<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	
	>
<channel>
	<title>
	Commenti a: dei baroni non si sa niente	</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 26 Aug 2009 16:30:04 +0000</lastBuildDate>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>
		Di: Roberta Barazza		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-117957</link>

		<dc:creator><![CDATA[Roberta Barazza]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2009 16:30:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-117957</guid>

					<description><![CDATA[Mi permetto di suggerire una risposta alla domanda di Gilda Policastro, che riporto:

&quot;Detto diversamente: se l’introduzione di criteri oggettivi per la valutazione dei titoli (sia pur con tutti i limiti che l’attribuzione di un punteggio, per dire del più importante, a una pubblicazione in base alla sua sede) si deve (sic!) alla riforma Gelmini (peraltro non ancora in atto), e per decenni il criterio selettivo sono state invece prevalentemente le prove scritte di concorso, tu al posto di un docente che avesse i titoli e le competenze per giudicare un candidato (dunque nella migliore delle ipotesi, cioè al posto di un docente preparato e onesto), come ti saresti regolato di fronte alle prove pressoché equivalenti di un candidato interno e uno esterno, il primo dei quali avesse speso anni della sua formazione accanto a te e sotto il tuo magistero, magari collaborando, come da prassi, alla didattica, agli esami e tutto il resto: a parità di merito, ripeto, non avresti favorito il candidato interno?

La risposta, piuttosto ovvia è che nelle università - aimé soprattutto straniere - più intelligenti non fanno concorsi truffa come in Italia e, per rispondere più precisamente, se, come in Italia, organizzo un concorso truffa e poi devo scegliere tra un candidato interno e altri - a parità di punteggio per il tema del concorso, nelle università più decenti si sceglie quello che ha il CV PIU&#039; BRILLANTE. Anzi all&#039;estero non si fanno per niente i concorsi disonesti che ci sono in Italia ma semplicemente si manda il proprio cv e se le proprie credenziali sono brillanti si è scelti per queste. In Italia i concorsi delle università sono perlopiù una presa in giro che costa molti soldi ai contribuenti, sono pilotati, anzi il vincitore è già stato scelto, il tema spesso suggerito, il concorso spesso costuito ad hoc sul cv della persona che ha già vinto prima di farlo e, last but first, non conta se uno ha un cv brillante. Se uno ha passato magari 10 anni in un brillante centro di ricerca negli USA, spesso viene superato da chi ha a malapena qualche modesta pubblicazione in riviste solo del proprio istituto. La Sig.ra Policastro lamenta che è difficile determinare criteri oggettivi per valutare quale siano le esperienze accademiche più brillanti? Poverina, davvero lacerante. 
Un criterio di scelta è, ad es, le pubblicazioni a livello internazionale, che di solito valgono di più delle pubblicazioni che girano solo nel proprio istituto e che spesso sono fatte solo per avere una pubblicazione e che non valgono molto.
Che cosa farei se il candidato interno e quello esterno hanno passato con voti uguali? Sceglierei non il candidato interno, ma quello che ha il miglior cv, quello che fatto brillanti esperienza anche internazionali. Elementary, Watson!
Ho apprezzato moltissimo il libro di Gardini. 
Roberta Barazza]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi permetto di suggerire una risposta alla domanda di Gilda Policastro, che riporto:</p>
<p>&#8220;Detto diversamente: se l’introduzione di criteri oggettivi per la valutazione dei titoli (sia pur con tutti i limiti che l’attribuzione di un punteggio, per dire del più importante, a una pubblicazione in base alla sua sede) si deve (sic!) alla riforma Gelmini (peraltro non ancora in atto), e per decenni il criterio selettivo sono state invece prevalentemente le prove scritte di concorso, tu al posto di un docente che avesse i titoli e le competenze per giudicare un candidato (dunque nella migliore delle ipotesi, cioè al posto di un docente preparato e onesto), come ti saresti regolato di fronte alle prove pressoché equivalenti di un candidato interno e uno esterno, il primo dei quali avesse speso anni della sua formazione accanto a te e sotto il tuo magistero, magari collaborando, come da prassi, alla didattica, agli esami e tutto il resto: a parità di merito, ripeto, non avresti favorito il candidato interno?</p>
<p>La risposta, piuttosto ovvia è che nelle università &#8211; aimé soprattutto straniere &#8211; più intelligenti non fanno concorsi truffa come in Italia e, per rispondere più precisamente, se, come in Italia, organizzo un concorso truffa e poi devo scegliere tra un candidato interno e altri &#8211; a parità di punteggio per il tema del concorso, nelle università più decenti si sceglie quello che ha il CV PIU&#8217; BRILLANTE. Anzi all&#8217;estero non si fanno per niente i concorsi disonesti che ci sono in Italia ma semplicemente si manda il proprio cv e se le proprie credenziali sono brillanti si è scelti per queste. In Italia i concorsi delle università sono perlopiù una presa in giro che costa molti soldi ai contribuenti, sono pilotati, anzi il vincitore è già stato scelto, il tema spesso suggerito, il concorso spesso costuito ad hoc sul cv della persona che ha già vinto prima di farlo e, last but first, non conta se uno ha un cv brillante. Se uno ha passato magari 10 anni in un brillante centro di ricerca negli USA, spesso viene superato da chi ha a malapena qualche modesta pubblicazione in riviste solo del proprio istituto. La Sig.ra Policastro lamenta che è difficile determinare criteri oggettivi per valutare quale siano le esperienze accademiche più brillanti? Poverina, davvero lacerante.<br />
Un criterio di scelta è, ad es, le pubblicazioni a livello internazionale, che di solito valgono di più delle pubblicazioni che girano solo nel proprio istituto e che spesso sono fatte solo per avere una pubblicazione e che non valgono molto.<br />
Che cosa farei se il candidato interno e quello esterno hanno passato con voti uguali? Sceglierei non il candidato interno, ma quello che ha il miglior cv, quello che fatto brillanti esperienza anche internazionali. Elementary, Watson!<br />
Ho apprezzato moltissimo il libro di Gardini.<br />
Roberta Barazza</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: chiara valerio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-117819</link>

		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2009 08:38:39 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-117819</guid>

					<description><![CDATA[Aggiungo alla discussione su I Baroni di Nicola Gardini, un contributo di &lt;strong&gt;Roberto Gigliucci&lt;/strong&gt;, uscito su &lt;em&gt;L&#039;altro&lt;/em&gt; di Sabato 1 Agosto 2009.

