Train de vie

6 agosto 2009
Pubblicato da

14-binario-morto
Binario 24
di
Mario Schiavone

“Se ne va mamma gatta che ci tiene tutti al caldo nel suo ventre e arriva la bestia a sputare freddo e pioggia”, mi rivela Frank Barbery la sera del trentuno agosto, mentre cominciamo una partita a scacchi. Muoviamo pezzi fatti in Cina, usando come tavolino la sua panchina-letto. Siamo al binario ventiquattro della stazione ed è quasi sera: lui è l’uomo del ventiquattro, io sono il ragazzo della libreria della stazione. Frank ha il suo binario, io i miei libri. I binari diventano caldi, ma non danno calore. I libri si fanno leggere ma non leggono te stesso.
Aveva una famiglia, ma l’ha persa quando il suo lavoro è andato male. Pure io avevo una famiglia: l’ho persa quando qualcuno ha deciso di affidarmi al signore.
Lì sul momento non capisco la profezia che parla di una gatta. Poi lui alza la testa per guardare il cielo, io lancio una occhiata veloce al suo borsone e vedo le felpe con il cappuccio, i pantaloni lunghi e un ombrello dal telo bucato infilato fra abiti, pentolini, libri, giornali. Una borsa che usa come contenitore di ogni suo effetto personale, un guscio con cui si protegge dalle intemperie, dai ladri notturni e dai topi che circolano lungo i binari. Topi affamati in cerca di cibo e scarti di rifiuti alimentari che i passeggeri abbandonano nei cestini della spazzatura.

L’altro giorno osservavo la signora che parla da sola vicino al binario uno. Che differenza c’è fra un essere umano matto che si fa domande e uno sano di mente che non trova pace per le risposte che la vita gli ha dato?”– mi chiede Frank muovendo il cavallo al centro della scacchiera.
“Dimmelo tu…”– replico io muovendo un pedone per aprire la strada all’alfiere.
Quella signora vive qui da prima di me, forse morirà qui dentro. Fra migliaia di vite che passano ogni giorno e nessuno si ricorderà di lei perchè la gente ha fretta di partire e arrivare. Si va avanti, si torna dietro e non ci si guarda mai attorno.”

Prima di diventare l’uomo del binario faceva altro il mio avversario. Ed io ogni volta che lo ascolto imparo qualcosa di nuovo. In cambio gli porto degli abiti o del cibo, ma lui accetta solo se insisto: gli dico che prima o poi mi restituirà tutto, che sono prestiti e non regali le cose che gli offro: finge di credere alla mia bugia e accetta.
Lo chiamo Frank, a lui non dà fastidio. Questo nome mi venne in mente quel giorno che mi raccontò dei tappi auricolari che usa per isolare i timpani dai rumori assordanti del binario:
“Una mattina sono andato nei bagni della stazione, senza togliere i tappi auricolari, guardandomi allo specchio sembrava che avessi pure io i punti di innesto sui seni frontali, quelli che aveva Frankestein per ricevere l’impulso elettrico vitale. E a pensarci bene, con i tremendi mal di testa che ho a causa dei campi elettrici di questa stazione, un giorno o l’altro mi alzerò senza accorgermene e comincerò a muovermi come un mostro pure io.”

Frank è grosso, peserà circa novanta chili ed è alto quasi due metri, roba che per trovare dei pantaloni che gli stiano bene devo girarmi tutte le bancarelle del mercato che montano nel mio quartiere gli ambulanti una volta la settimana. Nemmeno i cinesi producono pantaloni tanto lunghi. E poi devono essere anche larghi: dentro ci devono stare le sue gambe e i fogli di giornale con cui imbottisce il suo corpo per prottegersi dal freddo.
“Tocca a te ragazzo, attento a dove vai con quell’alfiere. Potrei staccargli l’elmo da cavaliere che si ritrova.”– minaccia Frank, additando l’alfiere.
Faccio l’arrocco e rimango pure io immobile come la torre, pensando più al contenuto del borsone di Frank che al campo di battaglia.
Martino apri questa, ma mantieni il segreto“- dice il mio avversario allungandomi una cartellina plastificata.

La apro. Contiene pezzi di una vita che non c’è più, documenti di un passato che non conosco. Un forziere colmo di carte che tocco piano piano, per paura di tagliarmi le dita sui bordi di quella carta vecchia ma ancora affilata. Il passato degli altri è come un acaro della polvere, entra dentro di noi e si mette a scavare. Non lo sentiamo nè lo vediamo, ma ce lo portiamo dentro a lungo.
Ritagli di riviste di comunicazione, foto che ritraggono Frank con una donna e una bambina seduti su una barca, e poi ancora fotocopie di documenti aziendali, e una targa metallica rettangolare su cui leggo: ” Il mezzo minuto d’oro, per il miglior spot televisivo, a “Francesco Barbery”, direttore creativo dell’agenzia ” Bar-adv”.
Quello che resta di una vita ormai andata, lui lo sta mostrando a me, ma la verità è che non si è “perso” solo lui qui in questa stazione: siamo in due ad esserci persi e nessuno ci ha insegnato cosa fare quando ci si “perde.”
“Frank cosa sono tutti questi fogli in inglese?“- domando osservando una risma di fogli in formato a4 fitti di righe battute a computer e immagini a colori di oggetti casalinghi di di ogni genere e forma.
“Piani di lavoro, per gare pubblicitarie mai vinte. Avevo una agenzia pubblicitaria, ero un direttore creativo. Prima che finisse tutto, l’ultima settimana del caos che ha sconvolto la mia vita, creavo quei piani di lavoro che hai fra le mani. Li usavo per far credere a mia moglie che l’agenzia avesse ancora lavoro, non mi capacitavo del fatto che non contavo più nulla.” – dice Frank.
“Tuo padre sa che vieni qui al binario quasi ogni giorno?“- domanda Frank guardando la scacchiera.

