Morrissey: Psico-inchiesta sull’ultima rockstar

25 agosto 2009
Pubblicato da

morrissey02

di Gianluca Veltri

Nel 1987 un giovane disturbato di Denver, Colorado, prese in ostaggio con le armi una stazione radiofonica locale, costringendo i conduttori a mandare in onda soltanto canzoni degli Smiths. Andò avanti per quattro ore. Un’azione di zelo ossessivo, utile a spiegare il livello di fanatismo raggiunto dai fan della band di Manchester, che viene ricordata nella “psicobiografia dell’ultima rockstar” dedicata a Morrissey, che degli Smiths fu la voce, la faccia e molto di più. Il libro di Mark Simpson dal titolo “Saint Morrissey” è edito in Italia da Arcana, proprio mentre Morrissey compie mezzo secolo. “Saint Morrissey” è un libro davvero illuminante sugli Smiths e sul loro leader. È un’inchiesta su un’anima bella e traumatizzata, un viaggio che si infila nella terra desolata della sua testa.
Steven Patrick Morrissey e Johnny Marr diedero luogo alla più bella avventura musicale degli anni ’80, quella degli Smiths. Che, se senti solo loro, potresti farti un’idea di quel decennio un tantino fuorviante. Morrissey scriveva le parole, Marr le musiche. Si coprivano a vicenda di amorevole genialità, di passione. Johnny, che all’inizio della storia-Smiths era appena diciottenne, compose musiche travolgenti e favolose; il cantante, catapultato direttamente sul palco dal mesto auto-esilio della sua stanzetta, mise a frutto anni di letture ostili. Trasformò la timidezza patologica in un’arma corrosiva, sottile e micidiale. Adorava Oscar Wilde, più di tutti. Durò un lustro appena. Ma nacque una di quelle alchimie che realizzano, al suo meglio, quello stupido giocattolo che chiamiamo pop. Qualcosa che, nella sua forma più riuscita, è una specie di meravigliosa malinconia masturbatoria, un sublime piangersi addosso. Ma che è anche come andare in bici coi piedi sollevati dai pedali. La magia del pop sta tutta nell’equilibrio narcotico tra felicità e tristezza, speranza e disperazione. Morrissey, definito dal New Musical Express (che lo odia) «l’artista più influente di tutti i tempi», secondo Simpson ha reinventato e pervertito gli anni Ottanta. Ha inteso gli Smiths (e poi la carriera solista) come una maniera anti-igienica e insalubre di reclamare il desiderio di bellezza, di urlare al mondo la passione, il bisogno d’amore («Tutto quello che ti chiedo è una cosa che non farai mai: potresti abbracciarmi?») e il suo malanimo («Stai attento. Porto più rancore io dei solitari giudici d’alta corte»).
Nel primo quarto della sua vita, Steven Patrick ha avuto tutto il tempo per sentirsi, letteralmente, un mostro. Si sentiva superiore, e al contempo assai inferiore, a tutti gli altri. Stava sempre da solo. Quelli come lui, considerati imbranati, pappamolle e effeminati, erano esseri meno amati di un cucciolo abbandonato. Il loro destino più felice era diventare parrucchieri in qualche sobborgo di Londra. Viveva a Manchester. Leggeva. Non aveva amici. Odiava il mondo. Scriveva. Era infelice. La sua stanza era tappezzata da poster di James Dean. Era un ragazzo ossuto, un perdente predestinato di famiglia working class e genitori separati, senza una ragazza e senza un lavoro.
Il glam e Johnny Marr gli salvarono la vita. I T-Rex di Marc Bolan, David Bowie e i New York Dolls gli accesero una lampadina: era possibile una musica fatta di ambigua eversione, di scorbutica allusività, di ribellione estetica. «Loro gli mostrarono – scrive Simpson – i regni di un mondo alternativo e ozioso, un mondo in cui quelli come lui sarebbero stati riveriti come membri della famiglia reale e non trattati come freak». Questo fece il glam.
