitiamo l’insinuazione che Roberto non rischi sulla sua pelle. (Non lo dico solo a te, ben inteso, ma anche ai molti insinuatori e vomitatori che appaiono ogni volta che si nomina Saviano). Una scorta non è un regalo dello Stato se vendi milioni di copie, ma una precauzione più che ponderata perché sei in un effettivo pericolo.
    Se superiamo questo livello ogni discussione è possibile.

  33. Alessandro Morgillo il 15 giugno 2009 alle 23:55

    Sia chiaro, sotto scorta ci sono anche persone che non hanno venduto milioni di copie con un libro. Diverse persone in Italia, non saprei quantificarle, sono sotto scorta. Non una. A loro deve andare tutto il nostro sostegno.

    Mi piacerebbe che sul fenomeno Saviano si potesse discettare con serenità, senza essere aggrediti con intimidazioni quasi camorristiche.

  34. isak il 16 giugno 2009 alle 00:15

    Per es., l’incipit del capitolo “Donne”: *Avevo addosso come l’odore di qualcosa di indefinibile. Come la puzza che impregna il cappotto quando si entra in friggitoria e poi lentamente si attenua, mischiandosi ai veleni dei tubi di scappamento. Puoi farti decine di docce, mettere la carne a mollo nella vasca per ore con i sali e i balsami più odorosi: non te la togli più di dosso. E non perché è entrata nella carne come il sudore degli stupratori, ma l’odore che ti senti addosso comprendi che l’avevi già dentro […]*

  35. andrea bottalico il 16 giugno 2009 alle 00:36

    Trovo l’articolo di Montesano molto importante.
    Esprimo tutta la mia rabbia ed il mio disprezzo nei confronti di chi cassa l’impegno civile e letterario di Saviano con la parola “mediocre”…leggere che Saviano è uno scrittore mediocre a me fa sbattere il sangue nelle vene!..non posso farci nulla.
    E stai sicuro, Diamante, che non si tratta di un furore astratto.. Non mi venire a dire che poi hai rispetto! Non ho letto una riga dei tuoi scritti, ma qualora non mi dovessero piacere, non dirò di te che sei un mediocre! Giudichiamo la scrittura, per favore, ed evitiamo una volta per tutte questa insopportabile moviola in campo!
    Non la sopporto questa pedanteria! in questa sede Roberto ha scritto i suoi primi reportage. Andate a fare i pedanti nei vostri circoletti letterari da quattro soldi. S’è capito che voi il muso a terra non volete sbatterlo, s’è capito che voi non ne volete sapere di sporcarvi le mani con la letteratura impegnata! “Se non vuoi puzzare, non toccarla, la merda” scrive vassilij grossman per bocca di Ersov, in “vita e destino”…
    Non pretendo da un libro che cambi la realtà. Pretendo da un libro che almeno me la racconti, me la svisceri, pretendo da un libro la testimonianza su una realtà. Dalla scrittura pretendo che si innesti nel reale. E’ questione di gusti, sia chiaro.
    Altro discorso è il giudizio in merito ad un opera letteraria, negativo o positivo che sia..è chiaro che un libro o un genere letterario possa piacere o meno.

    “Di uno scrittore che non sia disposto a pagare un prezzo alto per ciò che scrive, non mi importa neanche di leggere una riga!”..sono d’accordo con questa affermazione di Arthur Koestler. Personalmente preferisco questo tipo di letteratura alle altre, (senza nulla togliere e nel dovuto rispetto delle altre) e non capisco cosa intende il dottor dinosauro quando dice che “alla letteratura non si deve fare cenno”…e a cosa dobbiamo fare cenno? Alla gastronomia? Si vada a leggere un post del 2005 di Saviano apparso su Nazione indiana dal titolo “scrivere sul fronte meridionale” e poi venga di nuovo qui a riparlarne,.di letteratura. Si vada a leggere “la città di notte” sempre apparso su NI quando eravamo una cinquantina a seguire Roberto, che poi vediamo se si deve fare o non fare cenno alla Letteratura!
    E se li avesse già letti, che vada a rileggerseli!
    Stiamo parlando di una scrittura letteraria “necessaria” alla comprensione del proprio tempo…quella scrittura che rischia tutto, consapevole di perdere tutto. Quella scritta “con il proprio sangue”, veicolata dalla rabbia. La storia della letteratura mondiale ne ha sfornati tanti di scrittori che hanno pagato per ciò che hanno scritto, chi più chi meno. Piaccia o no come scrittura, dipende dai gusti, ma nessuno di questi scrittori è mai stato un mediocre! E di fatto la verità non si può cambiare.
    Credo sinceramente che Gomorra sia uno dei libri d’amore più belli che abbia mai letto… che ognuno poi la pensi come vuole.
    Cultura o economia, la camorra resta un fenomeno di potere, e come tale va affrontato. A tal proposito, c’è un post importantissimo di Maurizio Braucci proprio in home di Nazione indiana, un pezzo fondamentale a mio avviso, postato dalla Janeczek, su quello che sta accadendo ai Quartieri spagnoli…quello è un bell’esempio di scrittura necessaria.
    Ciascuno ha il diritto di detestare il potere che subisce! E Ognuno sceglie lo strumento più appropriato per combatterlo o decifrarlo.
    Aggiungo le parole di Corrado Alvaro:
    “Ogni individuo è responsabile del suo tempo!!”

  36. no/made il 16 giugno 2009 alle 01:02

    Saviano non si è scelto niente. Se oggi vive una situazione drammatica e paradossale la colpa è nostra. Semplicemente. Non è scritto da nessuna parte che si debba rischiare la vita per scrivere. Chi accetta un pensiero come questo o è ingenuo o fa finta di non vedere. I problemi sociali, le contraddizioni sistemiche non si risolvono biograficamente (z.bauman). Quando impareremo che i problemi e le contraddizioni biografiche sono un problema comune, di tutti noi, e che vanno risolti da tutta la società, questo paese avrà la sua prima vera rivoluzione. Abbiamo scelto noi di esiliarlo. E ciò dimostra come sia immatura nella nostra società la libertà di parola. E la dimostrazione che non sia stata una nostra conquista. Ci è stata elergita. Chi l’ ha concessa può riprendersela, a sua discrezione, quando vuole. Implicitamente, è come se si andasse ancora in carcere per aver scritto contro Luigi o contro Napoleone III. La qualità del romanzo. I problemi estetici penso siano ormai problemi di carattere logico e concettuale. Non è più questione di forme, ma di concetti. Altrimenti dovremmo svalutare tutta l opera di Pasolini. Per uno scrittore o un critico Gomorra è prima di tutto un problema logico. Ed è un grandissimo romanzo appunto per questo. Contro i sosteniori dell estetica postmoderna è la dimostrazione che le parole non sono innocue, soprattutto al sud, dove con le parole si fanno giuramenti, quindi si compiono azioni, quindi si incide sulla realtà. E concludo, il sud italia è, involontariamente, la più efficace critica al postmodernismo.

  37. Alessandro Morgillo il 16 giugno 2009 alle 01:15

    Sì, la Camorra resta un fenomeno di potere. Abbiamo però bisogno di gente comune che attraverso la pratica di una cultura diffusa lo intacchi questo dominio. Non di santini a me ripugnanti, essendo io estraneo a qualsiasi forma di culto o di esorcismo. La Camorra si nutre di martiri.
    A me la scrittura di Gomorra sembra non deliberatamente kitsch. Forse a tratti patetica. Con risultati perfino grotteschi solo quando non vuole esserlo. A volte violenta nella sua morbosa gratuità. Mai compiutamente concettualizzata o estetizzata. Tanto retorica. Troppo. Mi auguro però che Saviano riesca a scrivere qualcosa di stilisticamente compiuto.

  38. Isak il 16 giugno 2009 alle 01:16

    Premesso che ciò non intacca certo la qualità del romanzo:
    Perché parlare di postmodernismo quando, prima di tutto, càpita che la sintassi zoppichi? quando certe immagini girano a vuoto e certe scelte retoriche sostenute in toto dall’enfasi non sono equilibrate dallo stile?

  39. fernirosso il 16 giugno 2009 alle 01:21

    si faranno croci o crociate le situazioni sono le medesime e ogni persona sceglie deliberatamente,come sceglie chi decide di fiancheggiare quella presa di posizione.Dire che la colpa è di tutti equivale a dire che anche tutti i licenziamenti nella scuola sono colpa di tutti, che i tagli del governo sono colpa di tutti e non è vero un fico secco. Ciascuno ha un’idea e se ci crede la porta avanti con o senza cordone intorno,uomo o donna che sia, non è certo urlare o salire su di un palco ciò che fa di un gesto o di una presa di posizione qualcosa che vale,vivere tutti i giorni la disfatta e non arrendersi allo sfacelo, lavorare, ciascuno dal proprio settore duramente e senza cedimenti o riconoscimenti,senza aspettarsi niente di niente in cambio se non il fatto che cambi la situazione, questo è difficile ma questo va fatto.

  40. Alessandro Morgillo il 16 giugno 2009 alle 01:28

    @ no/made

    C’è tanta gente in esilio. E per molto meno. Non solo Saviano. Prima e dopo Saviano. Inutile sottolineare che per me l’autore di Gomorra non destabilizza la logica camorristica. Anzi, nel rigettarla ne subisce il fascino e la legittima.

  41. Alessandro Morgillo il 16 giugno 2009 alle 01:32

    Non sono sicuro neanche che la rigetti, onestamente… Forse la denuncia soltanto.

  42. no/made il 16 giugno 2009 alle 03:18

    Se smettessimo di pensare che le scelte dei singoli sono un affare privato e che ricadono solo sugli individui, ci sarebbero più opportunità per tutti. Se un operaio decide di impiccarsi perchè è stato licenziato e così non potrà più pagare il mutuo e garantire la sicurezza ai propri cari, ciò significa che stiamo ormai vivendo in piena disfunzione culturale o in una dimensione alterata, artificiale. La sua risposta dovrebbe essere, almeno, biologicamente opposta. Invece, il sistema economico e la cultura individualista dell uomo artefice del proprio destino fanno si che gli esuberi si tolgano di mezzo autonomamente, ormai. E’ un caso estremo? Si, però accade sempre meno di rado. E mi preoccupa. Soprattutto, se cominciassi anch io a pensare che i miei fallimenti sono determinati da me stesso come se fossi il solo responsabile di ciò che mi accade intorno. Come se il mondo fosse creta per le mie mani. Non dico che le colpe sono di tutti. Ma la responsabilità delle scelte non si può fare ricadere esclusivamente sull individuo. Quell operaio non può farsi carico delle disfunzioni economiche e sociali di un sistema che lo sfrutta e non gli fornisce nessuna tutela. Dovrebbe farsi saldare il conto fino all ultimo centesimo. Non è colpa di tutti dei tagli alla scuola? Che strano, pensavo fossimo andati tutti a votare solo un anno fa. Guarda, guarda che forse non lo ha votato nessuno il centrodestra! Ritornando a Saviano, non ha scelto lui di nascere a Napoli. Più prosaicamente, mi da la nausea sentire dire ” s’è l’ è scelto lui, lo ha voluto lui “. Almeno, si abbia la faccia tosta di continuare il pensiero aggiugendo ” se fosse stato un pò più furbo, un pò più accorto, meno ingenuo… come me, come noi ” . Non si può fare carico Saviano delle nostre colpe, dei nostri silenzi, delle nostre alzate di spalle. Ammetterlo è duro, ma è così. Se lui si trova confinato, vuol dire che c’è una grave disfunzione culturale nel nostro paese. Che accettiamo un mondo capovolto e vediamo le cose girare al contrario senza sbalordirci. Non voglio farne un santino. Ma c’è chi vuole farne un capro espiatorio. E lavarsi la coscienza. Nel nostro piccolo non ci scegliamo neanche la lingua con cui parlare. Figurarsi se si è artefici del proprio destino. Io è un altro, e a volte mi fa proprio incazzare…

  43. fernirosso il 16 giugno 2009 alle 09:00

    ci sono orecchi che cantano dentro in un modo e altri che disfano le note in altre leg(g)ende. La colpa del sistema di certo non si smonta se ciascuno continuerà a scaricare sul mucchio:la collettività è composta da individui,da singoli o singolari persone che, se nemmeno quando sono pochi, quanto sono due persone, non riescono a capirsi e a dialogare tra loro, allora è davverocomo fossero due montagne e la sordità più assoluta e il mutismo di tante polemiche, alla fine, è ciò che ci devasta ed è meglio arrivare a fatti ancora più crudi:una guerra basterebbe?Una guerra in casa propria intendo, non in altri confin,i su cui discutere. Quando ognuno di noi inizia il suo percorso non ha il DIRITTO di trascinare con sé nessun altro, può cercare e anzi ha il compito di spiegare e semmai con-vincere che un comportamento è migliore o più adatto, ma non certo obbligare a intraprendere la propria strada.Quanto alle elezioni resto stupita che, persone che sbandierano la dissidenza poi confermino un voto per chi avevano valutato nulla o il disastro. Ma non entro in merito a questo.La camorra,la mafia il malgoverno, la “schiavitù ” in tutte le sue forme contemporanee, il colonialismo ideologico e commerciale,religioso,politico, hanno parità di considerazione,insieme ai nazionalismi i territorialismi,gli individualismi … La violenza ha volti innumerevoli volti , persino quello di non sforzarsi di intendere l’altro. Ora dica e creda ciò che le è più consono, per me la posizione va mantenuta se vi si crede, anche quando si può essere un’ isola sui propri piedi, c’è chi l’ha fatto e lo fa e non ha nome Savaiano,cioè non ha fama ma fame di una situazionediversa e con i problemi ci convive tutti i giorni,mentre gli altri stanno a discutere teorie da anni. Spero di essermi spiegata.

