Tre manifesti del femminismo (1966; 1970; 1971)

15 ottobre 2009
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[Ho parlato qui & qui di “fascismo estetico“. Ieri Maria Laura Rodotà, sul “Corriere”, ha parlato di Canone Unico Nazionale imposto alla donne. Intanto alcuni maschi italiani, forse poco rassicurati sulla loro virilità, menano. Le donne che aprono bocca, gli uomini che si baciano, i neri perché sono neri. Vale la pena allora di guardare indietro, per vedere quanto poco siamo andati avanti. Questo articolo è apparso sul “Notiziario della Libera Università delle donne” di Settembre. A I ]

PRIMI MANIFESTI/DOCUMENTI DEL FEMMINISMO
a cura di Sisa Arrighi

Quando Simone de Beauvoir nel 1949 pubblicò il Secondo Sesso Betty Friedan ci racconta che il saggio le provocò una profonda depressione. Era alle prese col suo ruolo di moglie, madre di tre figli e l’ambizione di lavorare in campo universitario. Quel libro però, il primo del dopoguerra a riprendere il filone femminista di fine ‘800 e del primo ‘900, fece maturare in lei quella riflessione che la portò a denunciare La mistica della femminilità (1953), la trappola in cui erano di nuovo cadute le donne dopo quel movimento cosiddetto ‘suffragista’ che aveva segnato la prima parte del secolo soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra. Nonostante i contatti internazionali e lotte importanti in altri paesi (Svezia e Norvegia) non si trattò allora di un movimento internazionale. In Italia, quei fermenti furono messi a tacere con l’avvento del fascismo.

Il libro/denuncia della Friedan ebbe un immenso successo e diffusione e si può considerare il primo di una serie di importantissimi contributi che segnano l’inizio e accompagnano il nuovo femminismo della fine degli anni ’60 e inizio ’70. Questa volta il movimento si diffuse con grandissima rapidità (erano ovviamente cambiati anche i media informativi) si può dire che nel 1970 aveva toccato tutti i paesi del cosiddetto mondo capitalistico avanzato.

Sono passati quasi 40 anni da quella entusiasmante stagione e vogliamo riproporre per una riflessione (considerati i tempi che stiamo vivendo) alcuni dei manifesti/documenti che furono prodotti e distribuiti in Italia in quegli anni, coinvolgendo e contribuendo alla presa di coscienza di tante donne, nel caso del DEMAU precorrendo decisamente i tempi.

Quello che ci colpisce ancora oggi è l’originalità e l’audacia di quelle elaborazioni. Dietro, come sappiamo, c’era la pratica del piccolo gruppo e dell’autocoscienza.

Manifesto programmatico del Gruppo DEMAU – Milano 1966
Il Gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo) agisce al di fuori di qualsiasi tendenza politica e religiosa. Ritiene che, nel momento presente e in questo tipo di società la partecipazione e il contributo della donna siano indispensabili per un rinnovamento dei valori umani attualmente distribuiti e basati sull’appartenenza all’uno o all’altro sesso.
Il Gruppo si basa in sintesi sui seguenti punti programmatici:

1° Opposizione al concetto di integrazione della donna nell’attuale società.
Tale concetto, nella sua accezione corrente infatti:
a)non risolve l’inconciliabilità dei due ruoli prefissati dalla divisione dei compiti tra uomo e donna, permettendone la coesistenza forzata nelle sole donne;
b)se da una parte intende liberare la donna dai legami di tipo pratico del suo ruolo tradizionale, per darle la possibilità di partecipare attivamente al mondo della cultura e di agire nel campo del lavoro, dall’altra riconferma nell’ambito della società ed alla donna stessa, le caratteristiche e i doveri del suo ruolo « femminile» proprio nella misura in cui rivolge a lei sola trattamenti e accorgimenti di favore;
c)tende ad uniformare e integrare la donna al «regime sociale» in atto e lo riconosce così ancora e operante per entrambi i sessi.

2° Demistificazione dell’autoritarismo, nella sua veste di teoria e mistica dei valori morali, culturali e ideologici sui quali si basano l’attuale divisione dei compiti e la società tutta, quale elemento coercitivo dei valori individuali e restrittivo dei diritti, delle esigenze, delle potenzialità umane a favore di gruppi privilegiati.
Demistificazione di tali valori quindi
a)nella sfera dei diritti;
b)nella sfera dei rapporti sessuali e dell’etica relativa;
c)nella sfera dei conflitti di ruolo nei rapporti familiari e sociali in genere;
d)nella sfera dell’educazione, dell’istruzione e delta cultura;
e)nella sfera dell’attività lavorativa, della produzione intellettuale e scientifica;
f)in sede di teorizzazione di tipo scientifico.
Ricerca quindi di nuovi valori inerenti a tutto il sistema dei rapporti.

3° Ricerca di un’autonomia da parte della donna, attraverso una cosciente valutazione dei propri valori essenziali e della propria situazione storica. Solo così la donna potrà partecipare all’elaborazione dei valori che informeranno una nuova società.
Tale ricerca presuppone una nuova e più ampia metodologia di indagine sulla posizione della donna; che non la consideri cioè solo nell’aspetto storico-evoluzionistico di «condizione femminile ».
Uno studio basato sul condizionamento in un ruolo sociale ideologicamente prefissato, che non consideri la donna anche come oggetto e soggetto autonomo di analisi, sarebbe un’impostazione insufficiente per una ricerca che si propone di trovare direttive e finalità nuove.
Infatti:
1.lo studio del «condizionamento» porterebbe alla scoperta degli antidoti, nel loro aspetto di antitesi pura e semplice, allo status quo;
2.la finalità insita nell’antitesi è il rovesciamento della condizione di fatto;
ciò potrebbe significare soltanto:
a) lotta per la supremazia sul maschio (dittatura rovesciata – nuovo matriarcato ) o
b) mascolinizzazione della donna (convalida dei modelli culturali attuali).

4° Emancipazione dell’uomo
; in quanto il maschio è a sua volta privato di vaste possibilità umane.
Come la donna non ha raggiunto la propria maturità senza conquistare a sé valori finora negatile, così l’uomo non possiederà sufficienti strumenti di giudizio e comprensione se non conquisterà quelli da lui finora disprezzati, o invidiati, come « femminili ».
Anche l’uomo, inoltre, di fronte all’emancipazione femminile, si potrà trovare in situazioni di sfruttamento e squilibrio.

