Due note

30 agosto 2009
Pubblicato da

di Stefano Gallerani

walser

NOTA IN BUONA FEDE:
È generalmente risaputo che un sentimento potente si riflette con facilità sull’indole e sul carattere di chi lo prova, mentre non è difficile che induca anche ad atti inesplicabili e perfino contraddittori a paragone di esso. Fra i sentimenti che così si comportano il più comune è l’amore, ma anche la paura può condurre talvolta lontano dalla logica e dalla ragionevolezza. E pure ne ho conosciuto uno, di uomo, affatto insensibile, incapace di sentimento, d’amore o di paura, quanto l’altro che poi conobbi, il fratello maggiore, era, di quei sentimenti d’amore e di paura, pervaso. Del maggiore basterà dire che era in tutto il contrario dell’altro, del prepotente, perfido, fosforico libertino, empio ribelle ad ogni legge, spietato con tutti e fin con se stesso, orgogliosissimo. La casa col celebre divano, qui lo incontrai, si trovava in un quartiere di retrovia, vuoto di uomini e pieno di donne di buon cuore, non difficili, ma semplici e schiette, che si esprimevano nel loro umanissimo modo di dire: amoreggiando. Mi feci strada oltrepassando la piccola soglia del suo piccolo studio e le cortine assai strette di codici miniati e pergamene, polvere e assette, stipi e stipetti. Antiquario per diletto, di professione funzionario, il minore guardava circospetto quella materia che aveva intorno, la quale si rivelava spessa e cieca sotto il taglio obliquo della luce: l’acquario di un solo pesce, alla Martino Hnisemberg o Hemerschecker o Hemskerker, o etc.
Tu non prometti mai? gli chiesi.
Io mai, rispose.
Nemmeno di amarle, per poco?
Amarle, come sarebbe a dire?
Di innamorarti?
No, ci mancherebbe altro! E, casomai, me ne guarderei bene!
Da che?
Da prometterlo e anche da dirlo.
Mi sapresti dire perché?
Facile; però per capire bisognerebbe conoscere le donne come son fatte.
Sentiamo, dissi, come son fatte secondo te?

Allora ritornò sul divano e vide i cristalli sbeccati e, voltandosi, ebbe di fronte gli armadi grevi, i trumeaux, i comò e i comodini. Cominciava a sentirsi a disagio e non trovava un punto solo sul quale fermarsi. Ma la faccenda non era destinata a restare in quegli oscuri e privati termini. Lui a vivere, cioè a cercar le donne, aveva cominciato fin da piccolo; poi, era appena ragazzo, s’erano messe loro a cercarlo. Non fu così che la sua situazione cambiò in meglio. Visse molte vite, abitò diversi luoghi e adottò svariati nomi, ma ebbe sempre lo stesso corpo, forse anche peggio: testa grossa e tonda come un pallone, setole di porco per ciglia, orecchie pendenti, gambe di satiro e piedi tondi. Difficile resistergli. Non era un Paride né un Ettore ma un Don Giovanni Tenorio fra i tanti, o un suo congenere: l’orgoglio costitutivo gli impediva anche di concepire d’essere amato non per sé e per i fascini suoi. Presto si stancò e prese moglie, e appena sposati l’insultò non solo con violenza ma anche bene, con precisione, toccando i suoi difetti uno per uno come le crostacce che acquistava alle fiere antiquarie venivano isolate e accecate dalla luce: così bene da riacquistare d’improvviso il peso dei suoi vizi, uno per uno. Lui stesso che da allora se li portò addosso tutt’insieme come una muta.

NOTA IN MALA FEDE:
Altrimenti, recita, viene a mancare lo sprone, la molla, la passione principale, ossia il puntiglio. Ora lei ha capito perfettamente.
Sarebbe a dire?
Sì, insomma, dalla sua stessa furia doveva difendersi, e siccome non gli riusciva più di farlo dentro di sé, cercava un modo di opporsi esterno e reale
La bella e la brutta, l’una e l’altra escludo di averle ingannate con promesse. Promesse alle quali, peraltro, avrebbero tranquillamente creduto.
Ecco, dunque, il segreto del dongiovanni meschino, lo scandalo del subornatore di femmine che dicendo ad entrambe di disprezzarle (“questi cimurri!”, sbraitava) le aveva messe (Evelina e Daniela) a cercare di innamorarlo per puntiglio. E senza che n’avanzasse qualcosa per il maggiore. Lui, il minore, aveva sempre pensato al suo catalogo, anche nell’ora dell’esercizio antiquarile, con le saracinesche tutte alzate, sempre come in un acquario: triste, stinto d’acqua sporca e approssimativa nella chimica combinazione; piena di bolle e di solfati, più che di cloruri, e magari di qualche potassa portata in dose supplementare dal passaggio d’una vecchia o possibile conquista.
Adesso, rispettoso di tutti e di tutto fuorché delle virtù femminili, allunga una mano sotto il divano per prendere su la carta, quella con lo stemma nobiliare, ma non trova che una cassetta e un mucchio di libri: uno, in mezzo, rilegato e ancora sano. Il catalogo.
Devo scrivere, tuona.
È la trovata che non trovava, la pensata che non pensava: scrivere. Un motivo valido per cominciare una lettera importante e definitiva. Un modo per dire la verità, ma espressa in uno stile accettabile per le autorità che furono e sono, così, esonerate dall’imbarazzo di prendere una decisione.
Caro fratello, sussurra mentre scrive, le tue gesta mi hanno profondamente e acerbamente ferito ed ho deciso di toglierti il saluto per questo: ho davanti a me un disegno ambizioso e nobile, il quale potrà rendermi non la felicità, che può essere casuale, ma la serenità che merito. In un secondo tempo, in rispetto non della tua personalità, né per riconoscenza né per timore o obbedienza, e nemmeno per i doveri che pure mi sono imposti dal vincolo di sangue, ma solo per il mio buon animo e per la mia tranquillità potrò anche informarti delle mie imprese e chiedere conto dei tuoi insuccessi. Adesso debbo dirti che rinuncio alla nostra parentela con il rammarico che i tuoi insulti cadranno più pesantemente proprio il giorno in cui la fortuna, invocata dalle mie capacità, mi tenderà la mano. Ho solo rancore e risentimento, ma mi è doveroso informarti che per finanziare la mia impresa attingo al tuo libretto al portatore. Non ti ringrazio e tanto meno ti saluto…
Dopo di che, imbusta la missiva, vi appone il suo nome come destinatario, quello del maggiore come mittente e mette l’incarto tra la posta da sbrigare.
A rivederci, cattivo soggetto.
Ti saluto, pellaccia.

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5 Responses to Due note

  1. Carlo Capone il 30 agosto 2009 alle 23:38

    va bene tutto ma i cristalli sbeccati no.

  2. franz krauspenhaar il 31 agosto 2009 alle 08:57

    molto bello, con citazioni interne, un romanzo in nuce, temi forti: la fratellanza, l’estrema diversità tra consanguinei, l’eterna, mortifera lotta psicodrammatica del dongiovanni.

  3. stefano gallerani il 31 agosto 2009 alle 16:34

    mersì bocù, fra(tello)nz

  4. Marilena Renda il 31 agosto 2009 alle 18:42

    Gallerani, adoro come scrivi.

  5. stefano gallerani il 31 agosto 2009 alle 19:21

    denghiù, mari.



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