Nuovo cinema paraculo: Bastardi senza gloria

6 ottobre 2009
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inglorious-basterds2

di Piero Sorrentino

Sabato sera sono andato a vedere Inglorius Basterds di Quentin Tarantino, un film che non ho capito a partire dalla “e” della parola basterds del titolo (fino a quando un amico non mi ha spiegato che c’era una questione di diritti relativi al vecchio film di Castellari ecc.)
Di seguito, qualche paginetta di appunti non particolarmente ordinati sul film. Sconsigliatissime a chi non abbia ancora visto il film perché piene di spoiler.

a) Il metodo

Fin dalla sequenza di apertura, ho creduto di essere sul punto di non assistere a un film di Tarantino. Vedevo certe sequenze inedite, questo passo filmico lento, dilato; movimenti di macchina di grande estensione, campi lunghi, primi piani con controcampo nei dialoghi; senza nervosismo, senza fretta, il passo di chi è occupato a narrare e non ha la testa per pensare ad altro. Ma ecco, quel passo che mi sembrava mai visto, o visto solo pochissime volte nel suo cinema, quel raccontare ampio e circostanziato, svanisce con il primo movimento fuori asse, squadernato rispetto a quel ritmo pacato assunto fino a quel momento. È un movimento di macchina tutto sommato nemmeno troppo innovativo, o rivoluzionario, o avanguardista, o dirompente. E’ il momento in cui la MDP, dal piano del tavolo sul quale si trova l’inquadratura, scende a poco a poco: sotto il tavolo, all’altezza degli stivali del colonnello nazista, sotto gli stivali, all’altezza del pavimento, sotto il pavimento, all’altezza degli occhi sbarrati e terrorizzati della famiglia ebrea nascosta sotto le assi del pavimento. Da lì il film, fino alla scena successiva, si impenna in una sequenza à la Tarantino, senza dubbio. Quella tonalità eccitata e tragica delle Iene o di Pulp Fiction. E alla fine del film, quando le luci si accendono in sala, capisci che è il movimento unico e assoluto di tutto il film, il ritmo interno di ogni scena (il “bit”, lo chiamano gli sceneggiatori). Dopo due ore e quaranta minuti di proiezione, le conti e ti accorgi che sono poco più di dieci
macroscene, non di più, e ognuna di quelle macroscene è strutturata esattamente così: con una dilatazione eccessiva dei tempi, dei ritmi, dei movimenti; con un dialogato esasperante, che non sa cosa sia l’ellissi, che copre in tempo reale la durata effettiva del dialogo; per poi esplodere con un’accelerazione improvvisa, imprevista, dirompente che chiude la scena. Poi si passa alla successiva, e così daccapo. Interi quarti d’ora di dialoghi, particolari di panna montata nei piattini, strudel masticati in real time fino all’inghiottimento. Come Mira Sorvino che sta cinque minuti a lacerare il tenace involucro di plastica di un cd in Lulù on the bridge di Paul Auster. Solo che qui non te la cavi con cinque minuti.

b) La lingua

Il film va visto, assolutamente ed esclusivamente, in lingua originale coi sottotitoli. La questione linguistica è la questione regina di tutto il film. Bastardi senza gloria è un film sulla lingua e sul linguaggio. Nella sequenza d’apertura, il colonnello nazista Hans Landa (senza dubbio il personaggio meglio riuscito) usa un francese mellifluo, elegante, gentilissimo. Landa sembra Werner von Ebrennac del Silenzio del mare di Vercors. Compito, colto, educato ai limiti dell’affettazione. Quando passa all’inglese, si sposta su un terreno neutrale. Un confine comune. Non il tedesco dei nazisti, non il francese degli occupati. L’inglese è la lingua degli affari; o del “fare”. Una lingua sbrigativa ma non invadente, uno spazio dove si concretizza l’infame accordo: tu mi dici dove sono gli ebrei che nascondi, io risparmio te e la tua famiglia senza punirti. Quando si torna al francese, la lingua di Voltaire è diventata improvvisamente un’impostura, una spalata di biacca per coprire il volto truce dell’accordo in inglese. Copre. E uccide. Bastardi senza gloria è un film sugli equivoci della lingua. La lingua uccide, sembra dire Tarantino. Ci sono tre scene fondamentali in cui le incomprensioni, le storture, i mascheramenti, e gli smascheramenti, linguistici occupano un ruolo centrale. Della prima ho detto sopra. La seconda è la scena dell’osteria, dove anche il linguaggio non verbale, il linguaggio gestuale, si rivela una spia, un segnale. E’ ovviamente la scena del numero 3 fatto con le dita. “Tre bicchieri”, dice il Bastardo-Finto-Ufficiale-Nazista ordinando un nuovo giro di alcol. Ma fa un “3” americano (con indice medio e anulare sollevati), non un “3” tedesco (o italiano, se è per questo: pollice indice e medio alzati). E il Vero Ufficiale Nazista capisce.
La terza, all’interno del cinema, quando il tenente Raine e i restanti Bastardi vengono presentati al colonnello Landa come italiani (il secondo Bastardo viene presentato col nome di Antonio Margheriti, regista italiano nato nel 1930 con una sterminata filmografia di B-movie alle spalle, con titoli come I diafanoidi vengono da Marte, Là dove non batte il sole, I cacciatori del cobra d’oro, La morte viene dal pianeta Aytin). E anche qui, Landa, poliglotta impeccabile, attacca con un italiano arrugginito ma efficace per sgamare la menzogna, usando ancora una volta la lingua come strumento offensivo.

c) La sceneggiatura

Presenta due buchi difficilmente giustificabili.
1 – Perché Hans Landa, il perfetto Ufficiale Nazista, l’Uomo Nuovo di Hitler, il funzionario colto e raffinato che diventa freddo e spietato quando c’è in ballo la salute del Reich, passa di colpo nelle fila del nemico, vendendo addirittura tutta la catena di comando del Fuhrer agli Alleati?
2 – Come fa l’ultimo Bastardo sopravvissuto a trovarsi sul pulmino assieme al Tenente Raine, arrestato da Landa? Dove sono andati a pescarlo?

d) La violenza

Questione piuttosto lunga e complessa da affrontare. Provo a riassumerla così.
Il Nemico scelto da Tarantino è un Nemico facile. Trattasi del Male. Tranne che per il presidente iraniano e per qualche subnormale fascistello col busto di Mussolini in camera, tutti siamo d’accordo che il Nazismo è stato il Male, e che Hitler è stata, finora, la più perfettissima e compiutissima incarnazione umana del demonio mai presentatasi nella Storia. Bene. Ma la domanda è: Si può giocare a fare del male al Male?
Perché quello dei Bastardi è un gioco. Un megaflipper, un nascondino con il piombo, una Campana con i coltelli tra i denti. Non c’è strategia militare, dietro le loro azioni. Non c’è disegno politico o culturale. C’è il piacere di ammazzare i cattivi. Ma, mi chiedevo guardando la scena, che piacere – piacere filmico, piacere estetico, piacere narrativo – c’è a far saltare la testa a colpi di mazza da baseball a un nazista inerme e inoffensivo, che si rifiuta in maniera onorevole di rivelare le postazioni dei suoi compagni? Quando il personaggio soprannominato L’Orso Ebreo fa scivolare il legno della mazza sulla tempia del militare inginocchiato, e quando prende lo slancio per rompergli l’osso parietale, e quando in un tripudio di sangue e materia cerebrale esplosa l’Orso Ebreo, esaltato come se avesse tirato tre piste di cocaina, urla a un immaginario pubblico “Fuoricampo!”, come se la testa del nazista fosse stata una palla da baseball, ma non lo era, era la testa di un uomo che, nonostante fosse un uomo vergognoso, vile, spietato non meritava quella morte atroce…quando succedeva tutto questo, voi da che parte stavate?
“Guardando Giglio infranto di Griffith è normale e inevitabile piangere”, ha detto Gilles Deleuze. Per la prima volta, la sofferenza di un personaggio in un film di Tarantino, nonostante fosse una pedina del Male, mi ha mosso a compassione. In Bastardi senza gloria non ho visto nemmeno per mezzo fotogramma la catarsi della violenza attraverso l’ironia di Pulp Fiction o delle Iene; non ho trovato la fumettizzazione pop di Kill Bill; né ho registrato gli incredibili (alla lettera: non credibili) eccessi del pessimo Grindhouse. Per la prima volta, la violenza in un film di Tarantino mi ha dato un brivido, un brivido puro, umano. Etico, direi.
Ed è un terribile punto a sfavore del film, forse, tra i tanti, il più grande.

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59 Responses to Nuovo cinema paraculo: Bastardi senza gloria

  1. MissVengeance il 6 ottobre 2009 alle 11:17

    c)
    1 – Sono trascorsi almeno 3 anni dalla prima scena a quella finale (tant’è che se all’inizio Landa ama il suo soprannome “The jewhunter, parlando col tenente Raine lo rinnega definendosi semplicemente un investigatore che per un certo periodo ha cercato ebrei). Hitler nel ’44 era alla frutta e Landa ha optato per fare i suoi interessi e salvarsi il culo pittosto che affondare con tutta la nave.
    2 – era di guardia fuori dal cinema?

