Lettura Fresca

17 luglio 2009
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Eugenio Tescione legge, Racconti di qui, di Davide Vargas

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Parlerò del titolo, proponendo una possibilità di interpretare il testo – né per storicismo né per estetismo – preferendo al versante psicologico e antropologico quello semiologico e logico. Dirò quello che ho pensato durante la lettura, partendo dal luogo, dalla terra scritta in queste pagine; proverò a dire della necessità della letteratura, della scrittura realistica e onirica, della visione del reale e della cecità, e dunque della necessità dell’espressione lirica e della costruzione letteraria.
Il titolo mi ha fatto subito pensare ad un romanzo molto famoso, incompiuto, scritto negli anni venti (1922). Un’opera molto distante dalla scrittura di Davide, per stile e contenuto, ma, per qualche ragione a me sconosciuta, è rimasta, durante tutta la lettura, come sfondo di pensiero. La ragione per cui si è così imposto sta forse nella peculiarità delle vie associative, che mi sembrano abbiano funzionato per contrasto, per l’opposto che mediante la dissomiglianza diventa punto degli antipodi che spinge ad immaginare un arco entro il quale può essere racchiusa tutta la diversità del mondo.

Ho pensato che il Qui, il luogo vicino, richiamasse il luogo lontano, il del Castello di Kafka.
Questo è un luogo distante e irraggiungibile, immanente, misterioso: tutte le strade che lo avvolgono non vi conducono, senza allontanarsi da esso neanche si avvicinano. Solo bui e pericolosi sotterranei sembrano percorribili, ma quando vengono percorsi non si è sicuri di stare nel Castello. I suoi strati evidenti sono irriconoscibili eppure danno una conferma della sua identità e della sua esistenza; oppure, al contrario sono riconoscibili ma nulla dicono di queste. È luogo oscuro d’un oscuro potere, inafferrabile; dà segnali di esistenza mediante una sua rocciosa immodificabile presenza, non è sottoposto ad alcun divenire, è sottratto all’agire del tempo, abitato dai propri fantasmi ovvero da identità estranee e persecutorie. È costantemente ed inevitabilmente percepito eppure assente, dimenticabile e indimenticabile, destinato alla rimozione e capace dunque di produrre sintomi, sia che essa riesca sia che fallisca. É il luogo senza materia ed opprimente per eccesso di materia, luogo visto come deposito di nostalgia, di grazia e di salvezza; nell’insieme è raccapricciante luogo metafisico.

Chiarisco subito di sapere che i riferimenti letterari consapevoli di Davide sono altri, e sono esplicitamente dichiarati nel suo libro. Lo stile e la struttura linguistica – su cui poi dirò – lo avvicinano alla grande tradizione della letteratura statunitense, quella inaugurata dalla innovazione stilistica di Hemingway fino ai contemporanei (forse Carver o Austen – non i più europei ma non meno moderni come Faulkner o James).
Il Qui di Davide, a cui sono convinto debba aggiungersi Ora, così da dare subito una chiave per entrarvi mediante il campo semantico definito dall’espressione hic et nunc, è un luogo interiore, visto, sentito e detto dall’interno.
Immaginiamo di essere accompagnati dentro un’ala d’una abitazione posseduta, una stanza che si attraversa quotidianamente e che si crede di conoscere, uno spazio familiare e dunque apparentemente e facilmente riconosciuto e del quale si potrebbe dire l’apparenza senza timore di sbagliare o di affermare il falso solo dando descrizione di misura, di colore, di funzione. Normalmente costruiremmo un ambiente di parole che, usate in maniera usuale, comune e realistica, non riuscirebbero a dire di esso la sua realtà. Naturalmente, i racconti di Qui sono un’opera di letteratura, non sono una descrizione di superficie, e non hanno nessuna intenzione documentaristica sebbene simulino, in parte, questa intenzione. Dunque con le parole e il linguaggio letterario costruiscono, o ricostruiscono, un ambiente dicendo una sua realtà. Sembrano coniugare il duro realismo ad un’impellenza onirica, una spinta all’interpretazione del reale che procede su una strada che, passando per l’interiorità, sfiora e invade, ma appena appena con un piede, il territorio lirico.

