Io, Marilyn Monroe, Shakespeare, Francis Bacon e la bellezza, dopo l’annuncio del grande onanista

1 novembre 2009
Pubblicato da

di Massimo Rizzante

Vorrei sapere chi è stato a un certo punto della Storia, sul finire del XX secolo, a decretare che “Happy days”, la serie televisiva americana degli anni Settanta, ci abbia formato nella nostra adolescenza più della lettura, a volte faticosa, a volte verticale, dei romanzi di Dostoevskij, o a stabilire che una ballad dei Pink Floyd, grazie alla quale i nostri desideri immaturi si accendevano per qualche minuto come falò benigni in mezzo alle sparatorie del Belpaese della Politica, abbia avuto allora lo stesso peso della nostra lettura di una tragedia di Shakespeare…
Vorrei sapere chi è stato quel bellimbusto, quel figlio di puttana, quel genio incompreso e frustrato che per farsi largo tra i palinsensti infernali del paradiso della comunicazione o forse solo per farsi perdonare una lunga striscia di ore passate alla TV a strofinarsi davanti al corpicino della piccola Heidi, ha dettato all’umanità futura la Suprema Equazione: Tutto è uguale a Tutto. O, se si preferisce, nell’autorevole traduzione da uno dei tanti manuali per giovani onanisti di uno dei tanti apparatnik della critica degli inizi del XXI secolo: «Il problema del valore è un problema ormai superato dalla cancellazione effettiva e irreversibile delle divisioni tra cultura alta e cultura bassa, postulata e messa in opera nell’epoca massmediologica postmoderna».
Subito dopo l’annuncio del grande onanista, a una gran fetta dell’umanità non è parso vero di giustificare la propria impotenza, la propria disfatta, il proprio nodo alla gola: Basta con l’Arte, con la Cultura! Basta con l’ardua difficoltà dell’Opera Moderna! Evviva la New Epic Salsa! Evviva la Lap Poetry!
Si è scatenata così una gara, che ancor oggi è in pieno svolgimento, a minimizzare le vette, a innalzare i deretani alle cosiddette pressioni editoriali; a mostrare, di performance in performance, freneticamente i muscoli; a scandagliare, a suon di riflessioni sociologiche, gli abissi recitativi di apolli recuperati sul marciapiede del tramonto da un genio tarantolato del cinema americano; a celebrare sui palchi e in prestigiose riunioni di affiliati all’espressionismo pop i creatori di celebri motivetti su quattro accordi; ad esaminare con i bisturi della neuroestetica «l’apporto esperienziale» della ricezione dei Manga; a coprire con i veli di Maya del New Historicism, per il quale documento e monumento sono la stessa cosa, le vergogne desnude di una letteratura incarcerata nell’ideologia, sia essa yankee, orientalista o Inuit…
Insomma si è scatenata una gara a rinsaldare i bassi ranghi.
Un amico mi parla di Bianca, il film di Nanni Moretti: «Ti ricordo che era il 1983, solo qualche anno prima del grande annuncio».
La scuola in cui insegna il protagonista si chiama “Marilyn Monroe”. Un istituto tanto sperimentale quanto surreale. Chi insegna che cosa? Un professore di storia tiene lezioni sulla musica leggera vicino a un juke-box. Il segretario Edo, un prodigio che non sa né leggere né scrivere, delizia il corpo insegnante al pianoforte. Il preside con piglio manageriale terrorizza un mite professore poco aggiornato con una formula profetica: «Qui non si forma, ma si informa». L’insegnamento della matematica è un’opzione tra una partita a flipper, la pista elettrica e una slot-machine. In ogni classe al posto della foto del Presidente della Repubblica c’è quella di Dino Zoff, allora portiere della nazionale italiana, che l’anno prima, al culmine degli “anni di piombo”, aveva vinto in Spagna i mondiali di calcio.
Ho detto istituto surreale, perché all’epoca si rideva delle enormità che accadevano in quel posto. Si rideva perché si percepiva che la realtà era stata deformata. Deformata e perciò comica. Si rideva e si criticava l’Arte, la Cultura, come quando, tra una puntata e l’altra di “Happy days”, si sfogliavano le avventure di Rabelais e dei suoi personaggi alle prese con quei sorbonardi a cui non riusciva di entrare in testa perché mai qualcuno, invece di studiare i sacri testi, venisse in mente di pisciare da un campanile o di scagliare in mare aperto un intero gregge di pecore.
Ma oggi, dopo il grande annuncio, oggi che le serigrafie di Marilyn Monroe, opera del più influente artista del secondo Novecento, sono appese alle pareti degli hotel a cinque stelle dove s’incrociano di sfuggita i futuri Nobel, oggi che la scuola e l’università, con l’avvallo di eminenti pedagoghi e cognitivisti, sono diventati luoghi di animazione culturale dove si «insegna l’ignoranza» (Jean-Claude Michéa) con tanto di psicoterapeuti di sostegno – proprio come nel film di Moretti –, oggi in cui molti studenti sono convinti che Dino Zoff sia stato Presidente della Repubblica, oggi che a nessuno, nemmeno al «cattivo maestro» Vasco Rossi è stata negata dagli insigni sorbonardi italici una Laurea honoris causa, oggi che il Surrealismo è diventato Doc-Fiction, diventa difficile ridere. E di che cosa?
E diventa persino difficile immaginare che qualcuno di nome Will esattamente quattro secoli fa si sia immaginato nei suoi Sonetti, seguendo a sua volta un’idea immaginata da Platone venti secoli prima, un’esperienza dell’amore e dell’amicizia capace di cancellare – attraverso una nozione di bellezza (beauty), una nozione sessuale ma anche mentale, drammatica ma anche ironica, non solo estetica ma anche etica, in guerra con il tempo ma anche in pace con la perfezione (When I consider every thing that grows/Holds in perfection but a little moment) – le frontiere tra l’amore e l’amicizia, tra l’inclinazione amorosa verso una donna (non importa se bionda o bruna) e quella verso un uomo: A woman’s face with nature’s own hand painted/Hast thou, the master mistress of my passion. Diventa difficile immaginare che una nozione così ricca della bellezza – una parola che oggi pronunciamo temendo di essere colti in flagranza di reato o sprofondando, in mancanza di meglio, in uno dei tanti orfismi d’assalto – abbia potuto concepire un atollo emotivo al di là del genere maschile e femminile (ultrasessuale, come ha affermato una volta Claudio Guillén), oggi che invece che con dei lettori abbiamo a che fare con schiere di procuratori militanti presi a rivendicare l’eccezionalità del loro sesso, come se questo potesse difenderci dall’omofobia, dal machismo, come se questo potesse essere una prova della nostra libertà, quando in realtà è solo la testimonianza della nostra impotenza ad aprire una breccia attraverso il silenzio del passato.
What is your substance, whereof are you made,/that millions of strange shadows on you tend? Qual è la sostanza di un individuo che è allo stesso tempo uno e molti, che può dare vita a tante immagini (And you, but, one, can every shadow lend)? Fino a che punto «l’ombra» dell’essere amato, uomo o donna che sia, può essere colta?
Sono le stesse domande, ad esempio, che i quadri di Francis Bacon, ci pongono attraverso la «distorsione organica» dei loro corpi. E non è un caso che Bacon, nei suoi dialoghi, dove non c’è traccia, né tanto meno rivendicazione, delle sue preferenze sessuali, si rifaccia quasi unicamente a Shakespeare quando parla della bellezza. Bacon, per quanto si sia sentito isolato, non ha mai pensato di giudicare la sua arte come qualcosa di autonomo rispetto all’intera storia della sua arte. Così come la sua nozione di bellezza si richiama a quella di Shakespeare, allo stesso modo per lui l’arte moderna non può risparmiarsi il confronto (lo so, un confronto spesso difficile da accettare) con tutta l’arte precedente. Non che egli abbia rinunciato ad essere un uomo del suo tempo, ad accogliere gli insegnamenti di altre arti, la fotografia, il cinema, a interessarsi della scienza, ad apprendere da quello che gli succedeva intorno.
Solo che Bacon, morto nel 1992, non ha semplicemente dato ascolto all’annuncio del grande onanista che a un certo punto della Storia ha decretato la Grande Equazione, Tutto è uguale a Tutto, privando così l’artista del suo vero rovello: cercare una sua personale gerarchia nel caos degli oggetti e dei temi del mondo. Non si è piegato al ricatto del grande onanista che ha reso l’arte puro décor, uno spazio arbitrario (non ludico, non artificiale, ma arbitrario), dove non è più in gioco la vulnerabilità della condizione umana. Né ha dato ascolto alla logorroica ostentazione degli apparitnik della critica nel presentarci questo ricatto come un dato acquisito, irreversibile, epocale.
Anche Francis Bacon dava importanza all’istinto (parola che torna spesso nei suoi dialoghi), e, come il suo maestro Shakespeare, sapeva bene che non si dà bellezza senza essersi mescolati ai propri umori, senza aver compreso l’essenziale e cruda organicità della vita: «A diciassette anni. Lo ricordo molto chiaramente. Vidi uno stronzo di cane sul marciapiede e d’un tratto capii: ecco cos’è la vita. Mi tormentai per mesi, poi finii per accettarlo».
Solo che il suo istinto, accettati i bassi istinti e il fondo escrementizio di ogni bellezza, restò fino alla fine della stessa sostanza dei sogni.

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133 Responses to Io, Marilyn Monroe, Shakespeare, Francis Bacon e la bellezza, dopo l’annuncio del grande onanista

  1. francesco pecoraro il 1 novembre 2009 alle 10:14

    non condivido una sola parola di questo post.
    ma è difficile inter-loquire con chi usa categorie così, appunto, liceali.
    liceo classico, certo.

  2. lambertibocconi il 1 novembre 2009 alle 11:05

    Io invece trovo l’articolo pesante e logorroico, ma ne condivido in toto il contenuto.
    (Non ho capito cosa vuol dire “lettura verticale di Dostoevskij”: che si legge in piedi?)
    “Tutto è uguale a Tutto” è il qualunquismo dell’arte.

  3. riccardo ferrazzi il 1 novembre 2009 alle 11:07

    Invece il Rizzante non ha tutti i torti. Solo che avrebbe fatto meglio a non schiacciare sui pedali dell’indignazione e dello sfoggio della propria cultura. Che bisogno c’era? Semmai c’era bisogno di distinguere gli “avalli” dagli “avvallamenti”.

  4. maria (v) il 1 novembre 2009 alle 11:31

    invece a me è piaciuto proprio tanto e, tashtego, mi rivolgo a te: io sono spesso tentata dal cinismo, ma mi guardo bene dall’ammirarmi per questo aspetto, mi guardo bene dal definire “liceale” tutto ciò che cinismo non è

  5. fdv il 1 novembre 2009 alle 11:38

    che non abbia tutti i torti è vero. che sia in crisi il concetto di bellezza o più in generale di estetica pure è vero. come pure che il tono è effettivamente pedante.

  6. marthagraham il 1 novembre 2009 alle 12:13

    io lo trovo esteticamente *bellisssimo*…e soprattutto *giustissimo*, una lucida cartografia dell’attuale impotenza artistica e l’indicazione della necessità di ribellarvisi, uscendone..

  7. sparz il 1 novembre 2009 alle 12:23

    davvero non capisco come pecoraro possa definire la scrittura di Rizzante liceale, a me sembra un pezzo assai bello e ricco di contenuti, espressi con stile nientaffato pedante — e per nulla logorroico — semmai non sempre facile da interpretare, ma questo è lo stile dell’uomo, che fortunatamente è così. Il tema era affiorato già nel pezzo di Proguidis che avevo tradotto qui.

  8. Benito Cereno il 1 novembre 2009 alle 12:30

    Non vedo pedanteria nel post di Rizzante, anzi è un pezzo leggero considerato lo sfacelo teorico e critico e non solo che ci circonda. Al contrario è patetico non riuscire e non volere interloquire con chi come fa Rizzante esprime delle idee con la giusta misura che i tempi bene o male ci impongono. Ci si attacca ai toni come dei disperati vagheggatori di nessuna idea. Fa cosi male la precisione di Rizzante? Quanti stronzi di cane pesterete ancora solo per non far finta di niente?

  9. Enrico De Vivo il 1 novembre 2009 alle 12:31

    Ma che bella cosa e che sollievo un professore universitario che scrive così! Un professore universitario tanto esuberante e generoso di parole e paroloni e parolette, che fa una festa a ogni frase, senza preoccuparsi di spiegare un bel niente – nemmeno il verticale orizzontale obliquo! Perché tutto si tiene, n questo scritto, come in un pezzo di musica, e dispiace davvero che ci sia tanta gente che non riesca a cogliere (sentire) – continuando a ragionare per “categorie”… Le tristi “categorie”, che hanno fatto tanti cadaveri e reso sorde generazioni e generazioni di lettori… Invece qui ci vuole orecchio, innanzitutto, e poi comprendonio – ma giusto un poco. Perché si capisce a volo tutto con facilità, in una scrittura del genere, dove il capire succede all’emozione in maniera naturalissima. Perciò leggo Rizzante sempre con grande ammirazione, e anche gioia, sorridendo spesso e rilassandomi, a volte leggendo pezzetti dei suoi discorsi ai miei alunni. Rizzante riconcilia con la letteratura e con la critica. Come mai non lo cacciano dall’Università, mi chiedo.

  10. lupo il 1 novembre 2009 alle 12:58

    E’ strepitoso il lavoro argomentativo del pecoraro. ma chi è, un genio?

  11. nadia agustoni il 1 novembre 2009 alle 13:35

    Concordo con De Vivo e marthagraham.

  12. marcolfo il 1 novembre 2009 alle 14:24

    d’accordo contro il qualunquismo dell’arte, ma in questo articolo si respira piu’ l’aristocrazia dell’arte. L’arte popolare non puo’ essere piu’ alta dei soloni classici? Un canto delle mondine non puo’ superare Bach in bellezza? I pink floyd essere illuminanti? Solo perche’ non l’ho studiato al liceo classico non posso capire la bellezza di un fumetto di Pazienza?

  13. francesco pecoraro il 1 novembre 2009 alle 14:42

    sapevo che quel commento non dovevo lasciarlo.
    nel senso che era inutile farlo: nessuno ne coglie il senso.
    non è liceale la scrittura di rizzante, ma le categorie che usa, è liceale il suo concetto di qualità, di bellezza, di profondità, è liceale il contrapporre appidais a dostoieschi, eccetera.
    è liceale il suo contrapporsi al mutamento delle cose considerandolo esclusivamente negativo, rispetto alla sua formazione, così tanto scespiriana che vuoi mettere con le scuole di adesso signora mia.

