Diorama

30 giugno 2009
Pubblicato da

diorama_1

di Chiara Valerio

Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare.
Gente spaesata , C. PAVESE

Stasera senza motivo abbiamo apparecchiato con i piatti spiani. Non più con i fondi, come se fossero volgari o semplicemente non rispecchiassero più un modo di mangiare. Lo ha fatto mia sorella più grande, che va all’università e stasera cena con pomodori pachino senza sale, un filo d’olio e scaglie irregolari di parmigiano che odorano di latte e si sbriciolano al solo guardarle. Mia mamma l’ha apostrofata con Che snobismo. Io sono rimasta zitta a sminuzzare la carne e a ostracizzare l’insalata sul bordo del piatto.

Non ho capito perché mia madre ha usato una parola che riserva agli amici che tornano da Milano per un fine settimana decantando le lodi di una bottiglia di vino piccola piccola e di solito polverosa, ho pure creduto, all’inizio, che Marta le rispondesse sprezzante col suo sorriso sghembo e invece ha cacciato la testa nel piatto e continuato a mangiare ma goffamente. Senza assaporare. Io capisco benissimo quando Marta mangia tanto per finire il piatto, senza gusto. Così ho infilato in bocca una grossa foglia di insalata per compagnia e cominciato a fare mente locale. Che significa pensare intorno a un argomento e cercare di capire quali sono le sue componenti fondamentali. E anche i legami logici con le cose. Quando mia sorella Marta non trova qualcosa mamma sogghigna Fai mente locale. Allora io e l’insalata abbiamo deciso di farlo con i pomodori. Intorno a, insomma. I miei cugini li mangiano senza pelle, noi tagliati grossi e conditi con origano basilico e olio di oliva. Anche col sale che altrimenti non sanno di niente. Mio nonno li mangiava a morsi, sì, li raccoglieva dalle piante li spolverava sulla maglia di lana e poi li mordeva. Io non ho mai visto mio nonno ma in due fotografie lui addenta un pomodoro rosso sbiadito. Come fosse una pesca succosa. Perciò io so come nonno li mangiava. Se fosse stato un dipinto ci avrei creduto di meno, me lo chiedo ogni tanto e non lo so.

Anche Marta mette in bocca un pomodoro rosso ciliegia, come mio nonno che, assolutamente, non era uno snob. Sembra che gli snob portino le polo coloratissime sotto le giacche e le scarpe da ginnastica sotto i pantaloni eleganti. Così ho guardato mamma che aveva gli occhi puntati su Marta concentrata sul piatto. Da così vicino deve avere l’impressione di mangiare macchie di colore. Non hai ancora finito Elisa, è ora che ti sbrighi, devo dire una cosa a Marta, E non posso sentire, Certo, appena hai finito i compiti puoi partecipare anche tu, Ma mamma. Marta mi ha regalato il suo sorriso intrigante oltre il pettine dei capelli. L’ho visto solo io. Il suo sorriso che dice Lascia perdere è la solita storia. Marta discute sempre con mamma. Io ho sentito le mamme del quartiere discutere perché le figlie escono con le gonne troppo corte e Marta non mette mai le gonne, se ne sta con i jeans e i maglioni tutti uguali e anche se non è elegante a me piace, è diversa. Eppure mamma la rimprovera proprio con le stesse parole delle mamme delle mie amiche Ma cosa vuoi che pensi la gente. La gente dovrebbe essere assorta. In salotto troneggiano plastici splendidi che Marta ha costruito alle scuole medie e che io non realizzerò mai. Ho la fantasia ma mi manca un po’ di costanza. Forse perché sono ancora una bambina.

