Specchi neri (incipit)

9 settembre 2009
Pubblicato da


di Arno Schmidt

traduzione di Domenico Pinto

(Clicca sull’immagine per ingrandire)

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Arno Schmidt, Specchi neri, a cura di D. Pinto, Lavieri, 2009.

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105 Responses to Specchi neri (incipit)

  1. angelo petrelli il 9 settembre 2009 alle 12:04

    Stupendo domenico, sul serio.

  2. viola il 9 settembre 2009 alle 12:09

    deve essere stata una faticaccia, tradurlo…e allora vabbè, lo leggeremo anche in nome dell’etica del lavoro -);

  3. giorgio mascitelli il 9 settembre 2009 alle 12:43

    Se fossimo un paese interessato alla cultura la traduzione di questa trilogia dovrebbe essere salutata come un significativo evento culturale, ma tant’è. Vuol dire che oggi a pranzo farò un brindisi alla salute del traduttore e della traduzione.

  4. sparz il 9 settembre 2009 alle 13:18

    lo sto, lentamente, leggendo. Una sorpresa ad ogni riga. Dice bene il Mascitelli, sfortunatamente non siamo un paese interessato alla cultura, il che ci riporta al post di Inglese sul fascismo estetico.

  5. aparrag aculnaig il 9 settembre 2009 alle 13:37

    ma come hai fatto?
    siamo negli anni ’20 e questo scritto è degli anni ’60. secondo me è un tarocco.
    e poi scusa queste cose qui non sono di massa, (e né di carrara) e non sono televisive né filmabili né teatralizzabili. chi ci capisce? chi lo compra?
    però: et ecetera?
    dunque: et cetera?
    e i parrucconi della crusca italiana (e qui ce se sono tanti) non dispregiano slabrado la bocca all’ingiù questo sperimentalismo del futuro?
    ohi ohi. me lo devo proprio studiare questo post.

  6. Stefanie G. il 9 settembre 2009 alle 15:12

    Complimenti a Pinto, ma resto perplessa. Per la macchinosità, e:

    der lakonische Mond = la laconica luna

    perché perdere l’allitterazione (che è già in tedesco, seppur minore)? e poi perché mettere Luna maiuscolo, peggiorando la situazione? (succinto infatti si dice di un discorso, a meno di sottintendere un erotismo fuori luogo)

  7. alcor il 9 settembre 2009 alle 16:12

    Dov’è l’allitterazione, in der lakonische Mond? io non la vedo, neppure debole.

    Poi, “la laconica luna” fa risonare, a orecchie italiane, corrotti e sublimi echi leopardiani, e ” la luna laconica” è cacofonico fino al ridicolo.

    Inoltre a “succinta” si arriva per metonimia, volendo evitare i guasti di eco improprie.

    Perciò io la trovo ottima, questa scelta. Potevano essercene altre? Certo, con un altro traduttore.

    E, ultimo, non è bene criticare in una traduzione, IL termine, LA scelta.

  8. baer il 9 settembre 2009 alle 17:27

    Me lo domandavo anch’io, dove sta l’allitterazione in *der lakonische Mond*? Forse nell’on? Se così fosse, non risuonerebbe comunque come risuona un’allitterazione.

  9. Dario Borso il 9 settembre 2009 alle 18:43

    wikipedia: *L’allitterazione è una figura retorica che consiste nella ripetizione di una lettera, di una sillaba o più in generale di un suono all’inizio o all’interno di parole successive (Coca Cola*

    se così è, è della più bell’acqua:

    còcacòla lakònischemònd

    non sono d’accordo invece sul macchinoso.

  10. alcor il 9 settembre 2009 alle 18:54

    Certo, anche “tutto allittera” è un’allitterazione, ma dicendo tutto allittera, volevo solo dire che a ben vedere tutto allittera:-)

    un’allitterazione degna di questo nome per me è questa:

    il tuo trillo sembra la brina / che sgrigiola, il vetro che incrina.

  11. alcor il 9 settembre 2009 alle 19:02

    per degna di questo nome intendo che va riconosciuta come tale e valorizzata, nel caso che qualcuno volesse tradurre in tedesco Pascoli

  12. Dario Borso il 9 settembre 2009 alle 19:10

    @lcor
    laconicità & logicità & leopardità non sono il tuo forte.

    @pinto
    dagli amici ti guardi io.

  13. alcor il 9 settembre 2009 alle 19:10

    Oggi su Repubblica, spilluzzicato a caso:

    Massimo Giannini:

    Non è una novità.

    Gabriella de Matteis e Giuliano Foschini:

    Non c’è soltanto il senatore

    Antonello Caporale:

    Come una fastidiosa zanzara che resiste ancora a settembre

    Pù o meno debolmente, tutto allittera:-)

  14. alcor il 9 settembre 2009 alle 19:12

    @db

    pazienza, vuol dire che il mio forte è il buon senso:-)

  15. Dario Borso il 9 settembre 2009 alle 19:30

    ma che scuole hai fatto? siccome pascoli è famoso per le allitterazioni, ne consegue che le allitterazioni o sono smaccate(alla pascoli) o non sono più allitterazioni?!

    un esempio: còttonfiòc per me è un’ottima allitterazione, e a te servirebbe ottimamente per affinare il tuo orecchio

  16. alcor il 9 settembre 2009 alle 19:57

    Scuole non so, ma mi sono appena fatta tre martini drei, perciò, @Borso, sii, e buono, esisti buonamente, fa’ che, cerca di, tendi a, e dimmi pure tutto

  17. Dario Borso il 9 settembre 2009 alle 20:00

    ecco, così mi piaci

  18. natàlia castaldi il 9 settembre 2009 alle 20:48

    Un gran lavoro. complimenti.

  19. Stefanie G. il 9 settembre 2009 alle 21:22

    Quando dico macchinoso, intendo ad esempio tutto il quinto capoverso. All’inizio l’autore fa il verso a Goethe, che aveva detto: la vita umana è mangiare e bere. E poi il resto è molto più semplice in tedesco, un calco ironico del salmo 90, 10.
    Quanto a lakonisch, se andate su wikipedia vedrete che è diverso da succinto.
    Ma forse il mio discorso parte da Schmidt, non dall’Italia.

  20. Dario Borso il 10 settembre 2009 alle 00:18

    com’è l’incipit in tedesco?

  21. alcor il 10 settembre 2009 alle 07:37

    @Stefanie G

    lo sappiamo che lakonisch è diverso da succinto, e ho quasi la certezza che lo sappia anche Pinto:-)
    Dopotutto è una parola di origine latina, non germanica. Persino senza andare su Wikipedia e limitandoci al Fremdwörterbuch del Duden, lakonisch dà primo significato kurz, breve
    Adesso non voglio farla lunga, ma succingere significa originariamente alzare le vesti e legarle alla cintura perché diventino, da lunghe, brevi.
    (manovra che serve anche per sbrigarsene e lavorare liberamente, non solo per mostrare le gambe e sedurre il passante, perciò quello che tu chiami “erotismo fuori luogo” non c’è)
    Non solo, si può usare, nella lingua italiana, per dire “abbreviare un racconto”. E’ letterario e antiquato, certo, ma di questi ripescaggi vive la lingua colta, e l’orecchio italiano, per il quale la traduzione è fatta, li riconosce e ne gode.
    E soprattutto gode che le sia risparmiata l’eventuale cacofonica allitterazione di cui sopra e tutti le rimembranze infantili e scolastiche che il ritmo comporta (Meschonnic qualcosa ci avrà pure insegnato)
    La ragioni per cui non si fanno tradurre i testi dal francese a un francese dal tedesco a un tedesco dall’italiano a un italiano, sono poi banalmente queste, che il patrimonio accumulato, persino da chi la lingua straniera la conosce benissimo, è un patrimonio ridotto.
    Venire qui a fare le pulci a Pinto, che ha tradotto Schmidt e non il bugiardino di un cosmetico, avendo alle spalle un patrimonio più ridotto del suo nella lingua nella quale questa traduzione è fatta, ha senso?
    Magari, se avevi qualche curiosità sulle ragioni delle sue scelte, potevi cercare il suo numero e domandarglielo personalmente.

  22. alcor il 10 settembre 2009 alle 07:40

    E aggiungo che sono ammirata da questa impresa pintiana, e provo una certa gratitudine.

  23. alcor il 10 settembre 2009 alle 07:41

    dio, quanti refusi, mi spiace

  24. anfiosso il 10 settembre 2009 alle 08:31

    Succinto riferito a un racconto non è nemmeno poi tanto letterario: in quest’uso l’ho sempre sentito utilizzare piuttosto correntemente. La questione della ‘laconica luna’: Stefanie G. voleva che Pinto non perdesse la possibilità di averne una nella traduzione nonostante nell’originale non ce ne sia traccia, ho capìto bene? L’allitterazione è una forma di annnominazione, sono sempre le iniziali ad essere coinvolte, per lakONische mONd non si parla di allitterazione, è una rispondenza fonica di altro tipo: peraltro piuttosto dubbia, dal momento che “Mond” mi pare costituisca sillaba e la stessa rispondenza si sente, se pure si sente, molto debolmente.

    Anch’io provo gratitudine, e – ovviamente – ancor più di alcor, per la traduzione di Schmidt, e proverò gratitudine per tutti gli Schmidt a venire (gratitudine al momento un po’ in astratto perché ancòra lo sto aspettando).

  25. domenico pinto il 10 settembre 2009 alle 09:24

    Ringrazio Stefanie per le osservazioni, ma posso intervenire solo, come è uso in Laconia, cursoriamente. Ogni traduzione è un atto violento, la storia di un testo nato per strappi e infrazioni (ogni esecuzione, anche musicale, cade sotto questa luce) è costellata di cuciture, spostamenti, compensazioni. La tenuta di una traduzione andrebbe considerata, dice bene alcor, sul lungo raggio. Il tempo ci dirà se i libri di Schmidt, in queste versioni, entreranno nel circolo delle idee, che era poi lo scopo dei miei volgarizzamenti.

