Inediti Campi

8 luglio 2009
Pubblicato da

picassorevisited
Picasso Revisited Nu assis s’essuyant le pied. 1921

La torta e il piede grosso
di
Enzo Campi

Stavo rientrando a casa. Era molto tardi. Avevo appena superato la Rue Cardinale quando incontrai quella che a prima vista sembrava una prostituta. Non so perché ma cominciai a seguirla sistemandomi appena dietro di lei.
La donna parlava a voce alta come se volesse farsi sentire:

Il mercato centrale alle cinque del mattino pullula di giovani scaricatori che esibiscono i loro corpi villosi. Una puttana come me sa che questa è l’ora più adatta per racimolare qualche franco con prestazioni veloci. Tra le casse di pesce fresco appena arrivato dall’Atlantico e i cesti di frutta delle campagne della Charente è tutto un susseguirsi di ansimi, grida e risate. Con quello che guadagno tra le cinque e le sette del mattino potrei anche smettere di battere la sera sotto i lampioni del Boulevard du Palais nell’Île de la cité, ma Mignon se ne avrebbe a male. Sarebbe capace di picchiarmi e, ancor peggio, non verrebbe più a letto con me”.

Si infilò le mani in tasca e tirò fuori del denaro. Poi cominciò a contarlo separando le banconote dalle monete e riprese a parlare:

Dunque, vediamo un po’, stamane ho incassato otto franchi in più di ieri. Voglio proprio vedere se Mimosa e Castagnette hanno incassato più di me. Mignon sarà contento”.


Si fermò improvvisamente e si girò di scatto. Il movimento fu così inaspettato che finii per investirla. Cercai di chiederle scusa per la mia goffaggine ma lei mi zittì dicendo:

“Ma tu bel signore, che mi guardi con quegli occhi da gitano, cosa vuoi da me? Un servizio veloce così tanto per iniziare la giornata nel miglior dei modi e senza impegno, o forse mi vuoi portare a casa tua?”.

La donna aspettava una mia risposta, ma io non dissi una parola. Così continuò:

Io non vado mai a letto prima di mezzogiorno. Sono le sette e mezza, quindi abbiamo più di quattro ore tutte per noi. In quattro ore posso resuscitare un morto o ammazzare un vivo. Tu sei vivo o morto?”.

Fu a quel punto che mi decisi a parlare: “Hai sorelle?”.
Lei mi guardò stupita e continuò: “Non vedo che importanza abbia. No, non ho sorelle. Beh, a dire il vero, io sono sorella di me stesso. A buon intenditore poche parole”. La cosa non mi era molto chiara. Feci per dire qualcosa ma la sua mano sinistra mi tappò la bocca. Aveva delle mani enormi, quasi maschili.
Si avvicinò sfiorando con le labbra la guancia e, modulando la voce, cominciò a sussurrare alcune parole al mio orecchio:

Permettimi di presentarmi, io sono Louis, ma preferisco farmi chiamare Divine. Qui al mercato però tutti mi conoscono come La torta1
, questo perché sono golosa e fin dal primo giorno che ho cominciato a bazzicare in questi luoghi tutti mi offrono pezzi di torta. Ti devo fare una confessione: a me piacciono gli uomini con dei grossi piedi. C’è una donna che si fa chiamare Françoise e che talvolta, spacciandosi per mia cugina, mi ruba i clienti più giovani, nonostante il suo alito puzzi sempre di cipolla. Vuoi mettere la differenza tra un alito che profuma di crema e cioccolato e un alito che puzza di cipolla? Io ancora non capisco come gli uomini possano preferirla a me. Comunque, Françoise prima di andare a letto con un uomo gli misura i piedi. Se il piede è troppo grosso manda via il cliente. Ecco perché ho imparato ad amare gli uomini coi piedi grossi: una volta che Françoise li rifiuta loro vengono da me. Tu che piedi hai? Sono sufficientemente grossi?”.

Chinai il capo come per invitarla a guardare i miei piedi ed esclamai:

Questo è quello che ho, ma il problema non va posto in questi termini. I miei piedi non contano, a meno che tu non riesca a mangiarli”.