“No, ma lui non sa quasi nulla di quello che faccio. L’ultima volta che sono andato a trovarlo era il giorno del mio compleanno. Gli avevo chiesto che giorno fosse, per provocarlo. Lui aveva guardato il calendario e mi aveva risposto che doveva andare in posta, a pagare la rata del fuoristrada con cui gira. “- confesso io.
” Da quando vivo al ventiquattro ho capito che esistono uomini capaci di vivere come regine degli scacchi: si muovono in ogni direzione; spesso non hanno un piano in mente” – risponde lui.
“Sentito tua figlia di recente?”– domando io.
“Sì. Le ho fatto una telefonata due giorni fa. Non sa che vivo qui, sua madre le ha detto che sono scappato all’estero. Mi ha chiesto dei soldi in prestito, le ho detto che non potevo mandarglieli. Mi ha detto – Papà non ti somigli più- e poi ha agganciato il telefono ” – risponde lui.
“Hai parlato anche con la donna che non è più tua moglie?“- domando io spingendo un pedone.
“No, credo abbia paura di me; paura di perdere la sua vita: di dover mettere piede in un discount alimentare per la prima volta … di non avere più due carte di credito e una vacanza garantita ogni estate” – dice Frank, che ora si tormenta i
capelli con la mano, prima di scuotere la testa fissando le scarpe.
” Quando ti sei accorto che stava andando tutto storto?”
“Li vedi quei ritagli di giornale nella cartellina? Contengono le avvisaglie del primo crollo in borsa delle multinazionali che avevamo come clienti. Mia moglie appena capì il problema fece le valigie dicendomi che portava nostra figlia dalla nonna per una settimana. Mai più viste.”

Sfioro i ritagli senza leggerne i titoli, gli occhi cadono subito sulla donna nella foto, è alta e formosa. Ha capelli scuri che spuntano crespi da un berretto, come fili d’erba di un vaso di fiori incolto.
Un viso a foglia: leggero e ben disegnato. Ma guardando bene la foto scopro che quel ritratto ha qualcosa di ripetitivo. Le due
donne ritratte indossano una maglia a manica corta che mostra il logo di una azienda famosa, lo stesso logo che hanno sul berretto . La ragazza che le sta vicino, pare sua sorella ma con un seno maggiorato. Ha una smorfia sulla faccia, come se non le piacesse apparire in foto. Dalla presenza di un Frank in Polo e pantaloni bianchi deduco che si trattano di sua moglie di sua figlia.
Penso ad una immagine particolare: manichini in posa statica, presi per raffigurare azioni quotidiane degli esseri umani in casa. Famiglie artificiali per case artificiali in case usate per testare gli esperimento radioattivi.
Un diorama da film dell’horror, impresso con acidi su carta fotografica. Lo penso ma non dico nulla a Frank.

Quelle foto che ha in mano fanno parte di una vita da film, piena di effetti speciali, come al cinema. Ero parte dell’ illusione che da pubblicitario avevo venduto ai consumatori per anni: tutto quello che vedi deve essere tuo, perchè te lo meriti .”– confessa Frank con voce spezzata.
” E ci credevi veramente?”– domando io.
Forse sì, ma ormai che importa? Ora, secondo mia moglie, vivo dentro un non luogo, sono diventato un non cittadino che ha una non vita.”– sbuffa Frank .
” E in questa vita al ventiquattro ci credi?”– domando io.
Mangio in una mensa per senzatetto, leggo qualche libro e aiuto i passeggeri con molti bagagli quando scendono dal treno. E’ vita anche questa”– risponde lui.
” Scacco matto!”– grida Frank portando la torre in settima colonna e terminando la sua confessione.
“Maledetti scacchi cinesi…mi avete venduto al nemico!”– esclamo io.

Frank era entrato nella libreria della stazione dove lavoro come commesso. Solo per una coincidenza aveva fermato me mentre andavo in pausa. Mi aveva fatto due domande: la prima riguardava la localizzazione del settore che espone i libri di mass media- comunicazione. La seconda, insolita ma non rara, riguardava l’orario di chiusura della stazione al pubblico.

Dopo qualche ora che lui aveva trascorso a sfogliare diversi annual pubblicitari un addetto della vigilanza grosso quanto lui gli aveva detto: ” Torna fuori”.
Frank non sel’era fatto dire due volte e senza dire nulla si era allontanato dalla libreria.
Non era vestito male, anche se la maglietta e i pantaloni che metteva parevano usciti da un vecchio catalogo di abiti in stock degli anni ottanta. Non aveva importunato i clienti nè tentato un furto.
Un cassiere lo aveva segnalato ai responsabili del piano saggistica, senza che ce ne fosse il motivo.
“Veste male entra spesso in libreria con un borsone sdrucito pieno di chissà cosa e non compra mai nulla.”– aveva riferito il cassiere spia al telefono.
Ho colleghi di lavoro che hanno paura di ogni essere umano che popola la stazione, gente convinta che finire in miseria sia una malattia contagiosa da cui stare alla larga.

