Coccodrillo amoroso. Ricordo di Alda Merini a pochi giorni dalla morte

7 novembre 2009
Pubblicato da

di Marco Simonelli

Fu nell’estate successiva al mio esaurimento nervoso. Stavo per compiere 16 anni. La Merini, cito a memoria da uno dei suoi molti testi in prosa, dice che l’adolescenza “è sempre alla ricerca disperata di un vertice (un verso) che la possa oltraggiare e al tempo stesso difendere”. Certamente io, adolescente borderline, mi sentivo ampiamente oltraggiato ma un verso-vertice che mi difendesse non l’avevo ancora trovato.

Questa breve precisazione esistenziale per ammettere che quando lessi su Oggi (settimanale da sala d’aspetto, da parrucchiera) di una “poetessa pazza” che scriveva della sua ventennale esperienza manicomiale, a colpirmi fu il sofferto dato biografico, non il fatto che si esprimesse in versi.

Ciò accadeva circa quindici anni fa. L’articolo parlava della Merini-Caso Umano, degli elettroshock, dell’isterectomia, della legge Bacchelli, del premio Viareggio. Del “riscatto” di una donna attraverso la scrittura in versi, attività che l’aveva resa famosa.

La rividi pochi mesi più tardi in TV, prima da Marzullo, poi in alcune puntate del Maurizio Costanzo Show. Io non appartengo alla generazione di coloro che hanno potuto vedere Ungaretti, Montale e Pasolini alla Rai, quando ancora le trasmissioni erano in bianco e nero. Non ho assistito all’epoca degli sceneggiati, quella in cui Gastone Moschin e Andreina Pagnani recitavano Chechov, per intendersi. Era raro vedere uno scrittore in TV, figurarsi un poeta. Al massimo c’era Aldo Busi.

Ballate non pagate della Merini e Proclama sul fascino, opera postuma di Dario Bellezza, furono i primi due libri di poesia contemporanea che comprai. Un sabato, in centro, alla libreria Marzocco di Firenze. Con la stessa convinzione con cui un ragazzino di quell’età poteva entrare in un negozio di dischi e chiedere l’ultimo di Madonna che avrebbe poi pagato con i soldi risparmiati dalla paghetta.

Non era Baudelaire, non era Rimbaud né Ginsberg, Bukowski o Mayakovskij. Erano poeti che si esprimevano nella mia lingua, non dovevo leggerli in traduzione. La settimana successiva mi ripresentai in libreria e comprai tutti i libri della Merini che riuscii a trovare.

Nell’America degli anni ’60 gran parte del successo di Anne Sexton venne decretato dalla popolarità che si era guadagnata fra gli psichiatri e i loro pazienti, dalla sua abilità di trasformare i propri drammi personali in poesia, dal personaggio che in un certo senso era andata creandosi fin dal libro d’esordio intitolato To Bedlam and Part Way Back: la Casalinga Pazza, la Donna Fatale, la Mistica Erotica. Facendo le dovute proporzioni, possiamo rintracciare alcuni di questi elementi anche nella Merini: i suoi primi testi sono essenzialmente poesia religiosa turbata però da accenti erotici più pagani che cristiani; ha fin da subito mitizzato i suoi amori giovanili consumati nella Milano intellettuale del dopoguerra; negli anni ’90, affrontando sia in poesia che in prosa la terribile esperienza manicomiale, divenne un punto di riferimento per i nevrotici e sensibili intellettualoidi che, come il sottoscritto, avevano velleità letterarie. Non stupisca il fenomeno: è l’allure di una biografia tumultuosa, al di là della qualità dell’opera, a spingere un lettore giovanissimo ad avvicinarsi al testo poetico. Almeno, così fu per me.