  14. sergio garufi il 1 novembre 2009 alle 14:50

    il rizzante furioso è una bella sorpresa. io credo che sia iniziato tutto col postmoderno, che postulava che non esiste niente che non sia degno di attenzione (l’infimo) e niente che non si possa criticare (il sublime). in sé e per sé era un’affermazione condivisibile, il problema è che da questo si è fatta discendere l’idea che “tutto è uguale a tutto”, che è cosa ben diversa. sarebbe come criticare l’equazione consenso=disvalore e poi inneggiare alla “dittatura delle classifiche”, come la chiamò trevi. io mi azzardo a dire che oggi esiste un problema di aristofobia, un sentimento diffuso di paura e disprezzo verso le eccellenze. il vantarsi della propria mediocrità (andreotti era uno di questi), la cultura ridotta a mero nozionismo da telequiz, sono tutti sintomi evidenti dell’antielitismo al potere (vedi il linguaggio e la prossemica da bar di berlusconi, la lega o dipietro). un paradosso curioso è che l’odio per la marginalissima élite intellettuale è manifestato da altre élite ben più potenti e influenti (mi riferisco all’ultima sparata di brunetta). e un altro paradosso curioso è che tutto questo fu favorito dagli stessi intellettuali che per primi lo paventarono (mi riferisco all’umberto eco di x me omero e topolino pari son e a quello della “fenomenologia di mike bongiorno”). con rizzante dissento solo su alcuni punti, tipo l’esempio iniziale di happy days e i romanzi di dostoevskij. certo che la mia generazione è stata formata molto più dalla serie televisiva che dalla lettura russa, ma questo semplicemente perché la prima l’hanno vista tutti e i secondi pochissimi. e poi vorrei terminare con una considerazione molto reazionaria, tanto la parte del reprobo mi è congeniale (mi pestano tutti perché porto fortuna). sul mio blogghettino giorni fa ho segnalato (“voli low cost”) una cantonata di fabio volo a radio deejay a proposito di una falsa poesia di borges. secondo me questo episodio ci insegna che il grande consenso è sempre un brutto sintomo, o di disvalore, o di fraintendimento. perché perfino un bel libro come gomorra, superata una certa soglia di successo, diventa qualcosa d’altro. un’icona, un feticcio, un certificato di buona condotta culturale e politica.

  15. sergio garufi il 1 novembre 2009 alle 15:43

    è vero pecoraro, la “licealità” è molto fastidiosa, soprattutto in bocca a chi pensa di esserne immune, come quando dici: “sapevo che quel commento non dovevo lasciarlo. nel senso che era inutile farlo: nessuno ne coglie il senso.”

  16. carmine vitale il 1 novembre 2009 alle 15:59

    ammiro rizzante e oggi ancor di più
    avercene di post scritti e da leggere cosi
    c.

  17. riccardo il 1 novembre 2009 alle 16:37

    è brutto invecchiare.molto più brutto che anche il “vero” e il “bello” invecchi. ancora più brutto è che sia “io”, “io” “io” a invecchiare. e poi metteci pura la morte. ma vaffanculo

  18. giorgio mascitelli il 1 novembre 2009 alle 17:25

    Caro Massimo,
    un paio di considerazioni volanti da un liceale par mio, anche perchè gli interrogativi che tu poni sono talmente impervi che sarebbe follia volervi rispondere in 2 righe. La differenza tra Happy days e Dostoewski non è determinata dal fatto che il primo è cultura popolare e il secondo cultura alta, ma dal fatto che del primo non si ricorda più nessuno, salvo quelli della nostra età che hanno visto happy days, mentre Dostoewski è letto ancora e lo sarà ancra per lungo tempo, poi anche Dostoewski come tutte le cose umane verrà dimenticato, ma questo succederà molto tempo dopo l’oblio di Happi days. Di più, se oggi si propone a un teenager qualsiasi Happy days lo troverà molto più obsoleta e noioso dei fratelli Karamazov. Il problema è forse nella categoria di cultura alta che viene di solito applicata come un bollino di qualità a priori, in realtà le opere che fanno formano la cultura alta sono le opere memorabili e sono opere memorabili quelle che costituiscono intorno a sè una tradizione di lettura o di ascolto fatta dagli stessi lettori e ascoltatori. Tutto il resto è noia, per citare un poeta caro ai non liceali.
    La categoria di cultura alta è stata inventata quando la borghesia aveva bisogno ancora o credeva di aver bisogno di una legittimazione culturale, ora che tutto il mondo è un immenso mercato non ce n’è più bisogno e si passa al postmoderno, ma Shakespaere è esistito prima della cultura alta ed esisterà anche dopo.

  19. cf05103025 il 1 novembre 2009 alle 18:20

    Ho dovuto, voluto aggirarmi e districarmi tra le parole di Rizzante con molta difficoltà.
    Poi mi è parso bene di continuare.
    Alla fin fine mi è parso che la sua ricerca di stile e la sua animosità abbiano impastato il tutto e ne ho capito ben poco,
    anzi mi passò la voglia di capire.
    Visto che doveva, forse, (ho scritto forse) essere un articolo di comunicazione, mi ha comunicato confusione.

    MarioB.

  20. véronique vergé il 1 novembre 2009 alle 18:38

    Amo anche mi è piaciuto per molte ragioni. L’accenno a Bianca che è forse il film che preferisco di Moretti. Quando ho visto Bianca, l’episodio sulla scuola mi ha fatto ridere, e nello stesso tempo, mi sono detto che non siamo troppo allontanati del sistema: lughi di animazione culturale.

    Per il momento posso ancora avere belle giornate di lezioni e di creazione. Mi sento molto responsabile come “passeuse” di una cultura dei libri. I miei alunni scrivono molto, inventano testi, illustrano, leggono i testi che hanno scritti. Ho molto piacere da insegnare. Credo che l’animazione culturale è inganno, perché non nasconde disperazione dell’alunno o dell’insegnante.

    Lavoro in scuola media alla campagna, e forse la situazione è diversa in università. In università è molto più difficile di convincere uno studente al piacere di confrontarsi alla bellezza aspra di un testo, quando tutto intorno a lui spinge la riflessione, il gusto della parola scritta.

  21. véronique vergé il 1 novembre 2009 alle 18:39

    luoghi

  22. elio_c il 1 novembre 2009 alle 19:23

    Anch’io ho fatto fatica.. se ho capito bene, viene delineata una posizione di apertura ragionevole, critica e sarcastica verso taluni eccessi. Grossomodo quella di Gombrich ma senza la sua chiarezza (in tal caso direi che sostanzialmente concordo). Non mi è chiaro chi o cosa rappresenti “il grande onanista”.. lascia intuire la presenza di una qualche teoria generale (sull’arte o sulla storia della cultura) che però non viene esplicitata.

  23. Enrico De Vivo il 1 novembre 2009 alle 20:30

    Invece io penso che Pecoraro abbia fatto molto bene a lasciare quel post, che è utilissimo. Con il testo di Rizzante, infatti, è impossibile “inter-loquire” alla maniera che vorrebbe Pecoraro, e cioè in merito alle sue “categorie”, perché nel testo di Rizzante le “categorie”, e il comprendonio, vengono dopo la forma del suo scritto, o almeno nascono in maniera naturale, parallelamente ad essa, ragion per cui è questione secondaria la loro natura più o meno “liceale” (che a me, detto per inciso, pare piuttosto “esemplificativa” per esigenze retoriche e neutralizzanti: non bisogna dimenticare che le “categorie”, qualsiasi esse siano, sono sempre tristi e assassine!). L’operazione di Rizzante è tutta concentrata sulla forma, perciò si oppone come niente altro all’informe che deborda dalle colonne di un blog, letterario o meno. Pecoraro ha ragione: “non si può inter-loquire”, non si può fare facilmente chiacchiera intorno a questo genere di testi: questi testi li si legge e li si ammira, oppure li si salta se non si ha orecchio abituato a coglierli; ma non è facile sottoporli a chiacchiera da blog, per entrare in contatto con essi bisogna piuttosto accettarne la sfida formale. Ed è per questo che qui sopra parlavo di musica. Siete/siamo disposti a (capaci di) comporre tutti, qui e ora, dei pezzi di musica intonati all’impromptu di Rizzante? Non credo, anche perché il destino di chi entra nei blog a lasciarvi le proprie informi e verbose tracce, è un destino triste e solitario, afono e atono. Comincio anche, così, a capire per quale motivo Rizzante posta su N. I. i suoi scritti. Solo in un blog, forse, può trovare la prova provata delle sue argomentazioni formali (qui infuriate, altrove meno: ma sempre molto aperte al rischio e all’eccesso); solo qui, dalla ricezione dei suoi testi operata in questo luogo internettiano, può sperimentare infine se tutto quello che scrive è assolutamente moderno e attuale, oppure, se per caso la chiacchiera crescesse e lo fagocitasse, se si tratta solo di décor (se non sbaglio, i pezzi di Rizzante in N. I. sono sempre poco commentati…).

  24. Enrico Macioci il 1 novembre 2009 alle 21:34

    L’articolo è scritto in un italiano poco chiaro, e questo è un difetto non indifferente per un critico, dal quale m’aspetto sempre la capacità di comunicare con nitidezza le proprie idee. Per quanto riguarda il contenuto dell’articolo: l’arte pende da sempre pericolosamente sull’orlo del baratro “tutto è uguale a tutto”. Tolstoj sosteneva che il RE LEAR di Shakespeare sia al di sotto di una critica seria (sic). Glenn Gould sosteneva che la maggior parte della produzione di Mozart si risolvesse in banalità (sic). Credo essenzialmente che tutta la grande arte consista in una ricerca e/o costruzione di senso; anzi in un incremento di senso, per dir così. E penso che tale incremento di senso sia percepibile, specie sul lungo periodo. Ciò detto, l’analisi dell’attuale mediocrità (vera o presunta) operata da Rizzante è frettolosa, e non contestualizza abbastanza la questione – che è con ogni evidenza molto complessa.

  25. Enrico Macioci il 1 novembre 2009 alle 21:45

    Tolstoj sosteneva che il Re Lear di Shakespeare FOSSE al di sotto di una critica seria.

  26. temptative il 1 novembre 2009 alle 22:00

    una bella domenica sera a leggere vecchi post di rizzante, un blog nel blog, come è il caso di molti altri qui. è un piacere leggere rizzante, quando di bellezza e senso ce n’è in abbondanza è un piacere pure non capire tutto subito.

  27. effeffe il 1 novembre 2009 alle 22:26

    finalmente! enfin!
    effeffe

  28. Simona Carretta il 1 novembre 2009 alle 23:04

    Chi, in questo testo, cerca riferimenti bibliografici o prove documentate che attestino la reale esistenza di un grande onanista non ne troverà.Ma non è questo il punto.

    Il punto é che quello di Massimo Rizzante non é un articolo accademico (non mira a proporre alcuna tesi, né a ridurre ad interpretazioni univoche il tema centrale,relativo al rapporto tra arte e bellezza), né un resoconto giornalistico (il suo compito non é informare sull’attualità, offrire un quadro del proliferare artistico dei nostri tempi)e nemmeno un pamphlet (suo scopo essenziale,specifico, non é attaccare qualcuno o qualcosa: la critica rivolta alla cosiddetta cultura bassa non rappresenta l’obiettivo finale del testo, è solo un punto di partenza da cui procedere per una diversa esplorazione del tema),ma un saggio letterario, il cui senso é orchestrare (da intendere anche in senso letterale, cioé musicale, come notava giustamente Enrico De Vivo) una riflessione personale attorno al tema, saggiarlo, soppesarlo, approfondendone così gli elementi di solito misconosciuti (in questo caso ad esempio, come emerge dal riferimento ai quadri di Bacon, l’aspetto terrificante, o patetico, che può assumere alle volte la bellezza, pur restando tale).
    Chi non lo considera in quest’ottica non può comprenderlo.

    Scriveva Musil che i romanzi nascono dall’esame di un certo tipo di “problemi”, di un genere tale che non potrebbe essere mai trattato dalla prosa fattuale (Sachprosa) , mentre potrebbe essere affrontato abbastanza efficacemente da un saggio.
    Questo perché il tipo di comprensione che se ne vuole offrire é irriducibile al solo raziocinio e richiede quindi un’esposizione la cui organizzazione formale risponda anche a criteri estetici, in grado cioè di colpire anche emotivamente il lettore.

    Nel testo di Rizzante, é proprio l’architettura formale, di ordine contrappuntistico, a chiarire meglio gli aspetti essenziali del tema in esame e soprattutto a far sì che il lettore li assuma non già come nozione preconfezionata, pronta per una consumazione immediata (con conseguente dimenticanza immediata) ma come scoperta di cui anche il lettore, appunto, diviene artefice. Il carattere a volte incredibilmente semplice della bellezza rivelato dall’esempio di Shakespeare (una metafora che abbatte in un colpo solo la dicotomia tra amore e amicizia), la sua possibile crudezza, indicata da Bacon, risaltano così intensamente agli occhi del lettore proprio perché considerati in contrapposizione ai vari modi di ridurre la questione del bello presentati all’inizio del saggio.
    Dal confronto tra i vari punti di vista il lettore ricava il tema, e sviluppa al riguardo le sue conclusioni.

  29. AMA il 2 novembre 2009 alle 00:34

    Francis Bacon è un pittore minore.
    Cosa vogliono, poi, tutti, ma proprio tutti, da William Shakespeare?
    Marylin Monroe non è negli alberghi a Cinque Stelle ma sulle cartoline. I futuri premi nobel non credo che frequentino i Cinque Stelle.

    In ognoi caso, Rizzante va alle nozioni elemtari. Agli standard basici.

    La cultuta alta è un’altra cosa.

    Non ho capito poi il delirio sul sesso dei lettori!

  30. AMA il 2 novembre 2009 alle 00:37

    nozioni elementari
    cultura alta

    fanculo ai refusi
    e a chi li permette

  31. aparrag aculnaig il 2 novembre 2009 alle 01:15

    distinto e d’istinto. ex(s)tetica e exetica. esegetica no.
    ……….
    – apprendo ora dal tg3 la morte di alda merini e piango-.
    tutto è senza tatto pelle d’oca è morta merini. la bella indigenza.
    anche oggi ho fatto tre o quattro amori col corpo e col cielo.
    e quando chiambretti le chiese: lei, come si vede nel futuro?
    alda rispose: morta!
    e tutti (c’era anche la cantante di ‘sincerità’ quella che fa l’ingenuotta e c’era anche un’altra di cui non ricordo il nome) ridevano e anche io ho riso -.

    …….

    cazzo! quando muore una bellezza, muore la bellezza e la poesia diventa acqua nel deserto.
    e il william e il suo amico non erano corpi, erano anime.
    a trovarla l’anima in questo libidinoso letamaio di corpi sudati e vaporizzati che mi piace per istinto e basta!
    alcun motivo per essere tristi.
    alcun motivo per essere.
    fins aviat!

