Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio

24 luglio 2009
Pubblicato da

di Andrea Inglese

In millecinquecento battute ieri su Repubblica Enrico Deaglio ha esposto alcuni fatti nodali per la vita della nostra democrazia, di cui i media avrebbero dovuto occuparsi più di ogni altra cosa durante questi anni e che avrebbero dovuto essere ininterrottamente al centro del nostro dibattito politico. In realtà, sia l’informazione che il dibattito politico ha avuto tra i suoi pregevoli effetti di cancellare dalle nostre menti (o rendere irrilevanti) molti di quegli elementi che Deaglio ha raccolto in queste poche righe.

In altri termini, le millecinquecento battute di Deaglio sono quanto ci si dovrebbe aspettare da un serio e intelligente giornalismo politico, impegnato a informare l’opinione pubbliche su questioni della massima importanza per il destino del paese. Ci possono essere questioni più gravi, vitali e urgenti da discutere e chiarire che queste, questioni che coinvolgono nello stesso tempo la realtà politica, economica e criminale del paese?

Ieri, con il titolo “Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall’agenda”, appariva a pagina 8 di Repubblica l’articolo di Deaglio che, al suo interno, conteneva il brano cruciale. Mi sono preso la briga di ricopiarlo e di metterlo in rete, favorendo quanto possibile una ridondanza dell’informazione.

Un intervento simile, infatti, non ha solo il pregio di trattare notizie scomode, come quelle che sta affrontando Repubblica in questi giorni sul “patto” tra Cosa Nostra e Stato (1992-1994). Ma realizza anche quella indispensabile sintesi, che offre la possibilità di pervenire a un giudizio e a una deliberazione. Quella sintesi e visione d’insieme degli avvenimenti che l’intero sistema dell’informazione quotidianamente cancella, per calcolo politico (propaganda) o insipienza professionale (irresponsabilità).

Chiunque, in qualsiasi paese cosiddetto “civile”, avanzasse tali questioni in un ambito pubblico, tramite un quotidiano di importanza nazionale, dovrebbe scatenare un dibattito politico acceso e ad ampio raggio. Questi dovrebbero essere temi di cui discutere per mesi, dentro e fuori il parlamento. Ma in realtà dovremmo dire, questi sono i temi di cui si dovrebbe discutere da anni. E invece magicamente, appena essi emergono, spariscono poi con grandissima velocità dalle scene. Uomini di governo, uomini dell’opposizione, giornalisti, opinionisti, tutti riusciranno immediatamente a frantumare lo scenario, per agitare ognuno un suo frammento avulso, o per semplicemente far calare un altro paesaggio, più rassicurante o semplicemente più slegato dalla realtà politica e dalle sue responsabilità.

Da Quelle scomode verità su Cosa nostra che la politica ha cancellato dall’agenda di Enrico Deaglio [La Repubblica, 23 luglio 2009, p. 8]

“1) Cosa Nostra siciliana negli anni ’70 è protagonista del più grande successo capitalistico italiano. Praticamente monopolista del mercato americano dell’eroina, la sua finanza invade l’economia italiana. 2) Per decenni protetta da Giulio Andreotti, subisce un pesante smacco dalla legge Rognoni La Torre (1982) che prevede la confisca dei suoi beni e, subito dopo dalle indagini del giudice Giovanni Falcone che trova in Tommaso Buscetta l’uomo che gli spiega tutto. 3) La Sicilia è il maggiore destinatario della spesa pubblica italiana. Le principali aziende del nord stringono patti diretti con Cosa Nostra per ottenere appalti.
E, per quello che ho capito, andando nei particolari, Raul Gardini (1986) entra ufficialmente in borsa con la Calcestruzzi Spa al 50 per cento con la famiglia Buscemi di Palermo, emissaria di Riina. Silvio Berlusconi (anni 80-90) viene finanziato da Cosa Nostra nella costruzione delle sue televisioni e nel 1994, nella funestra prospettiva di un governo di sinistra in Italia, viene convinto da Cosa Nostra a metterci la faccia; la Confindustrai siciliana (inizio anni 90) firma un patto con Cosa Nostra per aggiudicarsi gli appalti miliardari della Sicilia, versando “un’addizionale Riina” di appena lo 0,80 per cento e si giunge al punto che al suo massimo esponente nell’isola viene scortato da uomini di Cosa Nostra. Il Pds (allora si chiamava così) è abbastanza afono, anche perché le cooperative di Ravenna che si aggiudicano, tramite la Calcestruzzi di Gardini, buoni lavori in Sicilia, lo finanziano.”