Nicola Gardini è un comparatista, ma è soprattutto un raffinato lettore e traduttore di poesia, e un poeta di limpida chiarezza, che attinge al verso greco e latino come a Auden, alle certezze cupe di Lucrezio come al lamento di Ovidio in esilio, si fa pensoso sul mito tragico di Ippolito e sa sciogliersi al sole epicureo della felicità. Insomma, un italiano che si fa valere.

Proprio come italiano, e come ex accademico dell’università italiana, esce ora alla ribalta, dopo la sua assunzione a Oxford, col romanzo-autobiografia &lt;strong&gt;I Baroni. Come e perché sono fuggito dall’Università italiana&lt;/strong&gt; (Feltrinelli, pp. 203, euro 13,00) che sta facendo discutere i lettori e i curiosi e sta facendo quasi accapigliarsi gli addetti ai lavori e gli amici o anche semplici conoscenti.

Partirei da un’immagine del libro. L’autore è a Istanbul, fuori nevica all’infinito. Nel museo archeologico Nicola è davanti a una testa di Saffo. È davanti alla pietra che effigia la poesia stessa, e che reclama tacitamente un’interrogazione da parte degli uomini, promette «qualche rivelazione di una realtà immemorabile». Nicola è cioè davanti al senso stesso possibile della poesia, la sua irriducibilità al tempo, la sua compattezza di essere, e quindi davanti al senso possibile dell’esistenza di un poeta: di lui, Nicola. In questo momento che si vuole caricare di una semanticità quasi spaventosa – fuori la neve, dentro il volto senza occhi della poesia – Nicola riceve una telefonata al cellulare. È il professor Corona, la causa prima delle sue sofferenze accademiche: gli comunica che dovrà tornarsene all’università di Palermo, dove nessuno lo vuole e dove ha subìto una sorta di mobbing sfibrante, allucinante, quasi. Insomma, la crudeltà italica raggiunge Nicola nel momento in cui egli sta cercando e trovando se stesso.

Si tratta di una scena riassuntiva della vicenda narrata. Dall’università italiana l’autore ritiene di aver ricevuto solo ventate d’irrazionalità antimeritocratica e angherie più o meno sottili. E non si stenta a credergli. Il Barone è per lui il rappresentante antropologico compiuto del male accademico. Agli antipodi c’è il Poeta. «Il Poeta è l’opposto del Barone. Il Barone vuole a tutti i costi aver ragione. Il Poeta, al contrario, non fa nulla per aver ragione. La poesia è tutto tranne che ricerca di consenso. Il Poeta, come diceva Canetti, è cempre contro il suo tempo. Per questo non ha un ruolo nella società. Il Barone, invece, vive in funzione esclusiva della società; addirittura pretende di crearne una» e così via. 

Capiamo che questo non è solamente un romanzo a chiave sull’università italiana e sulle disgrazie di una delle sue vittime (di casi analoghi sono pieni libri-inchiesta di recente pubblicazione, da ultimo lo sconcertante e sgomentante &lt;em&gt;Parentopoli&lt;/em&gt; di Nino Luca, uscito per Marsilio). &lt;em&gt;I Baroni &lt;/em&gt;è l’autoeffigie di un poeta (cioè versificatore, lettore di poesia e vocato alla poesia, insomma) nel mondo del lavoro universitario, dove l’ontologia poetica si sfracella sui muri delle ragioni accademiche, ragioni irragionevoli ma che costituiscono un sistema perfettamente autosufficiente e che regge a ogni terremoto, ancorché sia strutturalmente marcio. Quindi il libro è la scoperta di sé a sé che Nicola compie attraverso disillusioni laceranti (chi le ha conosciute sa di cosa parlo) ed esaltazioni che costruiscono la sua identità. 

Sembrerà strano, ma questo è un romanzo sulla felicità e su come concepirla e compierla. «La felicità è un’opera o, ripetendo Aristotele, un’arte poetica. Chi la realizza scopre necessità e armonia là dove supponeva che si trovassero solo detriti e caos. Essere felice, per me, è contemplare, di colpo, come da un punto elevato, quel che è stato e, perciò, quel che sono». Se la felicità è un’opera, allora un uomo deve agire, perché è suo diritto essere felice ed è suo quasi-dovere muoversi e darsi da fare per godere appieno di questo diritto. Ecco il senso intimo del libro. Nicola, nella narrazione di sé che sviluppa per 200 pagine, non cela il proprio narcisismo, e forse fa bene, ma certamente racconta di come non ha voluto rassegnarsi all’infelicità propria o alla meschinità grottesca e autolesionista che anima la società italiana. Ha voluto di più, l’ha preteso subendo attacchi, ironia, accuse d’ingenuità, inganni, colpi bassi, alti, medi.