Tenevo le dita delle mani strette a pugno. Mi sentivo un playmobil. Volevo fare qualcosa, ma non potevo perchè troppi occhi elettronici riprendevano quella scena. Pochi minuti dopo uno dei responsabili della sicurezza aveva aggiunto al faldone con l’etichetta “finti-clienti” un frammento fotografico isolato da una ripresa delle telecamere. Il frammento ritraeva Frank di profilo di fronte al vigilante. Due giganti che si squadravano dall’alto in basso.
I nostri responsabili di ogni piano della libreria ci mostrano le foto del faldone ogni mattina, prima dell’inizio del turno di lavoro. Dicono “serve a difendere la libreria dalle intrusioni di soggetti pericolosi. Poi se entra in negozio un politico o un dirigente accusato di concussione molti dei mie colleghi assumono una postura da schiavo di colonia.”
Pensi di lavorare in un luogo che ti aspetti diverso perchè pieno di libri scritti da uomini che hanno riflettuto a lungo sulla vita, ti accorgi di lavorare con alieni travesti da umani, creature che non hanno mai saputo leggere un solo carattere delle pagine di quei libri. Ed è un peccato, perchè come dice Frank: “Non sanno cosa si perdono”.

Timbrato il cartellino sistemano libri come se lavorassero azionando un concegno automatico che li tiene in vita. Lo leggi nei loro occhi: pupille che sembrano attaccate ad un volto di pezza. Le facce schifate se ne stanno al riparo, la maschera del volto protegge bene ogni espressione di indifferenza. Mani che spostano libri senza tastarne a fondo la consistenza, occhi che non riconoscendo migliaia di copertine vedono solo pagine bianche.
Mi sembra una pratica da FBI, quella delle foto. Ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo ai responsabili della libreria. C’è gente che è stata allontanata dalla libreria per molto meno: non sono Yanez de Gomera e nemmeno l’uomo ragno, non posso permettermi decisioni da super eroe. Sono solo un aspirante libraio con dieci anni di vita da boy scout e sei di catechismo. Sedici anni di regole da osservare, consigli e stili di vita a cui attenermi.
“Sono puri di pensieri, parole ed azioni”– recita una legge scout.
Nel momento in cui ricevo l’ordine di visionare il faldone delle foto mi sento poco puro di pensiero, muto e immobile.

Tua madre è morta, ora ci penserà Dio a te”– mi aveva detto mia nonna quando mio padre era andato a vivere con un’altra, qualche mese dopo il funerale.
Ed io avevo trascorso gran parte dell’adolescenza fra capi scout e catechisti, persone che mi dicevano di preoccuparmi per il prossimo. Ma io non li avevo mai visti andare ad aiutare davvero la gente che dormiva all’aperto.
“Dio ha un ombrello per tutti, coprirà anche quelli che a questo mondo non hanno un tetto”– mi aveva detto Suor Angela al catechismo.
Forse il problema è nelle dimensioni: quell’ombrello è troppo picco e Frank che è un gigante non ci sta sotto. Oppure Frank non fa parte di questo mondo.
Qualche giorno dopo l’allontanamento di Frank dalla libreria ero andato su quel binario poco frequentato della stazione: il numero ventiquattro. Ci ero finito per caso, non sapevo che Frank vivesse lì.
Un turista australiano, passato in libreria per comprare una guida dell’europa del nord, mi aveva offerto un liquirizia a forma di rondella, con al centro una ciliegia dolcissima. Mangiandola avevo sentito un sapore dolcissimo iniziale e una sorta di torpore sulla lingua e sotto il palato poco dopo averla finita di masticare: come la puntura dell’ l’anestetico del dentista.

Avevo ricambiato il gesto del turista con un segnalibro, con l’intenzione di estorcergli informazioni sulla leccornia ricevuta in dono. Mi aveva detto che aveva comprato le Don Caballero all’ingresso del binario ventiquattro, presso un distributore automatico.
Volevo capire se quel tale Tom Green (dichiaratosi addetto vendita di un ingrosso di gomme per camion in ferie: alla scoperta dell’Europa il nome del pacchetto di viaggio che aveva acquistato) mi avesse donato una vera liquirizia o qualcosa di simile ad un nuovo tipo di droga. All’ingresso del binario ventiquattro, lungo quanto la costola di un dinosauro estinto non c’era nessun distributore di liquirizia o derivati alimentari simili, perciò decisi di percorrerlo fino alla fine, per quella curiosità che provo ogni volta che vedo un luogo isolato. E quel binario, nonostante le migliaia di viaggiatori ( e non) che affollavano le due gallerie commerciali, era davvero un luogo stranamente isolato all’interno di un grande nodo ferroviario.

Presi a camminare guardando le prime panchine vuote, i cestini della spazzatura appesi ai pilastri di cemento senza rifiuti all’interno, i monitor pubblicitari appesi ai pilastri che reggevano la copertura del binario spenti.
Cosa ci fai sul mio binario?”– farfugliò una voce secca alle mie spalle.
Riconobbi subito il gigante. Averlo così vicino mi preoccupava: sembrava ancora più grosso che in foto. Lo guardai negli occhi, sembrava infastidito dalla mia presenza.
“Sono qui di passaggio, solo una camminata.”– dissi io.
” Non si viene al ventiquattro per puro caso… Questo binario non è un luogo di passaggio, ma un punto definitivo di arrivo…cosa cerchi?” – sentenziò e domandò l’uomo con più pause fra le parole che pronunciava.
” Niente, forse un modo per trascorrere il tempo da solo. Lavoro qui in stazione, vedo migliaia di persone. Mi va di stare un po’ da solo”– commentai in tono pacato.
” E dove lavori?”– domandò lui con aria quasi pacifica rispetto all’esordio.
“In libreria”– dissi, aspettandomi una nuova domanda.
“E di libri ne leggi? Quali ? ” – indagò l’uomo del ventiquattro.
” Molti classici che la gente non compra più”– tagliai corto per non fare il saccente.
” Anche io leggo i classici, quando non mi cacciano anche dalla biblioteca. Mi chiamo Francesco Barbery. Benvenuto al binario di casa mia” – disse Frank .