  44. fernirosso il 16 giugno 2009 alle 09:00

    ci sono orecchi che cantano dentro in un modo e altri che disfano le note in altre leg(g)ende. La colpa del sistema di certo non si smonta se ciascuno continuerà a scaricare sul mucchio:la collettività è composta da individui,da singoli o singolari persone che, se nemmeno quando sono pochi, quanto sono due persone, non riescono a capirsi e a dialogare tra loro, allora è davverocomo fossero due montagne e la sordità più assoluta e il mutismo di tante polemiche, alla fine, è ciò che ci devasta ed è meglio arrivare a fatti ancora più crudi:una guerra basterebbe?Una guerra in casa propria intendo, non in altri confin,i su cui discutere. Quando ognuno di noi inizia il suo percorso non ha il DIRITTO di trascinare con sé nessun altro, può cercare e anzi ha il compito di spiegare e semmai con-vincere che un comportamento è migliore o più adatto, ma non certo obbligare a intraprendere la propria strada.Quanto alle elezioni resto stupita che, persone che sbandierano la dissidenza poi confermino un voto per chi avevano valutato nulla o il disastro. Ma non entro in merito a questo.La camorra,la mafia il malgoverno, la “schiavitù ” in tutte le sue forme contemporanee, il colonialismo ideologico e commerciale,religioso,politico, hanno parità di considerazione,insieme ai nazionalismi i territorialismi,gli individualismi … La violenza ha volti innumerevoli volti , persino quello di non sforzarsi di intendere l’altro. Ora dica e creda ciò che le è più consono, per me la posizione va mantenuta se vi si crede, anche quando si può essere un’ isola sui propri piedi, c’è chi l’ha fatto e lo fa e non ha nome Saviano,cioè non ha fama ma fame di una situazionediversa e con i problemi ci convive tutti i giorni,mentre gli altri stanno a discutere teorie da anni. Spero di essermi spiegata.

  45. effeffe il 16 giugno 2009 alle 09:38

    Quando ho letto l’articolo di Pino Montesano, mi sono quasi commosso. L’ho sentito autentico, pertinente, e ne ho condiviso la malinconia, la rabbia, il dispiacere. Rabbia, malinconia, dispiacere, che non ho provato leggendo molti dei commenti. A prescindere dalle posizioni d’ufficio, pro o contro Gomorra, la sensazione che ho avuto è stata di fastidio. Che cazzo mi significa gambizzare uno, ricordandogli la marginalità di scrittore – peraltro condivisa da tutti, commentatori e redattori (con eccezione di Roberto) o estrapolare un paragrafo per dire , ecco vedete com’è scritto male!
    Ebbene, caro Isak, per me quello che tu hai citato è uno dei paragrafi più belli del libro e proverò a spiegarti perché.
    Una delle questioni chiave della contemporaneità e del fare letterario, come ci ostiniamo a pensare io, Livio Borriello e qualcun altro, non si trova affatto nella riproposta di una letteratura a tema o del nuovo impegno come molti scrittori tromboni ci dicono dalle terze pagine della sinistra. Tanto per essere più chiari, il processo letterario non comincia dalla parola d’ordine, adesso scrivo contro la camorra, o contro la nuova classe dirigente.Si comincia a fare letteratura quando in una dimensione non esotica o turistica del paesaggio in cui si è- vd Bocca per esempio- la tua partecipazione allo stato delle cose, il tuo essere indissolubilmente legato allo strazio a cui assisti, il tuo esserne “responsabile e complice” ti porta ad una rivolta innanzitutto percettiva, poi , ma molto dopo, descrittiva di quei processi che sono accaduti sulla tua pelle. Per inoltrarsi in questo inferno bisogna avere le palle, e una intelligenza delle cose che va ben oltre la documentazione semplice per quanto approfondita dei fenomeni. Per accettare questa ipotesi devi andare dritto e beccarti le peggiori accuse di questo mondo, magari proprio dalle persone che credevi vicine e che con ammiccamenti, allusioni, giungono perfino a scrivere che sei un colluso. Perché se entri in comunicazione con quello stato, devi essere sporco per forza anche tu. Ecco perché a differenza di tanti pennivendoli – poco importa quanto “noti” o pagati e paganti per fare libri- che restano fuori dal gioco, e dicono, “noi”, poi ripetono “loro”, azzardano, “vo”i Roberto ha messo non solo l’anima in questa ricerca – l’anima si sa costa poco ai nostri giorni- ma il corpo. E allora nella pagina che tu citi affida al più antico dei sensi, al più femminile, l’olfatto, la prova di verità, dell’esperienza che si sta vivendo. E’ una dimensione fisica, esagerata, il cui linguaggio è percepito come retorico dalle anime belle, per la semplice ragione che le anime belle non sanno né vogliono conoscere, quanto il corpo, gli odori, la puzza, gli umori, la bile, che il corpo esperisce ogni volta che muore, o si ferisce, scopa, si ammala. Ecco allora che la linea di confine tra te e il mondo che vorresti annientare si assottiglia, e qualcosa di molto ancestrale in te entra in contatto con quello che accade dall’altra parte. Tu non sei come loro ma loro sono dentro di te, dentro al tuo corpo. Per le anime belle il corpo è osceno, sempre, anche quando corre più veloce delle anime belle.
    effeffe

  46. Zortan il 16 giugno 2009 alle 09:50

    Anche solo a partire da questi post, è palese che
    per muovere una critica all’operato di Saviano bisogna, ormai, essere muniti di scorta. E’ un po’ come per Israele, se critichi, sei antisemita, o con lui o contro di lui e bisogna munirsi di spessi stivaloni per attraversare indenni paludosi acquitrini come il succinto articolo.
    Vergognosa innanzitutto l’introduzione a questa raccolta. L’unica critica letta fino ad ora, su Panorama, era cmq labile e sciocca
    “accusato” Saviano di aver partorito un topolino, una raccolta di articoli, ma anche la Klein dopo No Logo fece la stessa cosa, non è questo il problema e nemmeno se sia Saviano ad usare una maschera pubblica (e per il pubblico) o se sia questa ad usare lui. Di certo il carrozzone Saviano c’è ed è un bell’affare per molti.
    Nemmeno varrebbe notare, dall’uscita di Gomorra, le numerose mistificazioni nei confronti del pubblico, la piaggeria della “critica”, della stampa, le sorti di un libro che da reportage, per magia nel tempo, si “trasforma”, additato, a romanzo, con tutte le trovate bipartisan del caso per renderlo il più (sperimentalmente anche) fruibile possibile,
    tante piroette, un gran bel numero da Cirque du Saviaein.
    Poi le “onorificenze”, quella di Walter Sit i – Saviano unico degno erede di Pasolini – insomma la solita delirante melma.
    Nessuno ha preso sul serio la frase della Arendt sull’etica, spesso citata da Saviano, ad un certo punto se l’è scordata pure lui.
    Scrittura pessima, e tornando a quest’ultima uscita prendete in mano il libro, togliete via copertina e quant’altro, lasciando le nude pagine, solo gli articoli, cosa sono se non pessimi compitini di un liceale che si impegna ma a stento raggiunge la sufficienza ? Saviano è ormai un brand, a lui non dispiace perché è convinto che l’eterogenesi dei mezzi per portare il “sacro verbo” (il suo) del bene a tutti, sia legittimo. E se sta bene a lui, buona menzogna a tutti…

  47. Isak il 16 giugno 2009 alle 10:17

    @effe. Forse hai malinterpretato, io condivido in pieno la lettura che dai del paragrafo, e che in fondo ben si adatta al romanzo intero. Quella di Saviano è stata un’opera convincente e coraggiosa, nell’idea di libro (il “reportage letterario”) e in ciò che ha mosso e saputo muovere. E’ percepibile dietro le parole una grande forza, una bella energia, un’autentica passione, figlia della “partecipazione allo stato delle cose”, dell’essere “indissolubilmente legati allo strazio a cui si assiste”, come dici tu. Insomma, Gomorra è un libro importante, epocale, l’ho già detto. Ma mi sembra evidente che la penna di Saviano non brilli in bellezza, voglio dire che l’importanza sua sta nei contenuti, nelle intenzioni, non certo nella scrittura in sé, che è scrittura da giornalista.

  48. effeffe il 16 giugno 2009 alle 10:43

    Caro Isak,
    l’osservazione che fai io la rispetto come tutti, penso, qui. la questione che si pone è allora un’altra. la porta a cui si accede alla letteratura è quella della “bellezza” di uno stile, o da uno stile tout court?
    Forse lo stile che tu ti auspichi per uno scrittore in questo caso sarebbe rimasto al di qua, della barricata. Non so. Qualcosa mi dice di no ma forse mi sbaglio.

    @Zortan
    bisogna munirsi di spessi stivaloni per attraversare indenni paludosi acquitrini come il succinto articolo.
    scrivi.
    Come coccodrillo dovresti sentirti a tuo agio, no?
    E poi, scusami tanto, l’articolo di Pino Montesano, credo si possa percepire come altro da quanto hai appena descritto e allora, se te ne vai in giro per le strade di gerusalemme con un po’ di svastiche appese alla giacca non ti meravigliare se quelli poi si incazzano
    effeffe

  49. girolamo il 16 giugno 2009 alle 10:50

    Va bene, Diamante, hai ragione tu, “Gomorra” è un capolavoro solo a patto di non considerare “Infinite Jest”: ma se consideri DFW, giù dalla torre Saviano. E DFW rispetto a Tolstoj, allora? Che vada affanculo anche DFW, è un grande solo per chi non è mai stato in pellegrinaggio a Jasnaja Poljana. Ma poi questo Tolstoj cos’ha smosso? “Guerra e pace” ha cambiato le coscienze egli uomini? Ma figuriamoci, fosse vissuto Tolstoj altri quattro anni avrebbe visto la Grande Guerra decretare il fallimento della propria letteratura.

  50. Isak il 16 giugno 2009 alle 11:02

    *la porta a cui si accede alla letteratura è quella della “bellezza” di uno stile, o da uno stile tout court?*

    No, non solo. Io sono convinto che servano idee per fare letteratura, prima dello stile. Detto questo, la qualità di una scrittura è e rimarra comunque e sempre questionabile; dire che quella di Saviano non è una “gran prosa” è un giudizio, e non scalfisce sostanzialmente i suoi meriti. So che suona ridicolo citare una frase, ma essendo proprio qui sopra: *E non perché è entrata nella carne come il sudore degli stupratori, ma l’odore che ti senti addosso comprendi che l’avevi già dentro*. Questo è un esempio di “sintassi zoppicante”, mi pare evidente che la scrittura qui non “fila”.

    *Forse lo stile che tu ti auspichi per uno scrittore in questo caso sarebbe rimasto al di qua, della barricata.*

    Neppure io ne sono convinto – a parte il fatto che non auspico un determinato stile per uno scrittore -, eppure mi viene il dubbio che altrimenti la barricata sarebbe rimasta inviolata.

