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	Commenti a: Elogio dello stile reticente, disseccato, inorganizzato, ovvero dell’assenza di stile	</title>
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		<title>
		Di: aparrag aculnaig		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[aparrag aculnaig]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2009 16:01:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[nonscrittore: è il ruminante super-patologico (che descrive non il soggetto ma ciò che fonda il soggetto e che è sempre qualcosa d&#039;altro.) 
la macchina scritturale (sì) del s-oggetto (che scende al livello atomico o sale a livello galattico per farsi leggere lungo lo spettro del visibile e dell&#039;udibile [in verità udibile è protesi all&#039;invisibile e la vista interiore è protesi al non udibile] lungo salti quantici.) 
nonscrittore è insomma tutto ciò che è scritto ma non è scrittura. 
sembra tutto cerebrale, e infatti è anche cerebrale nel senso più stupido. prendi un bimbo che gioca coi pupazzi e (che) parla (da solo) ad alta voce la storia di quei pupazzi, registra la sua voce, riscrivi parola per parola: ci si avvicina alla nonscrittura.
-ma trova un bambino che non giochi già con la videoscrittura, sennò quella è riscrittura-
-poi c&#039;è la scrittura tout court, ma quella non ti porta alla pazzia e quindi non è nonscrittura.-
la nonscrittura, invece, può addirittura portare alla morte, ma non sempre, in genere il nonscrittore scrive dopo morto o al minimo di vita, nell&#039;approssimarsi dell&#039;agonia (sia dal feto alla vita \\ sia dalla vita al nulla.)
comunque non è detto: quello che nonscrivi è come la mezza stagione, non c&#039;è più, o meglio c&#039;è al modo dell&#039;assente]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>nonscrittore: è il ruminante super-patologico (che descrive non il soggetto ma ciò che fonda il soggetto e che è sempre qualcosa d&#8217;altro.)<br />
la macchina scritturale (sì) del s-oggetto (che scende al livello atomico o sale a livello galattico per farsi leggere lungo lo spettro del visibile e dell&#8217;udibile [in verità udibile è protesi all&#8217;invisibile e la vista interiore è protesi al non udibile] lungo salti quantici.)<br />
nonscrittore è insomma tutto ciò che è scritto ma non è scrittura.<br />
sembra tutto cerebrale, e infatti è anche cerebrale nel senso più stupido. prendi un bimbo che gioca coi pupazzi e (che) parla (da solo) ad alta voce la storia di quei pupazzi, registra la sua voce, riscrivi parola per parola: ci si avvicina alla nonscrittura.<br />
-ma trova un bambino che non giochi già con la videoscrittura, sennò quella è riscrittura-<br />
-poi c&#8217;è la scrittura tout court, ma quella non ti porta alla pazzia e quindi non è nonscrittura.-<br />
la nonscrittura, invece, può addirittura portare alla morte, ma non sempre, in genere il nonscrittore scrive dopo morto o al minimo di vita, nell&#8217;approssimarsi dell&#8217;agonia (sia dal feto alla vita \\ sia dalla vita al nulla.)<br />
comunque non è detto: quello che nonscrivi è come la mezza stagione, non c&#8217;è più, o meglio c&#8217;è al modo dell&#8217;assente</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Mauro Baldrati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/#comment-119795</link>

		<dc:creator><![CDATA[Mauro Baldrati]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2009 12:19:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un grazie - maggiore - a tutti :-]

aparrag rock&#039;n roll: non c&#039;è delusione in realtà, direi piuttosto distanze preoccupate; e, nonscrittore (?!) what is?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un grazie &#8211; maggiore &#8211; a tutti :-]</p>
<p>aparrag rock&#8217;n roll: non c&#8217;è delusione in realtà, direi piuttosto distanze preoccupate; e, nonscrittore (?!) what is?</p>
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		<title>
		Di: aparrag aculnaig		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/#comment-119752</link>

