Cinque brevi

4 novembre 2009
Pubblicato da

di Emanuele Kraushaar

La palla

La cosa che più mi riusciva fare nella vita era la palla.
Mia moglie l’ho conquistata così. Attorcigliandomi su me stesso, con la testa attaccata al sedere e rotolandomi per la strada, veloce e senza sbavature.
Luminoso.
Ero così quando facevo la palla.
Mia moglie mi chiedeva sempre di fare la palla, quando stavamo in giardino e giocavamo con la nostra cagnolina Lisistrata.
Come correva Lisi quando facevo la palla e rotolavo sull’erba! Anche quando pioveva mia moglie mi chiedeva di fare la palla.
Una volta che eravamo alla casa al mare e c’era il temporale, mia moglie ha spento la tv di colpo, abbiamo preso Lisistrata e siamo andati sulla spiaggia.
Io mi sono attorcigliato e ho incominciato a rotolare sul bagnasciuga. Mia moglie mi guardava e sembrava ci fosse il sole, anche se pioveva di brutto e c’erano i fulmini.
Lisistrata tremava e non mi rincorreva e fissava il mare che per lei era un mostro nero.
Io però continuavo a rotolare, perché sapevo che mia moglie era felice.
Non capivo esattamente le sue sensazioni, ma io quando facevo la palla mi sentivo dio.
Anche quando mia moglie si è messa ad urlare che Lisi stava male, io non mi sono fermato, perché sapevo che mi voleva lì, a rotolare sulla spiaggia all’infinito.

Gene Hackman

In televisione c’è un film con Gene Hackman. Fuori piove, non ho certezze per la settimana che viene, tutto fuori dalla finestra sembra nero e senza contorni. Apro una birra, prendo un pacchetto di pistacchi e mi butto sul letto.
Gene Hackman fa l’avvocato, ha uno studio stupendo a Manhattan, ha un manipolo di segretarie, ha una moglie bellissima, ha una bella amante, ha un rivale che riesce a mettere all’angolo, ha una serie di persone che riesce a mettere all’angolo.
Mette tutti all’angolo Gene Hackman in questo film. Anche io, immobile sul letto, pendo dalle sue labbra, dalle sue occhiate, dal suo incedere imponente negli uffici. Falcate veloci, sorrisi sfuggenti, bicchieri di whisky bevuti a metà, rapidità di linguaggio. Tutti all’angolo.
Dice che guadagna molto, dice all’altro, al giovane, di aumentare la parcella, di farsi furbo. I soldi vanno e vengono, dice, o forse quello lo penso io.
Tutto si sistema, questo afferma Gene Hackman, che rassicura tutti. E la sua energia sembra uscire fuori dallo schermo.
Avrei bisogno di Gene Hackman accanto a me, che mi scuotesse le spalle e mi dicesse dove andare, cosa fare, perché “devi fare questo e questo, devi muoverti così, in questo modo, questo no, non farlo, qui sbagli, qui devi fare così, vai lì, non andare là”.
Di colpo spengo la televisione, guardo dalla finestra.
Fuori non ci sono i grattacieli, non ci sono gli studi degli avvocati, non ci sono nemmeno i barboni, che laggiù muoiono nella morsa del freddo.
“Non c’è salvezza” penso e incomincio a tirare i gusci dei pistacchi contro il televisore. La birra si rovescia sul letto.
Quando il buio scomparirà e sarà di nuovo mattina, fuori dalla finestra vedrò la solita luce rimbalzare sui vecchietti incollati alle panchine, sui gatti che fissano il vuoto e sul niente che mi circonda ad ogni respiro.