Il Gruppo svolge la propria attività attraverso i seguenti mezzi:
1)Esame di tutte le teorie dalle quali si possa, con criterio scientifico, evincere una definizione della donna oggi, base essenziale su cui costruire una proposta per prospettive future:
a)biologia-fisiologia. Le più recenti scoperte e tecniche in questo campo paiono destinate a cambiare le conseguenze di « leggi» finora ritenute assolutamente operanti;
b)antropologia comparata, per verificare la relatività delle strutture caratteriali in dipendenza dell’influsso ambientale (sociale) e le sue conseguenze culturali in senso lato;
c)esame di alcune analisi dei contenuti mitologici, legati anche a interpretazioni di tipo psicanalitico;
d)psicanalisi, quale elemento interpretarivo dell’uomo, rifiutando il pericoloso sviluppo reazionario della sua funzione integratrice dell’individuo in una astoricità e fissità precosciente;
e)sociologia,
f)pedagogia;
g)psicologia.
2)Azione di sensibilizzazione e vasta diffusione della problematica esposta nel presente manifesto attraverso:
a)propaganda capillare;
b)dibattiti pubblici e a mezzo di stampa delle questioni esposte nei punti programmatici;
c)contatti e proposte e collaborazione con tutte le associazioni, femminili e non, i centri culturali, le associazioni sindacali, professionali, studentesche, i partiti, le personalità che si interessino ai problemi proposti dal gruppo.

* * *


Manifesto di RIVOLTA FEMMINILE – Roma, Milano 1970
Documento affisso dalle donne di Rivolta Femminile nelle strade di Roma e di Milano

Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico?
(Olympe de Gouges, 1791)

La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà.
L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna.
La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli.
Identificare la donna all’uomo significa annullare l’ultima via di liberazione.
Liberarsi, per la donna, non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza.
La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario.
Finora il mito della complementarità è stato usato dall’uomo per giustificare il proprio potere.
Le donne sono persuase fin dall’infanzia a non prendere decisioni e a dipendere da persona «capace» e «responsabile»: il padre, il marito, il fratello…
L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione.
Verginità, castità, fedeltà non sono virtù; ma vincoli per costruire e mantenere la famiglia. L’onore ne è la conseguente codificazione repressiva.
Nel matrimonio la donna, priva del suo nome, perde la sua identità significando il passaggio di proprietà che è avvenuto tra il padre di lei e il marito.
Chi genera non ha la facoltà di attribuire ai figli i1 proprio nome: il diritto della donna è stato ambito da altri di cui è diventato il privilegio.
Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale.
Riconosciamo nel matrimonio l’istituzione che ha subordinato la donna al destino maschile. Siamo contro i1 matrimonio.
Il divorzio è un innesto di matrimonio da cui l’istituzione esce rafforzata.
La trasmissione della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica.
Il primo elemento di rancore della donna verso la società sta nell’essere costretta ad affrontare la maternità come un aut-aut.
Denunciamo lo snaturamento di una maternità pagata al prezzo dell’esclusione.
La negazione della libertà dell’aborto rientra nel veto globale che viene fatto all’autonomia della donna. Non vogliamo pensare alla maternità tutta la vita e continuare a essere inconsci strumenti del potere patriarcale.
La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante.
In una libertà che si sente di affrontare, la donna libera anche il figlio, e il figlio è l’umanità.
In tutte le forme di convivenza, alimentare, pulire, accudire e ogni momento del vivere quotidiano devono essere gesti reciproci.
Per educazione e per mimesi l’uomo e la donna sono già nei ruoli nella primissima infanzia.
Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico), hanno costretto l’umanità a una condizione in autentica, oppressa e consenziente.
Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia nei sessi. Noi vogliamo d’ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo.
Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società.
Unifichiamo le situazioni e gli episodi dell’esperienza storica femminista: in essa la donna si è manifestata interrompendo per la prima volta il monologo della civiltà patriarcale.
Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere.
Permetteremo ancora quello che di continuo si ripete al termine di ogni rivoluzione popolare quando la donna, che ha combattuto insieme con gli altri, si trova messa da parte con tutti i suoi problemi?
Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dalla egemonia dell’efficienza. Noi vogliamo mettere la nostra capacità lavorativa a disposizione di una società che ne sia immunizzata.
La guerra è stata sempre l’attività del maschio e il suo modello di comportamento virile.
La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un’altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico?
Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della sua laboriosità sussidiaria.
Dare alto valore ai momenti « improduttivi » è un’estensione di vita proposta dalla donna.
Chi ha il potere afferma: «Fa parte dell’erotismo amare un essere inferiore ». Mantenere lo status quo è dunque un suo atto di amore.
Accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme, perché abbiamo smesso di considerare la frigidità un’alternativa onorevole.
Continuare a regolamentare la vita fra i sessi è una necessità del potere; l’unica scelta soddisfacente è un rapporto libero. Sono un diritto dei bambini e degli adolescenti la curiosità e i giochi sessuali.
Abbiamo guardato per 4.000 anni: adesso abbiamo visto!
Alle nostre spalle sta l’apoteosi della millenaria supremazia maschile. Le religioni istituzionalizzate ne sono state il più fermo piedistallo. E il concetto di « genio» ne ha costituito l’irraggiungibile gradino.
La donna ha avuto l’esperienza di vedere ogni giorno distrutto quello che faceva.
Consideriamo incompleta una storia che si è costituita, sempre, senza considerare la donna soggetto attivo di essa.
Nulla o male è stato tramandato della presenza della donna: sta a noi riscoprirla per sapere la verità.
La civiltà ci ha definite inferiori, la Chiesa ci ha chiamate sesso, la psicanalisi ci ha tradite, il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica.
Chiediamo referenze di millenni di pensiero filosofico che ha teorizzare l’inferiorità della donna.
Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione della umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale sfera privata e pietas. Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce della vita della donna.
Sputiamo su Hegel.
La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti, tra collettivi di uomini: essa non prevede la liberazione della donna, il grande oppresso della civiltà patriarcale.
La lotta di classe come teoria rivoluzionaria sviluppata dalla dialettica servo-padrone, ugualmente esclude la donna. Noi rimettiamo in discussione il socialismo e la dittatura del proletariato.
Non riconoscendosi nella cultura maschile, la donna le toglie l’illusione dell’universalità.
L’uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimare una mutilazione.
La forza dell’uomo è nel suo identificarsi con la cultura, la nostra nel rifiutarla.
Dopo questo atto di coscienza l’uomo sarà distinto dalla donna e dovrà ascoltare da lei tutto quello che la concerne.
Non salterà il mondo se l’uomo non avrà più l’equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione.
Nella cocente realtà di un universo che non ha mai svelato i suoi segreti, noi togliamo molto del credito dato agli accanimenti della cultura. Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte.
Noi cerchiamo l’autenticità del gesto di rivolta e non la sacrificheremo né all’organizzazione né al proselitismo.
Roma, luglio 1970.