Johnny Marr spinse Steven allo scoperto, liberandolo dall’incantesimo della solitudine. Poi Steven, diventato Morrissey, porta in scena il suo lacerante desiderio per qualcosa di irraggiungibile («Voglio quello che non posso avere. E questo mi sta facendo impazzire. Lo porto scritto in faccia»), la sua visione di amore derelitto, il cinismo («la vita é semplicemente prendere senza dare»), la malizia e l’urgenza di un canto che induce molti all’infatuazione, alcuni alla follia. In breve il cantante di Manchester arriverà autoironicamente a definire se stesso come «l’ultimo dei celebri rubacuori internazionali».
Le morbose indiscrezioni sulla sua sessualità, Morrissey le ha liquidate proclamandosi esponente del quarto sesso: gli astinenti. Quelli che non ne possono più né degli uomini, né delle donne, né dei gay. Quelli che non credono, tout court, nelle relazioni. «Ora il mio cuore è colmo, e non so proprio spiegarlo, perciò non ci proverò neppure». Il resto è illazione. Dice: «Non mi piace il telefono. Manca di interesse. Di solito c’è una persona all’altro capo».
Morrissey è un’allitterazione dell’anima. È ostinato rifiuto a comportarsi come una rockstar, e di fare tutto quello che le altre persone sane di mente farebbero e fanno, una volta diventate postar. Pratica una forma di autoconservazione quasi patologica, di culto di sé, di nevrosi, che lo induce ad annullare concerti e interi tour, rifiutare interviste, rifiutarsi di rispondere al telefono e ai telegrammi, rifiutarsi d’essere gentile; scaricare case discografiche e manager. Maledire i giornalisti e ancor di più i suoi biografi.
In realtà Morrissey, nonostante le sue colpe e il pessimo carattere, nonostante l’incapacità di socializzare alle feste, aveva l’anima più bella al mondo e Johnny Marr la seppe illuminare dal lato giusto, per cinque anni. Insieme, nota Simpson, decisero di «infliggere i loro sogni a tutti noi», infettando e rovinando a meraviglia milioni di vite.
Anche rimasto da solo, dopo capitoli smithsiani irripetibili come “Hatful Of Hollow” e “The Queen Is Dead”, Moz è riuscito a raggiungere l’apice in un paio di occasioni, nella prima metà degli anni Novanta, con album come “Your Arsenal” e “Wauhxall And I”. Lì si ripete il miracolo di una musica pop rovente e evocativa, straziante e sensuale: la «malinalgìa» – la chiama Simpson con un neologismo-crasi che salda malinconia + nostalgia. Al suo apice di melodramma, la musica di Morrissey è un fascio di luce tossica che agisce da reagente nelle tue emozioni. Illumina le tue zone nere. È capace di far venire a galla il nervo scoperto. È un formidabile moltiplicatore sentimentale. Ti strugge intimamente, col suo carico di disillusione irresolubile, col racconto di un amore a cui non è stata mai data possibilità d’essere vissuto. Il senso di tempo scaduto, di perdita irrevocabile per qualcosa che nemmeno hai avuto. Uno strazio di desiderio e rimpianto, un’ubriacatura passionale e rancorosa.
Morrissey porta alla luce (e al successo) il sentimento d’essere disadattati, inadatti alla vita e al mondo. Diversi. La porta d’accesso a questo sentimento è duplice: da una parte il malessere che dà il sapersi mostruosi; dall’altra la sicurezza di una perfetta «unicità» pagata a caro prezzo, ma della quale non è possibile fare a meno. Morrissey non potrebbe mai essere — non potrebbe mai rappresentare — uno di quegli ordinary boys, «nel recinto del loro mondo ordinario, nel quale si sentono così fortunati». Lui invece, è un apolide del vivere, «negato ad amare», «condannato a desiderare», di casa in nessun posto.