Non è un puro, non si dichiara un puro, si riconosce anche talora colpevole (e pure questo è narcisismo). Però non vuole essere neghittoso, non si ferma. Non solo gira per il mondo e assorbe altre lingue poetiche, ma cerca, semina, reagisce, e alla fine vince: ottiene un posto a Oxford sulla base dei suoi meriti. E vogliamo credergli. E siamo contenti per lui. E se il romanzo ha qualche ombra (la più vistosa mi pare quella di essere così autoreferenziale e lirico-saggistico da non caratterizzare per nulla i personaggi, soprattutto i grotteschi Baroni che sembrano più o meno tutti uguali, rinunciando così a una satira di tipo balzacchiano, per intenderci, e il materiale c’era), la cosa che conta è che l’obiettivo elegiaco (l’esilio in patria) e polemico (la rabbia stupefatta) è raggiunto. 

E per chi resta in Italia cosa c’è in sorte? Nulla, se non la colpevolezza per tutti, conclude Gardini. Avrà ragione? Temo di sì.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aggiungo alla discussione su I Baroni di Nicola Gardini, un contributo di <strong>Roberto Gigliucci</strong>, uscito su <em>L&#8217;altro</em> di Sabato 1 Agosto 2009.</p>
<p>Nicola Gardini è un comparatista, ma è soprattutto un raffinato lettore e traduttore di poesia, e un poeta di limpida chiarezza, che attinge al verso greco e latino come a Auden, alle certezze cupe di Lucrezio come al lamento di Ovidio in esilio, si fa pensoso sul mito tragico di Ippolito e sa sciogliersi al sole epicureo della felicità. Insomma, un italiano che si fa valere.</p>
<p>Proprio come italiano, e come ex accademico dell’università italiana, esce ora alla ribalta, dopo la sua assunzione a Oxford, col romanzo-autobiografia <strong>I Baroni. Come e perché sono fuggito dall’Università italiana</strong> (Feltrinelli, pp. 203, euro 13,00) che sta facendo discutere i lettori e i curiosi e sta facendo quasi accapigliarsi gli addetti ai lavori e gli amici o anche semplici conoscenti.</p>
<p>Partirei da un’immagine del libro. L’autore è a Istanbul, fuori nevica all’infinito. Nel museo archeologico Nicola è davanti a una testa di Saffo. È davanti alla pietra che effigia la poesia stessa, e che reclama tacitamente un’interrogazione da parte degli uomini, promette «qualche rivelazione di una realtà immemorabile». Nicola è cioè davanti al senso stesso possibile della poesia, la sua irriducibilità al tempo, la sua compattezza di essere, e quindi davanti al senso possibile dell’esistenza di un poeta: di lui, Nicola. In questo momento che si vuole caricare di una semanticità quasi spaventosa – fuori la neve, dentro il volto senza occhi della poesia – Nicola riceve una telefonata al cellulare. È il professor Corona, la causa prima delle sue sofferenze accademiche: gli comunica che dovrà tornarsene all’università di Palermo, dove nessuno lo vuole e dove ha subìto una sorta di mobbing sfibrante, allucinante, quasi. Insomma, la crudeltà italica raggiunge Nicola nel momento in cui egli sta cercando e trovando se stesso.</p>
<p>Si tratta di una scena riassuntiva della vicenda narrata. Dall’università italiana l’autore ritiene di aver ricevuto solo ventate d’irrazionalità antimeritocratica e angherie più o meno sottili. E non si stenta a credergli. Il Barone è per lui il rappresentante antropologico compiuto del male accademico. Agli antipodi c’è il Poeta. «Il Poeta è l’opposto del Barone. Il Barone vuole a tutti i costi aver ragione. Il Poeta, al contrario, non fa nulla per aver ragione. La poesia è tutto tranne che ricerca di consenso. Il Poeta, come diceva Canetti, è cempre contro il suo tempo. Per questo non ha un ruolo nella società. Il Barone, invece, vive in funzione esclusiva della società; addirittura pretende di crearne una» e così via. </p>
<p>Capiamo che questo non è solamente un romanzo a chiave sull’università italiana e sulle disgrazie di una delle sue vittime (di casi analoghi sono pieni libri-inchiesta di recente pubblicazione, da ultimo lo sconcertante e sgomentante <em>Parentopoli</em> di Nino Luca, uscito per Marsilio). <em>I Baroni </em>è l’autoeffigie di un poeta (cioè versificatore, lettore di poesia e vocato alla poesia, insomma) nel mondo del lavoro universitario, dove l’ontologia poetica si sfracella sui muri delle ragioni accademiche, ragioni irragionevoli ma che costituiscono un sistema perfettamente autosufficiente e che regge a ogni terremoto, ancorché sia strutturalmente marcio. Quindi il libro è la scoperta di sé a sé che Nicola compie attraverso disillusioni laceranti (chi le ha conosciute sa di cosa parlo) ed esaltazioni che costruiscono la sua identità. </p>
<p>Sembrerà strano, ma questo è un romanzo sulla felicità e su come concepirla e compierla. «La felicità è un’opera o, ripetendo Aristotele, un’arte poetica. Chi la realizza scopre necessità e armonia là dove supponeva che si trovassero solo detriti e caos. Essere felice, per me, è contemplare, di colpo, come da un punto elevato, quel che è stato e, perciò, quel che sono». Se la felicità è un’opera, allora un uomo deve agire, perché è suo diritto essere felice ed è suo quasi-dovere muoversi e darsi da fare per godere appieno di questo diritto. Ecco il senso intimo del libro. Nicola, nella narrazione di sé che sviluppa per 200 pagine, non cela il proprio narcisismo, e forse fa bene, ma certamente racconta di come non ha voluto rassegnarsi all’infelicità propria o alla meschinità grottesca e autolesionista che anima la società italiana. Ha voluto di più, l’ha preteso subendo attacchi, ironia, accuse d’ingenuità, inganni, colpi bassi, alti, medi.</p>
<p>Non è un puro, non si dichiara un puro, si riconosce anche talora colpevole (e pure questo è narcisismo). Però non vuole essere neghittoso, non si ferma. Non solo gira per il mondo e assorbe altre lingue poetiche, ma cerca, semina, reagisce, e alla fine vince: ottiene un posto a Oxford sulla base dei suoi meriti. E vogliamo credergli. E siamo contenti per lui. E se il romanzo ha qualche ombra (la più vistosa mi pare quella di essere così autoreferenziale e lirico-saggistico da non caratterizzare per nulla i personaggi, soprattutto i grotteschi Baroni che sembrano più o meno tutti uguali, rinunciando così a una satira di tipo balzacchiano, per intenderci, e il materiale c’era), la cosa che conta è che l’obiettivo elegiaco (l’esilio in patria) e polemico (la rabbia stupefatta) è raggiunto. </p>
<p>E per chi resta in Italia cosa c’è in sorte? Nulla, se non la colpevolezza per tutti, conclude Gardini. Avrà ragione? Temo di sì.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Fede		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-116008</link>