  51. clara il 16 giugno 2009 alle 11:13

    la letteratura non ha compiti???… cosa non vera, niente di più sbagliato.
    ogni forma d’arte e di comunicazione ha dei compiti, viene utilizzata per arrivare alle persone. la scrittura è una di queste, la si puo usare per far evadere il lettore, ma anche per catturarlo, e Saviano fa questo, attira il suo lettore, lo porta dentro il racconto, lo stordisce, e fa in modo che alla fine del racconto esso rifletta, perchè lo deve per lo meno alla sua coscienza. poi per carità se non amate certi argomenti, se non vi interessano,e si vi piace pensare di vivere nel paese delle meraviglie, o che so a fantasilandia, ben venga, ma non siete voi a decidere cosa deve o non deve fare uno scrittore, cosa sia o no letteratura. Saviano non ha scritto “GOMORRA” il “CONTRARIO DELLA MORTE” o “LA BELLEZZA E L’INFERNO”, per vedere queste inutili discussioni, che non portano a nulla, ma lo ha fatto per sensibilizzare su argomenti che nessuno ama trattare perchè scomodi. qualcuno ho letto che lo ha chiamato INGENUO, forse ha ragione , pensava che a tutti stessero a cuore certi argomenti, ma io preferisco definirlo scrittore e uomo.
    poi auguro a tutti voi che sognate di diventare scrittori, e letterati, di realizzare i vostri sogni, di farcela, e se scriverete che IL MONDO E BELLO!!! io mi ricorderò di voi e vi leggerò… prima però questi capolavori della letteratura pubblicateli, e non offendete altri che ci sono riusciti!!!

  52. Zortan il 16 giugno 2009 alle 11:53

    @ effeffe

    “La realtà acquista un linguaggio nuovo ogni qualvolta si verifica uno scatto morale, conoscitivo, e non quando si tenta di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenze e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto”.

    (Ingeborg Bachmann)

    meditaci su…

  53. dinosauro il 16 giugno 2009 alle 11:57

    In un blog come questo, credo che si possano portare opinioni soprattutto sul piano cultural-letterario. Purtroppo, per molti che scrivono in questo ambito criticare argomentando vuol dire “vomitare”. Soprattutto quando si ha l’inculturale abitudine dell’idolatria per qualche uomo. Sostenere che Saviano, fino ad oggi, ha scritto un eccezionale libro di denuncia e non realizzato un opera letteraria è cosa legittima e vera. Quando si mette in dubbio tale tesi, o peggio la si ridicolizza, è necessario fornire argomenti appropriati e non svolgere delle digressioni social-ideologiche. Certo che il testo di Saviano suscita forti emozioni, reazioni. Sicuramente ha contribuito a rendere il fenomeno camorra più conoscibile. Di certo tanti cittadini con il contributo di Saviano sono più consapevoli di cosa vuol dire delinquenza organizzata.

  54. lucia cossu il 16 giugno 2009 alle 12:06

    mi sembrano spesso critiche ingenerose e totalmente incapaci di vedere cosa sia il valore della letteratura o del giornalismo, e poi questo fastidio che un certo modo di diventare diversi ispira sempre. Non credo ai compiti della letteraturas, della musica, della scienza ma al suo valore e valore è qualcosa di piuttosto diverso e delle volte ottenuto con mezzi non eccelsi o volutamente non perfetti (tutti sempre ammirate la Callas e Billie Holiday). Ma mai una volta che si capisca che questo ha un prezzo, anche di diventare meno capaci di sedurre il proprio pubblico e delle volte essere equilibrati e come si dovrebbe in ogni occasione. Credete che reggere una tale vita che è diversa e ti fa diventare diverso sia comodo e abbellente? Per me forse si, ma non è questo il punto, il punto è il valore e l’incapacità di non riconoscerlo rispettando anche lka diversità.

  55. Zortan il 16 giugno 2009 alle 12:07

    @ lucia cossu

    scusa lucia, a quale diversità ti riferisci ?

  56. lucia cossu il 16 giugno 2009 alle 12:15

    per diversità intendo ogni condizione oggettiva che renda il quotidiano diverso in maniera significativa (in generale in maniera peggiorativa) e quindi diversa la prorpia vita fino a rendere te stesso diverso e scollato dall’automatismo quotidiano degli altri.

  57. Zortan il 16 giugno 2009 alle 12:18

    @ lucia cossu

    purtroppo gli automatismi sono tali e tanti, quelli degli altri e soprattutto i propri, di cui non ci si libera quasi mai del tutto.

  58. lucia cossu il 16 giugno 2009 alle 12:21

    nell’ultima mia frase del commento delle 12.06 intendevo dire che si può discutere e non riconoscere il valore di un libro o di qualunque altra cosa senza dover in attaccarsi alle meschinità di valutazioni sul reale rischio o come ora pontifichi o sciempiaggini del genere. Attaccate il libro, lo stile, le finalità, quello che volete, ma basta con questa meschineria di additare cose che non c’entrano e per le quali ogni cittadino perbene dovrebbe invece sempre dire di essere accanto a lui come a tutti coloro che rischiano o pagano prezzi alti per essere perbene. lo trovo piccino e meschino e uno dei motivi per i quali il nostro paese fatica a essere unito su cose importanti.

  59. Alessandro Morgillo il 16 giugno 2009 alle 12:30

    La letteratura non interessa agli editori e non vende milioni di copie. Quindi, per favore, smettiamola di giocare a fare gli azionisti della Mondadori. O i difensori del sistema editoriale. O i suoi distributori. O più probabilmente gli aspiranti direttori di una libreria Feltrinelli. Scriviamo pure commessi alla cassa….
    Siamo tutti capaci a farci valorosi scudieri dello status quo. Magari sentendoci anche dei pionieri.
    Non ho mai capito perché in molti abbiano avuto l’ardore di zavorrare Gomorra con l’aura della Letteratura. Infierendo sul corpicino di chi Letteratura prova a farla nell’isolamento e nella derisione.

  60. dinosauro il 16 giugno 2009 alle 12:33

    “Paolo Di Lauro è conosciuto come Ciruzzo ‘o milionario: un contronome ridicolo, ma nomi e contronomi hanno una precisa logica, una sedimentazione calibrata” – “E’ claudicante, qualche anno prima è caduto rovinosamente dalla moto e la gamba zoppa è la dote avuta da quell’incidente” – “Si crede che nella prassi criminale il vettore militare porti, una volta raggiunto il successo, al ruolo di imprenditore. Non è cosi, o almeno non sempre. Ne è un esempio la faida di Quindici, un paese in provincia di Avellino, che subisce da anni la presenza asfissiante e perenne dei clan Cava e Graziano” Si può andare oltre, alla ricerca di una narrazione dalla forza artistica, di un frammento di letteratura, ma niente non vi è traccia. Chi sostiene il contrario lo dimostri, evidenzi gli elementi che supportano l’idea di Saviano Scrittore. Attendo!

  61. lucia cossu il 16 giugno 2009 alle 12:41

    @ Zortan
    credo ci si possa sforzare e apprezzare lo sforzo degli altri con un po’ di semplice e onesta generosità

  62. lucia cossu il 16 giugno 2009 alle 12:42

    @ Zortan
    e meno male che riusciamo anche a capirci e amarci e insultarci e unirci e dicutere e vivere sorvolando i propri e gli altrui automatismi, o almeno lo spero e lo sogno

  63. francesco forlani il 16 giugno 2009 alle 12:47

    @zortan
    a me sembra che il testo da te citato avvalori la mia tesi (per fortuna non solo mia) ovvero di come l’esperienza del mondo e il linguaggio che sarà necessario trovare per raccontare quell’esperienza siano essenzialmente una problematica etica e non squisitamente linguistica e letteraria
    effeffe

  64. AMA il 16 giugno 2009 alle 12:56

    Potrei sbagliarmi, ma ho il vago sospetto che io e te stiamo scrivendo due cose diverse. Tu forse ci vuoi far notare che Saviano non ha frequentato un corso di scrittura creativa e che gli Editors gli hanno lasciato uno stile ruspante? Sì, hai ragione! Anche se a suo tempo l’editore avesse deciso di riscrivergli tutta l’inchiesta, per me Gomorra non sarebbe stato Letteratura. Tante altre cose, anche significative, ma non Letteratura.

  65. AMA il 16 giugno 2009 alle 12:57

    Ripsondevo sopra a DINOSAURO che saluto!

  66. Zortan il 16 giugno 2009 alle 13:03

    @ effeffe

    contento che t’appartenga…

    ma divergiamo sulla convinzione, se si possieda o meno quella esperienza, oppure se ci sia intorno ad essa una mistificazione, voluta/avvalorata o meno dal soggetto in questione ( in questo caso il lavoro di Saviano) o dall’ambiente circostante.

    Io ho delle riserve, tu no.

    Ti chiedo. Davvero sei convinto dell’alto valore stilistico, letterario, di scrittura di una raccolta di articoli come “B & I” ? Se non fosse stato Saviano l’autore ma un altro sconosciuto, davvero sarebe stata pubblicata da Mondadori addirittura ?

  67. AMA il 16 giugno 2009 alle 13:11

    @ Francesco Forlani
    Nel difendere un best-seller stai facendo etica applicata, fattene una ragione. E davvero non se ne coglie l’urgenza. Certo, nessuno oggi in Italia può pensare di scrivere un libro d’inchiesta senza far tesoro dell’esperienza di Saviano. Gomorra però era ingenuamente fresco nello stile. Gli altri non so.
    Adesso è giusto che il grafomane che sono si dedichi ad altro. Non vorrei approfittare troppo dell’ospitalità.

  68. Evelina Santangelo il 16 giugno 2009 alle 13:24

    Una riflessione di metodo…
    Ma perché è così difficile fare affidamento sulla forza del pensiero e delle argomentazioni, piuttosto che sull’urlo, l’invettiva, o la contrapposizione pregiudiziale, dando l’impressione che si voglia prevaricare sempre gli altri per affermare se stessi?

    Come proverei un vero sgomento se vedessi dinanzi a me un paesaggio uniforme fatto di poche voci e tutte intonate sulla stessa nota così non vi nascondo che provo un certo disagio dinanzi alla diffusa tendenza a strattonare (verbalmente) per farsi ascoltare o imporre la propria voce (una malattia dei nostri tempi, forse, chissà, o una forma di sopravvivenza…).

    È legittimo, anzi necessario, direi che ci si confronti, e duramente anche, su temi che stanno a cuore, ma perché non lo si fa con rigore intellettuale, con la forza delle idee, piuttosto che con la violenza iconoclasta dei toni?
    Perché è così difficile definire lo specifico della cosa che si sta cercando di indagare e, con ciò, definire anche l’ambito di pertinenza, diciamo, del proprio intervento?

    Troppo spesso ad esempio vedo ricorrere ad aspetti che attengono all’uomo, alla biografia di un certo autore o di una certa autrice per giudicare la portata culturale o letteraria (cose, quest’ultime che tra l’altro non sono nemmeno coincidenti, direi) di un’opera.
    Troppo spesso vedo confondere l’importanza di un libro sul piano storico o anche culturale o anche sociologico con il suo specifico valore letterario… (come se non si trattasse, anche in questo caso, di cose diverse da definire e specificare).

    Con questo non voglio dire che questi e altri aspetti non si possano intrecciare o sovrapporre, ma ciò non può accadere in modo automatico (approssimativo), senza che chi lo fa non definisca con chiarezza lo specifico di ciascuno degli aspetti che intende mettere in campo o in relazione, per sviluppare il proprio discorso critico, anche il più peregrino, il più insondato.

    E qui vengo al punto.
    In quelle mie osservazioni iniziali sull’articolo di Montesano, mi sembra di non aver in nessun modo (e intenzionalmente) fatto riferimento al valore letterario o meno di Gomorra (ho solo detto che lo ritengo un libro importante). E questo perché volevo, specificatamente, porre l’attenzione su un altro aspetto (che forse sta a cuore solo alla sottoscritta, cosa di cui non posso non tenere conto), che potrei sintetizzare in questi termini:
    credo sia un atto ineludibile di responsabilità, nel momento in cui si decide di esprimere un giudizio critico su un autore, un’opera, un aspetto della realtà, etc., affrontare con tutto il rigore possibile (nei limiti delle proprie possibilità e della propria visione, certo) – e non solo con «stile» – il confronto con l’oggetto del nostro giudizio.

    Ora non mi sembra onestamente che, in questa occasione (per ragioni che posso comprendere al punto da ritenerle un possibile condizionamento anche per la sottoscritta), Montesano (che stimo moltissimo) sia riuscito a non lasciarsi condizionare.
    Con questo non volevo in alcun modo attaccare Montesano, che ha sempre dato prova non solo di «stile», ma di rigore intellettuale, ma volevo solo cogliere l’occasione per una riflessione che credo abbia una sua necessità (e che nel caso Saviano, non nella persona di Saviano, trova una delle sue più evidenti manifestazioni): troppo spesso oggi si perde di vista (io per prima) il fatto che il vero riconoscimento della dignità e della portata di un’opera o di un gesto o di una scelta non può che passare attraverso il più serrato e argomentato giudizio critico che si riesce a mettere in campo, per giungere a conclusioni che trovano la loro forza e legittimità nel rigore delle argomentazioni che l’accompagnano, nonché nel rispetto (dove per «rispetto» intendo attenzione e valutazione circostanziata) dell’opera, del gesto, della scelta che si sta valutando.