Se un procedimento che costruisce il toponimo lontano è quello della proiezione, ossia della collocazione in un esterno di elementi dell’interiorità operato alla stregua di una dinamica che conduce nei pressi dell’allucinazione, un procedimento di questi racconti sembra quello inverso, ossia della introiezione, vale a dire della dinamica che rende oggetti interiori le cose, e le relazioni tra cose, che vivono nell’esterno. Anzi, con maggior forza, cioè con quella forza che deriva dall’ispirazione letteraria e che guida la scrittura, sembra prevalere una dinamica più arcaica e primitiva, infantile in questo senso, cioè quella della incorporazione, che fa diventare parte del proprio corpo gli oggetti (e le loro relazioni) viventi nell’esteriorità. Si costruisce con sentimento un’opera capace di restituire o proprio dare senso alla realtà se si percorrono, o si tende a percorrere, quelle strade che vanno dall’interiorità propria, soggettiva, all’esterno reale, e viceversa: così questi racconti sono i racconti di un qui che per il narratore è il luogo reale esterno dove vive, su cui proietta la sua interiorità; ma anche uno spazio abitato già dalla sua interiorità che ingoia e incorpora. Tra allucinazione e interpretazione si estende lo spazio della letteratura.
E in questo percorso tra il dentro e il fuori quello che si incontra o che si crea è lo spazio comune – letterario – dove chi legge riconosce come proprie e possedute le cose dette. Dunque ci troviamo in un ambiente familiare, tanto familiare da non poter riconoscere i suoi aspetti perturbanti, cioè non-familiari, sinistri. Nei racconti diventano visibili per integrazione. La variazione dell’usuale punto di vista muta la percezione, la visibilità del luogo così tanto visto da diventare invisibile per difesa, inesistente per rimozione. Adottando il nuovo angolo visuale, quello del narratore, le parole che dicono la realtà che vediamo cambiano, si trasformano in un linguaggio realistico e insieme onirico e lirico più adeguato, il linguaggio della letteratura che scopre, svela e smantella gli oggetti traslocandoli dal luogo della loro vita impassibile al luogo dell’interiorità, dove rivivono nelle sue proprie coordinate, quelle della dimensione temporale emotiva ed affettiva.

Così i luoghi del libro, i luoghi che sono protagonisti in questa fatica letteraria di un Io totalmente immerso nel presente e totalmente proiettato in un corsivo futuro onirico, questi luoghi sono non solo riconoscibili per chi, come tutti noi forse, li ha attraversati, vissuti temporaneamente o stabilmente, ma anche conosciuti ex novo, come fossero detti da capo, riattraversati con gli strumenti della parola letteraria. Operazione, questa del riattraversamento, assolutamente necessaria se si intende la letteratura come assolutamente necessaria. L’azione di questi luoghi sull’Io produce in esso quella modificazione necessaria, quella pressione dolorosa che spinge ad esprimere: così diventa assolutamente necessario trovare e usare parole che tendano ad avvicinarsi all’effetto prodotto da questa pressione per liberarsi dal dolore. Ma la pressione esercitata deriva anche dalla vicinanza misurabile solo se si vuole definire la distanza che c’è tra due corpi che, amandosi, si abbracciano. La necessità del libro deriva dalla concomitanza di amore e dolore che in maniera diminuita – per pudore, forse – Davide nella dedica in epigrafe definisce “spunti”.
Io ci ho visto la necessità reperibile nell’espressione che al qui associa l’ora: hic et nunc è espressione che indica urgenza, impossibilità di deroga e di mediazione; indica un fare assolutamente necessario, risolutivo, almeno nella speranza e nella aspettativa di un futuro bene, un fare che serva a contrastare e limitare l’agire di un male del presente, cioè che è presente qui e ora.
Ogni racconto indica in calce, come in un documento, una relazione clinica, un reperto legale, l’attestazione precisa di tempo e spazio: il luogo è definito dalla parola letteraria e dalla parola documentaria. Questa scelta mi sembra collocabile sul crinale che separa la tentazione alla nostalgia (ovvero al ritorno doloroso ad un tempo passato dell’Io che del luogo contiene una verità) dalla tentazione alla sfida di dire la verità in maniera oggettiva, come da reportage giornalistico o da documentario scientifico. È come se Davide dicesse: Io sono passato di qui in questa stagione a quest’ora e ho visto e sentito questo; vi dico anche che in passato qui era diverso e ve lo dico sapendo che devo resistere al canto di sirena della nostalgia, anche perché questa riguarda me come tutti e perché questa fa guardare indietro e copre lo sguardo nel presente e nel futuro. Provatevi a dire che non è la verità.