		<dc:creator><![CDATA[Fede]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2009 09:04:25 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-116008</guid>

					<description><![CDATA[Anch&#039;io trovo, come Gilda, che il &quot;dibattito&quot; sia stato utile ed interessante e di certo fa onore al libro di Gandini (e all&#039;autrice della recensione). Certo fa impressione che ci siano tanti &quot;anonimi&quot; addirittura &quot;per sicurezza&quot;. 

In ogni caso buone vacanze a chi e&#039; andato in vacanza! tra poco tocchera&#039; anche a me ... Magari ci possiamo vedere da queste parti, alla presentazione del libro di Gandini a Londra, se ci sara&#039; .... Federico]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anch&#8217;io trovo, come Gilda, che il &#8220;dibattito&#8221; sia stato utile ed interessante e di certo fa onore al libro di Gandini (e all&#8217;autrice della recensione). Certo fa impressione che ci siano tanti &#8220;anonimi&#8221; addirittura &#8220;per sicurezza&#8221;. </p>
<p>In ogni caso buone vacanze a chi e&#8217; andato in vacanza! tra poco tocchera&#8217; anche a me &#8230; Magari ci possiamo vedere da queste parti, alla presentazione del libro di Gandini a Londra, se ci sara&#8217; &#8230;. Federico</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: lorenzo carlucci		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-116002</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo carlucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2009 07:34:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-116002</guid>

					<description><![CDATA[anonimo scettico scrive: &quot;E’ ovvio che se fosse cosi’, se il professore italiano davvero godesse di una liberta’ lavorativa e intellettuale inesistente all’estero, la cosa sarebbe solo e unicamente un bene. Ma che siamo masochisti? Vogliamo essere meno liberi sia sul luogo di lavoro sia, ancora peggio, nella nostra ricerca intellettuale?&quot;

forse c&#039;è un equivoco: per &quot;libertà lavorativa e intellettuale&quot; in questo caso si può intendere anche: assenza di controllo, assenza di verifiche, poco stimolo alla competizione, indipendenza tra la qualità e la quantità della produzione scientifica e l&#039;avanzamento della carriera, etc. siamo ingenui?

lorenzo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>anonimo scettico scrive: &#8220;E’ ovvio che se fosse cosi’, se il professore italiano davvero godesse di una liberta’ lavorativa e intellettuale inesistente all’estero, la cosa sarebbe solo e unicamente un bene. Ma che siamo masochisti? Vogliamo essere meno liberi sia sul luogo di lavoro sia, ancora peggio, nella nostra ricerca intellettuale?&#8221;</p>
<p>forse c&#8217;è un equivoco: per &#8220;libertà lavorativa e intellettuale&#8221; in questo caso si può intendere anche: assenza di controllo, assenza di verifiche, poco stimolo alla competizione, indipendenza tra la qualità e la quantità della produzione scientifica e l&#8217;avanzamento della carriera, etc. siamo ingenui?</p>
<p>lorenzo</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Gilda Policastro		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-115992</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gilda Policastro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 22:15:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-115992</guid>

					<description><![CDATA[Valga quanto sto per dire soprattutto come ringraziamento a chi è intervenuto in questa discussione con encomiabile competenza e passione mai trascesa in rissa (mirabile dictu). 
Le testimonianze fin qua ricevute sono importanti, direi fondamentali, tutte, per le posizioni argomentate e i toni pacati, anche (soprattutto, direi) quelle anonime. Però questo dato, a posteriori, mi fa apprezzare maggiormente il libro di Gardini. 
Nicola Gardini, appunto, non &#039;&#039;anonimo oxoniense&#039;&#039;. 
Questo, almeno questo, gli si può riconoscere, tutti?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Valga quanto sto per dire soprattutto come ringraziamento a chi è intervenuto in questa discussione con encomiabile competenza e passione mai trascesa in rissa (mirabile dictu).<br />
Le testimonianze fin qua ricevute sono importanti, direi fondamentali, tutte, per le posizioni argomentate e i toni pacati, anche (soprattutto, direi) quelle anonime. Però questo dato, a posteriori, mi fa apprezzare maggiormente il libro di Gardini.<br />
Nicola Gardini, appunto, non &#8221;anonimo oxoniense&#8221;.<br />
Questo, almeno questo, gli si può riconoscere, tutti?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: anonimo anodino		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-115962</link>

		<dc:creator><![CDATA[anonimo anodino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 12:04:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-115962</guid>