  2. sebastian76 il 6 ottobre 2009 alle 11:38

    Ho visto il film ieri sera e lo sto ancora ruminando e mi limito a una sola osservazione sulla plausibilità della sceneggiatura. Hans Landa si dichiara sin dall’inizio un professionista dell’indagine, che le circostanze hanno portato a dare la caccia agli ebrei per conto di Hitler. Nella prima macroscena racconta esplicitamente al contadino francese che i nazisti sono andati a cercarlo espressamente in Austria a causa del suo talento. Conscio della piega che sta prendendo la guerra, Landa si cerca un altro padrone. Insomma uno non tanto diverso dai molti volonterosi carnefici di Hitler o dai molti professionisti del male che nei film western e nei noir cambiano casacca quando le cose per il loro padrone voltano al peggio. Oppure un emulo di Werner von Braun che passò dalle V2 su Londra alle missioni Apollo.

    Mi pare invece strano dal punto di vista della credibilità della sceneggiatura che il cinema dove si proietta il film non sia presidiato dai nazisti e che il proiezionista riesca senza intoppo a bloccare le uscite.

    Comunque grazie per gli spunti preziosi del tuo articolo

    Sebastian

  3. andrea margiotta il 6 ottobre 2009 alle 11:42

    Ottima analisi nei punti a, b, c …
    Su a – anche io ho avuto la stessa impressione: all’inizio, non pareva proprio un film di Tarantino e, in apertura, mi è sembrato anche che Quentin citasse una scena di “C’era una volta il west”, solo che non arriva Henry Fonda e la sua banda ma i nazisti …
    Tuttavia, proprio questa sorpresa e questa inedita lentezza, e un campo-controcampo classico, accrescevano il fascino creando un orizzonte d’attesa …
    Ricorderei anche il notevole lavoro sulla suspence nella scena della Prima al cinema …
    Sul punto d – non ho avuto la stessa reazione: in Tarantino la violenza è sempre accompagnata da un’ironia che la svuota un po’ di gravezza e, secondo me, c’era anche qui: come dire: ragazzi è finzione pulp, come certi giochi dei bambini o come nei fumetti …
    Ad ogni modo, mi piace la sua libertà nel presentare, ad esempio, l’amante di Goebels con una divagazione erotica un po’ rude ma efficace, con un procedimento tipicamente fumettistico …
    Il film, complessivamente, mi è piaciuto e il lungo tempo di durata è scivolato via molto più che in un altro – italiano – visto la sera prima, di simile durata …

  4. DarkWood il 6 ottobre 2009 alle 12:36

    caro sorrentino non sono troppo d’accordo su un paio di idee, ma è un bellissimo modo per parlare di cinema, questo… complimenti.

  5. robugliani il 6 ottobre 2009 alle 13:04

    A mio modesto parere: Tarantino è l’esempio perfetto di ciò che un cinéphile non dovrebbe mai diventare. Perché? Perché il cinema non è il deus ex machina dell’automa storia, è (solo) un’arte meravigliosa. E non lo dico solo per l’escamotage filmico di far ammazzare Hitler e il suo staff alla proiezione (guarda caso) di un film. Ma per la non considerazione che Tarantino dimostra di avere della storia (drammatica) europea tra il 1940 e il 1945. E’ questa “pecca” culturale è tipica di molta cultura statunitense. L’operazione di Tarantino consiste in un appiattimento culturale della tragedia europea, ha trasformato la seconda guerra mondiale in uno scontro visionario tra sioux yanquee di natali ebrei e nazisti (i nuovi cow boys?). E ha ridotto ulteriormente la complessità di fattori che hanno portato al conflitto bellico in una sorta di guerra manichea tra ebrei e nazisti. Anche la figura kitsch del soldato giocatore di baseball che spacca la testa ai nazisti fa parte di questa sotto-cultura. Inoltre, nel film vi è una troppo facile equivalenza tra Gestapo e Wehrmacht, ogni soldatino tedesco viene dipinto come nazista. Insomma, mi è sembrato di vedere in questo Tarantino (per quanto riguarda la dicotomia manichea Bene vs Male) una certa ideologia propria anche del peggior John Ford, quella dell'”arrivano i nostri”.
    Detto questo, nel film vi sono anche scene molto belle, come quella che si svolge nel pub tra le due tavolate di soldati tedeschi (nazisti tout court?) e di basterds.

  6. Marco Candida il 6 ottobre 2009 alle 13:14

    Si’, Piero, hai un po’ ripreso, specie nell’ultimo punto, quello che dicevo anch’io qui:

    http://delcinema.it/recensioni/2009-09/recensione_bastardi_senza_gloria.php

    • piero sorrentino il 6 ottobre 2009 alle 13:29

      ciao Marco, non ho propriamente “ripreso”, visto che l’ho letto solo adesso: ma la consonanza relativa a quel pezzo del film mi sembra una bella cosa.

  7. mario il 6 ottobre 2009 alle 13:20

    subnormale fascistello con il busto di mussolini in camera? è scritto nell’ artiiolo…

    ma qui si parla nientemeno che della attuale classe dirigente italiana!Crede te forse che l’ onorevole Ciarrapico non abbia il busto di Mussolini in camera?
    quando la troupe di Annozero è andata a intervistare Vittorio Feltri sulla sua scrivania campeggiava proprio un busto del Duce!

  8. mario il 6 ottobre 2009 alle 13:26

    quando l’ orso ebreo giustamente spaccava la testa del nazista io stavo dalla parte dell’ orso ebreo. Senza se e senza ma.

  9. Luciano Mazziotta il 6 ottobre 2009 alle 14:01

    Devo dire che io l’ho trovato intelligente, almeno nella trama. Ci sono due blocchi contrapposti, ed i “cattivi” sono ben individuati, senza necessità di “memoria condivisa”. I nazisti sono stereotipati, rappresentano il male, muoiono in modo ridicolo. Non ho visto nessuno spettatore in preda ad un attacco di pietà, e questo mi fa pensare molto all’italia contemporanea, dove si dice:”non esistono morti di serie A e morti di serie B”…Tarantino – per quanto poco ne capisca io di scenografia, di tecniche della rappresentazione – ha reso invece in modo ottimo la differenza tra la morte di un non-nazista e quella di un nazista: quando morivano i nazisti, al cinema il pubblico rideva. E’ sadico certo, ma è la storia. “Vuoi dire che non vale la pena sacrificare dieci dei nostri per ogni colpo che diamo al nemico” “Sono – disse Enne 2 – da una parte dieci uomini e dall’altra un cane. Dobbiamo fare di più”, scriveva Elio Vittorini in Uomini e no…ed ecco oggi finalmente un pò di cinema in cui si afferma la non umanità dei nazisti: dovremmo farne tesoro, fare un “bastardi senza gloria” all’italiana, sostituendo i Nazisti con i Repubblichini. Tanto gli uni, quanto gli altri non uomini (secondo i miei modesti principi etici)

  10. andrea inglese il 6 ottobre 2009 alle 14:33

    Bella analisi. Che mi sollecita qualche osservzione. Il film l’ho visto ieri sera. Non in lingua originale, perché in italia tutto viene doppiato, nel caso la gente se la prendesse a male sentendo parlare in lingue non autoctone. E pazienza.

    In estrema sintesi: la violenza splatter di Tarantino mi ripugna e anche mi annoia. Lo trovo il suo limite maggiore, il suo lato regressivo.
    Però, in virtù degli scoppi di violenza da sparatoria western, Tarantino è anche uno dei migliori registi viventi: le sue macrosequenza sono straordinarie, e valgono ogni volta la visione dei suoi film anche peggiori.
    La macrosequenza della taverna – in foto qui sopra – è ancora superiore a quella prima citata da Piero, perché più complessa e lunga.
    Ma questo è sempre stata la grandezza di Tarantino: io lo chiamerei “effetto elastico”. Il ritmo lento, non è un ritmo lento ad esempio alla Kubrick, qui sai bene che ci sarà alla fine la prevedibilissima sparatoria finale o una sua scena equivalente. Ed è proprio questo a rendere insopportabile e affascinante la dilatazione. Che è una progressiva tensione costituita quasi interamente sul dialogo. Nella macroscena della taverna, uno si aspetta che tutto si calmi davvero o tutto esploda davvero almeno tre o quattro volte, e invece nulla accade, ma la tensione sale incredibilmente ancora di qualche grado.

  11. andrea inglese il 6 ottobre 2009 alle 14:36

    Ho scritto macrosequenza, ma a torto. Wells e Kubrick sono gli inarrivabili maestri delle macroscene che sono anche macrosequenze. Tarantino ci si avvicina, a volte, ma le macroscene implicano più spesso un fitto lavoro di montaggio.

  12. Giovanni Catalano il 6 ottobre 2009 alle 14:50

    Un film molto bello.
    Siamo lontani dai capolavori assoluti di QT ma è sicuramente un ottimo film. Post-moderno nella sua babele di citazionismi e nella iper-cinematograficità di ogni sequenza, trovo molto interessante la riflessione sul linguaggio e sul doppiaggio, in fondo è quasi sempre colpa delle parole (o dei numeri) ma non cercherei altri messaggi espliciti su ciò che è bene e ciò che è male, o peggio sul male minore.

    E’ un film non una seria, lucida, profonda analisi o sintesi (fanta-)storica. Non ha questo target anche se per noi italiani tutto è stato ed è fin troppo tragicamente vicino e reale per permettere che ci possa NON essere un messaggio culturale di questo tipo.

