Loca IV: Qui riconosco tutto, e perciò penetra subito in me: in me è di casa. [ da “Bibliothèque Nationale” ]

11 settembre 2009
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©,\\’ Orsola Puecher

     di Rainer Maria Rilke
 
     Io seggo qui e leggo un poeta. Ci sono molte persone nella sala, ma uno non se ne accorge. Sono nei libri. Talvolta si muovono nei fogli, come uomini che dormono e si rigirano tra un sogno e l’altro. Oh, ma come si sta bene fra uomini che leggono! Perché non sono sempre così? Puoi avvicinarti a uno e toccarlo leggermente: non si accorge di nulla. E se alzandoti urti un poco il vicino e ti scusi, accenna col capo verso la parte da cui ode la voce, il suo volto si gira verso di te e non ti vede, e i suoi capelli sono come i capelli di un dormiente. Quanto fa bene, questo. E io seggo qui e ho un poeta. Com’è il destino! Ci sono forse nella sala trecento persone che leggono; ma è impossibile che ognuno di loro abbia un poeta. (Dio sa che cos’hanno.) Non ci sono trecento poeti. Ma vedi quale destino, io, forse il più miserabile tra questi lettori, straniero: io ho un poeta. Sebbene io sia povero. Sebbene il vestito che indosso ogni giorno incominci a essere liso in certi punti, sebbene si possa aver molto da ridire sulle mie scarpe. Il mio colletto però è pulito, anche la mia biancheria, e così come sono potrei entrare in qualsiasi pasticceria, magari sui grands boulevards, e tranquillamente allungare la mano su un vassoio di dolci e prender qualcosa. Non ci troverebbero nulla di strano né mi redarguirebbero indicandomi la porta, poiché la mia è pur sempre una mano da signore, una mano che viene lavata quattro o cinque volte al giorno. Sì, non vi è nulla sotto le unghie, l’indice non è macchiato d’inchiostro, i polsi soprattutto sono irreprensibili. È cosa nota che i poveri non si lavano fin lì. Dalla pulizia dei polsi si possono quindi trarre certe conclusioni. E si traggono. Si traggono nei negozi. Ma ci sono un paio di creature, per esempio sul Boulevard Saint-Michel e in rue Racine, che non si lasciano ingannare, che se ne infischiano dei polsi. Mi guardano e lo sanno. Sanno che in realtà io sono dei loro, che faccio solo un po’ di commedia. È carnevale, del resto. E non vogliono guastarmi il divertimento; si limitano a sogghignare un pochino e ammiccano. Nessuno ha visto. D’altra parte mi trattano come un signore. Basta che ci sia qualcuno lì vicino, e divengono perfino ossequiosi. Come se portassi la pelliccia e la mia carrozza mi venisse dietro. Qualche volta do loro due sous e tremo che possano rifiutarli; ma li prendono. E tutto sarebbe in regola se non avessero un poco sogghignato e ammiccato. Chi sono? Cosa vogliono da me? Da cosa mi riconoscono? Aspettano me? È vero, la mia barba sembra un po’ trascurata, e ricorda un poco, ma proprio solo un poco, le loro barbe malate, vecchie, stinte, che mi hanno sempre fatto impressione. Ma non ho io il diritto di trascurare la mia barba? Molti uomini occupati la trascurano, e tuttavia a nessuno viene in mente di considerarli fra i reietti. Poiché so bene che quelli sono dei reietti, non solo dei mendicanti; no, non sono affatto dei mendicanti, bisogna distinguere. Sono rifiuti, bucce di uomini che il destino ha sputato. Umidi della saliva del destino, stanno appiccicati a un muro, a un lampione, a una colonnina pubblicitaria, o gocciolano lungo la strada, lasciandosi dietro una traccia scura e sudicia. Cosa voleva da me quella vecchia che era strisciata fuori da qualche buco, con un cassetto di tavolino da notte in cui rotolavano bottoni e aghi? Perché mi camminava sempre di fianco e mi osservava? Come se cercasse di riconoscermi con i suoi occhi cisposi che sembravano catarro verde sputato fra le palpebre sanguigne da un malato. E come mai quella donna piccola e grigia è rimasta per un quarto d’ora al mio fianco, di fronte a una vetrina, mostrandomi una vecchia, lunga matita che veniva fuori con infinita lentezza dalle sue brutte mani chiuse? Io fingevo di osservare gli oggetti esposti e di non accorgermi di nulla. Ma lei sapeva che l’avevo vista, sapeva che restavo là e mi chiedevo cosa mai facesse. Capivo benissimo, infatti, che non poteva trattarsi solo di una matita: sentivo che la matita era un segno, un segno per iniziati, un segno che i reietti conoscono; sospettavo che intendesse dirmi con quel gesto di andare in qualche posto o di fare qualcosa. E lo strano era che non riuscivo a liberarmi della sensazione che ci fosse davvero un’intesa in cui rientrava quel segno, e che in fondo quella scena fosse qualcosa che avrei dovuto aspettarmi. Questo accadde due settimane fa. Ma ora non passa quasi giorno senza un simile incontro. Non solo al crepuscolo, ma a mezzogiorno, nelle strade più affollate, ci sono d’improvviso un ometto o una vecchia che mi fanno un cenno, mi mostrano qualcosa e poi scompaiono, come se così fosse stato fatto il dovuto. Può darsi che un giorno venga loro in mente di salire fino alla mia camera, sanno di certo dove abito, e faranno le cose in modo che il concierge non li fermi. Ma qui, cari miei, qui sono al sicuro da voi. Bisogna avere una speciale tessera per poter entrare in questa sala. Su di voi ho il vantaggio di possedere quella tessera. Vado per le strade un po’ timoroso, come si può immaginare, ma alla fine mi ritrovo dinanzi a una porta vetrata, la apro come se fossi a casa mia, alla porta successiva mostro la tessera (proprio come voi mi mostrate i vostri oggetti, solo con la differenza che qui mi si capisce e si sa cosa voglio), e poi sono fra questi libri, sono sottratto a voi, come se fossi morto, e siedo e leggo un poeta.