* * *

Credo che una parte del successo che la Merini riscosse negli anni ’90 sia legato alla sua auto-bio-mito-grafia. A libri come La pazza della porta accanto (pubblicato da Bompiani in edizione tascabile, destinato quindi ad un pubblico ampio, non necessariamente interessato alla poesia). Ci sono altri testi in prosa della Merini che appartengono ad un’area limitrofa: L’altra verità. Diario di una diversa (prima e forse migliore “narrazione per epifanie”, sull’esperienza manicomiale) e i titoli usciti per Il Melangolo, negli anni ’80: il monologante Delirio Amoroso e il Tormento delle figure. Solo nel caso del Diario credo si possa parlare di “controcanto in prosa” all’opera in versi, nello specifico alla celeberrima Terra Santa. Se da un lato queste prose possono essere viste come esperimento narrativo di un poeta (lettura in genere interessantissima per chi ne ama i versi), dall’altro sono l’edificazione (non certo fondamentale) di un Io lirico-Personaggio. E il personaggio affascinava moltissimo: la Merini-ragazza fatale nella Milano letteraria post-bellica, la Merini-pazza-alcolizzata, la Merini amante di Manganelli, Quasimodo, la Merini-camp che indossa vestiti dai colori sgargianti e gioielli a profusione, la Merini-clochard che in casa sua getta le cicche per terra.

La Merini che da qualche anno non scrive più a macchina, sulla sua vecchia macchina priva di nastro i cui tasti battono direttamente sulla carta-carbone, la Merini che invece i versi li detta, quella che compone poesie “all’impronta”: questa fu l’immagine di una Merini già esposta all’attenzione mediatica. Iniziò una pioggia di pubblicazioni fittissima, la sua bibliografia divenne in pochi anni sconfinata, immensa: dalle edizioni d’arte alle case editrici piccole, medie e grandi, a distribuzione locale e nazionale; aforismi, racconti, detti faceti, prose autobiografiche, lettere ed epistolari, poesie d’occasione, raccolte più o meno corpose, più o meno interessanti. Cataloghi di sue fotografie, in pose diversissime, compreso il suo famigerato nudo. Sono portato a credere che qualcuno possa essere persino arrivato a proporle di scrivere un libro di ricette.

Al di là di ciò che ha rappresentato la poesia di Alda Merini per il sottoscritto rimane il fatto che ha largamente contribuito, dagli anni ’90, a interessare un vasto pubblico alla poesia. Andrebbe qui ricordato che l’ormai introvabile collana inVersi di Bompiani, diretta da Aldo Nove (collana che annoverava i poeti Rosaria Lorusso, Tommaso Ottonieri, Luca Ragagnin e Lello Voce) conteneva in ogni cd allegato un campionamento della voce della Merini. Fu lei a tenere a battesimo, in un certo senso, il primo esperimento di fonetizzazione autoriale del testo poetico su supporto audio intrapreso da un editore a distribuzione nazionale.

Possiamo negare che molta della poesia della Merini sia non solo scritta con la voce ma anche per la voce? Un enorme e frammentario poema per voce sola e lampi lirici, il dire come gesto: più che alle sue indiscusse doti di performer (la sua fisicità si sposava felicemente ad un piglio declamatorio quasi esistenzialista, più che profetico) penso alle interpretazioni di Milva. L’operazione rischiava il trash involontario ma riuscì ampiamente ad evitarlo. Quale altro poeta italiano avrebbe potuto suscitare l’interesse interpretativo di quella belva rossa di bravura che è la Pantera di Goro?

Di quanto scritto dalla Merini confesso di privilegiare le prime raccolte: La presenza di Orfeo (parlo della poesia singola dell’omonima raccolta) è un’erotica e tuttavia virginale prova retorica che poche sarebbero capaci di interpretare oggi. C’è un misticismo esibito e debordante, in quelle compagini. Doloroso, tormentato, fluidamente rapsodico. Icasticità imprevedibile. Poi: le trasfigurazioni de La Terra Santa, l’allucinazione come poetica e figura retorica. Fino a La volpe e il sipario, ultima compagine antologizzata da Maria Corti in Fiore di poesia.

* * *

Sono stato un lettore di Alda Merini fino al 1999, quando l’ho incontrata in occasione di una sua presentazione a Firenze. Da quel momento ho smesso di pensare a lei come scrittrice: io divenni un suo fan, nell’esatto senso della parola. Era a suo modo una diva e un fan ama la sua diva favorita indipendentemente dai risultati della sua carriera artistica, le proietta addosso ciò di cui necessita; nel suo parlare a braccio, nel raccontare al pubblico le sue vicende amorose e le esperienze più strazianti riusciva ad essere ironica. Recitava a memoria i suoi versi: un’intonazione coriacea, una sicurezza marmorea. Magnetica.