*

Ieri sera, dopo mesi che non vedevo la televisione, ho assistito a un inquietante programma di Rai Tre, una docu-fiction intitolata Amore criminale. Il programma era dedicato alla vicenda reale di una giovane donna perseguitata e infine assassinata dal suo marito tossico e violento. Alternava commenti della conduttrice, interviste dei genitori della vittima e degli avvocati, e ricostruzioni con attori e scenari verosimili. Mi chiedo come sia possibile che trasmissioni del genere siano trasmesse da una TV pubblica, da quella TV che dovrebbe dar voce ai giornalisti meno cinici e opportunisti, meno proni alle esigenze propagandistiche del governo. Mi chiedo come delle persone adeguatamente pagate possano lavorare per produrre qualcosa di così profondamente guasto, storto. Se un programma così è possibile, allora l’intera corporazione giornalistica vive in un regime d’irresponsabilità quasi totale.

Amore criminale è un programma disgustoso non solo perché, banalmente, crea spettacolo a partire da un fatto di cronaca, mettendo in scena il sangue, la morte, il dolore, la ferocia, nella loro forma più bruta. Non solo perché le sue ricostruzioni infettano la comprensione della realtà, diffondendo ad ogni passo stereotipi del tutto irreali (lo stereotipo del tossico, del violento, della donna martire, ecc.). Non solo perché, in modo razzistico, mette i sottotitoli in italiano ai monologhi dei genitori reali della vittima, due persone senza istruzione, che parlano un italiano scorretto e con inserti dialettali, ma perfettamente comprensibile. Non solo perché mette in scena avvocati e pubblici ministeri e carabinieri che entrano completamente nelle forme del racconto così come è richiesto dal tipo di trasmissione, tutto incentrato sugli effetti emotivi e su una psicologia d’accatto. La cosa peggiore è ciò che lateralmente emerge dalla storia narrata, qualcosa che non è minimamente tematizzato dagli autori del documentario né dai testimoni reali della vicenda. Il fatto scandaloso che affiora – per sbaglio – dalla docu-fiction è che, in Italia, una donna, nonostante abbia denunciato il marito per lesioni, con tanto di espliciti referti medici, non riceve alcuna efficace protezione nei confronti del marito aggressore. Ciò che emerge e riempie d’indignazione è il fatto che risulti del tutto normale che un uomo possa continuare a minacciare e terrorizzare una donna, dopo essere stato da questa denunciato per un’aggressione violentissima e documentata presso i carabinieri. Ciò che dunque si ricava dalla docu-fiction è che, in un paese che non fa altro che cianciare dalla mattina alla sera di “sicurezza”, una donna massacrata di botte dal proprio marito sia dalle istituzioni in piena conoscenza di causa lasciata indifesa di fronte al suo aggressore, fino al tremendo epilogo dell’assassinio. E di questa notizia, che è l’unica notizia importante che avrebbe rilevanza pubblica, il docu-fiction non dice nulla, e neppure nessuno dei testimoni reali invitati a parlare, carabinieri e magistrati compresi. Questa trasmissione esemplifica la piena ignoranza, inconsapevolezza, e inciviltà del nostro paese, e in particolare del nostro sistema giornalistico.

È grazie anche al giornalismo dei docu-fiction come Amori criminali, che l’opinione pubblica è sollecitata ad una quotidiana amnesia, ed è grazie a questa amnesia sempre rinnovata, che – come diceva Deaglio – la classe politica può cancellare dall’agenda i capitoli più scandalosi e oscuri in cui è stata coinvolta, o di cui, comunque, dovrebbe occuparsi.

Che sia poi ancora una volta un’inchiesta giudiziaria a sollecitare il mondo politico, e a mostrare la sua inadeguatezza (l’inchiesta della Procura di Palermo dei pm Di Matteo e Ingroia sulla “trattativa” tra Cosa nostra e lo Stato) non può sorprendere. Ha scritto lo storico del Mezzogiorno Salvatore Lupo:

“la contaminazione tra piano politico e piano giudiziario non deriva da manovre, né da strumentalizzazioni, né da particolari scelte interpretative di alcuno, ma dalla stessa evoluzione dei fatti: è stata la politica a spostarsi al di fuori ovvero al di sotto di se stessa, nella sfera d’azione della magistratura penale, in una situazione in cui l’illegalità (affaristica, terroristica, mafiosa) non è stata solo uno strumento del potere, quanto uno dei campi di esercizio del potere stesso. La nostra non è tanto (non è solo) una nazione più corrotta di altre, o più corrotta di quanto fosse prima – in età liberale, ad esempio; è una nazione nella quale alcune delle transazioni e degli avvenimenti fondamentali della vita collettiva si sono realizzati nell’illegalità e nella segretezza, in stanze sotterranee che indubitabilmente sono qui di vastità inusitata rispetto ad altre situazioni e ad altri tempi.” [da Andreotti, la mafia, la storia d’Italia, Roma, Donzelli, 1996, p. 26.]