    In questo, a mio parere, sta la dignità stessa e la legittimità di chi esprime un giudizio critico. Il giudizio di valore, positivo o negativo che sia, viene dopo e ha senso solo se a esso si arriva così, con la fatica di un pensiero che si mette davvero in gioco.
    Il che non vuol dire affatto che, procedendo in questo modo, si sia esenti da errori di valutazione, ma almeno si è errato, nostro malgrado.

  69. GiusCo il 16 giugno 2009 alle 14:29

    C’e’ un equivoco di fondo, in tutto il discorso: che cioe’ il Sistema & Napoli siano metafora del mondo occidentale. Questa e’ la tesi del libro di Saviano che ha di fatto sfondato i generi e il limite letterario. Ora, in ottica piu’ larga della napol-itudine, della sud-itudine e del perenne lamento ormai fattosi maschera, credo che di Napoli, nell’Europa di cui facciamo parte, importi poco o nulla, tentacoli malavitosi a parte. Per cui, si ignori, si mandi l’esercito o scoppi il Vesuvio, e’ come succedesse in Ucraina, a Dacca o a Singapore: due giorni di sciacallaggio mediatico e poi via, un’altra storia da cercare.

    Non capisco perche’ non si pubblichino articoli sullo smog di Belluno, sugli stambecchi estinti ad Aosta o, ancora, sulle derive neofasciste di Verona e sulle alghe rosse ad Alghero. Questo volerci rappresentare a livello narrativo con la triade Roma-Napoli-Palermo, insistendo su cliche ormai secolari, col perenne ricorso al sensazionalismo da sventura (come Sorrentino nel primo post sull’aereo francese caduto), ha davvero davvero stancato.

    E se Saviano diventa paladino di una popolazione, buon per il movimento che se ne crea, ma il problema sostanziale richiede incisioni piu’ nette, che da secoli questo Stato non ha voglia di fare. Cosi’ come, se Saviano diventa la punta di una letteratura di denuncia nel mondo, in seguito all’eccezionalita’ delle conseguenze del suo libro, buon per lui (?): lo accosteremo ai Rushdie, ai Solzenycin, a chi vi pare… ma basta coi santini, per cortesia. Non ci sono lager al di sotto del Trasimeno, chi non e’ contento se ne va, chi rimane fa quel che puo’, vive sotto scorta, riceve minacce senza crismi papali o narrative reliquiarie quotidiane.

  70. Diamante il 16 giugno 2009 alle 14:30

    Cerco di rispondere a tutti, brevemente.
    @biondillo
    Ho giudicato il Saviano scrittore, parlando dell’opera. Quanto rischia? Non lo so, ma comunque me ne dispiace.
    @bottalico e @effeffe
    Dire che Saviano è scrittore mediocre non significa dire che è uomo mediocre. Se tu mi leggi, bottalico, e dici che scrivo mediocremente, io non mi sentirei per nulla offeso come uomo. Quanto allo scrivere col corpo, cari bottalico e effeffe, ci sono scrittori ben più corporei e corposi di Saviano: Cèline, Bernhard, Proust, Kakfa, Joyce, Wallace, Gadda, Hemingway, Kerouac, Broch, Conrad, Dostoevskij, e via andando. In questi scrittori, ogni rigo è vissuto molto più d’ogni rigo vissuto da Saviano. Eonicamente di più. Ma anche Vasta o Falco, tanto per fare due esempi attualissimi, scrivono molto più col corpo di Saviano. La differenza è che Saviano mette il corpo nel libro, dall’esterno, e questi altri si ficcano il libro nel corpo, nelle carni, all’interno. Lui disegna, loro incidono e talora scolpiscono, oppure (meraviglia delle meraviglie) scoprono. Parli poi, bottalico, di letteratura necessaria, di comprensione del proprio tempo; ti faccio un elenco di libri che, quale più quale meno, quale temporaneamente quale per sempre, sono stati necessari ben più di GOMORRA, che è e resterà un (originale) reportage, come afferma giustamente dinosauro: FIESTA, GLI INDIFFERENTI, INFINITE JEST, I DEMONI, IL PROCESSO, LA METAMORFOSI, UNDERWORLD, AMERICAN PSYCHO, LA COSCIENZA DI ZENO, ULISSE, MOBY DICK, HUCKLEBERRY FINN, SULLA STRADA, CASA DESOLATA, e mi fermo per non continuare ore e ore e giorni e mesi. Se, come dite, pretendete un libro che svisceri la realtà, non leggete GOMORRA: è una fotografia.
    @no made
    Bisogna intendersi sul concetto di estetica (mentre del post-moderno non me ne frega niente, sono balle). Io credo che Dostoevskij non scrivesse benissimo (aveva comunque una certa fretta, coi creditori alle calcagna), ma la potenza drammatica, il fuoco tragico e vibratile sino alla rottura rendono le sue opere esteticamente insuperabili. In Saviano quel che mi sembra da salvare è un sentimento, un’oscura attrazione, il gorgo attorno al quale il narratore gira; ma questa è un’idea, oserei dire una trovata (non so nemmeno quanto voluta) da parte di un narratore che non domina la propria materia, bensì ne è dominato, per palese immaturità. Non riesco, leggendolo, a sottrarmi alla funesta sensazione di avere a che fare con l’Espresso piuttosto che con Repubblica. E questo, per me, non è affatto sintomo d’un buon libro, piuttosto il contrario. In Saviano l’autore (proprio perchè inadeguato a cavalcare la tigre) la vince sulla storia, e io mi fido del detto di Lawrence: “E’ la storia, non chi la racconta.” Poi: è chiaro che c’è una grave disfunzione culturale nel nostro Paese, e ci voleva Saviano per capirlo? Io non debbo mica dichiararmi correo dei mali italiani o andare a combattere la mafia per le vie di Napoli per poter dire che Saviano ha fatto quel che si è sentito di fare, punto e basta. Non sono nato a Napoli, se fossi nato a Napoli forse avrei fatto come lui, forse no. Se mia nonna aveva le ruote era un carretto, insomma.
    @girolamo
    Butto sicuramente dalla torre Saviano (anzi, nemmeno me lo porto su), e mi tengo sia Wallace che Tolstoj, stretti forte perchè pesano. Mi stupisce la tua ingenuità: cosa c’entra che 4 anni dopo la morte dell’autore russo sia scoppiata la guerra? Perchè, da quando è uscito GOMORRA mafia e camorra sono sparite? GOMORRA non è un capolavoro in nessun caso, con o senza INFINITE JEST; ho citato INFINITE JEST a tutt’altro proposito, e non mi va di tornarci su.
    @clara
    Saviano l’ho letto, gli ho regalato il mio tempo, e non mi ha stordito né illuminato: che devo fare ancora? E perchè, se io non ho scritto un capolavoro (cosa che tu non sai), non posso permettermi di dire che GOMORRA capolavoro non è? Proprio perchè so bene in che Paese vivo, Clara, mi aspetto di leggere altro; è qua che io e te non c’intendiamo. Tu cerchi una letteratura che ci redima, io una letteratura che ci metta in croce. Se vuoi crocifiggerti davvero, però, leggi (per es.) ESTINZIONE di Bernhard: credo che ti riguardi, in quanto essere umano, molto ma molto più da vicino di GOMORRA.
    @ lucia cossu
    L’ho scritto e ripetuto, che mi dispiace per la situazione in cui Saviano si trova. Io, se non tirato per i capelli, ho parlato del Saviano scrittore. E che ne abbiano fatto un guru, e del suo libro una Bibbia, è un sintomo avvilente, a mio avviso.
    Un ultimo chiarimento (a tutti tranne quelli che spernacchiano e tirano caccole come si faceva a 10 anni): se m’infervoro, lo faccio perchè non credo che GOMORRA abbia ancora bisogno di esser discusso – lo si è fatto fin troppo; perchè ci sono un sacco di bei libri semi-sconosciuti, anche italiani, che meriterebbero maggiore considerazione. Perchè è di novità che c’è bisogno. Perchè scavare una buca vuota, indefessamente, ossessivamente, non mi sembra granché saggio.

  71. dinosauro il 16 giugno 2009 alle 15:11

    @diamante
    Ottima sintesi del dibattito e conclusione chiara, netta e condivisibile. Calare sul tavolo di tanto in tanto Infinite Jest m’eccita i neuroni della parte emotiva del cervello.

  72. doarki il 16 giugno 2009 alle 15:22

    71 commento (leggere la smorfia)

    copio e incollo a caso da …….google

    “Un consiglio: ignorate Morgillo.
    E’ un disturbatore professionista. Una sorta di Gabriele Paolini dell’Internet.”

  73. francesco forlani il 16 giugno 2009 alle 15:27

    @diamante
    Cèline, Bernhard, Proust, Kakfa, Joyce, Wallace, Gadda, Hemingway, Kerouac, Broch, Conrad, Dostoevskij,. ne conto undici. ti hanno promosso CT della inter nazionale scrittori? Scherzo naturalmente ma non credo di aver detto o scritto che Roberto sia stato il primo a scrivere attraverso il corpo. Comunque, sai bene che questa scelta di campo comporta molti rischi, tanto per citare due tuoi centrocampisti, kafka e Dostoevskij, non credo che amassero il bel gioco, anzi, la loro scrittura fu considerata a lungo non bella (a cominciare dai traduttori)
    La mia nota si riferiva evidentemente a Gomorra. Il nuovo libro di Roberto non l’ho letto. Spero però che ci sia il ritratto che fece per repubblica dei pugili di marcianise, un pezzo che letteralmente mi commosse quando lo lessi.

    x AMA
    io non difendo un bestseller, né tanto meno sto difendendo qualcosa o qualcuno. Sto riflettendo insieme ad altrii sul possibile esito letterario di certe prove. Poi se per te anche questo non è necessario non so cosa dirti, veramente.
    effeffe

  74. véronique vergé il 16 giugno 2009 alle 15:28

    I commenti (molti) mi hanno lasciato un gusto amaro, direi acido.

    Gomorra è un libro che fa parte della letteratura, oltrepassando la linea artificiale tra la scrittura giornalistica e la scrittura letteraria.
    Mi riferisco a quatro momenti nel libro:
    la visione orribile dei containers, l’incontra del padre nella folla a Roma, il primo morte sul cammino della scuola, lo slancio verso il mare.
    Sono brani di pura bellezza, entrano nel cuore universale degli uomini, nell’emozione trattenuta.

    Il racconto del primo inizio con la morte, bagna nella luce terribile del passaggio del mondo dell’infanzia al mondo spogliato di speranza, crudodegli adulti.
    Questo mattino, già allontanato, evoca la perdita dell’innocenza.
    La scrittura è l’aspirazione a ritrovare nella trama della realtà l’innocenza , a fare venire la prima aurora, il primo mare pulito della bruttezza dei rifiuti per vedere il colore vino del testo omerico.

    E’ il nocciolo di bellezza dietro la scrittura realista.

    Chi afferra la parola per approdare alla vita,
    chi prende la scrittura come fiore di sopravvivenza,
    chi fa entrare il mondo nel cuore,
    chi a la lingua della sua terra
    è uno scrittore.

    PS Ho letto le due racconti tradotti in francese: Le contraire de la mort et la bague, sono scritti in una lingua pudica e luminosa.

  75. AMA il 16 giugno 2009 alle 16:25

    @ Francesco Forlani
    Intanto i messaggi denigratori o addirittura infamanti sono tutti scritti da pseudonimi coniati ad hoc. Si sa, quando dici la tua su Saviano devi fare i conti con i suoi fedeli sostenitori campani, intrisi di cultura intimidatoria.
    Comunque mi pare che in molti credano che Gomorra non possa definirsi opera letteraria. E non si capisce perché i sostenitori di Saviano si affannino tanto a sostenere il contrario. È forse importante che Gomorra sia considerata opera letteraria? Con quale finalità? Per me resta un libro di denuncia romanzato, non intenzionalmente kitsch, di grande successo editoriale, capace di affrescare, senza essere nelle sue intenzioni, con stereotipi da cartolina, tutta l’irreversibile scollamento della Campania dagli standard occidentali.
    E adesso, siccome sono un londinese di adozione, con una vita ormai serena e senza più pruriti letterari, vi lascio alla vostra afosa dimensione. Vado a farmi una pinta di birra.