Feci spallucce, poi gli strinsi la mano nonostante fosse piena di screpolature e dissi: “Piacere di conoscerti, mi chiamo Martino Ventre”
“Siediti Martino, ti va un succo alla pera?” – disse Frank indicandomi la panchina.
“Volentieri, se lo bevi anche tu” – risposi.
Frank aprì una busta di plastica che teneva nel borsone e tirò fuori due bottigline di succo alla pera in vetro. Ne stappò una servendosi del mazzo di chiavi che caccio dalla tasca e me la offrì.
“A cosa ti servono quelle chiavi?”– domandai.
“Solo ad aprire le bottiglie con il tappo in alluminio. Le ho trovate lungo un binario”– rispose il gigante.
“Hai diritto al prestito libri a lavoro?”– riprese lui dopo un veloce sorso.
“Non proprio, perchè?”– avevo risposto io.
“Vorrei rileggere un libro, ma in biblioteca non mi lasciano portare libri via. Potrei ripagarti con qualche panino della mensa in cui vado” – disse lui.
“Che libro vuoi?”– domandai secco.
“La montagna incantata”– rispose l’uomo del binario.
“Penso di averne vista una copia guasta da qualche parta. Leggermente ingiallita la copertina, ma i caratteri sono ancora tutti chiari. Se vuoi posso portarti quella, poi me la restituirai con calma- dissi io assaporando la polpa di pera che sentivo sulle gengive.
“Davvero? Grazie…”– mi disse Frank allungandomi la mano.
“Ora devo andare, a domani.” -feci io dopo avergli stretto la mano.

L’indomani ero passato e Frank era seduto, a scrivere su un diario.
Gli allungai il libro che mi aveva chiesto e mi ringraziò abbracciandomi: puzzava di sudore e piscio, ma non dissi nulla.
Andai a lavoro e seppi che una collega era stata scippata scendendo da un treno. Alla fine della giornata andai nuovamente a trovare Frank per portargli una bottiglia d’acqua. Gli raccontai della collega. Lui ascoltò e fece domande sul numero di binario e ora dell’accaduto. Parlammo d’altro e la serata finì presto. Così me ne tornai a casa con l’autobus serale.
Tre giorni dopo, uscendo da lavoro, sentii una morsa afferrarmi il polso. Mi volsi, era Frank.
“Vieni con me, debbo darti una cosa”– disse lui a bassa voce.
“Cosa hai fatto all’occhio”– gli domandai notando la tumefazione che non aveva la sera prima.
Lo seguii fino al suo binario dove mi disse:
Qui le telecamere sono spente, ora posso dartela”-disse Frank prima di allungarmi una borsa da donna verde smeraldo.
Mi dici perchè quell’occhio è così’ gonfio?”– domandai.
“Un ricordino di quelli che avevano la borsa della tua collega…“- esclamò lui.

La polizia ferroviaria aveva raccolto la denuncia, i vigilanti che frequentavano la libreria promesso di contattare i loro canali “loschi”. L’unico a trovare davvero la borsa della mia collega era stato Frank. Il quale non volle mai confessarmi perchè aveva rischiato così tanto per un estraneo, però quel gesto ci unì ancora di più. Nei mesi successivi ci vedemmo sempre di più, io esaudivo ogni sua richiesta in quanto a libri. Lui mi raccontava quello che accadeva in stazione. Alcuni giorni facevo anche degli straordinari: usavo quel denaro per comprare abiti e cibo che portavo a Frank. Lui ricambiava i miei regali con dei succhi alla pera.
Andavo da Frank e gli facevo domande difficilissime sulla vita, sulle cose che vedevo ogni giorno, sui libri che leggevo con difficoltà.
Riusciva a rispondermi spesso, ma non sempre.
Quando non ne poteva più delle mie domande diceva:
“Trovati un oracolo, ragazzo mio…io sono solo un imprenditore finito in miseria”

Certi giorni, senza parlare di questioni difficili, ci raccontavamo l’inizio, la metà e il finale della giornata, attenti e minuziosi nel parlare di insignificanti dettagli. Pareva che descrivessimo apertura, mediogioco e finale di una partita di scacchi fra bambini che muovono i pezzi a caso.
I mesi erano volati e l’estate stava finendo. Il mio mentore aveva vinto la partita, ma a un minuto dalla vittoria aveva la faccia di un condannato a morte.
“Che hai gigante?“- gli domandai.
Sta finendo l’estate, sono preoccupato.”– fece lui.
“Perchè?”– replicai io.

Frank si alzò dalla sua panchina, si avvicinò al binario e parlando di spalle disse: “per mangiare c’è sempre una porta aperta alla mensa comunale, per gli abiti qualcuno mi aiuta anche se io accetto con un nido di passeri in gola per la vergogna. Ma dove dormirò? I dirigenti della stazione hanno deciso di bloccare l’accesso notturno alla sala d’attesa. Le stanze dei bancomat del binario uno sono piantonate da guardie giurate. Dove dormirò quando piove?”– domanda a entrambi il mio amico rimanendo di spalle, quasi singhiozzava fra una parola e l’altra.
“Ho visto un luogo che potrebbe fare al caso tuo…” – dico io.
“Dove?”– domanda lui.