La torta, senza scomporsi più di tanto, replicò:

Beh, bisogna prima tagliarli a pezzetti e poi passarli in padella con aglio e lardo. Infine si devono condire con latte d’asina e un trito di erbe aromatiche. È così che vuole la tradizione, e io non sono una rivoluzionaria, né tanto meno un rivoluzionario. Ci tengo che le cose vengano fatte nel migliore dei modi”.

Feci appena in tempo a notare che la donna faceva un po’ di confusione nell’apostrofarsi talvolta al maschile e talvolta al femminile, quando la mia attenzione si concentrò su un fischiettio che proveniva dalla mia sinistra.
La torta sorrise e mi disse:

Lo senti anche tu? È Lucien, un macellaio che lavora qui dietro l’angolo. Gli ho appena fatto uno dei miei lavoretti di bocca. Se vuoi possiamo chiedergli di tagliarti i piedi. Poi appena più avanti c’è la locanda di Marion che è ancora aperta. Vedrai che non avrà difficoltà a prestarci la cucina. Anche lei è una mia cliente. Sai, il fatto di essere sorella di me stesso mi permette di poter soddisfare sia gli uomini che le donne”.

Cominciai a capire che La torta non era una donna ma uno di quelli che qui, nell’argot metropolitano, chiamano mâle, ovvero un travestito. Ed anche lei comprese che avevo messo a fuoco la situazione perché, con uno sguardo di sfida, prese la mia mano e se la portò tra le gambe. Così ebbi la conferma. La torta mi fissò lungamente senza proferire parola. Mi sentivo un po’ a disagio e per mettere fine a quella situazione apostrofai:

“Io non andrei da Marion né dal macellaio. I miei piedi devono essere mangiati crudi. Se tu non sei in grado di farlo non sei la donna o l’uomo che fa al caso mio”.

La torta rimase interdetta per un attimo e poi replicò:

Guarda che sono disposta a pagarti. Magari ne tagliamo uno solo. Che ne dici del piede sinistro?”.

Feci un cenno di dissenso col capo e lei visibilmente indispettita cominciò a strapparsi i vestiti da dosso. Poi urlò a gran voce il nome di Lucien che sopraggiunse in pochi secondi con in mano un grosso coltello ancora sporco del sangue del vitello che stava disossando. Lucien chiese cosa stesse accadendo e La torta rispose che io avevo tentato di violentarla. Poi chiese al macellaio di darmi una lezione e di tagliarmi il piede sinistro.
Vidi il coltello levarsi nell’aria e mi svegliai di soprassalto sbarrando gli occhi.
Mi trovavo in terra in un vicolo adiacente a Rue de la Boétie con la camicia macchiata di verde e letteralmente intontito. Pensai che prima o poi avrei dovuto smetterla con l’assenzio.
Mi alzai e mi incamminai verso casa che distanziava poco più di un centinaio di metri. Una volta arrivato vidi che sull’uscio c’era già il giornale del mattino. In prima pagina svettava, a caratteri cubitali, la notizia della morte di Harry Crosby .