  26. Dario Borso il 10 settembre 2009 alle 10:15

    Non ho il tedesco del quinto capoverso: stefanie o pinto potrebbero metterlo? intuisco che l’adagio di goethe dev’essere “Essen und Trinken, meyn ich, ist des Menschen Leben”, dal Götz von Berlichingen: ma appunto, com’è in schmidt?
    quanto a laconico (di origine greca, non latina ovviamente), non ci siamo proprio. tenete presente che gli antichi chiamavano luna silente la luna nuova. il precisissimo arno dice laconica in quanto quarto di luna o giù di lì (lo si deduce dal seguito, dove dice affilata).
    e l’allitterazione? per essa, più importante assai delle iniziali è la tesi, ovvero dove cade l’accento, che dà appunto la dominante fonica più delle iniziali.
    achtung: der la kò|ni sche mònd – due anapesti, ovvero il ritmo di marcia dei laconici spartiati… pen sa tè

  27. alcor il 10 settembre 2009 alle 11:06

    ovviamente greca, certo.

  28. baer il 10 settembre 2009 alle 11:29
  29. baer il 10 settembre 2009 alle 11:34

    Provavo a caricare l’immagine dell’etimo di laconico. Un errore ha dato il commento vuoto. Comunque lacònico è dal greco LAKONIKòS da LAKòN Lacone o Lacedemone (Agg. Attributo del parlar bene e concettoso, come solevano gli antichi abitanti della Lacònia, regione del Peloponneso).

  30. alcor il 10 settembre 2009 alle 11:52

    Questo è il mio ultimo commento, lo dico subito perché nessuno si offenda se non riappaio.
    Non volevo neanche farlo, ma trovo questo accanimento su una scelta traduttoria così scucchiaiata dal testo pessimo da ogni punto di vista.

    @db

    dici: “tenete presente che gli antichi chiamavano luna silente la luna nuova. il precisissimo arno dice laconica in quanto quarto di luna o giù di lì (lo si deduce dal seguito, dove dice affilata).”

    a parte il fatto che “luna silente” si è continuato a dire, e allora? non vedo come questo possa andare contro “conciso”.

    e dici anche: “e l’allitterazione? per essa, più importante assai delle iniziali è la tesi”

    non è vero:

    Ek Hléwagastir Hòltingar Hòrna tàvido.

    Oppure:

    Flog Vogel federlos, saß auf Baum blattlos
    kam Frau fußlos, fing ihn handlos,
    briet ihn feuerlos, fraß ihn mundlos

    questa qui sopra è la culla dell’allitterazione tedesca: drei betonte Wörter (=Stäbe: Herkunft vom Losorakel!) beginnen mit dem gleichen Mitlaut oder einem Selbstlaut. Perciò non puoi separare la tesi dalle iniziali.

    (non sto neanche a tradurre perché tanto qui agli interessati non serve)

    Ora, se vuoi sostenere Stefanie G. e criticare Pinto per ragioni tue, sono ragioni tue, ma arrampicarsi sugli specchi per fare una pulce a un eccellente lavoro non solo lo trovo avaro, ma anche un tantino antipatico, e soprattutto si potrebbe andare avanti per ore confutando con infiniti esempi contrari ogni cosa, perciò, buon lavoro.

  31. anfiosso il 10 settembre 2009 alle 12:34

    Grazie ad alcor che ha detto cose d’oro – mentre io avrei potuto dare solo tolla – sull’allitterazione.
    L’allitterazione è la ripetizione della consonante iniziale: pietro paolo pittor pinse pittura, Pugna porcorum (la p è prediletta), &c. Poi siete due germanisti, tu ed alcor, l’allitterazione ha una posizione importante nella metricologia delle lingue che possedete e su cui lavorate, & dunque non metto lingua. L’annominazione è la ripetizione dell’intera sillaba, o al limite della parola in aequivocatio. L’omeoteleuto e la rima sono gli stessi fenomeni, ma riguardanti le uscite delle parole.
    Per il fenomeno di lakONische mONd non c’è nemmeno un nome perché è molto dubbio che ci sia rispondenza vera. In più, la tesi cade sulla sillaba, non sulle singole lettere (non darebbe molto senso, altrimenti): e poi la scansione sillabica credo sia la / kO / Ni / sche / mONd / – è così o sbaglio? qualcuno mi corregga, per favore -, nel qual caso non c’è rispondenza tra i due ON se non per l’occhio. Mi sembra veramente un po’ poco, anzi un po’ un bel nulla per parlare di allitterazione.
    E’ Laconica Luna che è un’allitterazione come si deve, ma l’ha scovata stefanie g., nel testo di schmidt non c’è.
    Di che allitterazioni si va cianciando, qui, di grazia? Non sto capendo nulla.

    In generale mi rifiuto di credere, come penso chiunque, nella possibilità materiale di una traduzione che conservi l’aspetto fonico dell’originale. Solo una trascrizione potrebbe riuscirci, ma non sarebbe una traduzione!! (Ci avevate pensato?).

    Ciò detto, se posso permettermi, e anche se non posso lo faccio lo stesso, mi viene da fare una piccola esortazione.

    Ci diamo una bella calmata, tutti quanti?

  32. Dario Borso il 10 settembre 2009 alle 13:02

    stefanie diceva: *perché perdere l’allitterazione (che è già in tedesco, seppur minore)?*
    la trovo un’osservazione giusta. che l’allitterazione riguardi le iniziali è una bufala. prendiamo l’exemplum instar omnium delle lettere italiche: spirto guerrier ch’entro mi rugge… anfiosso, arrenditi!

    quanto allo sproloquio finale di alcor, sono problemi psichici di mamma che crede di avere a che fare coi figli invece che con menti pensanti – mamma italiana, ricattatoria, piagnona e familista.
    per dire, io ho un debito con pinto immenso: 3 anni fa mi fece conoscere arno schmidt. immenso ed estinguibile, anzi estinto (non fosse così, si sarebbe tutti debitori di adamo, come per il peccato originale, alla faccia).
    per me la faccenda è semplice: per un traduttore, l’autore è un dio leibniziano, che rispetto a una gamma nella fattispecie di aggettivi tedeschi possibili ha scelto lakonisch, e dunque… rispetto, rispetto: questo è il rispetto vero!

  33. Dario Borso il 10 settembre 2009 alle 13:40

    ciò non siglifica che io non sia disposto a mediazioni: tra succinta e laconica, proporrei caprese (ca faje sunná ll’ammore a ‘e ‘nnammurate, adduorme a nénna mia ca sta scetata e falla ‘nnammurá cu na buscía).

  34. anfiosso il 10 settembre 2009 alle 13:58

    Prof., non entro nella questione del rispetto della metà inferiore del tuo intervento perché credo non mi riguardi, e mi limito a ribadire, nella maniera più umile & dolce possibile, che spirto guerrier ch’entro mi ruggi può chiamarsi disseminazione fonica, tutt’al più, ma non allitterazione. Il fatto che tu mi porga un esempio in cui c’è rispondenza fonica, ci metta l’etichetta di allitterazione e mi dica “arrenditi” non serve a convincermi di quello che non è. La prossima volta potresti propormi acciò non sia forte lessia che ischiattile e dirmi che anche quella è allitterazione. Una volta dopo potresti dirmi Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono e dirmi che è allitterazione. La volta dopo ancòra Istoria miserabile ma vera e dirmi che c’è allitterazione perché sia /b/ che /v/ sono labiali. Infine, potresti dirmi che anche “Infine potresti dirmi” è allitterazione perché ci sono ben cinque /i/, due /n/, due /r/ e persino una /p/.

    Di là da questo, c’è nessuno che abbia voglia di dirimere le questioni esterne alla letteratura, appunto, all’esterno del dibattito – per così chiamarlo – letterario? Non so se il fatto che tre anni fa ti abbia fatto conoscere Schmidt (!) sia un motivo sufficiente per avercela con Pinto; non credo, ma l’impressione è proprio che tu ce l’abbia con lui, e la stessa stefanie g. mi sembra animata da intenti non diversi da quelli che hanno mosso fulviadiomadonna e da GiorgiaSanto contro me, dalla parte di là.
    Questo non è discutere, è mandare in vacca le discussioni. Non so il tedesco, e non credo rilevi (anzi, rileva, tant’è vero che ho bisogno della versione di Pinto per sapere chi è Schmidt), trovo che queste poche paginette – spero di avere tutto il testo, tra brevissimo, tra mano – diano quantomeno prova di un uso dell’italiano assolutamente sopraffino: Pinto ha lavorato sodo, ha un italiano splendido, copioso ed elegante, e quello che leggo sembra concepito direttamente in questa lingua e non in quella.

    A me interessa Schmidt, dico sul serio, ma sul serio overamente, e m’interessano queste due paginette, e m’interesserà tutto il libro, come i due che lo precedono, quando m’arriverà. La questione del rispetto non m’interessa, invece, e non m’interessa minimamente quello che avete da dirvi tu e Pinto, non più di quanto le due analfabete di merda mi hanno rovesciato addosso dalla parte di là. Non me ne frega niente della scia dei vostri vecchj rancori – non ne so un bel nulla, ma credimi quando ti dico che traspare, e che non posso sbagliarmi -, non me ne frega niente di quello che fate finta di dire a proposito del testo, dandovi la zappa sui piedi e sostenendo a gran voce che è stato un altro. Quando dico “non m’interessa” mi esprimo, in realtà, in modo improprio: di fatto, è vero, non interessa a nessuno, ma sarebbe più esatto dire: non è il modo, è fuori luogo, non c’entra niente, è incontrovertibilmente sbagliato, è un modo sbagliato di servirsi della rete, di NI, della scrittura. Per altre cose c’è la mail, la maldicenza, la questura – o comunque, se proprio non può farsi a meno della rete, l’accusa aperta, la recriminazione, il rinfacciamento – la mail, soprattutto.

