L’uomo veloce (2a parte)

27 novembre 2009
Pubblicato da

di Marino Magliani

2008. Bello  impossibile-La sconfitta delle idee, cm 100x100, olio e acr. su tela.ridProvai altre volte durante quel mese di agosto a incontrare l’uomo veloce, altri sabati mattina, altre domeniche, mi piazzavo all’ingresso del paese, dove soleva passar lui, salutavo le macchine, e speravo: ora spunta, ora arriva. Cosa ci fai che ora passa?
Un giorno corsi a casa, nel vicolo, andai al bagno ( è l’emozione, mi sono detto ) e dopo essermi lavato le mani con un ottimo sapone, perché speravo di stringere la sua di mano, sono uscito di corsa, ho chiesto al vecchio mezzo sordo seduto sul gradino:
” Dì, è mica passato l’uomo veloce ? ”
“Passi veloce? ” gridò.
Gli spiegai chi intendevo, l’uomo che possedeva non so cosa, come lo chiamava lui, se era passato, e il vecchio disse di sì, non erano più di due minuti che era passato, a quest’ora era ormai al fondo del paese, disse. Ha la gamba buona. Erano passati anche due Testimoni di Geova, disse.
Non l’avrei mai più raggiunto… potevo fare una cosa, non mi restava altro, potevo tagliare giù per una mulattiera dalla chiesetta, attraversare il ponte romanico e risalire il costato di fronte, tra vigne subito e ulivi a mezza costa.
Sperando che al fondo del paese l’uomo veloce imboccasse il sentiero che lo costringeva a venirmi incontro.
Mentre ragionavo, e risalivo di corsa tra odori di verderame, poi all’ombra degli ulivi e raggiunsi lo sterrato, aspettai, respirando a lungo, sudato, mi sedetti su un ceppo. Avevo fatto anche troppo in fretta.
Venti minuti. Ora deve passare, se ha scelto questo sterrato, ora passa. Ora ti appare dalla curva nel riverbero, ti sembrerà un gioco della luce e aspetterai che non lo sia, che si avvicini, lo riconoscerai, ti farai trovare preparato… Mi mossi, andai incontro alla curva. Non appariva… Neanche dietro la curva. Camminai ancora, veloce. Ha preso un altro sterrato, capii. Al fondo del paese poteva prendere questo o tre altri sterrati. E ha preso un altro sterrato… Ma poi vidi un uomo al fondo, e vidi che era lui, non poteva che esserlo, vestito di pantaloncini chiari e maglietta e cappellino… Ti viene incontro, mi veniva incontro sì, veloce, come se avesse da dirmi qualcosa. Io rallentai, dissimulando, mi fermai a guardare le piante come faceva mio padre per vedere se avevano olive e mi chiedeva: << Ne hanno? Io son mezzo orbo… >> Mi piazzai mezzo de côté come aspetta il torero. Sentivo le sue scarpe da ginnastica mordere la polvere, senza fiatone, mentre io avrei voluto rinfrescarmi, bere dell’acqua, prepararmi la voce…
” Buon giorno! ”
” Uee, buondì a lei! ” e passò.
” Senta.”
Si fermò, si voltò e capì. Forse sapeva da tempo che lo tenevo d’occhio.
Mi sembrò che avesse sorriso anche.
Buttai giù la saliva e parlai. ” Senta, mi chiamo m. m. e sono uno scrittore.” Mollai le braccia.
” Uee ” disse.
” Ma lei é torinese o milanese? ” Non rispose e allora ripresi: ” Sì, ho pubblicato con piccole case.”
E gli spiegai tutto, testa inclinata. Anzi non gli spiegai nulla, non so cosa gli dissi, avevo il fiatone.
Mentre parlavo avevo l’impressione che la sua scarpa da ginnastica neanche troppo cara, all’apparenza, fosse puntellata alla terra battuta, pronta ad arrancare, appena avessi terminato.
Quando sciaguratamente mollai la presa e ripetei annuendo: ” Sì, scrivo cose del genere, cose liguri…” L’uomo veloce mi scappò come un’anguilla.
” Bene, continui e complimenti”, disse mentre andava.
Lo persi.
Ma ero pronto. ” L’accompagno un pezzo,” dissi.
Accorciò il collo.
Salimmo tra le piante, nell’ombra bionda degli ulivi, attraversando certi terreni che erano miei, glielo dissi, indicandoglieli col mento: ” Son miei.”
” Uee!”
Passata una costiera desolata, gli insegnai una cosa.