Persone in circolo o una sopra l’altra rapite dall’orizzonte disegnano geometrie mura strade e piazze. Donne con gonne tronco-coniche aspettano che qualcuno attacchi la musica, uomini che invece di radici allungano fondamenta cubiche nella balsa. Teste sferiche che galleggiano ignare sui toraci parallelepipedi dei sentimenti comuni. Mamma li guarda e fa No con la testa. Ma cosa vuoi che pensi la gente. D’altra parte alzarsi da tavola significava non rimanere a mangiare l’insalata e così a testa bassa e senza dire niente mi sono avviata e chiusa nella stanza. Che poi è la mia stanza con Marta. Marta è più importante dell’insalata ma lei mi ha sorriso come per dire Vai vai. Marta bisogna sempre interpretarla un po’. L’ho sentita sbuffare e la sedia biascicare sulle maioliche e mamma accen-dere una sigaretta. Tutte queste sigarette.

Marta ogni tanto fuma ma non mi propone mai di fare un tiro, lei è così, fa le cose che non si devono fare come fumare e non cerca di trascinarti o convincer-ti. Mai. Non cerca di convincerti nemmeno quando ha ragione. Ecco perché mamma continua a discutere con Marta che invece non discute proprio con nessuno. Povera mamma deve essere snervante e povera Marta che poi non dorme per leggere. Io lo so che Marta non dorme per recuperare tutto il tempo che ha perso a discutere di questioni indecifrabili.

Non con me, Marta dice Tu sei un’altra cosa scoiattolo. E io mi arrampico sul suo letto frondoso di lino e la guardo leggere. Zitta zitta zitta. Marta mi piace perché è intelligente. Io sono orgogliosa di lei anche perché è mia sorella. Una volta dal tabacchi ho sentito Menomale che questa qui non è come l’altra, mi sono voltata e la tabaccaia e suo marito mi hanno sorriso con Ciao Piccola. Hanno agitato i palmi vili e io avrei voluto picchiarli. Chissà la gente qui cosa pensa di Marta ma non nel senso della mamma. Anche dal fruttivendolo mi guardano e insieme alle mele il fruttivendolo si informa E a casa tutto bene papà mamma la nonna. Di Marta il fruttivendolo o i suoi commessi non chiedono mai. Io, Stiamo tutti bene, anche Marta ha quasi finito l’università, Così va da un’altra parte, Cosa, Niente bambina questa frutta è raccolta ad arte. Il fruttivendolo ha increspato le labbra codarde e io avrei voluto sputarlo. Noi viviamo in un paese piccolissimo, dalle nostre finestre si vede uno scampolo di mare e le case dei nostri vicini che sono molti degli abitanti del paese. Non so perché le case siano così concentrate. Marta dice che di-pende dal fatto che fino al millenovecentosessanta è stato essenzialmente un borgo di pescatori e l’unica cosa che il boom economico si è trascinato dietro è stata l’apertura di un bar di una piccola filiale di una grande banca e di un Conad ma questo più tardi, intorno agli anni ottanta.

Io di numeri non capisco niente ma Marta dice che ci sono numeri che sono date e non bisogna mai dimenticarli. Sono una bussola, Come un ago magnetizzato, Scoiattolo sei la cosa più arguta che io abbia incon-trato. Arrossisco. Io avrei preferito che rimanesse un paese di pescatori, un posto di gente troppo impegnata a tirare le reti per criticare gli altri. È come se vivessimo troppo vicini e ci pestassimo i piedi. Una volta sono andata con la mia classe in un borgo di pescatori rimasto intatto. Qui vicino, a qualche chilometro. Mi è piaciuto moltissimo, c’erano le paranze e uomini con la pelle abbronzata e la pipa. A un certo punto tutto mi è sembrato perfetto. Marta mi ha detto O corrotti o plastificati. Io non ho capito ma ero troppo stanca per chiedere spiegazioni e Marta voleva leggere. Certe volte se non capisci subito quello che dici Marta si irrita. La maestra era entusiasta del borgo. Il giorno dopo ci ha chiesto di scrivere le nostre impressioni e io ho concluso con O corrotti o plastificati lei ha strappato il foglio davanti a tutti e mi ha bacchettato il palmo Non voglio che parli mai più con tua sorella. Quando l’ho riferito indignata a mia madre lei ha sbuffato Non ha tutti i torti.