  32. Chiara Daino il 2 novembre 2009 alle 02:07

    Il problema – perché di problema si tratta [almeno nel mio personalissimo percepire] è un problema “a grappolo”. E ne ho discusso [e tanto] e con Accademici del “glorioso gotha” e con coetanei malcacati nel mondo come me e con i più giovani e con tutti i “chi” che il vivere offre. NESSUNO ha mai chiesto ai Docenti/Dotti di trasformarsi in animatori turistici per *meravigliare attrattive culturali*. Rispetto dei ruoli, prego. Non è – non più – l’annosa diatriba *se TUTTO è Arte, NULLA è Arte* – è una questione di *Ruoli*. Piaccia o meno. Vasco, per citarne uno dei tanti, è un riconosciuto Maître à penser, un Poeta. Punto. Che senso ha confermare/condannare? Chiedersi – «perché»? È chiedere troppo? È ovvietà del gesto che – per ogni indice puntato – le rimanenti quattro falangi siano rivolte verso l’inquisitore. Vasco non ha colpe, semmai meriti: quando vedrò quattro generazioni gioire della comunione ad un reading poetico, ammetterò di essermi sbagliata. Per ora, non è così. Stesso discorso valga per l’Heavy Metal e la sua importanza nella diffusione poetica [e qualcuno, nel prima nel poi, mi dovrà spiegare perché Fabrizio De André è universalmente considerato Poeta e Bruce Dickinson – due lauree, tra l’altro, e senza Honoris Causa, no! O non da tutti, almeno].
    Finché si resta *conclusi* nel cerchio/nella cerchia della Critica – non si Opera. E allora è così vergognoso il contaminare alto-basso? E allora: se si presenzia alla *Lectio* perché spinti/spronati da un cd – è meno dignitoso? In una società dove OGNI ruolo è confuso: quale formazione? Quale informazione? Chi è *al di fuori* lo sa e sa dove trovare quello che cerca. Quella cosa, ormai logora e dimessa, che si chiama: onestà. E allora mi chiedo e vi chiedo: perché mai, io [una dei tanti] dovrei CREDERE a chi piange in pubblico e pesta in privato? [Ogni mondo è un mondo piccolo: troppo comodo il buonismo ostentato! No! Nessuno ci ha mai creduto!]. E allora perché tanto *scandalo* per la mista di cazzi/nobel, carmina/metal, Céline/Marilyn [e Monroe e Manson]?
    Mi risulta esista una Nazionale Scrittori: dunque è più nobile l’Arte Calcistica del Concerto da Stadio? Spiegatamelo perché non lo capisco. Lo Scrittore coronato d’alloro che calcia un pallone è più Cultura di Happy Days? Rispettiamo i ruoli. Un Poeta, per quanto eccelso – non avrà MAI il pubblico urlante di qualsiasi Rock in Rio. E se invece di guerreggiare e postulare astratti – si concretizzasse un sacrosanto cambiamento – Vasco e Verga potrebbero tranquillamente coesistere.
    Manca l’ascolto, latita il dialogo e siamo tutti [tutti, me compresa: ché solo a sentir la parola Poeta un conato m’assale] chiusi nel dove ci sentiamo a casa, nel dove si consuma una vera comunione [ sia nel “fegato spappolato” del Blasco, sia ne “Le notti bianche” di Fëdor,…].
    E nel tempo dove tutti *fanno* tutto dove a tutti è chiesto di *fare tutto* [ché *esserlo* è, davvero, altro] – ben vengano i toni Rossi che gridano: «il mondo è vostro, è nelle vostre mani. Fate quel cazzo che volete… Ma fatelo bene!» [Torino, concerto del 3 luglio 2007].
    Ruoli. Ruoli. *Chacun son cinque* – ricorda Prévert [e sì che amo Jacques tanto quanto Yngwie J.]
    Bellezza è – ancora e sempre – nella verità cruda/crudele del messaggio. Nella responsabilità del messaggero. Responsabilità verso I VIVI – nell’ora e nel dopo.

  33. Enrico De Vivo il 2 novembre 2009 alle 10:01

    Esempio perfetto di chiacchiera da blog. Macioci: “L’articolo è scritto in un italiano poco chiaro…”. Un commentatore qualsiasi si erge a Giudice Cruscante, senza portare uno straccio di argomento. Oppure: “Glenn Gould sosteneva che la maggior parte della produzione di Mozart si risolvesse in banalità…”. Ma Glenn Gould ha inciso le piano sonate di Mozart a una velocità inarrivabile – con la velocità volendo forse mostrare qualcosa che altri non sentono (operazione precipuamente artistica). E invece, in bocca al Cruscante, pare che Glenn Gould abbia giudicato e risolto Mozart come lui, qui, giudica e risolve Rizzante: senza alcun approfondimento, solo con una battuta. Non c’è scampo: “Tutto è uguale a Tutto” – un Illustre Anonimo è un Giudice Cruscante. O tempora o mores!

  34. alcor il 2 novembre 2009 alle 10:05

    “Un Poeta, per quanto eccelso – non avrà MAI il pubblico urlante di qualsiasi Rock in Rio”

    La forza della quantità. E’ quello che dice Berlusconi. Tutto si mescola.

  35. bolivio il 2 novembre 2009 alle 10:16

    se è liceale la categoria della profondità, a che classe apparterrà quella del post-moderno? io credo che convenga raionare in termini di effettualità, e credo che questo fosse il sesno dell’artcolo di rizzante. il bel mondo politico e mediatico che ci domina, è proprio il frutto di questo presunto superamento della distinzione fra profondità e superficialità, ovvero fra interiorità e esteriorità, con conseguente atrofia della prima

  36. Ares il 2 novembre 2009 alle 11:37

    Bacon pittore minore ? °_°

    Francis..diceva per dire, in un momento di disorientamento..

    ..dato da questo post aspfittico, anche se interessante.

  37. Enrico Macioci il 2 novembre 2009 alle 12:38

    Scusa De Vivo, io ho ben detto che il discorso è lungo e complesso, e non pretendo certo di esaurirlo col mio breve post. Col quale solo metto in rilievo due cose: 1) lo stile macchinoso di Rizzante, affermazione di cui mi prendo la responsabilità ma che non devo “argomentare” (è sotto gli occhi di tutti, lo stile di Rizzante; sia di chi lo considera cattivo che di chi lo considera buono); 2) il contenuto dell’articolo, che è in gran parte roba vecchia. L’esempio di Gould, come quello di Tolstoj (se è per questo, Tolstoj pure studiò approfonditamente Shakespeare, sino al tormento si direbbe, e nonostante condannasse come immorale l’arte del teatro scrisse dei drammi notevoli; questi argomenti sono PER LORO NATURA un eterno viluppo di contraddizioni), va letto cum grano salis, e cioè come paradigma d’un problema: in arte si può dire tutto di tutto. Ho fatto quei due esempi, potrei farne ancora a decine. Ma il resto, per quanto mi riguarda in tale discussione, è silenzio.
    ps: uso il mio nome e cognome; per favore non appiopparmi sciocchi soprannomi. Grazie.

  38. AMA il 2 novembre 2009 alle 14:00

    @ Ares,

    Il discorso è semplice. Molto semplice.

    William Shakespeare non è cultura alta: è cultura popolare. Altissima cultura popolare.

    Francis Bacon piace tanto agli studenti delle accademie, appena usciti dagli istituti d’arte, non all’intellighenzia. Non a certa… Nonostante retrospettive memorabili come quella che ho visto alla Tate Britain l’anno scorso. In ogni caso Bacon ha fatto un discorso solitario. Come tutti i grandi minori. E perfino popolare.

  39. AMA il 2 novembre 2009 alle 14:04

    @ Enrico Macioci

    Non si capisce niente del pezzo di Rizzante. Ed è perfino discutibile nelle etichette che mette. Detto questo, ogni tanto i post di Rizzante mi divertono di gusto. Non questo.

    Spiegami poi il delirio di Rizzante sul sesso dei lettori. Perché proprio non l’ho inteso!

  40. ForteBraccio il 2 novembre 2009 alle 14:32

    Rizzante ha prodotto saggi e interventi da studioso di letterature comparate che sono sotto gli occhi di tutti. Nel senso che tutti possono leggerli, commentarli e criticarli.

    Va benissimo. Ma…

    Affermare che la sua prosa e involuta, il suo stile macchinoso, i suoi contenuti vecchi, presupporrebbe, da parte di chi trincia giudizi del genere, produrre almeno una parvenza di prosa evoluta, di stile non macchinoso, di contenuti nuovi, di modalità affatto nuove di affrontarli.

    In caso contrario siamo alla “chiacchiera da blog”, come ha giustamente notato qualcuno. Cioè all’onanismo webbico.

  41. ForteBraccio il 2 novembre 2009 alle 14:33

    *è* involuta

  42. Ares il 2 novembre 2009 alle 15:40

    OOh adesso mi è chiaro.. è un discorso un pò vecchiotto.. ma, diciamo, che mi è chiaro.. grazie AMA.

  43. Ares il 2 novembre 2009 alle 16:17

    Sono anni che cerco di convincere i miei ragazzi che William Shakespeare non è cultura alta, ma è cultura popolare, ma loro niente.. come se non avessi parlato.

    Sto pensando anche a tutte quelle intellighenzie che ci hanno perso fiumi d’inchiostro, tempo e salute per riuscire a circoscriverne maldestramente il genio.

    Va bè stronzate.. dopotutto è Marlow il drammaturgo più rappresentato.

    Vado a leggermi Topolino.. va!

  44. […] di Massimo Rizzante Fonte: Nazione Indiana (link all’articolo) […]

  45. véronique vergé il 2 novembre 2009 alle 17:12

    Sono stuffa delle parole:

    “liceale, etichette, roba vecchia, la licealità è molto fastidiosa”, si sente tutto lo disprezzo per la scuola.

    Massimo Rizzante ha scritto un testo bellissimo, punto e basta.

  46. Chiara Daino il 2 novembre 2009 alle 17:42

    @ Alcor:

    Uahuahuahuah! E dopo questa sua -* La forza della quantità. E’ quello che dice Berlusconi* – le ho davvero lette tutte! Sìsìsì – mi ero dimenticata la proposta/promessa “Più Fender per tutti!” o era “Ozzy Osbourne al Senato!”? [No – quelli sono gli Atroci…]

    Alcor, ma si rende conto? ROCK IN RIO – per tutti i Marshall del mondo – ROCK IN RIO! Lei sa benissimo [non mi permetto di offendere la sua intelligenza] che intendevo altro. Mi perverta a piacere, non si preoccupi -sono abituata…
    E forse ha ragione Lei, senz’altro ha ragione lei: musica da camera [e camere piccole con selezione all’entrata, mi raccomando!] e difesa ad oltranza dell’élite! Sìsìsì Alcor, ma lei si rende conto della QUANTITà di studenti? TROPPI! Sono una FORZA facilmente manovrabile/manipolabile [sia mai QUALCUNO pensi con la propria testa!]. Poi, certo, se devo scegliere – compro un cd dei Maiden anziché un suo testo [suo o di altri che promuovono il suo pensiero… tenetevi ben stretti i vostri messaggi!]

    Pure: Il PROSSIMO che si LAMENTA perché la Poesia non vende, perché all’ennesimo reading Poetico/Conferenza/Lectio Magistralis presenziano i *soliti* quattro gatti [e generalmente – esclusi parenti/amanti] gatti che RARAMENTE hanno meno di 25 anni – abbia la decenza di friggere aria e ammetterlo, senza dare dei *manipolatori di masse* ai Rocker che NULLA – proprio NULLA di male perorano/promuovono. Solo l’Arte.
    Mea Culpa: cercavo un dialogo [al di là della FORMA e dello STILE personale: ognuno verga secondo il suo] circa il CONTENUTO e, improvvisamente, ROCK IN RIO è un evento criminale/da criminalizzare.
    Bah!

    P.s. un consiglio [ne faccia l’uso che preferisce!] – se e quando uscirà dalla Torre d’Avorio – consulti LA STORIA DEL ROCK/HARD ROCK/METAL & co. potrebbe scoprire espressioni valide di vera Controcultura e Artisti con ATTRIBUTI cubici!

  47. Arturo il 2 novembre 2009 alle 17:52

    «Mi piacevano i dipinti idioti, soprapporte, scenari, teloni da circo, insegne, miniature popolari; la letteratura fuori moda, latino chiesastico, libri erotici senza ortografia, romanzi delle nostre avole, racconti di fate, libricini per l’infanzia, vecchi melodrammi, insulsi ritornelli, ritmi ingenui.»

  48. alcor il 2 novembre 2009 alle 17:55

    @Chiara Daino

    ma lei è sempre così agitata?

  49. Federico il 2 novembre 2009 alle 18:12

    Caro AMA,
    tu che hai il dono di far parte di certa “intellighenzia”,
    non parlare di un “pittore secondario e minore” come Bacon.
    Lascialo a noi popolo, così com’è stato per Van Gogh, Lucian Freud, Edward Hopper, ed altri grandissimi artisti che hanno operato in solitudine.
    A te noi lasciamo tutto il resto, fanne ciò che vuoi, ma per favore, prima di parlare di Francis Bacon, sciacquati la bocca, perchè le tue parole puzzano come una carcassa di animale.

  50. max rizzante il 2 novembre 2009 alle 18:14

    Non ho intenzione di difendermi (e da chi?). Tuttavia aggettivi come “macchinoso”, “pedante” “logorroico” riferiti allo stile del mio pezzo non mi sembrano appropriati, almeno per il senso corrente che hanno nella lingua italiana.
    “Liceale”, sì, liceale mi piace. Ci sono molti modi di essere liceale. A me questa parola fa venire in mente Gingio, il personaggio di “Ferdydurke” di Witold Gombrowicz, costretto già adulto a tornare sui banchi d scuola, al suo essere immaturo, senza gerarchie stabili, ma sempre alla ricerca di una certa maturità, di qualche gerarchia, in arte come nella vita. Consapevole che dietro l’angolo c’è sempre un professor Pimko, o un professor Pecoraro, pronto a “cuculizzarlo”, a infantilizzarlo ancor di più. Di fronte al professor Pimko, a Gingio non resta che lo scherzo o la fuga.

  51. AMA il 2 novembre 2009 alle 18:15

    @ Ares

    Tesoro, Shakespeare era molto popolare in vita. E la sua drammaturgia rispecchiava anche e soprattutto un certo gusto popolare. Correggimi se sbaglio. Ovviamente non c’è nulla di male in questo. Anzi. Ovviamente ogni epoca ha il suo popolare, non trovi?

  52. Chiara Daino il 2 novembre 2009 alle 18:18

    @ Alcor:

    Sempre e fino alla fine del fiato
    [chieda chieda, controlli anche negli archivi di NI: è documentato il mio sferragliar sempre e comunque!].

    Anche se, spiace correggerla, più che *agitazione* si tratta di *Rabbia* vera e propria. Come lei m’insegna: agitazione/inquietudine/lieve disappunto/… Sono *composti comportamenti chic* che più s’addicono alla personalità arcadica/bucolica. Personalità che, come avrà facilmente intuito, non è la mia.
    Credo davvero che l’Arte Operi e Operi cambiamenti per domani migliori e Credo, credo Davvero nel Dialogo [ci crederebbe mai; Lei, che un Metallaro/Rocker possa confrontarsi con un Accademico/Dotto? Pensi un po’, a volte, accade… Ma NON si preoccupi, agiteremo il futuro a suon di ulcere che lei può tranquillamente evitare – ignorandoci].