Mi attrasse la sua femminilità spiritosa, il suo carisma deciso e la sua modestia. Era una figura che rifiutava d’esser presa a modello: era un’ outsider in quanto ad esperienze. Parlò per tre ore, mi parvero dieci minuti. L’essere umano (non il Personaggio) superò il testo e da allora mi sono astenuto dall’esprimere giudizi di valore su ciò che andava pubblicando. Sono stato un appassionato lettore della Merini; ovviamente, col tempo, i miei gusti sono mutati e così pure le mie letture, maturando le ho preferito altri autori, ma l’empatia e la stima per quei testi che parlano di tormento, d’amore, di sopraffazione e sconfitta non son mai venute meno.

Era inevitabile che un poeta che diventa improvvisamente Personaggio e riscuote un successo di pubblico così ampio si attirasse le critiche più feroci: la poesia come dono divino e/o patologia, il mito dell’ispirazione oracolare, la figura del poeta-sciamano che riceve la Parola sono ovviamente stereotipi romantici che escludono a priori lo sforzo della ricerca nel linguaggio, lo studio (accademico o meno) di classici e contemporanei, l’impegno intellettuale come azione civile. Una certa immagine di Alda Merini incontrò (non sappiamo quanto accidentalmente) la necessità di un pubblico di occasionali lettori di poesia: un pubblico che aveva assoluto bisogno di credere all’irrazionalità della scrittura in versi. Non credo sia un caso che gli ultimi libri della Merini siano serialmente ispirati a figure religiose.

Sono propenso a credere che lo zoccolo duro dei suoi lettori fosse costituito da coloro che in un libro di poesia cercano espressioni aforistiche o metafore in stile Bacio Perugina da riciclare nei propri messaggi d’amore. Fenomeno macroscopico nella lirica della Merini è la variazione ossessiva sul tema amoroso, tema che non abbandona nemmeno in quella parte della sua opera in cui irrompe la tragedia dell’internamento, anzi: è forse in quei testi che ne percepiamo la necessità. Dall’amore passionale a quello platonico, amori mistici, corrisposti o meno, filiali, materni o sodali, spirituali, carnali, timidi o esibiti, quasi esibizionisti, sofferti o accarezzati, gioiosi, impossibili, ridicoli e tuttavia espressi con una compostissima dignità. Non è difficile credere che Alda Merini detenga il primato di autrice di versi amorosi più prolifica del ‘900 italiano.

* * *

Tengo a ripeterlo: questo non vuole essere un intervento critico né potrebbe esserlo, giacché chi scrive, il fan, non può ovviamente essere dotato dell’oggettività e del distacco che la scienza filologica impone. Mi trovo a mio agio in questa posizione: ho stimato la forza e la vitalità della donna più che della scrittrice ed è stato l’essere umano Alda Merini e non il Personaggio della Poetessa a suscitare in me, come credo in molti altri, l’interesse.
Non invidio affatto coloro che dovranno o vorranno occuparsi di un’edizione completa del suo lavoro o anche di una scelta da farsi sulla totalità dei testi: si parla di una quantità di materiale difficilmente calcolabile, dal momento che dall’uscita de La Terra Santa in poi la Merini affidò ad altri il compito di redigere i suoi libri, limitandosi a comporre poesie (spesso, su consiglio dei medici da cui era in cura “a scopo liberatorio”) e tralasciando disposizione e costruzione del testo a stampa.

Da semplice lettore di poesia posso solamente concludere auspicando che coloro che si sono avvicinati alla complessa, variegata e (purtroppo sommersa) realtà della poesia italiana contemporanea grazie ad Alda Merini non si fermino a lei, le sopravvivano amando altre scritture, le più disparate, le più distanti. Forse i loro autori non avranno lo stesso fascino della “pazza della porta accanto” ma, oltrepassata la soglia, anche la più remota del condominio, si apre un mondo.

[5 novembre 2009]

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24 Responses to Coccodrillo amoroso. Ricordo di Alda Merini a pochi giorni dalla morte

  1. sparz il 7 novembre 2009 alle 09:26

    bellissimo pezzo, un vero elogio come si deve, grazie a Marco e a Francesca.

  2. véronique vergé il 7 novembre 2009 alle 11:38

    “oltrepassata la soglia, anche la più remota del condominio, si apre un mondo.”

