Autismi 13 – Le mie passeggiate (2a parte)

16 ottobre 2009
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

ponce-3Lungo il canale c’è il divieto di stazionamento, quindi non penso più alle macchine parcheggiate. Penso che ho fatto proprio bene a strapparmi via dalla cittadina dove sono cresciuto. Penso che passeggiare per quell’asfittico coacervo di costruzioni stritolato tra inospitali montagne è uno strazio, perché tutte le persone ti conoscono o comunque ti guardano insistentemente come ti conoscessero, e soprattutto in qualsiasi direzione tu ti diriga la cosiddetta città finisce subito: non rimane che girare in tondo a testa bassa, come nel cortile di una prigione. E quindi anche le idee finiscono per girare in tondo, per sprofondare nel gorgo della xenofobia.

Questa sera invece di prendere il solito ponte piatto tirerò dritto, e quando ne avrò abbastanza approfitterò di uno dei tanti ponti arcuati che con un’unica agile falcata metallica scavalcano il canale, mi dico quasi ogni notte, avvistando il ponte piatto acquattato in lontananza. Resterà pur sempre una passeggiata destrorsa all’andata e sinistrorsa al ritorno, ma sarà caratterizzata da un numero di passi n volte maggiore, e quindi da un incrementato rilascio di endorfine, visto il legame di proporzionalità che lega le due variabili, si dice l’emisfero scientifico del mio cervello. Senza rendermene conto gonfio un po’ il torace, come quando si fa i coraggiosoni.

Poi però all’ultimo istante il mio bacino compie l’identica rotazione di sempre attorno alla ringhiera di ferro del solito ponte, come attratto da una calamita. Percorro il solito ponte facendo strisciare la mano tenendola un po’ aperta, ma in modo che il mignolo venga trascinato sulla superficie metallica, e in guisa di commiato si giri e dia un colpetto con l’unghia. Sempre gli stessi balzelli apparentemente casuali, sempre lo stesso commiato. La prima volta chissà perché ho fatto così, e allora continuo a fare così.

In tutti i viaggi da che mondo è mondo arriva sempre l’istante fatidico del doppiaggio della boa. Per giorni e giorni, mesi, anni, tutte le nostre energie erano proiettate in senso centrifugo, tutti i nostri pensieri davano per scontato che non saremmo mai tornati indietro, e poi invece le nostre gambe si riavviano verso dove sono partite, e anche la testa si rincammina verso casa. Anzi, la nostra testa è sempre un po’ in anticipo, sgambetta febbrile nella direzione indicata dai nostri alluci: come i cani quando li si lascia liberi. Senza che ce ne rendiamo conto comincia a mettere il naso in quello che succederà dopo, fiuta già il panino di cui avremo voglia, la birra fresca che desidereremo. La nostra testa utilizza la conoscenza impudica che ha di noi per prepararci delle sorprese.

Io però sono ancora lì al ponte girevole coricato accanto alla chiusa, e non penso ancora a quando sarò di nuovo a casa. Scendendo la rampa che riporta al livello del canale guardo se sulla riva ci sono le tende dei barboni. Lo so che li hanno cacciati da anni, ma certi ricordi ci mettono un sacco di tempo a liberare il terreno, sono come quegli attori già crivellati di colpi che a ogni nuova trafittura sussultano di ulteriore dolore, ma non si decidono a schiattare. Tu sai che quell’attore tutto bucherellato è ormai spacciato, ma non è ancora morto del tutto, occupa ancora tutto il tuo spazio mentale.