  53. alcor il 2 novembre 2009 alle 18:29

    @ Chiara Daino

    a) le credo sulla parola

    b) non mi preoccupo

  54. Chiara Daino il 2 novembre 2009 alle 19:12

    @ Alcor:

    a) Chiara vieni qui!!! Non disturbare smettila! [Vasco]

    b) find your peace
    find your say
    find the smooth road in your way [Metallica]

    Ed ecco – per tornare al TEMA dell’articolo – perché: a un certo punto della Storia – Shakespeare e i Dream Theater convivono/comunicano nello spazio di una canzone. Come Eschilo e i Virgin Steele. Come dire che l’Umano è un prisma – dai molti lati. E a poco serve decretare [l’unanimità di critica/pensiero credo sia davvero impossibile – per quanto all’infinito si continuerà a discuterne!] se Tasso sia *più* Arte di Tarantino.
    Il messaggio e la sopravvivenza di un *dato* messaggio, forse, oltre la *forma* – sarebbero meritevoli dell’attenzione.

  55. AMA il 2 novembre 2009 alle 19:21

    @ Chiara Daino

    Alcuni di noi capiscono benissimo cosa scrivi e lo condividono, oltre ad apprezzarne lo stile. Datti quindi una calmata. Ultimamente Alcor e qualcun altro sono sul tu-non-sai-chi-sono-io…

  56. alcor il 2 novembre 2009 alle 19:25

    @AMA

    ? :-)

  57. Chiara Daino il 2 novembre 2009 alle 19:55

    @ Ama:

    ringraziandola, sono certa capirà perché – gentilmente – rifiuto il suo invito a *darmi un calmata* [non mi risulta abbia “minacciato” nessuno di punizioni corporali!]. Semplicemente:

    1) Alcor, per quel che m’interessa, potrebbe essere anche Dio sotto mentite spoglie. Non ho intenzione di tacere per crisi d’ego o frustrazioni personali.

    2) Trovando interessente e quanto mai fondante l’articolo di Rizzante, gradirei – se fosse possibile/se mi è concesso – confrontarmi. Se questo non è dato, creda, va bene così. Le discussioni *tanto per discutere* mi appassionano quanto l’attività motoria di una lumaca. Se *combatto* è perché [dalle mie brevi esperienze: non parlo MAI di chi/cosa NON conosco] i ragazzi sono stanchi. E se considerano Vasco filosofo quanto [se non più] di Sofocle – esistono svariati perché.
    Non era questo il quesito di Rizzante?

    Non sarebbe questo il nostro compito? L’essere responsabile [fuor e dentro etimo?]. Al solito, sbaglio. Meglio discettar dello stile e lasciare perdere. Lasciare che tutto resti così. Scusate se a qualcuno può davvero rivoltarsi lo stomaco. E allora ben venga che resti Happy Days e si cancelli tutto il resto. Manca la volontà d’interagire. Va bene così. Almeno risparmiatemi i pat-pat sulla spalla.

  58. Enrico Macioci il 2 novembre 2009 alle 19:55

    Arturo, quoto in pieno il tuo commento, e aggiungo: “Vedo che il mio malessere viene dal non aver riflettuto per tempo che noi siamo nell’Occidente. Le paludi dell’Occidente! Non che io creda alterata la luce, estenuata la forma, sovvertito il movimento…Bene! ecco, il mio spirito vuole a ogni costo mettersi a carico tutti gli sviluppi crudeli subìti dallo spirito, dalla fine dell’Oriente in poi…Ne ha delle pretese, il mio spirito!”
    @AMA
    No, non ho ben capito cosa volesse dire Rizzante.
    @Ares
    Avrai mica letto Harold Bloom su Shakespeare? Tanto esauriente quanto esasperante. Meglio, fra gli altri, George Steiner, specie quando analizza con acume le riflessioni sul Bardo di Wittgenstein. Oppure Greenblatt. Ma, come dici tu, l’ampiezza del genio shakespeariano è irriducibile a qualsivolgia interpretazione univoca.

  59. Daniele Assereto il 2 novembre 2009 alle 19:57

    Da metallaro [o comunque da persona con un background musicale di un certo tipo] mi sento chiamato in causa e mi permetto di aggiungere due righe a questa discussione. Per limitata che sia, la mia cultura letteraria si ferma ad un liceo scientifico portato a termine con soddisfazione e ad un corso universitario terminato anni fa, ma non ho smesso di continuare a dedicarmi alla lettura parallelamente all’ascolto di artisti musicali che nulla hanno da invidiare, nel messaggio che propongono, a classici che vengono imposti sui banchi di scuola [sia essa d’obbligo o meno].
    Se si parla di forma, ci sono forme che più attraggono i giovani, perchè non dimentichiamo che i giovani sono il futuro. Banale, quello che volete, ma vero. Tra venti, tra trent’anni non saranno dei sessantenni che si dilettano a fare poesia nel tempo libero a prendere le redini e cercare di portare avanti un paese, una nazione, un mondo intero. Saranno i giovani di oggi, i giovani di domani, magari qualche giovane di ieri [ma non troppi, non esageriamo]. E se questi giovani avranno tratto più nozioni e valori da una canzone di Vasco piuttosto che da un racconto di Hemingway, a me non importa: basta che il loro lo facciano, e lo facciano bene. Mi inchinerò di fronte alle loro fonti di ispirazione, perchè il contenuto che è arrivato ai loro cuori [e adesso non sto più parlando di forma, ma di contenuto] magari non è quello che è stato loro imposto su impolverate pagine di qualche testo scolastico, ma in parte dalla vita, in parte dalla musica rock che hanno ascoltato, in parte da chissà cosa. Perchè colpevolizzare a priori un mezzo di comunicazione quando semplicemente perchè questo è più immediato di altri? Un mezzo è uno strumento, è come un’arma: c’è chi la sa usare, e chi no. Ma non è dell’arma stessa la colpa [o il merito] di chi la utilizza, di chi la impugna, di chi dimostra di saperla usare per tentare di raggiungere i propri obiettivi. E se poi, alla fine del discorso, scopriremo che quell’arma ha permesso il raggiungimento anche altri obiettivi, allora non potremo fare altro che inchinarci di fronte a chi è riuscito in tanto.
    Non siamo più nell’ottocento. Non bastano più penna e calamaio per cercare di cambiare il mondo. Spegnere la televisione, iniziare a pensare con la propria testa, lanciarsi nelle battaglie che si credono giuste anche a rischio di prendere sonore facciate. Una volta c’era più tempo per scrivere, c’erano meno distrazioni, eccetera eccetera. Vogliamo continuare a ripetercelo all’infinito? Okay. Ma i mezzi di comunicazione sono cambiati, e così pure la concezione di cosa possa essere Arte o meno. Che il metal [o il rock] sia arte, non sta a me dirlo. Ma colpevolizzarlo quando è solo un mezzo, non è nè corretto nè intelligente. Vi uccidessero un figlio [avrei scritto un genitore, ma ho temuto che parecchi qui oramai possano esserne privi e ho cambiato parente] dareste la colpa al coltello che l’ha pugnalato?

  60. Ares il 2 novembre 2009 alle 19:58

    Dobbiamo capirci su cosa intendiamo per popolare, Shakespeare era “popolare” in vita anche tra le intellighenzie del tempo, che si arrovellavano per capire le ragioni di un tale successo così a largo raggio. Le cronache ci parlano di invidie e sottrazioni indebite. Le stesse che attuava Shakespeare stesso.

    Shakespeare possiamo definirlo popolare, certo, ma anche no.. è un autore di difficile collocazione, sia nel suo tempo che oggi.

    Se tu AMA lo consideri ormai superabile e superato, ecco, potresti considerarti un lettore d’eccezione, e rappresenteresti una rarità, almeno quanto gli scrittori d’eccezione.

    Attenzione, presumere che la letteratura teatrale sia “minore” rispetto ad altre letterature, è un grave errore, che un lettore d’eccezione non commette.

    .. Bacon a me piace molto e non sono uno studentello d’accademia..

    ..hem … hem..comincio ad avere il dubbio di essere un lettore ed osservatore dai gusti “minore” °_°

    .. azz!

  61. carmine vitale il 2 novembre 2009 alle 20:00

    ottimo rizzante!
    c.

  62. francesco pecoraro il 2 novembre 2009 alle 22:58

    Non si tratta di essere o non essere elitari, né di non riconoscere il valore apicale delle eccellenze.
    Si tratta di prendere atto di un paio di cose.
    Per esempio del fatto che assieme alla cultura così detta alta esiste ormai da molti decenni una cultura di massa che per dimensioni e seguito non ha precedenti nella storia.
    Vedi tutta l’epopea della musica pop-rock: a proposito, non me la sento di paragonare A love supreme con un pezzo di Carlos Santana, ma so che Coltrane influenza fortemente il sound di Santana e che quindi, indirettamente giunge all’orecchio di chi nemmeno sa chi sia.
    Le interazioni sono complesse.
    Mi pare che Rizzante citi, mi pare senza nominarlo, Andy Warhol, chiamandolo il «grande onanista» e accusandolo di sollecitare e caldeggiare una percezione della cultura d’accidente, quella d’elite e quella di massa, come un continuum uniforme.
    Immagino, ma posso sbagliare, che scopo di Warhol fosse proprio una critica dell’uniformità, portata avanti con furbizia commerciale, certo, ma anche con intelligenza e lucidità e soprattutto senza complessi e pre-concetti estetici su cosa sia da considerarsi VERAMENTE IMPORTANTE e su cosa invece no.
    La licealità del testo di Rizzante – non sono sicuro di averlo capito del tutto – secondo me sta proprio nel suo restare attaccato alla scala valoriale propria dei programmi di liceo novecentesco, mentre è proprio quella scala valoriale che viene messa in discussione dalla cultura di massa, e questa critica coinvolge (e travolge) l’idea stessa di scala valoriale, secondo cui Dostoevskij è meglio di Tex Willer.
    Ma è ovvio che è meglio di Tex Willer, il problema sta casomai nel considerare un mentecatto colui – cioè la grandissima maggioranza – che si principalmente si forma nutrendosi della molteplicità delle culture basse, considerando Dostoevskij come una delle opzioni, non come L’OPZIONE, senza per questo sentirsi o essere per forza un coglione.
    Oggi la cultura si fa da una grande molteplicità di emittenti. Diamoci tempo prima di dire cose è alto e cosa non lo è. Nel frattempo potremmo abbassarci a viverla, per esempio.

  63. AMA il 3 novembre 2009 alle 00:03

    @ Ares

    Nulla da aggiungere al tuo intervento su Shakespeare. E sulla letteratura teatrale. Condivido tutto.
    Credo anche di essere d’eccezione, ma non è questo che ci interessa …

    Su Bacon, mi spiace, è proprio un grandissimo pittore. Minore. O almeno lo è stato. Poi, sai, tutto può succedere. Intanto sta girando con retrospettive grandiose da un paio d’anni per l’Europa.
    Ho il sospetto però che tu, Ares, non abbia frequentato le accademie, quindi forse ami Bacon da appassionato, non da studente appena uscito dalle secondarie.

  64. Daniele Assereto il 3 novembre 2009 alle 00:21

    Signor Pecoraro, dall’alto della mia bassa cultura, le chiedo quali siano i canoni che utilizza per definire le OPZIONI a cui la cultura di massa dovrebbe attingere. Ci sono talmente tante interazioni e intersezioni, come lei stesso dice, ma subito dopo si sofferma su dire cosa si e cosa no. Non credo esista un Bignami culturale che separi il bello dal brutto, che sancisca cosa sia Cultura e Arte, e se lei ne è in possesso la prego di rendercene tutti partecipi, sarebbe interessante e sicuramente una buona base di discussione, ne sono sicuro.

  65. AMA il 3 novembre 2009 alle 00:29

    Non so, io credo che sia stato dare dignità accademica alla sintassi della letteratura di consumo ad allontanare i ragazzi in formazione dalla complessità del linguaggio. E far diventare minori o di nicchia autori di primaria grandezza ma poco fruibili o senza pubblico.
    Comunque, spesso, attraverso l’intrattenimento, la società dei consumi di massa da veicolato messaggi importantissimi. Recepiti dalla maggioranza. Non sarei dunque così critico.

  66. Chiara Daino il 3 novembre 2009 alle 01:14

    @ Daniele:
    Dallo stesso BASSO [Lemmy vs Lemming] – più che briciole di spiegazioni sbocconcellate non ci arrivano dall’ALTO! [faremo affidamento sulle lauree di Bruce, a ognuno il suo Docente/Decente!]. Non vaneggiar si degnino discutere coi *piani bassi* [a meno che non siano i loro – *piani bassi*, è chiaro].

    @ Ama:
    grazie per aver riconosciuto [almeno] la funzione di veicolo/viatico culturale – di ciò che è [ancora] relegato nell’intrattenimento. Ed è un attimo che Musica e partita a pallone svolgono la medesima funzione…

  67. Guglielmo Amore il 3 novembre 2009 alle 01:17

    E così le piazze dei concerti degli Iron Maiden, poiché piene, divengono fenomeni berlusconiani, come la Daino che le evoca…è curioso…. Chissà che espressioni avrebbero fatto Lenin o Mao sentendosi dire :- signori, voi con queste gremite piazze urlanti, siete il più smaccato esempio di berlusconismo spinto- forse si sarebbero prodotti in un –ma cosa dice, mi conshenta!-. Eppure va a finire così. Negli ultimi tempi i blog letterari sono diventati retrobotteghe dei Tg nazionali dotate di quel fantastico alone di elitarismo insulso. Una continua ode al simulacro vuoto, ora per esempio, qui, ci sono almeno una sessantina di commenti che se ne strafregano della tematica vera e propria in discussione per “spennellare capuzzelle d’angelo” come si direbbe a Napoli, sulla forma, lo stile, la metodologia d’espressione ecc ecc… Quando la Daino cerca di riprendere il discorso nel suo centro e sviscerarne la problematica tutt’altro che semplice e leggera, viene invitata a “darsi una calmata” e poi tutt’al più apertamente ignorata…per il resto continua il ping pogn con i Wittgenstein, Dostoevskij e Shakespeare vari nella perenne dicotomia cultura alta e bassa, cultura elitaria e massificata, senza possibilità di scampo. Quando si fa notare che i reading poetici sono mezzi deserti e determinati “esecrabili” concerti sono così ricchi di adesioni tra i fruitori, forse un campanellino d’allarme potrebbe anche risuonare, poiché significa che determinati strumenti culturali stanno rasentando il fondo del barile mentre altri funzionano in maniera migliore e rivestono quel ruolo comunicativo in maniera più efficace, completa ed aggiornata; ora, definire questa come una cultura di serie B ostinandosi a riservare certi onori di facciata solamente a ristrette cerchie che per di più attuano un atteggiamento snobistico e chiuso, beh pare quantomeno suicida da parte di chi lo fa. Così alle sale poetiche (virtuali e non) quasi vuote si oppongono le straripanti metalliche arene concerti, ma come accettare uno smacco simile? Bisogna trovare un’etichetta negativa per queste masse così illogiche nella loro scelta…fatto! Berlusconiane! Ce lo vedo Bruce Silvio Dickinson mentre si dimena ed esclama :- Conshentimi uno screeeam Brazil! Conschentimi uno screeeam Braziiilll!!!- perfetto, il male è etichettato, torniamo alle discussioni sulla forma non sia mai…e il disastro continua…

  68. Daniele Assereto il 3 novembre 2009 alle 01:41

    Sorrido al pensiero che poi si consideri Tex Willer OVVIAMENTE peggio di un Dostoevskij. Leggo il fumetto creato da Gian Luigi Bonelli da quando avevo otto anni, e posso assicurare che ho imparato più valori morali da un qualunque suo albo piuttosto che da un tomo del De Sanctis. E facendo tale esempio, poi si pecca di superficialità estrema ignorando autori come Bill Watterson, Charles Shultz, Walt Kelly, giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente, che sicuramente TANTO hanno dato alla Poesia e l’Arte anche usando una forma che può essere considerata insolita dai puristi, ma che sempre pregna di contenuto è. Andando più nel presente e nell’italico idioma [non vorrei mai essere accusato di esterofilia], come non citare gli italiano Paolo Aldighieri e il suo Eriadan o Marco D’Ambrosio con Canemucca. Perchè limitare la visione a un Tex Willer? Sarebbe come dire che la poesia si ferma a Pascoli. L’orrore, l’orrore, l’orrore.
    Intrattenimento? Stiamo parlando di intrattenimento? Spegnete Striscia la Notizia adesso, dai.