    Un film divertente in cui si gode ad ogni scalpo della vendetta ebrea e del sadismo di bastardi che uccidono per il gusto di uccidere altri bastardi e non per un ideale. Senza sensi di colpa, loro. E noi che siamo “solo” spettatori?

  13. Fabrizio il 6 ottobre 2009 alle 15:23

    Per tornare alla questione “mazza da baseball”, che effettivamente è istruttiva. Non commento riguardo alla “non umanità” dei nazisti (che dovrebbe al caso farci riflettere sulla “non umanità” degli uomini) “Strana pietà” (Azucena, Atto secondo) invece quella di Sorrentino. Perché invece a mio parere è come se Tarantino dicesse: si, è vergognoso eccitarsi per questa scena e tifare per l’Orso Ebreo, o semplicemente divertirsi (ma perché diverte?), insomma provare tutti questi sentimenti ambigui e malsani – ma ragazzi, questo è quello che fa il cinema, quando diventa un meccanismo perfetto e inesorabile. Macchina automatica che ti cambia la Storia come farebbero dei bambini che giocano ai soldatini e tu, poco o tanto, ci credi, o comunque stai seduto buono buono nel cinema fino alla parola fine, a subire la tortura deliziosa della dilatazione e del restringimento, della suspence, della sorpresa e via dicendo. La stessa tortura che lui medesimo subisce dai suoi materiali che lo ingorgano e lo esaltano, e che atleticamente deve dominare per stiparne le sue pellicole, calettandoli al millimetro e con maestria effettivamente di prim’ordine. Ma il rapporto coi suoi materiali è simile a quello, a mio parere, che aveva un Warhol nei confronti dei suoi loghi, delle sue merci e icone mediatiche. Un rapporto sommamente ambiguo, ma che ci vuole immergere totalmente, senza se e senza ma, nella densità abissale di quella merce, anche se nel suo strascinamento la macchina inevitabilmente finisce per inciampare in un signifcato, in significati, diciamo simbolici, anche magari importanti (come si disse per The Bride in Kill Bill, ecc.)… In questo film secondo me c’è Tarantino allo stato grezzo, e il procedimento che ho cercato di spiegare sopra si dispiega nel modo (appunto) più meccanico possibile, senza quell’inquietudine stridente anche nel’ironia e il respiro diciamo pure “epico” delle Iene e di Pulp Fiction (già, l’epica era là, non in questo film: definire in che consisteva, tuttavia, è un bel problema).

  14. Baldrus il 6 ottobre 2009 alle 15:31

    Non avevo notato la storpiatura “basterds”, che conferisce una imbarazzante sfumatura alla Lino Banfi!

    Cmq ho letto la parola “splatter”. Tarantino usa certamente lo splatter, anche se non si ferma all’interno del genere. Lo splatter statisticamente interessa soprattutto i giovanissimi, gli adolescenti e i postadolescenti, perché si aggancia a una ricerca veloce ed estrema sul proprio corpo, che a quell’età è oggetto di scoperta anche tormentata e conflittuale; vedere gli squartamenti, la fuoriuscita degli organi interni ecc significa smembrare la propria stessa ricerca, talvolta il proprio tormento. Poi il gusto rimane in taluni, soprattutto in chi – come per certi aspetti il sottoscritto – continua ad avere un imprinting post-adolescenziale. Vedere scene splatter oggi mi diverte e mi fa ridere. Ovviamente la risata è spesso una difesa, proprio come il disgusto e la nausea.

    Tarantino è bravo a usare lo splatter, ma lo supera con riferimenti a estetismi trash anche molto sofisticati, che rimandano al cosiddetto exploitation:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Film_d'exploitation

    Questo per dire che non si può guardare un film di Tarantino pensando a tematiche morali sull’omicidio, che un nazista è pur sempre un essere umano ecc. O meglio, si può, si può tutto, ma se si deve avere questo approccio è meglio occuparsi d’altro, perché sfugge il filtro estetico-ironico-assurdo che lo caratterizza.

    Proprio questo mi sembra il punto della recensione (che ho trovato interessante, tra l’altro, proprio per il taglio di appunti, osservazioni) di Sorrentino, quando scrive:

    “In Bastardi senza gloria non ho visto nemmeno per mezzo fotogramma la catarsi della violenza attraverso l’ironia di Pulp Fiction o delle Iene; non ho trovato la fumettizzazione pop di Kill Bill; né ho registrato gli incredibili (alla lettera: non credibili) eccessi del pessimo Grindhouse.”

    Mi fa pensare – temere – che Tarantino abbia sbagliato qualcosa, che i suoi filtri exploitation non abbiano funzionato. Andrò a vederlo, quindi, con qualche preoccupazione in più – anche per l’inveterata abitudine italiana al doppiaggio selvaggio.

  15. robugliani il 6 ottobre 2009 alle 16:25

    Il postmoderno è stato l’apoteosi del relativismo. E se tutto è relativo, non esiste alcuna verità. Tarantino è il canto del cigno del postmoderno, ma il postmoderno mai è stato una categoria storica. Semmai dello spirito.

  16. And il 6 ottobre 2009 alle 17:35

    Ho visto il film sabato è mi è piaciuto molto, ha una tale tensione che riesce a non farti pesare le quasi tre ore di durata, anzi, ti appassiona sempre di più perché – anche se hai già letto la trama – vuoi davvero sapere come andrà a finire e che fine faranno i personaggi.
    A robugliani vorrei chiedere cosa intende quandi parla della “non considerazione che Tarantino dimostra di avere della storia (drammatica) europea tra il 1940 e il 1945”. Beh, e con questo? Vogliamo parlare della melensa e ridicola operazione sulla Shoah che ne ha tratto Benigni con La vita è bella? Che male c’è , dico io, a far vedere Hitler e Goebbels crivellati di colpi? Non è certo un film storico alla maniera dell’ultimo Rossellini o filologicamente puntiglioso come il Barry Lyndon di Kubrik. Ma pensi davvero che a Tarantino interessino i fattori che hanno portato al conflitto bellico? Il regista è un cinefilo che ha fatto un film fumettistico appassionante, ma pur sempre fumettistico, infarcendolo di citazioni dai film di allora con Chaplin, Marlene Dietrich e Leni Riefensthal (Pizzo Palù ecc. ecc.) Pensa solo alla scena di fanta-geo politica in cui compare il personaggio di Ed Fenech, un nome che è tutto un programma…..concordo in pieno con baldrus quando dice che nn si può guardare un film di tarantino pensando a tematiche morali – anch’io all’inizio ne avevo, poi ho visto il film e sono svanite all’istantedalla prima inquadratura. Insomma: lasciate stare la storia vera, questo è puro divertimento. E puro cinema.

  17. lorenzo galbiati il 6 ottobre 2009 alle 18:18

    Personalmente, non condivido la maggior parte dei rilievi di Sorrentino al film, che secondo me

    (che non sono un vero fan di Tarantino: tutti ben fatti i suoi film e apprezzabili, ma per es. Jackie Brown mancava di humour e mi ha un po’ annoiato, mentre Kill Bill era piacevole ma era solo d’azione e senza dialoghi succosi: un po’ senz’anima)

    è un grande film, paragonabile solo a Pulp Fiction, sia per il metodo usato sia per il risultato artistico – lo dico da appassionato di cinema, non da esperto.

    Sul punto primo:
    “le conti e ti accorgi che sono poco più di dieci
    macroscene, non di più, e ognuna di quelle macroscene è strutturata esattamente così: con una dilatazione eccessiva dei tempi, dei ritmi, dei movimenti; con un dialogato esasperante, che non sa cosa sia l’ellissi, che copre in tempo reale la durata effettiva del dialogo;”

    Mi pare che qui si evidenzi come fatto strano ciò che a me sembra uno dei marchi di fabbrica di Tarantino: i dialoghi dilatati e in tempo reale, come quelli di Pulp Fiction tra Travolta e Jackson.

    “per poi esplodere con un’accelerazione improvvisa, imprevista, dirompente che chiude la scena. Poi si passa alla successiva, e così daccapo. Interi quarti d’ora di dialoghi, particolari di panna montata nei piattini, strudel masticati in real time fino all’inghiottimento.”
    Qui riconosco che la divisione tra dialoghi e azione in questo film è spesso più marcata che in Pulp Fiction, ma non mi sembra strano, così come i dettagli nei dialoghi, in questo caso culinari, che distraggono: succedeva lo stesso in Pulp Fiction. Di nuovo: mi sembra si stia sottolineando e criticando quello che in realtà è un marchio di fabbrica del cinema più riuscito di Tarantino.

    Sul punto b non ho nulla da eccepire.

    Sul punto terzo (c)
    Credo che il primo non sia un vero buco di scenegiatura per quanto già evidenziato da sebastian76: Landa era più uno Scherlock Holmes (vedasi la pipa) che un fanatico nazista.
    Il secondo buco di sceneggiatura non mi sembra significativo.