  76. Gena il 16 giugno 2009 alle 16:37

    @Diamante, spero ardentemente che chiunque scriva un libro si possa rivolgere a te vista la tua grande conoscenza della letteratura. comunque hai dimenticato “La scopa del sistema” di D. F.W.
    Il libro di Saviano ha cercato di raccontare le pieghe mal riposte di un mondo complesso, credo che il linguaggio di Saviano in Gomorra sia volutamente semplice perchè la sua funzione è quella di farsi sentire da tutti, e non pochissimi eletti, e inoltre quando ha scritto il libro non era così conosciuto.
    Se non ricordo male, non è passato molto tempo da quando su N:I. si discuteva su cosa doveva essere la letteratura, e una delle tesi più accalorate era che essa doveva essere rappresentativa della realtà.

  77. succodipompelmo il 16 giugno 2009 alle 16:48

    AMA scrive: “E adesso, siccome sono un londinese di adozione (…) vado a farmi una pinta di birra.”

    Ah! ecco! a saperlo prima, noi non si buttava tempo a chiedersi il perché e il percome…

  78. AMA il 16 giugno 2009 alle 17:03

    @ Gena

    Tutti gli scrittori che ho amato non hanno mai rappresentato la realtà, me l’hanno invece disvelata. Nessuna litografia insomma. Mi rendo anche conto però che sono troppo “estero” nelle mie letture. E marginale. Nella tradizione italiana invece c’è tanta cartolina stereotipata da forme schematiche di percezione e di giudizio. Senza mai allargare gli orizzonti prospettici, l’analisi italiana si è spesso fermata al pregiudizio. Ma questo è poco utile alla discussione. Vi lascio quindi alla vostra dimensione emotiva.

    La pinta di birra mi aspetta. Un saluto alla Portinaia della Crusca.

    :-))))))))))))))))))))))

  79. transit il 16 giugno 2009 alle 17:24

    ‘A vita mia è nu vico ca nun sponta
    (‘O monologo d’a mugliera d’o cammurrista killer
    manodopera ‘e pezziente sagliuto)

    …Maronna mia,
    femmena santa tra ‘e femmene,
    tu ca si mamma e femmena
    me può capì.
    mamma ‘e tutt’e mamme,

    – Bella ‘e mamma soia – ogni mamma
    Ha dito e dice sti pparole a ‘na figlia
    femmena, ma mò songh’io ca comme
    figlia te dico: – Bella ‘e mamma soia –
    proprio pecchè, tu femmena e mamma
    e mamma ‘e tutt’e mamme me può
    capì meglio ‘e chiunque e darme ‘a
    benerezione toia e mamma santa
    pe’ chillu figlio acciso ncopp’a croce.

    Ogni matina appena me sceto, e
    e veco(vedo) ‘o quadro ‘ncap’o
    lietto matrimoniale, addò
    staie tu e figlieto mbraccio,
    te vaso e ripeto: – bella ‘e mamma
    soia.

    Sento dinte’e recchie chelli pparole
    comme si fosse ‘a cchiù bella tra
    ‘e ccanzone ‘e sta terra nosta.

    ‘O saccio… vuje…
    nun me guardate accussì e,
    forze nun me credite,
    …però..‘e vvote, specie quanno
    passo annanzo a nu specchio

    Penzo a chillu spazio troppo astritte
    e troppo largo ca è ‘a paura…
    comme è quanno te manca ‘o sciato
    o comme si attuorno a tte nun ce sta niente,
    nu deserto ‘e casa, ‘e palazzo, ‘e vico e rione

    e si ce sta quaccuno, dinto a stu deserto,
    songo tutte facce mute,
    estranee, nemiche.

    eh già,
    avite ragione,
    vuje vulite sapè
    ‘a paura quanno è accumminciata,
    ‘a paura ca me cunsuma e me
    scava ‘e fuosse sotto a ll’uocchie

    Quanno vedette chella scena
    …maritemo…isso…
    Ninuccio…assettato dinto a machina
    ‘o lato d’o volante c’a capa acalata…
    Pareva nu bambolotto…cu ‘a capa acalata
    e nu colpo ‘e pistola addereto ca è asciuto nfronte

    Cu a capa a
    truvannemo sola
    ma pure cu nu figlio
    passanno annanzo a nu specchio,
    vedenno chella ‘mmagena…
    me spavento…
    v’o giuro.

    Me spavento,
    comme si dinto ‘o specchio
    ce stesse ‘na perzona,
    ‘na perzona ca nu songo io.

    Na perzona, ca annascusa,
    è trasuta dinto a casa mia.
    E, nun saccio a quanno,
    me songo accorta,
    Ca sta casa è chine ‘e spiecchie:
    ‘E quatto specchio ‘e ll’armadio, ‘a nu lato;
    e chillo d’o cumò a chell’ata parte;
    ‘O specchio dinto a l’ingresso;
    ‘O specchi dinto ‘o soggiorno;
    Quanno esco e trase d‘a casa;
    ‘O specchio dinto ‘o bagno,
    addò vuò o nun vuò me veco
    annura…annura
    comme me facette mammema
    pure si mò songo ‘na femmena fatta
    e quacche ommo ca nun sape chi songo
    m’ha ditto: – Signora Ninù site ancora
    bella e, tenite ‘e ccarne ‘e ‘na guagliona tosta –

    nun te voglio mancà
    dinto a st mumento,
    Stongo annanzo a uno ‘e ‘sti spiecchie,

    a mme ‘e spiecchie
    m’arricordano ‘o mare…
    stu specchio ‘e mare…

    si vulimmo qual è a differenza
    tra nu specchio e nu specchio ‘e mare

    ‘A vita mia…
    (Silenzio)
    …a vita mia…
    ‘o fatto è…
    sta vita mia…
    è nu vico ca nun sponte,
    e nun passa juorno né nuttata
    ca nu tengo ‘e palpitazione ‘e cuore….

    PS: il pezzo continua…
    (Ma appena la mamma protagonista
    Vede sua figlia rientrare a casa con
    il marito e il bambino i braccio, dice:
    – Quanne dose avite vunnute? E sorde
    Addò stanno? Pusate ccà –

    Transit-Scarpantibus

  80. transit il 16 giugno 2009 alle 17:36

    (my namme mio is Trocu)

    me hanno sparatu
    tre colpe d’e pistula
    e accussì,
    confuso,
    ancora co la musica
    nelle dita
    d’e canzune
    ‘talieneapolitane
    dinto li recchie,
    circavo cu ll’uocchie di scapparu
    cu la fisarmonica
    d’e mea musica tzitana,

    (my namme mio is Trocu)

    due guaglioni cu la maglie
    de la squadre de pallone
    d’o Napoles
    me hanno ‘nfelato,
    currennemo addereto,

    e,
    sparanno
    acca e a llà

    ca me venuta lo fiato gruosso,

    è trasuta
    na cortella
    sopra
    lo fianco
    dentro dentro
    arriavando
    comme viento frisco
    diritto ne’ lo core

    ca meco stavo
    svermenato di paura

    (my namme mio is Trocu)

    e,
    lo core mio,
    criaturo e guaglione,
    come un orologio
    s’è fermato,

    comme nu giocattolo
    s’è scamazzato

    comme ‘na machina
    fusa
    s’è squagliata
    comme la pece

    ca de lo sangue mio
    sentivo ll’addore,
    e, isso,

    guappo, strunzo e assassino

    traseva dinto ‘o naso

    il sangue
    surgeva
    sbucava
    russo russo
    ‘a ‘na strada
    ‘nu viculu
    ‘nu funnacu
    ‘na chiazza

    e lu corpo mio
    ca nun me rispunneva

    si è fatto bianco janco
    e, attuorno attuorno jancu biancu

    le voci de lo popolo
    luntane luntane

    (my namme mio is Trocu)

    li mamme ‘e Montesanto aggradavano
    cu li facce janche: – Lu figlio mio carnale –
    Li pparole migranti d’emigranti azzannanti.

    ninte cchiù, nianco ‘na nticchia,
    nimmanco e nippure

    e cchiù cchiù
    – ‘o criaturo s’è magnato tutt’o pappone –
    nulla di più
    a-blì-blò-o la-lince-la-lance
    tanti sciori ci stanno ‘n Francia

    terra in dove fui sgravato

    ma di sangue
    luntano sono
    de lo mi sangue

    nasciuti

    luntana è la terra mia
    de lo mi sangue,

    e,
    comme diceno ccà,

    ‘nzieme a mme
    è muorto lo mio sciato,

    no cchiù,
    mai cchiù arrisciatato.

    ‘na lacrima di sangue
    ca io stevo di casa
    a vico Lepre Ventaglieri
    nummero…e pagavo
    pe’ nu vascio
    di una sola stanza
    quattrociento
    si quattrociento euro
    a lu mese

    e,
    sunanno pe li strade
    chin’e munnezza
    e pagando
    li quattucientos turnese

    io pure,

    zingaro di merda,

    nu poco ‘e bbene
    l’aggio dato.

    pavato.

    (my namme mio is Trocu).
    Quattucient’anni songo passati
    Ca aggio malepatuto ‘a morte.

    Transit-Scarpantibus

  81. nicola pasa il 16 giugno 2009 alle 17:39

    Gomorra è un grande testo di letteratura italiana, questo libro è un insieme di articoli e pezzi importanti che si inscrivono nella tradizione della raccolta di articoli apparsi sui giornali e che debbono essere salvati dall’oblio a cui sono destinate tutte le parola che appaiono sui giornali.

  82. gianni biondillo il 16 giugno 2009 alle 18:06

    Morgillo, dici:

    “Per me resta un libro di denuncia romanzato, non intenzionalmente kitsch, di grande successo editoriale, capace di affrescare, senza essere nelle sue intenzioni, con stereotipi da cartolina, tutta l’irreversibile scollamento della Campania dagli standard occidentali.”

    E ho come la sensazione che abbiamo letto libri diversi. Perché, sai, se mi parlavi del film, ecco, lì avrei anche da darti ragione. Non ho mai negato che il film m’è piaciuto infinitamente meno. Lo trovai, a suo tempo, “estetizzante”. Non ostante abbia apprezzato lo sguardo allucinato della cinepresa, ho sempre avuto la sensazione che avesse in qualche modo la pecca (non ostante ottime firme fra gli sceneggiatori, non ultimo Braucci) di sembrare un film di un “occidentale civilizzato” che va in mezzo ai selvaggi per farci vedere quanto siano selvaggi, e loro, compiacenti, fanno i selvaggi “senza speranza e redenzione” a nostro uso e consumo. Il film è, in questo senso, depotenziato, sul piano della denuncia fattiva. E non a caso l’ottimo Garrone NON vive sotto scorta.

    Gomorra libro, invece, m’è sempre sembrato altro. Lì la Campania non è vista come scollata dall’occidente, ma come necessaria a questo occidente. Come laboratorio del capitalismo avanzato, del liberismo sfrenato. I lacci che legano Aberdeen e Caserta, per dire, sono precisamente raccontati. La tua birra londinese, Morgillo, puzza di Casal di Principe, insomma.

  83. Spirito di Portinaia dell'Accademia della Crusca il 16 giugno 2009 alle 18:24

    OT
    Morgy, tesoruccio di Portinaiuccia tua…

    Se volevi insinuare che io mi sia inniccata in quarche altro ti sbagli: non è nel mio stile; non ti ho mai nascosto di pensare che tu eri (sei) abbastanza… Be’, lasciamo perdere. Quanto a me, mi sono suicidata il 7 giugno. Gudbai.

  84. cristiano prakash il 16 giugno 2009 alle 19:34

    gomorra è un gran bel libro, necessario, utile. Roberto Saviano, tuttavia, secondo me, dopo aver letto un libro bello e necessario come gomorra, non si è dimostrato un grande scrittore, e, viste le premesse, sembra non averne i pre-requisiti. che poi un ragazzo di trent’anni sia costretto a vivere come vive lui, e insista nonostante tutto, è un’altra cosa: è un merito, una virtù, non letteraria però.
    molti di noi scrivono pur sapendo di non essere grandi scrittori- che sono una minoranza rispetto ai tanti mediocri, scarsi, piccoli, ridicoli, decenti- e pur tuttavia non si deve e non si può usare come metro di misura il confronto coi pochi grandi.
    questa è la mia opinione. e mi sembra che Diamante, di cui spesso non condivido le idee in quanto radicali e chiuse, abbia sostanzialmente detto questo:Saviano non è tra i grandi. l’argomento delle vendite poi, mi sembra pretestuoso e strumentale e se ne è già discusso in altre, tante occasioni ( vedi Faletti, Giordano, solo per fare un paio di esempi).
    cosa si vuole da un libro, cosa scaturisce un libro, come ci cambia, ci modifica, ci fa scoprire, pensare, ecc. ognuno ha da dire la sua. e ciascuno può preferire un non grande anzichenò.
    tempo fa si è parlato male di Siti che continua a darmi, nonostante tutto, la misura dei miei limiti. ma a me piace leggerlo pur sapendo che kafka è altro.