  69. AMA il 3 novembre 2009 alle 02:01

    @ Daniele Assereto

    Condivisibile quello che scrivi da almeno cinquant’anni a questa parte, ma attento… Anche Striscia la Notizia veicola dei messaggi. Non è semplice intrattenimento. Almeno nell’accezione che hai dato tu a questo termine. Io invece mi riferivo alla letteratura di consumo o di intrattenimento. Non senza una provocazione. Non essendo facile stabilire cosa sia e cosa NON sia letteratura di consumo.

  70. Chiara Daino il 3 novembre 2009 alle 02:37

    @ Ama:

    pietà di noi ignoranti. Se esiste una Letteratura di Consumo, esiste anche una Letteratura di NON consumo! E quale sarebbe? Qualcuno sarebbe così genoroso da spiegarmelo? Una Letteratura che non prevede *consumo*, che diavolo prevede? E ancora: la Letteratura d’intrattenimento quale sarebbe? Il libro del calciatore? E gli scrittori che giocano a calcio cosa sono? Calcio culturale?
    Che poi striscia la notizia diffonda messaggi e la Musica Metal/Rock no… Bhé: non mi resta che allargare le braccia e rimettere ai santi dispensatori di etichette l’arduo compito di tatuare codici a barre, non mi resta che lasciar i detentori dell’Arte Unica al loro girar di pollici! E non sia mai che qualche gladiatore – si stufi – e zompi sugli spalti!

  71. harzie il 3 novembre 2009 alle 06:20

    L’insostenibile eternità dell’adolescenza.

  72. Daniele Assereto il 3 novembre 2009 alle 08:36

    @ harzie

    Invecchiando non si rimbambisce, si torna soltanto bambini. E dunque?

  73. livio borriello il 3 novembre 2009 alle 09:38

    assereto, i valori morali di tex sono esattamente quelli del ranger walker, l’ideologia del più forte, la distinzione tranciante fra buoni e cattivi, il finto rispetto della cultura indiana quando è sottomessa e marginale, e utile a produrre fanfaluche spiritualiste – ed è il perfetto veicolo del bushismo. da de sanctis hai appreso senza saperlo (altri lo hanno fatto per te) che le scritture devono attivarsi nella vita sociale – idea senza cui non esisterebbe NI – le analisi del monarchico e ottocentesco dostoievski sono 100 volte più cariche, ricche, sottili, emozionanti e dunque nuove di quelle di bonelli – ad es. appunto sulla distinzione fra buoni e cattivi. scusa, sei simpatico, ma non si possono sparare queste cazzate spacciandole per modernità, un neonato è più nuovo di un vecchio nel regno animale, fra gli umani valgono tutt’altri criteri. delle letture di tex, che ho interrotto dopo gli 8 anni, mi è rimasto solo l’ottimo sistema per far ripartire i cavalli stanchi, ma è pure incompatibile con le idee animaliste

  74. francesco forlani il 3 novembre 2009 alle 10:05

    Se qualcuno ha letto tra le righe proposte da Massimo – ottimo musicista e grandissimo giocatore di tennis- un tentativo di arroccamento e non di arRockamento sotto i colpi della cultura di massa e dell’industria culturale, non ha saputo leggere il testo.
    Visto che Chiara insiste con la nazionale scrittori, in un’accezione assolutamente fuori luogo le comunico due dati che dovrebbero bastare a fugare il campo di gioco da ogni “strana” immagine sovrapposta. Per la recente partita a Casola i giocatori hanno raggiunto il campo da tutta italia facendo colletta di macchine e pedaggi autostradali. La compagine dei narratori tredici in tutto scendeva in campo davanti a un pubblico di sei spettatori. Previsti ne erano nove, non di più.La realizzazione nella partita ovvero nella messa in gioco era già fruizione. Quando a Montpellier nel 2004 ho assistito a un concerto di Archie Shepp c’erano una quindicina di spettatori. L’energia era la stessa di quella riscontrata quando ho lavorato (per due anni in una importante società del nord) dei concerti di vasco (70 000 spettatori al delle Alpi) e dei Police. Il fatto che io senta oggi a tanti anni di distanza meglio e con più vigore quel concerto montpellerino e non le date torinesi non è una risposta lo so come non è una risposta affermare che l’unica nota negativa della partita di domenica a faenza sia stata la sconfitta sonora della nostra squadra.
    effeffe

  75. Daniele Assereto il 3 novembre 2009 alle 10:27

    Borriello, i valori morali non si assimilano SOLO da una fonte, ma da più di una. In prima parte dalla famiglia, ma questo è un altro discorso. Chi sia lei per dire quali siano i miei valori proprio non lo so, visto che non mi conosce, e vedere che li limita ad una sola fonte lo trovo altamente offensivo. Sarebbe come se io pensassi che lei sia un berlusconiano solo perchè segue una trasmissione a caso su Canale5, Italia1 o Rete4. Che poi posso capire [ma non condividere], se si considera Striscia la Notizia un veicolo di messaggi culturali e/o artistici, allora forse sono io che sbaglio, che non ho capito niente.
    Vedere poi che continua a soffermarsi ancora ad una sola figura è ancora più castrante, perchè il discorso non era se Tex Willer [un personaggio, non un autore, comunque: si capisce almeno la differenza? Lei ha mai letto il Tex Willer disegnato e pensato da Magnus?] abbia più spessore morale di un Dostojevski, ma sottolineare come sia riduttivo pensare che non esistano forme d’Arte e di Poesia al di fuori dei soliti canoni ottocenteschi a cui lei come altri sembra essere fin troppo legato. A otto anni ha interrotto la lettura di Tex per passare a Dostojevski? Forse si capiscono molte cose da questo. Ma l’Arte figurata [chiamarli semplicemente “fumetti” rischia di essere riduttivo] non si ferma a Bonelli & C., come ho già fatto notare in un intervento precedente. Se lei pensa che queste siano cazzate mi spiace, perchè non fa altro che dimostrare di avere solo un paio di paraocchi che la portano ad ignorare nuove forme di comunicazione poetica [e no, non mi sto riferendo a Striscia la Notizia] attraverso mezzi che fino a 50 anni fa forse non erano concepiti e concepibili ma adesso, nel 2009, esistono eccome.

  76. diana durlin il 3 novembre 2009 alle 10:55

    kafka a fum-etti

  77. francesco forlani il 3 novembre 2009 alle 10:55

    Tex come Mickey, Alack Sinner come Michajlovič
    effeffe

  78. Ares il 3 novembre 2009 alle 11:27

    AMA, scusami ho parlato con un amico pittore, uscito dall’accademia di Brera di Milano sbattendo la porta dell’aula magna, circa 10 anni fa, non abbiamo approfondito la questione perché non AMA parlarne, ha ribadito solo: “sono stati anni da schifo”, non ho capito se si riferisse al tipo di insegnamento, all’organizzazione dell’accademia o cos’altro.

    Lui AMA molto Bacon, è quando gli ho chiesto se considerasse Bacon un pittore minore mi ha detto:

    “dipende come lo osservi e chi sei tu”

    ho insistito:

    “si, pero’ se lo paragoni a un Caravaggio o ad un Leonardo.. non credo si possa discutere molto”

    risposta:

    “bè Ale, loro non usano gli stessi espedienti estetici di Bacon e non potebbero, sono vissuti in un periodo storico diverso, sono pitture diverse, imparagonabili ”

    lo definiresti un pittore minore, rispetto al Caravaggio o a un Leonardo?(sono un po’ cocciutello):

    “no Ale, non sono paragonabili, hanno stili , legati al loro tempo, diversi ”

    io:

    “C’e’ uno nel Blog che frequento ultimamente che sostiene che Bacon è un pittore minore”

    Lui:

    “Minore rispetto a chi e a cosa, quali sono i suoi punti di riferimento per poi creare una gerarchia, spero che non usi Caravaggio, Leonardo, o Michelangelo, quei pittori non bastano certo per farsi un pensiero pittorico su di un autore contemporaneo tanto complesso”.

    Io: “Bacon è morto”

    lui: “perfortuna!”

    io: “ma..”

    Lui: “di questo parlimo un altra volta, Ale, è la 01:00, domani mattina devo fare delle consegne”

    Io: ok, a domani, notte

    click

    AMA.. quali sono i riferimenti, ai quali appigliarsi per giudicare un pittore contemporaneo? .. io non ci ho capito niente!

    .. ma siamo sicuri che Bacon sia così popolare e minore?.. ho chiesto a un collega:

    ” ti piace Bacon”

    .. mi ha risposto:

    “Si, con il pane al sesamo” °_°

  79. AMA il 3 novembre 2009 alle 11:36

    @ Chiara Daino
    Certo che la Musica Metal/Rock diffonde messaggi. Ha diffuso messaggi che abbiamo fatto nostri da QUARANTANNI. Ha fatto cultura. Dove avrei scritto il contrario?

    Resta però difficile stabilire cosa sia Letteratura perché ha la stessa sintassi dell’intrattenimento. Della comunicazione. La stessa sintassi di tutto il resto. Il problema quindi non è Dostoevskij o Tex Willer. Il problema è stabilire OGGI quali siano gli scrittori che fanno Letteratura, magari al di là delle loro stesse intenzioni. È quasi impossibile. Il problema resta. Fosse anche un falso problema. Di sicuro i criteri di definizione oggi sono diversi rispetto a quelli di Dostoevskij.

  80. saverio il 3 novembre 2009 alle 11:40

    Oddio, un po’ mi gira la testa a leggere alcune leggerezze, a cominciare da quella di un Vasco poeta … Evidentemente ho un’idea diversa di poesia: come perfezione del linguaggio, diciamo, ecco la mia idea, e Vasco non ci rientra neanche per la porta di servizio. E poi Vasco è anche un cantante scarso, tecnicamente scarso ma anche esteticamente, preso in relazione agli altri ugolatori; basta ascoltare lo scempio (ah! come grida vendetta!) combinato con Creep dei Radiohead. E queste non sono opinioni, signori miei, ma ferma posizione di uno che di lavoro fa e insegna musica. Lo stesso si potrebbe dire sul Metal che, invero, non è un monolite da prendere tutto a scatola chiusa, ma un universo contraddittorio, tra le cui maglie si animano certamente esperienze interessanti, ma non certo quelle qui nominate, non certo Rio o padre Pio-Iron, percarità! E non a caso le esperienze migliori del metallo urlante sono quelle ibride, dove affiorano influenze rap o jazz o … Insomma, certo metal è nient’altro che la canzoncina di Sanremo portata all’estremo, urlata, distorta e minchiafritta … Rileggersi, per favore, se lo si vorrà, ovvio, le pagine ancora insuperate sulla musica di consumo di tale Adorno, che insomma di musica se ne intendeva, eccome se! La cosa buffa – farsesca, almeno come seguito in brutta copia della tragedia dell’ignoranza – è che, magari senza accorgersene, tutti questi devoti applausi al pop-corn ricadono nella brutta copia del fenomeno denunciato da Rizzante: tutto si tiene, Vasco è uguale a (a Zappa, poniamo), Bonelli a Dostoevskij etc. … Ma mi faccia il piacere, direbbe l’alto-pop Totò … Di questo passo Salemme varrà Beckett, alla faccia dell’arte (con la minuscola, prego, che maiuscolare è sacralizzare e come ben disse Pico alla corte di Pallo: il sacro è il contrario dell’arte, bruciando Artaud disse A morte i capolavori issati sull’altare dell’Arte, certo, ma una qualità dovrà pur esserci nella distruzione, disse anche, poiché, ecco, rivoluzione non è terrorismo; e disse … no, questo lo dicono gli analisti del presente, dicono che certi fenomeni si reggono sull’analfabetismo di ritorno, nell’incapacità di trovare differenze tra Leopardi e Vasco, poniamo, dove il primo bruciava nella parola facendola deragliare discreta e visionaria, mentre il secondo … Oddio, davvero, che debba spiegare la mia avversione totale al Vasco-fenomeno, questo è folle, è segno di quel “tutto è uguale a tutto” che stigmatizza Rizzante, no, grazie, non voglio essere uguale e VaffanVasco! E – qui detto col cuore in mano – vaff! a quel doloroso tanfo di effimero che aleggia sulla nostra memoria, sulla nostra percezione dello spazio culturale, sulle illusioni che scavano la mente annichilendo il giudizio critico e rendendoci incapaci di distinguere …

    W Archie Schepp, W il liceale Rizzante

    SP

  81. AMA il 3 novembre 2009 alle 11:45

    @ Ares

    Il lavoro più datato di Francis Bacon è del 1929.
    Bene, sfoglia un libro di storia dell’arte dal 1929 al 1992, anno in cui Francis Bacon è morto. E cerca di intuire il posto che Bacon occupa in questo spazio temporale nel mondo dell’arte. Buona fortuna.

    Certo, tutto può essere sovvertito col tempo.

  82. viola il 3 novembre 2009 alle 12:23

    tornando, quoto Saverio, aggiungendo che il problema -ovvio – non è alto-basso (erano sul * basso* anche Marziale, Rabelais e il Falstaff di WS), ma la capacità artistica per la quale, appunto Vasco non è Zappa, semplicemente, V.

  83. Ares il 3 novembre 2009 alle 12:26

    Eh, si, mi è già capitato di sfogliarlo..Ah!, quindi se un autore non è collocabile all’interno di una corrente o un movimento è da considerare minore?.. una frattaglia..

    bè Bacon ha influenzato molta arte figurativa, alcuni studi di design l’anno maldestramente imitato nelle linee..

    Va bè, se non ho capito, perora ci rinuncio, non capisco!.

    tanks

  84. saverio il 3 novembre 2009 alle 13:55

    @ Ama e Ares

    c’è un bellissimo libro di qualche anno fa, scritto da Nadia Fusini e incentrato sulle coincidenze tra la figura traumatizzata, non rappresentativa, com’è in Bacon, e il modo di disarticolare il personaggio e la scrittura di Beckett; un “comune sentire” o, se preferite, lo stesso modo di aggredire la forma: affinché “nel grido una nuova bellezza trionfi: brutale” [NF, Beckett&Bacon, Garzanti 1994].