    Anche perché, nel caso in cui X abbia commesso qualcosa di orribile ai danni di Y, se Y non riesce a trovare errori nella traduzione di X, allora vuol dire che X ha ragione? Potrebbe avere torto marcio, per quanto se ne sa.

    Mi dispiace aver scritto quanto ho scritto, sarò sicuramente preso a mitraglie di sberle sulle orecchie, ma era doveroso, a questo punto. Non è qui, basta usare un briciolo di logica, che si risolvono le questioni personali. Questo non è scrivere e non è discutere di scrittura.

    E lakonische Mond non è un’allitterazione.

  35. anfiosso il 10 settembre 2009 alle 14:01

    Mi faccio le pulci da solo: c’è un “da” di troppo rimasto incagliato nel mio commento precedente, dovuto al rabberciamento della frase semidistrutta dall'”ins” inavvertitamente disinserito. Comunque si capisce.

  36. ta ti tot ont int un tac il 10 settembre 2009 alle 15:35

    Schmidt è immenso.
    Pinto è il suo profeta.
    Il resto è rumore.

    (e niente sberle sulle orecchie ad anfiosso).

  37. Dario Borso il 10 settembre 2009 alle 17:13

    fossi professore ti boccerei, e t’imporrei il fontanier. in mancanza, vai al bigino wikipedia *figura retorica*: vedrai che la laconica luna è un’allitterazione, e lakònische Mònd un’assonanza (data dalla medesima tonica). spirto ecc. un’allitterazione e via andare. se poi vuoi fare un manuale tutto tuo di retorica, ben venga, valuteremo al momento.
    non vedo somiglianze tra questo thread e il tuo, sfortunatissimo. se proprio proprio, vedrei duplicate qui le due disgraziate nick in te e alcor, sotto la medesima rubrica di: uterine.
    ripeto, la questione dell’allitterazione è secondaria rispetto al depennamento del termine lakonisch. schmidt aveva una decina di aggettivi a disposizione per esprimere il cuncietto, e ha scelto quello greco, il più lontano dal linguaggio corrente. tradurre succinto vuol dire semplicemente non rispettare la scelta dell’autore, occuparne il posto non proprio umilmente.
    non capisco perché non mettano il quinto capoverso. io ho la versione italiana, e in nota si parla del salmo, mettendolo nella versione diodati.

  38. baer il 10 settembre 2009 alle 19:35

    Sarei curioso, a questo punto, assodato il fatto che non su una parola si discute una traduzione, di sentire che dice Pinto riguardo la scelta di “succinto” per “lakonisch”.

  39. anfiosso il 10 settembre 2009 alle 22:03

    fossi professore ti boccerei, e t’imporrei il fontanier. in mancanza, vai al bigino wikipedia *figura retorica*: vedrai che la laconica luna è un’allitterazione, e lakònische Mònd un’assonanza (data dalla medesima tonica).

    Dario, hai già ammesso che non è un’allitterazione, potrei accontentarmi. Se invece non mi accontentassi, mi dorrebbe, è chiaro, tornare uterinamente a farti le pulci, ma ugualmente ti direi che l’assonanza è apprezzabile solo nel verso, e in particolare a fine verso, laddove ci si aspetterebbe una rima; altrimenti anche la sequenza /mOltE cOsE / o /pEzzO di scEmO/, che non hanno nulla di retoricamente rilevato, “diventano” assonanze.
    Ciò detto, Laconica Luna è allitterazione, lakONische mONd no, e tanto deve bastarmi.
    Ancòra complimenti a Pinto per l’impegno e la traduzione, che mi permette / permetterà di léggere la terza tranche della trilogia di Schmidt.
    Spero sia possibile dire che provo, effettivamente, gratitudine nei confronti di Pinto per averlo tradotto ed avermelo reso leggibile: giuro sulla maronn ra salett che non gliela farò mai pagare, per questo.

  40. anfiosso il 10 settembre 2009 alle 22:07

    A parte la mia notoria passività vaginale, che m’impedisce, nel merito di quel mio post andato così disastrosamente, d’insistere a proposito di quella frase di merda, quella con ambage dentro.
    Ma discrezione m’impone di tener chiuse le grandi labbra.
    (Vado a prendere ago e filo).

  41. Dario Borso il 10 settembre 2009 alle 22:54

    anfiosso anfiosso, tu approfitti di me perché sai che ti voglio bene. scrissi: “*Se si parla, e talora càpita, di scrittura, l’interlocutore mi dice con qualche ambage, ma non tante da offuscare la sostanza del discorso, che comunque scrivo di merda* – ecco, se il talora è ora, sottoscrivo”. e difatti

    qualche ambage: è singolare (mi sarei aspettato ambagia)
    non tante: è plurale, e cozza col singolare di prima

    a parte che il confine tra assonanza e allitterazione è labile, *perché perdere l’allitterazione (che è già in tedesco, seppur minore)?* l’aveva detto stefanie, non me. ho detto io poi che ritenevo l’osservazione motivata ecc.

    a scanso di equivoci, mi sono permesso di almanaccare solo sulla luna per il semplice motivo che è l’unico frammentino originale di testo di cui dispongo sempre grazie a stefanie. disponessi di altri, almanaccherei se fosse il caso. il post precedente è il luogo adatto per i complimenti, codesto è chiaramente predisposto ad accogliere commenti sulla traduzione. o no?
    hai ringraziato pinto per averti concesso la possibilità di leggere schmidt. non dimenticare però di ringraziare ogni singolo traduttore ogni volta che leggerai un libro. e un grazie sentito, ogni volta nèh, allo stampatore, al legatore, al libraio…

  42. Daniele Ventre il 10 settembre 2009 alle 23:25

    Per quanto riguarda le allitterazioni, non voglio ripetere qui ciò che già è stato ampiamente illustrato da Alcor e da Anfiosso con dovizia di particolari, riguardo alla metrica germanica.

    Mi limito incidentalmente a ribadire che in ogni caso, nel senso più proprio del termine, si parla di allitterazione per l’iterazione della sillaba iniziale di una parola. Per altri fenomeni apparentemente analoghi, si preferisce realmente il termine generico di disseminazione fonica, già usato da Anfiosso. Della disseminazione fonica, l’allitterazione costituisce un particolare sottoinsieme. Aggiungo inoltre, da quel poco che so della metrica greca, a partire dalle mie scarse conoscenze dei testi omerici e della poesia greca arcaica in genere, suffragato dalle mie poche conoscenze di indoeuropeistica, che in tutte le forme di poesia antica in cui l’allitterazione gioca un ruolo, l’affermazione di chi scrive:

    “…per essa, più importante assai delle iniziali è la tesi…”

    è sic et simpliciter falsa. La tesi non è sede sempre rilevante, per gli esametri omerici in cui viene usata a piene mani l’allitterazione. Ciò accade spesso nei discorsi indiretti, per cui l’allitterazione ha la funzione di costituire marca di contrasto rispetto al rumore di fondo del récit (come ha mostrato un bell’articolo di Franco Montanari). Nel famoso verso enniano

    O Tite tute Tati tibi tanta turanne tulisti,

    la tesi è rilevante solo per tute, turanne e tulisti, non per Tite, Tati e Tanta. Lo stesso accade per

    Maxima multa minax molitur machina muros

    o per gli esempi virgiliani

    praecipitat suadentque cadentia sidera somnos (dove abbiamo allitterazione, iterazione di sillaba interna e disseminazione fonica)

    e

    dona carere dolis Danaum… timeo Danaos et dona ferentes;

    per non parlare dei più antichi esempi dei saturni di Nevio: uno per tutti:

    superbiter contemptim conterit legiones.

    Pare che la rilevanza della tesi emerga, in modo non assoluto e non sistematico, nelle lingue che fino in età storica mostrano un accento demarcativo sulla prima sillaba della parola. Il latino, che tale accento demarcativo sulla prima sillaba aveva in età assai remota, mostra usi dell’allitterazione solo apparentente simili a quelli delle lingue germaniche. Il greco antico e il vedico hanno trattamenti ancora più mobili del fenomeno.

    Come si vede, la dottrina dell’allitterazione è al tempo stesso più rigida e più elastica di come prospettato da taluni maestri fin troppo dogmatici.

    Da questo punto di vista, considerando che le suddistinzioni nell’ambito delle figure retoriche sono sempre alquanto mobili e dibattute, inviterei chi ha detto:

    “…quanto allo sproloquio finale di alcor, sono problemi psichici di mamma che crede di avere a che fare coi figli invece che con menti pensanti – mamma italiana, ricattatoria, piagnona e familista…”

    “…se poi vuoi fare un manuale tutto tuo di retorica, ben venga, valuteremo al momento…”

    a moderare fortemente i toni di certi suoi interventi (o forse dovrei dire, placcaggi), e a riguadagnare qualche parcella di quel buon gusto che un tempo gli era proprio. Rilevare la presenza di problemi psichici in chi non sostiene la nostra stessa opinione, o bollarlo di ignoranza, è un perfido costume che nel nostro sfortunato Paese va sempre più diffondendosi. Un perfido costume la cui diffusione andrebbe stroncata sul nascere, insieme ai diffusori del contagio, almeno in un contesto dove si dovrebbe discutere in termini (si spera) civili, di argomenti che dovrebbero aver a che fare con operazioni di carattere culturale. Un perfido costume che appare tanto più deplorevole, nel momento in cui si invoca l’atteggiamento del rispetto (per l’Autore, per l’Ermeneuta, per il Commentatore, per gli Asparagi o per altre categorie rese fumose dal tempo, dal decostruzionismo e dalla decostruzione di tutti i decostruzionismi futuri che vogliano presentarsi come scienza).

    Ma l’allitterazione in sé è in effetti un problema secondario. Al più illustra la volontà deliberata (e un tantinello proditoria e provocatoria), presente in determinati commenti, di congregare e accismare selve di argumenta ad hominem in nome di ragioni non così limpide come si vorrebbe far credere.