					<description><![CDATA[La situazione dell&#039;Anglistica in Italia? Che dire, basta fare un salto a Villa Mirafiori a Roma. E penare che il più grande anglista italiano è Franco Moretti, cacciato da un &quot;certo&quot; Agostino Lombardo, alla cui morte è succeduta una corte dei miracoli, davvero poco illuminata. Prtoprio una scelta azzeccata, la sua. Qualcuno sostiene che un professore d&#039;inglese abbia vinto il concorso non sostenendo la prova in lingua, perché non capace.  Oppure di quella anglista repubblichina, grande scrittrice (sic!), che pur scrivendo di shakespeare parla esclusivamente di sé stessa. E l&#039;elenco potrebbe continuare. Basta vedere il numero delle persone che va via...
Io, da secondo all&#039;esame di accesso al dottorato sono stato &quot;scavalcato&quot; da altre persone, evidentemente più brave a ungere. E non scherzo. C&#039;è chi va avanti a colpi di mozzarella di bufala.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La situazione dell&#8217;Anglistica in Italia? Che dire, basta fare un salto a Villa Mirafiori a Roma. E penare che il più grande anglista italiano è Franco Moretti, cacciato da un &#8220;certo&#8221; Agostino Lombardo, alla cui morte è succeduta una corte dei miracoli, davvero poco illuminata. Prtoprio una scelta azzeccata, la sua. Qualcuno sostiene che un professore d&#8217;inglese abbia vinto il concorso non sostenendo la prova in lingua, perché non capace.  Oppure di quella anglista repubblichina, grande scrittrice (sic!), che pur scrivendo di shakespeare parla esclusivamente di sé stessa. E l&#8217;elenco potrebbe continuare. Basta vedere il numero delle persone che va via&#8230;<br />
Io, da secondo all&#8217;esame di accesso al dottorato sono stato &#8220;scavalcato&#8221; da altre persone, evidentemente più brave a ungere. E non scherzo. C&#8217;è chi va avanti a colpi di mozzarella di bufala.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: accademico scettico		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-115958</link>

		<dc:creator><![CDATA[accademico scettico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 11:18:15 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-115958</guid>

					<description><![CDATA[Grazie per la tua risposta, Stefano, e grazie anche a Fede per aver chiosato qualche aggiunta. Concordo con te: per entrare meglio nel discorso sulla qualita&#039; scientifica dell&#039;italianistica o dell&#039;anglistica in Italia o all&#039;estero dovremmo approfondire molto, entrare in dettagli, fare esempi precisi. Ma non e&#039; questa la sede, scadremmo nel pressappochismo se ci provassimo. Dissento solo quando scrivi:

Facile sentirsi al top se gli interessi sono linguistici, eruditi, archivistici, ecc, molto meno quando si ha a che fare con la storia delle idee, le interpretazioni, i contesti culturali, ecc. 

La mia impressione, al contrario, e&#039; che la debolezza &#039;estera&#039; sia spesso piu&#039; marcata proprio nel secondo ambito ermeneutico. Alludo al dilagare talvolta degenere dei Cultural Studies et similia nei Dipartimenti di letteratura, per cui si conferisce la stessa importanza a qualsiasi insignificante testo o artefatto culturale, mettendo tutto sullo stesso piano. La stessa commistione disciplinare dei social studies che descrivi ( history, art, + cinema + mafia + calcio + cucina, etc,) non mi sembra il massimo. Sono curioso e aperto per natura, non mi piace disprezzare, ma posso dirti che il piu&#039; delle volte da letture di libri o ascolti di convegni santificati agli studi culturali o ai loro cascami sono uscito non solo non arricchito, ma francamente sconcertato. Forse e&#039; un mio limite, forse e&#039; colpa mia se non sono finora riuscito a comprendere l&#039;innovazione rivoluzionaria di questi studi, ma cosi&#039; e&#039; stato nel mio caso. Ho provato spesso la deprimente sensazione di assistere all&#039;azzeramento (per rimozione ignorante, non per ripensamento consapevole) di un&#039;intera storia culturale, con i suoi limiti e le sue ricchezze, ma anche con tutta la sua stratificata e non ingenua complessita&#039; ; come un ritorno al primitivo, alla preistoria, dopo la cancellazione in blocco, per dimenticanza, di stadi pregressi e stratosferici di civilta&#039;. Pero&#039;, ripeto, dovremmo riparlarne in altre sedi e altri modi. Per cui finisco qua. 

Mi sento invece di fare giusto una breve notazione in merito alla vostra accusa  (anche di Fede) nei riguardi dei presunti privilegi dei docenti italiani. Dunque per voi non e&#039; il sistema universitario italiano nel suo insieme a andare male, ma solo il suo metodo di reclutamento? Da quanto scrivete mi sembra di capire che secondo voi chi ha avuto la fortuna di entrare nel sistema nazionale vive poi una condizione paradisiaca. L&#039;eldorado, allora, e&#039; quello dei docenti italiani? Ma non era all&#039;estero? I docenti italiani lavorano meno e guadagnano di piu&#039;, scrivete. E sembrate deplorarlo. Stefano, tu addirittura ti poni un curioso dubbio amletico:  

Io resto cnvinto che il professore italiano goda di una libertà intellettuale e lavorativa che all’estero non c’è: è un bene o un male? 