Alla fine del binario ventitre c’è una cabina dei quadri elettrici ormai in disuso. E’ spoglia all’interno, mel’ha spiegato uno della manutenzione che viene spesso in libreria. Lui la usa per nascondersi a fumare quando non è l’ora della pausa.
Per un po’ potresti stare lì, fino a quando non troveremo una nuova soluzione”- propongo io.
“Dici che sarà possibile dormire in quella cabina?” domanda il gigante e prende a grattarsi la guancia.
Mi piace sentire il rumore delle unghie che sfregano la barba, somiglia al suoni di microscintille che si formano al buio quando mi tolgo un maglione di lana. Quel suono mette in moto gli ingranaggi del cervello di Frank.
“Dovremmo solo sistemarlo” – rispondo io.
“Ho sempre fatto lavori d’ufficio, non saprei posare una sola pietra nemmeno se mi donassero un braccio telecomandato…”– ribatte lui.

Frank rimane in silenzio. Fissa il suolo e non dice nulla.
” Quando facevo gli scout costruivamo rifugi di fortuna nei posti più impensabili. Trovato il materiale necessario se cominciamo i lavori stasera finiremo prima dell’alba. Che ne pensi?”– gli domando .
“Hai ragione, proviamoci”– aggiunge il gigante appoggiando la mia proposta.
Anche se Frank non ha denaro con sè, mano mano che cerchiamo quello che ci serve per sistemare la cabina ha ben in mente dove chiedere senza ledere la sua dignità.

In stazione ci sono diversi negozi due uffici postali e altre attività dove Frank ha conoscenti con cui nel tempo ha stretto rapporti cordiali: in fondo è il suo vicinato.
A Frank è capitato di dover trasportare i pesanti bagagli di questo o quell’impiegato della stazione più di una volta e svolgendo questo compito, in cambio di nulla, ha stretto amicizia con diverse persone.
Andiamo al Mac Donald’s dove recuperiamo cartelloni pubblicitari da mezzo metro.
Un impiegato delle poste che conosce Frank ci regala due secchi di colla da cinque chili.
La signora del negozio di tendaggi ha della vecchia stoffa di cui si libera volentieri donandola a Frank. Il gigante le promette di ripassare per lavarle gratuitamente una vetrina.
Penso al magazzino della libreria, anche se è sera qualcuno che ci lavora fino a dopo la mezzanotte c’è sempre.
Penso a tutte quelle copie di libri fallati e non rendibili a causa di una infiltrazione della pioggia. Al magazzino troviamo un magazziniere con cui ho confidenza e mi offre quelle copie fallate di nascosto, in un sacco della spazzatura che Frank si carica sulle spalle. Promettendo di non dire nulla a nessuno il magazziniere ottiene da me l’impegno di seguire per uno o due pomeriggi a settimana, solo per un mese, il figlio che frequenta le scuole medie: viene dalla Filippine, ha bisogno di esercitarsi tanto con le letture in italiano, mi spiega suo padre mentre lo porto al bar per un caffè. Pagandogli il caffè riesco ad accaparrarmi due sacchi di segatura. Tutto ciò che recuperiamo come materiale necessario alla costruzione di una casa per Frank finisce nella cabina elettrica abbandonata. Le ultime cose che ci occorrono le recuperiamo al supermercato della galleria commerciale dove compro due pennelli, un secchio di plastica, una scopa e una paletta.
“Potremmo recuperare ancora qualcosa”– dice Frank.
“Cosa?”– domando io.
“Ho visto degli elenchi telefonici abbandonati in una sala telefonica della stazione in disuso. Potrei chiedere ad uno dei responsabili della manutenzione se me ne lasciano prendere qualcuno”– dice Frank.

Andiamo in uno degli uffici manutenzione del binario uno e scopriamo che non è difficile convincere uno dei responsabili: non vedono l’ora di liberarsi di quegli elenchi telefonici, perchè la ditta che doveva smaltarli ha preso i soldi per farlo ma non ha mai eseguito il ritiro. Abbiamo abbastanza materiale a disposizione, decidiamo di tornare al binario per cominciare i lavori.
Entriamo nella cabina elettrica. E’ sporca ma in condizioni accettabili. Il soffitto non mostra segni di cedimento e il pavimento e’ isolato dal terreno con della guaina impermeabile. Non è molto grande come spazio: una quindicina di metri quadrati per poco più di due metri d’altezza. Spostandomi da una casa all’altra anche io ho imparato a misurare, in modo approsimativo ma utile, le dimensioni degli spazi. C’ è un bocchettone dell’aria coperta da una griglia metallica, è la finestra di Frank. Mi rende più sereno quell’apertura, so che non morirà asfissiato.

Iniziamo i lavori spazzando il pavimento e portando fuori dalla cabina i materiali abbandonati al suo interno: buste della spazzatura, un monitor di computer e dei tubi di plastica corrosi.
“Frank cominciamo dalla pareti. In alcuni punti ci sono delle fessure da riempire, usiamo le pagine degli elenchi telefonici come isolante.”– dico al mio aiutante.
Mostro a Frank come arrotolare decine e decine di pagine degli elenchi, in modo da ottenere qualcosa di simile a cilindri lunghi e irregolari da cospargere di colla e segatura. Frank me le passa una per volta ed io le lavoro manipolandole in modo da adattarle a quelle fessure. I serpenti di carta che arrotola Frank assumono la forma delle crepe nelle pareti diventando parte del cemento.
Questo lavoro ci impegna fino a mezzanotte, ora in cui molliamo il cantiere abusivo per andare da mac donald’s e mangiare dei panini di carne. Ne offro un paio a Frank, pur sapendo che un gigante mangia molto di più. Lui mangia in silenzio, sembra preoccupato ancora, mi dico che forse pensa al rifugio. Torniamo al binario e ci rimettiamo all’opera: è già l’una di notte.