    Quando si abita la casa della follia, il solo rifugio è il mondo della lettura e della scrittura, è la sola manera di provare la sua differenza comme possibile da vivere un momento, senza paura di valicare spazio, abisso e di volare troppo vicino del sole.

    Omaggio bellissimo nella sua verità.

  3. aparrag aculnaig il 7 novembre 2009 alle 12:31

    gettare cicche in casa propria… grazie a dio alda non aveva internet. non viveva nel mondo immaginario di facebook e nell’indifferenziato omologante della rete dove tutti scrivono tutto e allo stesso modo, educatamente.
    alda aveva amici magari giovani che l’aiutavano ma non era la reginetta di una casta di scrittori e poeti e microeditori come succede ormai oggi che appunto ci sono i tre o quattro scrittori o poeti o microeditori che si auto-promuovono e si appoggiano vicendevolmente e poi tutti i subordinati lecchini magari giovani che aspirano all’effimero plaudendo ogni minuta cazzata e ostentando sicurezza e\o razionalità e\o normalità.
    alda era unica ed era probabilmente sola e sapeva ciò di cui parlava e grazie dio “non era una signora”.
    hasta luego!

  4. natàlia castaldi il 7 novembre 2009 alle 12:42

    Grazie Grazie Grazie.

  5. stufo il 7 novembre 2009 alle 14:03

    Una poetessa televisiva e naif: vedremo cosa ne resta.

  6. Francesca il 7 novembre 2009 alle 14:33

    Un testo davvero bello e nitido; non accampando false pretese di critica letteraria, dice molto più, e molto meglio, di quanto non ammetta di fare.

  7. nivestarrano il 7 novembre 2009 alle 15:37

    pezzo di raffinata sensibilissima intelligenza ed umanita’.splendido per alda merini.grazie

  8. baer il 7 novembre 2009 alle 16:03

    @aparrag aculnaig.

    *gettare cicche in casa propria… grazie a dio alda non aveva internet. non viveva nel mondo immaginario di facebook e nell’indifferenziato omologante della rete dove tutti scrivono tutto e allo stesso modo, educatamente.*

    autocritica o stronzate?

  9. roberto il 7 novembre 2009 alle 16:39

    Ho trovato questo pezzo inrete http://www.altronline.it/node/1226
    mi sembra più equilibrato di tanti pezzi tutti uguali (quant’era brava, quant’era contro ecc.

  10. Evelina Santangelo il 7 novembre 2009 alle 18:23

    Misura, sensibilità, adesione umana. Uno degli sguardi più sensibili e onesti (umanamente e intelletualmente) su una poetessa così diseguale, così controversa, e pure così carismatica, umana e autoironica… così importante, tutto sommato, per la vita (o la sopravvivenza) stessa della poesia in un tempo che tende disconoscerne la forza conoscitiva.
    Grazie.

  11. natàlia castaldi il 7 novembre 2009 alle 18:45

    Io sono rimasta la stessa donna, un po’ enfatica e molto credulona, amo il quieto vivere e un certo tipo di tranquillità. Però, penso che in qualsiasi momento un serpente stranamente innocuo possa tagliare in due le nostre ferite. Non so da dove possa sbucare un serpente o che cosa sia il sibilo della paura e del malconsiglio. so che la gente quando non capisce inventa e questo è molto pericoloso.