E&#039; ovvio che se fosse cosi&#039;, se il professore italiano davvero godesse di una liberta&#039; lavorativa e intellettuale inesistente all&#039;estero, la cosa sarebbe solo e unicamente un bene. Ma che siamo masochisti? Vogliamo essere meno liberi sia sul luogo di lavoro sia, ancora peggio, nella nostra ricerca intellettuale? A me pare ovvio che sia sempre meglio essere piu&#039; liberi, e che sia meglio, per rispondere anche a Fede, lavorare meno, se per lavorare si intende, come credo voi intendiate, il monte ore dedicate alla didattica, che in Inghilterra e&#039; sicuramente molto piu&#039; alto (e piu&#039; routinario) di quello previsto per i docenti italiani. Il fatto che in Italia si possa anche tenere un solo corso in un solo semestre per avere diritto allo stipendio di base a voi sembra negativo? Ma a me proprio no! Magari fosse cosi&#039;, o si potesse ancora continuare cosi&#039; laddove ancora lo e&#039;. Si darebbe piu&#039; spazio alla ricerca destinando sistematicamente un secondo semestre allo studio, alla scrittura, alla sperimentazione laboratoriale ecc. La nuova universita&#039; burocratizzata e licealizzata ha tra i suoi tanti difetti anche quello di strozzare gli spazi e i tempi da dedicare alla ricerca. Che certamente andrebbe monitorata in modo piu&#039; rigoroso, ma che resta vitale anche a garanzia di una buona qualita&#039; della didattica. L&#039;idea che gli italiani siano tutti sfaticati assenteisti non la condivido proprio. Mi e&#039; sempre sembrata uno stereotipo razzista. Sul guadagno non saprei, non credo sia vero che in Italia si guadagna meglio. Forse dipende dai casi, visto che le paghe sono variegate all&#039;estero in base alle sedi e ai gradi. Sicuramente pero&#039; in Italia i fondi di incentivo alla ricerca sono molto meno pingui che altrove. Alla fin fine, dunque, non credo che la condizione dei docenti italiani sia  privilegiata, non certo dal punto di vista economico, in ogni caso. Forse la nostra accademia resta ancora meno rigidamente organizzata di quella inglese e meno orientata sulla didattica, lasciando quindi piu&#039; tempo libero ai docenti (cosa da difendere, e semmai da tentare di esportare, non da accusare come segno di inefficienza e-o di scarso attaccamento al lavoro). Ma se il sistema e&#039; guasto, lo e&#039; a tutti i livelli. Se lo e&#039;, non basta entrare per viverci bene. Forse anche qui si potrebbe provare a rovesciare la prospettiva del discorso. Magari promuovendo un questionario da sottoporre ai docenti di ruolo italiani in merito ai loro presunti tassi di desiderio relativi al trasferirsi all&#039;estero. Ai bandi sul ritorno dei cervelli pare abbiano risposto migliaia di espatriati. Chissa&#039; quanti incardinati in patria risponderebbero a un concorso opposto per l&#039;espatrio. Io penso che sarebbero molti. O mi risponderete che sarebbero pochi perche&#039; quasi tutti sono corrotti e conniventi con un sistema feudale di privilegi? Non so se cio&#039; sia quanto crede Gardini - il cui libro, come ripeto, non ho letto -, ma sarebbe un&#039;ipotesi davvero massimalista e pregiudiziale. Le generalizzazioni sono sempre inutili e dannose. Come non si puo&#039; dire che all&#039;estero si stia sempre e in tutto meglio, cosi&#039; non si puo&#039; dire che gli italiani siano tutti pigroni, delinquenti e corrotti. Ci sono tanti studiosi onesti e bravi in Italia, anche all&#039;interno dell&#039;universita&#039;.  Ricordiamocelo. In Italia c&#039;e&#039; la mafia, ma non siamo tutti mafiosi, c&#039;e&#039; Berlusconi, ma non tutti siamo prostituti del berlusconismo. Condivido l&#039;invito di Gilda ad auto-responsabilizzarsi. Ognuno guardi prima di tutto se stesso, e quanto realmente fa per resistere al declino e al marcio, e per cercare di cambiare le cose, nel suo piccolo e dovunque. Che poi non esistano in questo momento punti di riferimento collettivi, gruppi o istituzioni capaci di alimentare movimenti di opinione e-o di protesta organizzati lo sappiamo, purtroppo, ne&#039; la cosa riguarda solo le universita&#039;. 