  85. cristiano de majo il 16 giugno 2009 alle 20:03

    posso dire una stronzata?
    il fascino e la riuscita di gomorra sta tutto nella sua ambiguità. ambiguità in quanto opera non catalogabile (la famosa disputa è letteratura/non è letteratura). ambiguità in quanto opera autobiografica (la famosa disputa l’autore ha vissuto/non ha vissuto quello che racconta). quest’ambiguità duplice o anche triplice è un modo potentissimo – forse l’unico – a mio avviso per rappresentare il potere in generale e quello camorristico in particolare ed ha un carattere spiccatamente letterario, non giornalistico. la discordanza di opinioni che suscita soprattutto a partire dalla desantificazione del suo autore e che trova in questo blog una esemplificazione particolarmente logorroica ne è la dimostrazione evidente ed è di fronte ai vostri occhi, nelle vostre parole.
    questo a prescindere dalla volontà dell’autore stesso e dai suoi comportamenti successivi all’uscita del libro che farebbero propendere, invece, per considerare gomorra un’opera di testimonianza civile o di inchiesta giornalistica, cosa che non è.
    tutto il resto, compreso il discorso che vorrebbe gomorra come grimaldello con qualche tipo di incidenza nella lotta alla criminalità organizzata mi sembrano discorsi di un’ingenuità imperdonabile, soprattutto se fatti da gente con un’età superiore ai vent’anni.

    [breve post scriptum: il fatto che un libro sia scritto “male” non dimostra la sua non appartenenza alla categoria della letteratura. queste sono categorie trado rinascimentali che purtroppo in italia continuano ad avere un certo credito. sempre per fare il solito esempio: dick scriveva malissimo eppure nella storia della letteratura c’è, eccome se c’è. ]

  86. Gena il 16 giugno 2009 alle 20:18

    @ AMA :-) sono molto felice per te, e per la scrittura disvelata attraversoi tuoi scrittori ( stranieri) preferiti.
    A noi comuni mortali non ci è concesso di conoscere il “verbo”. Attendiamo fiduciosi i tuoi insegnamenti.

  87. cristiano de majo il 16 giugno 2009 alle 21:25

    (leggo solo ora, con completezza, le cose che scrive diamante e mi sembra in alcuni punti di avere ripreso cose che anche lui ha detto. strano soltanto che le conclusioni siano così divergenti…)

  88. AMA il 16 giugno 2009 alle 21:52

    Biondillo, rispetto molto il tuo punto di vista su Saviano, anche se non lo condivido. A me piace, non sempre, quando scrivi di Milano, città che ho molto amato.
    Non ho visto il film di Garrone. Non escludo che lo farò. Quando ne avrò voglia. Non adesso. Ho però ancora negli occhi l’immagine di Saviano gongolante sotto ai riflettori proclamarne la bellezza. Io invece ne ho ammirato solo alcune sequenze astratte e forse gratuite.
    La Campania non è il laboratorio del capitalismo occidentale del futuro. È solo una regione depressa del mondo che vi immette grandi capitali in maniera più o meno lecita. Almeno secondo il mio obiettivo. Non escludo che ci siano dei legami fra Casal di Principe e Aberdeen, ma questo non compromette in alcun modo il sapore, il colore e soprattutto l’odore della mia birra. Mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa su quell’ossessivo senso di fetore che pare segua i campani dovunque, ma hanno già i loro sceneggiatori compiacenti. Che i napoletani si rappresentino sempre e solo come brutti, sporchi è cattivi è sintomatico di una forte depressione suicida.
    Non voglio però appesantirvi. A che titolo potrei mai farlo? Godete dei vostri eroi! Io invece della cena che sto per impiattare… Pollo al limone e spinaci al burro. Sì, uso il burro.

  89. AMA il 16 giugno 2009 alle 22:01

    Gena ha scritto: A noi comuni mortali non ci è concesso di conoscere il “verbo”. Attendiamo fiduciosi i tuoi insegnamenti.

    A vent’anni ti fai verbo. Adesso sono solo un trentenne che cerca di tener su l’impalcatura del suo tono muscolare. Certo, non è stato facile diventare un comune mortale, anche se spesso nei toni ricordo ancora il profeta. Mi ricordo di una bellissima somala che nella metro di Milano gridava ai passeggeri di essere stata una principessa nel suo paese.

  90. Luther Blisset il 16 giugno 2009 alle 22:50

    Minchia che circo di sfigati. Diamante Zortan Morgillo finalmente le vostre fidanzate avranno un posto dove leggervi con questi commentini che NI vi da la libertà di fare. Non si parla mai di niente. Tutti appena vendono diventano “mediocri nello scrivere”. Così vi consolate “noi siamo ignorati perchè troppo bravi”. Ma che pena. Ammanniti, Paolo Giordano, Piperno, tutti diventano falsi. Ora che Scarpa va in cinquina dello Strega, ecco che viene fuori il plagio. Sopratutto se italiani. Ma vergognatevi che maniata di frustrati. Rosicate rosicate.

  91. Diamante il 17 giugno 2009 alle 00:10

    Copio e incollo da me stesso, visto che molti continuano a sostenere che sostengo che occorra scrivere “bene”:
    “Bisogna intendersi sul concetto di estetica (mentre del post-moderno non me ne frega niente, sono balle). Io credo che Dostoevskij non scrivesse benissimo (aveva comunque una certa fretta, coi creditori alle calcagna), ma la potenza drammatica, il fuoco tragico e vibratile sino alla rottura rendono le sue opere esteticamente insuperabili.” Non bastasse Dostoevskij, ho citato Cèline, Bernhard e via andando. Ovvero: se c’è la fiamma, la forma può pure deformarsi; ma a mio avviso non è il caso di Saviano, che non deforma, si arrangia.
    @Luther Blisset
    Non ho ancora letto un tuo commento sulla letteratura; devi essere un autentico fuoriclasse però, visto il tuo lessico all’alito di gin. Se sai fare qualcos’altro oltre che accusare chiunque tocchi Saviano d’improbabili rosicate, te ne sarei grato. Ammaniti (con una enne sola), Piperno, Giordano, sono “falsi”, come dici tu, a prescindere dal Premio Strega e da quello Fata Turchina; sono scrittori d’una certa modestia, semplicemente (con differenze però: Giordano è di gran lunga il peggiore, Ammaniti il migliore, Piperno il più consapevole e intelligente); Scarpa invece non l’ho mai letto. Quanto alla libertà sui “commentini” concessa da NI, purtroppo la offre anche a te, d’ingiuriare impunemente però. Almeno lo sapessi fare. Persino per insultare con efficacia ci vuole cervello.
    Un’ultima cosa: mi si imputa di tranciare giudizi: lo faccio perchè gli argomenti in discussione lo permettono. Di fronte a una maggiore complessità, me ne guarderei bene; la realtà creativa è così complessa che non sono così presuntuoso da prenderla sotto gamba, quando essa mi s’impone nella sua misteriosa evidenza. A tal proposito, ho citato due autori giovani e italiani, Vasta e Falco, sottolineando il valore notevole delle loro ultime opere, opere a mio avviso da interpretare bene. Ma tutti hanno fatto finta di niente, poiché fa comodo rifugiarsi dietro il: Kafka è insuperabile, guardiamo all’oggi, Cèline è di un’altra categoria, e stiamo appresso ancora ai vecchi giganti, e Conrad è inarrivabile, e Wallace se la dovrebbe allora vedere con Tolstoj, e Tolstoj con le Muse in persona, e piripì, e piripà, eccetera. Ufffffffffffffffffffff

  92. stalker il 17 giugno 2009 alle 00:23

    si vocifera che il prossimo premio nobel sia gia in tasca a Dan Brown per mole di copie vendute.
    voci attendibili dicono che se la batta con bruno vespa, per l’italia sarebbe un gran bel riconoscimento.
    noi fiduciosi speriamo.

  93. stalker il 17 giugno 2009 alle 00:26

    ah…dimenticavo, non ho nessun manoscritto nel cassetto che urla e strepita per venire al mondo! :-)
    mi accontento di curare l’orto….

  94. tadeusz kantor il 17 giugno 2009 alle 00:49

    mamma mia! ma vi siete visti? gomorra è scritto male, mediocre, quanto mediocre, è letteratura, non è letteratura….con tutto quel che c’è da dire su un libro, nel bene e nel male. Siete la classe morta!!!!!!

  95. Luther Blisset il 17 giugno 2009 alle 01:01

    Stalker hai toppato citando il nobel. Saviano è stato l’unico autore italiano invitato dall’ACCADEMIA NOBEL. Mai l’accademia aveva invitato un autore (assieme a Rushdie). E non la sezione Premio Nobel per la Pace. Ma per la Letteratura. Sfogate, sfogate, sfogate. Caro Ama non è colpa di Saviano se la tua fidanzata gli manda le email tenere. “gongolante a parlare bene del film di garrone sotto i riflettori”. ma dove, quando, ma parlate di situazioni e fatti circostanziati. Sfigati della letteratura de noartri. Critici della domenica. Lettori del lunedì sera.
    Scrivete prima come giordano saviano ammaniti e poi parlate che i vostri giudizi sono talmente banali e ridondanti che sanno solo di schiuma acida. Sfogate sfogate sfogate che vi fa bene. Ditevi noi siamo bravi questi altri solo pompati dagli editori. Sfogate. Ditevi, noi ce l’abbiamo piccolo ma loro sono hanno i centimetri truccati…non è così come appare…sfogate sfogate. ancora non ho visto un’analisi decente. solo livore e giudizi. poveracci. che pena mi fa quest’italietta intellettuale. e te credo che stravince berlusconi. meglio con lui che con questi che invece di sputare su moccia vespa e merdume vario, se la prendono con questi…ma mannaggia. se ce l’avessero più lungo…forse starebbero meglio e se la prenderebbero con chi merita.

  96. Totò Peppino e la Malafemmena il 17 giugno 2009 alle 01:04

    La classe non è acqua dicevamo un tempo. Beh questa classe intellettuale di commentatori è pozza d’acqua sporca. Non riescono neanche ad entrare nel merito delle questioni e si accaniscono sulle persone. Capolavoro questo brano di Montesano.

  97. Lucifero il 17 giugno 2009 alle 01:12

    Saviano non è un letterato, non scrive propriamente bene, ma ha scritto un ottimo libro-denuncia ed è una piacevolissima persona.
    tutto qui, né più né meno.
    il resto sono chiacchiere da bar e tanta ma tanta fuffa.

  98. unexscafista il 17 giugno 2009 alle 02:55

    Quando ero ragazzino scrissi un racconto metafisico e surrealista e lo inviai a Goffredo Fofi. Dopo qualche giorno mi arrivò un foglio di poche righe in una busta di carta riciclata: “Mi piace come scrivi, peccato che scrivi idiozie, ho visto da dove mi hai spedito la lettera. Affacciati alla finestra e raccontami cosa vedi, scendi giù, attraversa cosa vedi. Poi rispediscimi tutto, e ne riparliamo”. Da allora affacciarsi e attraversare le cose mi sembrò l’unico modo per poter scrivere parole degne di essere lette.
    Così Saviano racconta la sua iniziazione al giornalismo d’inchiesta, al giornalismo in prima linea, quello che ti fa rischiare la vita.