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22 Responses to Le millecinquecento battute di Enrico Deaglio

  1. fabrizio venerandi il 24 luglio 2009 alle 08:38

    Letto, grazie.

  2. jp il 24 luglio 2009 alle 09:35

    Ravviso, nel fondo di questo articolo, una tensione civile importante, e una stanchezza per una situazione che presenta elementi preoccupanti. C’è però un elemento che non mi convince: indubbiamente ha valore l’opera di manipolazione del giornalismo italiano, scopertamente servile o viscidamente truccato che sia; mi chiedo però se questo sia il punto centrale su cui centrare la propria indignazione. Siamo davvero convinti che il consenso a Berlusconi derivi dall’amnesia che certo giornalismo sollecita nelle coscienze italiche? Qual è il vero collante, ciò che permette a B. di governare malgrado la sua indubbia implicazione in “cose sporche”? Questa è la domanda fondamentale da porsi.

    Un mio vicino di casa, persona onesta e laboriosa, è scopertamente berlusconiano. Conosce molto bene il suo passato, come si è costruito, quali legami dubbi gli abbiano permesso l’affermazione come palazzinaro e come re delle televisioni … In quella sua «cecità cosciente» c’è un barlume di verità: Berlusconi, dice, mi permette di fare fronte alla crisi. È un piccolo imprenditore, produce vino. Il recente pacchetto anti-crisi, ad esempio, gli permette di risparmiare attraverso la detassazione degli utili e la rata del mutuo e la deducibilità del costo del lavoro etc.. Il mio vicino di casa, insomma, guarda prima di tutto la funzionalità di Berlusconi al suo interesse. Ora, com’è ovvio, l’interesse particolare del mio vicino corrisponde ad altri interessi particolari: Berlusconi è insomma il “politico di fiducia” di questa parte della società. Non lo era – e probabilmente non lo sarà mai – del “capitalismo familiare” italiano, Fiat in primis, mentre si è guadagnato i galloni con le industrie a partecipazione statale, e con l’Enel in particolare (ad esempio con i recenti contratti con la Russia). La stessa Confindustria ha smussato la sua riluttanza, grazie alle recenti commesse ottenute da Berlusconi con Cina, Libia, Iran, etc.; per non dire poi delle Banche e del sistema creditizio. La mistificazione giornalistica, dunque, non riguarda questi interessi materiali, poiché il consenso discende da atti pratici finalizzati a mantenere in vita il sistema produttivo. Che importa all’imprenditore o al piccolo artigiano del passato poco pulito di Berlusconi? Il denaro, si sa, rende onesto anche chi non lo è …

    Ma la bravura di Berlusconi è anche nel presentarsi come rappresentante della totalità sociale; nell’arrogarsi, cioè, anche il consenso di quanti non traggono giovamento materiale dalle sue decisioni. I lavoratori dipendenti, ad esempio, pubblici e privati; o i precari. Anche qui, però, non ha senso limitare alla sola persuasione mass-mediatica il consenso a Berlusconi di questa fascia molto ampia di popolazione. Bisognerebbe tirare in ballo anche altri elementi, dal sistema elettorale maggioritario, alla militarizzazione della vita sociale, al ricatto nei confronti dei sindacati, alla repressione …

    Altro elemento che mi lascia perplesso nello scritto di Andrea è il basarsi su un giornale – Repubblica – che è corresponsabile, almeno a livello coscienziale, dell’attuale sfascio culturale. L’inquinamento della psiche e della coscienza, lo sradicamento di ogni ipotesi alternativa o anche solo la consapevolezza della negatività del capitalismo italiano ha in Repubblica un rappresentante di primo livello; e non è certo un caso che questo giornale sia stato il primo sponsor del PD … Potranno anche darsi, tra le sue pagine, alcune indagini importanti; nel complesso, però, rimane la cassa di risonanza più grossa dell’annichilimento della sinistra italiana …

    Il mondo politico italiano non è inadeguato. Tutto sta a capire a cosa è conforme.