” Vede quelle fosse, una volta là dentro c’erano gli ulivi col ceppo, tipo dente con la radice…” Lo guardai perché apprezzasse le mie metafore. ” Durante la Grande guerra le olivette sono state tagliate per rifornire il fronte di legna.”
Mi sembrava che avesse fatto un gesto, guardavo altrove, la frana della collina di fronte. Cercavo cose da dirgli, che facessero effetto. ” Qui frana tutto, ” mi inventai.
Nascose il collo come prima.
” Frana davvero tutto ? ” disse.
” Non vede là? ” Feci segno col mento la fiancata di fronte, ingabbiata dal ferro, che conteneva le falesie crepate.
” Si stacca tutto, lastre che seppellirebbero una macchina, d’inverno l’acqua scava, una volta era condotta nei beudi, i beudi venivano puliti e arrivava al torrente senza danni. Ora non vede… rovi, beudi otturati, l’acqua sfoga tutta in un punto demolendo i muri. Restano le rocce nude, d’estate il sole le cuoce e le stacca come denti senza gengive…” dissi con immenso sforzo.
Mi fermai un istante perché notasse la mia faccia pietosa, la faccia che fa uno scrittore quando parla di frane, ma l’uomo veloce tirò dritto e dovetti corrergli appresso. A quel punto sì, mi guardò, credo come per chiedermi fin quando l’avessi seguito.
” Le mostro un segreto, una cisterna sotterranea, una peschiera medievale, dove gli abitanti raccoglievano l’acqua. ”
” C’era un villaggio qui ? ”
” Dietro quel pietraio, ci sono ancora degli archi… lo vuol vedere? ”
” No, non importa ”
Camminava veloce, due passi davanti a me. Quel non importa avrebbe fatto rassegnare qualsiasi, io invero, un mezzo passo lo persi e l’uomo veloce se ne accorse distanziandomi.
Gli corsi di nuovo al fianco. ” Le faccio vedere la peschiera.”
” E’ lontana ? ”
” Dietro il costone, è sulla strada che fa lei per tornare alla villa…”
Ci arrivammo, lo invitai a passare tra i rovi, in un sentiero di erba pesta, e tra muri che dovevano esser stati muri di case, di castelli, di caserme, di galere, dalle pietre angolari lavorate, arcate di case ancora in piedi che assomigliano anche loro a denti senza più gengive, ripetei ritenendola una metafora incredibile, una delle mie migliori, e nel mentre dovevo cercarne altre, tante cose da dire, la parola che teneva in piedi immagini, come le costruzioni medievali che gli mostravo tenute in piedi solo dall’edera. Ti stai giocando tutto.
Spostai una lastra di pietra in un angolo, e lo chiamai. Venne a vedere, sporgendosi guardingo, temendo gli facessi qualche brutto scherzo.
” Ci vorrebbe la pila, ma è una cisterna,” dissi.
Dal buio usciva un odore di medioevo e muschio e dopo un po’ che gli occhi guardavano il buio si poteva intuire la profondità della cisterna, che era di parecchi metri. Una grande stanza sotterranea. Col piede feci scendere una scaglia e si sentì il tonfo.
Rimisi a posto la lastra.
” Ma un giorno o l’altro spariscono anche queste pietre. ” Gli spiegai che ci venivano coi trattori a fregarsi le pietre angolate, quelle picchettate, le rubavano di giorno, alla luce del sole, le usavano per fare i muri dei giardini dei turisti, le Belle Arti non lo sapevano neanche dell’esistenza di questi villaggi sepolti. Parlavo con quel senso di responsabilità che mi dava il mio status di scrittore, lui se ne accorse, mi vide mezzo smarrito e mi salutò, disse che adesso doveva andare. Lo salutai, porsi la mia mano lavata col sapone, ma la vidi sporca di sangue, graffiata da qualche rovo e la ritirai. Tirò indietro velocemente anche lui.
Ti ha detto di mandare, mi ripetevo tornando a casa veloce. Era stato prima di sporgerci a guardare la cisterna. Gli avevo chiesto come fare per pubblicare con una di quelle incredibili case editrici legate al suo nome.
Ue! mandi pure, mi aveva detto, mandi a me, poi io giro a X.
Non mi disse che avrebbe letto. L’uomo veloce non leggeva, avrebbe dato a leggere ad altri, a X, ma X, costretto a leggere, non l’avrebbe fatto come se si trattasse delle solite cose, ma di cose che gli erano giunte per mano dell’uomo veloce. Questo mi dicevo.