Nessuno capisce l’amore di Marta, tutti pensano che lei sia come gli altri, che parli per un pregiudizio o perché si sente migliore, invece no. Marta osserva e descrive, senza giudicare. Lei ama questo posto e loro fino a piangerne. Certe volte guarda le vecchie case o i pergolati di edera sulle ringhiere arrugginite e sorride soddisfatta. Marta quando cammina per la strada respira a pieni polmoni. Prima tutta una parete della nostra stanza era tappezzata di polaroid del paese. Era una parete bellissima, a posto delle case c’erano le persone. Immobili come case. Marta ha detto Così tutto sembra più vivibile perché se ne può discutere. Ma nessuno parla. No, no. Anche nelle foto se ne stanno fermi, guardinghi senza negli occhi nessuna curiosità. Eppure il resto del mondo e così prossimo che potrebbero saziare tutte le questioni. Una per una e una alla volta o a grappoli. Guardano le cose le case gli altri per poterne sparlare e nessuno guarda Marta. Marta li spaventa e li fa sentire menagrami ecco perché non la nominano nemmeno. Lei li ha fotografati tutti, uno per uno e uno alla volta, la luce delle foto è accecante e diversa come se, nei riquadri polaroid, ognuno vivesse su un pianeta con una luminosità differente dalle altre.

Ciascun uomo è un mondo intero anche se piccolo, non un’isola, capito scoiattolo.

Io penso che col mare vicino è meglio essere un’isola ma Marta mi sorride e dice Forse hai ragione e io non so che pensare. Il giornalaio galleggia in una luce gialla il droghiere in una viola nel mondo della professoressa di filosofiail cielo è d’acciaio piove ma mentre gli altri si coprono la testa lei cammina comunque guardando avanti, papà sta nella luce rossa della sera che preannuncia le belle giornate, sul pianeta di mamma è notte e la brace della sigaretta le rischiara il volto come in un quadro del seicento. Lo ha detto Marta. Come in una Caravaggio ha detto.

Io odio gli scaravaggi e Marta ha riso. Sono infidi e quando accendi la luce scappano, mamma non scappa, si nasconde nei singhiozzi cupi solo quando Marta parla sottovoce. Io invece la cerco affinché parli e infatti nella mia luna che sarebbe, nell’universo di Marta, la villa comunale, la luce è primaverile, fresca, gli oleandri sono velenosi e fioriti e purpurei e io sono un confetto nel vestito rosa. Dalle istantanee si capisce a chi Marta vuole bene e chi invece non sopporta. Le fotografie non dicono nemmeno una bugia. Forse perché non possono provarci. Le pa-role ci provano sempre a frodarti. Le fotografie non dicevano una bugia prima che un giorno mamma le staccasse e le bruciasse una per una, prima si divertiva con noi e diceva anche È una buona idea, poi non so cosa è successo ed è venuta a tirarle via con rabbia, ha lasciato solo quella di Marta e si è tenuta la mia e quella di papà sul comodino. Sul mondo di Marta non c’è nessuno, solo un lembo di spiaggia invernale col cielo colore del ghiaccio, azzurro acqua fredda, azzurro acqua e polvere di gesso, l’ho notato dal marmista, mamma non lo sapeva che quello era il mondo di Marta o ha fatto finta di niente perché le dispiaceva e lo ha preso come un panorama. Adesso la foto sta lì in mezzo all’intonaco a scacchi di nastro adesivo irrigidito e ingiallito dall’aria. Marta quando entra in camera prima ancora di poggiare lo zaino mi scompiglia i capelli e mi dice Ha ragione mamma mi sono fatta il deserto intorno. Io le dico Io ci sono e lei me li scompiglia di più, poi l’abbraccio. Dì alla maestra che sono io a parlare con te e non tu con me, vedi cosa risponde, Che me lo hai suggerito tu, L’ho sempre detto che la maestra Nica è una donna perspicace.

