Tetti di vetro

5 luglio 2009
Pubblicato da

di Antonio Sparzani
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Vorrei tanto condividere con voi questa esperienza dei tetti, cioè farveli proprio vedere da qua – con vicino il tè scuro che fuma nel bicchiere di vetro – perché dopo un po’ che li guardo, vedo anche il brulichio di persone che si muovono sotto di essi. Vedo con intenso piacere il colore bruno-rossastro del tè e questo perché insisto a berlo nel bicchiere di vetro, quello col filtro pure di vetro, che si toglie dopo i regolamentari minuti, tre o quattro per questo pu-erh, e così penso i tetti anche di vetro e vedo tutti quelli che si agitano là sotto. Beh, non tutti si agitano, certo, c’è quel signore in poltrona che legge il suo romanzo preferito, sarà un noir del Biondillo, mi fantastico io, ma poi gli guardo i capelli così a postino e mi rassegno, quello al massimo legge Faletti, mentre la moglie, sull’altra poltrona, chignon e scialle di seta violetto, legge la Sveva Modignani, Sperling & Kupfer a go-go. Mi piacerebbe in ogni caso fargli segno da lontano e chiedergli cosa ne pensa, ma poi mi dico che non vorrà essere disturbato in uno dei suoi momenti di relax.

La ragazza del balcone qua di fronte la vedo bene anche nei momenti normali, quando il tetto non sembra di vetro, che tra l’altro ha una tegola del colmo bella spaccata, c’entrerebbero i ruscelli, e l’hanno appena rifatto, con un baccano da non dire. Lei esce spesso sul balcone a curare i gerani e a stendere i panni – il padre esce solo per sbattere il tappeto pesante – è carina e sbrigativa, due occhiate in giro e via andare. Potrebbe anche leggere, mah, non lo so cosa leggono i giovani, se l’avesse in casa potrebbe perfino leggere Calvino, asciutta com’è. Mi piacerebbe chiederglielo, però non oso, dovrei gridare per farmi sentire a dieci metri di distanza, con tutti i vicini, figuriamoci, no, l’ideale sarebbe incontrarla in strada, qua sotto come per caso, questa è una via quieta, due parole si fanno tranquillamente, il libro glielo presto volentieri, guardi, ne ho tanti, ne parliamo davanti a un aperitivo, perché no. Viaggi e miraggi cantava De Gregori, appunto, miraggi.

Più in giù nella strada ci sono studi professionali, uno studio di avvocate, tutte donne, anche le impiegate, perché sa, mi confidò un giorno l’avvocata R., è difficile “governare” gli impiegati maschi, difficile che accettino ordini da una donna. Non so, sarà così nel piacentino, mi spero. Le avvocate comunque non han tempo di leggere nulla all’infuori di sentenze/pandette/circolari applicative, la mattina in tribunale, pomeriggio i litigiosi clienti, la sera tardi tornano stremate a casa, marito più televisore. Il sabato si lavora anche di più perché non ci sono le impiegate e la domenica dai suoceri. Al più leggono Libertà, il quotidiano cittadino, speriamo non l’altro cosiddetto quotidiano, berlusconico di provincia, velenosi pettegolezzi locali a tutto spiano.

Invece l’architetto in pensione che sta lì un po’ più giù, sotto quel tetto così trasparente, e con davanti quel bel giardino interno pieno di piante ben curate – ma solo di provenienza autoctona, mi raccomando – adesso che è in pensione, giù con il disegno e la pittura e qualche buon libro di giardinaggio; tanto poi ci sono tutti i libri dei figli, che ora fanno l’università e han sempre letto molto, la figlia soprattutto, onnivora lettrice, da Steinbeck a Tolstoj, da Mann a Proust e Calvino anche lei. Che un po’ la invidio, veramente; come fa: io da ragazzetto avevo in casa tutti i libri di mia madre, onnivora di prima forza, una volta lessi, così un po’ a caso, Resurrezione di Tolstoj, arrivando alla fine con quella fortunata giovanile cocciutaggine che si sa: nulla ne capii, nulla ne ricordo se non un vago flash, non era libro per quell’età, o almeno non per quella mia età. Passai rapidamente a Remarque, che lessi voracemente, e che ancora ricordo con vera emozione.