		<dc:creator><![CDATA[aparrag aculnaig]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 20:36:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;E’ un sistema che prevede che lo scrittore sia anche un professionista, o comunque uno specialista, e che possa o addirittura debba soffrire, perché alla base c’è una difficoltà psicologica di vivere la vita reale, gli affetti, l’amore, l’amicizia, la modestia, la semplicità ecc ecc.&quot;

nonscrittore (baldrati deleuze deluxe) divenire di-venire (come gli alberi che piangono quando lo studente guarda fuori l&#039;albero che piange) e nonscrittore

nonscrittore (minore mauro deleuze) deluso perché deluso contro l&#039;icona pop-chic dello star-scrittore (vip -very important poet- 
)
nondeleuze nei bestsellers (del corpo\\temporale che manda l&#039;avatar e\o elettronimo in giro per la rete [dissocietà mediale] nonscrittore pret a lire (senza accento circonflesso) Prêt-à-lire délire délire - con verivari accenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;E’ un sistema che prevede che lo scrittore sia anche un professionista, o comunque uno specialista, e che possa o addirittura debba soffrire, perché alla base c’è una difficoltà psicologica di vivere la vita reale, gli affetti, l’amore, l’amicizia, la modestia, la semplicità ecc ecc.&#8221;</p>
<p>nonscrittore (baldrati deleuze deluxe) divenire di-venire (come gli alberi che piangono quando lo studente guarda fuori l&#8217;albero che piange) e nonscrittore</p>
<p>nonscrittore (minore mauro deleuze) deluso perché deluso contro l&#8217;icona pop-chic dello star-scrittore (vip -very important poet-<br />
)<br />
nondeleuze nei bestsellers (del corpo\\temporale che manda l&#8217;avatar e\o elettronimo in giro per la rete [dissocietà mediale] nonscrittore pret a lire (senza accento circonflesso) Prêt-à-lire délire délire &#8211; con verivari accenti.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: luminamenti		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/#comment-119688</link>

		<dc:creator><![CDATA[luminamenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 13:00:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tutto viene letto da Deleuze in questa chiave rivoluzionaria, ma dov&#039;è il riscontro a parte l&#039;indubbia abilità di deleuze ad incantare con la sua indubbia cifra stilistica? Il Deleuze di Millepiani non è certo quello di Differenza e Ripetizione, dove ancora ci sono argomenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto viene letto da Deleuze in questa chiave rivoluzionaria, ma dov&#8217;è il riscontro a parte l&#8217;indubbia abilità di deleuze ad incantare con la sua indubbia cifra stilistica? Il Deleuze di Millepiani non è certo quello di Differenza e Ripetizione, dove ancora ci sono argomenti.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: granchio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/#comment-119680</link>

		<dc:creator><![CDATA[granchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 12:11:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Confrontarsi con l’opera di Kafka non vuol dire trovarsi di fronte ai tradizionali modelli narrativi – che posseggono una corrispondenza strutturale fra contenuto ed espressione – ma piuttosto, come scriveva Baldrati, in presenza di una “macchina d’espressione”. Una macchina a sé stante, che sussiste in quanto autonoma, una macchina che diviene però “letteratura minore”.

Secondo la definizione di Deleuze una letteratura minore non consiste nell’utilizzo di una lingua minore, ma nell’impiego che una minoranza fa di una lingua maggiore. Dunque Kafka non sceglie il ceco, nemmeno l’yiddish, ma il tedesco, lingua veicolare, lingua della burocrazia e del potere. Un tedesco che Kafka, secondo Deleuze, “trascina lentamente, progressivamente, nel deserto”. 
Ma questo cosa vuol dire? Provo a spiegare.
Una letteratura minore segue uno sviluppo contrario e inverso a quello di una letteratura maggiore. In quest’ultima, scrive Deleuze, il processo creativo segue la direzione che va dal contenuto all’espressione: una volta trovato il contenuto si scopre la forma d’espressione che ad esso si adatta. Una letteratura minore, al contrario, nasce con l’enunciazione, e nasce priva di preoccupazioni legate a significati, metafore, simboli. Da questa scissione fra espressione e contenuto, probabilmente, emerge quello che potremmo definire un non-stile kafkiano, lo stile disseccato, la lingua del deserto. E questo è quello che scriveva Baldrati nel suo ultimo intervento. 