Documento di CERCHIO SPEZZATO – Trento 1971
Documento apparso nella forma di ciclostilato e distribuito a Trento nell’Università, dove in seguito si è tenuta un’assemblea tra i gruppi femminili (Cerchio Spezzato) e i gruppi del movimento studentesco trentino.

Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna
Noi siamo un gruppo di compagne che più o meno hanno vissuto tutte in prima persona l’esperienza politica del movimento studentesco e dei successivi gruppi politici che rappresentano un superamento del movimento stesso. Come per un gran numero di studenti in generale, è stata questa l’esperienza che ci ha posto di fronte la prospettiva concreta e la possibilità di rovesciare un sistema sociale fondato sull’oppressione e sullo sfruttamento. Ma noi, non solo come studentesse, ma in quanto donne, avevamo affidato molto di più a questa prospettiva di liberazione; nel medesimo tempo ci eravamo illuse che il gruppo politico, l’agire da militante, fosse un mezzo per porre fine ad una ulteriore e precisa discriminazione che passa all’interno della società capitalistica: l’oppressione dell’uomo sulla donna. Ci siamo illuse che automaticamente la presa di coscienza generale dell’oppressione di classe ci ponesse di fronte ai problemi allo stesso modo dei compagni. Questa illusione è stata smentita dalla pratica politica e dall’esperienza. Non c’è uguaglianza tra disuguali: una disuguaglianza fondata su basi materiali precise e che dà all’oppressore strumenti di potere non può essere superata dalla « buona volontà ».

I gruppi di lavoro politici hanno riverificato la nostra sistematica subordinazione: noi siamo « la donna del tal compagno », quelle di cui non si conoscerà mai la voce, limitate al punto di arrivare a crederci realmente inferiori. L’analisi delle assemblee ci ha portato a vedere una elite di leaders, una serie di quadri intermedi maschili e una massa amorfa composta dal resto maschile e da tutte le donne. Spesso la compagna è l’oggetto su cui il compagno riversa tutte le frustrazioni che accumula all’interno della società borghese e nello stesso movimento politico; per cui la donna, oltre ad assorbire le contraddizioni del maschio e a dare il suo contributo nell’unico modo in cui esso è accettato (volantinatrice, dattilografa, o – quando il caso è più felice – consigliera privata del compagno che parla alle riunioni) si vede costretta anche a mantenerlo sul piano economico per permettergli di fare politica, perché, tra i due, lui si ritiene l’unico soggetto in grado di farla. La conseguenza è che essa si vede accusata di auto-estraniarsi dalle vicende politiche, di viverle di riflesso o di non vivere affatto. Così si creano le condizioni materiali per la sua inferiorità e le si rinfacciano una incapacità e stupidità costituzionali.

In un ambiente come il nostro, in particolare, la parola – maggior strumento di affermazione – è diventata lo strumento della nostra esclusione. Come i proletari noi non sappiamo parlare, soprattutto quando dobbiamo misurarci su un linguaggio sempre maschile, sempre elaborato da altri, su cose portate avanti sempre da altri. Ci siamo trovate nella condizione di chi è sempre un passo più indietro e siamo state trascinate dentro l’inutile gioco della competizione ricavandone solo frustrazioni. Oppure, non abbiamo accettato questo gioco e ci siamo ritenute inferiori, quelle che in fondo ci capiscono poco, cui non resta che accettare la posizione di chi ne sa di più. Ma in tutto questo processo è cresciuta anche la coscienza e caduta l’ultima illusione.

«La necessità di rinunciare all’illusione sulla propria condizione è la necessità di rinunciare a una condizione che ha bisogno di illusioni». (MARX)

A un certo punto abbiamo incominciato ad uscire dalla falsa convinzione che il problema è « mio », individuale e abbiamo visto che è l’iter della maggioranza delle compagne. Questo ci ha portato ad analizzare il .nostro. problema in quanto donne seppure nel ruolo specifico di studentesse che comporta certi privilegi:
– lontane dal nostro ambiente di provenienza nella maggior parte dei casi;
– libertà da ogni costrizione tradizionale (famiglia),
– minimale indipendenza economica (presalario, non avere altro obbligo che mantenere se stesse)
– possibilità, in alcuni casi, di esimersi da obblighi « femminili» (mediante la mensa ad esempio);
– libertà sessuale nella misura in cui viviamo lontane da ambienti ideologicamente costrittivi o abbiamo possibilità di informazioni riguardo a metodi anticoncezionali;
– un’attività politica che ci permette di uscire dal nostro stretto «particulare».

Per questo abbiamo deciso di riunirci autonomamente, prendere in mano fino in fondo e in prima persona la nostra condizione, uscire dal ghetto individuale dell’oppressione e porla come problema sociale, quindi politico. Tale decisione è collegata al fatto che l’uomo si è sempre considerato l’unico soggetto politico valido; fatto che ha portato ad una insicurezza da parte della donna: insicurezza che essa può superare soltanto recuperando autonomamente analisi, contenuti, metodi e obiettivi che più rispondono alla sua situazione specifica, la cui specificità è invece quasi costantemente negata dai compagni.
Ma non è stato un processo facile, perché la lunga abitudine a identificarsi con l’uomo, il nostro oppressore, agiva da potente freno. nessuna di noi è esente dall’educazione ricevuta in famiglia e dalle continue pressioni che l’intera società maschile esercita su di noi. Molte compagne hanno avuto « paura» di venire a fare riunioni soltanto fra donne, sotto intendendo un grande disprezzamento di sé. E la decisione di escludere in una prima fase i maschi è stata una precisa presa di posizione politica. Ogni oppresso deve prima affermarsi nella libertà della sua ribellione e accettare da questa posizione di forza il confronto. Includere i maschi ci costringeva a misurarci di nuovo sul terreno e coi metodi del nostro oppressore.