    Sulla violenza.
    Se prendo sul serio l’idea che il nazismo sia il Male e Hitler la sua migliore personificazione, dovrei dire che io non sono d’accordo, e non perchè pensi a qualcos’altro di più maligno, ma perchè dissento dal voler calare nella storia l’idea di Male assoluto.
    Cmq, partendo dal presupposto che per molti sia così, mi sembra evidente che Tarantino non sia interessato al discorso etico e quindi presenti soltanto un gruppo di persone che insegue una vendetta, come praticamente succede in ogni suo film. La politica non c’entra niente, e neanche il razzismo. Qui si tratta di vendetta. Puro piacere nella vendetta: è la specialità di Tarantino, tanto più riuscita quanto più i personaggi sono comici.
    Quindi è ottima l’idea dell’Orso ebreo con la mazza da baseball.
    Da che parte stavo io in quella scena?
    Da nessuna.
    E comunque anche se si provasse compassione per il nazista, che male c’è? E’ un uomo come gli altri. Qui non c’è nessun messaggio politico, quindi proprio non concepisco non tanto la compassione provata da Sorrentino quanto il suo turbamento per essa. Se volessimo fare un discorso politico, per esempio, credo non farebbe male ricordare più spesso i civili italiani tedeschi e giapponesi morti sotto i bombardamenti statunitensi mirati alle città. Ma ripeto qui la politica non c’entra.
    Inoltre nel film l’unico sentimento di pietà ce l’ha avuto Shosanna, non certo un tedesco.
    Peraltro: mi sfugge semmai il motivo per cui Landa ammazza – e in quel modo – l’attrice tedesca. Forse proprio per farci vedere quanto possa essere animale un uomo raffinato come lui, in quanto nazista? Sarà, ma non ne ho colto la necessità di quell’assassinio. M’è sfuggito qualcosa, forse.

    Sulla violenza, comunque concordo con Sorrentino sul fatto che qui sia mostrata in modo più esplicito e senza ironia. A me hanno dato fastidio gli scalpi, e la inquadratura finale dell’incisione della svastica, che mi è sembrata gratuita.

  18. Marco Aragno il 6 ottobre 2009 alle 18:52

    Non so se sia utile riflettere sulla credibilità storiografica dell’operazione tarantiniana. Tarantino non ha mai avuto la pretesa di conferire ai suoi film una patina di plausibilità storica, né tantomeno di valore etico e morale. Nei suoi film accade che un Hitler goffo e ridanciano muore crivellato dai proiettili, mentre un gruppo di Ebrei -Apaches porta gli scalpi dei nemici alla cintura ed ammazza con una ferocia ed una spietatezza superiore a quella dei Nazisti stessi. Fa parte del gioco del cinema, della finzione artistica.

    Aggiungo due considerazioni veloci sul cinema tarantiniano:

    1) Come in Kill Bill ritorna il tema della vendetta.
    2) La dilatazione dei tempi della scena – come quella dell’Orso Ebreo con primi piani progressivi – è chiaramente mutuata dal cinema di S.Leone, al quale lo stesso Tarantino ha dichiarato più volte di ispirarsi.

  19. sebastian76 il 6 ottobre 2009 alle 19:12

    Credo che l’uccisione dell’attrice tedesca solletichi la vanità intellettuale dello Sherlock Holmes austriaco, che vuole ribadire la sua implacabilità nello scoprire le trame e nel portare a termine i suoi lavori, sia che si tratti di scovare e uccidere ebrei nascosti e sia che riguardi stanare una traditrice, la cui vicenda richiede una conclusione fatale, come accade a tutti coloro che sono oggetti delle sue indagini. Inoltre l’attrice non ha alcun valore nel suo progetto di passare agli Americani.

    Ieri sera, all’ultimo spettacolo al Nuovo Romano di Torino, la svastica scolpita sulla fronte di Landa è stata salutata da un applauso in sala, Forse è stato un gesto di scherno nei confronti di Landa, forse è stato lo sfogo di un senso di liberazione di tipo morale, perché se il criminale nazista sfugge alla punizione, l’essere stato criminale nazista lo accompagnerà per tutta la vita e rimarrà il suo elemento essenziale di identità. (Ce lo hai scritto in fronte, si dice) A me rimane il dubbio che aldilà dei sacrosanti filtri estetici ironico-assurdi, aldilà della ostentazione fine a se stessa della violenza, aldilà della onnivora pulsione postmoderna a assimilare e riutilizzare tutto, un substrato di intenzione morale emerga qua e là in questo film.

  20. Marcello il 6 ottobre 2009 alle 20:25

    Come in ogni film americano ambientato nella seconda guerra mondiale, in questo film emerge che:

    A) I tedeschi sono gli unici malvagi (da noi si dice “hanno la cazzimma”).
    Tedesco=nazista. Nessun tedesco del film è mosso da pietà, nemmeno il giovane eroe innamorato. I tedeschi, inoltre, sono traditori (si veda il finale). Il personaggio di Hitler, sembra uno stupido. E’ possibile che uno stupido abbia conquistato mezza Europa? E, poi, quel suo gigantesco ritratto alla Luigi XIV, cosa sta a significare?

    B) Gli americani sono furbi, scaltri, giusti, coraggiosi: insomma superuomini.
    Mi domando: il togliere gli scalpi rappresenta una continuità con la tradizione dei guerrieri indiani? Ma a Tarantino qualcuno ha spiegato che gli indiani d’america non hanno nulla a che fare con gli americani (dai quali tra l’altro sono stati massacrati con ferocia non inferiore di quella con cui furono uccisi gli ebrei). Purtroppo quando un popolo non ha storia, non ha tradizione, deve prendere simboli di altre genti.
    La scena della mazza da baseball cosa voleva essere? La dimostrazione di superiorità fisica, ma soprattutto culturale inflitta ad un tedesco? Come dire “Hey, io sono americano, ti ammazzo con una mazza da baseball.” Ergo, se i bastardi erano napoletani avrebbero debellato le ss a colpi di capricciosa e marinara…

    Qualcuno potrebbe obbiettare dicendo che questa è una costruzione postmoderna, a Tarantino non interessa la verità. Ma a Tarantino non interessa nemmeno la credibilità, che sta alla base di ogni opera artistica. Di questo film ho apprezzato le citazioni, i dialoghi e le inquadrature, ma vedendolo ho capito che i tempi di “Pulp Fiction” e delle “Iene” (veri capolavori) sono belli che andati.

    • gianni biondillo il 7 ottobre 2009 alle 00:56

      Ad essere precisi, Marcello, i primi a scalpare furono i coloni bianchi. Poi gli indiani si adattarono alle nuove tentenze della moda guerresca. Insomma, è proprio crudele farina del loro sacco americano, quello dello scalpo.

  21. gianni biondillo il 7 ottobre 2009 alle 00:47

    Uaglio’, Pierino, ma come cazzo scrivi bene! ;-)

  22. Paul Olden il 7 ottobre 2009 alle 00:55
  23. sil il 7 ottobre 2009 alle 01:58

    Partiamo dal fatto che non l’ho ancora visto. Quindi le critiche formali non le discuterò.
    … Read more
    Però: mi sembra inutile se non stupido cercare l’etica nei film di Tarantino. E tutti i discorsi sul postmoderno e il postmodernismo che fine fanno? Non è che se per qualcuno finisce allora finisce per tutti, eh. Non penso affatto che T. rappresenti il “canto del cigno del postmodernismo”, tuttaltro… c’è dentro con tutte le scarpe, lo dimostra la trama stessa di questo benedetto film, e, da quel che ho letto, anche il resto.
    Insomma, io sono stata male pure durante la visione delle Iene, la tortura del poliziotto non è mica una scena eticamente corretta nè particolarmente divertente. Ma, toh, non c’era in ballo il nazismo, e allora ci si incazza meno.
    Ho capito che c’entra poco il nazismo e molto la pietà umana, in questo discorso: ma non fila lo stesso. Non mi pare che una scena come quella descritta si discosti molto dalle altre tarantinate. E allora qual è il problema?

    PS per Marcello.
    La credibilità è alla base di ogni opera artistica? Allora dovremmo cassare una bella fetta di quella che è in svariati canoni artistici, scusa…

  24. sil il 7 ottobre 2009 alle 01:59

    (no, il “read more” non c’entra. pardon)

  25. francesco pecoraro il 7 ottobre 2009 alle 08:36

    fase barocca di tarantino, quando la decorazione si fa struttura e dunque il parlato, già molto dilatato in Pulp finction, si dilata ulteriormente e l’azione si comprime al massimo, come risoluzione tellurica, istantanea, della tensione accumulatasi durante i lunghissimi dialoghi.
    il rapporto di dominanza viene per così dire messo in scena tra persone che parlano sedute a tavolini: ho trovato che i basterds nel film potrebbero pure non starci, tanto è marginale e poco funzionale il loro ruolo nella vicenda.
    alla lunga è noioso.
    film intelligente, noioso-con-lampi.

  26. Improduttivo il 7 ottobre 2009 alle 11:46

    Non so, io l’umanità (la complessità psicologica) l’ho vista tutta da parte dei soldati tedeschi (Hitler escluso), dal cecchino che ha ucciso 200 uomini e che davanti alla visione cinematografica di quello che ha fatto ha un momento di sconforto e disgusto, al prigioniero ucciso a mazzate (io ho provato un moto di pietà), fino alla disgustosa scena dell’esecuzione di massa nel cinema, quello sì un vero e proprio eccidio nazista (quello che in alcuni paesini dell’Italia i soldati in ritirata si divertivano a fare).
    I veri nazisti sono gli ebrei-americani in questo film, sono stupidi, spietati e con un senso di “giustizia infinita” (il marchio sulla fronte a perenne memoria, anche sui soldati che sono probabilmente costretti a finire al fronte, pena la vita) che è disgustoso. Non è un caso che alla fine Hans Landa, il poliglotta pieno di sé che uccide l’attrice dopo aver deciso di passare dalla sua parte solo per sottolineare che i metodi delle due parti sono le stesse, tenti di passare dalla parte del nemico.