Tag: , , , ,

26 Responses to Morrissey: Psico-inchiesta sull’ultima rockstar

  1. Ares il 25 agosto 2009 alle 13:59

    Chissà se qualcuno deciderà mai di fare una Psico-inchiesta sui Backstreet boys o sui Take That .. °__°

  2. Agostino Cornali il 25 agosto 2009 alle 14:31

    Il grandissimo rimpianto è che Moz abbia affermato testualmente di preferire mangiarsi i suoi propri testicoli che tornare a suonare con Marr.
    Comunque è un genio, non ci sono dubbi.

  3. ericasilvie il 25 agosto 2009 alle 17:10

    brutto, pieno di frasi retoriche e sopratutto impregnato di quella incapacità di analisi tipica dell’adolescenza, stato in cui nasce e si esauriscono le psico-reazioni emotive agli smiths e a morrissey. Grande voce e grande personalità, ma, ripeto, assai malservito da questo pezzo: scritto superficialmente, ‘smithsiani’, ‘luce tossica’, ‘infettato e rovinato a meraviglia’, concetti banali come ‘apolide del vivere’, uso stanco di luoghi letterari come ‘terra desolata’ applicato a ‘la sua testa’, poi.
    Mi ha fatto ricordare i tempi in cui leggevo riviste musicali, piene di questi stilemi.

  4. Ares il 25 agosto 2009 alle 18:11

    Cappero!, non l’è proprio piaciuto! °__°
    ..
    ..
    ..
    ..
    ..

    .. non ci capirò mai niente.. a mé è piaciuto così tanto… °__°
    ..
    .. sarò di boca buona ^__^

  5. Ares il 25 agosto 2009 alle 18:12

    ..bòcca!.. ufff

    .. devo sempre fare le mie figuracce!

  6. lorenzo galbiati il 25 agosto 2009 alle 19:31

    L’ultima rockstar, l’ultimo vero eroe del rock and roll, è Bruce Springsteen, non confondiamo le carte in gioco (lo dico all’autore del libro, più che a Veltri). E lo è nel senso puro del termine, nel senso che non fa nulla per esserlo (o per non esserlo, anche se in gioventù si preoccupava di aver troppo successo e di far la fine di Elvis), è così come è, come si vede dal palco, lo Springsteen uomo.
    Rispetto quindi la venerazione di Moz, e Vauxhall è un gran bel disco, d’accordo, ma far l’apologia di Moz perchè scontroso com’è non si atteggia da popstar, mi pare un po’ troppo: nel suo essere inaccessibile a interviste, cinico, antipatico, e poco rispetto di colleghi e pubblico (concerti saltati) c’è un bell’atteggiamento da popstar capricciosa (nevrotica, se non si vuol giudicare).

  7. lorenzo galbiati il 25 agosto 2009 alle 19:43

    ps per il resto, Veltri,

    – diedero luogo alla più bella avventura musicale degli anni ’80,
    – Si coprivano a vicenda di amorevole genialità, di passione.
    – In realtà Morrissey … aveva l’anima più bella al mondo

    non ti pare di sfiorare il sublime (e con esso il ridicolo)?

  8. gianni biondillo il 25 agosto 2009 alle 22:11

    Ares, lo sospetto anch’io che non gli sia piaciuto. :-)
    Ma come dice mia madre: “chi disprezza, compra!” ;-)))

  9. natàlia castaldi il 25 agosto 2009 alle 22:37

    *I’m on fire down to the river dancing in the dark*, Galbiati, senza dubbio.
    :-)

  10. baer il 25 agosto 2009 alle 22:55

    Mi scuserete la volgarità. Riporto solamente un ricordo. Ricordo di aver letto nel libro-biografia di Brian Warner (alias Marilyn Manson) anni fa che ci sono all’incirca dieci modi per sapere se si è omosessuali oppure no:
    – Avere ascolato un brano degli Smiths
    – Avere ascoltato un brano di Morrisey
    Il terzo e i seguenti sono proprio, ancor più, volgari, e allora non li dico. E’ anche per questo che ho sempre odiato M. Manson, per la stupidità e il cattivo gusto. Grande musica invece dagli Smiths.