    ***

    Il delitto perfetto non si vede, ma si sente. Si sente nelle viscere, nelle calamità dei giorni, nella scomparsa improvvisa di amici e parenti, che si comportano esattamente come quando ero in manicomio: non si facevano vedere, per vergogna, per umiltà o perché non gliene importava niente della tua morte. In manicomio si moriva; per esempio non c’era niente in manicomio che facesse pensare a una casa, era tutto straordinariamente essenziale, inutile e propagandava l’ospedale.
    Il manicomio é come un enorme balzo all’indietro, é la rivelazione di una cattiveria inenarrabile di cui tu straordinariamente ti senti autore. E come fai a essere autore se sei vittima?
    Non so quanti libri ho scritto, quante poesie, e continuano a chiedermene, come se la mia mente non avesse bisogno di un naturale svago, come se la catena di montaggio non finisse più. Sono nauseata, schifata.
    Mi sono vista sgusciare via dalle mani degli amori incredibili, bellissimi, pieni di poesia, per colpa di queste viziose case editrici che vogliono il peccato mortale del deanro. Forse il manicomio si apre per questo, perché il vero peccato mortale per gli uomini é la libertà. E quando uno, come me, vuol vivere in qualche modo, o sentirsi bene in qualsiasi modo, non ha una causa coerente, non ha un guadagno sicuro, allora é colpevole.
    Se poi é straordinariamente innocente, diventa doppiamente colpevole.
    S poi é una bella donna, diventa l’oggetto d’invidia di tutte le paranze che ormeggiano fuori casa, e se sei un bell’uomo dicono che tu hai attentato alla loro verginità. Balle.
    In fondo il manicomio é la casa di Nazaret, dove non c’é niente di niente, ma paglia da imballaggio e asini e somari. Però, piuttosto che niente, va bene anche la paglia. Infatti i nostri non erano letti ma pagliericci.
    Quando mi dicono che la mia casa é in disordine, e lo é (la sovraccarico di roba), non immaginano che ho provato il peggio e quindi me ne strafrego dell’ordine e del disordine. L’essenziale é avere un tetto. Ma che tipo di tetto? Sul nostro tetto non viaggiavano gli operai come su casa mia. Non ci molestava nessuno, anzi, ci ignoravano del tutto, e questo era per loro un grande ossequio alla malattia mentale, che voleva dire un grande menefreghismo. Tanto che io non parlavo più.
    Ho imparato a parlare anni dopo, col tempo, ma mi hanno subito rubato le parle di bocca e si sono magiati anche quelle. Così finirò con una battuta che mi disse un’infermiera: “Lei non ci ha mai detto in tanti anni che scriveva”. Io le ho risposto: “Perché non ero matta”.
    siamo usciti dal manicomio dopo dodici anni, al manicomio ci tenevano puliti. Allora poi siamo usciti, ci siamo sporcati con la terra, ci siamo cosparsi il volto ed il corpo, perché per dodici anni eravamo vissuti al chiuso e al pulito, sognando di poter toccare le rose, l’erba. Usciti dal cancello non ci potevamo credere. Eravamo di nuovo liberi di vivere sporchi. E quando mi dicono che sono disordinata, e lo sono, non sanno che io ho visto il peggio e sono sopravvissuta.

    Alda Merini, da “La nera novella” – ed. Rizzoli romanzo.

  12. antonello cassano il 7 novembre 2009 alle 22:01

    un gran bel testo davvero. a me è accaduto di entrare nel mondo della poesia dal condominio (sempre cicche per terra…) di charles bukowski.
    approvo in pieno quello che dici sul ‘bene’ che la notorietà della merini possa aver fatto alla poesia tutta in italia

  13. Marco Simonelli il 7 novembre 2009 alle 22:48

    Cari, vi ringrazio per i vostri commenti.
    La mia, come ho detto, non voleva essere una ricognizione critica che approfondisse filologicamente l’opera della Merini né un profilo umano o mediatico o fenomenologico bensì un ricordare e un confrontare un me-lettore quindicenne a quindici anni di distanza.
    Quando ho sentito alla radio della morte della Merini istintivamente mi son tornati alla mente alcuni ricordi che ho creduto opportuno condividere.
    Sono un po’ bibliomane (anche bibliomaniaco) e qui sul mio scaffale ci sono ventinove titoli della Merini. Tanti? Troppi? Pochi? Non ha importanza: concordo con Santi quando sottolinea che ha contribuito alla diffusione della lettura di poesia.
    Con la Merini è stata la mia prima volta. Nel senso di lettura di un poeta italiano vivente. Era più o meno il periodo in cui in edicola trovavi i “miti” poesia, quei librettini antologici tipo best of dei poeti. Ovvio, uno poi cresce, studia, si appassiona, si interessa e si dedica anche ad altro, ad altre scritture, ad altre forme di letteratura. Per me, come credo per molti, è stata un’autrice che ha giocato un ruolo fondamentale: con lei è nata la passione per la lettura di quei libri stampati andando a capo. In un determinato contesto esistenziale che qui tralascio per non annoiarvi, ciò m’è stato di grandissimo conforto.