Nella stazione di notte risuonano rumori metallici, alternati a latrati di cani che vagolavano senza meta. Fra i cumuli di rifiuti abbandonati nelle carcasse dei treni destinato al cimitero della manutenzione. Sanate le pareti ci diamo da fare dando inizio ad un lavoro geometrico e delicato.
“Frank ora passami i libri, ricopriremo il pavimento in guaina per renderlo più alto rispetto al suolo, così sentirai di meno le vibrazioni dei treni che si muovono– dico io.
Frank annuisce e mi passa i volumi. Incastro una copia di fianco all’altra, una dopo l’altra. Come a comporre un grande mosaico. Libro dopo libro costruiamo quel pavimento di fortuna sotto la luce dei neon dei binari. Usiamo gli stracci per foderare gli interstizi che rimangono fra un libro e l’altro. Quando tutti i libri si trovano al posto loro, la guaina sul pavimento primario non si vede più.
Impastiamo colla e segatura nel secchio per ricavarne una mistura capace di compattare i libri, rendendo più morbida quella superficie. Frank la getta con il secchio ed io la stendo utilizzando la scopa. Posizionamo infine i pannelli pubblicitari del macdonald’s sopra il getto di mistura: guardo i panini pubblicizzati sui cartelloni, si allargano sul pavimento della cabina come se il pavimento fosse un grande schermo capace di trasmettere immagini televisive.
Mi appare come una installazione di arte contemporanea, ma è pur sempre meglio di una panchina.
“Ora dobbiamo aspettare che il pavimento si asciughi” – dico a Frank.
Lui annuisce e ci sediamo sul terriccio fuori dalla cabina elettrica, guardando la panchina e il borsone di Frank.
“Sei stanco?”– mi domanda Frank.
“Forse sì.”– rispondo io.
“Questa è la prima notte da quando vivo qui che qualcuno mi tiene compagnia, grazie. La notte qui in stazione non assomiglia all’idea di notte. Qui dentro, anche se ci sono i neon lungo i binari, è più buio rispetto alla notte che vedi tu fuori dalla stazione.” – dice Frank prima di sbadigliare.
“A volte penso che ci sia buio ovunque. E che parlare con qualcuno serva ad illuminare questo buio che sembra non finire mai. Certi giorni, quando non vengo a trovarti e penso a noi due mi sento come il personaggio di un cartone animato mal riuscito. Credo di non fare mai abbastanza per te… Ti porterei da me se avessi lo spazio a disposizionem ma pago un affitto enorme per una stanza più piccola della cabina elettrica. Spesso la caldaia non funziona e costruisco un muro di libri attorno al letto, per sentire meno freddo… ” – dico io.
“E funziona? Riesci a non sentire il freddo?”– mi domanda Frank.
“A volte sì, forse è una illusione della mia testa. Ma certi momenti mi va bene così…” – dico io.
“Tu sei stanco?”– domando a Frank.
“…”

Mi giro, lo vedo con gli occhi chiusi e le mani poggiate sulle ginocchia. Ha un’aria quasi serena. Senza farmi sentire raggiungo la panchina e prendo le sue cose. Le trasporto dentro la cabina, camminando sul pavimento di libri è come attraversare prato artificiale. Sfilo dalla tasca dei miei pantaloni una banconota da dieci euro, usando la penna che trovo nel borsone di Frank ci scrivo sopra:
Fai una grande colazione domani, te lo meriti gigante. Ora hai un riparo di fortuna dove stare.
Ci si vede al ventiquattro, dopodomani. ciao.

Martino.

Gli infilo la banconota dentro il taschino della camicia che indossa e me ne vado. So che tornerò, so che l’uomo del ventiquattro ha bisogno di me ed io di lui. Lui dormirà sui libri, io dormirò fra i miei libri. Abbiamo più cose in comune di quante io potessi mai pensare, per questo non abbandonerò il gigante.

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36 Responses to Train de vie

  1. filosofipercaso il 6 agosto 2009 alle 13:27

    Il passato degli altri è come un acaro della polvere, entra dentro di noi e si mette a scavare. Non lo sentiamo nè lo vediamo, ma ce lo portiamo dentro a lungo.

    incantata, Mario.

    natàlia

  2. carmine vitale il 6 agosto 2009 alle 14:18

    finire in miseria sia una malattia contagiosa da cui stare alla larga.
    la trsitezza della verità è implacabile
    un bel racconto scavto tagliente
    grazie
    c.

  3. Biagio il 7 agosto 2009 alle 01:28

    Appena ho visto la lunghezza di questo racconto ho pensato: “azz’!” :P
    ma appena ho letto:
    “I binari diventano caldi, ma non danno calore. I libri si fanno leggere ma non leggono te stesso.”
    ho capito che ne valeva la pena…e ho fatto bene!
    Una bella storia ambientata in una realtà che tutti abbiamo sotto gli occhi ma che nessuno vede…per paura che “finire in miseria sia una malattia contagiosa”…Ma basta dare uno sguardo a quella realtà per capire che è la stessa in cui viviamo noi che ci sentiamo così migliori e poi ci prostriamo di fronte “un politico o un dirigente accusato di concussione”…
    Complimenti e grazie ;)
    Biagio

  4. diana il 7 agosto 2009 alle 11:56

    e bello perdersi in racconti cosi ben stesi.l’accurata attenzione nel descrivere i particolari ti rede un grande scrittore.non odiare coloro che hanno gli occhi foderati di prosciutto,non sai cosa c’e dietro….ciao

  5. fabiogeda il 7 agosto 2009 alle 12:45

    Scrivere sui margini. Scrivere dei margini. E abitarli, condividerli. Il racconto di Mario mi ha fatto tornare in mente perchè, da dodici, lavoro come educatore. Hugs!