  3. fabiandirosa il 24 luglio 2009 alle 09:37

    Fa bene Andrea Inglese a diffondere ove possibile informazioni desumibili dalla carta stampata. Informazioni peraltro rintracciabili anche in recenti libri di letteratura pubblicati da Giuseppe Genna o Giancarlo De Cataldo, solo per citare due scrittori.
    L’analisi di Deaglio, per quello che conosco, mi sembra piuttosto riduttiva – sembra una battuta ma non lo è – visto che nulla dice sulle implicazioni Mafia-Vaticano e Massoneria-Politica (cui aggiungerei la stessa Mafia poichè legata a colletti bianchi che si sono sottoposti al rito del gonnellino e spadino).
    C’è un noto libro inchiesta di D. Yallop (In nome di Dio, tradotto in Italia per Pironti Ed. – Napoli 1997) sulla misteriosa morte di Papa Giovanni Paolo I oppure Vatican Connection di H. Richard (Pironti 1991) che mostrano le origini delle relazioni ‘ufficiali’ tra Cosa Nostra e l’alto Clero romano.
    Per quanto riguarda il secondo ‘matrimonio’ oggi a parlarne è solo Di Pietro coadiuvato da De Magistris, ma è sufficente youtube per sentire le dichiarazioni di Licio Gelli su Berlusconi quale designato a completare il ‘famigerato’ Piano di Rinascita democratica ( a tal proposito credo che i soldi per fondare la tv privata Silvio li abbia ottenuti più precisamente da imprenditori massoni, sebbene ciò sposti di poco la questione…)
    Queste sono notizie che l’uomo della strada non vede perchè non vuole vedere dal momento che il suo poratafogli non è intaccato da quelle immonde connessioni. Le infiltrazioni mafiose, il reciclaggio di denaro sporco, il potere politico alimentato e che alimenta tale sistema sono il nuovo tessuto economico e sociale che avanza così come prolifica la tv monnezza di Matilde D’Errico, Maurizio Iannelli e Luciano Palmerino autori dei testi di Camila Raznovich in uno studio televisivo di RaiTre!

  4. francesco pecoraro il 24 luglio 2009 alle 10:00

    Il 19 o il 20 luglio del 1992 stavo cenando con mio figlio ad un tavolo all’aperto di un ristorante dalle parti di Place della Bastille, a Parigi.
    Non sapevo niente dell’omicidio Borsellino, ma un mio vicino di tavolo aveva un giornale francese in cui la notizia campeggiava con tanto di fotografia di via d’Amelio semi-distrutta dall’esplosione. Io sbirciavo il giornale e lui mi doveva aver sentito parlare con mio figlio in italiano.
    A un certo punto si sporse verso di me, indicando quella fotografia, e mi disse, più o meno: Com’è possibile che accadano fatti del genere, da voi?
    Non sapevo cosa rispondere, non mi andava di fare l’italiano all’estero che parla male del proprio paese, ma cosa cazzo avrei potuto dire che avesse un minimo di senso, se non che siamo tutti, in modo diretto o indiretto, mafiosi?
    Che quella era solo una delle manifestazioni, criminale e catastrofica, di una cultura generale che impregna, sottaciuta, il paese in ogni fibra e che si vede emergere in continuazione e ovunque?
    Cosa cazzo di può dire, ancora oggi, che tutti non sappiano già e che tutti non facciano finta di non sapere?
    Quale altra spiegazione è possibile se non che ciascuno di noi, in qualche modo e per il suo, partecipa di quella stessa cultura che consente l’egemonia dei Riina e dei Provenzano?
    Eccetera.

  5. fabiandirosa il 24 luglio 2009 alle 10:42

    Vorrei aggiungere una cosa, che forse è una sorta di risposta agli interrogativi qui sopra.
    La debolezza, la consapevolezza e l’autocoscienza della debolezza deve diffodersi nell’italiota prima di poter anche solo sperare nella guarigione.
    Debole l’opposizione che è lo specchio della debolezza del governo in carica (e a questo punto non fa differenza di quale governo si tratti), il quale cede al sistema di nefandezze e affronta con meschinità problemi sociali legati alla sicurezza o economici legati alla crisi.

  6. andrea inglese il 24 luglio 2009 alle 11:02

    a jp

    sono d’accordo con quanto dici, sopratutto relativamente a coloro che, pur sapendo, fanno (o pensano di fare) i loro interessi votando Berlusconi e considerando “irrilevante” il nodo mafia-affari-politica, così come si è venuto a definire dagli anni Ottanta in poi. Ma qui dobbiamo fermarci subito. E passare al secondo punto che tu tocchi, quello che marxianamente riguarda “l’egemonia”.