     Non sapete che cosa sia un poeta? Verlaine… Nulla? Nessun ricordo? No. Non lo avete distinto fra coloro che conosceste? Distinzioni non ne fate, lo so. Ma è un altro poeta quello che io leggo, un altro che non abita a Parigi, uno completamente diverso. Uno che ha una casa silenziosa sui monti. Risuona come una campana nell’aria tersa. Un poeta felice che narra della sua finestra e delle porte a vetri della sua libreria, che riflettono assorte uno spazio amato e solitario. È il poeta che io sarei voluto divenire; poiché sa tante cose delle fanciulle, e anch’io avrei saputo molto di loro. Sa di fanciulle che sono vissute cent’anni fa; non importa più nulla che siano morte, poiché egli sa tutto. Ed è questo l’essenziale. Egli pronuncia i loro nomi, i nomi lievi, scritti a caratteri lunghi e slanciati, a volute del tempo antico, e i nomi fatti adulti delle loro amiche più grandi, in cui già risuona un po’ di destino, un po’ di delusione e di morte. Forse, in un cassetto del suo scrittoio di mogano giacciono le loro lettere sbiadite e i fogli sciolti dei loro diari, in cui ricorrono compleanni, gite estive, compleanni. O può darsi che nel cassettone panciuto in fondo alla sua camera da letto ci sia un cassetto in cui si conservano i loro abiti di primavera; abiti bianchi, che furono indossati per la prima volta a Pasqua, abiti di tulle a pois, che erano destinati all’estate ma che non s’aspettava l’estate per indossare. Oh, che destino felice stare nella camera silenziosa di una casa ereditata, fra cose fidate e quiete, stabili, e udire fuori, nel verde giardino leggero e luminoso, le prime cince che provano il loro canto, e in lontananza l’orologio del villaggio. Starsene seduti e guardare una calda striscia di sole pomeridiano e sapere molte cose di fanciulle scomparse ed essere un poeta. E pensare che anch’io sarei potuto divenire un poeta così, se avessi potuto abitare in qualche luogo, in qualsiasi luogo del mondo, in una delle tante case di campagna, chiuse, di cui nessuno si cura. Mi sarebbe bastata una sola stanza (la stanza chiara, sotto il tetto). Sarei vissuto là dentro con le mie vecchie cose, i ritratti di famiglia, i libri. E avrei avuto una poltrona e fiori e cani e un solido bastone per i sentieri sassosi. E nient’altro. Solo un libro legato in cuoio giallognolo, color dell’avorio, con le sguardie di vecchia carta fiorata: là avrei scritto. Avrei scritto molto, poiché avrei avuto molti pensieri e ricordi di molte persone.
     Ma è andata diversamente, Dio saprà perché. I miei vecchi mobili marciscono in un granaio, in cui ho potuto collocarli; e io stesso, sì, mio Dio, io non ho un tetto su di me, e mi piove negli occhi.
     Certe volte passo dinanzi a negozietti, per esempio nella rue de Seine. Rigattieri o piccoli commercianti di libri antichi o di acqueforti, con vetrine zeppe. Da loro non entra mai nessuno, evidentemente non fanno affari. Ma se si guarda dentro, li si vede sedere, sedere e leggere, noncuranti; non si curano del domani, non si preoccupano del guadagno, seduto dinanzi a loro hanno un cane, soddisfatto, o un gatto che fa ancora più grande il silenzio strofinandosi lungo le file di libri, quasi spolverasse i nomi sui dorsi.
     Oh, se ciò bastasse: vorrei certe volte comperarmi una di quelle vetrine zeppe e sedermi là dietro con un cane per vent’anni.
     Fa bene dire forte: «Non è successo nulla.» E di nuovo: «Non è successo nulla.» Ma aiuta?
     Che la stufa abbia ricominciato a fumare, costringendomi a uscire, non è poi una sciagura. Che io mi senta fiacco e raffreddato, non ha nessuna importanza. Che per tutto il giorno io sia andato in giro per le strade, è colpa mia. Avrei potuto benissimo starmene al Louvre. Oppure no, non avrei potuto. Là c’è certa gente che vuole scaldarsi. Siedono sui divani di velluto e i loro piedi sembrano grossi stivali vuoti, l’uno di fianco all’altro, sulle griglie del riscaldamento. Sono gente estremamente umile, riconoscenti se i custodi, in uniformi scure con molte decorazioni, li tollerano. Ma appena entro io sogghignano. Sogghignano e fanno piccoli cenni. E poi, quando passeggio in su e in giù davanti ai quadri, mi seguono con gli occhi, sempre