    Un film che al di là della fattura molto buona, mi dice che la “vendetta ebraica” è qualcosa che si inerisce bene nell’immaginario nazi-pop.

  27. beppe sebaste il 7 ottobre 2009 alle 23:32

    non ho letto i commenti. ma mi sembra che l’autore del pezzo abba visto un altro film ds quello che ho visto io. a parte che mi è piaciuto molto, moltissimo, la musica western all’inizio era tarantino puro, anche per un cieco. tarantino dall’inizio alla fine, ma migliore di ogni suo altro film. e la trovata che si può cambiare la Storia im una narrazione, che si può infrangere il tabù dela fedeltà ai fatti, insomma che si può ammazzare hitler con una raffica interminabile di mitra, oltre a farlo esplodere, è assolutamente geniale. una prima volta. da ricordarsi.

  28. lotario il 8 ottobre 2009 alle 02:22

    Storie parallele lasciate cadere, citazioni ai macaroni kombat sparpagliate senza costrutto, come giustapposte agli invece (e immancabilmente) grandi
    dialoghi tarantiniani. Applauso strappato alla fine (che fastidio gli ammiccamenti al pubblico), nazisti scemi e cattivoni uh che risate, effetto catarsi garantito, assumere dopo i pasti.
    Non lo so, non mi ha convinto. Manca una bella scena tesa e indimenticabile (come lo è la prima) che dipinga i bastardi, che invece sono solo didascalicamente detti e mai visti agire (escludendo la scena della mazza da baseball, che a me è parsa solo un’altra farsa con la risata a comando alla fine, con l’ultimo soldato che parla sollecito).
    La prima parte della scena finale nel teatro fa sinceramente cagare: la scenetta dei finti siculi è una bambinata (non solo in sé, ma perché stride con un personaggio così realistico e disturbante come Landa, e tutto il film soffre di questo contrasto, del resto), i nomìni in sovraimpressione dei gerarchi non c’entrano niente (e si fatica ad accettarla come una tarantinata).
    E la scena della resa dei conti fra Shosanna e Landa? Dov’è? Troppa carne al fuoco?
    Questo film soffre della stessa malattia di Burn After Reading dei Coen, stare sempre sopra le righe dopo un pò diventa monotono come qualsiasi altra cosa.

    Poi, vabbè, il tocco di QT sulla macchina da presa non si discute… nemmeno in Death Proof…

  29. sebastian76 il 8 ottobre 2009 alle 11:14

    Tarantino fa un film con due trame (quella dei Basterds e quella di Shosanna) che si intersecano solo nella seconda parte del film, avendo in comune un luogo (il cinema), un persornaggio (Landa), lo scopo (la vendetta degli ebrei sui nazisti). Ma i personaggi di una trama non sanno nulla dell’altra e neppure Landa, che pure si pavoneggia della sua scaltrezza, capisce che entrambe scorrono nei momenti decisivi. Addirittura è la trama in apparenza di minor peso (senza i divi da copertina, senza il titolo del film, senza il battage pubblicitario, senza citazioni nei trailer) a essere decisiva e a correre al suo compimento senza essere scoperta. Il mondo è ovviamente molto più complicato di quello che pensiamo e mentre ci sembra di possederlo saldamente dominando la partita che stiamo giocando, attorno, sotto, sopra a noi se ne giocano infinite altre, altrettanto se non più decisiva per noi e per i nostri esiti. E credo che la resa dei conti tra Shosanna (accidenti che bel nome) e Landa ci sia, sta nella suprema scaltrezza di Landa in tutto e per tutto superata dal semplice e letale intrigo di Shosanna.

  30. lotario il 8 ottobre 2009 alle 12:09

    Ci può anche stare (e d’accordo sul nome di Shosanna), ma si perde nella narrazione dell’altro filone, per me funziona poco. Ma d’altronde (e smentendomi, in effetti) non è la continuità espressiva e di contenuto ciò che ci si aspetta da Tarantino: lui non solo non la ricerca, anzi, tenta di scardinarne le regole. Solo che a volte l’esperimento riesce, a volte no. La scenetta dei siciliani, per esempio, è un tentativo (per me) non riuscito di far scontrare i due opposti universi, quello inquietantemente realistico del nazismo (con dietro tutte le serissime e seriose rappresentazioni che ci fa venire in mente, da Schindler’s List in giù), e quello picaresco-macchiettistico dei bastardi (presi, assieme a, praticamente, l’Hitler di Charlot, da un immaginario strampalato di film d’azione da quattro soldi), in una maniera che doveva forse risultare comica. E’ la cifra di tutto il film, e va preso così com’è: discontinuo, ondivago, combattuto fra gli omaggi a Sergio Leone e le cazzatone a violenza gratuita che fanno tanto ironico e “smart”. Ma per me stavolta la maionese è impazzita.

  31. lorenzo galbiati il 8 ottobre 2009 alle 20:48

    Interessanti l’ipotesi di sebastian 76 sul significato della ripresa dettagliata e quindi violenta dell’incisione della svastica sulla fronte di Landa (uno sfogo di liberazione in senso morale) e interessante il discorso di lotario sull’ineguaglianza dei due registri, realistico e macchiettisco, nell’icontro tra Landa e Raine, che lui vede come un limite irrisolto.
    Personalmente trovo preoccupante che il pubblico esploda di soddisfazione per l’incisione della svastica, mentre capisco la lettura di lotario che mi ha fatto venire dei dubbi sulla validità della scelta di Tarantino: tuttavia resta il fatto che a me ha fatto divertire e ridere molto e pur con qualche dubbio resto dell’idea che si possa coniugare una parte più realistica, la storia di Landa e Shosanna, a una più macchiettistica e quasi trash, come quella di Raine (in fondo Landa è talmente affettato che rischia spesso di andare sopra le righe: e infatti ci va nel finale, dopo aver catturato Raine).
    Un parallelo sui due registri che entrano a contatto nel finale: Martin Landau e Woody Allen in Crimini e misfatti.

  32. sebastian76 il 8 ottobre 2009 alle 21:59

    E’ una mia personalissima sensazione, la svastica incisa sulla fronte di Landa è più un castigo che una vendetta. Nella sua negoziazione con gli americani, Landa non chiede solo garanzia per la propria vita o per poter campare da gran signore nella villa a Nantucket, ma esige anche che gli vengano pubblicamente riconosciuti onori e meriti (ovviamente inesistenti) come capo di una organizzazione di resistenti anti-nazisti. L’uomo è vanesio, lui non vuole andare in America a nascondersi sotto falso nome da pasciuto e tranquillo borghese, lui esige di rimanere in prima fila sotto i riflettori. Raine, da quel basterdo che è, gli lascia la vita, gli lascia i soldi e la villa a Nantucket, ma gli incide la svastica sulla fronte, sputtanandolo a vita e vietandogli il pubblico godimento dei suoi crimini. Raine fa capire a Landa che, volendo, potrebbe trovare il modo per ucciderlo così come ha fatto per il complice radiotelegrafista, ma opta per la punizione e non per la vendetta.

    Aggiungo un ovvio nome del cinema a quelli che entrano nel finale, cioé il Lubitsch di “Vogliamo vivere”, con il frenetico viavia di congiurati ebrei in un teatro pieno di nazisti, con i nazisti in caricatura, con un girotondo di travestimenti e di false identità nel luogo per definizione votato ai travestimenti. Ed è terribile Shosanna quando la sua faccia domina dallo schermo sul cinema annunciando la morte ai nazisti, lei stessa è appena morta, ora non è più una persona viva, non è neanche una evanescente immagine proiettata, è ormai un demone che ramazza vite da trascinare all’inferno.

  33. francesco pecoraro il 9 ottobre 2009 alle 08:29

    in fondo questo film – con tutte le sue pretese scardinatorie delle regole, con tutti i discorsi che riesce a generare, con tutta la sua cinefilia (“post-moderna”), il suo gusto per il cinema trash italiano (chissà quale merito avrà mai il cinema trash italiano se non quello di essere brutto e stupido e volgare), il citazionismo, eccetera – è una puttanata.