Per certi versi è un po’ come un semaforo cocciuto, la mia testa. Si ricorda delle tendine da montagna e di tutte le carabattole che le attorniavano: gli armadietti improvvisati con le cassette della frutta, le specchiere trovate per strada, i carrelli del supermercato, le ruote di bicicletta, gli ombrelloni, le canne da pesca, le putride poltrone regalmente affacciate sul canale. E avrebbe ancora voglia di vedere quell’accampamento aristocraticamente miserabile: i senza tetto se la spassavano bevendo il loro vinaccio tetrapak, scivolando nella scontata catalessi beckettiana. Ogni volta che passavo mi dicevo che sarei sceso a vedere se davvero il loro modo di vivere fosse migliore di quello della gente cosiddetta normale. È un dubbio che devo togliermi, mi dicevo. Poi però li hanno sloggiati, perché facevano un po’ disordine, stando alle autorità: non se ne è fatto più fatto niente.

Alla fine della discesa mi imbatto nel solito cesso con la monetina. Non è possibile che non abbia mai fatto l’esperienza di uno degli emblemi architettonici della condiscendente ma anche prodiga metropoli nella quale mi sono incistato da tanti anni, mi dico ogni volta. Non certo perché ne provi il bisogno, visto che prima di uscire di casa faccio sempre venti secondi precisi di pipì, ma per spassionata sete di sapere. Come si aziona lo sciacquone? Com’è il sostegno della carta igienica? Lo specchio è grande o piccolo?

Ogni sera finisco però per rimandare al giorno dopo. Tanto che quei cessi che al mio arrivo apparivano degli avveniristici gioielli delle pisciate tecnologiche, adesso cominciano a apparire un po’ obsoleti. Bisogna che mi sbrighi, se non voglio ritrovarmi in un cesso di antiquariato, mi dico qualche sera, congratulandomi con me stesso per l’arguta battuta, ma anche un po’ preoccupato per la brevità dell’esistenza umana.

Per i giovani è molto importante fare i giovani, è normale, mi dico contemplando il cimitero di cartacce sulla riva che costeggia l’acqua marrone. Il problema è come conciliare le peggiori forme di inquinamento con le libertà individuali, mi dico. Se per esempio io uscissi a passeggiare più presto, la mia diventerebbe una corsa ad ostacoli costellata di frasi vaganti e corpi intersecati, un esercizio di equilibrismo tra bicchieri pieni e spinelli accesi, una prova di resistenza psichica, invece che una passeggiata come la intende la mia testa.

Chissà se è davvero in casa, penso, mentre costeggio il palazzo dove abitava l’amica di mia moglie. Mi succedeva anche da piccolo, nella cittadina anossica dove sono stentatamente cresciuto, e dove faccio l’errore di tanto in tanto di tornare: la gente traslocava, ma nel mio pensiero continuava a abitare nello stesso posto. O meglio abitava un pochino anche in quello nuovo, ma pochissimo, quasi niente. Quindi nascevano facilmente dei disguidi e dei malintesi, ne nascono tuttora.

Non avevo ancora capito che quella che un giorno sarebbe diventata mia moglie bisogna tirarla come una valigia a rotelle, se non si vuole arrivare assurdamente in ritardo, mi dico ogni volta che ho rinunciato all’idea di andare a trovare l’amica che non abita neanche più lì. È un pensiero puntuale come un orologio atomico. Pur di arrivare quando già i primi invitati ripartono si cambia dieci volte, telefona, pulisce dove di solito non si pulisce mai, si incolla come una ventosa alle vetrine, contempla i cartelloni dei cinema fino a impararli a memoria, cerca di attaccar briga: ogni pretesto è buono. Ci vuole molta pazienza, e anche molto tatto, ma i risultati si possono toccare con mano: adesso alle cene e alle feste non sono più costretto a spiluccare dai piatti di plastica abbandonati sui caloriferi. Fa piacere rendersi conto di avere fatto dei passi in avanti.

Mentre procedo penso alle peculiari abitudini di mia moglie: quando rientriamo dagli inviti a cena apre il frigorifero, e mangia del formaggio emmenthal mordendolo come se fosse una tavoletta di cioccolato. Certe volte ci spalma sopra della mostarda, certe volte no. Io per anni pensavo che tutti in quella imprevedibile città al rientro dalle feste mangiassero il formaggio in quella maniera. Quando si è in un posto nuovo si prendono un sacco di cantonate.