Harry 2 era stato trovato morto a letto insieme a Josephine Bigelow in una camera dell’Hotel des Artistes. Entrambi avevano i piedi nudi mentre il resto del corpo era completamente vestito. Harry aveva sparato un colpo di pistola alla tempia di Josephine e solo dopo diverse ore si decise a farla finita sparandosi un colpo in testa. Sul letto furono trovati tutti i libri di Baudelaire, dei fiori neri, un paio di bottiglie d’assenzio vuote e una torta intatta sulla quale spiccavano i resti di una grossa candela consumata. In terra un manoscritto con un’illustrazione di Alastair e la trascrizione della poesia La mort des amants3 . La cosa che aveva più colpito il giornalista che firmava l’articolo consisteva nel fatto che la stanza fosse pregna di un profumo mai sentito prima, quasi soprannaturale.
Ezra Pound spese parole di elogio difendendo questa morte e rivestendola come di un’aura salvifica. Scrisse che si trattava di una necessità e che bisognava che tutti gli artisti compiessero atti portatori di messaggi. Solo così, anche attraverso eventi sacrificali, si poteva avere fiducia per un avvenire migliore e sperare in una sorta di giustizia divina.
Comunque, a parte le estremizzazioni di Pound e la morte che io, per principio, cercavo sempre di esorcizzare, ciò che mi procurava disagio e preoccupazione era la presenza di una torta e il fatto che i loro piedi fossero nudi ed esposti, come se fossero davvero portatori di un messaggio.
Forse Pound aveva ragione, del resto ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la propria sensibilità. Crosby attraverso il suo suicidio mi aveva mandato un messaggio figurato: i piedi nudi.
Voi credete ai segni del destino?
Anche se era stato solo un sogno fui contento che il macellaio non fosse riuscito a tagliarmi i piedi.
Vidi che il forno di André era già aperto. Comprai una torta e mi tolsi le scarpe. Poi aprii completamente il giornale, vi poggiai con cura la torta e le scarpe facendo in modo che chiunque passasse potesse vedere quella sorta di improvvisata natura morta.
Aprii il portone e mi incamminai, a piedi nudi, su per le scale.

  1. La torta e Il piede grosso sono due personaggi del testo teatrale Il desiderio preso per la coda scritto da Picasso nel 1941. []
  2. L’americano Harry Crosby e sua moglie Polly Peabody (conosciuta come Caresse) intorno agli anni venti vissero per qualche anno a Parigi. Erano entrambi dediti all’assenzio e Harry, che aveva velleità da poeta, era totalmente succube della poetica baudelaireana tanto da assumere uno stile di vita decadente. (Per ulteriori riferimenti cfr. Phil Baker, Il libro dell’assenzio, trad. Luca Caddia, Voland, Roma, 2007, in particolare pp. 167-181 []
  3. “Avremo letti pieni di profumi leggeri / e divani profondi come tombe / e, sopra dei ripiani, strani fiori, / nati per noi sotto più ameni cieli. // Coi loro ultimi ardori, a gara, bruceranno / il tuo e il mio cuore come grandi torce / la cui duplice luce imiteranno, / specchi gemelli, i nostri due intelletti. // In una sera rosa e azzurro mistico / ci scambieremo un unico bagliore, / lungo come il singulto degli addii; // e un Angelo, più tardi, dalle dischiuse porte / ravviverà con fedeltà radiosa / le specchiere ossidate, il fuoco morto” (Charles Baudelaire, La mort des amants, in id. Opere, trad. Giovanni Raboni, Einaudi, Torino, 1996 e 2006, p.257). []

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17 Responses to Inediti Campi

  1. teqnofobico il 8 luglio 2009 alle 16:02

    è viva ogni natura morta,
    e morta ogni natura viva,,
    ed è sogno ogni segno,
    e segno ogni sogno,,
    ed ecco che l’ab senz’io
    è assenza dogni presenza,
    e presenza d’ogni assenza,,

  2. Enzo Campi il 8 luglio 2009 alle 21:30

    io non credo che l’accadimento delle cose sia casuale.
    ci sono cose che accadono e basta, perché devono accadere.
    non sto parlando di un disegno superiore, ma solo -per così dire- di affinità elettive.
    detto questo volevo fare i complimenti a Francesco per aver scelto -tra centinaia di opere- proprio quell’immagine: “Donna nuda seduta che si asciuga il piede”, un’opera del 1921.
    Francesco non lo sa ma in questo libercolo inedito di racconti brevi (“Picasso’s frame”) da cui è estratto “La torta e il piede grosso”, c’è un
    racconto intitolato “Il piede sinistro” ed è ispirato proprio a quel quadro.
    non c’è casualità.
    solo affinità.
    grazie di questo… e dello spazio concesso

  3. Alessandro Cinelli il 8 luglio 2009 alle 22:26

    L’atmosfera è perfettamente costruita, l’immagine della torta (la sorella di se stesso), soprattutto quando si strappa i vestiti, è carica di affascinante violenza. Tutta la parte “sognata” lo è.
    Poi, come sovente, simboli a intrecciare.
    La mano di Campi si sente

  4. Lara Arvasi il 8 luglio 2009 alle 23:22

    Mangiare i piedi è un atto terribile, è legare un uomo per sempre a un avvenire statico ma privo di equilibrio, associare quell’atto alla dolcezza, alla cremosità e ai colori di una torta, è diabolico.