    Tu scrivi : “Ma la bravura di Berlusconi è anche nel presentarsi come rappresentante della totalità sociale; nell’arrogarsi, cioè, anche il consenso di quanti non traggono giovamento materiale dalle sue decisioni.”

    Ora: sei davvero sicuro che il piccolo imprenditore italiano e la sua famiglia (figli compresi) abbiano davvero un vantaggio a ignorare l’anomalia italiana (il paradigma mafioso di cui parla qui sopra Pecoraro) e a perpetrarla votando Berlusconi? Io non ne sarei così sicuro, vedendo in quali condizioni versano oggi le piccole imprese italiane. Discorso ancora più evidente riguarda operai, impiegati e un buona fetta di classe media.

    E qui tocchiamo il punto cruciale da me sollevato: com’è possibile che Berlusconi e i suoi sodali abbiano realizzato una tale egemonia in modo INCONTRASTATO? E qui è l’opposizione ad essere tirata in casua, da un lato, e la stampa cosidetta libera, dall’altro. Ossia, per semplificare, PD e Repubblica (o Rai 3).

    Ora le 1500 battute di Deaglio rispondono anche a questa domanda. (Seppure, ovviamente, in forma estremamente sintetica). E quindi non dovrebbe sorprenderti il mio riferimento a Repubblica, in quanto Deaglio NON scrive abitualmente su Repubblica e il suo pezzo è incorniciato dal titolino “La lettera”. Ieri Deaglio era un corpo estraneo in Repubblica. Un corpo estraneo a cui si è dato momentaneo accesso. Ma io ho insistito proprio sul carattere di RARITà dell’intervento di Deaglio, rispetto a tutto il contesto giornalistico.

    Ho quindi usato Deaglio proprio per mettere in luce questa situazione estrema: il problema diventa gravissimo non quando una parte del paese non è sana e non è lucida, ma quando non esiste più una parte che possa mostrare cosa voglia dire essere sani e lucidi. Il problema non è perché ai mafiosi vada bene la politica di Berlusconi o perché vada bene a certi imprenditori, ma perché sembra che vada bene anche a tutta quella parte del paese che non trarrà nessun vantaggio da uno stato corrotto e incapace.

    E’ evidente che le lenzuolate di pagine illeggibili sulle beghe del PD dovrebbero essere sostituite da questo tipo di domande e analisi.

    a Tash-Pecoraro,
    giusto un’indicazione bibliografica a (s)conforto di quanto scrivi:
    Nicola Tranfaglia, “La mafia come metodo”, Laterza, Roma-Bari, 1991.

  7. gianni montieri il 24 luglio 2009 alle 11:25

    “Il problema non è perché ai mafiosi vada bene la politica di Berlusconi o perché vada bene a certi imprenditori, ma perché sembra che vada bene anche a tutta quella parte del paese che non trarrà nessun vantaggio da uno stato corrotto e incapace.”

    ecco, andrea, questa è la domanda che mi faccio ogni giorno quando leggo il giornale, più spesso ancora quando parlo con qualche collega o al bar. Non mi sono mai stupito dei perchè degli imprenditori ma di quelli degli operai, degli impiegati o, addirittura, dei disoccupati sì. Nelle giornate di maggior sconforto sono arrivato a pensare che molta gente lo voti perché si riconosca, che l’italiano medio sia veramente così? Imbrogliamo, truffiamo, rubiamo, scopiamo in giro e se tu stai male cazzi tuoi.
    Tempo fa ho provato a spiegare il meccanismo contabile del “vi tolgo l’ici”. L’Ici è la maggior fonte di entrata per i comuni. Il governo la toglie dalla prima casa sostituendola con contributi dallo Stato. Questi contributi non compensano (non potrebbero) il minor gettito ICI. I Comuni che fanno per continuare ad erogare servizi? Aumentano la tassa rifiuti, i trasporti locali, la refezione scolastica.
    conclusione: “berlusconi mi ha tolto l’ICI, il Comune mi ha aumentato la quota d’scrizione al nido”. Silvio corrode le teste, ed è solo un esempio.

