Il declino del discorso critico

27 novembre 2009
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

A me sembra che uno dei fenomeni più significativi di questa fase di crisi della democrazia italiana sia il declino del discorso critico. Oggi ciò di cui si parla è quasi esclusivamente ciò che è stato deciso dal potere se non politico, almeno economico, così come l’ordine del giorno delle priorità e il tono del discorso sono quelli del discorso pubblico ufficiale, langue invece un discorso critico indipendente. Chiamo così quella modalità di discorso pubblico che da almeno due secoli è tipica delle società che rispettano le libertà d’espressione e che si articola di solito nelle forme della controinformazione, cioè rivelare cose di cui il discorso pubblico ufficiale non parla, e della critica dell’ideologia, cioè la demistificazione delle ipocrisie, delle contraddizioni e delle parzialità di quella che il discorso pubblico ufficiale presenta come la verità. Le ragioni di questa crisi in Italia oggi non stanno certo nella mancanza di ingegni in grado di ottemperare a questo compito perché al contrario sono numerosi gli scrittori che hanno la preparazione culturale e il rigore morale necessari per svolgerlo, ma piuttosto in mutamenti della società tanto profondi quanto recenti. Dico subito che tra questi mutamenti non considero qui quello dell’apparato mediatico-televisivo perché il discorso critico è sempre stato recepito da piccole minoranze culturalmente e politicamente consapevoli, salvo in alcune circostanze storiche molto particolari, capaci però di tradurre in comportamenti e in risposte anche di massa i suggerimenti creativi che venivano da quello.

In particolare penso che siano due i fattori decisivi che hanno determinato il declino del discorso critico. In primo luogo il trionfo dell’individualismo, che si è accompagnato a quel fenomeno che i politici tipo Walter Veltroni chiamano fine delle ideologie, ha ridotto ai minimi termini o cancellato quel processo di politicizzazione dei cittadini che era la base etica e sociale del discorso critico. In pratica il discorso critico ha ragione di essere solo se ci si percepisce come parte di un corpo politico che compie scelte decisive per noi, quando la percezione dominante è, come accade oggi, quella di individui isolati che possono partecipare alla vita politica unicamente in veste di tifosi con il voto o con il televoto, non ha molto senso criticare il discorso ufficiale: se esso non piace, si può andare all’estero perché ci si vergogna di essere italiani o provare a cambiare se stessi con i fiori di Bach, visto che è impossibile cambiare il mondo, o entrare a far parte del popolo della notte. In questo senso è vero, tanto per fare un’osservazione alla maniera di Houellebecq, che nessuna epoca ha mai visto tanta libertà come questa, il problema è che la si paga con una radicale perdita di senso dell’esperienza.

L’altro fattore che ha determinato la crisi del discorso critico riguarda lo statuto della verità nel discorso ufficiale della nostra società e i rapporti di questa con il sapere e il potere. Infatti se il discorso ufficiale nel passato si è sempre presentato come la verità di una società, come la verità del potere, al quale il discorso critico opponeva un’altra verità nascosta che rivelava la menzogna del potere, oggi non è più così perché il discorso ufficiale non pretende di dire la verità, ma semplicemente di dire cose interessanti, utili e piacevoli ad ascoltarsi. A sua volta una trasformazione del genere è stata resa possibile da quella modificazione del sapere che Lyotard ha descritto nel suo ormai trentennale libro La condizione postmoderna (un libro dal destino curioso perché nato quasi come un’apologia di questa trasformazione è divenuto un utile strumento nelle mani di chi voglia riprendere il filo della critica): il sapere postmoderno non punta più a una validazione universale, cioè a cercare di scoprire la verità per usare un’espressione un po’ più sfacciata ma comprensibile, ma alla performatività delle conoscenze parziali, cioè a cercare di conoscere cose che siano utili e spendibili nell’immediato senza troppe domande sulla verità. Ora gran parte del sapere contemporaneo è figlio di questa trasformazione e quindi è indifferente alla verità, e pertanto è naturalmente omogeneo al nuovo tipo di discorso ufficiale fatto dal potere.

Di più, senza una tensione etica, cioè senza porsi una domanda radicale sulla verità, non è possibile nessun discorso critico. Ma se colui che ha il potere può tranquillamente vivere senza la verità perché l’ascolto e l’efficacia delle sue parole vengono per così dire da sé in virtù della posizione che occupa, colui che è escluso dal potere se non parla in nome della verità è come se non parlasse.