  5. effeffe il 9 luglio 2009 alle 00:34

    prendre son pied in francese sta a significare godere.
    effeffe

  6. francesca il 9 luglio 2009 alle 01:17

    …forse si potrebbe pubblicare, nn vorrei dire eresia, anche Il piede sinistro, che, sfogliando le bozze da Enzo e chiedendolgli di leggermi i titoli dei racconti,mi aveva appunto colpito come titolo ( ricordato, ma nn so poi com’è il il testo,e probabilmente non c’entra niente (non ho letto poi il racconto presa da ‘disturbi’ cellulari – del cellulare, e a questo punto mi incuriosisce..), mi aveva ricordato, dicevo, uno dei primi testi studiati in antropolgia: Il saggio sulla mano sinistra, di Herz,antropolgo, geniale, chepoco aveva scritto e pubblicaot forse solo quel piccolo saggio, perchè morto poi in guerra molto giovane. Ho poi pensato alla Donna Mancina di Handke… nessi e connessi miei pers.ionali.
    Così si potrebbero unire i quadri cui alludono i due testi, rimettendoli al posto ‘giusto’.
    però già così è stata una bella sorpresa. grazie francesco
    ed Enzo naturalmente
    francesca

  7. francesco forlani il 9 luglio 2009 alle 01:23

    il quadro del piede grosso però non esiste !!
    Alors? Tu e Cristina ne fate un falso Picasso, noi lo si vende all’asta e coi sordi ce famo er festival de Reggio Emilia à la sippe? che ne dite?
    effeffe
    ps
    voi (VOI) donne (vd post sulla PhenomeNOIlogy siete proprio avide. Ve state a magnà ancora er primo piatto che già pensate ar secondo

  8. Enzo Campi il 9 luglio 2009 alle 06:50

    jouir et jouer.
    jouer par jouir.

  9. anfiosso il 9 luglio 2009 alle 13:28

    Le note mi hanno fatto un poco sorridere, ma mi sono state necessarie.
    Molto molto bello.

  10. Abele Longo il 9 luglio 2009 alle 15:14

    Una chicca, Enzo. Mi ha fatto ricordare la Vecchina in Assassina di Scaldati, quando dice che preferisce andare a letto con i piedi sporchi perché se li mette nell’acqua potrebbe mangiarglieli il pescecane (che l’acqua calda potrebbe bollire, ma chi mangia un pescecane bollito?).

  11. véronique vergé il 9 luglio 2009 alle 17:11

    La storia della morte di Henry e di Caresse mi piace molto di più in confronto alla storia del piede ( anche divertente, originale), perché è romantica.
    I piedi nudi e fragili, riposati al soglio dell’alba.

    Qualche espressione in francese con la parola pied:

    Avoir le pied marin
    habillé de pied en cap
    chanter comme un pied
    casser les pieds
    être pieds et poings liés
    danser sur un pied

    Ignoro dove viene l’espressione “prendre son pied” che non mi piace ( non so perché, forse per la sonorità), ma lo penso come prendere la sua parte del piacere.

    Godere, gola, golosa, ogre, orgasmo sono inquietanti.
    Avrei sognato un altro forma più spirituale, leggera:
    extase mi pare meglio.