Tolstoj l’ho avvicinato solo passato il mezzo secolo, cominciando da Guerra e pace, che lessi, in un primo tempo, a causa di un aggancio scientifico, sì, perché Tolstoj, anche lui voleva saper di tutto e in realtà sapeva, in particolare aveva una qualche non banale idea del calcolo integrale – visto che non ci credete vi copio qua sotto il passo – funzionale a una precisa filosofia della storia, ogni avvenimento è la somma di tantissimi fattori piccoli piccoli, niente grandi uomini di genio, macché Napoleone! Nessun merito ebbe, né alcuna colpa per la disfatta (di cui austeramente gode Lev Nikolaevič) nella campagna di Russia [per notizie vedi qui] del 1812. Certo che poi, quell’aggancio l’ho benedetto assai, perché Guerra e Pace è un quadro meraviglioso, lasciatemi spendere quest’aggettivo, di tutto un paese, e dei fili che Tolstoj sa intessere, e fascinosamente assai, sotto gli avvenimenti pubblici e privati di quell’epoca ormai così lontana

Ma il tè è ormai tiepido e sta finendo, è vero che siamo al solstizio, ma il cielo già trascolora, la luce cambia – un’altra volta – i tetti si oscurano, i piccioni vanno a dormire vicino ai comignoli, chissà, si sentiranno protetti. Andrò a bagnare le piante che a quest’ora sembra proprio lo chiedano; tanto che restituiscono poi un profumo e una frescura che neppure sembra di stare in un caldo giorno d’estate su un balcone del quinto piano di un condominio piacentino.

Postilla che rammenta che in Guerra e Pace non si parla solo delle alterne vicende del principe Andrej Bolkonskj, della bella Natasha Rostova e del conte Pierre Bezuchov. Ecco l’incipit della parte terza del Libro III. Dovete perdonare a Tolstoj la valutazione non abbastanza precisa e puntuale del cosiddetto paradosso di Achille e la Tartaruga (sul quale ricorderete forse questo mio tentativo di chiarificazione). Tolstoj scrive Guerra e Pace negli anni ’70 dell’Ottocento, una sistemazione chiara del calcolo differenziale era recentissima (Richard Dedekind sistema il campo dei numeri reali nel 1872). Ecco a voi Guerra e Pace:

«La mente umana non riesce a concepire l’assoluta continuità del moto. Le leggi di qualsiasi movimento si rendono comprensibili all’uomo solo quando egli osserva come a sè stanti alcune unità di questo movimento. Ma è proprio da questa arbitraria divisione della continuità del moto in unità discontinue che deriva gran parte degli errori umani.

È noto l’antico sofisma secondo cui Achille non raggiungerà mai la tartaruga che gli cammina davanti, sebbene Achille proceda dieci volte più veloce della tartaruga; quando Achille avrà percorso lo spazio che lo divide dalla tartaruga, la tartaruga avrà percorso un’altra decima parte dello stesso spazio; Achille percorrerà questa decima parte e nel frattempo la tartaruga ne percorrerà una centesima parte, e così via all’infinito. Questo problema appariva insolubile agli antichi. L’assurdità della conclusione (Achille non raggiungerà mai la tartaruga) derivava unicamente dal fatto che si consideravano, in modo arbitrario, unità discontinue di moto, mentre il moto di Achille e della tartaruga avveniva in modo continuo.

Prendendo unità di moto sempre più piccole, noi non facciamo che avvicinarci alla soluzione dei problema, ma non la raggiungeremo mai. Solo ammettendo una grandezza infinitamente piccola, e una progressione ascendente da essa fino al decimo grado, e riferendoci alla somma dei termini di questa progressione geometrica, possiamo raggiungere la soluzione del problema. La nuova branca della matematica che ha trovato il modo di trattare le grandezze infinitamente piccole, suggerisce oggi risposte che prima sembravano impossibili, anche per problemi più complessi.