Con questo vi saluto evi ringrazio, augurandovi buone vacanze, dato che oggi parto finalmente per le mie. Non so se nei prossimi giorni potro&#039; ancora leggere e intervenire, dato che saro&#039; in viaggio, ma meditero&#039; ancora, pur con lo scetticismo che mi contraddistingue, sui tanti spunti interessanti emersi in questo blog. Ciao!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per la tua risposta, Stefano, e grazie anche a Fede per aver chiosato qualche aggiunta. Concordo con te: per entrare meglio nel discorso sulla qualita&#8217; scientifica dell&#8217;italianistica o dell&#8217;anglistica in Italia o all&#8217;estero dovremmo approfondire molto, entrare in dettagli, fare esempi precisi. Ma non e&#8217; questa la sede, scadremmo nel pressappochismo se ci provassimo. Dissento solo quando scrivi:</p>
<p>Facile sentirsi al top se gli interessi sono linguistici, eruditi, archivistici, ecc, molto meno quando si ha a che fare con la storia delle idee, le interpretazioni, i contesti culturali, ecc. </p>
<p>La mia impressione, al contrario, e&#8217; che la debolezza &#8216;estera&#8217; sia spesso piu&#8217; marcata proprio nel secondo ambito ermeneutico. Alludo al dilagare talvolta degenere dei Cultural Studies et similia nei Dipartimenti di letteratura, per cui si conferisce la stessa importanza a qualsiasi insignificante testo o artefatto culturale, mettendo tutto sullo stesso piano. La stessa commistione disciplinare dei social studies che descrivi ( history, art, + cinema + mafia + calcio + cucina, etc,) non mi sembra il massimo. Sono curioso e aperto per natura, non mi piace disprezzare, ma posso dirti che il piu&#8217; delle volte da letture di libri o ascolti di convegni santificati agli studi culturali o ai loro cascami sono uscito non solo non arricchito, ma francamente sconcertato. Forse e&#8217; un mio limite, forse e&#8217; colpa mia se non sono finora riuscito a comprendere l&#8217;innovazione rivoluzionaria di questi studi, ma cosi&#8217; e&#8217; stato nel mio caso. Ho provato spesso la deprimente sensazione di assistere all&#8217;azzeramento (per rimozione ignorante, non per ripensamento consapevole) di un&#8217;intera storia culturale, con i suoi limiti e le sue ricchezze, ma anche con tutta la sua stratificata e non ingenua complessita&#8217; ; come un ritorno al primitivo, alla preistoria, dopo la cancellazione in blocco, per dimenticanza, di stadi pregressi e stratosferici di civilta&#8217;. Pero&#8217;, ripeto, dovremmo riparlarne in altre sedi e altri modi. Per cui finisco qua. </p>
<p>Mi sento invece di fare giusto una breve notazione in merito alla vostra accusa  (anche di Fede) nei riguardi dei presunti privilegi dei docenti italiani. Dunque per voi non e&#8217; il sistema universitario italiano nel suo insieme a andare male, ma solo il suo metodo di reclutamento? Da quanto scrivete mi sembra di capire che secondo voi chi ha avuto la fortuna di entrare nel sistema nazionale vive poi una condizione paradisiaca. L&#8217;eldorado, allora, e&#8217; quello dei docenti italiani? Ma non era all&#8217;estero? I docenti italiani lavorano meno e guadagnano di piu&#8217;, scrivete. E sembrate deplorarlo. Stefano, tu addirittura ti poni un curioso dubbio amletico:  </p>
<p>Io resto cnvinto che il professore italiano goda di una libertà intellettuale e lavorativa che all’estero non c’è: è un bene o un male? </p>
<p>E&#8217; ovvio che se fosse cosi&#8217;, se il professore italiano davvero godesse di una liberta&#8217; lavorativa e intellettuale inesistente all&#8217;estero, la cosa sarebbe solo e unicamente un bene. Ma che siamo masochisti? Vogliamo essere meno liberi sia sul luogo di lavoro sia, ancora peggio, nella nostra ricerca intellettuale? A me pare ovvio che sia sempre meglio essere piu&#8217; liberi, e che sia meglio, per rispondere anche a Fede, lavorare meno, se per lavorare si intende, come credo voi intendiate, il monte ore dedicate alla didattica, che in Inghilterra e&#8217; sicuramente molto piu&#8217; alto (e piu&#8217; routinario) di quello previsto per i docenti italiani. Il fatto che in Italia si possa anche tenere un solo corso in un solo semestre per avere diritto allo stipendio di base a voi sembra negativo? Ma a me proprio no! Magari fosse cosi&#8217;, o si potesse ancora continuare cosi&#8217; laddove ancora lo e&#8217;. Si darebbe piu&#8217; spazio alla ricerca destinando sistematicamente un secondo semestre allo studio, alla scrittura, alla sperimentazione laboratoriale ecc. La nuova universita&#8217; burocratizzata e licealizzata ha tra i suoi tanti difetti anche quello di strozzare gli spazi e i tempi da dedicare alla ricerca. Che certamente andrebbe monitorata in modo piu&#8217; rigoroso, ma che resta vitale anche a garanzia di una buona qualita&#8217; della didattica. L&#8217;idea che gli italiani siano tutti sfaticati assenteisti non la condivido proprio. Mi e&#8217; sempre sembrata uno stereotipo razzista. Sul guadagno non saprei, non credo sia vero che in Italia si guadagna meglio. Forse dipende dai casi, visto che le paghe sono variegate all&#8217;estero in base alle sedi e ai gradi. Sicuramente pero&#8217; in Italia i fondi di incentivo alla ricerca sono molto meno pingui che altrove. Alla fin fine, dunque, non credo che la condizione dei docenti italiani sia  privilegiata, non certo dal punto di vista economico, in ogni caso. Forse la nostra accademia resta ancora meno rigidamente organizzata di quella inglese e meno orientata sulla didattica, lasciando quindi piu&#8217; tempo libero ai docenti (cosa da difendere, e semmai da tentare di esportare, non da accusare come segno di inefficienza e-o di scarso attaccamento al lavoro). Ma se il sistema e&#8217; guasto, lo e&#8217; a tutti i livelli. Se lo e&#8217;, non basta entrare per viverci bene. Forse anche qui si potrebbe provare a rovesciare la prospettiva del discorso. Magari promuovendo un questionario da sottoporre ai docenti di ruolo italiani in merito ai loro presunti tassi di desiderio relativi al trasferirsi all&#8217;estero. Ai bandi sul ritorno dei cervelli pare abbiano risposto migliaia di espatriati. Chissa&#8217; quanti incardinati in patria risponderebbero a un concorso opposto per l&#8217;espatrio. Io penso che sarebbero molti. O mi risponderete che sarebbero pochi perche&#8217; quasi tutti sono corrotti e conniventi con un sistema feudale di privilegi? Non so se cio&#8217; sia quanto crede Gardini &#8211; il cui libro, come ripeto, non ho letto -, ma sarebbe un&#8217;ipotesi davvero massimalista e pregiudiziale. Le generalizzazioni sono sempre inutili e dannose. Come non si puo&#8217; dire che all&#8217;estero si stia sempre e in tutto meglio, cosi&#8217; non si puo&#8217; dire che gli italiani siano tutti pigroni, delinquenti e corrotti. Ci sono tanti studiosi onesti e bravi in Italia, anche all&#8217;interno dell&#8217;universita&#8217;.  Ricordiamocelo. In Italia c&#8217;e&#8217; la mafia, ma non siamo tutti mafiosi, c&#8217;e&#8217; Berlusconi, ma non tutti siamo prostituti del berlusconismo. Condivido l&#8217;invito di Gilda ad auto-responsabilizzarsi. Ognuno guardi prima di tutto se stesso, e quanto realmente fa per resistere al declino e al marcio, e per cercare di cambiare le cose, nel suo piccolo e dovunque. Che poi non esistano in questo momento punti di riferimento collettivi, gruppi o istituzioni capaci di alimentare movimenti di opinione e-o di protesta organizzati lo sappiamo, purtroppo, ne&#8217; la cosa riguarda solo le universita&#8217;. </p>
<p>Con questo vi saluto evi ringrazio, augurandovi buone vacanze, dato che oggi parto finalmente per le mie. Non so se nei prossimi giorni potro&#8217; ancora leggere e intervenire, dato che saro&#8217; in viaggio, ma meditero&#8217; ancora, pur con lo scetticismo che mi contraddistingue, sui tanti spunti interessanti emersi in questo blog. Ciao!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: anonimo per sicurezza		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-115947</link>