  6. Concy_ il 7 agosto 2009 alle 15:52

    “state attenti, lasciatemi stare, solo certi poeti del male mi sanno cantare”..e tu capirai cosa voglio dire..
    Un bacio a te, al ragazzo dell’autobus T51..
    Forse, anche noi non siamo mai scesi dal nostro autobus..
    E’ bello ritrovarti così, ti ho tenuto il posto :)

    Meraviglioso..
    Grazie.

  7. Claudia Anzani il 7 agosto 2009 alle 20:15

    Bravo.
    Ben tornato. :)

  8. Enzo Fileno Carabba il 8 agosto 2009 alle 18:22

    Bravo Mario!
    A me piace molto il mondo visto dalla libreria, per esempio il faldone dei findi clienti. Vorrei saperne ancora di più.
    enzof

  9. davide vargas il 8 agosto 2009 alle 18:43

    Ciao Mario, ho percorso con te tutte le tappe della costruzione del rapporto tra te e frank: come tutti i rapporti veri é fatto di un mattone posato sull’altro, con cura, attenzione, generosità, fiducia, amore (?), amore…fino a pensare che vorrei progettare un pavimento di libri, mi sembra una grande idea. Complimenti. Alla prossima.

  10. ludovica il 9 agosto 2009 alle 16:04

    mmm.ho pianto caro mario, molte frasi e molte situazioni sono a me familiari e in molte ho visto anche te, ogni artista prende il suo e lo rimodella affinche possa scrivere…
    che dirti,la vita è dura e bisognalottare, c’è chi è indifferente e chi no alle problematiche della vita, io sono la prima, che vedendo un ragazzo barbone sotto cassa, ha sentito la problematica e cercato di riscattarmi,ma a volte è puro egoismo anche quello.
    mi è piaciuto , quasi non volevo che finisse come sempre accade con un buon libro, continua cosi lotta e vai avanti. a presto

  11. margaret il 9 agosto 2009 alle 19:59

    Mario, l’ho letto tutto d’un fiato. E’ una fabula e la scrittura a tratti fa le mosse del cavallo sulla scacchiera e svela, Frank (creatura meravigliosa) e Martino e questa fantastica stazione cattedrale, che è il terzo personaggio.
    E vorrei saperne ancora dell’uomo del binario 24 e del suo amico libraio.

  12. Andrea il 11 agosto 2009 alle 10:51

    Ciao Mario. Ho letto il tuo racconto. Bello. Soprattutto perchè parla di te e della tua interessantissima vita (quelle poco “dolorose” sanno di insipido).
    Sembra che quasi rinneghi il tuo passato scout, ma so che non è così. Altrimenti come avresti aiutato Frank a costruirsi il rifugio, eh? :-)
    E quando mai ci saremmo incontrati?
    Ti ho lasciato a Berlino, ora dove sei? Sei riuscito a fermarti un pò?
    Sai? Anche io sto provando a scrivere qualcosa. Niente di personale: un thriller che si è fermato quando non ho saputo più far scoprire l’assassino.
    Mi aiuteresti?
    Scrivi ancora, non ti fermare. A presto.
    Ti abbraccio.

  13. Carlo il 11 agosto 2009 alle 13:58

    Solo tu e il mo commercialista riuscite a lasciarmi senza parole…..

    Caro Mario, sarei un bugiardo se ti dicessi che da domani cercherò anch’io il mio binario 24. Sono chiuso per scelta in un vagone con i finestrini piccolissimi da cui si intravede a malapena se è notte o giorno.
    mi spiace che la “distanza” alla fine ci impedisca di coltivare un’amicizia che stava nascendo, comunque sappi che gli angeli per volare hanno bisogno di una spinta e spero un giorno di essere quello che ti lancerà più in alto.
    Con affetto
    Carlo

    ps. mi devi anche una partita a scacchi

  14. attilio il 11 agosto 2009 alle 22:48

    Mario, te l’ho già detto: è un racconto molto bello, straordinario per come lo hai “tenuto”, originale, con uno stile asciutto, essenziale, commovente anche. Te lo ripeto:un racconto che non si confonde con tanti altri scritti che ogni giorno più o meno mi capitano sotto gli occhi , ma originale nel tema, molto bello nello “scritto”, nel modo in cui lo hai raccontato. Bravissimo di cuore, credi. Attilio.

  15. francesca il 14 agosto 2009 alle 12:40

    Grazie.
    francesca

  16. lorenzo dur il 14 agosto 2009 alle 21:31

    mario ti voglio bene. questo è il mio commento. senza se sensa ma e dopo dieci anni senza fausto

  17. Roberta il 16 agosto 2009 alle 00:12

    “A volte penso che ci sia buio ovunque. E che parlare con qualcuno serva ad illuminare questo buio che sembra non finire mai.”