In quanto donne noi viviamo forme specifiche di oppressione di cui soltanto noi abbiamo esperienza. In quanto donne abbiamo la possibilità dì far diventare la nostra oppressione punto di partenza per la nostra liberazione.
Le donne sono la metà dell’umanità. La nostra oppressione trascende le occupazioni e le classi. Ad esempio, se si prende in considerazione la reale esistenza di maggior sfruttamento della donna proletaria rispetto all’uomo proletario (tutti riconoscono il doppio sfruttamento della donna proletaria) non si riesce a capire ciò se si ritrova la ragione di questo fatto solo nella sua generica appartenenza alla classe proletaria e non si vede, oltre al suo «essere di classe», anche il suo «essere di sesso diverso ». Se quindi un certo tipo di sfruttamento è basato sulla discriminazione sessuale, esso fa di tutte le donne una casta oppressa. Ci sembra che il termine di « casta» sia particolarmente indicato per caratterizzare la situazione di tutte .le donne. La nostra società, oltre ad essere divisa in classi ‘presenta anche una situazione castale in cui sono costrette a vivere determinate persone a causa di caratteristiche fisiche ben identificabili come il sesso e il colore. Alla casta si è assegnati fin dalla nascita e non è possibile uscirne con nessun tipo di azione individuale.

Le donne e i neri. Il sesso e il colore

Il processo di liberazione del popolo nero ci ha fatto sempre più prendere coscienza della nostra reale situazione e delle strettissime analogie che esistono tra loro e noi. Essere donna come essere nero è un fatto biologico, una condizione fondamentale. Come il razzismo la supremazia maschile permea tutti gli strati di questa società e si rafforza sempre di più.
La società capitalistica, nel momento in cui afferma teoricamente gli stessi diritti per uomini e donne mette in evidenza tutta la contraddizione imita in ciò che afferma. Come per il proletario l’unica libertà è quella di diventare schiavo salariato, così per la donna l’unica libertà è quella di restare all’interno della sua casta.

Il capitalismo, dopo aver sfruttato indiscriminatamente donne uomini e bambini (nella prima fase dell’industrializzazione) utilizzando il rapporto di dipendenza della donna rispetto all’uomo, l’ha espulsa dal processo produttivo ricacciandola nella famiglia. La donna è diventata sempre più schiava domestica, produttrice di lavoro domestico educatrice di bambini. Il lavoro delle donne all’interno della famiglia (produzione dei figli, cura dei bambini, lavoro casalingo) si presenta come un tipo di lavoro che non ha valore di scambio. Esso rappresenta una massa enorme di produzione socialmente necessaria di cui la classe capitalistica fruisce in termini di profitti.
L’uomo è il soggetto concreto che permette questo gioco a favore del sistema: in cambio ne riceve la possibilità di dominare le donne. Quando la donna si presenta sul mercato della ‘ forza lavoro è forza lavoro di tipo particolare: sottopagata nel posti dequalificati « esercito di riserva» al servizio delle varie fasi capitalistiche, lavorante a domicilio. Inoltre la partecipazione della donna alla produzione non mette in discussione il suo ruolo sociale «femminile». Tutta la legislazione che tende a proteggere la donna sul posto di lavoro ha in effetti lo scopo di non mettere in discussione il suo ruolo all’interno della famiglia.
Di fatto il matrimonio è l’unica via per la sua sopravvivenza: legarsi a un uomo che la mantenga dando in cambio il proprio corpo, i figli e le cure domestiche è l’unica possibilità che le è aperta. Il sistema capitalistico copre la costrizione al matrimonio con l’ideologia del ruolo di madre, angelo del focolare, educatrice di bambini.
La nostra stessa sessualità è stata mortificata a tal punto da negare la legittima felicità a cui la donna tende. Le donne sono state definite ed educate «passive» anche se nei rapporti «liberati» le si richiede un’attività che serva di nuovo al piacere dell’uomo. Il prezzo di questo è per molte donne l’insoddisfazione sessuale. La sessualità è talmente funzionale all’uomo che molte donne vivono la loro frigidità come stato normale.
La scienza ha costruito teorie del tutto a-scientifiche sulla nostra pelle: quelli che sono i prodotti di una situazione di oppressione dell’uomo sulla donna vengono cristal1izzati come «caratteristiche naturali femminili». Nessuno considera seriamente che la donna ha una sua sessualità che non necessariamente coincide coi meccanismi di soddisfazione dell’uomo. Il nuovo concetto di «libero amore», l’ideologia che sostiene la libertà di amare sia da parte dell’uomo che della donna, è senz’altro un passo in avanti che però perde la sua positività quando, diventa pretesto per ricreare, con minor difficoltà, le stesse strutture oggettivizzanti tipiche del rapporto sessuale borghese. Come nel rapporto sessuale la donna non si pone come soggetto, ma è «l’altro», così nella vita sociale vive di riflesso: è soltanto ciò che l’uomo decide che sia. La donna si determina e si differenzia in relazione all’uomo, non l’uomo in relazione a lei; è l’inessenziale di fronte all’essenziale.

All’interno di questa condizione di subordinazione la donna che crea una via di sopravvivenza individuale ha di fronte solo due alternative:
– accettare la definizione che l’uomo dà di lei: diventare sesso-oggetto, schiava domestica, produttrice di figli che non le appartengono, salariata all’ultimo livello all’interno degli stessi salariati;
– accettare la competizione con il maschio e dirigere tutti i suoi sforzi per cercare di «essere uguale al maschio », con il risultato di diventare « il negro con la testa da bianco », discriminato tra i bianchi ed odiato tra i neri.
In entrambi i casi la donna non riesce a passare attraverso un processo di identificazione con se stessa, non si riconosce cioè come un essere umano «autonomo», ma definisce se stessa sempre in rapporto all’uomo. Sono ambedue tentativi individuali che non mettono in discussione la dipendenza dall’uomo.

L’unica possibilità di liberazione passa attraverso la presa di coscienza collettiva della propria condizione specifica.
Riconoscersi in quanto donna, non più come inferiore, ma come sfruttata è già uscire dal ghetto della propria situazione, porsi come forza politica che mette in discussione i rapporti sociali esistenti.
Solo un movimento organizzato e autonomo delle donne può avviare un effettivo processo di liberazione. Come i neri d’America si riconoscono sfruttati per un fatto che non dipende solo dalla loro appartenenza di classe, ma dal colore della loro pelle e, per uscire dalla loro condizione di subordinazione lottano contro una società che oltre ad essere capitalistica, è anche bianca, così le donne potranno trovare una reale via alla loro liberazione lottando contro la società che, oltre ad essere capitalistica, è maschile.