Nel mondo di Marta ci saranno pure le case e le persone ma non si vedono, il mare non è in nessun’altra foto, Che pretesa ha detto mamma. Io me ne sto così con le voci di sottofondo, mamma una lima sorda e Marta solo sorda, a osservare la parete rapinata e a pensare che tutto accade così in fretta che non si può far altro che assistere. È inutile che mamma pensi che se avesse capito, qualcosa sarebbe cambiato. La parete che sembra stare lì da secoli e invece è così da solo una settimana ne è un esempio. Un post it.

E io la guardo e me la stampo in mente. Anche se poi non riesco a dormire bene. Quando Marta entra in camera è fluorescente di sfinimento, io fingo di dormire per prendermi il bacio della buonanotte sul-la fronte. Vorrei dormire con lei. Marta è profumata come nessuno, nemmeno la maestra Nica lo è così eppure vive sopra al salone di bellezza. La maestra non sa nemmeno un quarto, che è di meno di metà anche se quattro è maggiore di due e io non ho ancora capito bene la logica, delle parole che sa Marta ma conosce un sacco di storie e di nomi di piante e fiori e insetti che solo a nominarli ron-zano estivi nelle aule senza termosifoni. Una volta Marta mi ha detto Questo posto sta tutto nel palmo di una mano, le persone sono piccole e le strade strette per qualsiasi confidenza, le camere asfissianti, passa una corriera all’ora e non c’è il cinema, questo posto me lo tengo nel palmo di una mano Elisa e lo sbriciolo come una zolla di terra arata di fresco. Subito mi sono messa a piangere poi però quando Marta non c’è o, come adesso, è di là a discutere io tendo bene il palmo della mano ci faccio stare tutto il paese pure con i ronzii delle zanzare e poi piano piano lo stritolo. Quando è arrabbiata Marta rompe quello che ha a tiro.

Spero che non distrugga mai i suoi plastici. Stritolare spegne tutte le voci che non capisco e non capisco neppure come Marta faccia a trattenere tutta quest’acqua di mare. Io, ogni volta che stritolo il paese mi spugno.

[la foto in apice è di lavinia_a]

Tag: , , ,

27 Responses to Diorama

  1. anonimo il 30 giugno 2009 alle 09:03

    piatti “spiani”?

    • chiara valerio il 30 giugno 2009 alle 09:18

      volevi il corsivo per indicare il dialetto, anonimo?
      o le virgolette?
      chi
      ;-)

  2. silvia il 30 giugno 2009 alle 10:05

    una meraviglia.
    i mondi più belli sono quelli fatti di parole inventate, storpiate, vive.

  3. francesco forlani il 30 giugno 2009 alle 11:03

    chiara vale!
    effeffe

  4. Marco Aragno il 30 giugno 2009 alle 11:42

    Bellissima riproduzione del linguaggio e dell’universo infantile.

  5. Marco Aragno il 30 giugno 2009 alle 11:52

    P.s.
    Il paese descritto è Scauri, vero?

  6. chi il 30 giugno 2009 alle 12:08

    si’, scauri.
    la mia citta’ senza grazia (e la mia tastiera senza accenti)
    come ha scritto ortese.
    :-)

  7. véronique vergé il 30 giugno 2009 alle 12:42

    Un racconto limpido com un’isola di blu infanzia,
    chiaro, dolce, senza l’amaro.

    I pomodori, amo con acciughe, uova
    o allora crudo, quando il pomodoro è venuto nel giardino
    privato, piccolo, di forma indecisa.

  8. Massimo il 30 giugno 2009 alle 12:57

    Insipido

  9. véronique vergé il 30 giugno 2009 alle 13:03

    Massimo,

    Per te dolcezza è sinonimo di insipido?
    Peccato…

  10. giordano il 30 giugno 2009 alle 13:29

    brutto il racconto, foto non di fotografia si tratta, qua non basta mettere il nome per fare un autore sveglia bacchettoni italiani pieni di cattive scuole italiane trombone e senza occhi. il tutto insipido.