    Veniamo alla Luna Succinta, oggetto delle più disparate accuse: in primis, quella di voler ostentare lubricamente le pudibonde grazie della bianca dea Artemide-Selene-Ecate, almeno stando all’intervento di Stefanie G., che per divina investitura sembra parli in nome di Arno Schmidt in persona:

    “…succinto infatti si dice di un discorso, a meno di sottintendere un erotismo fuori luogo…”

    Empia e nefaria allusione, quasi che lo sventurato traduttore, inoltratosi in suo mal punto per i boschi narrativi, in caccia di nessi semantico-sintattici efficaci, si sia perduto nel tentativo di cogliere l’essenza del testo nelle sue nude giunture, e debba ora ritrovarsi mutato da cacciatore in cervo, e subire la pena di Atteone, sbranato dalle sue rabide cagne. Forse, però, almeno stavolta, l’occhio in apparenza incauto meriterà ad Atteone lode e salvezza.

    Come si noterà, in tedesco der Lakonische Mond è maschile. La Luna del tedesco è ancora il *Menot indoeuropeo, che rapisce la figlia del Sole, destinata a essere salvata dalla potenza dei due figli di Dyeus, avi dei Dioscuri e degli Asvini, e dei loro derivati e sottoprodotti eroici. Con il maschile, l’archetipo del laconismo, dell’embaterion anapestico tanto decantato, sono perfettamente consoni. La luna del tedesco sottende un sistema di referenti archetipici maschili e violenti. Altrove Schmidt definisce la Luna una tipa achillea. La tradizione epica mediterranea, piena di tremende dee lunari (Artemide in testa), ma anche di fiere amazzoni come Mirina, Ippolita e Pentesilea, è compatibile con una luna achillea. Meno lo è con una luna laconica. L’embaterion non si addice alla luna. Meglio un’immagine di femminilità succinta, appena accennata: come un fioco sussurro nella notte, o come una nudità appena disvelata e ammiccante. Ecco perciò l’immagine di una Luna silens (quante immagini di quieti silenzi muliebri, nell’idealizzazione maschilista antica e medievale) che viene tradotta e maschilizzata nel laconico Mond germanico (maschile) da Schmidt. Schmidt dunque traduce allusivamente un’archetipo femminile, rovesciandolo nel suo opposto. Riguadagnare la stessa connotazione di referente mitico, in una lingua figlia delle antiche lingue indoeuropee ibride del Mediterraneo, significa, necessariamente, strutturalmente, riguadagnare l’arcaica femminilità della Luna. Alla durezza laconica si deve coerentemente sostituire, per una cogente e conseguenziale restrizione semantico-archetipica (mi si perdoni questo gioco fra Chomsky e Jung),
    la succinta luna della traduzione, con tutte le sue valenze. Ed è in tal modo che la traduzione che abbiamo davanti si palesa per quello che è: il vero e autentico rivivere in sé stessi il percorso letterario di un altro. Poco importa se il traduttore italiano di Schmidt ha scelto questa soluzione di proposito o perché agito dalle strutture profonde del suo inconscio linguistico e antropologico. Qui siamo di fronte a qualcosa di più che allo sterile rispetto rispetto rispetto burocratico della forma del testo, con cui tanta malblasonata tradizione filologica ufficiale d’accatto ha funestato le orecchie dei lettori, con versioni impoetiche della poesia e riproposizioni anodine e inguardabili della narrativa. Qui siamo di fronte a una dimensione del tradurre che i maestrini della penna rossa, troppo professionali e gelidi, non potranno mai comprendere nella sua essenza profonda. Qui abbiamo dinanzi il senso profondo del Nachleben ermeneutico: dell’atto di rivivere la forma letteraria come momento creativo e di produrre un nuovo momento creativo che ne sia rispecchiamento e rinascita. Questo è il senso profondo e inquietante del tradurre, e non ci meraviglia che il nostro Atteone, di fronte alla succinta luna, abbia lacerato sé stesso , nell’improbo sforzo di restaurare il delicato equilibrio originario dell’universo di suoni e parole che il testo di Schmidt offre al lettore. Questo è il fondamento di quella parola ridetta che è l’interpretare. Un nero specchio su cui il mediocre Narciso di certa filologia di servizio non vuole né può riflettersi e riflettere per timore di dover odiare la propria immagine riflessa.

  43. Daniele Ventre il 10 settembre 2009 alle 23:29

    perfetto refuso: un’archetipo femminile, per un’immagine archetipica femminile.

  44. Daniele Ventre il 10 settembre 2009 alle 23:33

    Per inciso:

    La Luna succinta (schema tonico u-uu-u) è un ferecrateo acefalo: un tipico metro della lirica eolica continentale. Perfetto equivalente del dimetro anapestico dell’embaterion Der Lakonische Mond.

  45. Dario Borso il 11 settembre 2009 alle 00:24

    *quanto a laconico (di origine greca, non latina ovviamente), non ci siamo proprio. tenete presente che gli antichi chiamavano luna silente la luna nuova. il precisissimo arno dice laconica in quanto quarto di luna o giù di lì (lo si deduce dal seguito, dove dice affilata).
    e l’allitterazione? per essa, più importante assai delle iniziali è la tesi, ovvero dove cade l’accento, che dà appunto la dominante fonica più delle iniziali.*

    così scrivevo: non stavo dando la legge dell’allitterazione, ma parlando di quella precisa allitterazione (così l’aveva chiamata stefanie) lakònische Mònd. ribadisco il tutto, come assonanza. attualmente è in uso parlare di allitterazione per le consonanti e di assonanza per le vocali. disseminazione fonica è termine generico che comprende le due sottospecie. ma attenzione: in questo, come in molti altri casi, ogni zenonismo ha vittoria facile, per quanto pirresca. e cioè: siccome le lettere alfabetiche sono limitate, tornano spesso, e perciò ci troveremmo di fronte a un’allitterazione universale. per zenone sarà impossibile passare da tot risi a un mucchio, o da tot capelli persi a un calvo.
    qui sopra, nel post di ventre abbiamo un esempio di metamorfosi eleatica: la metamorfosi del filosofo in avvocato, e dell’avvocato in paglietta.
    alcor, al suo modo mafiosetto (è l’unica qui a celarsi dietro un nik, e a giocare a viso coperto), ha lasciato platealmente la discussione non senza spruzzare il veleno, l’accusa a me di essere immorale attaccando su un punto la traduzione. qui siamo abituati diversamente, siamo cattanei.
    carina infine l’evocazione rabdomantica del traduttore che rivive contro il morto intelletto: e tutto per salvare l’insalvabile.

  46. *** il 11 settembre 2009 alle 08:25

    Un tedesco, bramoso di volgere a suo idioma una lirica, la qual s’apre: “Onde venisti?”, andava interrogando l’autore se “Onde” potese voltarsi per l’appunto con “Wellen”.
    L’autore che si ritrovava con l’ipocondri a mal modo, rispuose: “No. Onde venisti significa: da che parte sei venuta: o venuto”.
    “Ach so!”, fece il buon tedesco.

    CARLO EMILIO GADDA, Il primo libro delle favole.

  47. Dario Borso il 11 settembre 2009 alle 08:55

    Alliteration, non Allitteration, scusate il refuso.

    ieri sera ho letto ventre a letto, ora in piedi consulto.
    il fontanier, les figures du discours, il manuale per antonomasia, alla voce allitération non fa mai cenno delle iniziali, e l’esempio che porta dent mordante non va certo in questo senso.

    stefanie aveva chiamato allitterazione minore quella che è invece un’assonanza: lakònische mònd. riferendomi alla sua dizione e a questo esempio, dicevo che *più importante assai delle iniziali è la tesi, ovvero dove cade l’accento, che dà appunto la dominante fonica più delle iniziali*. aggiungo, sulla scorta del beltrami, la metrica italiana, che qui l’assonanza in ò è rinforzata dalla consonanza in n (dove per consonanza beltrami intende la ripetizione di una stessa consonante dopo 2 toniche diverse). quindi, non che perdersi in una generica disseminazione, la figura schmidtiana è assonanza+consonanza, i.e. non poco, con buona pace di anfiosso.

    ventre stigmatizza il mio *“se poi vuoi fare un manuale tutto tuo di retorica, ben venga, valuteremo al momento” rivolto all’anfiosso: nulla invece ha da eccepire sul’incessante ricorso scatologico del nostro, che dimostra diarrea nell’attante e bocca buona nel ventre.

    alcor disse: *trovo questo accanimento su una scelta traduttoria così scucchiaiata dal testo pessimo da ogni punto di vista … se vuoi criticare Pinto per ragioni tue, sono ragioni tue, ma arrampicarsi sugli specchi per fare una pulce a un eccellente lavoro*, e sbatté la porta.
    la discussione sotto un post che esemplava una traduzione verteva su un passo di detta traduzione, l’unico confrontabile con l’originale in quanto l’originale era stato portato da un commentatore. la discussione, per essere corretta, ha bisogno di franchezza e concretezza, e logica: tutti elementi evidenti nel dibattito in corso, indipendentemente dalla ragione e il torto, che normalmente giungono alla fine della discussione. alcor invece no: chiama il mio impegno accanimento pessimo sotto tutti i punti di vista (quali sarebbero poi?), e imputa la mia critica razionale a ragioni mie non meglio identificate, ma in quanto tali losche. questo è malcostume bell’e buono, dell’alcor intendo: e perché ella traligna dal livello razionale del dibattito alle insinuazioni? per evidenti motivi psichici, ossia per un interferire del sentimento nel discorso razionale. spinozianamente, gli affetti sono alla fin fine due: amore e odio. prima alcor aveva espresso ammirazione e gratitudine per pinto, sentimenti che spinoza rubrica sotto amore. ma perché deve odiare me? perché mammescamente (mammonamente?) l’amore lei lo vive come esclusivo, basato sull’amico/nemico. povera alcor, parafrasando veronica, deve star proprio male!