L’affermazione letteraria corredata della chiosa da documento, tende ad essere incontestabile. Assoluta e necessaria per l’Io e dunque vera. Ovviamente l’aggiunta della chiosa finale per ogni racconto da sola non basta a dire che la realtà appena descritta rappresenta un’interpretazione vera della terra attraversata con le parole. È un’aggiunta rafforzativa, che spinge a riflettere sulla possibile e comprensibile propria distrazione, sulla propria necessità di chiudere gli occhi e essere ciechi, sulla possibilità di attingere alle proprie esperienze di questa terra per verificare che qui le cose stanno proprio così. E in questo caso, Qui non è solo il luogo esterno e reale appena definito dall’epigrafe in calce, ma è un luogo proprio, una porzione del proprio spazio interiore colpito e premuto dall’estensione della forza ambigua sprigionata da questa terra. La precisione di tempo e spazio voluta in calce serve: a chi scrive e a chi legge per definire in maniera certa l’esistenza nel tempo e nello spazio di ciò che li accomuna, che accomuna Davide a noi suoi lettori; serve a questa terra, perché sia riconoscibile la sua verità al di là della sua vera ferita.

Ho immaginato la tensione etica di un ricercatore che comunica ad una comunità di cui fa parte lo stato reale e vero della comunità stessa; o di un medico che è chino su una propria ferita, una ferita del suo corpo e che ne fa una relazione: le cose stanno così, come io le vedo, Aversa lì 2009 firmato…. in fede… Perché si ha proprio la sensazione che alla fine del libro si sia trattato della scrittura di un corpo ferito: forse non a caso l’ultimo racconto è un racconto di un cadavere tra la monnezza, o che l’inizio sia un attraversamento di discarica coperta da teli neri mentre si va ad un mare meno vero del mare che essa sembra, o che altrove i sacchetti possano sembrare cadaveri e il ricoprirsi di un corpo siaassimilato all’uso del sudario… il timore di essere di fronte alla morte e il desiderio di riportare in vita, in una vita perenne e immodificabile come quella della scrittura, non solo spinge alla scrittura, ma del corpo morente riporta la vita, quella che è stata, o quella aspettata in un futuro, personale e del luogo.

I racconti riportano in vita quel luogo, lontano, e questo luogo, vicino: associano alla vita di questa terra, vita dimenticata, rimossa, non più visibile con i sensi del corpo, la sua ferita che per amore e dolore si pensa mortale, capace di portare alla dissoluzione.
In questo Qui, nostro e di Davide, non potevano dunque mancare due aspetti: uno, la realtà dei luoghi; l’altro, la bellezza del Qui.
Come ha scritto Durante, anch’io penso che la terra scritta da Davide non sia assimilabile ad un non-luogo. La realtà dei non-luoghi è di contenere tutte le realtà, di essere uguali per tutti e di recare per tutti caratteristiche che contribuiscono ad una identificazione parziale. Sono di solito i posti attraversati per poco tempo, dunque transitori, asettici poiché generalisti, non definiti da un’evoluzione che procede lentamente per sovrapposizione e stratificazione storica manovrate inconsapevolmente da scelte umane singole e collettive: come possono essere le sale d’aspetto o le sale operatorie. Il territorio scritto da Davide è proprio il territorio vissuto, né un non-luogo e neanche la sua mappa, che del territorio vuole essere una rappresentazione astratta sebbene veritiera. Non c’è astrazione, e anche rare sono le metafore: lo stile richiama il respiro, a volte in affanno perché si corre, a volte pacato, come quando si manifesta una rassegnata constatazione dei fatti e poi si respira di nuovo con forza rimboccandosi le maniche; in questo attraversamento, nel leggere, si sente nella parola la terrigna presenza della realtà registrata dall’esperienza.