  34. silvia costantino il 9 ottobre 2009 alle 11:55

    Caro Sorrentino,
    adesso che ho visto il film mi sento finalmente di poter commentare.
    1) macrosequenze o meno – del resto è esplicito -, il film è costruito a dir poco perfettamente, le scene si concatenano senza che si avverta alcun tipo di frizione, né tantomeno noia.
    2) le domande non tengono. Non mi pare affatto, e lo dice anche lei, un film su cui ci si possono fare domande di tipo morale, per cui che Landa decida o meno di vendersi è affar di Landa: conta semmai a mostrare che i nazisti sono comunque subdoli e gli yankees, per quanto sboroni e anche un po’ scemotti (Brad Pitt è geniale, il suo personaggio non vuole affatto essere l’americano integerrimo e bravo e buono, ma anzi, non fa certo una bella figura), mantengono le proprie promesse. Landa è un tipico ufficiale nazista, secondo me, come ce ne sono stati e come sono stati rappresentati. Preferisce perdere la guerra ma guadagnarci il più possibile individualmente: che poi tutta la storia sia estremamente semplificata e fumettistica, bè, è Tarantino, è pop.
    Riguardo all’ultimo bastardo: e chi se ne frega! Sarà stato nei paraggi, a far la guardia fuori dal cinema, l’avranno beccato nascosto, boh, Landa è pur sempre il cacciatore di ebrei, no?
    3) la violenza. Contestualizziamo. Questi sono dei tizi con istinto di guerra e odio profondo verso il nazista, quale che sia, ed un proprio codice implicito. L’onore tributato al militare che si rifiuta di parlare si avverte comunque, non mi pare che venga trattato a pesci in faccia, anzi. Ma non vedo perché non avrebbero comunque dovuto massacrarlo, dopo, se stava nel loro codice. Non c’è bontà in questo film, l’unica scena in cui se ne avverte un vago accenno si sapeva da subito come sarebbe finita – Shosanna e Zoller. E allora perché mai brividi, pietà umana, compassione? Perché la violenza dovrebbe essere catartica? La violenza è violenza pura.
    Anche il discorso della lotta bene/male secondo me non regge: Tarantino ha voluto stereotipizzare all’estremo i nazisti come “i cattivi”, ma lasciando in essi delle evidentissime sfumature che li connotano come umani molto più degli americani. Sono gli yankees nel film quelli che passano per ottusi sempliciotti, con le loro svastiche incise in fronte e la loro totale assenza di pietà. E comunque: notare bene che il povero Wilhelm padre di famiglia non viene ucciso dai bastardi, ma dalla deficientissima attrice troppo terrorizzata per ragionare. A riprova che, di fondo, una minima parvenza di etica c’è. Fila tutto.

    In conclusione, concordo solo con il discorso della lingua: che scempio, il doppiaggio in italiano.
    Per il resto, credo sia il miglior film di Tarantino. Superando di netto anche i miei adorati Reservoir Dogs.
    Eddai, è epica pura. Postmoderna, ma epica.

    che poi: le Benevole non ha scandalizzato nello stesso modo? Durante la visione del film ci pensavo continuamente. Differenze abissali tra film e romanzo, certo, ma la concezione della violenza è esattamente la stessa

  35. Low il 11 ottobre 2009 alle 01:19

    visto due minuti fa. concordo con Silvia, anche di le Benevole.

  36. Antonello il 11 ottobre 2009 alle 03:35

    è un grande film. i buchi nella sceneggiatura non hanno grande importanza dato che si tratta di pura e infantile reinterpretazione della seconda guerra mondiale. di quelle che si inventerebbe in mano un bambino appunto, con tra le mani i vecchi cari soldatini di plastica.
    e quando i due bastardi sparano sui ‘crucchi’, quando il cinema salta in aria senti davvero ‘liberazione’ catarsi pura. e, al contrario di qualcun’altro, per me non è affatto un elemento negativo.

    citazionio a mille, su tutti il grande leone lietamente saccheggiato.
    faccio notare, come già qualcuno prima di me, la genialità nella scelta dei nomi dei personaggi che si imprimono nella memoria con una facilità estrema.
    facendo un paragone con la letteratura, calvino aveva questa grande capacità

  37. Novello Baldoni il 12 ottobre 2009 alle 17:36

    Ottimo film ed esempio originale di metacinema:risultano incomprensibili però alcune scelte come l’assenza del doppiaggio (il che rende difficile seguire fluentemente il film:e non mi si dica da cinefili radical-chic che il doppiaggio è provincialismo italiano!);alcune parti non sono necessarie (come la presentazione dei bastardi),Pitt gigioneggia e ha un’orrenda voce:da Oscar il colonnello Landa!

  38. Heath il 12 ottobre 2009 alle 21:12

    Il film ha un che di particolare che potrebbe identificarsi con le lunghe,ma a mio dire efficacissime, scene che lo connota, l’inevitabile tensione o anche lo sconvolgimento etico che siamo costretti a subire fin dal “secondo capitolo” di Bastardi.
    Il punto centrale del film è rappresentare noi stessi o, perchè no, le vittime stesse del nazismo in una situazione di vantaggio sui Tedeschi, sul “nemico”, su ciò che da sempre è stato visto come un male; come se tutt’a un tratto ci vedessimo proiettati nel ”44 a vendicare i nostri padri, fratelli, mogli o figli uccisi impunemente dalla malvagità del Terzo Reich, una spedizione punitiva verso quelle persone che hanno recato danno al mondo e alla gente, uno sfogo insomma.
    I personaggi di Bastardi sono così: uomini pronti a tutto, zero regole, nessuna pietà, puro divertimento e insaziabile vendetta_cinismo e barbarie sono predominanti_
    In realtà è stato fatto di tutto per rendere i protagonisti accettabili dal pubblico: il contesto, la parte “buona”, la pesante ironia su situazioni, che viste da un ‘ottica assolutamente oggettiva sarebbe ripugnante e scandalosa, come pure una certa americanizzazione dei personaggi, sono tutti elementi che tendono a prendere le parti dei Bastardi.
    D’altra parte non v’è nulla nelle scene che impone rispetto e ammirazione per il ruolo ebreo-americano svolto dagli attori, nè ci si può rifugiare nella realtà storica dei fatti: questo non è un documentario, ma di fatto una storia dai connotati assolutamente piatti o poco dinamici, che ci costringe in un certo qual modo a trovare un nostro “eroe” nella pellicola.
    In sostanza Tarantino si limita semplicemente a raccontare una storia con la Violenza a protagonista di tutto; narra di persone che ne fanno uso e che la giustificano per i loro ideali, ma quali essi siano in realtà questo non è specificato in alcuna scena….di ideali sono i Tedeschi ad averne, e in abbondanza, Tarantino cerca la gloria dell’impero nazista attraverso la spietatezza dei Bastardi, tende a rivelare l’unico connotato apprezzabile dei Tedeschi di Hitler: la dedizione, l’amore per la patria e la convinzione di fare solo ciò che è bene per essa.
    La violenza è giustificata? secondo me no
    questo è i messaggio del regista, seppur mascherata ai più con ogni mezzo possibile.
    Se chi si è posto la domanda “se non fosse stato più utile reagire alla violenza del nazismo con una buona dose di violenza americana” crede di aver trovato la risposta in questo film, essa non potrà altro che essere sonoramente discordante col quesito, o almeno ha creato una certa riluttanza nel rispondere affermativamente.
    è stato quel che è stato nella seconda guerra mondiale, e se dal nulla fossimo tornati laggiù, non avremmo guardato in faccia a nessuno e ci saremmo vendicati brutalmente, come un gioco, come questo film, un gioco sulla violenza diretto da Tarantino: cosa succederebbe se tornassimo indietro? ecco cosa!!!!!
    nessuna gloria, nessuna pietà.
    L’ammirazione non può senz’altro che cadere su Landa, tra l’altro ottimo attore, o sul giovane cecchino tedesco; questo è il giuoco del regista: provare simpatia a prescindere nei confronti degli americani o affascinarsi di fronte alla reazione alla guerra dei personaggi nazisti, a loro modo impegnati nella realtà del loro tempo e da un loro punto di vista, convinti della giustezza del loro operato, evidentemente contrapposto al carattere distaccato dal contesto storico che assumono i Bastardi perfettamnte consapevoli del loro male e ,sembra quasi, delle sorti della guerra.
    Queste sono in generale le mie impressioni sul film, che ho trovato veramente interessante, e che l’umorismo ha senz’altro reso più eccitante e meno crudo di quanto non sia in realtà, spero di trovare approvazione e riscontri nei vostri futuri commenti_grazie

  39. patty il 13 ottobre 2009 alle 14:21

    visto il film..mi aspettavo un capolavoro,delusione totale,una str..pazzesca,l’unica cosa buona,sono stati i pop corn!

  40. smone banti il 13 ottobre 2009 alle 21:23

    midispiace ma chi non capisce il film e’ pregato di noleggiare pierini e vari film di de sica

  41. chamberlain il 14 ottobre 2009 alle 16:31

    e tutto il discorso sul cinema lo dimentichiamo e lo mettiamo in secondo piano? il cinema (nelle sue espressioni materiali, la sala, la pellicola, e artistiche, Orgoglio della Nazione e l’home movie di Shoshanna) è l’arma con la quale il nazismo viene sconfitto e cancellato dalla faccia della terra. mettiamoci tutti i piani di lettura che vogliamo, ma non è un discorso da poco.

  42. DAVIDESEVESO il 16 ottobre 2009 alle 12:51

    Film a mio avviso eccellente, forse rasenta il capolavoro.
    Concordo con alcuni e vado in contrasto con altri commenti.
    Il “Gioco” del film si basa sul rovesciamento dei ruoli, una sorta di “pena del contrappasso”. Ogni azione, ogni gesto, sono solo rovesciamento di ruoli.