    Per il resto, ovviamente, sono d’accordo con Il tuo post e su quello che dovrebbe fare il giornalismo serio.

    un saluto

    gianni montieri

  8. Baldrus il 24 luglio 2009 alle 11:40

    Ma: forse la mia è una voce nel deserto. L’egemonia è incontrastata, è vero quello che dice Inglese, e la spiegazione è apparentemente semplice. Sta nel trionfo del capitalismo, e nell’accettazione della sua logica-nonlogica. Il capitalismo, come diceva il maestro del noir francese Manchette, fa quello che gli fa comodo, secondo il tempo e lo spazio in cui si trova in quel momento. Se serve la Mafia, usa la Mafia; se c’è bisogno di guerre, le scatena, con milioni di morti. Il capitalismo si basa sulla rapina, non può esistere un capitalismo etico, o buono, o corretto; ciò può accadere solo se gli fa comodo. Quando questo accade, va su il centrosinistra, che rappresenta la versione più moderata del capitalismo, che di solito segue quella rapace predatoria della destra, in questo caso del Sultano d’Italia, che genera danni sociali che alla lunga sono controproducenti. Dopo la rapina, arrivano i sacrifici, per preparare il sistema a una nuova rapina. Sono cicli, insomma.

    Il capitalismo è sempre lui, anche in questa fase storica che chiamiamo “postcapitalista”.

    Come se ne esce? Non certo coi PD, o le attuali sinistre radicali che portano avanti le microframmentazioni di stampo maoista degli anni ’60.

    La voce nel deserto dice che solo riprendendo il concetto di “uomo nuovo” gramsciano possiamo sperare di farcela. Ma deve partire da noi. Il discorso è vasto, e non è questo lo spazio per tentare un approfondimento. Ma se non cambia il concetto di vita, di consumo, di rapporti umani, di amore e libertà, e probabilmente anche di letteratura, possiamo solo rallentare il cammino. Ma con l’attuale sistema la fine del sentiero è comunque davanti a noi: dopo, inizia “La strada”, così magnificamente descritta da McCarthy.

  9. jp il 24 luglio 2009 alle 11:41

    Il punto, però, Andrea, è proprio ciò che nasconde quel “dovrebbero” che scrivi … Perché dovrebbe – Repubblica e genia simile – occuparsi di queste cose? Lo fa e lo farà quando occuparsene è o sarà funzionale alla lotta tra poteri, cui quel quotidiano partecipa alzando la bandiera del capitalismo assistito e dei boiardi di stato. L’odierno attacco ai pruriti sessuali di Berlusconi nasconde, probabilmente, dell’altro. Indaghiamo sulla natura di questo “altro”, intanto; e poi sforziamoci di scoprire i motivi per cui tanta parte della popolazione condivide l’andazzo mafioso della società.

    Servono atti coraggiosi.

    A me ha dato fastidio, ad esempio, l’accettazione del premio Strega da parte di Scarpa; dopo tutto quello che si è saputo sui meccanismi che lo reggono, perché non tirarsi fuori? Finché non saremo capaci di gesti radicali, continueremo a essere complici. Ecco: estirpare prima di tutto da noi stessi quanto ci rende asserviti alla «mafia come metodo»; altrimenti, davvero, continueremo ad alimentare ciò che ci uccide …

  10. Angelo Benuzzi il 24 luglio 2009 alle 11:46

    Trovo interessante segnalare la lettera di Deaglio, comprendo l’urgenza civile di voler fare qualcosa, di tenere sveglie le coscienze. E’ una battaglia impari ma va fatta. In qualsiasi modo possibile.

  11. Alcor il 24 luglio 2009 alle 12:41

    Mah, benché io concordi, a parte qualche irrilevante distinguo, con tutte queste analisi negative, quello che mi turba di più è il senso di impotenza che ne deriva.
    Al commento di jp aggiungerei un altro dettaglio che mi pare di poter cogliere qua e là, anche dalle conversazioni che capto, in treno per esempio, dove apro sempre le orecchie per sapere cosa pensa la gente che non mi capita di frequentare nella vita.
    La parola magica di alcune di queste conversazioni è il “fare”. Quel berlusconiano “onesto e laborioso” (ne conosco qualcuno anch’io) vuol certamente guadagnare, altrimenti non farebbe l’imprenditore, ma vuol anche “fare”. E’ a suo modo “vitale”.
    Per “fare”, per esprimere questa sua pre-morale “vitalità” non può fermarsi e riflettere e a chiedersi se alla lunga, per fare un solo esempio, un paese in cui tutti pagano le tasse, non sia di maggior vantaggio alla lunga anche per lui.
    Per “fare” ed esprimere quella sua vitalità imprenditoriale, almeno in questo paese che non ha avuto mai regole vere, ma infiniti codicilli, pensa di dover essere in qualche modo senza passato, senza riflessione e cultura, che rallenta, intralcia e mette vincoli morali.
    Questa mancanza di riflessione e cultura e passato io l’ho vista nelle intercettazioni in cui Berlusconi si vanta ingenuamente della propria importanza sulla scena politica planetaria.
    Quello che a me sembra ridicolo, lì dove io vedo il baùscia alla massima potenza, è invece per queste persone una specie di liberi tutti in nome dell’agire imprenditoriale, un’iniezione di fiducia: io faccio, io opero, io lavoro, io ho un successo planetario è un mantra nella cui potenza moltissimi vogliono credere.
    C’è un’energia elementare in Berlusconi, che ancora non si è piegata e che evidentemente risulta alla metà circa di questo paese più attrattiva, più vitale, più promettente di tutto quello che può offrire un’analisi seria, un’etica politica e personale, una riflessione sul paese.
    Io non voglio rassegnarmi, benché siamo un paese vecchio e decadente, mafioso e corrotto, infiltrato e segreto.
    Ma mi chiedo se non dobbiamo offrire speranza anche noi, perché senza speranza non si campa, si scrivono solo libri, che hanno bisogno del tempo della riflessione e che comunque nessuno, in quella metà abbondante del paese che è indispensabile modificare per cambiare le cose, leggerà mai.
    Mentre noi, quelle cose di cui parla Deaglio le conosciamo, ma le conosciamo tra noi, agiscono solo su di noi, fanno pensare e parlare solo noi.