  12. natàlia castaldi il 10 luglio 2009 alle 01:52

    Cominci avvolgendo tutto in un’aura di mistero ed ironia, dipingendo una scena surreale che ha il sapore dei vicoli francesi che sanno di pâtisserie, boulangerie, boucherie, e barrios da “Irma la dolce”, laddove tutto è gustoso come un soffritto con trito di speziato che non fa percepire il lato cruento della “fame”, ma l’essenza stessa dell’invito al carnale gusto in modo scorrevolmente naturale e feticista al tempo stesso, che giocando si scopre e si compiace della sua Freudianamente “svelata” ambi-guità che s’incentra, appunto, “fallicamente” sul piede, grosso.
    Che sia sogno, immaginazione o realtà, l’ “incontro” è una commistione di percezioni, e questa pagina una giostra di sensi:
    impatto visivo – voltato l’angolo “incontrai quella che a prima vista sembrava una prostituta”
    e poi uditivo – “parlava a voce alta come se volesse farsi sentire” – “come se volesse farsi sentire”, voleva farsi sentire? Sentire … non ascoltare ma sentire, entrare nel senso, penetrare.
    tatto/contatto fisico – “Si fermò improvvisamente e si girò di scatto. Il movimento fu così inaspettato che finii per investirla”- In-vestirla, non uno “scontro” ma un “incontro” di corpi in movimento, l’uno avvolge l’altro. Più avanti ancora corpo, ancora contatto: “ma la sua mano sinistra mi tappò la bocca. Aveva delle mani enormi, quasi maschili.”, la scelta del verbo “tappare” presuppone un’azione mascolina, carnale, quasi violenta, non femminile ancor prima della scoperta tattile di mani di per se stesse grandi, forti “mascoline”, appunto.
    E ancora tatto e vista, insieme, l’uno a sfidare l’altra, percezione contro percezione: “prese la mia mano e se la portò tra le gambe. Così ebbi la conferma. La torta mi fissò lungamente senza proferire parola.”
    E poi profumi e sapori: crema e cioccolato, soffritti, spezie e maleodoranti cipolle che si mescolano ravvivando papille, stuzzicando impensati appetiti.
    Si dissolve la scena onirica nel risveglio di soprassalto dinanzi alla prima vera immagine cruenta che si palesa con l’accorrere – coltello alla mano – del fido macellaio Lucien in soccorso alle “isteriche” grida dell’appetita “Torta” , e qui si passa da uno stato di surrealtà onirica ad un diverso livello di sopra-realtà letteraria: l’assenzio e la notizia dell’omicidio-suicidio d’amore per introdurre altre gestualità fissate e composte in un disegno di “nature morte” quali estreme rappresentazioni Baudelairiane d’arte:
    il viaggio surreale tra i sapori della Torta acquista il senso della premonizione, dell’anticipazione dei simboli dell’estremizzazione artistica del suicidio degli amanti: ancora assenzio, ancora una torta, ancora piedi, nudi.
    “… Pound spese parole di elogio difendendo questa morte e rivestendola come di un’aura salvifica. Scrisse che si trattava di una necessità e che bisognava che tutti gli artisti compiessero atti portatori di messaggi. Solo così, anche attraverso eventi sacrificali, si poteva avere fiducia per un avvenire migliore e sperare in una sorta di giustizia divina.
    Comunque, a parte le estremizzazioni di Pound e la morte che io, per principio, cercavo sempre di esorcizzare, ciò che mi procurava disagio e preoccupazione era la presenza di una torta e il fatto che i loro piedi fossero nudi ed esposti, come se fossero davvero portatori di un messaggio.
    Forse Pound aveva ragione, del resto ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la propria sensibilità.”
    Dunque l’esigenza di far proprio il “senso” di un viaggio attraverso una propria “composizione” da esporre simbolicamente esorcizzandone l’estremizzazione finale: un giornale, un paio di scarpe ed una torta fresca formano una “natura morta” da lasciarsi dietro le spalle, percependo a piedi nudi il marmo delle scale di casa sotto i piedi nudi.
    “Forse Enzo ha ragione, del resto ognuno di noi filtra le cose e gli avvenimenti attraverso la sensibilità dei propri … piedi”
    Un bacio, natàlia
    (lucifero)
    ***
    Avremo letti intrisi di sentori
    tenui, divani oscuri come avelli,
    sulle mensole nuovi e strani fiori,
    nati per noi sotto cieli più belli.

    Consumandosi a gara, i nostri cuori
    come due grandi torce due ruscelli
    verseranno di vampe e di fulgori
    nei nostri spiriti, specchi gemelli.

    Una sera di rosa e azzurro mistico,
    un lampo solo ci vedrà commisti,
    lungo singhiozzo carico d’addio.