Ma c’è una motivazione dietro tale volontà espressiva? 
Per Deleuze, molto semplicemente, in una letteratura minore tutto è politica. Se nelle grandi letterature il fatto individuale tende a congiungersi con altri fatti altrettanto individuali - mentre il contesto sociale serve solo da sfondo - per una letteratura minore assistiamo ad uno sviluppo differente: nessun aspetto di una letteratura minore fuoriesce dal grande sistema politico e sociale. Tutto è al suo interno e tutto si risolve nella collettività dell’enunciazione. Vale a dire che il momento in cui lo scrittore dice e scrive - anche se individualmente - costituisce già un atto collettivo, e di conseguenza politico. Da questi aspetti scaturisce la condizione rivoluzionaria di ogni letteratura minore e che Deleuze attribuisce soprattutto a Kafka: l’aggettivo “minore” non qualifica più il tipo di letteratura, ma le condizioni rivoluzionarie di ogni letteratura minore all’interno della grande letteratura. Il minore o la minoranza si pongono, secondo Deleuze, come la dimensione da cui diviene possibile ripensare, secondo modalità nuove, l’agire politico e le pratiche sociali - “servirsi della sintassi per gridare, dare al grido una sintassi” – in aperta opposizione ai sistemi di potere. É un grimaldello, insomma, che scardina dall’interno, un assalto al confine (come scrisse lo stesso Kafka), è l’aspirazione a raggiungere, attraverso il disseccarsi della lingua, un punto in cui il mondo sensibile e il suo stesso linguaggio smettono di essere un sostegno, ma spingono l’uomo verso l’indefinito e allo stesso tempo verso il pulsare del suo essere. Forse è proprio grazie a questo fattore rivoluzionario che Kafka continua a colpirci, a trascinarci nel suo vortice. La forza del suo non-stile, a mio avviso, sta proprio in questo. 

L’articolo mi è piaciuto molto e quindi ci tenevo ad intervenire, essendo oltretutto un affamato lettore di Kafka. Spero di essere stato utile, almeno un minimo. Saluti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Confrontarsi con l’opera di Kafka non vuol dire trovarsi di fronte ai tradizionali modelli narrativi – che posseggono una corrispondenza strutturale fra contenuto ed espressione – ma piuttosto, come scriveva Baldrati, in presenza di una “macchina d’espressione”. Una macchina a sé stante, che sussiste in quanto autonoma, una macchina che diviene però “letteratura minore”.</p>
<p>Secondo la definizione di Deleuze una letteratura minore non consiste nell’utilizzo di una lingua minore, ma nell’impiego che una minoranza fa di una lingua maggiore. Dunque Kafka non sceglie il ceco, nemmeno l’yiddish, ma il tedesco, lingua veicolare, lingua della burocrazia e del potere. Un tedesco che Kafka, secondo Deleuze, “trascina lentamente, progressivamente, nel deserto”.<br />
Ma questo cosa vuol dire? Provo a spiegare.<br />
Una letteratura minore segue uno sviluppo contrario e inverso a quello di una letteratura maggiore. In quest’ultima, scrive Deleuze, il processo creativo segue la direzione che va dal contenuto all’espressione: una volta trovato il contenuto si scopre la forma d’espressione che ad esso si adatta. Una letteratura minore, al contrario, nasce con l’enunciazione, e nasce priva di preoccupazioni legate a significati, metafore, simboli. Da questa scissione fra espressione e contenuto, probabilmente, emerge quello che potremmo definire un non-stile kafkiano, lo stile disseccato, la lingua del deserto. E questo è quello che scriveva Baldrati nel suo ultimo intervento. </p>
<p>Ma c’è una motivazione dietro tale volontà espressiva?<br />
Per Deleuze, molto semplicemente, in una letteratura minore tutto è politica. Se nelle grandi letterature il fatto individuale tende a congiungersi con altri fatti altrettanto individuali &#8211; mentre il contesto sociale serve solo da sfondo &#8211; per una letteratura minore assistiamo ad uno sviluppo differente: nessun aspetto di una letteratura minore fuoriesce dal grande sistema politico e sociale. Tutto è al suo interno e tutto si risolve nella collettività dell’enunciazione. Vale a dire che il momento in cui lo scrittore dice e scrive &#8211; anche se individualmente &#8211; costituisce già un atto collettivo, e di conseguenza politico. Da questi aspetti scaturisce la condizione rivoluzionaria di ogni letteratura minore e che Deleuze attribuisce soprattutto a Kafka: l’aggettivo “minore” non qualifica più il tipo di letteratura, ma le condizioni rivoluzionarie di ogni letteratura minore all’interno della grande letteratura. Il minore o la minoranza si pongono, secondo Deleuze, come la dimensione da cui diviene possibile ripensare, secondo modalità nuove, l’agire politico e le pratiche sociali &#8211; “servirsi della sintassi per gridare, dare al grido una sintassi” – in aperta opposizione ai sistemi di potere. É un grimaldello, insomma, che scardina dall’interno, un assalto al confine (come scrisse lo stesso Kafka), è l’aspirazione a raggiungere, attraverso il disseccarsi della lingua, un punto in cui il mondo sensibile e il suo stesso linguaggio smettono di essere un sostegno, ma spingono l’uomo verso l’indefinito e allo stesso tempo verso il pulsare del suo essere. Forse è proprio grazie a questo fattore rivoluzionario che Kafka continua a colpirci, a trascinarci nel suo vortice. La forza del suo non-stile, a mio avviso, sta proprio in questo. </p>
<p>L’articolo mi è piaciuto molto e quindi ci tenevo ad intervenire, essendo oltretutto un affamato lettore di Kafka. Spero di essere stato utile, almeno un minimo. Saluti.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: lucy		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/#comment-119616</link>