  11. francesco forlani il 26 agosto 2009 alle 01:00

    Jean Blondill,
    et voilà un petit court-circuit!

    effeffe

  12. Gianluca Veltri il 26 agosto 2009 alle 11:13

    Il pezzo è più che altro sul libro di Simpson. Alcune iperboli non rispondono necessariamente al gusto dell’autore del pezzo, ma sono citazioni o parafrasi tratte dal libro di Simpson.
    Sì, può darsi che l’ultimo eroe del rock’n’roll sia Springsteen (che fa finta di non interessarsene), ma in fondo non mi pare che venga trascurato. Tutt’altro. Il mondo del pop è pieno di artisti e di eroi, e proviamo a raccontarli. Certo, Morrissey si atteggia a rockstar capricciosa e nevrotica, ma qualcosa di buono ha pure fatto. Per inciso, non credo sia ridicolo considerare gli Smiths il miglior gruppo pop degli anni ’80. Ci può stare.

  13. Ares il 26 agosto 2009 alle 13:19

    Veltri si rincuori,
    secondo me è un testo efficace, se lo scopo di questo testo e’ quello di parlare ad un adolescente che decide di comperare questo testo che parla del proprio mito, non peso sia possibile un lavoro migliore.

    Se io a 16 anni avessi incrociato questo testo che parla del mio mito, avrei sbarellato, tutte le immagini evocate perquanto retoriche e banali utilizzate (giusto per non contraddire ericasilvie) mi sarebbero piaciute troppo.

    ..il fatto è che il testo mi è piaciuto anche adesso.. °__°

    .. mi devo decidere a crescere! °__°

  14. Ares il 26 agosto 2009 alle 14:39

    °__° quest’ultimo commento…è un commento evocativo..

    .. neo avanguardista..

    ..impressionista ecco!.

    Va letto nel suo insieme come un quadro Monet.. sensa soffermarsi tropo sulla grammatica, lo stile, la sintassi. °__°

    vorrei sprofondare!!..

    ..perfortuna che qua siete tutti educati e non mi fate notare le cazz..refusi che scrivo -_- sigh!

  15. l. tedoldi il 26 agosto 2009 alle 15:14

    “Il miglior gruppo pop degli anni 80”, certo che ci può stare. E che importa se Morrissey è un genio, scrive meglio o peggio di Springsteen…

  16. lorenzo galbiati il 27 agosto 2009 alle 01:36

    Grazie Veltri per le precisazioni.

  17. PIETROPROVA il 27 agosto 2009 alle 10:19

    “nacque una di quelle alchimie che realizzano, al suo meglio, quello stupido giocattolo che chiamiamo pop. Qualcosa che, nella sua forma più riuscita, è una specie di meravigliosa malinconia masturbatoria, un sublime piangersi addosso. Ma che è anche come andare in bici coi piedi sollevati dai pedali. La magia del pop sta tutta nell’equilibrio narcotico tra felicità e tristezza, speranza e disperazione.”

    Ammetto di non comprendere il significato di queste frasi, e i riferimenti (cos’è “quello stupido giocattolo che chiamiamo pop” per chi scrive?)

  18. gherardo bortolotti il 27 agosto 2009 alle 11:08

    mi sembra che uno degli aspetti più interessanti di moz e degli smiths sia il fatto che hanno portato ad un pubblico relativamente più ampio tutta una serie di comportamenti e di temi (estetizzanti, kitsch, di maniera ma anche ironici e “coscienti”) del filone dandy del cosiddetto post-punk e poi del twee pop.
    ed è curioso, ma forse non assurdo (vista la snobberie di morrisey), il fatto, per esempio, che non ci sia traccia smithsiana in “24 hours party people”, il divertente film sulla scena di manchester e sulla figura di tony wilson.