    @jp, scusa, i meccanismi dello Strega sono questi da sempre, attaccare Scarpa per aver accettato il premio è un esempio di quella auto-flagellazione minuziosa, accanita e così concentrata sul dettaglio (e io sono una dettaglista, per altro) da consumare l’indignazione fino a renderla impotente.

  12. fabiandirosa il 24 luglio 2009 alle 12:55

    Anche a rischio di sembrare trasparente per tutta la discussione – ma va bene così, in fondo non sono nessuno – c’è dell’altro sulla strada che vi sottopongo.
    In un normale quartiere di roma, segnatamente quello in cui vivono i miei Vecchi – ci sono esercizi commerciali che aprono e chiudono nel volgere di poche settimane. Ristrutturano, riempiono gli scaffali, e terminata la prima fornitura cedono l’attività. Soldi che passano in contanti dagli ‘onesti’ proprietari delle mura dei negozi che vendono e vivono serenamente la terza età. Il tutto passando per i silenziosi e compiacenti studi notarili. A casa mia questo è recilaggio
    L’uomo della strada che dovrebbe fare? Aspettare le quattro di notte e, non visto dalle telecamere della banca all’angolo, scrivere sulla saracineca con la bomboletta: Questo negozio è della mafia? o forse i Notari dovrebbero denunciare alla magistratura? Perchè non si tratta di casi isolati.
    Forse non è cinico, semmai epico, affermare che in ogni rivoluzione si versa del sangue e che se da noi i No alle nefandezze tardano a venire, l’unica è attendersi che ci scappi il morto . Non uno qualunque ma un Eroe bipartisan

  13. carmine vitale il 24 luglio 2009 alle 12:59

    alcor,applauso
    grazie
    c.

  14. Diamante il 24 luglio 2009 alle 13:16

    Alcor ha detto molte cose giuste, e le ha dette molto bene; ma sbaglia quando afferma che senza speranza si scrivono solo libri: non si scrivono neppure quelli, essendo i veri libri insurrezioni, e derivando le insurrezioni da moti di energia. Rifiutare lo Strega, poi, sapendo come il premio funziona, non lo vedo come atto di autoflagellazione, ma come atto di coraggio. Semplicemente, e prescindendo da Tiziano Scarpa.

  15. andrea inglese il 24 luglio 2009 alle 17:28

    Scusate, va bene il pan-letterario, va bene che anche qui la bega intracorporativo, la sega endocorporativa, ha sempre un suo straordinario appeal, ma siamo sicuri che lo Strega – rifiutato o meno – sia così pertinente?

    a jp, che scrive:
    “poi sforziamoci di scoprire i motivi per cui tanta parte della popolazione condivide l’andazzo mafioso della società.” Anche. Ma un serio giornalismo dovrebbero innanzitutto mostrare perché l’andazzo mafioso non è utile ai molti, ma solo ai pochi; e una seria opposizione dovrebbe sopratutto mostrare che esistono vie praticabili, alternative all’andazzo mafioso, che sono a vantaggio di molti.
    Quanto alla speranza e al nostro ruolo. Io penso che si tratta di continuare a chiedere quello che manca (al giornalismo, all’opposizione), instancabilmente, e dove si può a produrlo.

    Mi va bene criticare ferocemente Repubblica, a patto che un giornale così ci sia.