		<dc:creator><![CDATA[lucy]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 07:44:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[quella che lei definisce una considerazione in questo momento poco lucida, per la quale ci vorrebbe il coraggio di descriverla in un articolo marziano, credo sia la &quot;cosa&quot; tremenda che mi assale sempre più frequentemente quando leggo e rifletto sotto vari aspetti sullo stato della letteratura: mi pare di andare all&#039;appuntamento con un funerale. 
per tornare allo stile: il non stile, l&#039;assottigliamento della &quot;presenza&quot; dell&#039;autore è secondo me uno stile molto potente. si spiega in parte con il fatto che il lettore non è più così tanto da educare com&#039;era, sicuramente nell&#039;800, e talora, a seconda dei diversi autori, come è apprso più di recente. io amo la scrittura spoglia, che mostra come delle insofferenze, delle dimenticanze, un&#039;alzata di spalle dello scrittore che mi dice: veditela un po&#039; tu. non nel senso di &quot;opera aperta&quot;per cui mi invita a ricamarci su delle interpretazioni, ma nel senso montaliano: della stanchezza di fronte all&#039;incomprensibilità. credo si tratti di stile quando questo &quot;effetto&quot; della scrittura produce comunque il piacere del testo. se non lo produce è fretta maldestra, è risposta a leggi di mercato. credo che l&#039;aridità, la brevità possano coesistere con la potenza di forma e contenuto, possano essere gestite così bene ed elegantemente da costituire un tipo di estetica dei nostri tempi (peraltro manifestatasi a più riprese anche nel passato). diversa è la brevitas che non lascia segno. diverso è lo scrittore arido che non ha niente da dire, diverso ancora lo scrittore (apparentemente) reticente: questo è un vero professionista del non detto. questo è uno scrittore.

l&#039;articolo mi è piaciuto moltissimo. grazie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>quella che lei definisce una considerazione in questo momento poco lucida, per la quale ci vorrebbe il coraggio di descriverla in un articolo marziano, credo sia la &#8220;cosa&#8221; tremenda che mi assale sempre più frequentemente quando leggo e rifletto sotto vari aspetti sullo stato della letteratura: mi pare di andare all&#8217;appuntamento con un funerale.<br />
per tornare allo stile: il non stile, l&#8217;assottigliamento della &#8220;presenza&#8221; dell&#8217;autore è secondo me uno stile molto potente. si spiega in parte con il fatto che il lettore non è più così tanto da educare com&#8217;era, sicuramente nell&#8217;800, e talora, a seconda dei diversi autori, come è apprso più di recente. io amo la scrittura spoglia, che mostra come delle insofferenze, delle dimenticanze, un&#8217;alzata di spalle dello scrittore che mi dice: veditela un po&#8217; tu. non nel senso di &#8220;opera aperta&#8221;per cui mi invita a ricamarci su delle interpretazioni, ma nel senso montaliano: della stanchezza di fronte all&#8217;incomprensibilità. credo si tratti di stile quando questo &#8220;effetto&#8221; della scrittura produce comunque il piacere del testo. se non lo produce è fretta maldestra, è risposta a leggi di mercato. credo che l&#8217;aridità, la brevità possano coesistere con la potenza di forma e contenuto, possano essere gestite così bene ed elegantemente da costituire un tipo di estetica dei nostri tempi (peraltro manifestatasi a più riprese anche nel passato). diversa è la brevitas che non lascia segno. diverso è lo scrittore arido che non ha niente da dire, diverso ancora lo scrittore (apparentemente) reticente: questo è un vero professionista del non detto. questo è uno scrittore.</p>
<p>l&#8217;articolo mi è piaciuto moltissimo. grazie.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: mauro baldrati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/#comment-119585</link>

		<dc:creator><![CDATA[mauro baldrati]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 20:33:01 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=21772#comment-119585</guid>