    *ricattatorio, piagnone e familistico* dicevo del comportamento di alcor. ribadisco. se poi questo mio di dire le cose come stanno è *un perfido costume da recidere sul nascere*, come sostiene bellamente ventre, potete sempre cominciare da ora, alla faccia della decostruzione, della disseminazione e del perizoma.

  48. Hermann H. il 11 settembre 2009 alle 08:55

    “Il mio treno era appena arrivato a Baden e io avevo appena disceso, con un po’ di fatica, i gradini della carrozza, quando già il fascino di Baden mi si faceva sentire. Mentre, in piedi sull’umido marciapiede di cemento, cercavo con gli occhi il portiere dell’albergo, vidi scendere da mio stesso treno tre o quattro colleghi in sciatica, come appariva chiaro dalla trepida apprensione con cui stringevano le natiche, dal loro passo incerto e dalla mimica piuttosto smarrita e piagnucolosa che accompagnava i loro cauti movimenti. Ciascuno di loro, senza dubbio, aveva la sua specialità, il suo particolare tipo di sofferenza, e perciò il suo speciale modo di camminare, di esitare, di incedere, di zoppicare, e anche la sua propria, inimitabile mimica, eppure quel che dava più nell’occhio era ciò che avevano in comune, e io li riconoscevo tutti a prima vista come malati di sciatica, come fratelli, come colleghi.”

    (Traduzione: Italo Alighiero Chiusano)

  49. Dario Borso il 11 settembre 2009 alle 09:11

    @*** (bel nome, cognome e soprannome, complimenti!)

    Starò sempre col Respighi, il qual traduceva flatus con flauto perocché sonante meglio.

    CARLO EMILIO GADDA, Meditazione milanese.

  50. anfiosso il 11 settembre 2009 alle 10:16

    qualche ambage: è singolare (mi sarei aspettato ambagia)
    non tante: è plurale, e cozza col singolare di prima

    Temevo una cosa del genere.
    Mi pregio far notare che ‘ambagia’ non esiste, molto semplicemente. Più consueto è l’uso al plurale, nella loc. “senz’ambagi”; ma il singolare è “ambage”. La concordatio è ad sensum; se io dico ‘qualche ambage’, ìndico, senza alcun dubbio, più di un’ambage sola; dunque il singolare è solo per la grammatica. Peraltro quella sprezzatura era da me voluta, quindi non vedo perché dovrei ammettere un errore che non c’è – può darsi suoni male, ma non tutte le ciambelle escono col bruco. Posso ammettere che la frase suoni male, come tante altre frasi. Ma mi chiedo, anche, come mai attaccarsi al suono di una frase e non, per esempio, al significato di tutta la pagina. Perché è più faticoso léggere una pagina che una frase, per esempio?

    In ogni caso vedo che ce l’hai anche con me. Comincio a vedere come ti comporti: quando l’hai con qualcuno negheresti anche cristo in croce (allitterazione) pur di sostenere che ha torto. Credo sia per la ‘Troja qualunque’ / ‘La verga in mano il duce aver trovossi’.

    a parte che il confine tra assonanza e allitterazione è labile

    Materialmente impossibile. Non posso certo far pompa della smisurata cultura di Daniele Ventre, né di quella di Domenico Pinto, e me ne scuso; ma posso dire le cose come stanno: l’assonanza è rispondenza fonica tra vocali (comunque si configuri il fenomeno); l’allitterazione è rispondenza fonica tra consonanti (comunque &c. u.s.).

    Il fatto che sia stata Stefanie G. a prendere il marrone, o tu, poco rileva; se una prende il marrone (per quale motivo non so: ho il sospetto che anche lei sia stata spinta a scrivere d’impulso da pregressi motivi) e l’altro le dà ragione, il marrone se lo sono preso e diviso equamente in due.

    Quanto al tuo uso del Fontanier, non so che cosa dirti perché non ho capìto assolutamente nulla.

    E, sì, sono scatologico, ho pelo sullo stomaco e stomaco di ferro. MERDE!, io dico. Comunque il tuo comportamento, tra loggionisti, si definiva un tempo come quello del soprano che dice “Fischiate me? sentirete il tenore”. Giuste o sbagliate che siano le tesi che sostieni, da te mi aspettavo qualcosa più di livello. Provo una tristezza terrificante.

  51. Stefanie G. il 11 settembre 2009 alle 10:46

    Scusate, ma c’è un equivoco. Io sono una lettrice. Siccome non esiste il bilinguismo perfetto, diciamo che leggo prima in tedesco che in italiano. Ho visto che il fatto di aver chiamato allitterazione una cosa, ha scatenato una diatriba. Va bene, ho imparato la differenza con assonanza, ma non potete pretendere da me esattezza di studiosa. E neanche sono un’esperta di Schmidt: mi piace e lo conosco. Piuttosto, ho visto in rete che Pinto e Borso hanno tradotto insieme Ateo?. Spero che lì almeno si siano trovati d’accordo.
    Riporto senza problemi il brano richiesto da Borso: però non lamentatevi se c’è un refuso!

    Der Menschen Leben: das heisst vierzigjahre Haken schlagen. Und wenn es hoch kommt (oft kommt es einem hoch!!) sind es funfundvierzig; und wenn es kostlich gewesen ist, dann war nur funzehn Jahre Krieg und bloss dreimal Inflation.

    Metteteci voi le umlaut. Il passo di Goethe è quello riportato da Borso (mi pare, non vorrei sbagliare)

  52. baer il 11 settembre 2009 alle 10:58

    Anziché scaldarvi e andare sul personale, anziché aspettarsi qualcosa più o qualcosa meno da me, te o quell’altro (che comunque non si conosce); perché non vi limitate a discutere il pezzo? Chiaro che la controversia sulla versione di una parola non tocca il lavoro su un libro, chiaro che se ne possa comunque discutere e se ne debba, magari, discutere in privato, via e-mail: una questione tra lettore e traduttore. Ma: già che si è qui, e il pezzo, pure e prima di tutto, è qui, cosa impedisce la discussione? Perché fare caciara da bottega anziché limitare le proprie ragioni al campo della lettera(tura), e nella fattispecie al campo delle prime 12 pp. dello Schmidt?

  53. Dario Borso il 11 settembre 2009 alle 11:14

    @nfiosso
    bene, mi ringrazierai di aver aggiunto alla tua bruna tavolozza la tristezza.
    tu ragioni come a scuola. pénsati che quel deficiente di fontanier metteva a esempio principe di allitération un’assonanza

    J’entends crier la dent de la lime mordente

    e definiva l’allitterazione (o paracresi) une sorte d’onomatopée en plusieurs mots, produite par le jeu de certaines lettres ou de certaines syllabes. stop, ‘sto gnurànt che manco distingueva tra consonanti e vocali!

    “*Se si parla, e talora càpita, di scrittura, l’interlocutore mi dice con qualche ambage, ma non tante da offuscare la sostanza del discorso, che comunque scrivo di merda* – ecco, se il talora è ora, sottoscrivo”.

    mi sarei aspettato ambagia, da te ovviamente.
    bella la sprezzatura! la gente l’avranno capita certamente.

    a differenza di te, non sono permaloso, e ogni critica a me, anche la più spietata, l’accolgo come manna (dopo che l’ho valutata s’intende): t’immagini, un errore di meno, e gratis!
    sapendo che sei permaloso, ho voluto testarti con talora ed ora: ci sei cascato, intendendo con ora tutto il tuo post, mentre era riferito a quell’hic et nunc, al branetto ambagioso appena citato. la prossima volta, sta’ + attento.

    quanto alla *smisurata cultura* di Pinto e Ventre, non dipende dalla loro cultura, ma dal tuo metro.

  54. Dario Borso il 11 settembre 2009 alle 11:15

    mordante, ovviamente/cinicamente

  55. alcor il 11 settembre 2009 alle 11:24

    Eccomi di ritorno.

    Ho apprezzato tutto, moltissimo la sapienza di ventre, e persino il “mafiosetto” che mi è stato dato da Borso, ogni cosa umana mi affascina, soprattutto le contraddizioni e i comportamenti inconsapevoli.

    Ma volevo dire una cosa soltanto, l’unico modo per contestare una traduzione, e così è sempre stato fatto dai veri e grandi traduttori, è proporne un’altra, nuova e migliore. E perciò all’opra, traducete e mostrateci come si poteva far meglio.

  56. marthagraham il 11 settembre 2009 alle 11:32

    bellissimo il post e anche i commenti

  57. alcor il 11 settembre 2009 alle 11:38

    ops, dimenticavo, traducete e traducete tutto, ovviamente, perché ad avere una bella pensata episodica son buoni tutti.

  58. Dario Borso il 11 settembre 2009 alle 11:44

    *ogni cosa umana mi affascina, soprattutto le contraddizioni e i comportamenti inconsapevoli.*

    potevi dire tutto in una parola: sono narcisista.

    *traducete e mostrateci come si poteva far meglio.*
    La laconica luna, ecco fatto. mo dateci altri pezzi in originale tedesco, che poi facciamo.
    a prop., ho trovato esilarante per più versi la difesa ventriana della luna succinta. non rileggo, ma riassumo a modo mio.
    la luna tedesca è un maschiaccio, e ben ci sta in tedesco un luno spartiata, con due coglioni grossi così. la povera lunina italiana, la facciamo diventare un trans appiccicandogli due pendagli laconici? no, no e no! bisogna trovare in qualche parte una femminaccia analoga, scavare in altre culture, nell’inconscio collettivo, oltre a quello di pinto (che stando a ventre, e gli credo sulla parola, TRADUCE IN TRANSE, rivivendo inconsciamente ecc. ecc.). eccola – la sfinx mangiacazzi, scollacciata e succinta. Bene, ma si poteva fare meglio, mantenendo la toponomastica e traducendo: la luna sumerica (o caprese, con nota dotta su parole e musica di)

  59. alcor il 11 settembre 2009 alle 11:47

    E aggiungo, per esser chiara, come sono sempre chiare tutte le mamme amorevoli: un traduttore che traducesse in modo sublime un mezzo rigo, assomiglierebbe a un poeta che scrivesse un mezzo verso e facesse poi campagna per prendere il Nobel.
    Perciò niente trucchi, ritraducete l’opera intera e fate meglio di Pinto, la sfida è aperta.

