Il fondo dello stivale

28 settembre 2009
Pubblicato da

jolly_rosso

di Giuliano Santoro

La scena è avvenuta qualche giorno fa. Wim Wenders è arrivato da queste parti. Il regista cult è stato ingaggiato dall’amministrazione regionale per girare un film che racconterà la storia dei migranti kurdi sbarcati a Badolato, sulla costa ionica, e accolti nel bellissimo centro storico della città abbandonata dagli emigrati calabresi. Licenza poetica: Wenders ha deciso di girare la scena dello sbarco sulle spiagge tirreniche di Briatico, che si affacciano sulle acque cristalline a pochi chilometri da Tropea. Nel frattempo, sull’altra costa della punta dello stivale, quella senza i riflettori e il ciak del regista del cielo sopra Berlino, sbarcavano i migranti. Quelli veri.
Il gioco di specchi tra realtà e rappresentazione è utile per comprendere come mai le notizie sui mari avvelenati da fusti tossici non sfocino in ribellione sociale ma in mugugni rassegnati. Se fossimo antropologi ricaveremmo la soluzione dalla storia della regione: i calabresi non hanno mai percepito il mare come una «risorsa». Già nel passato il mare era percepito come una minaccia. La cultura dei calabresi è cultura di terra, come dimostrano le tradizioni gastronomiche a base di carni e peperoncino e non di pesce, e gli insediamenti arroccati sulla difensiva. Quindi, direbbe il nostro antropologo, non c’è da stupirsi se il fatalismo dei calabresi ha saputo smaltire persino le scorie nucleari.
Ma bisogna sapere che questa vicenda dei rifiuti tossici affonda nella materialità dei rapporti sociali contemporanei. Fossero confermate le parole di Francesco Fonti, il pentito che ha condotto gli inquirenti fino al mercantile con i bidoni tossici affondato al largo di Cetraro, scopriremmo che l’uomo che ha fatto da tramite tra lo Stato e la ‘ndrangheta per lo smaltimento delle scorie velenose negli anni ottanta è Riccardo Misasi, cioè il ministro democristiano e cosentino che ha dato un lavoro a migliaia di cittadini: i calabresi trovavano un impiego pubblico e investivano i primi risparmi per acquistare una casa nei condomini supereconomici della costa tirrenica, la stessa che da anni rimane deserta perché il mare, ogni giorno, dalle 12 alle 17, si trasforma in una distesa di schiuma bianca.
Il ciclo del cemento fa parte del riciclaggio del denaro sporco, e in tanti individuano una data precisa in cui collocare la sconfitta delle lotte contro la cementificazione: il 21 giugno 1980 venne ammazzato, mentre usciva dal consiglio comunale di Cetraro, Giovanni Losardo, amministratore comunista e strenuo oppositore delle speculazioni. Negli stessi anni, si esauriva l’esperienza di Felice Spingola, unico sindaco di Lotta continua d’Italia, eletto a Verbicaro, comune famoso per le lotte contadine e il vino rosso, arrampicato sulle montagne sopra la costa tirrenica, a pochi chilometri da Scalea. Ogni anno, nel mese di agosto, Scalea passa da 10 mila a 200 mila abitanti. Lo scenario si tinge di masochismo quando ci si ricorda che il feudo estivo di Misasi era a San Nicola Arcella, poco più a nord delle acque di Cetraro. Misasi, insomma, si sarebbe seppellito i veleni sotto casa. Lo dicono chiaramente Massimo Covello e Angelo Cotugno, segretari della Cgil di Calabria e Basilicata: «Sembra che nulla più nelle nostre regioni e nel Mezzogiorno intero sia ‘bene comune’, diritto universale ed inalienabile. Sembra che il ‘dio denaro’ abbia fatto saltare perfino i legami più profondi, fino ad accettare di avvelenare la propria casa. A tanto, ci permettiamo di dirlo, ha portato un modello politico, economico, sociale che sta dominando anche il nostro paese ed a cui, forse anche noi, la Cgil, non ci siamo opposti con adeguata convinzione, a partire dal Mezzogiorno».
Questo è il contesto. Buona parte della Calabria sopravvive all’interno di un sistema che rispecchia la capacità della mafia di essere arcaica o ipermoderna, a seconda delle convenienze all’interno di un modello di vita in cui convivono forme feudali di paura nei confronti dei potenti, cascami novecenteschi del meccanismo elettorale della prima repubblica e aspetti postmoderni di precarietà esistenziale. La generazione dei dipendenti pubblici ha lasciato in eredità ai figli – oltre alla fedeltà ai politici di turno – una misera rendita fatta di una casa da affittare a migranti o studenti fuorisede e di un appartamentino nei palazzoni sulla costa alla generazione successiva, quella dei disoccupati cronici. Il sistema del pubblico impiego di una volta cerca di rimodularsi sui flussi di denaro di oggi: i quattrini per le «zone arretrate» che arrivano dall’Unione europea sono serviti ad aprire capannoni abbandonati alla periferia dei capoluoghi e ad adescare gli operatori dei call center: rispondere al telefono e vendere qualcosa è il lavoro più gettonato dai neolaurati della regione che non sono ancora emigrati.