Chi non si è posto in una tale prospettiva è caduto nei due errori possibili:
negare l’oggettività delle contraddizioni vissute dalla donna come casta e la sua oggettiva potenzialità rivoluzionaria; di conseguenza negare la validità di un movimento di lotta autonomo
cadere in una posizione «femminista» commettendo l’errore di scambiare questa società per l’unica possibile, ponendosi quindi come obiettivo la parità con l’uomo all’interno di questa organizzazione sociale.
Ai compagni che sostengono che solo dopo la presa del potere da parte del proletariato la condizione della donna si risolverà, noi rispondiamo: poiché la donna soffre di contraddizioni oggettive specifiche oggi, è da oggi che può e deve iniziare la lotta per la sua liberazione
A coloro che dicono che con la nostra lotta operiamo una divisione all’interno del popolo noi rispondiamo: la divisione esiste e ci è stata imposta. La nostra lotta vuol fare esplodere la contraddizione (non più razionalizzarla) e tendere ad una reale ricomposizione del proletariato.
Il nostro movimento deve essere un movimento di sole donne, perché noi pensiamo che non può esserci un’unità tra uomini e donne se non c’è prima un’unità tra le donne.
Abbiamo, all’interno della casta delle donne, un problema che è particolare di questa casta e accettiamo il confronto e la collaborazione coi compagni maschi che si rendono conto che noi abbiamo una nostra testa.
Vogliamo riguadagnare la testa che ci è stata tolta.
Decideremo da noi le posizioni politiche e pratiche da prendere. Faremo la teoria e porteremo a termine la pratica. Saremo noi a decidere quali misure, quali strumenti e quali programmi usare per liberarci.

14 Responses to Tre manifesti del femminismo (1966; 1970; 1971)

  1. Satana il 15 ottobre 2009 alle 20:59

    Ma perchè non risolvete il problema sterminando il genere maschile, come proponeva Valerie Solanas?

  2. andrea inglese il 15 ottobre 2009 alle 21:35

    Chiedo scusa a lettori/ci di NI, ma per problemi tecnici imponderabili non ho potuto curare adeguatamente la redazione del post. Siate clementi.

  3. Bianca Madeccia il 15 ottobre 2009 alle 22:24

    “Essere donna come essere nero è un fatto biologico, una condizione fondamentale.”

    Il parallelismo con il problema razziale e con il movimento dai neri è calzantissimo.

    Manifesti di di grande modernità, lontani purtroppo anni luce da noi, sia nella forma che nella sostanza. Ma Andrea Inglese che non conosco, comincia a starmi simpatico, perché almeno prova a smuovere le acque e a riportare al centro questioni che sono (dovrebbero essere ) vitali per tutte le persone che si pensano civili…

  4. Bianca Madeccia il 15 ottobre 2009 alle 22:26

    E anche Sisa Arrighi che ha curato il tutto con grande precisione, ovviamente…

  5. véronique vergé il 16 ottobre 2009 alle 13:52

    Ringrazio Andrea Inglese per avere proposto una riflessione che sembra fare parte degli anni 1970, e che è molto attuale in realtà. Ho letto le deuxième sexe che mi ha fatto riflettere, quando ero ragazza.

    Sono contenta di scoprire testi di manifesti del femminismo intaliano, ma sono sempre intelligenti, vivi, acuti.

    Credo che una parola mi piace di più

    “La donna è stuffa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante”

    Oggi le donne occupano la cultura, la politica, la scienza, ma con l’amore,
    l’uomo è lo stesso, di una donna all’altro sotto la pretesa di libertà.
    Si potrebbe scrivere un manifesto per un amore lunare, femminile dove il cuore danza con il corpo, e non il sesso sesso solo li maestro.

  6. véronique vergé il 16 ottobre 2009 alle 13:53

    Dovrei aggiungere il sesso violento, senza delicatezza.

  7. véronique vergé il 16 ottobre 2009 alle 15:52

    Manifesto per un corpo lunare

    L’uomo dovrebbe sentire il suo copro danzare nel mondo,
    osare piangere,
    osare essere commosso,
    vivere la forma della natura: vento, onda, sole,
    fare un cerchio magico del suo corpo,
    vedere l’orizzonte, non sempre nella verticale,
    essere un ciliegio, un iris, un giglio,
    dovrebbe imparare la carezza come piacere assoluto,
    imparare il tempo ciclico, il tempo sospeso, il tempo senza fine,
    avere un cuore come un sole che si dilata,
    essere un gatto, un cavallo, una libellula,
    dovrebbe provare la dolcezza del mano,
    la sensualità di avere anche capezzoli,
    dovrebbe murmurare, parlare, amare la parola affettuosa,
    senza competizione.
    Dovrebbe a non avere paura di liberare la lingua del cuore.

  8. mariapia il 16 ottobre 2009 alle 16:14

    Ringrazio moltissimo Andrea della volontà politica E COMPETENZA! Della lungimiranza NEL PROPORE QUESTE RILETTURE, IN EPOCA DI IGNORANZA, OSCURANTISMO E INTOLLERANZA, coem oggi.
    LA SCELTA è PERTINENTISSIMA: INIZIANDO DA DE bEAUVOIR ( che ANCH’IO LESSI DA ADOLESCENTE, RICAVANDONE UNA INDELEBILE IMPRONTA NELLA MIA FORMAZIONE SUCCESSIVA.)le basi, del rovescimaneto filosofico, umanistico ed esistenziale furono gettate.
    E quento terribile coraggio nelle protagoniste, poco più che vite in erba!
    Certo, si puù proseguire: con Carla Lonzi, con Luce Irigaray, e Luisa Muraro.

    Ma qui siamo nella “fondazione”: sapere e fare sapere che Daniela pellgrini anticipò, leggete le date, nel 1966!!!!! prima de “L’ Erba voglio” e prima del ’68 stesso! le tesi antiautoritarie, è semplicemente un miracolo, uno splendido miracolo italiano, stavolta, non di importazione.
    Le traduzioni, i carteggi del femminismo europeo sarebbero arrivate subito dopo, un decennio dopo, ma l’onfa viva è qui, negli incipit..