  60. Dario Borso il 11 settembre 2009 alle 11:58

    no, mammina, così andiamo tutti OT. bisogna stare sul pezzo, bisogna

  61. andrea r. il 11 settembre 2009 alle 12:00
  62. Dario Borso il 11 settembre 2009 alle 12:08

    grazie, andreino: spediscimi pure tutto in statale, poi con calma ti farò sapere. qui invece bisogna stare all’incipit di specchi neri. per fortuna che c’è stefanie:

    Der Menschen Leben: das heisst vierzigjahre Haken schlagen. Und wenn es hoch kommt (oft kommt es einem hoch!!) sind es fünfundvierzig; und wenn es kostlich gewesen ist, dann war nur fünfzehn Jahre Krieg und bloss dreimal Inflation.

    ci ho messo le umlaut, e pure un f

  63. alcor il 11 settembre 2009 alle 12:08

    la laconica luna, lalla conica luna, lalla lalla, cos’è, torniamo alla lallazione?

  64. alcor il 11 settembre 2009 alle 12:13

    Dopo il commovente exploit borsiano che smuove il ricordo dei miei primi mesi di vita, vi lascio di nuovo, senza sbattere nessuna porta.

  65. Dario Borso il 11 settembre 2009 alle 12:14

    ecco, mi hai fatto venire l’idea: per aumentare il succinto con effetto inquietante, mettiamoci 2 femmine scollacciate e quasi uguali: le gemelle kessler. e dunque

    La lalla umpa lungo la strada sgretolata

    mica male eh?

  66. baer il 11 settembre 2009 alle 12:21

    Ma nessuno s’è premurato di leggere quel che viene dopo la luna?

    *La luna succinta lungo la strada […]*

    Se fosse *laconica* com’è forse giusto che sia, vedete un po’ quel che verrebbe:

    *La laconica luna lungo la strada […]*

  67. baer il 11 settembre 2009 alle 12:31

    Per conservare un’allitterazione, seppur debole (debolissima!) come dice Stefanie, se ne sarebbe gravato il testo di un’altra e ben più potente. Posto che la traduzione, non potendo giurare totale fedeltà all’originale, debba almeno provare a restituire l’andamento (musicale), è necessario – mi pare di capire – rinunciare, pena una musica estranea al dettato di Schmidt, a una delle cinque parole la-o-lu-llanti. Di qui la scelta del traduttore. O no?

  68. effeffe il 11 settembre 2009 alle 12:35

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    “Il post precedente è il luogo adatto per i complimenti, codesto è chiaramente predisposto ad accogliere commenti sulla traduzione. o no?”
    scrive Dario Borso

    e se invece il post in questione fosse più semplicemente la risposta entusiasta, diretta semplice a quanto richiesto, nel post precedente, da una commentatrice che scriveva:

    “Eh sì, è un sogno vano che possa bucare le classifiche, purtroppo, di questi tempi, ed è un gran peccato per i lettori, magari un incipit, un paio di pagine postate su NI, potrebbero affascinarli, chissà, almeno quelli che passano di qui. ”

    Va bene il confronto spietato, fare a cazzotti sulle parole, va bene il ring e il ringhio, manifestare a un autore tutto il proprio mistaisulcazzoetelofacciosaperenontelomandoadire, o la propria erudizione, certo, quasi sempre. Non ora, però. Perché il vero compito di chi legge e ama Arno Schmidt è di dare a queste opere una chanche supplementare nella conquista di lettori che sicuramente avrebbe avuto se fosse stato pubblicato da Einaudi o Mondadori. Chi non conosceva Schimdt ha potuto leggere un’anteprima. Spero solo che non abbia letto il thread perché la forza di un libro risiede anche nel sentimento che i lettori (e ammiratori) di quel libro suscitano negli altri lettori. I libri di Schmidt sono pubblicati in Germania in edizione economica il che significa che la tiratura si aggira sulle venti-trentamila copie, minimo. Il suo editore francese è Christian Bourgois ( editore di Jorge Luis Borges, William S. Burroughs, Gabriel Garcia Marquez, Jim Harrison, Ernst Jünger, Antonio Lobo Antunes, Toni Morrison, Fernando Pessoa, Roberto Bolano ecc) In Italia la trilogia ha potuto contare su poche centinaia di lettori. Personalmente credo che Nazione Indiana debba sicuramente cercare di assolvere dei compiti, però stabilendo delle priorità. In questo caso è soprattutto coinvolgere i lettori italiani nell’impresa del Pinto. O una casa editrice grande almeno al punto di potersi dire Grande casa editrice, che telefoni a marcello e Rosa lavieri, proponendo l’acquisto “cash” dell’intera collana Arno e lauto stipendio al suo direttore. Una cosa che farebbe felici tutti, ne sono sicuro, perfino gli esperti! Intanto abbraccio Domenico (per la traduzione) Alcor (per la pazienza), e Daniele Ventre che per la sua capacità di comunicare cose assai complesse, facendoti sentire ignorante ma non stupido, sarebbe un eccellente redattore in NI.

    effeffe

  69. anfiosso il 11 settembre 2009 alle 12:36

    mi sarei aspettato ambagia, da te ovviamente.

    Eppure ho scritto ambage.
    E mo?

    bella la sprezzatura! la gente l’avranno capita certamente.

    Dire questo a proposito di un testo in cui in sostanza dico che non ho nulla contro la comunicazione – ci mancherebbe – ma che non temo (diciamo) di perdere lettori, un commento come questo è quantomeno commovente.

    a differenza di te, non sono permaloso,

    Come devo dirlo, che non mi sono mai offeso, per nessuna notazione fattami? O rispondere ribadendo le proprie ragioni è automaticamente essere permalosi? C’è scritto da qualche parte che debba darti ad ogni costo ragione, anche quando mi è evidente che sei in errore?

    e ogni critica a me, anche la più spietata, l’accolgo come manna (dopo che l’ho valutata s’intende): t’immagini, un errore di meno, e gratis!

    Se c’è errore, chiaramente, sì: non dico che uno debba fare i salti di gioja, ma accetta la critica, la correzione. Ma se è la critica ad essere fondata su presupposti falsi, uno che deve fare? Ringraziare, inchinarsi, applaudire, picchiare la testa al muro, ridere, piangere?

    sapendo che sei permaloso, ho voluto testarti con talora ed ora: ci sei cascato, intendendo con ora tutto il tuo post, mentre era riferito a quell’hic et nunc, al branetto ambagioso appena citato.

    Aridaje col permaloso. NON MI SONO OFFESO.
    Tu non avevi precisato e io non potevo saperlo.
    Inoltre, come già dissi, avresti potuto benissimo riferirti anche all’intero pezzo, e a qualunque altro pezzo abbia mai scritto, e sarebbe stata la stessa, identica cosa, per quanto mi riguarda.

    la prossima volta, sta’ + attento.

    Farò il possibile, capo.

    quanto alla *smisurata cultura* di Pinto e Ventre, non dipende dalla loro cultura, ma dal tuo metro.

    (Tautologia).

  70. anfiosso il 11 settembre 2009 alle 12:47

    [Un tedesco, bramoso di volgere a suo idioma una lirica, la qual s’apre: “Onde venisti?”, andava interrogando l’autore se “Onde” potese voltarsi per l’appunto con “Wellen”.

    Essendo questo l’incipit, viene da pensare che il componimento in sé non dovesse essere troppo meritevole di versione, anche se ogni tanto anche qualche grande (o qualche valoroso, semplicemente: il Settembrini bacchettò il Niccolini per questo) si è concesso questa scorrezione. Ma rimane difficile digerire l’idea di un poeta, di quelli appena alfabetizzati, che, specialmente in attacco, usa “onde” (= di cui) in luogo di “donde” (= da dove). Curioso, questo frammento gaddiano].

  71. Daniele Ventre il 11 settembre 2009 alle 13:05

    @Dario Borso.

    A quanto pare, sir Francis Dario ha scatenato la sua personale guerra di Borsa da quattro soldi su tutti i fronti, mostrando una micropsykhia non ha bisogno di commenti.

    Sul piano delle invettive ad hominem è evidente a chiunque che sbottare spazientiti:

    *trovo questo accanimento su una scelta traduttoria così scucchiaiata dal testo pessimo da ogni punto di vista … se vuoi criticare Pinto per ragioni tue, sono ragioni tue, ma arrampicarsi sugli specchi per fare una pulce a un eccellente lavoro*

    non implica gravi insulti di alcun tipo. Si stigmatizzano dei comportamenti. Non si mette in discussione la persona come tale, o la validità della sua formazione.

    Altro, e più sottilmente malefico, è il tono di una sbottata sul manuale di retorica.

    Quanto al bel linguaggio di Borso in questa tirata:

    *la luna tedesca è un maschiaccio, e ben ci sta in tedesco un luno spartiata, con due coglioni grossi così. la povera lunina italiana, la facciamo diventare un trans appiccicandogli due pendagli laconici? no, no e no! bisogna trovare in qualche parte una femminaccia analoga, scavare in altre culture, nell’inconscio collettivo, oltre a quello di pinto (che stando a ventre, e gli credo sulla parola, TRADUCE IN TRANSE, rivivendo inconsciamente ecc. ecc.). eccola – la sfinx mangiacazzi, scollacciata e succinta. Bene, ma si poteva fare meglio, mantenendo la toponomastica e traducendo: la luna sumerica (o caprese, con nota dotta su parole e musica di)*…

    Il tuo spirito da quattro soldi non impressiona nessuno, tradisce al massimo una franca maleducazione e l’incapacità di prendere anche solo in considerazione l’idea di essere sostanzialmente in errore. Per giunta, su un’evidenza marchiana, come la differenza dell’uso della nozione del genere da lingua a lingua nel marcare i significati.

