Autismi 14 – Il mio migliore amico (1a parte)

28 ottobre 2009
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

blake_adam_naming_the_beastsIl mio migliore amico nel corso della sua esistenza ha fumato trecentoundicimila sigarette e s’è bevuto centoquarantasettemila e cinquecento lattine di birra. Naturalmente non ha bevuto solo birra in lattine, perché s’è scolato anche un’infinità di birre in bottiglia, e soprattutto alla spina, e poi vino bianco e rosso, whisky, grappa, bourbon, slivowitza, vodka, sakè, martini, vermut, e vari altri alcolici puri o mescolati tra loro. Ma tradotti in lattine di birra il totale fa pur sempre centoquarantasettemila e cinquecento: i miei calcoli sono piuttosto precisi. Un po’ meno di cinquemila ettolitri di birra, pari a duecentocinquanta ettolitri di alcol puro.

Il mio migliore amico era fin dall’inizio quello molto brillante, io quello un po’ tarato. Capiva in qualche giorno le cose che io ci mettevo dei mesi, se non addirittura – potrei fare degli esempi precisi – degli anni. Lui a quindici anni frequentava gli intellettuali di sinistra della città, che lo stavano ad ascoltare come se fosse un loro pari, io me ne stavo per lo più da solo, e sapevo a stento parlare. Farfugliavo. Biascicavo e farfugliavo. Leggevo molti libri senza capirli. Fino a quel momento ero vissuto in campagna, con pochi compagnetti che sapevano sì e no qualche parola di italiano.

Quello che facevamo assieme era bere. Quasi sempre veniva l’alba, a furia di bere. E naturalmente mentre bevevamo parlavamo. Le frasi che diceva mi rovesciavano immancabilmente le idee nel cervello come si fa con una maglietta indossata storta. Ma anch’io con lui dicevo delle cose piuttosto intelligenti, o almeno così mi sembrava. Forse appunto per via dell’alcol. Adesso ti stai contraddicendo, se ne usciva lui ogni tanto. Io cercavo di capire in cosa diavolo mi ero contraddetto, però di solito non riuscivo a scoprirlo. Mi entusiasmavano quelle conversazioni, quelle ore dilatate e pregnanti. Una delle sue doti, ma lo avrei capito solo molto dopo, era far sentire le persone migliori di quelle che erano.

Il mio amico faceva parte di un gruppuscolo dell’estrema sinistra, e allora anch’io entrai in quel gruppo. Le idee rivoluzionarie mi avvincevano, riempiendo dei vuoti abissali dentro di me, ma mi ritrovavo ancora più inadeguato, ancora più solo, incerto. Lui invece parlava alle riunioni e alle assemblee, era conosciuto da tutti, veniva acclamato. Le strategie politiche extraparlamentari gli venivano naturali, ma erano le persone che lo intrigavano. I suoi legami erano sempre intensi, e sdilinquivano spesso in parole struggenti, in impudiche confessioni intime. Però tutto sommato in quanto a fidanzate ero messo meglio io.

Secondo mia madre mi plagiava, ma io alzavo le spalle. Del resto tutti quelli che gli stavano attorno imitavano quello che faceva lui, perché era il più intelligente, e faceva le cose più intelligenti: quelle provocazioni che nessuno avrebbe immaginato e che subito diventavano normali. Come telefonare che nella scuola c’era una bomba, attrezzarsi una camera privata nell’ospedale abbandonato, o anche solo rubare le candele nelle chiese. Chi non ne faceva parte lo chiamava il clan, il suo clan. Del clan facevano parte anche i suoi fratelli e sorelle, perché in famiglia erano molti. Per noi era semplicemente il nostro gruppo, ed era naturale che la posizione centrale fosse la sua, come era naturale che l’amico più amico fossi io.