Questa nuova branca della matematica, sconosciuta agli antichi, nel momento in cui ammette, a proposito dei problemi del moto, grandezze infinitamente piccole come quelle in cui si ripristina la condizione principale del moto (cioè l’assoluta continuità), corregge l’errore che la mente umana commette inevitabilmente quando esamina singole unità del moto invece del moto continuo.

Nella ricerca delle leggi degli avvenimenti storici accade esattamente la stessa cosa.

I movimenti dell’umanità, essendo l’espressione di un numero infinito di volontà umane, si compiono in modo continuo.

Impadronirsi delle leggi di questo movimento è lo scopo degli storici. Ma per afferrare le leggi del movimento continuo costituito dalla somma di tutte le volontà umane, la mente dell’uomo utilizza unità arbitrarie e discontinue. Il primo passo di ogni ricerca storica consiste nel prendere una serie arbitraria di avvenimenti continui e nell’esaminarli separatamente dagli altri; mentre nessun avvenimento ha, né può avere, un principio a sé, giacché ogni avvenimento scaturisce,senza soluzione di continuità, dall’altro. Il secondo passo consiste nell’esaminare l’azione di un uomo, re o condottiero, come una somma di volontà umane, mentre la somma delle volontà umane non si esprime mai nell’attività di un solo personaggio storico.

La scienza storica, nel suo evolversi costante, esamina unità sempre più piccole, e per questa via tende ad avvicinarsi alla verità. Ma, per quanto piccole siano le unità che essa prende in considerazione, noi sentiamo che valutare un’unità separatamente dall’altra, o ammettere che sia possibile il principio di un qualsiasi fenomeno, è falso così come è falso ammettere che la volontà di tutti gli uomini si esprima nelle azioni di un solo personaggio storico.

Ogni deduzione della storia si sfalda come polvere al minimo sforzo critico, senza lasciare nulla dietro di sé, per il solo fatto che la critica scelga come oggetto d’osservazione un’unità discontinua maggiore o minore. cosa che può sempre fare, dal momento che l’unità assunta dalla storia è comunque arbitraria.

Solo sottoponendo all’osservazione un’unità infinitamente piccola, un differenziale della storia, vale a dire le tendenze omogenee degli uomini, e riuscendo ad integrare, cioè ad esprimere la somma di questi valori infinitamente piccoli, noi possiamo sperare di comprendere le leggi della storia.»
(Lev Nikolaevič Tolstoj, Guerra e pace, trad. it. di Pietro Zveteremič, Garzanti, Milano 1982², pp. 1237-39).

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4 Responses to Tetti di vetro

  1. lucia cossu il 5 luglio 2009 alle 09:09

    mi viene da sorridere pensando che cerco di dpiegare ai miei allievi di canto che il cantare è un movimento del corpo e non delle note collegate tra loro, e per fargli trovare e avere esperienza di questo mi invento in continuazione esercizi che gli facciano distrarre e non utilizzare quella parte di cervello non preposta a comandare il canto e che è razionale e volontaria e sceglie a gradini. Chissà se questo vedere e discernere analiticamente ne è una caratteristica intrinseca quanto poi lo scoprire che imparando a cantare con l’altra parte di cervello si scopre il continuo e la semplicità dell’evidenza.
    Sempre interessanti, poi Tolstoj lo leggo da sempre con amore appassionato.

  2. lucia cossu il 5 luglio 2009 alle 09:10

    * spiegare

  3. franz krauspenhaar il 5 luglio 2009 alle 18:38

    segnalo, in coda a quest’ottimo pezzo del professore, che oltre alla sperling c’è anche la sonzogno come fabbricante su larga scala di paccottiglia libraria.

  4. tina nastasi il 10 agosto 2009 alle 17:00

    ma pensa!: posti un così bel pezzo su “guerra e pace” proprio oggi che ho deciso di cominciare a leggerlo. meraviglioso. grazie: me ne farà gustare la lettura come un’infinita e trasparente tazza di pu-ehr :-)



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