  19. Stilita il 27 agosto 2009 alle 11:15

    L’encomio sarebbe giustificato anche solo per aver suggerito al genio di Derek Jarman le immagini per i video di The queen is dead, Panic, There is a Light That Never Goes Out e Ask.
    http://www.youtube.com/watch?v=cf0XtRXKnmc

  20. Agostino Cornali il 27 agosto 2009 alle 19:09

    A parte il carattere personale di Morrissey, che forse qui è un aspetto non marginale, ma di certo secondario, gli Smiths hanno incarnato lo spirito degli anni ’80 (o meglio, la parte migliore di quello spirito) molto più di quanto hanno fatto le innumerevoli band nate in quel periodo: decadenti, estetizzanti, incazzati con il mondo ma intellettualistici, sfigati in amore ma sempre (auto)ironici. Quella non fu musica per ragazzini, fu la rappresentazione di un modo di stare al mondo condivisibile da ascoltatori di ogni età. Tutto ciò fu possibile grazie soprattutto a Morrissey, un personaggio a mio parere molto più complesso e interessante di tanti altri che quel decennio ha partorito, Springsteen compreso.

  21. elio grasso il 28 agosto 2009 alle 11:33

    viva gli smiths e moz, sempre.

  22. lorenzo galbiati il 28 agosto 2009 alle 12:40

    @Cornali
    “Morrissey, un personaggio a mio parere molto più complesso e interessante di tanti altri che quel decennio ha partorito, Springsteen compreso.”

    A parte il fatto che Springsteen è stato “partorito” nei ’70, non negli ’80, mi limito a rimarcare l’unicità di Springsteen come ultimo eroe rock: di fronte a gruppi eighties caratterizzati, prendiamo per buono quel che scrivi, dall’essere “decadenti, estetizzanti, incazzati con il mondo ma intellettualistici, sfigati in amore ma sempre (auto)ironici” come gli Smiths, Springsteen non è stato nulla di tutto ciò.
    In un decennio pieno di suoni estetizzanti, sintetici e facili (gli Smiths erano immuni dal sintetico) Springsteen ha esordito con la pubblicazione di un demo acustico mal registrato (l’album Nebraska) e desolante per il testo; ha poi versato il suo obolo al suono sinth con Born in The USA, un inno ambiguo perchè pompato musicalmente, ma con questo incipit:

    “Born down in a dead men’s town
    The first kick I took was when I hit the ground
    End up like a dog that’s been beat too much
    Till you spend half your life just covering up
    Born in the USA
    I was Born in the USA”

    che la dice lunga sulla presunta semplicità di Springsteen sia come artista sia come compositore di testi (e musica, per altre ragioni), e soprattutto mette in luce un impegno sociale e politico che precede le varie critiche al Vietnam (Platoon, Full Metal jacket), al reaganismo, e i vari “Aid”.
    Niente di intellettualistico, di sfigato o ironico, di estetizzante o decadente, con Springsteen, tutto molto diretto, serio, crudo, molto puro (nel senso di privo di narcisismo), compreso il terzo album degli Ottanta, Tunnel of Love, riflessione intimistica sull’amore.
    Ecco perché, a mio parere, quando si parla di eroe del rock, Springsteen ne è l’ultima incarnazione: nella tradizione più pura del termine – tutto il contrario di un Lou Reed, che forse ne è l’ultima rockstar nella concezione più decadente.
    Springsteen lo paragonerei a Clint Eastwood per il cinema, se non fosse che il primo è democratico e progressista, con una grande complessità di visione, e il secondo è stato fino a una decina di anni fa, repubblicano e superconservatore, pur con una visione non semplicistica, che negli ultimi tempi è diventata così predominante da farlo avvicinare a posizioni progressiste, per certi ambiti. Ma a parte la loro visione politica, sono entrambi dei semplici che in verità sono molto più complessi di quel che appaiono, sono grezzi ma per certi versi raffinati (il jazz per Eastwood), sono molto “bianchi” eppure si sono contaminati eccome con la cultura nera, spagnola, italiana (Springsteen è più ibrido di Clint, essendo italo-irlandese), sono dei classici, gli ultimi classici del loro genere, dei tradizionalisti che hanno il pregio di offrire una sintesi della loro tradizione molto fruibile in quanto facilmente riconoscibile e apparentemente semplice, ma che è al contempo complessa, composita e unica.