					<description><![CDATA[Non dici cose sbagliate, Enrico Macioci, anche se “stile” non è la stesso di “forma”. Quando viene prodotta la verità attraverso la scrittura, diventa forma. E ha diverse evoluzioni, diversi stili possibili. E non considero una boutade la ricerca di Deleuze. Non-stile può essere una forma che si esprime con intensità assoluta, come lui, per esempio, la vedeva nei Guignol’s Band; sono convinto che, se avesse ascoltato musica in tempi recenti e avesse avuto certi gusti, i suoi gruppi sarebbero stati i Trobbing Gristle, i PIL, i gruppi dell’albun No New York; non-musiche in un certo senso, per alcuni rumori, casino. Ma pure intensità musicali. Dirai, ma anche questi sono stili. Però non è una questione di definizioni. Può esistere una scrittura che non si preoccupa dello stile definito, compiuto, che non “afferma” che la sua missione è veicolare contenuti che abbiano una valenza di attualità, sociale, di denuncia, e non è interessata né a stupire il lettore, né a rassicurarlo, né a sfidarlo. Che è quanto produceva Kafka. Neanche voleva pubblicare, semplicemente “esisteva” come macchina totale (e queste sulla macchina sono tra le più belle pagine di Deleuze), non poteva neanche sposarsi, doveva essere scapolo perché il matrimonio avrebbe indebolito la macchina (e queste pagine di Deleuze sulla potenzialità rivoluzionaria dello scapolo in Kafka sono prodigiose). E tu di nuovo dirai: ma anche questo è uno stile! E io ti chiedo: ma perché dobbiamo avere questa ansia di affermarlo ad ogni costo?

E vorrei anche raccogliere il tuo invito, Helena, a scendere un po’ sulla terra. Non è che dobbiamo concepire solo scritture complicate e mezzo illeggibili, periodi lunghi quattro-cinque pagine (come ce ne sono in Proust) per essere sperimentali. Kafka non scriveva certo così. Però nel pezzo ho fatto l’esempio di Magliani. Mi colpiva questo suo fare entrare il territorio ligure nei romanzi senza descrivere. Poi ho aperto il libro di Deleuze su Proust e ho letto che le sue non sono descrizioni. Perdio, una luce accecante. Volevo scrivere sui silenzi in letteratura, sul superamento di questa tendenza a offrire al lettore testi già letti (che è la base, secondo me, del best seller), a offrirgli contenuti palesi, per confortarlo, per non affaticarlo. Perché è già stanco, perché siamo tutti stanchi. Invece mi interessano le scritture che possono essere riscritte dal lettore, in parti, o in parte. E questo si può fare anche nei noir, Manchette, per dire, lo faceva. E si ottiene anche con uno stile personale, uno stile semplice, elegante, perché no, frutto di una lunga ricerca, di una lunga disciplina, non solo coi tre puntini di Céline; le ricerche di Deleuze non sono verità dogmatiche, anzi, sono pagine talvolta poco comprensibili, ma che mi accendono luci vivide, perché posso riscriverle. Mi aiutano e cercare del mio, anche se talvolta non capisco cosa diavolo sto scrivendo e perché. 

A quest’ora sono un po’ a brandelli per varie storie, e quindi non credo proprio di scrivere cose molto limpide, però vorrei concludere con una considerazione che sogno di fare da tempo, ma è così complicata, nella sua semplicità, che non mi decido a svilupparla in un articolo marziano: e cioè che la letteratura, questa letteratura, la nostra, del novecento, dell’ottocento, è un prodotto della nostra specie vivente in questo sistema; ora tutto sta arrivando alla fine, perché il sistema è fallito e il mondo se ne va verso la rovina. E’ un sistema che prevede che lo scrittore sia anche un professionista, o comunque uno specialista, e che possa o addirittura debba soffrire, perché alla base c’è una difficoltà psicologica di vivere la vita reale, gli affetti, l’amore, l’amicizia, la modestia, la semplicità ecc ecc. Ovvero, una sublimazione della realtà, che ha prodotto dei capolavori. Ma se cambieremo, se cioè punteremo alla vita, alla comunità, al nostro rapporto con gli altri, e con la natura, e allevermo i nostri figli in comunità e non al chiuso della famiglia: se cercheremo tutto questo, e quindi spariranno le guerre e nessuno guadagnerà più di quanto gli basta per vivere, la letteratura come la concepiamo oggi non avrà più senso di esistere. E lo scrittore non avrà più neanche un nome, una firma, un personaggio. A nessuno importerà più. 