    Un Angelo, schiudendo indi le porte,
    a ravvivar verrà, gaudioso e pio,
    gli specchi opachi e le due fiamme morte.

    Charles Baudelaire – La mort des amants – CXXI – trad. G. Bufalino

  13. véronique vergé il 10 luglio 2009 alle 13:15

    Bellissimo commento di Natalia.

    E ho una preferenza per la traduzione di Bufalino (strofe 2 e 3)

  14. Enzo Campi il 10 luglio 2009 alle 18:39

    sopravvivere= soprascrivere.
    ci sono sempre delle sovrimpressioni. tutto sta a saper leggere tra e sopra le righe.
    mi sembra che Natalia Castaldi sia naturalmente edotta in questa pratica. difatti la “giostra dei sensi”, sebbene solo accennata (come un gesto che si sottrae a se stesso nel momento della sua apparizione), è il leit-motiv non solo di questo breve racconto ma di tutto il libro.
    a dire il vero c’è anche un sesto senso, quello che Natalia ha definito “sopra-realtà letteraria”. se mi passate la suggestione, io parlerei di mise en abyme della scrittura che producendosi una sorta di auto-effrazione, scava al suo interno per far emergere “altra” scrittura (oltre la citazione baudelaireana occorre ricordare che Mimosa, Castagnette, Divine e Mignon sono personaggi di “Notre Dame des Fleurs” di Jean Genet e che “la torta” e “il piede grosso”, sebbene qui trasfigurati, provengono da “Il desiderio preso per la coda”, un testo teatrale scritto dallo stesso Picasso).
    tutto il libro vive (sopravvive e si soprascrive) in un continuo girovagare tra scritture “altre”. altre ma consimili: Mallarmé, Apollinaire, Pound, Radiguet, Cocteau ecc.

    giunti a questo punto bisogna almeno svelare la struttura del progetto.
    “Picasso’s frame” è il titolo di un libro di racconti brevi quasi ultimato.
    prima ancora di parlare di Picasso parliamo di frame.
    frame=fotogramma=istantanea.
    fissare un istante per poi concedersi il lusso di penetrarlo.
    qui si tratta di entrare dentro l’istante per guardare, sentire, toccare, annusare, gustare il contenuto. come se guardando una fotografia si potesse immaginare la storia e gli accadimenti che hanno portato a quello scatto, a quel “fissaggio” di una porzione di tempo. non un’apologia della memoria, ma una sorta di disvelamento drammatizzato.

    perché Picasso?
    Picasso è l’io narrante.
    ho immaginato che Picasso, vicino alla morte, fosse ossessionato dall’urgenza di raccontare al mondo alcuni episodi della sua vita mai resi pubblici prima.
    naturalmente si tratta di un falso.
    ciò che qui viene raccontato non è realmente accaduto, ma è infarcito di riferimenti ad avvenimenti reali ed è “vissuto” con quelli che erano i suoi “veri” amici e conoscenti.
    in un certo senso la realtà, la fantasia e, soprattutto, la trasfigurazione di entrambe le peculiarità narrative formano un crogiuolo ove tutto ciò che accade (ma anche ciò che si “sospende”), per quanto puzzi di menzogna, si rende quantomeno verosimile.
    se fosse possibile parlerei di una mimesi mimetica, che tende cioè a nascondersi mentre svela, come se tutto il flusso degli accadimenti potesse essere visto (e intra-visto; anche nell’accezione di guardare dentro) solo attraverso un velo trasparente.
    questo perché la trasparenza aiuta la mistificazione.
    e qualsiasi gesto letterario, checché se ne dica, è molto più vicino alla menzogna che non alla verità.

  15. natàlia castaldi il 10 luglio 2009 alle 23:11

    Enzo, aspetto il libro! (anzi, lo aspettano i filosofipercaso)

    Véronique, un bacio.

  16. Enzo Campi il 11 luglio 2009 alle 06:31

    …. per il libro bisogna prima trovare un editore ….

  17. natàlia castaldi il 11 luglio 2009 alle 10:14

    dovrebbero cercarti loro e sgomitare!
    mah!

    troveremo l’editore Enzo, un bacio.



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