E la sensazione della corporeità della parola, dunque del corpo della terra, diventa sentita grazie alla presenza degli occhi aperti del narratore, occhi aperti sulla realtà visibile ma che per dirla – questa terra – devono passare attraverso l’allucinazione, devono dire con onestà quello che vedono guardando nella direzione dei fantasmi, verso il posto dove danza, macabro, il genius loci, imperturbabile abitante del lago, della spiaggia, dell’asfalto e delle viti maritate sopravvissute al divorzio della gente del luogo dal suo spirito. Invece che la piatta orizzontalità dei non-luoghi, qui si trova la verticalità della terra, la stratificazione del luogo natio, dal sottosuolo mitico della propria infanzia, al suolo non metafisico ma realissimo e presente della città di sotto contrapposta alle – tutte – città di sopra, repertata con lo sguardo del ricercatore o del rabdomante che dice ciò che realmente c’è, e che è constatabile da chiunque guardi in basso, stando con i piedi per terra. In questo luogo – in questo qui – come altrove.
La realtà del luogo, invece della realtà del non-luogo o della sua non-realtà, è a mio parere documentata oltre che dal respiro che cadenza le frasi, anche dall’uso, ripetuto con giusta parsimonia ma significativamente, della parola “intrico” e dell’espressione “nella coda dell’occhio”. La prima vale per definire l’oggetto della scrittura, la seconda per definire il suo soggetto.
L’intrico è della città (strade ad angolo retto…) così come della natura, e per entrambi vale tanto nella dimensione temporale, per via delle inestricabili combinazioni e stratificazioni reperibili a chi sa guardare in esse, quanto per la dimensione spaziale embricata inevitabilmente alla prima. L’intrico è riconoscibile nel linguaggio usato, frasi come incroci veloci, brevi come vicoli e con rapidi a capo che sembrano mimare, o diventare adiacenti alla realtà conosciuta.

La coda dell’occhio è il luogo del corpo dove si deposita involontariamente quello che volontariamente vogliamo non registrare. Funziona come uno scatto, un’istantanea, un uncino che aggancia il senso e lo stipa: l’otturatore della coscienza si apre per la frazione di tempo necessaria a registrare, la impressiona e forse la lascia allo stato di negativo, dunque di potenziale stampa positiva dell’esistente. È la straordinaria capacità di reperire un dettaglio, un derivato dotato di senso. Non a caso il libro è corredato dalle bellissime foto di Spina, e non a caso i racconti a volte sembrano l’analisi di una fotografia, non necessariamente di quella a corredo del testo (non mi è sembrato né che lo scritto sia una didascalia né che le foto li illustrino): sono insieme solo perché l’uno rinforzi il valore di documento dell’altra, solo perché rappresentano due modi di vedere e di raccontare. Il testo in maniera analitica, la foto in maniera sintetica (e si potrebbe dire molto della capacità narrativa della fotografia). Quello che Davide ha registrato con la coda dell’occhio, quello di cui si è accorto, quello che l’aveva o lo ha impressionato mediante ottiche micro e macro, si è amalgamato chimicamente nel positivo del testo, con sfumature che danno profondità e senso a quanto di macroscopico è evidente nella realtà e a quanto è in essa apparentemente microscopico, dettaglio o degradata abitudine a vedere senza vedere, per scrivere la realtà di questa terra e di questi luoghi. Questa attenzione, questa vigilanza che limita la distrazione annidata nell’abitudine al familiare e che rende ciechi sugli aspetti rifiutati e sinistri di ciò che è costantemente sotto gli occhi, non poteva non condurre nei pressi di un complessivo discorso, sotterraneo, filo conduttore coperto e da cercare, sulla bellezza. Concordo con chi ha già detto che il libro è bello perché limita l’indulgenza estetizzante. La realtà e la verità crude sono dette in maniera cruda.