Che è più o meno che quello che sognava Majakovskij quando girava per le fabbriche a declamare i suoi poemi nell’era iniziale dei Soviet, perché lui era come loro, era come gli operai, era un operaio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non dici cose sbagliate, Enrico Macioci, anche se “stile” non è la stesso di “forma”. Quando viene prodotta la verità attraverso la scrittura, diventa forma. E ha diverse evoluzioni, diversi stili possibili. E non considero una boutade la ricerca di Deleuze. Non-stile può essere una forma che si esprime con intensità assoluta, come lui, per esempio, la vedeva nei Guignol’s Band; sono convinto che, se avesse ascoltato musica in tempi recenti e avesse avuto certi gusti, i suoi gruppi sarebbero stati i Trobbing Gristle, i PIL, i gruppi dell’albun No New York; non-musiche in un certo senso, per alcuni rumori, casino. Ma pure intensità musicali. Dirai, ma anche questi sono stili. Però non è una questione di definizioni. Può esistere una scrittura che non si preoccupa dello stile definito, compiuto, che non “afferma” che la sua missione è veicolare contenuti che abbiano una valenza di attualità, sociale, di denuncia, e non è interessata né a stupire il lettore, né a rassicurarlo, né a sfidarlo. Che è quanto produceva Kafka. Neanche voleva pubblicare, semplicemente “esisteva” come macchina totale (e queste sulla macchina sono tra le più belle pagine di Deleuze), non poteva neanche sposarsi, doveva essere scapolo perché il matrimonio avrebbe indebolito la macchina (e queste pagine di Deleuze sulla potenzialità rivoluzionaria dello scapolo in Kafka sono prodigiose). E tu di nuovo dirai: ma anche questo è uno stile! E io ti chiedo: ma perché dobbiamo avere questa ansia di affermarlo ad ogni costo?</p>
<p>E vorrei anche raccogliere il tuo invito, Helena, a scendere un po’ sulla terra. Non è che dobbiamo concepire solo scritture complicate e mezzo illeggibili, periodi lunghi quattro-cinque pagine (come ce ne sono in Proust) per essere sperimentali. Kafka non scriveva certo così. Però nel pezzo ho fatto l’esempio di Magliani. Mi colpiva questo suo fare entrare il territorio ligure nei romanzi senza descrivere. Poi ho aperto il libro di Deleuze su Proust e ho letto che le sue non sono descrizioni. Perdio, una luce accecante. Volevo scrivere sui silenzi in letteratura, sul superamento di questa tendenza a offrire al lettore testi già letti (che è la base, secondo me, del best seller), a offrirgli contenuti palesi, per confortarlo, per non affaticarlo. Perché è già stanco, perché siamo tutti stanchi. Invece mi interessano le scritture che possono essere riscritte dal lettore, in parti, o in parte. E questo si può fare anche nei noir, Manchette, per dire, lo faceva. E si ottiene anche con uno stile personale, uno stile semplice, elegante, perché no, frutto di una lunga ricerca, di una lunga disciplina, non solo coi tre puntini di Céline; le ricerche di Deleuze non sono verità dogmatiche, anzi, sono pagine talvolta poco comprensibili, ma che mi accendono luci vivide, perché posso riscriverle. Mi aiutano e cercare del mio, anche se talvolta non capisco cosa diavolo sto scrivendo e perché. </p>
<p>A quest’ora sono un po’ a brandelli per varie storie, e quindi non credo proprio di scrivere cose molto limpide, però vorrei concludere con una considerazione che sogno di fare da tempo, ma è così complicata, nella sua semplicità, che non mi decido a svilupparla in un articolo marziano: e cioè che la letteratura, questa letteratura, la nostra, del novecento, dell’ottocento, è un prodotto della nostra specie vivente in questo sistema; ora tutto sta arrivando alla fine, perché il sistema è fallito e il mondo se ne va verso la rovina. E’ un sistema che prevede che lo scrittore sia anche un professionista, o comunque uno specialista, e che possa o addirittura debba soffrire, perché alla base c’è una difficoltà psicologica di vivere la vita reale, gli affetti, l’amore, l’amicizia, la modestia, la semplicità ecc ecc. Ovvero, una sublimazione della realtà, che ha prodotto dei capolavori. Ma se cambieremo, se cioè punteremo alla vita, alla comunità, al nostro rapporto con gli altri, e con la natura, e allevermo i nostri figli in comunità e non al chiuso della famiglia: se cercheremo tutto questo, e quindi spariranno le guerre e nessuno guadagnerà più di quanto gli basta per vivere, la letteratura come la concepiamo oggi non avrà più senso di esistere. E lo scrittore non avrà più neanche un nome, una firma, un personaggio. A nessuno importerà più. </p>
<p>Che è più o meno che quello che sognava Majakovskij quando girava per le fabbriche a declamare i suoi poemi nell’era iniziale dei Soviet, perché lui era come loro, era come gli operai, era un operaio.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Enrico Macioci		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/#comment-119578</link>