  99. adele il 17 giugno 2009 alle 04:13

    Arrivo come sempre in ritardo giusto per fare un micro ragionamento su una cosa che spesso viene ignorata: Gomorra (forse) è un libro generazionale. Non ho la certezza di ciò perché non ho fatto indagini statistiche ma credo che sia prepotentemente entrato nelle camerette di molti adolescenti e pre-adolescenti italiani che forse non avrebbero mai pensato di appassionarsi ad un libro o ad un tema e che forse, dopo Gomorra, e dopo una sana “mania” per il suo autore (dicesi “fan” per gli anglosassoni) come accade a molti adolescenti passeranno ad altri modelli, altri miti, altre storie e forse continueranno a cercare nei libri o in altri miti simili risposte alle loro domande sul mondo che li circonda. Questo lo dico pensando a chi diceva che Saviano e il suo libro non hanno certo cambiato la situazione attuale del casertano o del napoletano (ma io includerei il mondo leggendolo da un’altra prospettiva) e credo che sia un commento attualmente inutile da fare. Certo nemmeno “Guerra e Pace” ha cambiato la sorte dei suoi contemporanei e nemmeno “Se questo è un uomo”(come avrebbe potuto?)…ma l’occhio umano da allora è cambiato molto anche per questi libri. Rientra poco nella discussione sulla letteratura in senso stretto ma molto sull’impegno civile di un’opera (che spesso va oltre gli intenti dell’autore stesso). L’Italia di oggi non la cambierà certo l’attuale “classe dirigente” che va a braccetto con certi poteri e vive per tenere in piedi certi sistemi di potere e nemmeno arriverà un cambiamento da tutti coloro che sono immersi oramai in uno stato di cinismo imperante da cui è difficile tirarsi fuori senza far del male alla propria coscienza. Ma per i grandi cambiamenti io confido in altri che sono ancora a venire e non si può certo sperare che sia un libro o l’impegno del suo autore a fare tutto il lavoro. Chi vivrà vedrà. Tentar non nuoce. C’era però un vuoto che è stato riempito altrimenti non si spiega tutto il fenomeno che è anche seguito.
    A distanza di anni dalla pubblicazione di Gomorra si sta ancora discutendo con “moti di pancia” sia del libro che del suo autore. Tutto si può dire forché che nel suo complesso tutto ciò non sia da tenere in considerazione.
    Anche io non sopporto, come scritto già da qualcuno, la retorica a riguardo (sopratutto quando è falsa retorica come quella di molti politici nostrani), preferisco sane riflessioni oneste laddove ce ne siano e ancora se ne possono fare (per non smuovere la situazione italiana contemporanea di sicuro smuove i commenti su internet, le persone davanti ad un televisore, giornalisti nel bene e nel male, etcetc…).

    Anche i diari di Che Guevara e le poesie di Jim Morrison come altri libri meno “capolavoro letterario” sono generazionali/adolescenziali quindi scappo vilmente dalla discussione che impera su “cos’è letteratura” e “cosa non è letteratura”, anche perché mi sembra piuttosto elitaria come discussione oltre che (dal mio vile punto di vista) ancora precoce parlando di un autore giovane con poche prove letterarie. I letterati di certo lo aspettano al varco della prossima opera. Mi sembra che si discuta a riguardo piu’ con preconcetti o opinioni generiche che con del materiale adatto a rendere compiuto un ragionamento a riguardo. Saviano ha all’attivo effettivamente un unico romanzo: è uno scrittore di prim’ordine o non lo è? Ma che fretta c’avete? Aspettate altre cose no? (pragmatismo…lo so…ad un certo punto ci vuole).

  100. Lucifero il 17 giugno 2009 alle 06:42

    Sig.ra Adele, tanto di cappello al suo ragionamento.

  101. Zortan il 17 giugno 2009 alle 06:56

    L’articolo di Montesano parla dell’ultimo libro di Saviano, forse nessuno lo ha ancora letto…qui si parla solo di Gomorra…

  102. véronique vergé il 17 giugno 2009 alle 08:14

    Da solito non mi butto in un litigo, ma ora provo disgusto e penso che c’è qualche strategia perversa per negare a Roberto Saviano un talento di scrittore.

  103. lucia cossu il 17 giugno 2009 alle 08:43

    Cara Véronique, son decisamente nauseata anche io dal tono che credo che con la letteratura non abbia nulla a che fare. Magari fosse solo la questione che non la si considera letteratura, qui c’è il fastidio profondo di qualcuno che smuove a noi che stiamo in Italia il problema di come porci in Italia ogni giorno, ricordati gli attacchi al Sig. Englaro per esempio. Ho letto molti degli articoli di Saviano sull’Espresso e proprio non mi interessa sapere se verrà considerato letteratura o giornalismo o chissà cosa altro. Io li avevo trovati lucidi ed efficaci e pieni di senso complesso, e continuerò a leggerlo.

  104. Wilhelm Reich il 17 giugno 2009 alle 09:19

    Kwesto no diskuzzione, kwesto therapia di gruppo o psicodramma per externare rabbia e frustrazione sexuale! Molto interessante experimento, ma kwi tutto gratis e trattamento di psiconalisi no funziona, se paziente no paga.

  105. Totò Peppino e la Malafemmena il 17 giugno 2009 alle 09:36

    dai…che forse Morgillo, diammante, Zalkor, crescendo migliorano e si calmano. non sentono di sfigurare. lucifero piacevolissima persona, non un letterato? sicuramente se letterati sono questi signori, se letteratura è sta fanghiglia che citate qui come riferimenti, beh che Dio ce ne scampi dalla letteratura.

  106. Lucifero il 17 giugno 2009 alle 10:15

    non ho citato nessuno, mi pare…
    né faccio comacchie con nessuno, esprimo un MIO pensiero.
    il non essere un “letterato”, ma avere le palle di scrivere cose interessanti ed importanti come fa , ha fatto e ci si aspetta che continui a fare Saviano, per me è quanto di più meritevole ed auspicabile ci possa essere nell’attuale panorama letterario italiano.
    Spero di aver chiarito tutto, utilizzando un linguaggio scarno, semplice un po’ volgarotto e per nulla eru-dito.

    Lucifero

  107. Alcor il 17 giugno 2009 alle 11:23

    @ totò

    chi è zalkor? alcor stalker o zortan?

    se si riferisce a me, il mio UNICO commento – perché proprio non si ha voglia di intervenire qui, e anzi si scappa a gambe levate – era riferito al commento precedente il mio e che comincia così:

    “Saviano è scrittore mediocre. Credo che il suo libro non abbia spostato di un’acca il problema della mafia. Credo pure (e spero) che non rischi seriamente…”

  108. stalker il 17 giugno 2009 alle 12:43

    sinteticamente.
    pur stimando l’uomo Saviano spero di avere la libertà di dire che Gomorra non mi ha esaltata senza venire insultata, anche se ne riconosco l’importanza per l’impatto che ha avuto su molti lettori spesso “distratti” .
    sarà che preferisco la scrittura scarna e “distaccata” di Rosaria Capacchione (anche lei costretta a vivere sotto scorta.) in “L’oro della camorra”,

    la battuta sui nobel era riferita a chi sostiene che il numero di copie vendute danno la “patente” di bravo scrittore, spesso i fatti smentiscono questa tesi.

    tutto qui.

  109. Diamante il 17 giugno 2009 alle 12:50

    @blisset
    Sei davvero attaccato all’etichetta con la colla. Saviano è stato invitato al Nobel, embè? Perchè dai tanta importanza ai premi? Se ti dicessi che a undici anni fui insignito in Campidoglio di un primo premio europeo UNESCO, cambierebbe la tua considerazione nei miei riguardi? Perchè t’inchini di fronte alla pubblicazione, foss’anche mediocrissima come quella di Giordano, e invece tacci d’ignoranza chi non è famoso, chi non “conta” ufficialmente? Non capisci che ti comporti, così facendo, proprio come l’Italia (berlusconiana e non) che aborrisci?
    Voglio ribadire per l’ultima volta – visto che mi si vuole far passare a ogni costo per un volgare invidioso – che io ho espresso giudizi ESCLUSIVAMENTE letterari, qui, condivisibili o meno ma letterari; e ancora una volta sono stato insultato, vilipeso, offeso, preso in giro, sbeffeggiato in ogni modo NELLA MIA PERSONA. Nessuno ha rimediato la beceraggine di cui sono stato fatto oggetto, nessuno; e soltanto perchè dico quello che penso. Questo è un fatto GRAVISSIMO, un GRAVISSIMO indice d’inciviltà da parte di chi poi va a sbandierare Saviano, senza evidentemente considerarne alcunché del lato umano e del comportamento e delle idee. Non ho MAI mancato di rispetto a nessuno; e nonostante la mia pazienza abbia un limite, continuerò a comportarmi civilmente; come farebbe Saviano, credo, e come i suoi accoliti non sanno proprio fare.

  110. lucia cossu il 17 giugno 2009 alle 13:26

    @ Diamante
    “Credo pure (e spero) che non rischi seriamente, perchè in fondo ha denunciato quel che tutti, in Italia e nel mondo, già sanno. ”
    Questo contesto e trovo violento da pensarsi. Trovalo ininteressante mediocre o tutto ciò che vuoi ma non dire con tale leggerezza cose che per chi ha la vita stravolta e snaturata sono pesantissime e veramente ingenerose.

  111. lucia cossu il 17 giugno 2009 alle 13:28

    @ Diamante
    noterai il tono assolutamente civile al contrario delle tue sparate.

  112. véronique vergé il 17 giugno 2009 alle 15:05

    Cara Lucia,

    Lo penso come te. Non agguingero un altro commento, per non ripetire. In vece vedo che qualche commentatore si fa un piacere di ribadire la stessa cosa senza un solo argomento serio.

    Il splendide testo di Montesano si è trovato ridotto a un campo di battiglia con protagonisti malevoli.
    Eccetto Stalker nel suo commento ho trovato sincerità e non accanimento.

    E la prima volta che scrivo un commento brutale su NI. E alla misura della mia pena e della mia delusione.

    Ora spero un magnifico commento sul testo di Montesano, sul esilio nella scrittura,
    sul senso dell scrittura come sopravvivenza.

  113. massimo il 17 giugno 2009 alle 15:32

    Di Saviano ricordo una serie di trasmissioni radiofoniche su rai 3 (Damasco, nel 2006)) dove parlava delle letture che avevano formato la sua vita e la sua coscienza: Victor Serge, Debord, Parise, Stajano.
    E’ stata una delle serie di Damasco più interessante che ho ascoltato.
    Lui mi è sembrato un ragazzo pieno di ardore e passione civile. Una persona rara. Cosa è adesso non so e non posso saperlo. Sicuramente vive una vita difficile, ma anche straordinariamente unica. Di qui la tentazione (che esiste ed è molto forte, bisogna avere l’onestà di ammetterlo) di farne un santino.
    Se Saviano diventa un santino automaticamente ogni discussione è chiusa. Chi cerca di difenderlo dalle critiche rischia di comportarsi in maniera emotiva e ingiusta.

    Accusare di livore e invidia chiunque tenti una critica, è semplicemente ingiusto.
    Quello che mi ha dato molto fastidio è l’accenno all’invidia di chi è aspirante scrittore (categoria questa MOLTO discutibile, ma nella quale non vedo un demerito).
    Chi non riesce a pubblicare, automaticamente rosica contro l’indiscutibile successo di Saviano.
    Beh, non tutti quelli che fanno fatica a farsi pubblicare sono invidiosi e neanche necessariamente privi di talento. I percorsi delle vite umane sono così casuali e accidentati che dovremmo sempre sospendere il giudizio finché si può. Le variabili che portano al successo (specie se è un successo di così vaste proporzioni) sono tante e tali che, molto spesso, vanno al di là dei meriti del singolo individuo. Vien quasi voglia di dire, è destino: questo senza nulla togliere a Saviano che mi sembra una persona molto più intelligente dei suoi sostenitori.
    Voglio solo dire che in queste discussioni c’è troppa animosità e una voglia di distruggere chi non la pensa come noi, che è francamente preoccupante.
    Al livello cui si è giunti parlare di valore o disvalore letterario di Gomorra o bravura o meno di Saviano è inutile: siamo di fronte a un fenomeno quasi religioso.
    Al di sotto ci siamo noi che ci arrabattiamo.

  114. Zortan il 17 giugno 2009 alle 16:58

    @ Luther Blissett e totò peppino e la malapsiche

    I’m goin’ down to Nazinda
    Gonna have myself a time.
    Friendly faces everywhere
    Humble folks without temptation.

  115. véronique vergé il 17 giugno 2009 alle 17:18

    Esilio

    Che venga a lui l’albero verdissimo
    il ciliego, il limone, la palma,
    ogni forma di vita e di anima
    nella sua stanza
    che venga a lui il cavallo
    ampio nel ricordo
    il mare in un respiro
    quando il sale ha il miraggio
    della libertà
    Basta una parole per inventare
    un sorriso, una parola amica,
    che venga a lui il primo vento,
    la prima città, la prima voce.

    L’esilio non è le forma dell’isola
    e’ il centro della terra gelata
    quando la voce è prigioniera.

    La lingua dell’esilio non ha sapore di vino
    ha le bellezza di un rimpianto.

  116. Diamante il 17 giugno 2009 alle 17:59

    Caro Massimo,
    tanto di cappello di fronte alla tua intelligenza e al tuo buon senso. Speravo su NI di trovare molti interlocutori come te, ne ho trovati pochi. Anch’io stavolta ho finito per lasciarmi andare in discussioni che esulano dalla letteratura, ma non capiterà più.