Ma in questa maniera, che per contrasto simula il documento, si insinua – inevitabilmente e fortunatamente – l’io narrante, che per narrare ci deve essere e per esserci deve esprimersi. Dove è il discorso sulla bellezza? O dove sono reperibili le tracce – anche dissimulate e quindi rese evidenti – dell’intenzione lirica? Proprio nel rapporto, nella relazione tra il soggetto-io narrante e l’oggetto luogo. Già la dedica, ricordata prima, ne è indizio. Lì sono nominati dolore e amore. La percezione della bellezza è fondata sul senso della caducità. Perché ci sembra bello un paesaggio, un territorio? Perché di fronte ad esso avvertiamo il nostro cadere: noi passeremo e tutto questo come appare ora rimarrà. Di fronte a ciò che c’è e che è destinato a permanere avvertiamo il risveglio di quella parte di noi, silenzioso sfondo del nostro vivere percependo, dove è nascosta la percezione che siamo destinati a non permanere. Quello che vediamo stabile è bello anche perché ci consente l’illusione temporanea di identificarci e allignarci in esso, giocando ad essere destinati a non cadere. Come Davide poteva far emergere la bellezza del nostro Qui? Come poteva essere possibile dire della bellezza, la bellezza esistente nonostante ciò che per amore e per dolore emerge dalla percezione della realtà? Poteva farlo solo per contrasto e per inversione dei termini della caducità, cose possibili mediante l’intervento del, secondo me, celato lirismo.

La realtà del luogo è che il luogo è caduto, è decaduto da una posizione non metafisica ma mitica: questa posizione è rimasta tuttavia stabile e immodificabile, dunque non sottoposta al destino del caduco, nell’interiorità dell’io narrante. È perciò questo io, che dà al lettore la possibilità di identificarsi, ad assumere la posizione assunta dal paesaggio immodificabile e permanente e a stabilire la relazione con il luogo, mortale e caduco, e difatti caduto: la bellezza permane anche se la relazione tra i termini che la determinano è invertita. Io detengo bellezza e verità permanenti di te oggetto luogo degradato nella tua mortale condizione, caduto per ferite o per divenire maligno. Io lirico, detentore della rivolta e combattivo nell’affermare, al di là dell’evidenza della caduta, la sua presenza dolorosa nell’esterno amato. In parte caduto in questo esterno, o caduto insieme con questo esterno. Ma questo Io, proprio perché lirico, è spinto e sostenuto dal desiderio di rimediare al dolore e di dare vita all’amore sentito. Per questo Davide ha scritto i racconti di qui. Arrivare all’espressione lirica di dolore e amore attraverso un procedimento di inversione e contrasto poteva portare a dire la bellezza mediante il suo contrario, che supponiamo per un momento possa essere la bruttezza. Ma nei racconti non c’è rifiuto, astio, rancore, né troppo facile indulgenza al senso comune. Piuttosto, e sempre aderendo a ciò che di questi esterni nel qui interiore appare come reale e vero, c’è traccia, anche implicita, di violenza: non quella eclatante che portò quel folle che non sopportava la non rimozione della sua caducità a martellare la granitica presenza stabile della Pietà; ma la violenza più sotterranea, più infiltrata, quella della quotidianità stratificata e annidata nell’abitudine al degrado, al masochistico sottostare a colpi e a pugni dotati di forza cieca, masochismo tanto più pericoloso perché inavvertito. Per contrasto la bellezza si presenta dunque non come lirica espressione dell’esterno che rappresenta l’immortalità dei sentimenti contenuti dall’Io destinato a soccombere alla propria natura caduca, ma come esile voce da ultimo respiro esalato dal luogo colpito dalla violenza: l’io narrante è lì, cioè qui, a registrarlo, a raccoglierlo per dare alla sua voce l’amplificazione e la visibilità di ciò che è muto e invisibile perché sepolto. Questo io narrante scopre, svela, smantella la copertura di violenza e degrado dicendola: narra per dire la bellezza conservata qui sotto, qui dentro, sotto i colpi di una violenza cieca e non vista.