Il mio migliore amico ha fatto il suo primo tentativo di suicidio a sedici anni. S’è tagliato i polsi. O meglio, un polso e mezzo. Poi un secondo tentativo qualche mese dopo: s’è buttato da un treno in corsa dopo aver trangugiato dell’acido muriatico. Uno di quei treni interregionali che fermano in quasi tutte le stazioni, che all’epoca non so perché venivano chiamati diretti. Aveva lasciato una scritta con il pennarello accanto al mio letto, che io però non avevo ancora notato: “Tanto ci sarò sempre”. E invece non è morto, anche se all’inizio sembrava che dovesse morire. Ma gli è rimasto un grosso buco nella testa, suppongo dovuto all’impatto contro una traversina. Come dire, c’era solo la pelle, e se si appoggiava un dito si sentiva il cervello. Agli intimi lo faceva toccare il suo grosso foro, ne andava fiero. Mi ricordo di essere andato a trovarlo all’ospedale di V.: era ancora imbesuito dai calmanti. Non mi ricordo cosa ho pensato.

Per allontanarlo dalle idee suicide suo padre lo mandò a lavorare per tutta l’estate in una falegnameria in Alto Adige. Pensava che lavorare il legno fosse un’attività che pacifica con l’esistenza. Anche lui era stato falegname, prima di prendere il diploma di geometra frequentando le serali. Forse l’idea non era malaccio, e sicuramente le intenzione erano ottime. E invece si è rivelato un imperdonabile errore. Tutti i lavoranti della falegnameria erano alcolizzati. Di giorno lavoravano, e la sera bevevano fino a cascare per terra, perché notoriamente nei paesini sperduti dell’Alto Adige l’unica cosa che resta da fare la sera è farsi saltare il cervello con l’alcol. Preferibilmente grappa fatta in casa. Quindi lui ha cominciato a bere come loro. E non ha più smesso.

Il nostro liceo era austero e rispettabile, come si poteva evincere dal militaresco manico di scopa nel culo della risorgimentale preside, ma lui nonostante i capelli unti incollati al cranio e l’alito da pavimento di osteria aveva buoni voti in tutte le materie. I professori lo trattavano con una deferenza mista a timore, anche i più reazionari, e non si formalizzavano per le numerosissime assenze. Spesso i temi in classe di italiano li scriveva in versi, o anche li corredava con dei disegnetti. Se lo poteva permettere. Io invece per la prima volta in vita mia qualcosa studiacchiavo, e continuavo a leggere molti libri, però riuscivo a stento a passare. Tutte le mie certezze e le mie esperienze erano chiaramente inservibili in quella nuova situazione, la mia stessa faccia non era adatta, diventata il capro espiatorio ideale per le frustrazioni dei retrivi professori. Mi era però difficile difendermi: anche quando avevo l’impressione di sapere cosa volevo dire non ero in grado di comunicarlo a parole. E allora tacevo.

Quando ci vedevamo bevevamo. Soprattutto grappa. E fumavamo sigarette senza filtro. Eroina quasi niente: la falcidia circostante non ci riguardava. Non saprei dire adesso con precisione di cosa parlavamo, ma parlavamo, e finiva sempre per spuntare l’alba. Di libri, di persone. Avevo l’impressione che quello stillicidio dei miei punti fermi fosse inevitabile, come si deve resettare un apparecchio elettronico quando va in tilt. Di quando in quando nelle sue frasi appariva una venatura di condiscendenza, ma mi ascoltava pur sempre con l’interesse con cui lo ascoltavo io. O almeno così mi sembrava. Io ci mettevo un bel po’ a rimettermi dai micidiali mal di testa con il quale mi svegliavo, lui invece ricominciava a bere già il mattino dopo. Quelli erano i suoi ritmi normali.

L’ultimo anno di liceo al suo fianco spuntò una ragazza con una bellezza arruffata da gatto randagio, che si riavviava pur sempre i capelli ribelli come un’attrice dei film americani in bianco e nero. Conosceva i poeti maledetti e i romantici inglesi a memoria, e si portava dietro come un’impalpabile velo funebre la reputazione di essere diabolicamente intelligente. Non parlava, strisciava contro i muri con passi appunto di felino scorticato, lanciando occhiate di appassionato ribrezzo. Lui la venerava. Nelle sue frasi affioravano i libertini mondi cerebrali che lei gli aveva dischiuso. Io assorbivo quelle sberle iconoclaste di seconda mano, ancora più malfermo sulle mie gambe. Ora la condiscendenza era più evidente, s’era tinta di sfumature laclosiane. Si beffava della fedeltà, dell’amore, della gelosia, delle buone intenzioni, orpelli che nella mia testa avevano ancora un certo senso.