  117. Chivu il 17 giugno 2009 alle 19:43

    @stalker

    Rosaria Capacchione? Ma se era una manovra per farsi eleggere. E neanche c’è riuscita….nelle liste PD (che Dio ce ne liberi).
    Ma vergognati signorina. Scrittura scarna? Qua è solo bile. Solo bile. Certo si può dire tutto anche che è meglio Mimmo Paladino di Caravaggio. Tanto è la taverna del tutto è possibile, basta sputare addosso a qualcuno per non sentirsi falliti. (ah se non c’era Saviano la scorta come lei stessa ha dichiarato in Francia non l’avrebbe mai avuta)

    @Alcor

    ah hai fatto bene a specificare. avevo dimenticato di che pasta (andata a male) è il tuo pensiero.

    minchia che tristezza

  118. AMA il 17 giugno 2009 alle 20:45

    SIPARIO NEOMELODICO

  119. Alcor il 17 giugno 2009 alle 21:03

    Chivu? è la priva volta che vedo questo nick, non è che si pur star dietro a tutti i deliri, non so di cosa parli, vai in pace.

  120. stalker il 17 giugno 2009 alle 21:26

    chivu, ti rispondo perchè tirata in causa, ho espresso pacatamente e sinteticamente il mio pensiero, nulla di più.
    ho parlato solo della giornalista e scrittrice che apprezzo e che per altro non ho e non avrei votato, meglio una buona giornalista che l’ennesimo santino immolato alla politica per disinnescarlo.
    il tifo da stadio, gli insulti e le bacchettate ve le lascio.

  121. stalker il 17 giugno 2009 alle 21:30

    inutile dire che leggere massimo è stato un piacere, una boccata d’aria….

  122. Salvatore De Rosa il 17 giugno 2009 alle 22:02

    Scrivere è un’urgenza. E’ assumersi una responsabilità usurpata, col tempo che sgocciola via, con la lena che che zoppica ferita, con la testa martellata da ricordi confusi o troppo pesanti. E nonostante ciò si scrive. Anzi proprio per questo, perchè te la sei andata cercare quell’ansia, perchè hai voluto guardarla quella violenza, perchè quella lingua hai deciso di decifrarla. “se guardi nell’abisso l’abisso guarderà in te” (Nietzsche) e non te lo scrollerai più di dosso. Allora lo scrivi, per lo stesso motivo per cui non riuscivi a restare in casa a crogiolarti in un bel romanzo, o per cui non ti godevi la birra per quanto ghiacciata. Perchè va fatto, urge che si faccia, è necessario cercare, dare, scrivere un bandolo alla matassa indistinta che si dibatte lì fuori, che tiene in gioco destini e determina una condizione storica, la tua condizione storica. E la scrittura è bisogno, e mezzo, e fine, è materia e teoria, ristoro e pena, soprattutto pena. Lo scrittore non inizia alla prima pagina del suo libro, inizia nei luoghi dove conduce i suoi piedi e i suoi occhi e tutti i suoi sensi, interni e esterni. Inizia nelle cose che lo costringono all’attenzione, nell’ossessione di scavare, soffrendo molto ma sapendo intimamente che va fatto.
    Ecco che qui si dimentica che se metto su una pagina lo sforzo di capire è per creare uno spiraglio di redenzione. Varlam Salamov ha descritto con lucida freddezza l’inferno dei gulag per chiarire cosa gli uomini vanno facendo sotto montagne di retorica, come gli uomini cambiano loro malgrado in condizioni estreme. Victor Serge sapeva di dover scrivere, e in fretta e di nascosto, per tutti coloro che non potevano ma cha avevano molto da dire, dietro le urla sotto le macchine tritagente del capitalismo europeo e dello stalinismo russo. Dante Virgili ha dato sè stesso in pasto al male, vivendo una vita che per molti sarebbe sprecata, per sondare dove esattamente arrivasse il male, che viso avesse, fino a contemplare l’uomo nudo nella distruzione. Michael Herr è andato in guerra, Blaise Cendrars pure, Gustaw Herling ci si è trovato e ha resistito e ne ha scritto, Jack London non poteva star fermo un istante e doveva vivere tutto e scrivere tutto, Primo Levi non poteva permettere che il lager non venisse decifrato dall’occhio clinico di una sua vittima, e così Jean Amery….

    C’è una pressione che nel cervello non dà pace. Intima di darsi alle cose per capirle, la prova più dura. Dura perchè contempla l’umiltà di darsi allo sconosciuto, il coraggio di guardarlo davvero nel fondo e a lungo, la determinazione a uscirne ancora degni, e l’amore misto a speranza di poter creare un mondo di parole dove gli uomini possano conoscersi e riflettersi, e scavarsi a loro volta e prendere iniziativa e credere di poter cambiare e lottare per cambiare.

    Qualcuno liquiderà tutto con un richiamo alla ragionevolezza del vivere coi piedi per terra, avanzando i limiti dell’uomo e degli uomini come prove del suo destino segnato dall’eterno crollare. Ma io scrivo contro la morte, per fermare la morte, per non morire. Amo troppo questa vita per crederla segnata, per sopportarla determinata dal denaro e dal potere, per vederla condannata a maledire sempre sè stessa. La letteratura è l’urgenza di preservare vita che per un frammento di tempo s’è avuto la possibilità di vedere nel suo maturare in morte. Il resto solo “spilli per inculare mosche”.

    Vogliamo scrivere e parlare dei nostri sogni progetti ansie frustrazioni bisogni erotomanie e logorree? o vogliamo, una buona volta, cavare dall’ombra ciò che preferirebbe restarci, scendere nella mischia a farci strattonare a puzzare a sentirci minacciati indifesi incerti seguendo tuttavia un istinto recondito, una pista che collega mondi e eventi e uomini in una rete difficile persino da immaginare? Vogliamo scrivere o masturbarci? vogliamo sentire e suscitare empatia o edificare mirabili costruzioni stilistiche utili come merda nel frigorifero? vogliamo essere uomini nel tempo o statue fuori tempo?
    Inchiesta o romanzo è una disputa da ufficio universitario tra panzoni indefessi e menfreghisti, ciò che conta è il ghermire lo stomaco, dare e fare nomi, interpretare e raccontare l’esperienza dei molti come una cosa che riguarda tutti, perchè riguarda tutti la vita. Conta amare a tal punto da sapere di dover scrivere, per preservare la bellezza che magari non si è mai riuscita vedere in tutto il suo splendore, ma che pure resiste.

  123. véronique vergé il 18 giugno 2009 alle 10:31

    Mi allontano del dibattitto che diventa sporco.

    Esilio è dentro Roberto Saviano e Rosaria Capacchione,
    non opponere, per fare luce all’uno,
    sono due anime bellissime:
    unire per disfare il crimine.

  124. francesco forlani il 18 giugno 2009 alle 13:13

    non so cos’è che ho sentito, esattamente quello che ho provato, e voglio dire la sensazione, il gesto, la reazione, che ha suscitato in me il commento di Massimo. Diciamo qualcosa di simile alla dolcezza. Così con de rosa. vedi , verò hai fatto bene a restare fino all’ultimo. concentrati su questi due commenti, in coda, le teste di cazzo lasciale all’inferno.
    effeffe
    ps
    Alcor nn te pija collere per Chivu. tanto lo so che se Rosaria leggesse la boiata appena scritta si farebbe una bella risata!

  125. Alcor il 18 giugno 2009 alle 14:12

    @effeffe

    non mi incollerisco:-)

  126. harzie il 18 giugno 2009 alle 14:33

    Massimo santo subito!

    (scheer***)

  127. véronique vergé il 18 giugno 2009 alle 15:54

    E ho sentito il commento di Salvatore di Rosa come una carezza, una vera domanda, un confronto con il corpo della scrittura. E questo la fame essenziale, l’urgenza della scrittura, perché la vita non è altrove, è dentro la pagina, il sentimento dell’umanità.
    Scrivere perché è l’ultimo cielo di speranza, l’ultimo mare, l’ultimo carne che unisce gli uomini, l’ultima bellezza, l’ultimo ramo del mondo, l’ultima carezza, l’ultima neve.
    Si leggendo, caro effeffe, ho trovato un soffio di consolazione.
    La scrittura non crea santi, ma umanità. E ho trovato leggendo Roberto Saviano e Rosaria Cappachione l’urgenza di scrivere, di testimoniare, di riflettare la realtà, di fare parlare il silenzio.
    L’urgenza: salvare una isola di terra, affermare il vincolo con un paese, inventare un sole di rivolta, con una scrittura limpida, nuda, pietra luminosa, semplice, conosciuto da quello ama la sua terra.

  128. véronique vergé il 18 giugno 2009 alle 15:55

    E’

    Si, leggendo

    conosciuta

  129. Zortan il 18 giugno 2009 alle 16:44

    @ effeffe

    è proprio difficile attraversare il “male” senza prendersi per un’incarnazione del bene ( o della bellezza)…

  130. francesco forlani il 19 giugno 2009 alle 01:05

    @ zortan
    rileggevo un passaggio tratto dalla chute di albert camus che scriveva:

    Oggi, noi siamo sempre pronti a giudicare, come a fornicare. Con questa differenza, che non c’e il timore di non riuscire”

    “Allora per non essere giudicati tutti si affrettano a giudicare. Che vuole, l’idea più naturale nell’uomo, l’idea che gli viene ingenuamente, come dal fondo della sua natura, è quella della propria innocenza. Per questo riguardo, siamo tutti come quel ragazzo francese il quale, a Buchenwald, si ostinava a voler esporre un suo reclamo allo scrivano, anche lui prigioniero, che registrava il suo arrivo. Un reclamo? Lo scrivano e i suoi compagni ridevano: “E’ inutile, caro mio. Qui non si reclama”. “No, guardi”, diceva il ragazzo, “il fatto è che il mio caso è un caso eccezionale. Io sono innocente!”.

    insomma meditavo su cose così
    effeffe

  131. AMA il 19 giugno 2009 alle 02:36

    I martiri non costruiscono le chiese, bensì sono punti di riferimento oppure un alibi. Sono seguiti da preti e da bigotti.
    Albert Camus

  132. Zortan il 19 giugno 2009 alle 06:51

    @effeffe

    non immaginavo tu fossi francese…

  133. francesco pecoraro il 20 giugno 2009 alle 10:10

    @ff
    dov’è questo Camus?
    diari?

  134. effemme il 20 giugno 2009 alle 11:35

    Albert Camus, La caduta, Bompiani, 1956.

    Non so se è mai stato ripubblicato.

  135. francesco pecoraro il 20 giugno 2009 alle 14:00

    @ff
    si adatta alla perfezione come commento al post sulla morte del giovane rumeno.

  136. Alcor il 20 giugno 2009 alle 14:04

    E’ vero.

  137. effemme il 20 giugno 2009 alle 14:21

    Quel romanzo monologante di Camus è uno dei tanti grandi libri dimenticati.
    Forse proprio perché sarebbe ancora in grado di inquadrare parecchie realtà di oggi.
    Compresa questa.

  138. véronique vergé il 21 giugno 2009 alle 17:53

    La chute è un’interrogazione sull’ombra di colpevolezza dentro l’uomo.
    Se l’opera di Camus irradia in pieno senso solare, se ha l’innocenza del mare, l’uomo è dilaniato tra sopportare il destino e cercare la libertà, tra l’assenza di gesto per lottare, o il gesto decisivo nel momento sospeso in cui la tragedia umana è in gioco.

  139. viky il 26 giugno 2009 alle 19:56

    Ecco, anche se in ritardo, io quoto effe effe del primo post( anzi lo copio-incollo sul pc e me lo salvo; per me è una lezione). Gomorra è scritto con i sensi, col corpo e per questo cosente al lettore di entrare nelle cose che descrivere. Leggedo la camorra mi faceva schifo quasi quanto ne faceva a Saviano, e tanto quanto mi fanno schifo quei signori che ogni giorno vedo scalpitare nelle celle di un tribunale durante i processi, mafiosi, spacciatori, usurai, veditori di morte responsabili di suicidi di migliaia di ragazzi.
    Mafia prima di Gomorra significava droga, piovra, traffici illeciti non economia, business, ed era sopratutto qualcosa di astratto, lontano, relegato in terre disgraziate e martoriate, Saviano è riuscito con la sua penna, con le sue parole efficaci, semplici, a farci capire che la mafia è un problema di tutti, che ha delle ricadute nella vita di chiunque, non solo degli affiliati. Siamo tutti egualmente responsabili del Sistema. E poi: chi l’ha detto che questa non è letteratura?



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