    Detto questo, a me gli Smiths piacciono, e anche certi lavori di Morrissey.
    E accanto agli Smiths, come gruppo pop eighties inglese migliore metto gli Housemartins: due album originali splendidi e un terzo di raccolta altrettanto splendido. Meno estetizzanti, meno decadenti, meno “fini” degli Smiths ma più rock and roll, più “puri”, e con grande ironia.

  23. Agostino Cornali il 28 agosto 2009 alle 13:24

    @ galbiati: condivido in gran parte la sua analisi, anche perchè penso che la discussione sia nata da un equivoco di fondo: io non definirei mai gli Smiths un gruppo Rock, nè tantomeno chiamerei mai Morrisey “l’ultima rockstar”. Gli Smiths han fatto del pop, pop con la P maiuscola, la cui “magia”, come viene scritto abbastanza efficacemente nel nel post qui sopra “sta tutta nell’equilibrio narcotico tra felicità e tristezza, speranza e disperazione”. Springsteen invece ha fatto rock, rock duro come dice lei, anzi “tutto molto diretto, serio, crudo, molto puro”,e forse è proprio questo che non mi piace, ma qui si tratta di gusti personali, è inutile comparare due artisti appartenenti a due generi tanto diversi. Dico solo che la “purezza” di Springsteen ha fatto sì che egli sia sempre stato, a mio modesto parere, un personaggio meno complesso di Morrissey, meno ambiguo, più “semplice”, senza che questo sia per forza una caratteristica negativa e senza nulla togliere alla qualità di certi suoi testi (nell’iPod ho da tempo “The ghost of Tom Joad”, mai osannato dalla critica ma secondo me molto valido).
    Detto questo, mi perdonerà un dettaglio autobiografico: Springsteen è sempre stato l’idolo di mio padre, che mi portò anche a un suo concerto, perciò non escludo che un pizzico di conflitto generazionale abbia influenzato i miei gusti.
    Concludo citando un verso ironico e un po’ provocatorio della canzone “Zero” dei Bluvertigo, che alle atmosfere degli anni ’80 son sempre stati molto legati:

    “Ti piace Springsteen? Ok, non c’è problema…”

  24. cristiano prakash il 28 agosto 2009 alle 14:30

    per me gli Smiths sono un fenomeno irripetibile, unico. amo da quegli anni il gruppo, e ho continuato a farlo anche con la carriera solista del nostro ( tra alti e bassi). insieme ai REM e a Stipe, sono stati la musica inglese e americana a partire da quegli anni.
    detto ciò, so perfettamente di esprimere il mio gusto; so che quel che ero e sono mi hanno fatto incontrare gli smiths, così come so che ciascuno di noi incontra e si fonde con qualcun altro: che sia un cantante piuttosto che qualsiasi altro artista, cambia poco. l’importante è fare l’incontro, lasciarsi andare alla fusione, sentire quell’affinità che non ha spiegazioni logiche, ma piuttosto chimiche e fisiche.
    l’articolo risente di un certo “slang adolescenziale”, di quelli da rivista rock ( ricordo recensioni su Silvyan, tanto per citarne uno, che mi facevano rabbrividire), ma è vero che, parlando di musica, le parole faticano a “suonare” e c’è bisogno di enfasi.
    il tutto detto da uno che ha passato i quaranta da un pò.

  25. Gianluca Veltri il 28 agosto 2009 alle 16:21

    Caro Pietroprova, “quello stupido giocattolo che chiamiamo pop” è proprio quello che ho scritto: uno stupido giocattolo, con il quale ci si può incantatre – come del resto accade – per decenni. Un giochino da scomporre e ricomporre, aggiungendo e sottraendo per micro-variazioni, declinando lo spirito del tempo, la moda, gli umori generazionali.
    Resta il fatto che la definizione che ti ha colpito, a mio avviso assai felice, ahimé non è mia ma è mutuata da Simpson. Un saluto a tutti.

  26. Nicolò La Rocca il 31 agosto 2009 alle 16:05

    Ottimo testo, immagino pure ottimo libro. Lo dico da fan storico di Moz. Torno nella mia stanzetta.



indiani