    Coraggio, satana (che bel nome!) demonizzare le ns. paure addossandole alla donne, è il peccato più semplice del mondo, fa tenerezza..
    Maria Pia Quintavalla

  9. mariapia il 16 ottobre 2009 alle 16:17

    Chiedo scusa degli errori qui e là: la fretta rende, a volte, un pò dislessici.. Il resto è leggibile, però. MPQuintavalla

  10. véronique vergé il 16 ottobre 2009 alle 17:53

    Mariapia,

    anch’io sono dislessica …

  11. gina il 17 ottobre 2009 alle 10:07

    Del passato non si butta via niente, nel bene e nel male. Con un ardito balzo nel terzo millennio, a chi fosse interessata all’attualizzazione del discorso, ri-segnalo questo.

    Estratto di “Alla ricerca dei nessi perduti”, di Beatrice Busi:
    Uno dei testi più citati dalle donne nel dibattito sulla femminilizzazione del lavoro è stato certamente il posto dei calzini dell’economista Christian Marazzi. In particolare, un suo passaggio nel quale si discute della centralità attuale della concezione marxiana di lavoro vivo: questo lavoro che trova in se stesso il proprio compimento, caratterizza tutti i servizi alle persone, e sempre più va estendendosi all’interno della sfera produttiva nella forma delle attività relazionali. Di lavoro domestico incarnato ci parla invece la serva serve di Cristina Morini, che nell’introduzione spiega così le intenzioni del libro: nel corso di questi anni ci siamo soprattutto occupati di lavoro mentale, intellettuale, facendo (come è) del lavoratore “della relazione e della tecnologia”, una sorta di nuovo paradigma dell’era di accumulazione flessibile. Il libro che avete in mano, invece, parla di colf, di baby sitter, di accompagnatrici di anziani e di immigrati. Ma anche questa è una trasformazione della nostra realtà, anche questo è un nuovo profilo del mondo del lavoro.
    Le storie di vita di queste donne migranti ci spiegano come la divisione sessuale del lavoro sopravviva e anzi si rafforzi nell’era della femminilizzazione metaforica della produzione.
    La definizione la prendiamo in prestito da Sara Ongaro, che nel suo testo le donne e la globalizzazione esplicita così le somiglianze tra lavoro domestico e lavoro postfordista:
    Con femminilizzazione metaforica della produzione mi riferisco ai cambiamenti intervenuti nell’organizzazione del lavoro e nell’essenza del lavoro stesso. Se pensiamo alle caratteristiche del lavoro domestico – assenza di contratto e quindi assenza di corrispondenza tra remunerazione e ore di lavoro, l’assenza di un mansionario, l’essere un lavoro senza fine, fatto quando le esigenze degli altri lo necessitano, non essere regolare né protetto- notiamo come siano opposte a quelle del lavoro salariato, ma estremamente vicine ai caratteri dell’organizzazione del lavoro postfordista: flessibile e precario, perché dipendente dalle richieste di mercato, insofferente all’organizzazione sindacale, spesso senza diritti (pensione, malattia, ferie, maternità). Un’analisi che ritroviamo anche in un altro libro, le parole per farlo di Adriana Nannicini, nel quale vengono riportate le discussioni di un laboratorio di autoinchiesta sul lavoro che si è svolto qualche anno fa alla Libera Università delle donne di Milano. L’autonarrazione delle donne al lavoro nel postfordismo fa emergere che il lavoro cosiddetto produttivo oggi non è affatto percepito come la sfera nella quale poter esercitare la propria libertà: le storie raccolte sono soprattutto storie di ordinario disagio caratterizzate da un atteggiamento ambivalente nei confronti del lavoro. E’ proprio la categoria di ambivalenza a riportarci agli studi sul lavoro domestico degli anni 70, in particolare al lavoro di Ulrike Prokop. L’ambivalenza a cui si riferisce Prokop è un sentimento femminile che manifesta l’insoddisfazione per il sovraccarico di lavoro, ma anche per l’imprigionamento di quelle che lei chiama forze produttive femminili, che caratterizzerebbero il lavoro domestico delle donne (orientamento ai bisogni, comportamento espressivo e non strumentale, flusso di tensione affettiva, allontanamento delle minacce immediate, immaginazione e fantasia, spontaneità, orientamento all’ordine della casa, al corpo, al consumo, alla soddisfazione del desiderio).. Come scriveva Iaia Vantaggiato, con il passaggio al postfordismo il lavoro guadagna un’ambigua connotazione sessuata. Il lavoro postfordista infatti, si presenta come lavoro femminilizzato. ….
    Come sostiene Nannicini, la trappola patriarcale che creava dipendenza totale e dunque precarietà dal privato si è estesa anche al pubblico: una delle qualità oggi più richieste è la disponibilità permanente, che assomiglia un po’ troppo alla dedizione richiesta alle donne nei lavori di cura e di riproduzione. O, come dice uno degli aforismi di Tiqqun: la presunta liberazione della donna non è consistita nella loro emancipazione dalla sfera domestica, ma piuttosto all’estensione di questa sfera alla società intera.
    Ma allora in cosa consiste davvero la femminilizzazione del lavoro? Oggi nel mercato del lavoro non si tratta più di saper fare qualcosa, ma di mettere a profitto anche tutto quello che fa parte del “vivere”: passioni, idee, competenze affettive, capacità di relazionarsi, è la vita stessa ad essere reinvestita continuamente nel lavoro. Ormai quella bravura ritenuta “tipicamente femminile” nel costruire reti, nel prenderci cura dell’altro o nel sedurlo, è la competenza richiesta dal mercato. Non solo nella pubblicità o nel mondo dello spettacolo, ma anche in un call center o in un fast food. Quello che le donne hanno sempre fatto gratuitamente tra le quattro pareti domestiche, oggi lo fanno le badanti sottopagate, ma anche le aspiranti veline per il quarto d’ora di celebrità. In fondo, viene richiesto lo stesso genere di prestazione anche al giornalista da salotto e al portavoce di partito: dedizione, adattabilità, disponibilità.
    Significativamente, Cristina Morini in un’autoinchiesta svolta con e tra le giornaliste RCS, si domandava: è possibile che si vada creando un contesto prostituzionale allargato, legato al fatto che quando l’attività relazionale tende a prendere fortemente il sopravvento, il soggetto debba anche, in qualche modo, lasciar agire, usare, sfruttare tutte le capacità del corpo – con tutta la mimica e la schermaglia tipica della profferta sessuale? Una domanda sottilmente inquieta e inquietante, che ricorda molto da vicino alcune riflessioni degli anni 70 sui ruoli sociali delle donne: E’ sesso il sorriso che viene richiesto alle commesse, è sesso la compiacenza che viene richiesta alle segretarie e alle impiegate, è sesso la gonna cortissima prevista per le cameriere. E dal regalo della cosa sesso alla sua vendita il passo non è tanto lungo come si vorrebbe far credere. Alcune curiose assonanze tra la descrizione del lavoro precario e le caratteristiche che le lavoratrici sessuali utilizzano solitamente per descrivere il loro lavoro le ritroviamo anche in una autoinchiesta della Libera Università delle donne di Milano, in particolare nei racconti della “Cooperativa Invisibile” (un gruppo di ragazze, allora tutte tra i 20 e i 23 anni e con una forte coscienza politica, organizzate tra loro come una rete di informazioni per passarsi lavori “tollerabili, minimamente migliori di altri per retribuzione, ambiente, gerarchie e contenuti”, tutti lavori, per così dire, a basso investimento libidico, dei “lavori marchetta”) : funzione strumentale del lavoro, ruolo cruciale della contrattazione, separazione tra la propria identità e il lavoro che si svolge. …..