con gli occhi, sempre con i loro occhi rimestati insieme e fusi tra loro. Dunque era bene che non fossi andato al Louvre. Sono rimasto sempre per le strade. Sa il cielo in quanti sobborghi, quartieri, cimiteri, ponti e passaggi. Non so più dove, ho visto un uomo che spingeva dinanzi a sé un carretto di verdura. Gridava: Chou-fleur, Chou-fleur, e pronunciava fleur con una eu stranamente cupa. Accanto a lui camminava una donna angolosa e brutta, che di tanto in tanto lo urtava. E quando lo urtava, egli gridava. A volte, anche, gridava di sua iniziativa, ma allora era sempre a sproposito, e subito dopo doveva gridare di nuovo poiché erano giunti davanti alla casa di un compratore. Ho già detto che era cieco? No? Ebbene, era cieco. Era cieco e gridava. Falsifico la verità quando dico questo, sopprimo il carretto che lui spingeva, faccio finta di non aver notato che gridava «Cavolfiore». Ma è questo l’essenziale? E se anche fosse l’essenziale, non importa forse ciò che fu per me tutta la scena? Io ho visto un vecchio che era cieco e gridava. Questo ho visto. Visto.
     Si crederà che esistono case così? No, si dirà, io falsifico. Questa volta è verità, cui non tolgo nulla, e naturalmente non aggiungo nulla. Dove potrei attingere? Si sa che sono povero. Lo si sa. Case? Ma, per esser precisi, erano case che non c’erano più. Case demolite da cima a fondo. Quel che c’era, erano le altre case, le vicine case alte che un giorno avevano fiancheggiato le distrutte. Si vedeva che erano in pericolo di cadere da quando era stato loro sottratto ogni appoggio di fianco; un’intera incastellatura di lunghe travi incatramate stava conficcata di sghembo fra il suolo coperto di macerie e il muro messo a nudo. Non so se ho già detto che di questo muro parlo. Ma non si trattava, per così dire, del primo muro delle case superstiti (come si sarebbe potuto pensare), bensì dell’ultimo muro delle case demolite. Si vedeva il suo lato interno. Si vedevano a ciascun piano le pareti delle camere, cui erano ancora attaccate le tappezzerie, qua e là gli aggetti dei pavimenti o dei soffitti. A fianco delle pareti delle camere restava ancora, lungo tutto il muro, un vano bianco sporco, e attraverso serpeggiava con andamento indicibilmente ripugnante, da verme, quasi da tubo digerente, la conduttura aperta e arrugginita dei gabinetti. Dei tubi per il gas illuminante erano rimaste tracce grigie e polverose all’estremità dei soffitti, e qua e là, inaspettatamente, si arcuavano e correvano dentro la parete colorata e dentro un buco nero e strappato. Soprattutto indimenticabili erano proprio le pareti. La vita tenace di quelle camere non s’era lasciata sopprimere. Era ancora là, si teneva attaccata ai chiodi rimasti, stava sul resto di pavimento largo un palmo, era strisciata sotto gli aggetti degli angoli, ove durava ancora un po’ di spazio interno. La si poteva vedere presente nei colori che a poco a poco, di anno in anno, erano cambiati: l’azzurro in verde ammuffito, il verde in grigio, e il giallo in un bianco vecchio e stantio che marciva. Ma era anche presente nelle chiazze di colore più vivo, rimaste dietro gli specchi, i quadri e gli armadi; aveva segnato e stretto sempre più dappresso i loro contorni, per rifugiarsi poi con i ragni e la polvere in questi luoghi nascosti, ora messi a nudo. Era in ogni striscia strappata, era nelle bolle umide sull’orlo inferiore delle tappezzerie, ondeggiava nei brandelli staccati e trasudava dalle macchie schifose, affiorate da tempo. E dalle pareti che erano state azzurre, verdi e gialle, ora inquadrate dai segni delle tramezze distrutte, veniva il soffio di quella vita, il soffio ostinato, pigro, ammuffito, che nessun vento aveva ancora disperso. C’erano in esso i mezzogiorni e le malattie e l’ultimo respiro e il fumo vecchio di anni e il sudore che gocciola sotto le ascelle e inzuppa i vestiti, e l’alito insipido delle bocche e l’odore di grappa dei piedi che fermentano. C’era l’acre dell’urina e il bruciato della fuliggine e il vapore grigio delle patate e il puzzo pesante e liscio dello strutto che diventa vecchio. C’era l’odore lungo e dolce dei lattanti trascurati e l’odore d’angoscia dei bambini che vanno a scuola, e l’afa dei letti dei ragazzi in pubertà. E molto s’era aggiunto dal basso, dall’abisso della strada che vaporava, e altro era colato dall’alto con la pioggia, che sulle città non è pulita. E qualcosa avevano portato i venti casalinghi, deboli, addomesticati, che restano sempre nella stessa strada, e c’era altro ancora, molto, di cui non si sapeva l’origine. Ho ben detto che erano stati demoliti tutti i muri, tranne l’ultimo? Di questo muro sto parlando. Si dirà che devo essere rimasto là davanti a lungo; ma giuro che mi sono messo a correre non appena ho riconosciuto quel muro. Perché questo è il terribile: che io lo abbia riconosciuto. Qui riconosco tutto, e perciò penetra subito in me: in me è di casa.
( … )