    Il film inizia con un classico dei film di guerra sul nazismo, non c’è un elemento fuori posto. Generale Nazista affabile convince il poveraccio a confessare e fa fuori gli ebrei rintanati come bestie da qualche parte, in questo caso, sotto il pavimento. I Nazisti sparano mitragliate verso il basso.
    Dal secondo capitolo la storia si rovescia, l’eroe buono classico del cinema, il soldato americano, si mostra un classico figlio di buona donna senza pietà, violenza allo stato puro, come ad esempio fare gli scalpi. Segnare per sempre il nazista ha anche qui una connotazione “contrapposizionista”, gli ebrei erano marchiati con tatuaggi, in modo che fossero riconoscibili per sempre, il nazista viene ripagato con la stessa moneta.
    Nel corso della storia gli esempi sono tanti, Shosanna da vittima diventa carnefice, per di più utilizzando un negro, da sempre vittima. Uccide tutti rinchiudendoli in una stanza e bruciandoli, un po’ come avveniva con gli ebrei, camere a gas e poi forni. La condanna a morte è dettata da un filmato, un po’ come facevano i nazisti con la loro cinematografia di propaganda. I Bastardi nel cinema assumono le stesse connotazioni dei soldati nazisti del primo capitolo, dall’alto sparano col mitra a persone completamente inermi.
    Il film è un inno al Karma, e alla pena del contrappasso; quello che fai ti viene riproposto contro e con gli interessi.
    Lo stesso Tarantino è convinto di aver sfornato iun capolavoro, non per nulla Raine nella scena finale dice: Credo che questo sarà il mio capolavoro!

    Un saluto a tutti!

  43. Gino Impervio il 16 ottobre 2009 alle 13:39

    Il discorso sulla lingua lo ritengo quasi centrato, in particolare l’inglese del commercio ed il francese che si tramuta in farsa, ma non si può astrarlo dai copiosi riferimenti sociali e storici del film. Non ho letto proprio tutti i commenti per cui qualcuno forse lo ha già fatto notare, ma che ne pensate della presa degli scalpi? Gli indiani facevano la stessa cosa agli invasori europei(USA!) che si sono resi colpevoli di un genocidio ancora peggiore, o no? Quanti idioti ho sentito ridere alle pseudo battute razziste di Landa e che godimento vedergliele segnare in fronte e per sempre nella scena finale. Landa è uno dei tanti nazisti che hanno poi prosperato vendendosi ai complici alleati, non a caso si parla di splendide tenute di campagna e onori e riconoscimenti. C’è una storia meno appariscente, ma molto più cruda e reale, fatta dalle complicità del potere. Chi fa poi il lavoro sporco? L’americano ignorante, patito del baseball (panem et circense ricorda qualcosa?), che pensa a tirare avanti e poco tempo ha per la poesia. La traditrice tedesca non è forse un certo cinema azzoppato, lacerato dai sensi di colpa, una cenerentola che la scarpetta condanna anzichè premiare?
    Appena terminato il film sono fuggito fuori un po’ per rabbia nei confronti della stupida massa che si diverte solo nel ritrovare i cinici richiami pulp, un poco per conservare più nitidamente l’enorme ed apprezzata mole di temi che questo buon film richiama. Aggiungo: e’ un nero africano quello che li sbarra dentro, complice con l’altra perseguitata in cerca di vendetta, miracolosamente non si trova alcun tipo di sorveglianza nonostante nel cinema sia presente l’imperatore in persona! Sono i quintali di pellicola che incendiano il teatro, cosa vi dice questo? E il ridicolo italiano dei bastardi che però sparano come dei perfetti mafiosi? Brad Brando Pitt? L’umanità rincoglionita dalla gloria e fottuta dall’amore dell’eroe tedesco, Churchill nella stanza del potere che ricorda il grande dittatore. In qualche modo, che ci piaccia o meno, molto del nazismo è riuscito comunque a vincere e il regista se n’è accorto.
    Bravo Quentin, veramente bravo!

  44. Giovanni Mannelli il 16 ottobre 2009 alle 17:44

    Cosi’ semplice il manicheismo ,la semplicita’ e’ il segno dell’era analogica,cosi’ il nostro Tarantino mai sapra’ e mai sapra’ raccontare ,come gli altri,che Hitler non era purtroppo un mostro marziano,ma rese centrale ed estrema una teoria e una pratica gia’ applicate dagli stati liberali,Stati Uniti compresi,nei territori di colonizzazione.Da l’undermenschen traduzione del britannico underman,alla supremazia ariana,versione nazista della white supremacy.Dell’ antisemitismo di Patton e di altri vertici dell’armata americana nemmeno sapremo,per quello bisogna leggere qualche libro,magari di Domenico Losurdo.

  45. Gino Impervio il 18 ottobre 2009 alle 12:22

    D’accordissimo con te Giovanni, però non dimentichiamo che si sta discutendo appunto di un film e di Tarantino per di più, maestro della macchina da presa, ma senza aver la presunzione di profetizzare nessuno.
    Molti spunti, personaggi vivaci, citazioni a profusione, ma resta comunque solamente un buon film.
    Per approfondire, meglio appunto leggere.

  46. abate di Theleme il 21 ottobre 2009 alle 17:15

    La prima incongruenza è di semplice soluzione: molti graduati nazisti negli ultimi tempi del Reich cercarono soluzioni “personali” al problema di una fine ingloriosa, certa e sterile, quale a loro appariva quella verso cui Hitler si era incamminato.
    La seconda è in effeti non agevolissima sic et nunc, ma ricordo di aver pensato, in sala, che qualche dialogo tra i nazisti gettava qualche minima luce sull’accaduto…
    Infine, ritengo tu abbia bene intravisto il leit-motiv, cioè la natura irriducibile e separatrice del linguaggio.
    Eccellente interpretazione di chi fa Hans Landa… non il miglior film di Tarantino, ma sempre più che meritevole del prezzo e del tempo.
    E coerente con la sua “poetica filmica”. Ad avercelo in Italia…
    Vale et ego.

  47. Luca il 22 ottobre 2009 alle 14:56

    Io volevo fare i complimenti a tutti voi per le recensioni dettagliate e ben scritte che danno molteplici spunti di riflessione. Io non sono bravo come voi a recensire ma posso dire che un film secondo me non va analizzato per la sua attinenza alla storia, ne per gli stili utilizzati (alcuni hanno recriminato sull’utilizzo dei tag nei personaggi). Un film deve creare emozioni e posso dire che Tarantino è l’unico che su 3 ore di film non mi fa chiudere gli occhi neanche per sbattere le palpebre. Cosa ci può essere di meglio??

  48. franco il 22 ottobre 2009 alle 15:43

    il film è una cagata, sembra che tarantino voglia dirci che gli americani sono più sanguinari dei nazi ma noi lo sapevamo già ,tarantino si è svegliato una mattina con la voglia di vendicarsi dei nazi forse ha delle turbe psichiche , sono sempre stato fan di Brad PItt mi è sembrato strano che avesse accettato di girare questo film delirante.

  49. enne di niente il 24 ottobre 2009 alle 22:57

    L’ho visto giusto stasera, e mi è piaciuto molto. Sicuramente hai ragione quando dici che andrebbe visto in lingua originale con i sottotitoli, ma anche così riesce a rendere abbastanza l’idea di quello che hai scritto.
    In fin dei conti è un film storico solo cronologicamente: caratterizzazioni eccessive ed esagerazioni anche violente fanno parte del gusto “pulp2 di Tarantino. Che io, personalmente, non disdegno.
    Singolare l’immagine di Churchill seduto immobile in un angolo di una stanza: come fosse finto.
    La vena assolutamente umana non alterata da descrizioni grottesche la dà Shosanna, dal momento in cui scappa, insanguinata, dalla casa del contadino, fino a quando muore crivellata di colpi grazie ad un ripensamento, forse, o ad un semplice attimo di pietà.

  50. Flogisto il 26 ottobre 2009 alle 03:25

    Tarantino, ormai, è fuori tempo massimo. Continua a propinarci, come nulla fosse accaduto, le sue geniali, stucchevoli minchiate sapientemente depurate di ogni elemento di etica della narrazione. Giggioneggia così irresponabilmente con l’Olocausto da correre il rischio, come osserva acutamente Sorrentino, di farci simpatizzare per i nazi. Ed è anche convinto di aver girato il suo capolavoro! Qualcuno può spiegargli, cortesemente, che gli anni ’90 sono finiti da un pezzo, e che nessuno prova particolare nostalgia per quel decennio (almeno per quanto concerne il segno estetico dominante)?

  51. Nikita il 26 ottobre 2009 alle 13:15

    E’ il solito fumettone tarantiniano. Colpi di scena, cambi di registro, primi piani, citazioni, camera lunga iniziale leoniana. Nulla di nuovo. La trama a volte è oltremisura inverosimile e pacchiana ma so che è quanto Tarantino desidera di più. Per noi italiani appassionati di cinema storico è di difficile comprensione. Ma da lettore di comics sono stato in grado di calarmi nell’avventura texiana misto Capitan America dei Nostri.
    Grande l’interprete di Hans Landa. Portentose le trovate linguistiche e gestuali di varie scene, fra cui quella nel bar.
    Un particolare che è capitato al sottoscritto:
    al cinema, nelle file avanti sedeva l’assessore Prosperini in compagnia della giovane e bionda amante.
    Ebbene alla fine del film ho avuto la tentazione di andare da lui e dirgli: signor Prosperini, la prossima svastica la incideranno sulla sua fronte!