    • chiara valerio il 30 giugno 2009 alle 14:55

      @ giordano. anonimo sotto il grande filosofo.
      grazie comunque di averlo letto tutto.

      Diorama e’ un racconto che ho scritto forse dieci anni fa, e nonostante questo, nonostante certe cose nel mio modo di scrivere siano cambiate, io lo trovo affettuoso e bambino. Non so se come scrive Diamante ci sia un segreto nel racconto. O solo se e’ una narrazione che torna, come un bagnasciuga. Non lo so. Ma per me appartiene all’aria di un certo tempo e pure a questa. a una capri piccola, a una provincia immobile, e quindi pure un po’ fuori dal tempo.

      e questo.

  11. Paolo S il 30 giugno 2009 alle 14:28

    Bellissimo! C’è una grazia sottile e fragile, ma allo stesso tempo hmmm… combattiva. Stravedo?

  12. Diamante il 30 giugno 2009 alle 14:35

    Appena iniziato a leggerlo ho deciso che non mi piaceva, ma proseguendo ho cambiato idea. Il segreto del racconto è il ritmo, la nenia, l’ossessività delle ripetizioni. Marta…Marta…Marta…Ci si immerge in una ninna nanna, e più si va avanti, meno emergono stonature. Che a mio avviso ci sono: “ostracizzare l’insalata”, “troneggiano plastici splendidi”, “mi hanno sorriso con Ciao piccola”. Ma nel complesso, ripeto, il racconto (o quel che è) ha una sua ragion d’essere intrinseca, uno si mette a leggerlo e, che gli piaccia o no, ci scova un senso, un motivo pur nell’esilità narrativa. Poiché nell’esilità s’infiltra il pathos.
    ps: buona l’idea del discorso diretto mascherato, piantato lì senza virgolette e quasi inosservato, ma che irrora nei punti giusti il testo.

  13. francesco forlani il 30 giugno 2009 alle 15:42

    un unico grande rammarico chià!!
    di non averlo letto due mesi fa. Un paginone di slow sud sarebbe stato tutto per il tuo racconto, insieme alla mela di Helena
    per quanto riguarda i detrattori – non i critici che fanno bene comunque quando fanno bene il loro mestiere – mi complimento con te chiara. E’ il segno della tua famosità la loro fame

    effeffe
    ps
    La mia infanzia felice resta sulla sabbia del campo di calcio di fronte al lido del sole , il campo Pirae

  14. Roberto Lo Prejato il 30 giugno 2009 alle 17:18

    Ogni volta che leggo qualcosa di Chiara penso sempre : non sono un letterato :)

    Come sempre un fiume di parole in piena….e pensieri e domande sul suo significato ultimo
    Ritmo lento.

    P.s. ma le parole col trattino derivano da problemi di impaginazione o sono sofismi letterari a me ignoti? :)

  15. no/made il 30 giugno 2009 alle 17:45

    un racconto che porta benissimo i suoi anni.

  16. massimo il 30 giugno 2009 alle 23:09

    Detrattori? Famosità? Fame?