Il paese, il vicolo, le case, le macchine che passavano e mi salutavano, mi sembravano così necessarie quel giorno, tutto mi sembrava giusto, logico, tutto ciò che aveva costituito la mia storia, era stato perché oggi io incontrassi l’uomo veloce e ricevessi da lui il permesso di mandare.
L’estate era terminata. Non avevo più visto l’uomo veloce, non l’avevo più cercato. Sapevo bene cosa dovevo fare, e quando tornai in Olanda feci le fotocopie del mio ultimo lavoro e lo mandai all’uomo veloce. Si trattava del racconto lungo che narrava di un cane e del viaggio che faceva attraverso gli ulivi, costeggiando il guardrail, per giungere al mare.
Continuai a scrivere altre storie, ne ripresi altre che avevo abbandonato, recuperai entusiasmo. La sera alle cinque chiamavo l’ufficio sul porto e se l’indomani c’era lavoro andavo a scaricare il pesce dalle barche, altrimenti mi fregavo le mani e mi mettevo a scrivere storie. Ne avevo trovato di buone, piene di parole che assomigliavano davvero al filo spinato del muro di cinta di Villa Scenchi. Storie che gli piaceranno, mi dicevo. Vedrai…
L’autunno durò molto poco e l’inverno portò notti lunghissime. Le storie che scrivevo ora avevano l’aspetto di certe narrazioni russe, lente, noiose a tratti, e lunghe quanto gli inverni russi.
Dalla ditta ammiraglia a cui avevo mandato, risposte non ne giunsero mai. Andavo al mare, spazzato dal vento nordico, la sabbia finissima volava via sulla lastra di ghiaccio che era la spiaggia, la marea lasciava a riva spazzatura, corde, legname, cadaveri di molluschi. Non rispondono, mi dicevo. Non seppi più nulla.
E un giorno mi decisi a chiamare. Telefonai direttamente alla holding presieduta dall’uomo veloce.
Il centralino mise una musica, dopo qualche istante mi passarono una segretaria, dissi che volevo parlare con l’uomo veloce, che chiamavo dall’Olanda, che avevo pochi soldi, e dissi, poiché mi fu chiesto, che gli volevo parlare perché ero scrittore ed era stato l’uomo veloce, durante uno dei nostri incontri sotto gli ulivi, a parlare di massimi sistemi, a chiedermi di mandare le mie cose in lettura. La segretaria disse attenda, mise un’altra musica e dopo un minuto prese la parola un’altra donna, mi chiese cosa desideravo. Dissi che l’avevo appena detto alla sua collega, desideravo parlare all’uomo veloce, spiegargli chi ero, ricordargli che m’aveva detto di mandare e avevo obbedito, che ero quello che incontrava l’uomo veloce sotto gli ulivi, lo scrittore.
La donna disse che l’uomo veloce non c’era, era in America. Bene, dissi, quando tornava volevo parlargli. Bene, disse. Quando tornava? chiesi. La prossima settimana, disse. Bene.
Telefonai dopo una settimana, ci vollero di nuovo dodici minuti di telefono per parlare alla stessa segretaria. L’uomo veloce delegava lei, disse la segretaria. Bene, dissi. Allora volevo sapere se le mie cose erano giunte, se le avevano lette. Quali cose, mi disse la signora.
Avevo mandato un racconto cagnesco, dissi. Non era giunto nulla, disse. Nulla di cagnesco, dissero dopo altri dodici minuti passati, immagino, a cercare.
Rimandai il racconto. Ritelefonai. Sì, ora era giunto, disse la segretaria. Lo mandavano a X in lettura.
Ma dopo due mesi, X, col quale non riuscii mai a parlare, mi fece sapere attraverso una sua segretaria, che il mio cane s’era perso, non gli era mai giunto. Ero sicuro di aver mandato?
Telefonai alla segretaria dell’uomo veloce e spiegai che il mio cane non era mai giunto a destinazione. Dissi che l’inverno era passato, ora le giornate in Olanda erano molto belle, ma a me facevano schifo perché io avevo spedito il cane all’uomo veloce perché giungesse a X. Invece il cane si era perso. Mi passi l’uomo veloce, dissi. E’ in vacanza in Liguria, a Luvaira, disse.