    Baldrus, ok. Il capitalismo. Ma qui si vorrebbe dire che esistono varie forme di capitalismo, che non c’è un capitalismo dove tutte le vacche sono nere. C’è ad esempio un capitalismo alla francese, che deve fare i conti con una cultura del conflitto sociale e della fiducia nelle istituzioni che noi non conosciamo. E ti assicuro che nei fatti, vivere in Francia o in Italia, NON è la stessa cosa.

    Fabiandirosa, non credo tu sia trasparente. Alcuni interventi, come quello di Montieri, sono chiari e pertinenti. In qualche modo non richiedono aggiunte o repliche.

  16. frank il 24 luglio 2009 alle 18:09

    quindi, scusate, dopo tutta questa sana indignazione civile, cosa resta? irritazioni cutanee, retoriche della marginalità e e dialoghi da autoesiliati? cominciare a tenere corsi universitari su “berlusconi”, fondare e pubblicizzare gruppi di analisi pubblica dei meccanismi di unione fra mafia, politica e economia no? tutto troppo di cattivo gusto! va bene, invece, prendersela sempre e solo con i giornalisti corroti e con i poveri ignoranti cerebrolesi che non leggono mai abbastanza libri…

  17. Diamante il 24 luglio 2009 alle 18:29

    @inglese
    Oggi in Italia parlare dello Strega vale parlare di politica; dura da accettare ma è così. Oggi, in Italia, non esistono più questioni SERIE. Esistono opinioni, e “nulla è tranne ciò che non è” (Shakespeare e non Deaglio). Del resto, ho premesso che quel che avrei potuto dire lo aveva già detto Alcor. Ma credo sinceramente che non si possa ancora dire qualcosa su Berlusconi e la nostra attuale “democrazia” senza purtroppo ridondare; sono sempre gli stessi che scrivono e leggono determinate cose (pochi), e sempre gli stessi che le ignorano o addirittura apprezzano la suddetta “democrazia” (tanti).
    Sono d’accordo poi con Inglese riguardo l’indegna trasmissione AMORE CRIMINALE: in un Paese che fosse tale, non potrebbe andare in onda qualcosa di così orrendo, da un punto di vista etico/estetico.

  18. francesco pecoraro il 24 luglio 2009 alle 19:22

    Sono nato nel 1945 ed è da quando avevo più o meno cinque sei anni che sento parlare di mafia, che sperimento mafie clientele consorterie di tutti i tipi annidate in una società peraltro di cultura cattolica.
    Siamo nel 2009 e la musica non solo non cambia, ma il degrado si aggrava, se è vero che oggi il paese è governato da un pupazzo criminaloide & criminogeno.
    Allora su cosa dovrei fondare una così detta speranza qualora ce l’avessi?
    Cos’è? Una virtù teologale obbligatoria?
    Dobbiamo sempre e comunque restare attaccati al nostro paese per il solo fatto che ci siamo nati, dobbiamo sempre e per forza «convincere quelli che sbagliano»?
    Che ci dobbiamo fare con la speranza?
    Speranza di che?
    Che gli italiani si ravvedano e cambino di punto in bianco cultura?
    Che si mettano a votare per la «sinistra»?
    L’avete mai osservata la sinistra quando è un po’ che sta al potere?
    En passant: perché anche nella cultura di sinistra si è insinuata l’idea che solo l’impresa, l’impresetta, è «vitale»? tutti gli altri sono morti?
    Io che sono un impiegato pubblico che cerca tutti i giorni, con due lire, di tenere in efficienza spazi pubblici, strade e scuole di un pezzo di città, di controllare gli abusi, e tutto il resto, che cosa sono? un «non-morto»?
    L’Italia è un paese mafioso che è (molto logicamente) governato da un criminale: la sintesi di Saramago è perfetta.
    Niente altro da aggiungere, nessuna speranza.

  19. Alcor il 24 luglio 2009 alle 20:03

    Se tu sei “un impiegato pubblico che cerca tutti i giorni, con due lire, di tenere in efficienza spazi pubblici, strade e scuole di un pezzo di città, di controllare gli abusi, e tutto il resto” sei, anche se non vuoi, un agente della speranza di chi cerca di contrastare il degrado.

  20. francesco pecoraro il 24 luglio 2009 alle 20:39

    fortuna che presto sarà finita…

  21. francesco pecoraro il 24 luglio 2009 alle 20:40

    l’aria si muove, rinfresca.
    cicale.
    scolopendre.

  22. spinoza il 26 luglio 2009 alle 19:29

    Berlusconi si vanta con la D’Addario: “Qui sotto ci sono trenta tombe fenicie. O almeno è quel che mi ha sempre raccontato Dell’Utri”.



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