  17. stefania m. il 1 luglio 2009 alle 00:29

    La mia natura contorta mi porta a leggere e ad amare testi maniacalmente complessi, strabordanti di aggettivi, eccessivamente ricchi, scanditi da passi convulsivi e stucchevoli che rendono quasi soffocante la lettura. Non so perchè. Mi piace la sensazione tachicardica che mi danno. Più sono incasinati più rivedo il mio mondo di pensieri e parole.
    E vibro di piacere.
    Questo testo è diverso. Dopo un approccio, lo ammetto, diffidente, l’ho apprezzato. Molto.
    Sono riuscita, in un secondo momento, con una lettura più attenta e sottile, a percepire il sentimento che legava le parole. L’ansia di Elisa, manifesto nel suo amore per Marta, nelle sue premure per la sorella, quasi eccessive, quasi commuoventi. Ansia inizialmente celata da una composizione e da un lessico volutamente puri e infantili, interrotti puntualmente da tocchi brillanti, inaspettati, dal ritmo veloce e dai termini ricercati e forbiti, maturi, evoluti. Piccole sorprese letterarie.
    Una lettura caratterizzata da un’adrenalina più lenta, ma non per questo meno apprezzata.
    E poi c’è Marta. Una Marta ribelle, complicata, anti-conformista. Si rifiuta di assecondare regole e sistemi del meccanismo perbenista e bigotto intrinseco nei piccoli paesi. Diversa. Snob!. Non viene capita, e comunque lei non capisce il mondo. Soffre per mancata possibilità di espressione. Fugge, virtualmente, dal piccolo paese. Ma in realtà è il paese che fugge da lei, perchè è diversa. E le toglie respiro, linfa vitale.
    Mi piace Marta. Forse perchè raccontata così appassionatamente dagli occhi innamorati di Elisa. O forse, perchè in qualcosa, non so in cosa, ma c’è qualcosa…. rivedo un pò della mia anima.

  18. stefano il 1 luglio 2009 alle 10:17

    Che dire?Bello.Complimenti Chiara.Ho rivisto in Marta un pò mia sorella…vecchi ricordi e sensazioni lontane nel tempo….Grazie.

  19. chi il 1 luglio 2009 alle 10:35

    quando leggo e trovo gli echi sono felice.
    che a qualcuno faccia eco le parole, fossero anche le mie, mi fa saltellare lieta. e questo.
    :-)

  20. francesco pecoraro il 2 luglio 2009 alle 17:58

    mi piace la scrittura di chiara.
    il racconto è bello, ma le prime otto righe sono strepitose.
    fateci caso.
    fate caso a come immediatamente chiara riesca a costruire un triangolo relazionale aperto ad ogni sviluppo narrativo.
    se il racconto ha un difetto forse sta proprio nello sviluppo mancato, nel suo raccogliersi e tenersi assieme tutto già nella prima scena, nella prima scelta tra piatti spiani e piatti fondi (ma forse intenzioni di sviluppo non ce n’erano, forse doveva restare così, misterioso e immotivato).
    di chiara ho letto recentemente Nessuna scuola mi consola e ancora una volta ne ho ammirato la scrittura anche se non ho capito qual è la sua tesi (se c’è).

  21. chi il 2 luglio 2009 alle 19:55

    tash,
    secondo te posso avere una tesi?
    volevo scrivere una cosa senza ideologie e quindi, per me, senza tesi.
    forse, in maniera naive, per far passare l’idea che la scuola oggi sia senza tesi, e che senza tesi si impara meglio. almeno a livello dis cuola superiore.
    poi. che le prime otto righe di qualcosa di mio siano strepitose me lo tengo stretto stretto come un’uvetta passa in un biscotto.
    che è metafora rustica per dire che ci son cose che non controllo e cose che credo di controllare ed entrambe, quando vengono aggettivate da un lettore come te, mi meravigliano.
    e questo,
    merci ;-)
    chi

  22. francesco pecoraro il 2 luglio 2009 alle 21:34

    Sono un lettore rozzo, Chiara.
    Il tuo libro me lo sono letto in metropolitana, un po’ ogni mattina e ogni sera: mi agevolava il formato.
    In metropolitana mi concentro come in nessun altro luogo, dunque l’ho passato a scanner, il libro, ed avevo pure cominciato a scrivere una recensione, ma poi mi sono detto: non sei tu troppo rozzo per scrivere recensioni a chicchessia?
    Ho pensato che il tuo è un libro sui docenti, più che sugli studenti o sull’insegnare.
    Su umani e umanesse del tutto normali che si ritrovano a dover vivere e gestire un rapporto bruciante con altri umani, di altra generazione e dunque cultura.
    E non solo: dal tuo libro esce che il professore/pressoressa sta alla società italiana come la città di Berlino sta alla storia del Novecento: è il punto di applicazione di tutte le forze e le tensioni che vi si sprigionano.
    Allora forse avrei voluto vederci dentro più alunni & più dolore & più ideologia.
    Io non riesco a farne a meno, dell’ideologia.