Non è una questione astratta questa, ma drammaticamente concreta: oggi l’agenda dei temi da dibattere, anche in ambienti che si vogliono d’opposizione, è scelto sulla base di una supposta efficacia e utilità comunicative: che il senato approvi il decreto legge che privatizza l’acqua pubblica non deve essere discusso perché non interesserebbe il grande pubblico, perché non avrebbe audience. E non è solo un problema di censura, di controllo dei media da parte di una sola persona o di quel gruppo di persone con forti interessi economici che si fanno chiamare sui giornali da loro posseduti “i mercati”, è come se quasi tutti avessero interiorizzato una concezione della democrazia da ufficio stampa, per la quale la libertà di parola coincide con la spendibilità della stessa nel commercio della comunicazione. E la vera democrazia muore perché essa non è un sistema di regole da confermare o da cambiare, ma è una pratica politica collettiva, che vive grazie alla critica.

Tag: , , , ,

7 Responses to Il declino del discorso critico

  1. Fabio Masetti il 27 novembre 2009 alle 12:51

    aggiungerei la complessità.
    un discorso sulla verità come presupposto al pensiero e all’azione politica, critico quindi, si è arrestato di fronte la complessità. sono tante (soprattutto false) le relazioni e le variabili che la parcellizzazione e specializzazione del sapere ha introdotto che, l’uomo comune, come l’intellettuale non è in grado di affrontarle organicamente e organicamente diffonderle. La fine delle ideologie è la fine di un efficacissimo strumento di riduzione della complessità (spesso fallace ma utile comunque).
    La memoria non ha saputo (non poteva) sostituire efficacemente l’ideologia.
    Quindi che fare? per recuperare quelle figure fondamentali per la politica che erano gli intellettuali organici? Certo trovare voci autorevoli che sappiano ridurre la complessità mantenedola ancorate all’etica e alla critica non guasterbbero.

  2. robugliani il 27 novembre 2009 alle 13:29

    Sono d’accordo sul fatto che un aspetto centrale del declino del discorso critico sia la mancanza di retroterra politico-culturale. Ma se il discorso critico accademico ancora vivacchia in nicchie specialistiche (riviste, conferenze, convegni ecc.) rovesciate su se stesse, il discorso critico militante ha subito un’eclissi dovuta alla mancanza di militanti sociali, per dir così, in un’orizzonte da tabula rasa, dove perfino il c.d. movimento di movimenti, o no-global, è sparito ignominosamente e ricordarlo oggi pare un evento dell’epoca giurassica, come i dinosauri.
    Ma un altro aspetto di tale declino riguarda la progressiva erosione della specificità del discorso critico in nome di un relativismo culturale in cui tutti i gatti sono bigi. E di questo anche la rete ha le sue “colpe”, o responsabilità. Basti vedere, nelle polemiche, con che sufficienza (se non disprezzo) sono trattati i critici ufficiali. Il discorso dominante pare essere quello che sui gusti non si discute, che “questa è la mia opinione e punto”, che il mio giudizio vale il tuo. Se un giudizio vale l’altro, che senso ha ancora il discorso critico prodotto da specialisti? Se non c’è più “verità”, relativa, certo, storicamente determinata, che vale cercarla?

  3. giorgio mascitelli il 27 novembre 2009 alle 19:24

    Ringrazio entrambi per l’interesse e la pertinenza delle osservazioni.
    E’ vero la complessità, o meglio la percezione tardo modernista e postmodernista di questa, ha cambiato il rapporto tra sapere e verità in senso etico, ma in fondo uno degli aspetti essenziali della storia sociale del sapere umano è proprio la capacità, che si è avuta in altre epoche, di trovare sintesi non eccessivamente banalizzanti.
    E credo che una sintesi del genere contibuirebbe in maniera decisiva a mettere in crisi la coscienza felice del relativismo contemporaneo.