    Minore o non minore, è comunque vero che Bacon ha influenzato molti artisti; ad esempio è lo sfondo consapevole dell’apparato visivo e del modo di impostare la gestualità in Carmelo Bene …

    SP

  85. Ares il 3 novembre 2009 alle 14:53

    Ah, caspita è vero, non ricordavo: Carmelo Bene, in Otello, nella scena del fazzoletto, prima dell’uccisione di Desdemona, s’ispira, per comporre l’immagine(se non ricordo male è un video per la RAI) proprio a Bacon.

    Grazie Saverio, mi hai riportato alla mente un materiale preziosissimo.

    L’accostamento tra Becket/Bacon è una cosa he devo elaborare, forse si sfiorano come in un minuetto, ma poi i due si lasciano verso i personali approfondimenti.

    Grazie comunque per la segnalazione

  86. AMA il 3 novembre 2009 alle 15:00

    @ Ares

    Nessuna frattaglia. Non ho mai detto questo.
    Senti, cosa pensi di Federigo Tozzi? Io credo che sia un grande scrittore. Però rispetto a Kafka e Dostoevskij resta un Minore. Devo forse spiegarti il perché? Mi verrebbe quasi da dire che questa è la Storia! Tranquilla però, Francis Bacon è molto ma molto quotato, quasi quanto Kafka (concedimi gli accostamenti impropri). Forse anche grazie a Deleuze. Nonostante la storia della critica d’arte.
    Va bene, chiedo scusa, Francis Bacon non è un pittore Minore. Mi hai convinto. Contenta adesso? Come ho potuto scrivere una simile sciocchezza!

  87. AMA il 3 novembre 2009 alle 15:04

    Leggetevi anche la monografia di Gilles Deleuze su Francis Bacon.

  88. Ares il 3 novembre 2009 alle 15:07

    E se lasciassimo ai posteri l’arduo compito di dire cos’è stata letteratura, cultura media, alta, minore, maggiore; per quel che ne sappiamo potrebbero addirittura darlare di un lungo periodo buio, dove la letteratura, in particolare, non vide il sole °_°

  89. livio borriello il 3 novembre 2009 alle 15:12

    assereto, noi ci definiamo in una scala di valori, se tu prendi a male il termine cazzate è perchè ritieni che il cervello VALE più del cazzo, almeno in una discussione (chi può darti torto) e ci sei dentro come tutti. e i valori che ho elencato non sono quelli di tex, che è un contorno di grafite nemmeno colorato, ma di bonelli.
    lungi poi da me negare il valore del fumetto… come ho già detto, sdoganavo la cultura bassa già 20 anni fa, quando la cosa aveva un senso… ma qui c’è una confusione di fondo… bonelli vale anche qualcosa, ma su un piano strettamente formale e estetico… lì tex può valere quanto miskin… ma un testo veicola tutta un’altra serie di contenuti… sul piano dei contenuti analitico-intellettuali ad es. non mi potrai certo confrontare i dialoghi di platone con quelli di kit carson, che opina solo sulle patatine fritte (e le bistecche alte così)… per non dire di quelli emotivi più profondi, dei contenuti metafisici, ontologici, quelli che attengono all’indicibile…e così via (appunto sono così complessi da non essere esprimibili attravefrso un mezzo come il post…)
    ps per la cronaca: striscia mi fa schifo, sono i buffoni del re… vedo solo blob

  90. Ares il 3 novembre 2009 alle 15:14

    I critici, gli analisti e i commentatori invece, proliferarono ^__-

  91. Simona Carretta il 3 novembre 2009 alle 15:15

    Solo una cosa, visto che mi ha colpito (ma non certo sorpreso)l’atteggiamento provocatorio assunto da alcuni commentatori nei confronti della forma, come se trattare la questione fosse un modo per eludere il cosiddetto contenuto, delle opere in genere, e di questo testo in particolare. Addirittura, c’é stato chi ha parlato di una sessantina di commenti volti a spennellare “le capuzzelle d’angelo” dello stile e delle “metodologie d’espressione”…Sessanta? Magari!..l’Italia sarebbe un posto bellissimo..Solo due o tre.

    Ma una forma non é un metodo: non una strategia messa in atto allo scopo di dimostrare una teoria che comunque potrebbe essere espressa altrimenti, cioé con l’ausilio di altri strumenti, di altri procedimenti discorsivi. Nei testi letterari (come nel caso di quello al centro della discussione) la forma é indissociabile dal contenuto e il tema si definisce parallelamente ad essa, come spiegava nel suo commento De Vivo.
    Inoltre, il discorso sulla forma risulta tanto più pertinente a proposito dell’argomento in questione. Infatti, é proprio questo uno dei criteri che separa la cosiddetta cultura bassa da quella alta.
    Nel caso dei romanzi, ad esempio, é spesso la presenza di invenzione formale a distinguere quelli davvero degni di questo nome dalla marea di romanzetti fabbricati al solo scopo di compiacere la “massa” dei lettori,congegnati in una forma che é semplicemente sussunta dalla tradizione, dal già noto, e non il frutto dell’originalità dell’autore, per offrire così quello a cui i lettori sono già abituati, o meglio assuefatti, e che quindi produrrà in loro appunto una consumazione immediata, senza sollecitarne l’elaborazione critica.
    Infatti, se il compito del romanzo ( e forse dell’arte in generale ) é mettere in luce aspetti dell’esistenza di cui non si ha di solito coscienza, ciò non può avvenire se non attraverso l’invenzione di forme nuove, di modi diversi di presentare la realtà che é generalmente sotto gli occhi di tutti: è così che questa diviene oggetto di reale scoperta da parte dei fruitori dell’opera.
    Alle volte presentare forme nuove in letteratura può significare anche ricavarle da altre arti, ad esempio dalla musica, e verificare gli effetti cognitivi da esse conseguiti nel momento in cui le si inscrive in un altro contesto.
    Nè attribuire valore alla forma significa votarsi necessariamente al mero sperimentalismo formale, che si manifesta quando la forma pare correre come un cavallo imbizzarrito davanti al contenuto, nel desiderio di risultare ad ogni costo nuova, ad ogni costo diversa, indipendentemente dalla qualità dei contenuti espressi. Dico questo sempre nell’idea che in un’opera letteraria forma e contenuto siano indissociabili e che quindi il lavoro sulla forma debba procedere parallelamente ad un’adeguata riflessione sul piano dei contenuti.
    Comunque non é mia intenzione, in questa sede, esaurire il discorso sulla questione della forma, visto che sarebbe impensabile pensare di trattarla in modo non superficiale nello spazio di un commento.
    Solo, vorrei invitare ad una maggiore cautela coloro che sembrano dileggiarla, dimostrando così di considerarla un elemento accessorio e non radicale nella costituzione del messaggio da trasmettere.
    Spero e credo, in ogni caso, che da parte di costoro non ci sia davvero indifferenza rispetto alla questione, lo credo davvero, anche perché un artista (anche musicisti) incurante della forma,ma che artista é?
    Mi pare inoltre che bollare come desueto, troppo vecchio (o anche troppo giovane ) qualcosa solo perché magari non lo si é compreso fino in fondo sia il modo migliore per sottrarsi alla sfida del dialogo.

  92. AMA il 3 novembre 2009 alle 15:17

    C’è perfino un filo che lega Shakespeare, Kafka, Beckett e Bacon. Ne sono certo. Dovrei approfondire. Sicuramente è stato già fatto. Dovrei allora solo documentarmi. Ma non ce la faccio. Per me Bacon resta un Minore. Vi chiedo scusa, allora. Però c’è una certa critica che mi potrebbe confortare in questo. Aiutooo. Come me ne esco?

  93. AMA il 3 novembre 2009 alle 15:21

    @ Ares

    Io protendo verso il periodo buio.

    :- (((

  94. Ares il 3 novembre 2009 alle 15:48

    Ma dove nasce l’esigenza di gerarchizzare le espressioni artistiche ???

  95. Daniele Assereto il 3 novembre 2009 alle 16:12

    @ Ares:

    “Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito. Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica, la rima e le figure retoriche e, poi porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
    La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia, diventa una questione relativamente semplice.
    Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza.
    Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza.
    Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia”.

  96. AMA il 3 novembre 2009 alle 16:59

    @ Ares

    Senti, per me Francis Bacon è per il grande pubblico dei non addetti ai lavori. L’artista forse è più amato da letterati e filosofi … Non so, da almeno 80 anni, il mondo dell’arte parla un linguaggio autonomo ed autoreferenziale, avendo ristretto il suo orizzonte di fruizione fin dal tempo dell’avvento della società di massa, per non esserne fagocitata. Questo è. Che ti piaccia o meno. Così, per fare due nomi di artisti maggiori… Duchamp e Warhol. Senza tema di essere smentito.
    Influente o meno, certi Bacon raggiungono i 70 milioni di sterline di quotazione.

  97. Ares il 3 novembre 2009 alle 17:03

    è_é

    StraaAap…

  98. Daniele Assereto il 3 novembre 2009 alle 17:07

    Escrementi!

    “Questa è una battaglia, una guerra e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Armate di accademici, che avanzano misurando la poesia, no, non lo permetteremo, basta con i J. Evans Prichard. E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa, imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo.”

  99. Ares il 3 novembre 2009 alle 17:15

    Daniele, scusi, è in preda ad un rigurgito cinematografico delle pre adolescenza ?

  100. Ares il 3 novembre 2009 alle 17:17

    @AMA

    .. più Duchamp o Warhol ?.. chi vale di più? ^__^

  101. Daniele Assereto il 3 novembre 2009 alle 17:21

    @ Ares

    Si, a volte mi capita. Ho la digestione lenta. Molto lenta.
    E alla sua domanda sull’individuazione di gerarchie artistiche, mi permetto di aggiungere: cosa è Poesia oggi? Chi è Poeta? Sarà anacronistico, ma non posso non ricordare un passaggio di Benedetto Marcello [1686 – 1739]: “In primo luogo non dovrà il poeta moderno aver letti, nè legger mai gli autori Latini o Greci, imperciocchè nemmeno gli antichi Greci o Latini hanno mai letto i moderni. Non dovrà similmente professare cognizione veruna del metro e verso italiano, toltane qualche superficiale notizia che il verso è di forma di sette e d’undici sillabe, con la quale regola potrà poi comporre a capriccio di tre, di cinque, di nove, di tredici e di quindici ancora. Dirà bensì di aver corsi gli studi tutti di Matematica, di Pittura, di Chimica, di Medicina, di Legge ecc. protestando che finalmente il Genio l’ha condotto con violenza alla Poesia…”

  102. Ares il 3 novembre 2009 alle 18:03

    e_e

    ..dalla poesia non si parte , al limite ci si approda.

  103. AMA il 3 novembre 2009 alle 18:04

    @ Ares

    :- ))))))))))))))))

    D.U.C.H.A.M.P.

  104. Ares il 3 novembre 2009 alle 18:08

    @AMA insomma, ti piacciono gli artisti concettuali…va bè i gusti son gusti. e_-

  105. Chiara Daino il 3 novembre 2009 alle 18:34

    @ Effeffe:

    Francesco, ringraziandoti per la puntualizzazione – sai benissimo – che, quando insisto, esiste un perché, preciso e potente. Sinceramente il “privato” dell’Intellighentia non mi tange, non m’interessa [si tratti di hobby, preferenze alimentari/sessuali, attività ricreative…]. E ti riesce così difficile accettare che se si parla di Arte Alta/Arte Bassa – possa NON inchinare la testa? [ E fino a dove e diretta a dove te lo lascio immaginare…]. Spiegamelo tu, allora, perché NON posso considerare un passatempo Autori che (s)calciano palloni [poi qualcuno di loro ha liberamente affermato che “gli studenti ne sanno più di chimica che di Verdi”, giusto per sostenere la follia delle sue tesi!, ma lasciamo perdere] e accettare che Vasco/Jimbo & co. siano “intrattenimento”? Spiegamelo tu, tu che lo sai, perché io non lo capisco. Spiegamela tu, allora, perché tanta indignazione per i libri di Totti e Gattuso. Per loro la Letteratura è un Hobby [e/o un impegno sociale], tanto quanto per gli Autori lo è il Calcio. Spiegami, perché difetto di esperienza e dei giusti processi mentali per raziocinare quanto/come si deve.
    Tornando a Rizzante – di molti concetti qui espressi, ne parlammo anche a voce [e fu momento di crescita personale di cui lo ringrazio]. E mi chiese se fossi “la paladina dei Metallari”. E risposi. Come riporto: non meno di quanto sia stata/sono in prima fila per capire e confrontarmi circa Realtà ignorate e/o mistificate. Non meno di quanto sia favorevole alle contaminazioni [e nel 2009 mi sembra davvero il minimo]. Non meno di quanto sia davvero tempo di finirla con le Torri d’Avorio [sì, insisto anche su questo tasto, posso ri-scriverlo senza peccare di lesa maestà?] – quando i ragazzi muoiono. Sai, i ragazzi? Quegli esserini nelle scuole, schiacciati dalla sordità? Quelli che muoiono [anche] perché distrutti dall’alcol/dalle droghe/dalla mancanza di risposte? Quegli stessi esseri che, magari, sentendo Vasco si sentono capiti e meno soli. Quegli stessi ragazzi che amano Leopardi e i Led Zeppelin contemporaneamente. Sono sullo stesso piano? Per vivere necessitiamo di acqua e di cibo. È più vitale l’acqua? È più vitale il cibo? Ahimé servono entrambi!
    [Ognuno ha il suo ruolo, piaccia o meno: anche il protagonista – da solo – senza regista, senza antagonista, senza autore, senza tecnici audio/luci, senza pubblico, senza coro, senza, etc… non può fare molto].
    E se continuo a frantumarmi l’anima è proprio per qui ragazzi che conosco/ho conosciuto. Fosse per l’Adulta assemblea – non scriverei più una riga, dedicandomi in pace ad altro.

    @ Ama:

    Lei scrive: *Il problema è stabilire OGGI quali siano gli scrittori che fanno Letteratura, magari al di là delle loro stesse intenzioni. È quasi impossibile*. E io le chiedo – con sincerità: e CHI lo deve stabilire? E, soprattutto, quando? OGGI? La questione è del *qui e ora*? Il *riconoscimento* non era affidato *ai posteri*? Non sarebbe meglio [per carità è solo una domanda] concentrarsi sul messaggio e su quali messaggi vinceranno l’usura del tempo? Non sarebbe opportuno interrogarsi/interrogarci sul come intende operare l’opera [qualunque essa sia]?