Tutto o quasi

Sono giorni che sono tappato in casa a studiare un testo sacro che mi è stato consigliato dal mio nuovo amico Raniero.
Lui dice di aver capito tutto o quasi. Riguardo a tutto o quasi. Credo abbia detto proprio una cosa del genere. Ma non ricordo bene, perché sono passati molti giorni. Comunque non è facile andare avanti. A volte spengo la luce di colpo, chiudo gli occhi e mi sento scomparire nel buio.
Ieri mi è sembrato di sentire la voce di Raniero che diceva: “Cerca di trovare la spina dorsale del libro”.
Non so se sia il caso di fermarsi e mollare.
Ma forse è da quando ho iniziato a studiare questo libro immenso che ho mollato tutto e mi sono fermato.
A volte mi scordo di mangiare, di dormire, perdo quasi la cognizione del tempo e del mio corpo.
Telefono a Raniero per chiedergli un consiglio.
“È in settimana bianca con gli amici” mi dice la moglie con la voce tremante. Ma poi in lontananza sento dire: “Ti ho detto mille volte di staccare il telefono”.
Allora attacco e decido di andare da lui.
Quando apro la porta del mio studio, vedo mia moglie con la cornetta in mano, rannicchiata in un angolo, che mi fissa spaventata.

Puntini neri

Da qualche anno sono fissato con la pulizia. Vivo in una casa molto piccola, bianca e con una sola finestra che dà sulla strada. Ci sono una sedia, un divano, un letto, una cucina microscopica, un telefono che non uso mai, perché non ho nessuno da chiamare e nessuno mi chiama.
Ho una televisione che sta sempre accesa, ma l’audio è rotto e immagino dialoghi che non esistono.
Quello che mi interessa è che sia tutto pulito, che il bianco delle piastrelle risplenda e che io veda una mia ombra d’immagine quando cammino.
Da un paio di giorni, sul pavimento sono comparsi dei puntini neri, che non riesco a mandare via. Sono al limite dell’invisibile e ho il sospetto che siano un’allucinazione.
In televisione c’è una donna molto anziana che parla e tante persone che ascoltano.
Nella mia testa dice: “Tutto deve essere pulito, tutto deve essere bianco e anche quei puntini neri devono essere eliminati”.
La sua voce è sgradevole e le sue parole arrivano come comandi.
So che è solo dentro di me e che se l’audio del televisore funzionasse, dalla sua bocca uscirebbero altre cose. Ma di questo, in effetti, non sono sicuro.
Come non sono sicuro che quei puntini neri esistano veramente.
E mentre cerco di toglierli con le unghie, mi sento morire, quasi strozzato dal bianco soffocante delle pareti.

Dove siamo

Milly dice che ha da fare.
Per questo chiamo Anselmo, ma Anselmo non risponde.
Figurati se risponde la domenica, penso. E sbatto il telefono.
Poi chiamo Corrado Svenni. La madre dice che non c’è.
“Se ne è andato di casa. Ieri. È successo ieri”.
Mi dice così la madre di Corrado e, dopo che chiedo il perché, attacca.
C’è un gran sole e vorrei tanto uscire, ma da solo non metto mai il naso fuori casa.
Potrei chiamare anche il tipo che si maschera da scoiattolo, quello che si diverte a morsicare le turiste per via del Corso.
Però non mi va di andare al Tridente. Vorrei farmi un giro dalle parti di Santa Croce in Gerusalemme e nascondermi in qualche chiesetta buia a pregare o a pensare.
Poi d’impulso rifaccio il numero di Corrado Svenni.
“È da Simone Rubecchi” mi dice la madre.
“Non è scappato di casa?” chiedo.
“Stai scherzando?” così lei.
In quel momento mi accorgo che sono io Simone Rubecchi, che Corrado Svenni è di là e che c’è anche Anselmo. Sono tutti nella sala di casa mia e il sole sta scappando dalla città.
Capisco che quando entro come un palombaro in me stesso, in quel momento le persone e i pensieri si mischiano veloci nella mia testa ed io perdo il senso di me e degli altri e sento che tutti siamo anche un qualcosa di diverso, che spesso non siamo dove siamo, non parliamo la voce che abbiamo, non capiamo quello che facciamo o lo capiamo profondamente meglio.
Questo penso, mentre appoggio la testa sulla mano sinistra, sperduto dentro me stesso, nell’angolo buio di una chiesa. E le macchine fuori non posso vederle, ma sono una lunga scia di luce quasi infinita.

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2 Responses to Cinque brevi

  1. maria luisa il 4 novembre 2009 alle 14:02

    mi piace questo narrare in bilico tra normalità e follia
    bravo

  2. lucia cossu il 4 novembre 2009 alle 14:14

    e un brivido freddo che non scema



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