		<dc:creator><![CDATA[Enrico Macioci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 19:30:26 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=21772#comment-119578</guid>

					<description><![CDATA[Chiunque inizi a scrivere, sin dal primo rigo è obbligato ad avere uno stile. Anche se  per paradosso non vorrà avere stile, lo avrà. Soltanto chi non scrive non ha stile. Dopo di che, un concetto di non-stile può esistere, ma espresso appunto attraverso uno stile. Non se ne esce. Lo stile rappresenta l&#039;incarnazione dell&#039;idea, la forma attraverso cui chi scrive vede il mondo: dunque lo stile è lo scrittore, perchè lo scrittore è chi dà forma alle idee. Lo stile rappresenta le impronte digitali, il DNA dello scrittore, anche se uno scrittore può cambiare stile - o forse meglio, registro. Il problema che si pone è semmai un altro: uno stile superiore al contenuto. Il primo esempio che mi viene in mente al proposito è Hemingway, sempre impeccabile stilisticamente (una volta che si accetti come impeccabile il modo in cui egli scrive, chiaro), non altrettanto contenutisticamente, dove talora risulta stanco o ripetitivo o bolso, specie nei romanzi, specie negli ultimi. L&#039;affermazione di Deleuze, che Proust non abbia uno stile (anzi, che abbia un non-stile) è accettabile solamente nel senso adombrato da Baldrati, ovvero come un superamento di determinati schemi accademici, ed è quindi una boutade. Proust è lo stile in prosa per definizione. Kafka, il suo opposto, è una sorta di Proust passato sotto l&#039;acido muriatico, e possiede anch&#039;egli uno stile formidabile proprio perchè questo stile aderisce in profondità, alla perfezione, come una muta subacquea, all&#039;essere/Kafka. Pensiamo a Wallace: la sua mente labirintica, ossessiva, dubbiosa, enciclopedica, è esternata alla perfezione dal suo stile. Pensiamo a Gadda, alla sua coltissima nevrosi. Pensiamo a Conrad, al suo girare in tondo. Pensiamo a Dostoevskij, alla sua &quot;fretta&quot;. Pensiamo alla maestosa, calma possanza di Tolstoj. Pensiamo alla ricchezza shkespeariana, alla sintesi dantesca, alla visionarietà di Rimbaud, alla lingua fratta di Celan, a quella ellittica di Emily Dickinson. Eccetera eccetera.
ps: molti pessimi scrittori dei quali si dice che non hanno stile, in realtà purtroppo ce l&#039;hanno: è uno stile brutto. Sarebbe bello, benché anti/democratico, se chi non ha stile (anche dopo molto esercizio e molti tentativi) non potesse scrivere, non potesse inquinare la lingua. Ma prima che mi metta ad assomigliare a Maroni, mi fermo qua.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chiunque inizi a scrivere, sin dal primo rigo è obbligato ad avere uno stile. Anche se  per paradosso non vorrà avere stile, lo avrà. Soltanto chi non scrive non ha stile. Dopo di che, un concetto di non-stile può esistere, ma espresso appunto attraverso uno stile. Non se ne esce. Lo stile rappresenta l&#8217;incarnazione dell&#8217;idea, la forma attraverso cui chi scrive vede il mondo: dunque lo stile è lo scrittore, perchè lo scrittore è chi dà forma alle idee. Lo stile rappresenta le impronte digitali, il DNA dello scrittore, anche se uno scrittore può cambiare stile &#8211; o forse meglio, registro. Il problema che si pone è semmai un altro: uno stile superiore al contenuto. Il primo esempio che mi viene in mente al proposito è Hemingway, sempre impeccabile stilisticamente (una volta che si accetti come impeccabile il modo in cui egli scrive, chiaro), non altrettanto contenutisticamente, dove talora risulta stanco o ripetitivo o bolso, specie nei romanzi, specie negli ultimi. L&#8217;affermazione di Deleuze, che Proust non abbia uno stile (anzi, che abbia un non-stile) è accettabile solamente nel senso adombrato da Baldrati, ovvero come un superamento di determinati schemi accademici, ed è quindi una boutade. Proust è lo stile in prosa per definizione. Kafka, il suo opposto, è una sorta di Proust passato sotto l&#8217;acido muriatico, e possiede