    Mario, che dire, qualsiasi parola aggiunta è di troppo…
    Bravo, bravo, bravo. E continua così, puro di pensieri e parole.
    Grazie.
    Roberta

  18. Antonio Crispino il 17 agosto 2009 alle 13:47

    Commovente, tagliente e scritto bene.
    Perchè non ampliare il racconto?
    Un abbraccio
    Antonio

  19. Maria il 17 agosto 2009 alle 23:06

    Bello ritrovarti in questo racconto, bello pensare di saperti riconoscere dietro delle parole…trovo che la bellezza stia nell’aver saputo restituire dignità ad una persona…a volte dimentichiamo che dietro un individuo apparentemente losco e privo di storia si nasconda semplicemente un uomo!!!
    Un bacio

  20. Nora V. il 17 agosto 2009 alle 23:09

    “Dai spazio a chi non ha nulla. Impegnati per dare voce alla persone meno fortunate. Non dimenticare mai che hai avuto più degli altri… e non aspettarti nulla. Fallo è basta.”

  21. Luigi il 18 agosto 2009 alle 08:28

    Grazie per questo racconto delicato, intenso, sentito. Bella l’idea-metafora della partita a scacchi tra i due e l’immagine della stazione, luogo anonimo e straniante per eccellenza, che racchiude una piccola comunità intessuta di rapporti umani, “sotterranea” al flusso incessante di persone. Attendo con ansia il seguito, che ci sarà, vero?

  22. consuelox. il 18 agosto 2009 alle 19:47

    Hai detto che non ero obbligata a lasciare un commento…..quindi il mio commento è che l’ho letto!

  23. Valentina il 24 agosto 2009 alle 14:46

    Mi hai inchiodato allo schermo. Voglio il seguito e voglio una foto della cabina ;) non posso mica farmi scappare certi spunti progettuali! Dietro un racconto interessante ci sono sempre persone interessanti, non ho mai dubitato che tu lo fossi. Continua così, spremi la vita. Ti chiamo presto. Baci

  24. vladimir il 24 agosto 2009 alle 15:23

    Semplicemente, COMPLIMENTI!!!! …aspetto il tuo prossimo racconto….

  25. carmen il 1 settembre 2009 alle 17:00

    Bello,lo letto a spezzoni poichè il primo giorno di lavoro in quest’ufficio è assillante,ma non ha perso il suo fascino.
    Coninvolgente e pieno di spunti per riflettere!
    Complimenti cugino!!!!!Da quello che leggo sui commenti attendiamo tutti novità su frank e su martino…. :-) :-*

  26. Alessandra il 1 settembre 2009 alle 20:20

    Ho sempre pensato che quello che distingue la letteratura da tutte le parole scritte, è che la letteratura ci tocca in fondo, dove non possiamo arrivare.
    E credo che questo racconto arrivi molto lontano :)

    speriamo di leggere presto il seguito
    bravo, un abbraccio

  27. simona sparaco il 2 settembre 2009 alle 21:54

    E’ bello leggere un racconto e accorgersi che ti ha scavato dentro fino a lasciare un meraviglioso germoglio, la sorpresa di ritrovarti così magnificamente acuto e cresciuto. Grazie, Mario. Di cuore

  28. mauro il 3 settembre 2009 alle 10:35

    Sarà stato il mio passato scout, chi non è stato scout, sarà stato il ritmo del racconto, sarà stato il passato di Frank che affiora nel sacco dei ricordi trascinato come fardello al binario 24, a me il racconto è piaciuto molto. Non credo, però, possa finire come finisca. Manca dell’altro, penso che sia un assaggio di una pietanza, soltanto un assaggio.

  29. Francesco il 3 settembre 2009 alle 13:44

    Bravo…molto bello questo racconto, sia come contenuto che come scrittura…ben delineati anche i personaggi, è un piacere leggerlo. Ciao.

  30. Daniele il 3 settembre 2009 alle 14:33

    davvero un bel racconto.

  31. Anna Chiara il 3 settembre 2009 alle 17:20

    Complimenti Mario, bel racconto, piacevole da leggere, riflessivo e profondo:
    Immagini reali e penetranti del mondo che fingiamo di non vedere.

  32. Andrea il 7 settembre 2009 alle 11:18

    Incantato…. un racconto letto tutto d’un fiato… non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo…. Frank e Martino raccontano nel loro piccolo la storia di due uomini con una semplicità d’animo unica ma “comune” (se si conoscono meglio le persone), fanno notare quello che difficilmente si riesce a vedere o a scrutare nella vita quotidiana, specialmente nelle grandi metropoli ove tutto e tutti vanno di corsa….fino però ad arrivare al binario 24…. per chi ha cuore per riuscirci!!!!!!!!!
    Complimentoni “cugino”….. aspetto il seguito……

  33. giuliana il 9 settembre 2009 alle 15:02

    bravo mario… continua a credere nelle tue passioni. io aspetto sempre di andare in libreria per comprare il tuo romanzo per bambini… e se un giorno dovessimo accorgerci che ce ne stiamo dimenticando, i miei alunni saranno ben felici di leggere una storia appassionante e inedita!

  34. Giovanni il 10 settembre 2009 alle 20:52

    sei tu davvero! c’è sana follia !

  35. Cash87 il 11 settembre 2009 alle 12:41

    Puoi fare di più, io lo so. Ma bravo comunque.

  36. Giovanni_a il 11 settembre 2009 alle 18:47

    Bravo Mario, il racconto è bello e scritto bene, e il contenuto arriva fino in fondo, colpendo quell’indifferenza che spesso ci accompagna nella vita di tutti i giorni.
    Porta avanti con forza questa tua passione, non mollare, aspetto il tuo prossimo racconto … e magari, di ritorno da un lungo viaggio, di trovarlo in una libreria -della stazione-.



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