(Immagine: Gaetano Vari, Bello impossibile – La sconfitta delle idee, olio e acrilico su tela, 100×100 cm)

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8 Responses to L’uomo veloce (2a parte)

  1. riccardo ferrazzi il 27 novembre 2009 alle 10:42

    L’ho detto e lo ripeto: Marino può raccontare qualsiasi cosa. Non importa di cosa si tratta: il suo modo di raccontare, la precisione delle descrizioni, l’intuito psicologico e la malinconia di fondo tengono agganciati alla pagina.

  2. marino il 27 novembre 2009 alle 11:31

    Grazie Riccardo, e ringrazio quanti hanno letto la prima parte, e Sartori che ha pubblicato. Bart si chiedeva chi poteva essere. Non facciamo pubblicitá, ho mischiato un po’ i colori, per renderlo irriconoscibile, ma
    esiste davvero. Del resto é un racconto in progress.

  3. nadia agustoni il 27 novembre 2009 alle 11:36

    D’accordo con Ferrazzi, il racconto è molto bello.
    Un caro saluto

  4. cf05103025 il 28 novembre 2009 alle 18:57

    Buono ed amaro.
    Mi sembra un parabola esemplare, di quelle che le leggi e le rileggi per cavarne un indirizzo di vita.
    E i denti senza gengive. Bello.
    Sembrano case senza fondamenta che scivolano giù, sbìggiano per la riva mentre uno attende che l’uomo veloce parli.
    Gli uomini veloci dicono altre cose, non glie ne frega niente di denti e gengive metaforici.
    Loro leggono in fretta.
    Hanno bisogno di solide basi su cui costruire la loro catasta di libri.
    Bravo Marino!!

    MarioB.

  5. Bartolomeo Di Monaco il 29 novembre 2009 alle 16:40

    Attendere è l’imperativo di quasi tutti gli scrittori. Poi il valore erompe e si spalancano le porte. Chi sa che l’uomo veloce non abbia preso in mano uno dei tuoi ultimi libri Longanesi.
    Si sarà mangiata almeno una delle sue scarpe da ginnatisca.

  6. lucy il 29 novembre 2009 alle 23:58

    una sensazione così, di disperazione ironica e sommessa, di arida, disillusa e bruciante chiarezza (di contorni, di fatti e di persone) me l’ha data, me la dà, pavese. non è bello né originale paragonare uno scrittore ad un altro, ma ora non mi viene un complimento migliore. ho aspettato la seconda parte, quando già la prima era un bijoux, per dire qualcosa. e non mi viene: tranne quella cosa lì, di pavese. forse sto rimbambendo, ma è un po’ che mi piacciono veramente, profondamente, solo le cose su cui riesco a dire poco o nulla.
    hartelijk bedankt.

  7. marino il 30 novembre 2009 alle 01:17

    graag gedaan, Lucy. e ringrazio ancora tutti.

  8. luca il 4 dicembre 2009 alle 16:49

    L’editore s’affretta, i suoi passi sono irraggiungibili. Chi scrive invece s’attarda. Si crogiola in un’operosa attesa, che è cosa ben diversa dall’inerzia. Tra i due c’è una distanza siderale, incolmabile: vi ricordate Achille e la tartaruga? Perché il rapporto tra editore e scrittore assume spesso i connotati di questo tirannico paradosso, senza nemmeno accennare al ruolo rivestito dal gran visir, vero Minosse della scrittura smerciata: l’editor.

    All’inizio pensavo che il racconto narrasse l’ennesima e ritrita ossessione psicologica, poi ho gradito l’uso della metafora, la liguria di Montale, bruciata, aprica, rinfrescata solo dall’ombra di qualche sparuto olivo.
    E’ molto cinematografica la visione della strada, dei deserti d’asfalto che separano i due personaggi. Deserti così aridi da non permettere l’accamparsi sulla scena di benevoli miraggi, ma solo di rovine, di sassi divorati dal vento e dall’acqua salata. L’odore di medioevo che sale dalle cisterne, il filo spinato come ‘graffiante’ grafia: sono immagini fresche, subito assimilabili. Mi ricordano certe metafore usate da Capote nei suoi geniali racconti.
    Nel contesto è molto riuscita l’irruzione “canina”, nella misura in cui ironizza sul suo comune destino col protagonista. Anzi forse al quadrupede la sorte arride in modo più felice, riservandogli almeno il panorama marino, mentre il nostro protagonista rimane inviluppato nei fili del telefono, nel disperato tentativo di ottenere il nulla osta.

    E’ stata la mia prima lettura su questo blog, che un’amica mi ha gentilmente indicato. Farò volentieri altre soste!



indiani