E quando l’amministrazione regionale di centrosinistra di Agazio Loiero ha sostituito il suo assessore al bilancio, il leader locale del Pd Nicola Adamo, coinvolto nelle indagini sull’impiego dei fondi europei, ha cercato di salvare la faccia affidandosi a Domenico Cersosimo, stimato economista esperto in «sviluppo locale» esterno dal giro dei partiti. Cersosimo si è inventato i «voucher», un singolare meccanismo per spendere i soldi Ue, che consiste nel distribuire ai giovani assegni, formalmente per finanziare viaggi all’estero o incoraggiare all’acquisto di computer. I «voucher» che cadono a pioggia sul territorio regionale sono una specie di reddito di povertà che l’Europa passa ad un territorio alla deriva, dopo aver spedito bastimenti carichi di morte da mandare a picco nelle acque calabresi.
Non è facile prendere atto di questa crisi sociale, tanto che i calabresi che sperano di scacciare via le scorie del clientelismo straccione semplicemente liberandosi delle «caste», come se queste fossero semplice sovrastruttura, hanno eletto a loro simbolo Luigi De Magistris, il pm che è stato allontanato dall’inchiesta «Why not» e che denuncia la nascita di un superclan massonico-mafioso a cavallo tra politica e criminalità organizzata. Ora De Magistris siede al parlamento europeo, e da Bruxelles proietta la sua aurea di vendicatore delle ingiustizie sull’imprenditore Pippo Callipo, l’uomo del tonno in scatola catanzarese che ha annunciato di voler scendere in campo alle elezioni regionali di marzo. Il candidato in pectore del Pdl è il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti. Anche la storia di Scopelliti è un emblematica, un miscuglio di realtà e rappresentazione. Da giovane era segretario dei giovani missini e qualcuno se lo ricorda fuggire dall’università di Arcavacata in una scena che ricorda i nazisti dell’Illonois di «The blues brothers». Poi è arrivato il tocco magico del berlusconismo che lo ha trasformato da reietto di provincia in presidente del consiglio regionale prima e in sindaco poi. Adesso, sempre a proposito di clientelismo, Scopelliti investe i soldi del benefit del governo, che ha battezzato Reggio Calabria «città metropolitana». Anni fa, in tempi non sospetti e prima che spuntassero Fabrizio Corona e il film «Videocracy», aveva pagato fior di quattrini all’agente delle veline Lele Mora per portare qualche concorrente del Grande Fratello a passeggiare sul lungomare.
Vanno controcorrente i ragazzi dei centri sociali cosentini che hanno preso a secchiate d’acqua i privatizzatori con lo slogan «Vendetevi anche questa», gli antirazzisti di Rosarno che cercano di rompere l’isolamento cui le cosche cercano di costringere gli africani che lavorano nei campi della Piana di Gioia Tauro, senza dimenticare l’ottima legge regionale sui rifugiati e le esperienze di accoglienza di Caulonia, Stignano e Riace. Ma i vecchi impelagati nelle clientele e i giovani aggrappati ai piccoli privilegi residui fotografano una società fatta a pezzi. La posta in palio delle prossime elezioni regionali è la cassaforte della sanità. Loiero ha allontanato dalla poltrona di assessore alla sanità Doris Lo Moro quando questa ha annunciato che non avrebbe pagato i 200 milioni di prestazioni sanitarie «fuori budget» reclamati dai laboratori medici, cioè da strutture private che lucrano senza rispettare i vincoli imposti dalla Regione. L’atomizzazione va oltre: si diffonde fino alle briciole. Il racconto di un intellettuale che ha accettato un incarico di assessore provinciale, nell’apprezzabile speranza di costruirsi un gioco di sponda con l’associazionismo diffuso, è sconfortante. Dovendo decidere come investire una certa somma, l’ingenuo professore ha convocato le associazioni e ha proposto loro un meccanismo partecipativo: «Scegliamo insieme cosa fare, pensiamo un grande progetto collettivo», ha detto loro. Ma ecco che, uno a uno, nei corridoi dell’assessorato gli esponenti delle associazioni hanno proposto sottovoce: «Dotto’, ma se ci date 500 euro a testa non è più facile?».

(versione ampliata di un articolo uscito su Carta, numero del 25 settembre)

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2 Responses to Il fondo dello stivale

  1. Salvatore Talia il 28 settembre 2009 alle 11:55

    “La posta in palio delle prossime elezioni regionali è la cassaforte della sanità”. Sulla situazione della sanità in Calabria vedi l’articolo di Jacopo Storni _La catastrofe degli ospedali calabri_, in “il manifesto” del 24 settembre 2009. Il pezzo è reperibile on line ancora per qualche giorno sul sito del quotidiano, all’indirizzo http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090924/pagina/15/pezzo/260711/

  2. Il fondo dello stivale - ScrittInediti il 29 settembre 2009 alle 00:03

    […] di Giuliano Santoro Fonte: Nazione Indiana (link all’articolo) […]



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