anch&#8217;egli uno stile formidabile proprio perchè questo stile aderisce in profondità, alla perfezione, come una muta subacquea, all&#8217;essere/Kafka. Pensiamo a Wallace: la sua mente labirintica, ossessiva, dubbiosa, enciclopedica, è esternata alla perfezione dal suo stile. Pensiamo a Gadda, alla sua coltissima nevrosi. Pensiamo a Conrad, al suo girare in tondo. Pensiamo a Dostoevskij, alla sua &#8220;fretta&#8221;. Pensiamo alla maestosa, calma possanza di Tolstoj. Pensiamo alla ricchezza shkespeariana, alla sintesi dantesca, alla visionarietà di Rimbaud, alla lingua fratta di Celan, a quella ellittica di Emily Dickinson. Eccetera eccetera.<br />
ps: molti pessimi scrittori dei quali si dice che non hanno stile, in realtà purtroppo ce l&#8217;hanno: è uno stile brutto. Sarebbe bello, benché anti/democratico, se chi non ha stile (anche dopo molto esercizio e molti tentativi) non potesse scrivere, non potesse inquinare la lingua. Ma prima che mi metta ad assomigliare a Maroni, mi fermo qua.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: helena		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/#comment-119567</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 18:04:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[correggo: &quot;la questione principale è l&#039;affermazione&quot; ecc...mi è scappato un &quot;che&quot; di troppo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>correggo: &#8220;la questione principale è l&#8217;affermazione&#8221; ecc&#8230;mi è scappato un &#8220;che&#8221; di troppo</p>
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		Di: helena		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/09/10/elogio-dello-stile-reticente-disseccato-inorganizzato-ovvero-dell%e2%80%99assenza-di-stile/#comment-119566</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 18:03:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Figurati, Mauro. avevo capito, condiviso e apprezzato.
Mi sembrava solo utile contestualizzare e magari pure tirare un po&#039; più giù a terra il discorso di Deleuze. Non per svilirlo. E&#039; che lui spesso dice cose molto sensate e ancora utilissime con un linguaggio che può dare adito a fraintendimenti, fra cui quello su sti francesi talmente complicati che ti viene il dubbio che siano più fumo che arrosto. 
Mentre hai ragione che questo pensiero ci riguarda (vedi anche il bel montaggio di Francesco sul &quot;divenire-negro, divenire-donna&quot; ecc).
Infatti la ricerca di uno stile come marchio è problematico, secondo me. Oggi va incontro a una fruizione tipo &quot;brand&quot; che peggiora le cose, ma la questione principale è che l&#039;affermazione di potere dell&#039;autore sul proprio testo, il &quot;guarda come sono bravo io che scrivo&quot;. E questo, per quanto abbiano entrambi uno stile riconoscibilissimo, non vale in effetti né per Kafka, né per Proust.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Figurati, Mauro. avevo capito, condiviso e apprezzato.<br />
Mi sembrava solo utile contestualizzare e magari pure tirare un po&#8217; più giù a terra il discorso di Deleuze. Non per svilirlo. E&#8217; che lui spesso dice cose molto sensate e ancora utilissime con un linguaggio che può dare adito a fraintendimenti, fra cui quello su sti francesi talmente complicati che ti viene il dubbio che siano più fumo che arrosto.<br />
Mentre hai ragione che questo pensiero ci riguarda (vedi anche il bel montaggio di Francesco sul &#8220;divenire-negro, divenire-donna&#8221; ecc).<br />
Infatti la ricerca di uno stile come marchio è problematico, secondo me. Oggi va incontro a una fruizione tipo &#8220;brand&#8221; che peggiora le cose, ma la questione principale è che l&#8217;affermazione di potere dell&#8217;autore sul proprio testo, il &#8220;guarda come sono bravo io che scrivo&#8221;. E questo, per quanto abbiano entrambi uno stile riconoscibilissimo, non vale in effetti né per Kafka, né per Proust.</p>
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