		<dc:creator><![CDATA[anonimo per sicurezza]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 10:20:50 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-115947</guid>

					<description><![CDATA[Belle discussioni, propositive e intelligenti. Ma non se ne uscirà mai quando la prassi poi si allontana drammaticamente dal pensiero. Un esempio personale. Un vs. collaboratore, persona di sinistra e di mente aperta e fustigatrice dei costumi (a parole), Carla Benedetti, contribuì anni fa a non farmi avere un posto di dottorato a Pisa: ero secondo, i posti erano due, ottimo orale, ma poi passò il candidato interno. Sic transit gloria mundi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Belle discussioni, propositive e intelligenti. Ma non se ne uscirà mai quando la prassi poi si allontana drammaticamente dal pensiero. Un esempio personale. Un vs. collaboratore, persona di sinistra e di mente aperta e fustigatrice dei costumi (a parole), Carla Benedetti, contribuì anni fa a non farmi avere un posto di dottorato a Pisa: ero secondo, i posti erano due, ottimo orale, ma poi passò il candidato interno. Sic transit gloria mundi&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Fede		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-115912</link>

		<dc:creator><![CDATA[Fede]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 19:00:32 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-115912</guid>

					<description><![CDATA[Eccomi di nuovo. Concordo con Gilda P. Gardini solleva un aspetto interessante, che, detto in altri termini, e&#039; il seguente: il personale docente viene &quot;filtrato&quot; su una certa qualita&#039; o disposizione, cioe&#039; accettare il sistema. Chi non lo accetta e&#039; meno probabile che vi entri. In questo senso, il mondo accademico italiano non e&#039; dissimile da altre professioni. Il problema e&#039; che il filtro andrebbe &quot;pulito&quot; (per usare la stessa metafora ...).

Si lavora di meno in italia? sospetto di si&#039;, ma non voglio certo iniziare una rincorsa a chi si piange di piu&#039; addesso, era solo una possibile spiegazione del perche&#039; sembra che molti vogliano tornare, ma vi sono certo anche ragioni. Mi si dice che in Italia si puo&#039; insegnare solo un semestre (tre mesi), e mi si dice che le pensioni sono circa il 90 % del salario (qui sono il 50%). [Di certo questo governo ci pensera&#039; a ridurle ...] Guarda gli stipendi medi di un university lecturer (£30,000) / reader / professor e vedi se sono piu&#039; bassi. vedi: http://www.jobs.ac.uk/ 
Esistono esami di fine anno scritti per tutte le materie, da correggere ... 

non e&#039; questo il problema sollevato da Gardini, ma l&#039;impressione che si ha da qui e&#039; che i profe italiani, ma di piu&#039; quelli tedeschi e francesi, siano piu&#039; privilegiati e rispettati. magari e&#039; solo un&#039;illusione ...
in ogni caso, complimenti per la recensione! f]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Eccomi di nuovo. Concordo con Gilda P. Gardini solleva un aspetto interessante, che, detto in altri termini, e&#8217; il seguente: il personale docente viene &#8220;filtrato&#8221; su una certa qualita&#8217; o disposizione, cioe&#8217; accettare il sistema. Chi non lo accetta e&#8217; meno probabile che vi entri. In questo senso, il mondo accademico italiano non e&#8217; dissimile da altre professioni. Il problema e&#8217; che il filtro andrebbe &#8220;pulito&#8221; (per usare la stessa metafora &#8230;).</p>
<p>Si lavora di meno in italia? sospetto di si&#8217;, ma non voglio certo iniziare una rincorsa a chi si piange di piu&#8217; addesso, era solo una possibile spiegazione del perche&#8217; sembra che molti vogliano tornare, ma vi sono certo anche ragioni. Mi si dice che in Italia si puo&#8217; insegnare solo un semestre (tre mesi), e mi si dice che le pensioni sono circa il 90 % del salario (qui sono il 50%). [Di certo questo governo ci pensera&#8217; a ridurle &#8230;] Guarda gli stipendi medi di un university lecturer (£30,000) / reader / professor e vedi se sono piu&#8217; bassi. vedi: <a href="http://www.jobs.ac.uk/" rel="nofollow ugc">http://www.jobs.ac.uk/</a><br />
Esistono esami di fine anno scritti per tutte le materie, da correggere &#8230; </p>
<p>non e&#8217; questo il problema sollevato da Gardini, ma l&#8217;impressione che si ha da qui e&#8217; che i profe italiani, ma di piu&#8217; quelli tedeschi e francesi, siano piu&#8217; privilegiati e rispettati. magari e&#8217; solo un&#8217;illusione &#8230;<br />
in ogni caso, complimenti per la recensione! f</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Gilda Policastro		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/07/23/dei-baroni-non-si-sa-niente/#comment-115911</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gilda Policastro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 18:01:44 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=19186#comment-115911</guid>

					<description><![CDATA[...stigmatizzava (e altri refusi...)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;stigmatizzava (e altri refusi&#8230;)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-29 20:22:05 by W3 Total Cache
-->