  14. ellebi il 8 novembre 2009 alle 10:07

    il pezzo mi sembra buono, però mi sembra di esprimere un’opinione di molti se metto in guardia i lettori dal considerare la merini quel che una volta si diceva “una grande poetessa”, ovvero un metro di misura o un riferimento per la poesia… mi sembra una poetessa dotata di forti slanci che talvolta si risolvono realmente in forma, seppure si tratti di una forma piuttosto convenzionale… nel complesso però mi sembra che sia stata sopravvalutata nella seconda fase della sua vita, tanto quanto è stata sottovalutata nella prima

  15. natàlia castaldi il 8 novembre 2009 alle 10:40

    mah! di sopravvalutati siamo pieni e stanno dritti come sacchi vuoti senza dire niente che sia un niente che sia un niente ….
    comunque ad ognuno il suo parere, ovvia-mente.

  16. Marco Simonelli il 8 novembre 2009 alle 11:34

    ellebbi solleva una questione di cui, credo, si possa iniziare a parlare. io personalmente vedo non due ma tre fasi (o periodi cronologici) nella scrittura della Merini. Un primo momento che va dall’esordio fino a Tu sei Pietro che mi sembra ben definito stilisticamente; una seconda fase (quella degli anni ottanta e metà novanta, circa) che parte con la Terra Santa e potrebbe comprendere grosso modo il Diario, il Delirio, il Tormento, Vuoto d’Amore, le Ballate. Rintraccerei invece l’inizio del terzo tempo ne La volpe e il sipario e includerei i testi usciti dopo la pubblicazione di Fiore di poesia. Per ammissione dei curatori e della stessa Merini il “terzo tempo” si compone di testi dettati più che scritti. Nel caso della Merini comunque credo che come lettori si possa supporre che un fattore in genere estraneo alla poesia come la richiesta di mercato abbia potuto esercitare un qualche peso.

  17. aparrag aculnaig il 8 novembre 2009 alle 14:27

    @baer: quello che vuoi, stronzate, autocritiche, stupidaggini.
    scrivo quello che penso e anche sgrammaticato. per noia, narcisismo, giusto per mettermi in mostra.
    quindi immagina che io sia lo scemo del villaggio globale e a salta a dita pari i miei commenti.
    salut! :))

  18. natàlia castaldi il 8 novembre 2009 alle 14:46

    @gianluca: ci ho messo una vita per “leggere” il tuo nome…. che scema!

  19. véronique vergé il 8 novembre 2009 alle 18:13

    Grazie a Natàlia per il bellissimo brano proposto.

  20. mar asma il 8 novembre 2009 alle 18:17

    @g. g. allo specchio

    “Il disprezzo che provavo per la cosiddetta letteratura ufficiale era enorme, benché soltanto un po’ meno grande di quello che provavo per la letteratura marginale. Ma credevo nella letteratura, ovvero non credevo né nell’arrivismo né nell’opportunismo né nei mormorii dei cortigiani. Sì nei gesti inutili, sì nel destino. Non avevo ancora avuto figli. Leggevo più poesia che prosa”
    Roberto Bolaño

    Vale! ;-)

  21. francesca genti il 8 novembre 2009 alle 20:15

    finalmente un coccodrillo e non uno sciacallo, una iena, un avvoltoio.

    bravobravobravo marco.

  22. sarmizegetusa il 8 novembre 2009 alle 23:06

    gran.bel.pezzo.

  23. sarmizegetusa il 8 novembre 2009 alle 23:08

    (d´accordo su ellebi nella teoria ma non nella pratica: nella seconda parte della vita, pur avendo una produzione di livello inferiore la si andava scoprendo in toto come poetessa, e quanto fatto nella prima parte basta&avanza per continuare a ´sopravvalutarla´ per sempre)

  24. Ushuaia il 9 novembre 2009 alle 10:39

    “Le poesie sono il terzo regno, al di là del bene e del male, lontane dalla chiesa come dalla scienza. Le poesie sono l’ultima tentazione della terra (in genere – dell’arte), la più incantevole carne. Per questo noi tutti, poeti, verremo giudicati.” M. Cvetaeva

    (in ogni caso, sempre meglio sopravvalutare i poeti che i politici, che già provvedon – ‘di gran lunga!’ – da soli…)



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