  23. stefania m. il 2 luglio 2009 alle 23:51

    Ho riletto le prime 8 righe, come consigliava Francesco. Nelle quali, effettivamente, è racchiuso il tutto, il nocciolo del racconto. Sono svelate parentele, relazioni tra i protagonisti, stati d’animo, seppure velatamente e garantendo un ampio ventaglio di possibilità alla narrazione.
    Già si percepisce l’orgoglio di Elisa verso la sorella (“mia sorella grande, che va all’università”). O l’ostilità della madre, nei confronti di Marta (“che snobismo”) utilizzando come pretesto una banalità, facendo già presagire un rapporto astioso e conflittuale.
    Forse è questo. Per queste 8 righe, lette senza la giusta attenzione, alle quali non avevo dato il peso necessario. Che la mia lettura – come commentavo precedentemente – è stata meno adrenalinica del previsto. Forse non c’entra l’ingenuità del testo, il racconto “bambino”.
    Forse, se hai completa consapevolezza degli elementi che costruiscono il racconto, se hai già il sentore di come potranno evolversi i temi, la lettura non scorre veloce alla ricerca avventata dei colpi di scena, del finale a sorpresa trascendentale (che, spesso, si rivela pure deludente). Forse la lettura è più controllata, intenta ad assaporare la scelta delle parole, i passi, i virtuosismi, la composizione. Con un appetito letterario non più vorace e disattento, bensì corretto, cauto ed equilibrato. Più razionale.
    Così ti ho “letta”, Chiara. ;-)

  24. chi il 3 luglio 2009 alle 08:58

    @tash
    non credo che tu sia un lettore rozzo. ma e’ una ipotesi, forse addirittura una ideologia. in ogni modo e’ un libro sui professori, sui professori un po’ eterni studenti, sui docenti che un po’ perche’ sono come tutto il resto del mondo, riescono a cambiare il mondo circostante. anzi le circostanze. geografiche ed emotive. forse e’ vero pero’ che e’ un libro senza dolore. e lo e’ di certo nella misura in cui e’ un libro sulla curiosita’, che per me e’ la cosa piu’ distante dal dolore. e questa pure forse e’ ideologia. che non mi ritrovi immune?

    @stefania m.
    trovo bello e inquietante che questa bella e balsamica acribia con la quale hai (e altri hanno) letto il racconto (prima e dopo l’abbrivo di pecoraro) arrivi adesso, su questa scrittura che io ho messo qui perche’ mi pareva estiva, perche’ l’estate e’ un luogo piu’ di qualsiasi altra stagione e sulla quale in fondo, a distanza di dieci anni, non avevo nemmeno piu’ pensato. solo questo. pero’ bello.

  25. Anna Tellini il 4 luglio 2009 alle 12:02

    mi fa sempre stare un po’ a disagio leggere di bambini, come se subito in loro ci fossi io, ossia il me bambino che non ha più scordato quanto sia difficile esserlo; e poi mi incanta leggere del mare, anche se poi sto un po’ male perchè l’ho perduto, non è più lì che vivo, posso solo sospirarlo; e dunque leggere di bambini e mare è un colpo sotto la cintola, e mi scattano le difese, e prendo come le distanze, e rischio di non vedere la scrittura; e poi c’è l’isola, e l’isolamento, così pericolosi perchè così attrattivi, da perseguire quasi; insomma no, non credo che sia un racconto estivo, e tantomeno esile. Ciao Chiara, grazie



indiani