  12. gina il 17 ottobre 2009 alle 11:06

    Dimenticavo
    su olympe de gouges ma non solo, bellissmo
    questo libro di cutrufelli

  13. gina il 24 ottobre 2009 alle 09:31

    Update:)
    Il femminismo che Repubblica non può utilizzare (L’Altro, 21 ottobre)
    Di Anna Simone
    Ancora Judith Butler? Sì e soprattutto adesso. Fa quasi impressione, infatti, il doppio scacco in cui è finito gran parte del femminismo italiano in questo periodo. O insegue Repubblica, o insegue Santoro. Due modalità di fare opposizione che attraverso l’uso e la strumentalizzazione del corpo femminile tentano di mettere in scacco il re. Eppure da anni gran parte del femminismo italiano, soprattutto quello di ultima generazione, tenta di spostarsi dal significante “donna” per denunciarne l’impianto piatto, tendenzialmente identitario, costruito su modelli arcaici e “naturali” rispetto alle grandi mutazioni della contemporaneità. Nell’operare questa critica e nel mettere a punto nuove pratiche in grado di analizzare a tutto tondo anche il contesto mediatico e socio-culturale nel quale siamo immerse, sono venute fuori almeno due letture importantissime e due modalità di agire il proprio corpo in questo mondo. All’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani, una grande manifestazione di femministe etero e non, riuscì a riprendersi la parola dopo la prima grande strumentalizzazione del corpo femminile messa a punto dai media per “legittimare” le ruspe in un campo rom alla periferia della capitale, nonché il primo tentativo di mettere a punto un pacchetto sicurezza tendenzialmente razzista da parte di Veltroni and company. Il corpo di Giovanna fu strumentalizzato da tutti, anche e soprattutto da Repubblica (che tra l’altro trattò malissimo anche la nostra manifestazione) per avviare quel terribile e lungo percorso che ha portato la gran parte dell’opinione pubblica, financo quella più illuminata, ad avere paura degli immigrati considerandoli lombrosianamente una “specie” incline a delinquere. E’ cominciata lì, anche a partire da Repubblica, la prima legittimazione di massa dell’ideologia securitaria. Eppure allora il femminismo c’era, era vivo e presente, ma non veniva ascoltato. Chissà perché, infatti, in questi giorni e nei mesi addietro tutti hanno parlato del silenzio delle donne. Di quale silenzio parlano? La storia dell’ultimo femminismo smentisce queste illazioni a pieno titolo. Però la domanda che alcuni quotidiani si pongono ci è anche utile per comprendere tante cose. Loro, evidentemente, ritengono parlanti solo “alcune” donne ed in particolare quelle che possono essere “usate” per costruire l’ideologia anti-berlusconiana. L’esito, però, è praticamente lo stesso. Prima si sono usate le donne per sdoganare il securitarismo, poi si sono usate nuovamente le donne per opporsi al presidente del consiglio. E’ la guerra, come abbiamo tante volte scritto su queste pagine, tra poteri forti (De Benedetti contro Mediaset e Mediaset contro De Benedetti, la Rai lottizzata contro Mediaset e quest’ultima contro Mediaset). Una guerra tra uomini e poteri che si consuma a pieno titolo sulla pelle e sui corpi delle donne. Ha ragione Pia Covre (L’Altro, 18 ottobre): siamo in pieno conservatorismo e regressione sul piano della libertà delle donne e sul piano della libertà sessuale. Come dicevamo, le due letture del femminismo contemporaneo, quello comunemente definito di terza generazione, sono andate e vanno in direzioni diversissime da quelle “usate” da Repubblica. La critica del significante “donna” è sempre coincisa con un bisogno più ampio e più grande entro il quale collocare l’azione politica ovvero la nostra parola oggi. Agire il femminismo qui e ora, infatti, significa intrecciare sessismo e razzismo, significa criticare la norma eterosessuale, significa abdicare dagli stereotipi costruiti ad hoc dalla sciagurata cultura che ci è caduta addosso come un macigno (la moglie tradita, l’escort e la velina sono riproposizioni di un modello sociale aderente alle fiction e non alla realtà, un modello che elimina dalla scena pubblica centinaia di migliaia di istanze portate avanti da donne reali, precarie, colf e badanti etc.), significa mettersi in ascolto della parola delle innumerevoli vite precarie che popolano il nostro mondo, significa attenzione verso un processo di de-umanizzazione e di odio sociale attraverso cui si strutturano ormai la gran parte delle relazioni. Significa, in poche parole, sottrarsi dalla logica secondo cui “ci fanno” parlare, significa evitare che anche il femminismo diventi un “dispositivo” ovvero un ordine discorsivo incuneato come non mai all’interno del pericolosissimo reticolo tessuto dal potere mediatico e politico. Un politico che “produce” le donne per poi “usarle”. E allora è meglio riflettere, leggere, studiare. Prendere le distanze da questo circo dei poteri. Due libri belli e importanti sono usciti proprio in questi giorni. Il primo è il famoso dialogo Butler-Spivak sulla crisi degli stati-nazionali, già sugli scaffali delle librerie statunitensi e francesi da almeno due anni (Che fine ha fatto lo Stato-nazione?, a cura di Ambra Pirri, Meltemi, pp. 92, euro 13). Il secondo, invece, è straordinario e decisivo per comprendere la relazione, i punti di intersezione e di frizione, che tanto hanno animato il dibattito femminista italiano in questi ultimi anni, tra il pensiero di Butler e quello di Adriana Cavarero, autrice di opere importantissime soprattutto dopo essere uscita da Diotima nel 1990, nonchè unica vera apripista del pensiero butleriano in Italia (Differenza e relazione. L’ontologia dell’umano nel pensiero di Judith Butler e Adriana Cavarero, a cura di Lorenzo Bernini e Olivia Guaraldo, Ombre corte, pp. 172, euro 16). Butler-Spivak si incontrarono nel maggio del 2007, in pieno bushismo, per discutere assieme sullo “stato