  52. Flogisto il 26 ottobre 2009 alle 16:19

    Scusate l’ignoranza, ma chi è Prosperini?

  53. Nikita il 26 ottobre 2009 alle 17:47
  54. Nikita il 26 ottobre 2009 alle 17:50

    # ^ http://www.prosperini.tv/video09/210909.wmv
    # ^ Il calendario 2007 di Pier Gianni Prosperini
    # ^ «Baluardo della Cristianità, Flagello dei centri sociali e condottiero del Nord»
    # ^ «Difensore della Fede, Eradicatore dei No Global, Protettore del nord»

  55. Ares il 4 novembre 2009 alle 19:08

    Mai titolo fu più azzecato..

    Tarantino realizza nella finzione cinematografica la “vendetta ebraica” che mai nella storia si realizzò.
    E’ una vendetta eseguita magistralmente: disinnescando ad ogni fotogramma il rischio d’identificazione dello spettatore(il rischio era altissimo). Il tutto risulta un grande affresco d’improbabilità, che non ha permesso che la catarsi si realizzasse al momento dell’esplosione del cinema grazie ad una costruzione drammaturgica sapiente e dalla fumettistica caratterizzazione dei personaggi: i “vendicatori”, sono personaggi improbabili, bastardi, ma senza gloria, che non compiono mai gesta insigni.
    Persino i morti si trasformavano in pupazzi al momento della morte: magistrale è lo splatte della morte di Shosanna che, trivellata dai colpi, sembra svuotarsi come una bambola di pezza del suo contenuto di gommapiuma; per ricadere inanimata, a braccia e gambe tese, proprio come una bambola.

    Questo film rivela il grande amore che Tarantino ha per l’arte cinematografica, capace di detronizzare ogni risentimento, e rinchiudere in 105 minuti tutta(di tutti) la miseria umana, riducendola a pura farsa, a un gioco d’intrattenimento..

    Tarantino ha fatto suo il pensiero di Hannah Arent: riducendo l’efferatezza del male al nulla, restituendocelo su di un piano farsesco scevro da eroismi e rischi d’identificazione.

    Costringendoci, in uno “spazio pubblico”, a riflettere su quel che stavamo guardando, spiazzati dal farsesco.

  56. Sergio Magaldi il 4 dicembre 2009 alle 12:43

    Inglourious Basterds, “Bastardi senza gloria” – che Tarantino fa uscire (2009) con titolo sgrammaticato per differenziarlo dal film di Enzo G. Castellari: “Quel maledetto treno blindato” del 1977 (sugli schermi americani apparso col titolo di Inglorious Bastards) – è una favola ben congegnata sugli eventi più drammatici della seconda guerra mondiale. Non a caso, inizia con la didascalia classica “C’era una volta…” e si conclude con un finale a sorpresa, in apparenza moraleggiante, etico in realtà.
    L’azione si svolge nella campagna vicina a Parigi. Siamo nel 1941, in piena occupazione nazista della Francia. Il colonnello delle SS, Hans Landa, noto col nome di “cacciatore di ebrei” – stupendamente interpretato dal poco conosciuto attore austriaco Christoph Waltz (Premio per la migliore interpretazione maschile all’ultimo Festival di Cannes) – si reca con un manipolo di soldati nella fattoria di un contadino e delle sue figlie. Come si è osservato da più parti, la location è da western, lo sono gli oggetti, il volto del contadino, l’abbigliamento delle figlie e la musica che accompagna le immagini.
    La scena del colloquio-interrogatorio del contadino da parte del colonnello delle SS è un piccolo capolavoro. La scelta delle parole giuste è importante, come pure quella della lingua, e alla fine il “cacciatore di ebrei” verrà a sapere dove si nascondono da diverso tempo i Dreyfus. Unica della famiglia, Shosanna (Mélanie Laurent), che ha 18-19 anni, riesce a fuggire e a mettersi in salvo. La ritroviamo tre anni dopo a Parigi, proprietaria di un cinema e con false generalità ariane. Neppure l’aguzzino nazista può riconoscerla. L’ha vista di spalle nella fuga, ha fatto per colpirla con la pistola ma poi ha desistito. Eppure lo spettatore ha come l’impressione, nel colloquio (mirabile e “addolcito” con la panna) che tre anni dopo si svolge tra il colonnello delle SS e la ragazza che il diabolico “cacciatore” sospetti qualcosa. E inoltre, l’ufficiale nazista non ha sparato perché la ragazza era già fuori della sua mira o perché il suo inconscio sapeva in anticipo che Shosanna un giorno gli sarebbe tornata utile? Interrogativi, paradossi forse, lasciati allo spettatore e che ognuno risolverà a modo suo, fermo restando la bravura di Tarantino e di Christoph Waltz nel suscitare il dilemma.
    Il destino del colonnello Hans Landa e di Shosanna s’incrocia con quello dei cosiddetti bastardi, soldati ebrei americani, catapultati in Francia e guidati dal tenente Aldo Raine, interpretato da un Brad Pitt che taluno in questo film vede come “strepitoso” (Lorenzo Macello, XL Repubblica) talaltro giudica nella “peggiore performance della sua vita”(Peter Bradshaw, The Guardian). Personalmente, trovo esagerate entrambe le valutazioni. E’ un fatto, tuttavia, che il noto attore non sempre si trova a proprio agio e sarà magari anche a causa della stupenda interpretazione di Christoph Waltz.
    I “bastards” hanno il compito di dare la caccia e uccidere il maggior numero di nazisti. Il tenente Aldo Raine, che vanta antenati pellirosse, chiede ad ognuno dei suoi uomini almeno cento scalpi nazisti. E qui naturalmente la favola si tinge di colori e di immagini che tanto piacciono a Tarantino e al suo pubblico più affezionato, con la visione di crani fatti a pezzi da una mazza da baseball e di scalpi recisi tra sangue e materia cerebrale.
    La vendetta personale di Shosanna e quella del Bene (i “bastardi”) contro il Male (i nazisti) si fondono, inconsapevole l’una degli altri e viceversa, nella cosiddetta operazione Kino. Nel cinema di Shosanna si svolge la prima del film Orgoglio della Nazione che celebra “l’eroismo” di un soldato tedesco capace da solo di uccidere centinaia e centinaia di nemici. Alla rappresentazione saranno presenti, “come in un cesto di mele marce”, oltre a Göbbels, Göring e Bormann ed altri capi nazisti, un goffo e grottesco Adolf Hitler, dal regale mantello bianco e spesso ripreso accanto ad un mappamondo che ricorda quello di Chaplin nel Grande dittatore.
    Il finale della favola smaschera l’illusione dei protagonisti, benché ciascuno di loro raggiunga a caro prezzo (più alto o più basso come sempre avviene nella vita) il fine prefisso: Shosanna immagina di veder bruciare i capi nazisti con la certezza che la “vendetta degli ebrei” si è infine consumata, i “bastardi” ritengono di aver cagionato la caduta del nazismo e la fine della guerra grazie all’esplosivo introdotto nel cinema, il colonnello Hans Landa s’illude che sia stato il ruolo da lui avuto nella vicenda a fargli ottenere un salvacondotto, la cittadinanza americana e una ricca proprietà ove celarsi. Ciò che, tuttavia, non gli evita anche di ricevere, da parte del tenente Aldo, impresso sulla fronte in modo indelebile, il simbolo stesso del Male in nome del quale ha massacrato migliaia di ebrei.
    Il film, proprio come una favola, ha diverse morali. La prima, la propone lo stesso Tarantino: “In un film tutto è possibile, anche far finire una guerra di colpo e di colpo togliere di mezzo i grandi criminali al potere; il cinema ha questa grande forza, far riflettere su come un solo gesto, una sola persona, potrebbero cambiare la storia”
    Al “negativo”, questa verità ne contiene implicitamente un’altra e cioè che non sono le masse a fare la storia, ma – come Hegel sostiene – i cosiddetti individui cosmico-storici con la loro stretta cerchia di collaboratori, i quali, tutti insieme – e questo lo aggiungo io – si rivelano spesso e purtroppo come altrettante “cricche di potere”.
    Un’altra morale, che poi caratterizza ogni favola che si rispetti, è che alla lunga il Bene trionfi sul Male. Dalla quale massima tuttavia discende un corollario che non si trova nelle fiabe: il Male non è mai sconfitto definitivamente, si cela e riappare in mille forme, senza contare che persino i suoi vecchi interpreti possono farla franca se, come nel caso degli ufficiali nazisti, del Male smettono semplicemente la divisa. Così – sembra la logica spietata di Tarantino – occorre marcarli in modo indelebile. Esattamente come fa la celebre Lisbeth Salander dei romanzi di Stieg Larsson, incidendo sulla carne del suo stupratore il solo nome che gli convenga. Certo, questo è il linguaggio della vendetta che nella finzione narrativa e cinematografica, oltre a solleticare il nostro istinto e le nostre passioni, ha anche una funzione catartica. Usato nella realtà, tuttavia, questo linguaggio ci lascia sgomenti!

    SERGIO MAGALDI

    (DAL BLOG: http://zibaldone-sergio.blogspot.com/ )

    • jan reister il 4 dicembre 2009 alle 15:35

      Bastava un semplice trackback, Sergio Magaldi!



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