    @ Saverio:

    passato il *lieve* giramento di testa? Servono i sali? In primis, spiace comunicarle che l’Assoluto NON esiste. Per lei Vasco non è un Poeta, per altri [molti altri] sì. Può giratestarsi all’infinito, ma così è. E se passa da Genova, provi a dire che Faber non è un Poeta… Venga, venga a trovarci.
    Tralascio *la questione estetica* [ma si rende conto? Leopardi non mi risulta fosse un adone, per cui, se vivesse nell’oggi – via! Precluso ogni reading al bigobbuto Giacomo ch’è antiestetico!].
    Che poi lei insegni musica – mi creda – non è un valore aggiunto alle sue tesi. Il mio insegnante d’italiano al Liceo continuava a massacrare qualsiasi *opinione personale*, dovendo noi solo trascrivere – in abile prova mnemonica – quanto giàddetto da tizio/cazzio etc… Finite le Scuole, se permette, scelgo io chi m’insegna cosa. E dove.
    Quanto alle sue mirabili equazioni esplicative, ribadisco che l’esistenza/coesistenza non implica uguaglianza. È la diversità della forma. E la pacifica convivenza di diverse espressioni Artistiche. Glielo devo Spiegare io che *lo stesso* sentimento [Amore, Rabbia, Disperazione] si diversifica proprio nel COME si comunica? I LIVELLI quando si tratta di ARTE è scontato supporre siano gli stessi. Solo – diversi. Come diverso il sentire. Crede che Puoti amerebbe Zanzotto? Questo basta perché Zanzotto non sia un Poeta? E dire che, si sperava, la Beat Generation qualcosina avesse già spiegato/superato

    P.s. Quanto al suo inorridire per padre Pio-Iron, provi a fare due *chiacchiere* con Coleridge, ad esempio, e a capire perché sia così letto dai ragazzi. Perché lui o Blake o… e non altri. Se poi ne facciamo una questione di tecnica [o estetica che so che ci tiene!], chiamiamo a raccolta i musicisti Metal? Che ne dice? Sono certa che l’ugola di Bruce s’inchinerà ai suoi preziosi insegnamenti…

    In tutta quest’ansia da definizione [Alto/Basso, Migliore/Peggiore, Poeta/Poetacciano,…] si perde di vista il benedettissimo messaggio. L’affarinculo come l’amormio può vestirsi barocco, borchiato, può assemblare attributi, accordare minori, scolpirsi nel marmo o squarciare la tela, concatenare parole o colorare pannelli. Rimane un: “vaffanculo”, rimane un “ti amo”. Cambia come lo esprimo.

  106. AMA il 3 novembre 2009 alle 18:47

    No, Ares, non è una questione di gusti miei personali. Tutta l’arte contemporanea ha fatto e fa i conti con Duchamp. È un discorso di coerenza interna …

    BYEEE

  107. livio borriello il 3 novembre 2009 alle 18:57

    d’accordissimo con la Carretta

  108. Ares il 3 novembre 2009 alle 19:13

    Questione:

    Vi sono pruitori dal gusto, alto, medio, masso, dal loro gusto dipende il valore di un’opera, il valore di un opera è attribuita dal fruitore.

    A che serve fare distinguo, a che i fruitori non si confondano?.. tranquilli, continueranno a confondersi, i fruitori sanno esattamente cosa piace loro.

    Se vogliamo che vi siano piu’ fruitori di opere “alte” .. lavoriamo perché vi siano piu’ fruitori di opere alte.

    Non raschiamo il barile della differenzazzione sperando cosi’ che i fruitori si rivolgono a noi invece che altrove.

    Ribelliamoci quando il sistema crea fuitori di opere medio basse e bassissime.

    ..o adeguiamoci. °-°

  109. Ares il 3 novembre 2009 alle 19:18

    @AMA A me si Duchamp piacciono le idee e i concetti, non le opere, mi permetti di considerarlo “minore” alla stregua del tuo “minore” che hai attribuito a Bacon?.. se Bacon è minore lo è anche Duchamp..

    ..sempre per la coerenza che citavi.

  110. Ares il 3 novembre 2009 alle 19:19

    azzzzzzzzzzz.. mi si brucia il risottoooo, scusate, scivolo via.

  111. AMA il 3 novembre 2009 alle 19:30

    @ Ares
    Lascia perdere. Tu di arte sei a digiuno. E cosa piace a me e cosa piace a te è irrilevante.

    @ Chiara Daino
    Bisognerà pur consegnare qualcosa al giudizio dei posteri, non trovi? A meno che non si voglia fornire alle future generazioni solo la cronaca dei casi editoriali all’interno delle tendenze di mercato del consumo culturale.
    E attenzione, l’industria culturale informa, intrattiene, relazione, spesso veicola anche messaggi importanti, ma non forma una coscienza critica che dia una visione altra.

  112. cf05103025 il 3 novembre 2009 alle 19:31

    Mi pare tutto annegato in una gran confusione minestronistica.

    1. Rizzante non ha scritto una poesia, un romanzo sperimentale o che so io, ove poteva prendersi tutte le libertà stilistiche possibili ( o no)
    2. Mi sembra che abbia scritto un saggio, un saggetto, e da una composizione di questa fatta io pretendo una esposizione chiara, magari pure divulgativa (il che non è affatto negativo) e sarebbe soltanto auspicabile.
    3.A meno che egli voglia, come spesso in Italia, rivolgersi ad una èlite ristretta dove: “Tanto ce parliano tra di noi e ce capiamo de sicuro”
    4.Cosa cavolo poi c’entrava Bacon, mica l’ho centrato. Se ci fosse stato lui qui si sarebbe incazzato di brutto, e di sicuro.

    Resto davvero preplesso (o no).
    Sono tardo di comprendonio (sì).

    MarioBì

  113. Guglielmo Amore il 3 novembre 2009 alle 19:57

    Adesso siamo arrivati addirittura alla “difesa della forma”, riecheggia titoli ameni…Signora Carretta qui nessuno mette in discussione l’indispensabilità della forma per la buona consegna del messaggio, qui il problema è che si parla unicamente di forma e si relega il messaggio ad un piano quantomeno secondario. Lei tira in ballo i romanzi da compiacimento per la “massa” asserendo che sia la loro presentazione formale a classificarne la tipologia e lo scopo…cioè mi da a intendere che la tematica romanzesca sia completamente ininfluente purché l’opera sia scritta in un linguaggio “da massa”? Che l’originalità dell’autore sia contenuta unicamente nel suo linguaggio accessorio e non nel dato argomento che vuole trattare? Che il binomio cultura alta e bassa si giochi unicamente attorno a queste caratteristiche? Non penso siccome ha sostenuto che i due elementi dovrebbero svilupparsi di pari passo, beh allora cerchiamo di ristabilire anche una parità di valore non giudicando unicamente in base alla foggia degli involucri; altrimenti va a finire che spuntano commenti come quelli di Saverio che giudica Vasco in base ALL’ESTETICA e che definisce il Metal NON come fenomeno musicale che incarna importanti esigenze culturali (fattore che lo rende decisamente un monolite) ma unicamente in base alle sue caratteristiche strumentali ed esecutive… in poche parole il messaggio, il motivo, va a farsi benedire, e un pezzo Metal diventa una canzone da Sanremo semplicemente distorta ed urlata…(si come no… i Motorhead anche cantati da Patty Pravo non passerebbero inosservati lo assicuro); sempre in quest’ottica cosa diventa interessante? Solo cross over tra il Metal ed altri generi come il Jazz o il Rap (giudizio che tralaltro non condivido affatto) cioè solamente nei suoi sperimentalismi meramente tecnici ed esecutivi. Si ma gente non è che questi siano tutti pazzi, c’è un motivo per cui quelle chitarre rombano così qualunque percorso di note intraprendano, c’è un motivo per quella data attitudine, ma soprattutto c’è un motivo per quei testi…e per i relativi vasti ascolti, ed è per questo che capostipiti del genere come Iron Maiden o Metallica sono importanti a prescindere da quanto sperimentino in fase unicamente compositiva. Un artista che non cura la forma che artista è? E un artista senza contenuti a cosa da forma?

  114. saverio il 3 novembre 2009 alle 21:02

    Posto che in arte la forma è contenuto (e viceversa), e quindi la struttura formale è importante, almeno quanto la percezione che attiva e l’ordine di discorso che costruisce, è indubbio – almeno per me, sia chiaro – che il giudizio di merito sull’artisticità o meno di un’esperienza esula il solo gusto personale; gusto per altro lecito, ci mancherebbe!, ma foriero di errori interpretativi se eletto a canone. Il problema allora è: quali sono gli “altri” (i “molti” altri) che considerano Vasco un poeta? Basta la presenza di una folla adorante a fare un santo? Mi dispiace, sono abituato a leggere esperti di popular music del calibro di Cris Cutler (anche ottimo batterista – with Henry Cow et ultra, altro che Metallica!), per accantonare la necessità di affrontare un’opera con scrupolosa esattezza. Analizzare l’operazione compiuta da Vasco con la canzone Creep dei Radiohead’s può svelare molto di più di quanto si possa immaginare sulla sua – di Vasco – insulsaggine. Vasco è estraneo alla canzone, la svilisce, ne trasforma radicalmente il senso. L’analisi musicale non è certo una scienza esatta, però una certa oggettività, se permettete, è importante che la mantenga. Ascoltatevi le due versioni (Qui l’originale, qui la copia) e ognun si faccia il suo parere … Ma soffro davvero a parlare di Vasco, consolante narcotico per folle ammaestrate, evocazione di un nulla celebrativo, febbrile sospensione del pensiero, evidenza lineare dei tempi di merda che viviamo … Intollerante? Lo sono, certo, e lo rivendico: la musica pulsa al di là, pulsa raggiante, per mia fortuna. Mi scuso per il tono, ma quando ci vuole ci vuole (e mi scuso con l’autore del post per avere sporcato la discussione) …

    SP

  115. saverio il 3 novembre 2009 alle 21:08

    Mitico lapsus!
    I link relativi a Creep riportano a un blog musicale, tra l’altro grandioso.
    Qui la versione dei Radiohead’s, qui la cover di Vasco.

  116. Jean Marc il 3 novembre 2009 alle 21:19

    Parte dell’intervista a Harold Bloom, dall’ultimo domenicale del sole:
    D: Living Labyrinth è un altro libro sui grandi autori. Ma non era una sfida persa?
    R: Del tutto. Il senso di colpa non è stato superato e la cultura si è spappolata. Mi creda. Insegno da 55 anni e ho un seminario su Shakespeare il giovedì. It’s gone. E’ finita.
    D: Senso di colpa?
    R: Tutto inizia nel 1968, quando la rivoluzione viene imposta a livello mondiale. Politicamente il movimento era più che legittimo, nascendo come reazione all’orrore della guerra in Vietnam. però la delegittimazione dell’autorità e la falsificazione del sapere sono penetrati in ogni aspetto della realtà, creando un senso di colpa legato all’idea di élite culturale. Un’ipocrisia assurda, che ha distrutto ogni qualità occidentale nella trasmissione del potere. Il politicamente corretto nasce qui.

    D: perchè non si ha più la testa per Dante?
    R: Chieda a Berlusconi
    D: Ancora Berlusconi? E’ un ossessione.
    R: Berlusconi è uno degli esiti del Sessantoto, metafora di un mondo dominato dai media visivi. però la cultura non può essere dominata dalla visione e restare in relazione con Dante, Shakespeare e Cervantes, che erano invece influenzati da Taddeo di Bartolo, Michelangelo, Caravaggio. Concettualizzavano metafore. Ma oggi?

  117. Daniele Assereto il 3 novembre 2009 alle 22:17

    Saverio, però lei non può criticare e giudicare un artista [Vasco, nello specifico] solo in base solo all’ultima canzone… sarebbe come criticare un libro di poesie valutando solo l’ultimo verso, e non curarsi di tutta la storia precedente. Possa piacere o meno [sui gusti personali non mi intrometto] Vasco si è costruito i meriti a cui è arrivato attraverso tutta la vita, e così come non si critica un romanzo dalla copertina non si può nemmeno non considerarlo un artista solo in base all’ultima canzone. Vasco ha il merito di essere arrivato a generazioni [si, generazioni: non una sola] di ragazzi con le sue canzoni, e di questo non si può non prendere atto e rendergliene merito. Se poi dà fastidio che lo si possa appellare Poeta, allora questo è un altro discorso. E torniamo sempre lì: cosa è Poesia e cosa no? Chi lo decide? In base a cosa? La gente comune, o un gruppo elitario di persone? A chi sta veramente la scelta di decidere cosa sia Arte e cosa no? E soprattutto: se sono poche persone a decisere cosa sia bello o sbagliato, cosa sia alto e basso, cosa sia artistico e cosa no, stiamo ancora parlando di comunicazione?

  118. Simona Carretta il 3 novembre 2009 alle 22:36

    Guglielmo Amore:

    Innanzitutto grazie per il “Signora”.

    Mi sembra poi che la “difesa della forma” non sia assolutamente fuori luogo, dal momento che anche quest’ultimo suo commento, così come l’altro, confermano i miei sospetti: lei continua ad alludere alla forma come a qualcosa di accessorio, un involucro (sono parole sue), mostrando di non intendere a fondo che l’architettura formale partecipa integralmente, come dire, dall’interno, al veicolo del tema, il quale potrebbe essere anche il più semplice del mondo. E adesso farò un esempio banale: “Un Amore di Swann” di Proust e i libri di Moccia parlano sempre dell’amore, ma é il modo in cui ne parlano che fa la differenza. In Moccia c’é solo “plot”, manca la minima traccia di invenzione formale.

    Qui non stiamo parlando del bel linguaggio, del bello stile.

    Detto questo, come già precisato, l’intento del mio intervento non era certo quello di sviscerare in questa sede la questione della forma. Quello che mi premeva era:

    1)Spiegare che se alcuni (me compresa), nel commentare il saggio di Rizzante, hanno puntato l’attenzione sulla costruzione formale non era certo per eludere la discussione sul tema,ma al contrario per ricavare nuovi modi di andare alle radici del problema.

    2) Non far passare il messaggio che la forma sia qualcosa di accessorio e che quindi può andare bene solo per dotte e sterili disquisizioni.

    3) Mostrare la pertinenza di una discussione sulla forma a proposito dell’argomento in questione, essendo la cura formale Uno dei criteri che permettono di distinguere cultura bassa/cultura alta (lo so,impostata così, la dicotomia appare un pò rigida,ma é solo per semplificare).