Non so perché le risposte alle domande che mi hanno fatto e le battute divertenti mi vengono in mente solo mentre mia moglie morsica il formaggio tenendolo come se fosse un tramezzino. Perché non hai detto una parola in tutta la serata?, mi ribatte lei, con i tipici rimbombi liquidi di chi parla con la bocca piena di formaggio. Ha la voce roca, perché a lei quando l’invitano piace conversare, non mangiare. Arriva in surreale ritardo, ma poi si rifà ampiamente con le seriose conversazioni culturaleggianti da quartiere favorito di megalopoli. Perché non hai fatto che abbuffarti, senza guardare e senza parlare con nessuno?, mi chiede, aggiungendo altra mostarda al suo formaggioso pezzo di formaggio.

Io non so cosa ribatterle, perché ripensandoci pure a me sembra di non aver parlato più di tanto. È difficile difendersi, quando non si ha poi così ragione come si presupponeva. È come giocare a tennis con dei tacchi a spillo: ce se la si può fare, ma si parte molto svantaggiati. Soprattutto quando non si sa giocare a tennis, com’è il mio caso. Io però continuo a parlare, perché provo pur sempre la necessità di riprendere certi temi particolarmente stimolanti germinati durante la serata che lì per lì mi era sembrata oltremodo uggiosa. Forse è anche l’effetto delle bevande alcoliche ingerite, non lo saprei dire, ma è così. Mia moglie invece di rispondermi sbuffa, e si avvia con il suo formaggio in mano verso la camera da letto. Non è molto appagante parlare da soli, sembra sempre di sapere già tutto. Allora finisce che accendo la televisione, e cerco un documentario scientifico per esempio sul senso di orientamento delle termiti.

Superato il negozio che non si sa bene cosa venda avvisto di nuovo l’albergo dove secondo me hanno girato il capolavoro, questa volta di faccia, esattamente come appare in alcune scene emblematiche del film. Questo è l’albergo dove hanno girato il grandioso capolavoro, mi dico, godendomi la libertà di pensare quello che voglio senza che nessuno mi contraddica. A certi pensieri si rimane molto affezionati, anche se la loro veridicità appare ormai compromessa. Sono pur sempre degli amici che ci hanno accompagnati per un pezzo di strada, che ci fanno bene all’anima.

Secondo mia moglie dovrei andare a passeggiare di giorno, non di notte, mi dico passando davanti all’orologiaio con le sveglie impolverate in vetrina. Secondo lei le persone normali passeggiano di giorno, o al limite di sera, mai nel cuore della notte. Io le ribatto che di giorno non c’è lo spazio materiale per camminare, e soprattutto l’aria è satura di sguardi e di pensieri altrui, di frasi e di idee che cercano di incasellarti, di farti fare quello che vogliono loro. Di giorno si può al massimo farti colonizzare il cervello da pensieri parassiti, esattamente come succede nelle cittadine di provincia sempre pronte alle derive xenofobe, non passeggiare come lo intendo io, dando libero corso ai propri pensieri. Mia moglie però non può capirlo. Secondo lei il mio vero obiettivo è fare sempre il contrario di quello che fanno gli altri.

Man mano che mi riavvicino a casa mi rendo conto che sempre più automobili parcheggiate mi sono familiari. Alcune le conosco per così dire intimamente: riconosco i graffi, gli oggetti disseminati all’interno, il tipo di disordine o di maniacalità, quello che si potrebbe chiamare il carattere. Parlerei di amicizia, se appunto i dizionari non si intestardissero a riservare il concetto di amicizia per gli esseri umani, meglio se non ancora deceduti, e per gli animali di compagnia. È inevitabile che un po’ alla volta ci si affezioni. Questa è la tipa che piange sempre, mi dico, passando accanto all’utilitarietta con la prodiga scatola di fazzolettini sul cruscotto. Questo è lo spilungone che si crede un cow-boy, questo è il professorino con gli occhiali spessi due dita, questo lo stiticaccio repellente. Checché se ne dica le automobili sono dei gran bei giocattoli: non sarà facile trovare un gioco altrettanto riuscito, quando anche l’ultima goccia di petrolio sarà finita.