Il clan nel frattempo si era espanso, includeva ex-fidanzati e ex-fidanzate, fidanzati di ex-amanti, sorelle di amici di amici. All’apice della piramide c’erano loro due. Naturalmente tutti erano stati con quasi tutti, eccettuata beninteso l’ape regina: all’epoca era considerato abbastanza normale. A ognuno lui dedicava il tempo che riteneva opportuno nelle forme che riteneva più adatte, erudendolo, elevandolo, commovendolo, dandogli l’impressione di essere insostituibile. Adesso non si interessava più alla politica, come continuavo a fare io, si dedicava a tempo pieno alle persone. Già allora tantissimi lo amavano, come l’avrebbero amato anche dopo, fino alla fine. Invece di buttarsi di nuovo da un treno ingurgitava grappa e ogni sorta di altri alcolici, attenendosi alla lezione altoatesina.

Lui frequentava un sacco di gente, sempre di più, e io perfezionavo il mio crepuscolare isolamento, ma eravamo lo stesso molto amici. Non saprei dire cosa ci trovasse in me. Per parte mia io apprezzavo quella sua dimestichezza baldanzosa con la morte, quel suo gusto insolente per le delizie della vita, quella sua sfacciata ma anche innocente perversità. Dire una cosa a lui era come dirla direttamente alla gatta selvatica, mi accorgevo. La confidenza passava sotto la lente d’ingrandimento della sua ombrosa erudizione filosofica e letteraria, e ne usciva con delle etichette che faticavo a decifrare. A me direttamente non parlava, mi fissava con una glaciale commiserazione appunto felina.

Per un paio di anni quando sono andato all’università ci siamo visti molto poco. Io avevo bisogno di dimostrare a me stesso che valevo qualcosa, avevo bisogno di allontanarmi dalla mia vera vocazione: facevo lo studentello. Lui conviveva con la gatta byroniana in struggenti abituri il cui minimo denominatore sembrava essere la puzza di cherosene. Sulla soglia di uno di questi c’era ancora la vasta chiazza di sangue dell’inquilino precedente, morto pugnalato da un ignoto amante. Si manteneva facendo il fotografo, però negli interstizi delle sue frasi baluginavano fulgide prospettive letterarie e cinematografiche. Erano iscritti anche loro all’università, ma lo consideravano un gioco esilarante. Quando dopo aver bevuto tutta la notte si presentava a un esame, discuteva con il professore da pari a pari, e immancabilmente il professore gli proponeva di fare la tesi con lui.

Poi ci siamo messi di nuovo a trascorrere le nostre notti a bere. Era passato del tempo, c’erano molte cose da dire. Lui non stava più assieme alla gattaccia, anche se lei restava pur sempre in cima alla piramide, con occhiate sfrontate da Madame de Merteuil, e io cominciavo a dubitare dei miei studi scientifici. In quanto a perversione avevo fatto qualche progresso: ero l’amante della ragazza con cui stava lui, lui lo sapeva, e io sapevo che lui sapeva. Le notti passate assieme mi apparivano tutte diverse, ma anche intrise da uno stesso sentore di rivelazione, di miracolo. Il miracolo della vita vissuta, non solo osservata. Io la vita ero abituato a spiarla, come traguardando sopra un fitto steccato.

Una notte in particolare mi è rimasta impressa: in una casa di campagna infossata tra le colline. Avevamo cominciato a bere mentre sopra di noi s’agglutinava una baluginante serenata invernale. Bevevamo i bottiglioni di vino bianco del vicino riattizzando regolarmente il fuoco del caminetto, perché appena le fiamme scemavano il freddo cominciava a mordere. Bevevamo e parlavamo. Ad un certo punto siamo usciti a prendere una boccata d’aria: il suolo era bianco e soffice, la strada era bianca, i fili della luce erano bianchi, perfino le colline erano bianche. Tutte le colline circostanti erano bianche, non riuscivamo a capire che cavolo gli fosse successo a quelle benedette colline. Erano diventate bellissime. La pipì disegnava barocchi ghirigori. Certo eravamo molto ubriachi, ma non poteva essere sola quella la causa. Quel bianco sfrigolava sotto le scarpe, e se ci chinavamo era leggero, immateriale. Poi abbiamo finito per capire che era nevicato. Era nevicato, e poi era tornate le stelle, più palpitanti e numerose di prima. E adesso verso est già s’insinuavano le primissime lattiginosità. Il miracolo della vita, appunto.