Qui da noi la bellezza deve lottare con la controparte. Un marcantonio grosso che tira cazzotti che fanno un male boia. Fino a uccidere. Allora la bellezza finge di soccombere per acquattarsi dolorante tra le pieghe in attesa. È pur sempre una salvezza. Mentre trattiene il respiro, perde il suo nome. Si chiamerà, chissà, tregua. O ribellione. O disperazione bianca. […] E pensi che bisognerà cambiare nome a tutte le cose. O restituirglielo.

La costruzione. Scrivere, un racconto o un romanzo, è sempre l’esito di un delicato equilibrio di costruzione e sentimento, di pensiero costruente e di dirompente emozione incanalata. Nella costruzione del libro è evidente lo sforzo di disegnare ambienti circoscritti e contigui, autonomi e in relazione tra loro. Piccoli ambienti, di poche pagine dotate della qualità della profondità e della unitarietà: un amalgama omogeneo capace di contenere e integrare al suo interno spazi, ambienti dedicati all’espressione più lirica e desiderativa insieme con i racconti più immersi nel reale e nell’intenzione lettararia del documento e dell’inoppugnabilità fotografica. Sono quattro racconti stampati in corsivo, in tutti il tempo dell’azione è un presente che si proietta al futuro, in modo però da dire in maniera ottativa implicita il desiderio di cambiamento. Il futuro è il tempo usato, ma la collocazione dell’io narrante è in un futuro che richiama un sogno, una descrizione onirica che contempla un desiderio finalmente liberato e rappresentato come sul punto di esaudirsi insieme ad un’angoscia della fine.

Qui Davide dice ciò che dice. In uno di questi quattro ambienti ho ritrovato l’affermazione che mi sembra rappresenti il senso del libro, in una condensazione che dà valore alla verità dell’io narrante perché indicativa dell’affermazione della sua identità, annidata nelle parole e vestita degli spostamenti onirici. In questo finale del secondo racconto in corsivo mi sembra racchiuso il significato dell’opera e la sua verità: qui, in questo che sto per leggervi, mi sembra di scorgere la completezza del libro e l’esempio della presenza in esso di costruzione e sentimento:

Dico i sogni della vita. Di cambiare le cose. Di trasformare la realtà. Di restituire un senso all’intorno. Di rintracciare un senso a prescindere. Nelle azioni della giornata, una dopo l’altra. Di costruire un ambiente. Almeno un ambiente. Piccolo. Dico i sogni che si sono susseguiti, spostati di lustro in lustro con l’idea del fallimento tenuta a bada dall’idea più forte della responsabilità. Sempre più faticosamente tenuta a bada sull’orlo meschino della cecità.

* Letta il 6 maggio 2009 alla Libreria Pacifico in Piazza Vanvitelli a Caserta.

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2 Responses to Lettura Fresca

  1. Mario il 17 luglio 2009 alle 23:14

    :)

  2. véronique vergé il 18 luglio 2009 alle 16:31

    Acquistero il libro. Mi piace la riflessione sul luogo e lo spazio creato con il tempo: presente tornato verso il futuro.Il condizionale sarebbe un luogo di sogno irrimediabile.
    Anche il io narrante parla in territorio definito, come isola di terra, luogo di vita e di immaginazione.
    Scrivere: la mia terra scava la mia lingua, la mia identità. Non posso scrivere senza la riva natale.
    Davide Vargas crea una riva in guarigione.



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