Ma sarà davvero sempre il cane che soffre di insonnia o sarà invece il padrone?, mi chiedo qualche sera, fermandomi anch’io a fissare il buco del culo che trepida nella luce clorotica del viale intersecato perpendicolarmente dalla mia traiettoria. O saranno per caso tutti e due?, mi domando, ipnotizzato dalle palpitazioni peristaltiche che precedono la defecazione. Non è però un pensiero che mi viene sempre, è un pensiero che si fa sotto una volta ogni tanto. Come quelle persone che quando te le ritrovi davanti riconosci al primo sguardo, ma che poi per dei mesi o anche per anni non incontri più. Probabilmente si divideranno i ruoli, come succede sempre nelle coppie, finisco per rispondermi, meditando alle mie esperienze personali.

Risalgo verso casa nostra sul marciapiede di sinistra, quello per il quale sono sceso, e che mi appare come il marciapiedi di destra solo perché sto camminando nel senso contrario rispetto a quello dell’andata. Se fossi coerente percorrerei il marciapiede di sinistra, lo so bene, ma non sono affatto una persona coerente, bisogna che ci rassegniamo. Le mie passeggiate non hanno la liscia perfezione delle statue del Canova, è un dato oggettivo: sono piene di anfrattuosità, bitorzoli, irregolarità di ogni tipo.

Chissà se i miei amici teppisti sono ancora in servizio, mi dico prima di sbucare sulla piazzetta dove abitavamo prima. Qualche volta sono davvero lì, spesso restano solo le lattine vuote di birra. Se si sono dileguati vuol dire che sta arrivando la polizia: in cima alla salita vedo apparire una macchina con il lampeggiante blu, lenta e minacciosa. Non ho mai capito come facciano i miei amici teppisti a sapere che stanno arrivando gli sbirri. Probabilmente hanno dei colleghi più in alto che in qualche modo li avvertono, o anche solo hanno un micidiale teppistico sesto senso, vallo a sapere: quel che è certo che quando la polizia appare non c’è più l’ombra di teppista.

Entrando nel nostro appartamento lotto contro il desiderio di svegliare mia moglie e raccontarle tutte le meraviglie che ho visto e che ho pensato nel corso della mia entusiasmante passeggiata. Ma in realtà so che lei non sarebbe affatto contenta. Mugolerebbe che vuole dormire, che la mattina dopo deve lavorare. O anche mi morderebbe, perché certe volte la notte è un po’ nervosetta. E allora mi tolgo le scarpe, e transito per il salotto camminando sulla punta dei piedi come un amante in incognito, come un temibile ladro.

(Immagine: Ricardo Ponce, De la serie: Manicomio particular)

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2 Responses to Autismi 13 – Le mie passeggiate (2a parte)

  1. véronique vergé il 16 ottobre 2009 alle 15:32

    Mi piace la manera originale di parlare della realtà. Attraversare un ponto diventa sorgente di riflessioni sulla filosofia del corpo, o il mondo prosaico che circonda il corpo cittadino.
    Nel piccolo dettaglio, Giacomo Sartori fa vedere un carattere, una manera di vivere o sopravvivere nel mondo.
    La descrizione della moglie mangiando il formaggio emmenthal è gustosa.
    Per scrivere con questa originalità si deve avere una presenza sveglia agli altri, un bellissimo senso dell’umorismo, uno sguardo attento, e finalmente un amore per questi personaggi con molti difetti ( comme al moglie o la sorella).

  2. véronique vergé il 16 ottobre 2009 alle 15:37

    Per rispondere a Catarina ( in un altro post), flânerie non è per me una passeggiata romantica, il naso nelle nuvole, leggera.

    Flânerie è ramificazione del corpo nella città.



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