Ora quando gli dicevo una cosa mi accorgevo che poi non la sapeva solo l’ex fidanzata filosofa, ma la sapevano tutti, proprio tutti. In una versione anzi che mi metteva in cattivissima luce. Io però gli raccontavo sempre i miei segreti, perché non me ne rendevo tanto conto, o magari non volevo rendermene conto. Forse proprio per questo la gattona periodicamente situazionista mi chiamava Candidone, senza sapere che mio nonno si chiamava Candido davvero, come del resto anche una mia cugina e una costellazione di antenati. Del resto lui aveva una teoria anche per questo: i veri amici si riconoscono dalla maestria con cui ti piantano un affilato coltello nella schiena, diceva.

Tutti davano per scontato che poi avrebbe scodellato un grande romanzo o un grande film, e lui stesso lo sottintendeva, ma in realtà il tempo passava e non succedeva nulla. Beveva, e vedeva tutte le persone che conosceva, dando a ognuna quell’impressione di pregnanza di ogni istante che sapeva dare lui. Pilotava con tatto, nascondendo con autentico virtuosismo le tracce delle sue manovre. Il che era già un’attività a tempo pieno, una riuscita opera d’arte. Tutte le sue energie erano orientate a far sì di essere amato, e forse a amare a sua volta. Funzionava. Per pagare i colossali conti dei bar e le altre spese continuava a fare il fotografo. Dei lavoretti da città di provincia: pedissequi matrimoni, depliant un po’ mesti, improbabili pubblicità di squallide pizzerie, cose del genere.

Al suo funerale il prete non ha tirato fuori le trecentoundicimila lattine di birra e le centoquarantasettemila e cinquecento sigarette, ha parlato con sussurri intrisi di incenso del ruolo che ha avuto nella sua esistenza l’amore. Tutti i presenti erano tendenzialmente prevenuti contro le omelie funebri di appiccicaticcio stampo cattolico, ma erano molto commossi: era innegabile che quello che aveva saputo fare era farsi amare e amare. La quantità di facce lì presenti, la loro squassata emozione, il difficilissimo lutto che vi si leggeva di quello che avevano avuto da lui, ne erano una prova irrefutabile e concreta. Il prete suadente ha letto un bel passo del vangelo sull’amore, e tutti piangevano. Anch’io naturalmente piangevo.

(continua)

(Immagine: W. Blake, Adam naming the beasts)

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3 Responses to Autismi 14 – Il mio migliore amico (1a parte)

  1. Paolo Sciola il 28 ottobre 2009 alle 11:33

    Bello.
    Scivola via meravigliosamente.
    Lasciando tracce.
    Abbiamo avuto tutti uno o più amici così, a quei tempi.
    Io ne ho avuto uno, al liceo (Massimo A.), che veniva a scuola quando ne aveva voglia.
    Era piuttosto eccentrico e, a parte i capelli lunghi con la riga in mezzo, si presentava in aula con dei maglioncini colorati di lana fatti a mano.
    Calzava spesso specie di stivali di cuoio forniti di cerniera laterale con i jeans stracciati infilati dentro e suole e tacchi vertiginosi, quasi degli zatteroni.
    Di tanto in tanto, nel pieno dell’anno scolastico, partiva per una quindicina di giorni o per un mese a Londra.
    Nelle versioni di greco e latino prendeva immancabilmente otto, o su di lì.
    Nessuno capiva come ci riuscisse.
    Non era bello, con quel viso affilato che si ritrovava.
    Ma le compagne impazzivano lo stesso per lui.
    Non so che fine abbia fatto.
    Grazie per avermi fatto ricordare quel periodo.

  2. mascherano il 29 ottobre 2009 alle 16:32

    relazioni pericolose

  3. ida a. bozzi il 29 ottobre 2009 alle 16:12

    mi è piaciuto molto.



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