  4. lorenzo galbiati il 28 novembre 2009 alle 12:44

    la scomparsa della verità è sotto gli occhi di tutti.
    giovedì ad annozero, bersani diceva a tremonti, che gli ribadiva che lui poteva essere d’idea diversa:” eh no, qui stiamo parlando delle tabelle del PIL, dei numeri, non possiamo avere idee diverse sui numeri in tabella, sennò cosa stiamo a discutere a fare?”.
    è proprio qui che si vede come la verità sia scomparsa, e sarebbe proprio il caso che bersani, o chi per lui dell’opposizione, si rendesse conto che: che discute a fare con persone che sistematicamente nascondono la verità?

    come si fa a discutere di giustizia con chi parte dal presupposto che berlusconi è perseguitato dai giudici? e che c’è una frangia politicizzata (“militarizzata” ha detto Berlusconi uno o due mesi fa) della magistratura che vuole “far fuori” il governo?

    quindi, oltre alle tre cause citate, due da mascitelli e una terza da Masetti, molto più prosaicamente, come quarto motivo della scomparsa della verità dal discorso pubblico in italia c’è il fatto che parlamento, governo, sistema di informazione, e vasti ambiti produttivi e della finanza sono controllati da un signore che con i suoi servi gestisce un gruppo con obiettivi criminali se non eversivi.

  5. Jean Marc il 28 novembre 2009 alle 13:56

    La discussione aperta da Mascitelli è secondo me di massima necessità e urgenza, niente mi potrebbe lasciare meno indifferente.
    E’ da più di 40 anni che la cultura (che ha come prerogativa fondamentale quella che Giorgio Mascitelli chiama “tensione etica”) cede terreno inesorabilmente all’intrattenimento. Per dirla sempre con Houellebecq, i francesi (ma il discorso vale per tutto il mondo occidentale) sopporterebbero malvolentieri la violenza delle verità spiacevoli denunciate una volta dai Camus o (molto prima di lui) Balzac e Flaubert.
    Laddove la verità viene esposta fa ormai semplicemente parte dei mille colori dell’esistenza e non riesce più a scuotere quello che i filosofi occidentali di inizio secolo avevano una volta chiamato “oblio dell’essere”.

  6. robugliani il 28 novembre 2009 alle 15:57

    @ lorenzo galbiati
    a proposito di “annozero” e di verità, avrai notato la conclusione sibillina, quasi un messaggio in codice, di tremonti a bersani sull’inizio delle privatizzazioni in italia? bene, la cosa non mi pare di poco conto, perché un punto nevralgico per questo inizio è la famigerata riunione sul panfilo inglese “britannia” in navigazione lungo le coste siciliane del 2 giugno 1992. Lì c’era il gotha economico-finanziario anglo-americano e, per l’italia, un gruppetto di “patrioti” formato, tra l’altro, da amato-prodi-draghi-ciampi e dal fiscalista tremonti. A conclusione, con le successive privatizzazioni, furono privatizzate le aziende pubbliche eni-enel-agip-ina, e, ulteriore regalino, sottocosto, visto che la lira si svalutò del 30% grazie alle manovre speculative di soros (manovre manovrate). E ci fu anche il caso sme. Intanto, la stampa era impegnata con i giudici “mani pulite”, che, oggettivamente, una “manina” d’oltreoceano supplementare la ricevettero, visto che c’era urgenza di liquidare un’intera classe politica, in nome di una corruzione che poi… seguitò.
    Qual era allora il “partito americano”? E oggi, qual è?

  7. Guido Mastrobuono il 29 novembre 2009 alle 14:43

    Ciao, mi chiamo Guido Mastrobuono e sono un cacciatore di articoli e fotografie per un concorso che si chiama “Concorso permanente di parole ed immagini” e mette a confronto articoli e foto che trattino il significato dell’essere “di sinistra” (vedi l’indirizzo http://lavoristi.ning.com/profiles/blogs/concorso-permanente-di-parole dove troverai anche i link per pubblicare).

    Il tema può essere trattato dal punto di vista poetico, filosofico, sociale o politico: il tema può essere trattato con foto o con scritti.

    A mio avviso, questa tuo articolo arricchirebbe il nostro concorso e volevo suggerirti di inserirla.

    Il concorso, in realtà, è una scusa per convincere la gente a metterci a disposizione spunti per la discussione. Noi poi ne parliamo e ci creiamo un’idea nostra sui più svariati argomenti.
    Infatti, la concorrenza tra autori non è una cosa che ci appartiene: noi creiamo nella collaborazione. E dal confronto con gli altri, noi aumentiamo il nostro sapere.
    Comunque la pubblicazione offerta in premio ai vincenti è vera ed effettiva.

    Se lo vorrai, potrai tranquillamente inserire, al piede degli articoli o come commento alle tue foto, un link al tuo blog o alle tue gallerie di immagini in modo da renderle più note e facilmente raggiungibili.

    Un saluto

    Guido Mastrobuono



indiani