    Io non ho parlato di tradurre in stato di trance, né di rabdomanzia. Ho parlato di Nachleben, che è una cosa leggermente diversa, come noterebbe chiunque non fosse in malafede. Anche uno scrittore “sorvegliato” come Schmidt, nel momento dello scrivere è semplicemente un ‘performer’. Il traduttore che si sia imbevuto, per lungo studio e grande amore, delle modalità creative dell’autore, è anch’egli un ‘performer’. Un ‘performer’ (poeta, narratore, traduttore letterario, pittore o quel che si voglia), sul piano dell’esecuzione, esprime l’atto creativo secondo modalità che non sono sempre acclivi al lucido controllo; ciò non vuol dire che il soggetto in questione agisca a orecchio e sentimento, né in stato di trance. Si potrebbe obbiettare che un traduttore non è un creatore e dunque non è un performer. Ma dopo Fish e Ricoeur, chiunque affermasse una cosa del genere, potrebbe averne l’impudenza solo per ignoranza o malanimo.

    Quanto alla questione della Sfinge e dei pendagli laconici, su cui peraltro si è troppo prolissi, forse Borso, nella sua furia polemica autoreferenziale, si è semplicemente dimenticato del peso che ha nella creazione poetica il genere grammaticale. Così nell’Alcesti di Euripide, la Morte, maschile, può ben essere percepita dalla protagonista come un rapitore e uno stupratore. D’altro canto, in italiano, la Morte è la sora nostra morte corporale di S. Francesco, con tutti i sottesi e sottintesi componenti psico-affettivi che ne derivano. Quindi c’è poco da parlare di femminacce. Il mito di Atteone, la cui natura immedesimativa e panteistica è ampiamente eviscerata sin dai tempi di Giordano Bruno, non era un’allegoria esornativa. Ma qualcuno è troppo accecato dalla sua meschina rabbietta e dalla sua trivialità intellettuale per soffermarvisi.

    E mi fermo qui. Onestamente, portare a un ordine metacritico i guaiti e i rutti virtuali di una piccola bestia ferita, che bellamente distribuisce a destra e a manca stigme di mafia e psicolabilità, ammantandole di citazioni più o meno dotte e raccogliticce, non è attività che amo coltivare. Ci si potrebbe altresì domandare perché il Nostro ami tanto aggirarsi per questa landa di perizomati uterini maltraducenti. Forse per amore del conflitto fine a sé stesso? Ma allora dovrebbe essere lui a interrogarsi sulle profondità del proprio incoscio. Finora assistiamo soltanto alla pessima abitudine dell’intellettualino italico di svilire l’opera altrui in nome della pura e semplice antipatia, ricomprendola dei detriti putrescenti del proprio livore.

    Vi saluto, nella speranza che si torni a parlare effettivamente di letteratura, come da molti qui giustamente auspicato.

    P. s.

    Quanto alle microdefinizioni di allitterazione, resta assodato che, ove l’allitterazione abbia rilevanza di sistema, nella assoluta maggioranza dei casi è la sillaba iniziale, non necessariamente in tesi, ad essere coinvolta. Il resto sono cavilli.

  72. baer il 11 settembre 2009 alle 13:09

    Ma un poeta ci fu (Carducci):

    Onde venisti? Quali a noi secoli sí mite e bella ti tramandarono? fra i canti de ‘ sacri poeti dove un giorno, o regina, ti vidi?

  73. Daniele Ventre il 11 settembre 2009 alle 13:11

    Quanto a questa sparatella:

    “quanto alla *smisurata cultura* di Pinto e Ventre, non dipende dalla loro cultura, ma dal tuo metro”

    Comunico al signor Borso, nel caso in cui non se ne fosse accorto, che non siamo qui a misurarci l’un l’altro chi ce l’ha più lungo (questo per usare il linguaggio che gli è caro, l’unico che sia intimamente consono e coessenziale alla sua natura).

    Se d’altro canto è convinto della sua infinita superiorità rispetto a noi altri selvaggi papuani, per quanto mi riguarda potrebbe anche andarsene.

  74. anfiosso il 11 settembre 2009 alle 13:33

    Onde venisti? Quali a noi secoli sí mite e bella ti tramandarono? fra i canti de ‘ sacri poeti dove un giorno, o regina, ti vidi?

    Infatti, avevo detto i grandi, i valorosi, ma trist’a me dimenticavo i mediocri e i pessimi. :-D

    [Ma non dire “uno ci fu”, baer, per cortesia (e non solo per cortesia): l’ho già detto io che qualcuno ci fu].

  75. anfiosso il 11 settembre 2009 alle 13:39

    Anzi, una scorrezione ci fu, adesso che ci penso: credo, adesso, che l’avesse con l’Alfieri, per l'”onde”, non col Niccolini (che bacchettò per l’iberistico “qui LO siam tutti”).
    Adesso guardo.

  76. anfiosso il 11 settembre 2009 alle 13:48

    Sì, avevo ragione: avevo torto.

    “Apro a caso il Polinice, nell’ultima scena del secondo atto, e trovo questi versi:

    A farmi
    Vil traditor il rio terror non basta
    D’un tradimento. Parla: o mezzi avravvi
    Onde salvarmi; o ch’io cadrò; ma solo
    Io sol cadrò.

    Il primo stride come lima; il secondo ha quel brutto avravvi che lacera l’orecchio, e il terzo ha la scorrezione dell’onde.” Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana dettate nell’Università di Napoli, 16a edizione stereotipa. Cav. Antonio Morano, Editore, Napoli 1894, vol. III, p. 205.

    Quanto al Niccolini:

    “Ed anche nella lingua mi spiace che il Niccolini, tutto che fiorentino, professore, colto, e Accademico della Crusca, talvolta si lascia sfuggire alcune sgrammaticature usate nel suo tempo, e non dimenticate nel nostro. Nell’Arnaldo Atto 1. Scena 3.

    Gl’Infelici, —
    Qui lo siam tutti — nel comun dolore
    Correano ad abbracciarsi.

    E nel Foscarini. Atto 5 sc. 4.

    Hai discolpe? — Nessuna — E reo?…. — Lo sono.

    Lo siamo e lo sono non dice il popolo toscano, né alcun buono scrittore che ami la lingua d’Italia. Oh, sono pedanterie. — E sia pure: ma anche le pedanterie hanno il loro piccolo valore”. Luigi Settembrini, cit., p. 351n.

  77. *** il 11 settembre 2009 alle 14:12

    (Didon dina dit-on du dos d’un dodu dindon).

    CARLO EMILIO GADDA, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (redazione di “Letteratura”, 1946-47).

  78. Daniele Ventre il 11 settembre 2009 alle 15:05

    Onde non tacque:

    Onde venisti? Quali a noi secoli…

    Quae te tam laeta tulerunt saecula qui tanti talem genuere parentes?

    Onde siccome suole, ornare ella si appresta.

  79. Stefanie G. il 11 settembre 2009 alle 18:09

    Des Menschen Leben, scusate, non Der Menschen Leben come avevo scritto.

    La vita umana: cioè 40 anni di gambe levate. E se va bene 45; e se è andata di lusso, saranno stati solo 15 anni di guerra e 3 volte solo di inflazione.

    Più o meno, ma sciolto, meno macchinoso. Certo, è facile dirlo, e comunque i complimenti a Pinto li ho fatti all’inizio. Pensavo a un blog aperto, ma Forlani ha fatto capire che no.

  80. Daniele Ventre il 11 settembre 2009 alle 19:03

    un po’ moscina però, la tua traduzione, stephanie.

  81. alcor il 11 settembre 2009 alle 19:29

    40 anni di gambe levate?

  82. baer il 11 settembre 2009 alle 19:52

    I giorni degli uomini?

  83. alcor il 11 settembre 2009 alle 19:57

    @ baer

    i giorni degli uomini ti è oscuro?

  84. anfiosso il 11 settembre 2009 alle 20:01

    Gli esempj non mancano, mai, di nulla.
    D’altra parte, però, nessuno di noi scrive o dice venghi, dichi, o facci, o essuto, nonostante non ne manchino esempj nel Machiavelli.

  85. anfiosso il 11 settembre 2009 alle 20:21

    Mah, a me non è parso che Forlani abbia limitato la libertà di chicchessia. Sono altri i motivi per cui ho trovato urtante il suo intervento, tra cui la speranza espressa che nessuno venga a léggere questo thread. Non so se Forlani consideri NI così importante, o se consideri i visitatori di NI capaci, con i loro commenti, di far aumentare o diminuire le vendite di un libro. Io non so come andrà, quest’ultimo; in Francia Schmidt va forte, dice Forlani, e me ne compiaccio. E sicuramente Pinto ha un futuro in qualche casa editrice più importante, &c &c. – tanti augurj a tutti. Quello che mi sembra leggermente fuori luogo è venirsene sulla coda di una discussione a sostenere che essa è stata inutile, se non dannosa. Che cosa gl’impediva, come amministratore, di intervenire prima? O ha scritto tanto per scrivere? Non che io sia amico della censura, beninteso; anzi, non è proprio alla censura che pensavo, quanto alla moderazione. o a qualche paterno consiglio. Che gli avrebbe evitato la cafonata dell’ultimo commento, che si sarebbe potuto risparmiare.

    Nessuno, sicuramente, viene su NI per farsi dare il votino da Forlani. Mi auguro (io, questo sì) che un giorno diventi chiaro anche a lui.

  86. Stefanie G. il 11 settembre 2009 alle 20:34

    Moscina: se sono io, poco male, ma se è Schmidt è molto male.