  119. francesca matteoni il 3 novembre 2009 alle 23:34

    Arrivo tardi in questo post e chiedo anticipatamente scusa se non leggo tutti i commenti, però vorrei estrapolare una frase dal testo che mi sembra centrale: l’arte moderna non può risparmiarsi il confronto (lo so, un confronto spesso difficile da accettare) con tutta l’arte precedente. Ho provato una specie di sdegno simile a quello del pezzo di Massimo quando mia cugina in prima liceo mi ha detto che il primo libro che dovevano leggere era un libro di Ammaniti. Ah però, ho pensato, e noi bischeri che abbiamo letto Le confessioni di un italiano di Nievo, seguito dai naturalisti francesi… Il problema non è leggere o non leggere Ammaniti, contro cui non ho assolutamente nulla, ma non confrontarsi più con quello che dovrebbe stare alla base della nostra memoria storica, culturale, emotiva. Il problema è non avere più la dimensione della “lentezza”, quella che permette di partire da dove vogliamo – un fumetto, una canzone pop, un romanzo contemporaneo, una scritta su di un muro (anche Zanzotto, per dire, una volta partì da lì), per percorrere un percorso più ampio, risalire alla fonte, come chi, con un paragone da disastro ambientalista, se il mare si alza si chieda che ne sia stato dei ghiacciai. E’ la sempre più assoluta incapacità del contemporaneo di vedere il passato, di aprire brecce e fessure nell’esperienza, di sentire le radici. Non si tratta di una gara: cultura popolare contro cultura accademica, ma di ritrovare l’anello che le tiene insieme. Personalmente adoro i fumetti del Sandman di Neil Gaiman. Senza Shakespeare, senza la mitologia greca, senza Milton, dubito che esisterebbe una sola tavola. Ma in un mondo che rifiuta il tempo di esplorare, di imparare, come si fa nella migliore delle scuole possibili, tutto resta pura immagine, riflesso senza profondità. La questione che solleva questo articolo non è il punto di partenza dell’esperienza artistica e della sua fruizione. E’ la sua desolata coincidenza con il punto d’arrivo. Niente memoria, niente dialogo. Siamo esseri mutilati. E chi si ostina a farsi crescere gli arti prima o poi finirà nel baraccone degli orrori, se non c’è già.

  120. PROSSEMICA « P a o l o F e r r u c c i il 4 novembre 2009 alle 01:30

    […] 4 Novembre 2009 Cos’è la prossemica? L’ho letto, questo termine, in un commento di Sergio Garufi (“vedi il linguaggio e la prossemica da bar di berlusconi, la lega o di […]

  121. elio_c il 4 novembre 2009 alle 07:11

    Affascinante l’idea, espressa in un commento precedente, che occorra sviluppare una sorta di orecchio “musicale” specifico per poter attingere alla conoscenza contenuta in un saggio. Penso vi sia del vero, ma che si tratti altresì di un processo lungo e dispendioso, che si può dedicare soltanto a pochi grandi autori (anche se ci sarebbe da chiedersi che valore universale possa avere un’epifania generata in fondo alla maniera della macchina della colonia penale di Kafka). Ad autori non ancora “consacrati” penso convenga la chiarezza, ammesso che abbiamo veramente quale idea da esprimere, e non soltanto un carisma da esercitare.

  122. lambertibocconi il 4 novembre 2009 alle 08:46

    Giusto Simona Carretta, giusto Francesca Matteoni! Chi sei, Simona Carretta? (curiosità).
    E ora buttiamo un po’ un altro sassolino nello stagno: non solo la forma esiste e l’adesione misteriosa tra lei e il contenuto sono quello che “fa” l’arte, ma è anche importante che un’opera sia bella! (O, che se è brutta, questa bruttezza abbia un senso all’interno dell’opera stessa).
    “E chi ti dice se una poesia è bella o brutta?”. Me lo dicono il mio orecchio, la mia sensibilità, la mia cultura poetica.

  123. Daniele Assereto il 4 novembre 2009 alle 11:39

    Saverio, le caratteristiche elencate in quell’articolo scherzoso si applicano ai fans di un qualunque “mito”. Provi ad andare a toccare i Beatles o un Elvis Presley, e vedrà comunque orde di fanatici con comportamenti simili a quelli descritti dalla Nonciclopedia. Trovo comunque non pertinente alla discussione il cercare di mettere in dubbio l’attendibilità di certe argomentazioni, che erano ben lungi da quelle da lei ironicamente linkate: nessuno ha detto “Vasco è Dio” [anche perchè andrebbe in conflitto con almeno un altro Lemma], e nessuno intendeva farlo.
    Se poi invece intende prendere seriamente [e usare quindi come prova] il contenuto della Nonciclopedia, potrebbe scoprire che “Leopardi fu un precursore del movimento black metal”.

  124. Gertrude Casalinga Per Forza (senza Italia) il 4 novembre 2009 alle 12:39

    Vabbè, se parlate de Vasco, posso parlà pure io. So Gertrudo, cuggino de Gertrude, me presento, so educato, e me scuso pure co er professore se me permetto de intervenì.
    Comunque io l’articolo, o er saggetto, come l’ha chiamato qualcuno, l’ho letto. Me so sforzato, perché so n’ignorante, dentro ce stanno un sacco de persone che nun conosco, tipo sto Bacon, Shespire che l’ho sentito dire (me pare fosse quello de Shespire in love) e vabbè… altri. Comunque, stringi stringi, alla fine me pare d’avè capito questo: ce stava uno c’ha fatto un film no, che se chiamava Bbianca, c’era pure Marilyn Monroe, che lo so pure io che era n’attrice, però nun c’era lei, de persona, ce stava perché era er nome de na scuola assurda che nun poteva esiste nella realtà. Sto film, co sta scuola, per stringe ancora er concetto no, era da ride da quant’era assurdo e alla fine – me pare che ce dice er professore che ha scritto sta storia – mo ce semo pe davero, ner film, e nun ce sta più niente da ride.

    PS: a me me piaciono la Carretta e pure la Matteoni, davero, c’ha sportato er discorso su er fatto che noi ignoranti – me ce metto io – nun ce ricordiamo gnente (forse perché nun sappiamo gnente), che poi, sto fatto, me dà pure i bbrividi: me fa venì in mente nun so bbene perché, la mafia. Poi volevo anche di’ che nun ho capito bbene perché oggi se usano le parentesi quadre ar posto de quelle tonde. Gertrude, mi cuggina, m’ha detto che nun se dovrebbero usà quando nun se dovrebbero usà, però molti oggi le usano uguale: dice che molti le usano perché è trendi, che è na parola inglese.

  125. francesco pecoraro il 4 novembre 2009 alle 14:02

    @saverio
    archie shepp

  126. Walter Nardon il 4 novembre 2009 alle 15:46

    Entro troppo tardi nella discussione per riprenderne i vari temi. Mi sento d’accordo con le posizioni di Simona Carretta e Francesca Matteoni. La conversazione con Massimo era nata a partire dal primo intervento di Andrea Inglese su “Videocracy”. Sulle origini di quello che Massimo chiama l’annuncio del Grande onanista – personaggio, non occorre dirlo, di pura fantasia – il Moretti di “Bianca” mi sembrava avere ben colto la portata del problema. Ci siamo fatti delle gran risate, ripensando al professore di storia che si abbandona all’indietro sul juke-box mentre fa partire una canzone di Gino Paoli, o alle varie apparizioni di Edo. Eppure non è questa la storia che il film racconta: è anzi – va detto – una storia ancora più seria.
    Durante l’infanzia, nei soggiorni presso le colonie estive, come molti ho giocato a biglie. Tuttavia, nonostante quella stagione mi abbia formato e nonostante le soddisfazioni raccolte nelle piccole competizioni di allora, non credo che questo gioco abbia inciso nella mia vita come le letture che andavo facendo. I fumetti fanno parte di quel mondo e sono parte dell’affetto che si esprimeva in quel mondo, ma per quanto mi riguarda possono servire al più come una madeleine in una tazza di tè. Diverso è il caso di chi ha fatto del fumetto la propria vita e la propria espressione. Non c’è alcun dubbio, infatti, che la pratica artistica porti con sé il riconoscimento di una tradizione artigianale. Essendo anche la letteratura una pratica, tutto sta a capire quali siano gli antecedenti che vogliamo fare entrare nel nostro immaginario, concretissimo, personale album di famiglia. In questo senso i romanzi a puntate di un tempo ed altre forme di narrazione possono fornire modelli e mostrare con evidenza la dimensione della cassetta degli attrezzi impiegati (come lo fanno i film di serie B per quei registi che ne vanno matti), ma per altri problemi (ad esempio la morte, il lutto, anche l’amore) credo che i precedenti mostrati da Rizzante “diano a pensare” un po’ di più.

  127. Simona Carretta il 4 novembre 2009 alle 17:37

    Provo a rispondere a cf051…(MarioBì), in merito a quanto ha scritto ieri sera.
    E’ vero, Rizzante non presenta qui una poesia o un romanzo sperimentale…ha scritto un saggio.
    Ma anche quella del saggio – o meglio, del tipo di tradizione saggistica cui evidentemente Rizzante qui si richiama, e che affonda forse le sue radici..in Montaigne- é un’arte, a mio avviso non inferiore per dignità al romanzo o alla poesia, e come tale sottoponibile ad un’architettura formale che risponde a criteri estetici. Questo tipo di tradizione saggistica al momento (almeno in Italia) appare un pò misconosciuta ed é un peccato, perché ha alle spalle una storia affascinante, anche se non annovera tra le sue fila molti rappresentanti.
    E questo anche in riferimento a quanto dice elio_c, per il quale (se non ho frainteso il suo pensiero) solo gli autori già “consacrati”, magari da un romanzo, o una raccolta di poesie, potrebbero permettersi di fare saggistica d’autore, a cui prestare ascolto, o meglio “orecchio”. E perché mai? E se uno invece nascesse direttamente saggista letterario?

    Tornando a noi, MarioBì, quello che cerco di dire é che anche davanti a un saggio letterario, come davanti a un romanzo, bisogna attuare una sorta di “sospensione del giudizio”. In un romanzo di Kafka, ad esempio (visto che é stato menzionato), elementi inverosimili sono perfettamente amalgamati a dati verosimili, eppure “tutto si tiene”, a nessuno verrebbe mai in mente di chiedere spiegazioni. Davanti a un saggio di questo genere, l’atteggiamento dovrebbe essere simile.
    Nel momento in cui si abbandona l’idea che sia un testo di tipo essenzialmente divulgativo, e lo si riconosce in primis come prodotto letterario, a nessuno verrà in mente di chiedersi: “Ma chi é il Grande Onanista?…” Si intuirà subito che si tratta di…una metafora, punto, come precisava giustamente Walter Nardon.
    Così come non si ricercheranno passaggi logici, improntati a criteri di causa-effetto, che giustifichino il riferimento a Bacon – come invece da un testo essenzialmente divulgativo sarebbe ragionevole aspettarsi- , ma lo si ammetterà semplicemente come associazione arbitraria, scaturita dal ricordo di Shakespeare, o dalla necessità formale (di tipo contrappuntistico) di offrire al “soggetto” esposto all’inizio del brano una “risposta” (per saccheggiare ancora il linguaggio musicale), in maniera che “tutto si tiene”.

    Con questo non cerco assolutamente di convincerti, MarioBì, solo di dirti che davanti ad un saggio letterario bisogna essere disposti un pò a farsi trascinare dalla sua magia…poi, da questa magia, si può essere sedotti o non sedotti, ci mancherebbe.

    E con questo chiudo. A lambertibocconi dedico una citazione del grande Claude Lévi-Strauss, purtroppo scomparso da qualche giorno :
    “Le Beau consiste en la perception de rapports”.

    Simona Carretta
    giovane studiosa di romanzo al momento in esilio…”difensore della forma” ;-)

  128. franz krauspenhaar il 4 novembre 2009 alle 18:49

    la pop art secondo me è molto più interessante e stimolante e “bella” (virgolette d’obbligo, eh?) di Happy Days, ma aveva ragione bacon quando affermò, dopo una visita a una collettiva di pop artists, che alle pareti non aveva visto nulla.

  129. cf05103025 il 4 novembre 2009 alle 19:24

    Ringrazio, davvero, Simona Carretta per il tempo speso nei chiarimenti che ha voluto darmi.
    Sei stata molto lucida e netta.

    Il discorso non mi convince, tuttavia.
    Capisco.

    Perché la critica estetica, o delle arti, come arte della critica mi ha convinto sempre poco.
    Anche Achille Bonito Oliva si spese in prosopopee, assai narcise, come “artista” della critica.
    Alcuni addetti italiani alla critica estetica arricciano il pelo come orecchiano la parola “divulgazione”, quasi fosse “volgarizzazione”. Ritengo un chiara, approfondita, divulgazione compito e lavoro assai difficile.

    Preferisco esposizioni come quelle di Gombrich Wittkower Kris & Kurtz, insomma la scuola di Warburg o anche di contemporanei italiani che qui non nomino.
    Grazie ancora
    Mario Bianco

  130. Enrico De Vivo il 4 novembre 2009 alle 22:08

    La discussione si è fatta davvero ricca e interessante – meno male che avevo sostenuto che i testi di Rizzante “sono tra i meno commentati”… Volevo aggiungere solo che dice tutto molto bene Simona Carretta, in maniera limpida – condivido tutto. Ma dice bene anche Francesca Matteoni, perché lo dice per immagini e con agilità, come qui: “La questione che solleva questo articolo non è il punto di partenza dell’esperienza artistica e della sua fruizione. È la sua desolata coincidenza con il punto d’arrivo”. Riporto questa frase perché riassume la tesi di Gianni Celati contenuta in quest’articolo su Rizzante, al quale rimando chi eventualmente l’abbia perso: . Articolo che a sua volta introduce ulteriori occasioni di riflessione.
    Poi, se ci fosse ancora tempo, sempre da Simona Carretta prenderei lo spunto per introdurre una seria discussione sul “saggio” e sulla sua tradizione, praticamente estranea alla stragrande maggioranza della nostra critica, e osserverei con attenzione il modo in cui Rizzante interpreta questa medesima tradizione. Secondo me (ma voglio pensarci meglio), la interpreta anche alla luce di Rabelais e di Bachtin, facendo circolare con grande abilità – e senza “scuorno” – i suoi umori tra le più ardite “categorie” e “concetti”, che diventano così qualcosa di più, ma soprattutto anche qualcosa di meno di quello che sono. Nardon adombra questo tema nel suo intervento, ed è un tema – questo del riso e del buon umore che suscita questo tipo di scrittura – da approfondire. L’esuberanza e la gioia, ma anche (altrove) la malinconia e la disperazione (altri umori), della scrittura di Rizzante sono quelle di chi ha una fiducia infinita – adolescenziale, come dice lui – nelle parole, nelle parole che possono ristabilire un equilibrio (di umori), curare. È per questo che Rizzante “sa” che ancora tutto può essere scritto, ed è lui il primo a voler farne la “prova”. Un “saggio” è una “prova”, innanzitutto: direi che è la prova decisiva per uno scrittore (come un “preludio” o un’“improvvisazione” per un musicista), che senza assumere il rischio del saggio forse non può andare molto lontano. Nel “saggio” lo scrittore si mette continuamente in gioco (o, se si preferisce, più formalmente, “in discussione” – ovvero, filosoficamente: “a nudo”). Simona ha ragione: l’Italia, purtroppo, manca di saggisti, perché non è mai troppo conveniente mettersi in gioco completamente.

  131. Daniele Assereto il 6 novembre 2009 alle 12:15

    Sul discorso “cultura di massa”, invece, mi permetto di aggiungere un piccolo link che spero possa essere base di riflessioni.

    http://www.colonialunare.net/?p=229

  132. […] nel 1983, qualche anno prima del crollo delle ideologie, come ha ricordato di recente Massimo Rizzante nel blog Nazione indiana, Nanni Moretti metteva in scena in Bianca la comicissima scuola “Marylin […]



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