 
 
Rainer Maria Rilke
da Bibliothèque Nationale
I QUADERNI DI MALTE LAURIDS BRIGGE
Traduzione di Furio Jesi
Garzanti, 1974

 
 
Loca I: Poschinger strasse,1 di Giorgio Zampa
Loca II: Le città sottili. 3. Armilla di Italo Calvino
Loca III: Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini
 
 

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4 Responses to Loca IV: Qui riconosco tutto, e perciò penetra subito in me: in me è di casa. [ da “Bibliothèque Nationale” ]

  1. transit il 11 settembre 2009 alle 13:09

    Accade, d’improvviso, che le parole che abitano in questi uomini e tali donne, sgorgano dalle fonti e che la raccolta, l’incameramento del
    prezioso, fresco liquido, chiamato strocasete, incanalato per vie traverse e di silenzi non riconosciuti, si paurosi al cospetto di sè, venga fatta a monte: nel mistero fitto degli alberi e di una vegetazionerigogliosa, verde scuro verde chiaro, macchiata dalle perle di giochi di sole. Una macchia larga e col sottobosco, accorta, circospetta;poi, le parole fanno il loro passaggio nello stomaco,
    nelle viscere e nello sfintere; gli occhi sorridono e le lacrime
    sono esposte come belle fotografie in bianco e nero; e nell’anima sfilacciata, non la bocca adulta ma il substrato d’infanzia
    non dice, le belle parole, rovine semmai, se di parole dobbiamo parlare, ma scrive; scrive parole che di per sè non intaccano le faglie
    tettoniche nè l’andarivieni della vita nel suo fare e disfare e rifare che
    diventano, di passaggio in passaggio, sfrontata timida disarmante poesia.

  2. viola il 11 settembre 2009 alle 18:50

    Non ci sono trecento poeti.
    ciao Orsola, V.

  3. véronique vergé il 12 settembre 2009 alle 13:51

    “Io ho un poeta, sebbene io sia un povero”

    Io sono esiliato, ho un poeta, ho una lingua, una terra,
    una casa.
    Non ci sono trecento poeti in questa biblioteca.
    Ma l’ho trovato in un arco di tempo sospeso
    sul volto di una fanciulla,
    sono esiliato, cammino in Parigi e vedo sbattere contro
    i miei occhi volti della miseria, sono il povero con un libro nella tasca.

    Orsola, come mi ha fatto bene ritrovare questo brano!
    Parigi è una città disillusione per l’esiliato: ha il cuore freddo.

  4. […] da I QUADERNI DI MALTE LAURIDS BRIGGE […]



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