    “I giorni degli uomini” per “la vita dell’uomo” è una parafrasi. Più giustamente allora si dovrebbe dire “le opere e i giorni degli uomini”. Il guaio è che si comincia coi giorni, e poi subito arrivano … gli anni! I giorni degli uomini sono dunque 365×40. Lo trovo buffo, come una zappa sui piedi.

    Darsela a gambe levate non è uguale a battere le calcagna? Non so se è giusto, ma qui mi sono fidata di Pinto.

    Wenn es hoch kommt … und wenn es kostlich gewesen ist: è citazione letterale e ironica da Lutero. Wenn es hoch kommt si dice sempre, significa: tutt’al più / se va bene. Pinto prende la tangente, addirittura parla di stomaci: secondo me ha preso una bibbia italiana antica e l’ha riprodotta pari. Ma non si fa così! Quelle espressioni di Lutero sono linguaggio comune di adesso, le parole adattate da Pinto sanno di naftalina, o di rococò.

    Vi immaginate Goethe che dice: i giorni degli uomini sono mangiare e bere? E dura!

    Comunque non voglio entrare in disquisizioni: qui le uniche due persone titolate perché traduttori di Schmidt sono Pinto e Borso. Parlino loro.

    Stefanie (non Stephanie)

  87. baer il 11 settembre 2009 alle 20:38

    @ alcor.

    Mi è oscuro giorni per Leben, ma ha già detto Stefanie.

  88. Daniele Ventre il 11 settembre 2009 alle 20:38

    Chiedo scusa per averti grecizzata indebitamente.

  89. alcor il 11 settembre 2009 alle 20:54

    @Stefanie G.

    molto sommessamente (almeno lo spirito è questo)

    I giorni sono il corso della vita, i miei giorni, i tuoi giorni, fino alla fine dei miei giorni, fino alla fine dei tuoi giorni, i giorni dell’uomo (le opere lasciamole stare)

    mentre “40 anni di gambe levate” non significa nulla, o meglio, sul momento ho avuto una visione mostruosa di gambe segate, mozzate, svitate, pensando a levare per togliere, o sollevate in un interminabile passo dell’oca, pensando a levare per sollevare.

    E lo dico da semplice madre lingua italiana.

    Ci si dispiace per te, quando dici:

    “Più giustamente allora si dovrebbe dire “le opere e i giorni degli uomini”. ”

    Chi te lo ha detto che è più giusto?

  90. alcor il 11 settembre 2009 alle 20:55

    @baer

    ma tu sei italiano? finora avevo creduto que sì

  91. baer il 11 settembre 2009 alle 21:05

    Io non ne so niente di tedesco, ma sono molto curioso. Qui s’apre uno spazio col traduttore, e altri professionisti, così chiedo (imparo).
    So che Leben è vita, e che Des Menschen Leben è, liscio liscio, la vita dell’uomo. Come e per quali ragioni (ogni traduttore ha le sue) si arriva a tradurre I giorni dell’uomo? (lo stesso impianto di domanda vale per laconica/succinta, su cui ho provato a ragionare più sopra).

  92. alcor il 11 settembre 2009 alle 21:31

    Qui non si è aperto uno spazio col traduttore ma, come ha ricordato giustamente Forlani, su MIA richiesta (vai a vedere il post precedente) Pinto ha messo a disposizione un frammento. Visto quello che è successo sono dispiaciutissima, Lo scopo era quello di invitare i passanti a leggere Schmidt. E spero che tutti quelli che hanno evitato di intervenire qui e si sono limitati a leggere ne abbiano approfittato.

    Tu invece vuoi che Pinto, dopo aver già fatto un enorme lavoro di traduzione, ne faccia un altro, formativo, a tuo vantaggio. Non ti pare di avere delle pretese esagerate? Se vuoi capire come si traduce, traduci, è la scuola migliore.

  93. baer il 11 settembre 2009 alle 21:36

    @alcor

    Per carità, nessuna pretesa. Figurarsi se.
    Il silenzio di Pinto peraltro è già una risposta, serviva la tua?
    Più semplicemente ho visto i commenti aperti e ho pensato che.
    Per soddisfare la TUA richiesta, del resto, sarebbe bastato un post di sola lettura. O forse lo spazio-commenti fa le veci del libro degli ospiti?

    Italiano? ¿por qué no?

  94. alcor il 11 settembre 2009 alle 21:43

    No, la mia non serviva, ma per educazione ti ho risposto, visto che mi sembrava che tu ti rivolgessi a me. Mi liberi dal dovere di risponderti in futuro.

  95. baer il 11 settembre 2009 alle 21:59

    Credo di aver male interpretato. Mi rivolgevo anche te, alcor, certo, ma nel merito della traduzione, non su ciò che immagini possano essere le intenzioni di Pinto.
    Poi, le ragioni di questa traduzione le potrebbe indicare solo lui, e non mi sembra nemmeno tanto aliena l’eventualità che ciò possa accadere in questo luogo, che è pur sempre un luogo di discussione (esclusa l’ipotesi dello spazio-commenti=libro degli ospiti).

  96. harzie il 12 settembre 2009 alle 10:16

    A parte Borso, le cui argomentazioni a parer mio sono rimaste schiacciate sotto un grave deficit d’umanità, da tutta questa discussione traggo l’impressione del tutto soggettiva che la traduzione di Pinto, nei dettagli qui discussi e nel loro rapporto solo alluso con l’interezza dell’opera, sia migliore delle proposte alternative avanzate da Stefanie G., anche se probabilmente, ma posso solo congetturarlo, trovandomi davanti all’originale tedesco avrei tradotto come quest’ultima. A ciascuno i suoi limiti.

  97. harzie il 12 settembre 2009 alle 10:59

    (Voglio dire che anch’io, in prima battuta, anch’io avrei tradotto “laconica”; poi però davanti all’allitterazione in italiano sarei andato in crisi.)

  98. Fabio Teti il 12 settembre 2009 alle 12:39

    Bene. Ora leggiamoci il libro, però.

  99. Stefanie G. il 12 settembre 2009 alle 14:51

    Scusi, ma la mia non è una traduzione alternativa a quella del libro, da mettere sulla stessa bilancia: ho fatto delle osservazioni, formulando più o meno quello che esce dal passo in questione. Facendo un bilancio personale, a me sembra che la discussione non sia stata inutile, anzi: ha presentato due tipi puri di traduttore: Pinto, che ha affermato: “Ogni traduzione è un atto violento”, e Borso che ha invocato “rispetto”. Entrambi si riferiscono al corpo testuale, ossia alla lettera. Borso è ligio alla lettera, Pinto la violenta per cavarne lo spirito. La linea di Borso è molto ebraica (anche il suo particolare umorismo), quella di Pinto cristiana (o forse no, perché alla violenza il cristianesimo oppone l’amore). Peccato che Pinto sia così laconico, e Borso prima loquace e poi ammutolito (se per forza altrui, questa sarebbe un altro tipo di violenza, censoria e inaccettabile). E peccato anche che Buffoni, redattore di questo blog e teorico della traduzione, non sia intervenuto.

  100. Daniele Ventre il 13 settembre 2009 alle 01:37

    La linea di Borso non la definirei ebraica.

    La definirei gratuitamente offensiva.

  101. Stefanie G. il 13 settembre 2009 alle 16:57

    Ho riguardato l’inizio del dibattito, e devo dire due cose che riguardano me, la mia professionalità (anche se non sono una professionista). Avevo fatto i complimenti a Pinto, poi espresso una perplessità sulla macchinosità: macchinoso vuol dire troppo complesso, quando potrebbe essere più semplice. E infine chiesto perché era scomparso laconico. Alcor è intervenuta piuttosto pesantemente, non dico che mi abbia offeso, ma colpito sì, dall’alto di non so cosa.

  102. Stefanie G. il 13 settembre 2009 alle 17:07

    Il discorso poi si è spostato su allitterazione e assonanza. Alla buona avevo detto che già in lakonische Mond c’è un po’ di allitterazione, in italiano di più. Salvati cielo! Prima è stato negato che ci fosse alcunché, poi è venuto fuori che in tedesco c’è un’assonanza, in italiano un’allitterazione. Bene, sono stata imprecisa, mai fatto filologia romanza: però non credevo qui di essere davanti a una commissione d’esame. Infine Borso ha tirato fuori il Fontanier, dimostrando che neanche lui per l’allitterazione distingueva tra consonanti e vocali. Ho guardato Fontanier su wikipedia francese: dice che dopo un declino della fama nell’Ottocento è risalito in auge ultimamente grazie a Barthes e Genette. Allora sono in buona compagnia, e il ridicolo, se c’è cadrà su qualcun’altra.
    Alcor dice che Pinto ha scartato laconica per evitare l’allitterazione, Ventre che ha messo succinta per aggiungere lo scollacciamento: ma Pinto che dice?

  103. marco rovelli il 13 settembre 2009 alle 18:31

    Io trovo che Pinto abbia già detto, e dato.
    E trovo “la laconica luna” allappante e improponibile. Questione d’orecchio, direi.
    (Dopodiché: qui, altro che pagliuzza e trave.)

  104. Stefanie G. il 14 settembre 2009 alle 16:55

    Scusi, ma allappante riguarda il palato, non l’orecchio, ed è strano che lei senta aspra (=allappante) la elle, che è un suono dolce. Assaggi allora questa:

    Landscape-lover, lord of language.

    Come si sente? In rete ho trovato il passo da cui Pinto ha ricalcato la traduzione: “I giorni dei nostri anni arrivano a settant’anni; o, per i più forti, a ottant’anni; e quel che ne fa l’orgoglio, non è che travaglio e vanità”. Ecco da dove viene il macchinoso, da Diodati. Diciamo allora che è più liscio il nostro Lutero, e con lui Schmidt (ma lo stomaco ce l’ha messo Pinto, e perché? per bellezza?).



indiani