globale”, ovvero sulla crisi degli stati-nazionali cominciata a ridosso del processo di globalizzazione. Nonostante questa crisi sia stata spesso un grimaldello attraverso cui far passare politiche reazionarie tese a generare una dispotica riconfigurazione dei confini o una rinascita delle identità di appartenenza etniche, tanto quanto legate ad un nazionalismo di ritorno, rimane indiscutibile il dato secondo cui questo bisogno di reagire alla crisi degli stati-nazionali ha finora prodotto esclusione e morte. Specie se leggiamo questo falso movimento nell’ottica del restringimento del “diritto ad avere diritti”, anziché nell’ottica della necessità di implementare i diritti umani. Diritti, come sappiamo tutti, dal valore più simbolico che reale dal momento che non esistono istituzioni adeguate per attuarli. Butler e Spivak si interrogano e dialogano a partire da posizionamenti differenti, eppure l’esito appare interessantissimo. Intanto siamo dinanzi ad un’interrogazione che agisce il femminismo nell’ottica della comprensione di un contesto che “sposta” il sé sul piano della responsabilità politica nei confronti dell’altro. Ed in particolare della condizione dei migranti e dei latinos negli Stati Uniti durante l’atroce governo Bush. E’ proprio a partire dalla loro voce, dal loro incarnare in piazza bisogni e desideri, che diventa possibile per le due autrici la risignificazione politica del femminismo contemporaneo. Attraverso una rilettura brillante del famoso saggio di Arendt del 1951, “Il tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani”, si ritematizza a tutto tondo la crisi degli stati-nazionali. Una crisi che diventa un’opportunità rivoluzionaria e non reazionaria, reattiva, solo se si comprendono fino in fondo i processi di soggettivazione dei migranti. Il titolo originale del volumetto è “Who Sings the Nation-State?”, “Chi canta lo stato-nazione?”. Domanda curiosa che, secondo me, doveva restare tale anche nel titolo in italiano perché la risposta è il tema più forte e importante del volumetto in questione. Lo stato-nazione in crisi di cui ci parlano le autrici parla e lo fa attraverso i canti dei latinos in una grandissima manifestazione voluta nell’aprile del 2006. Questi cantavano l’inno degli Stati-uniti in spagnolo dicendoci, con una forza simbolica enorme, che la lingua-madre non è sinonimo di appartenenza ad una nazione. Quest’ultima, infatti, per dirla con Butler, nasce come dispositivo di potere, produce forme di appartenenza che sono “performative”, pure fiction a cui sottostare. Il canto dei latinos, invece, ci dice tutt’altro. Ci dice che non esistono “soggetti” precostituiti, ma soggettività posizionate in continua trasformazione che risignificano la crisi politica della contemporaneità proponendoci un altro sguardo ed un’altra interpretazione del mondo al di là di assetti e riassetti del potere. Altrettanto forte e importante è il messaggio teorico-politico leggibile tra le righe di “Differenza e Relazione”, l’opera curata da Olivia Guaraldo e da Lorenzo Bernini per Ombre Corte. I curatori del volume si cimentano con un argomento difficile e spinoso ovverosia sul dialogo tra Butler e Adriana Cavarero, pensatrice “diversa” della differenza sessuale. Così diverse eppure così accomunate da un principio di fondo: mettere a tema la crisi del soggetto per riconfigurare una nuova etica pubblica tesa alla rielaborazione di un’idea di umanità in grado di mettere in scacco la violenza e la recrudescenza del potere. Come scrive brillantemente Olivia Guaraldo nell’introduzione al volume: «Il femminismo, in questo senso, non è più il discorso sulle donne/delle donne, ma diviene lo strumento attraverso il quale la critica al soggetto e alla metafisica acquisisce tratti teoreticamente più completi e politicamente più efficaci». Il volume fa emergere assai bene i due blocchi teorici entro i quali si è andato configurando il pensiero femminista negli ultimi anni. Uno propenso a valorizzare la differenza sessuale sui temi della cura, del materno e della relazione; un altro che, a partire da Simone de Beauvoir sino a Butler, non ha mai abbandonato la tesi della subalternità del “femminile” alla natura prima e alla cultura poi. Filone nel quale sono leggibili anche i testi di Lea Melandri. Nonostante i due filoni di “appartenenza” differenti, Butler e Cavarero si incontrano, soprattutto sui concetti di umano, etica e vulnerabilità, perché entrambe “eccedono” le rispettive provenienze dando vita, così, alla necessità di pluralizzare il femminismo. Accettare i femminismi e non “il femminismo” in tutta la sua carica egemonica significa, oggi più che mai, porre al centro la relazione nonché la “politica di concerto”, la possibilità di stare insieme evitando di dogmatizzarsi all’interno di un ordine del discorso che fa del femminismo stesso un dispositivo di potere. Il libro contiene anche un dialogo tra Cavarero e Butler su “Condizione umana contro natura”, già pubblicato da Micro Mega, uno straordinario glossario per orientarsi con termini come agency, binarismo sessuale, gender, unicità incarnate, drag, dispositivo di sessualità, eterosessualità obbligatoria, interesessualità, queer, transgenderismo etc, nonché una bibliografia completa di Butler e Cavarero. Insomma è davvero giunto il tempo di voltare pagina. Di rifiutare qualsiasi processo di egemonizzazione e di strumentalizzazione del corpo femminile e dei femminismi, soprattutto quando sono proprio questi ultimi a rifiutare la complessità ed il pluralismo del presente. Quando, cioè, diventano essi stessi dei dispositivi di potere.

  14. […] si trovano dei sacchetti di pittura che esplodono al momento dell’impatto. Sull’onda del movimento femminista, comincia quindi ad esplorare le modalità di rappresentazione dell’universo femminile, nascono […]



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