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A serious man

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di Mauro Baldrati

Qualcuno ha scritto che A serious man di Joel e Ethan Coen è un film incomprensibile per chi non conosce a fondo la cultura ebraica. Molti sono infatti i riferimenti alla lingua, alla Torah, al bar mitzvah. Forse è per questo che l’inizio, una scena ambientata in uno sperduto shtetl polacco del secolo scorso, sommerso dalla neve, recitata in lingua originale coi sottotitoli, sembra scollegato dal resto del film?

Ma non è solo l’episodio iniziale a sembrare scollegato. E’ tutto il film che appare sconclusionato, a tratti sgangherato, pervaso da una sorta di follia centrifuga che fa esplodere le scene, i personaggi, i dialoghi, in un caos espressivo che pone molte domande e non è esente da un fascino perverso, come perverso può essere un senso di squilibrio che ci confonde e ci disorienta. Certo, è nello stile dei temibili Coen lanciare sfide dure a noi spettatori, all’attitudine a seguire una storia, nella sua progressione logica, che loro si divertono a spezzare di continuo.

Così la storia di Larry Gopnik, ambientata in una comunità ebraica del Minnesota, nel 1967, è tutto sommato semplice: lui è un tipo mite, onesto, buffo, timido, un po’ sfigato, con un figlio che pensa solo a farsi le canne di marijuana e ad ascoltare i Jefferson Airplane in cuffia mentre l’anziano professore fa lezione in ebraico; la figlia ha come pensiero fisso quello di rifarsi il naso e la moglie sta progettando di andare a vivere col vicino di casa, che considera meno sfigato di lui. Suo fratello, disadattato e disoccupato, dorme in soggiorno e si consuma nella depressione. Il suo lavoro di professore universitario di fisica è minacciato da lettere anonime che la direzione dell’istituto riceve in continuazione, e da un tentativo di corruzione/ricatto da parte di uno studente coreano. Larry chiede aiuto ai rabbini, perché gli spieghino come si deve comportare, e a un avvocato, finché uno dei rabbini, un caratterista vecchissimo, che sembra una statua antica, in una scena surreale non gli cita i nomi dei Jefferson Airplane (meno Jorma Kaukonen, di cui non ricorda il cognome) e parte, per l’ennesima volta, il potente Somebody to love.

Dunque è questo che gli sta spiegando il rabbino? Larry ha bisogno di qualcuno da amare? E’ l’unica certezza possibile nella sua vita incerta? Inutile cercare risposte. I registi confondono tutto, si dilettano a esibire una carrellata di facce straordinarie, grottesche, che sembrano uscire da antiche favole yiddish, dialoghi dadaisti che strappano più di una risata, a mescolare il sacro col triviale. E il finale è tronco, irrisolto, e non esente da una forma di aggressione allo spettatore, come già avevamo visto in Non è un paese per vecchi.

Forse, con la buona volontà dello spettatore collaborazionista (verso due registi allergici al concetto di collaborazione), potremmo definirlo un film psichedelico. Infatti uno dei gruppi musicali più psichedelici dell’epoca è oggetto di un remix con la destrutturazione dei meccanismi narrativi. Ma è soprattutto un procedimento stilistico, perché non vi è alcuna interazione col contesto: l’ambiente, i personaggi, gli arredi, sono quanto di più antipsichedelico si possa immaginare.

Più semplicemente, può essere un film da vedere come saggio di stile destabilizzante, che fa briciole delle nostre abitudini a una visione lineare, della nostra adesione emotiva ai personaggi, a una condivisione con le loro storie, senza irritarci se talvolta questa sfida estetica si trasforma in uno sberleffo.

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25 Commenti

  1. La mia impressione è che, al di là dei reiterati inviti rivolti al moderno Giobbe di accettare il proprio travagliato destino (“accetta il mistero” gli dice il padre dello studente asiatico, ma pure la scritta che conclude la parabola iniziale), il cuore del film risieda in quel principio di indeterminazione trascritto sulla lavagna ai propri studenti di fisica, e nella nostra impossibilità di accettarlo. Alla fine, ebrei o non ebrei, credenti o meno, di fronte all’approssimarsi della tempesta prevale sempre il bisogno di aiuto, come quello inciso sui denti.

  2. Non per qualcosa, ma il rabbino fa i nomi dei Jefferson Airplane al figlio di Larry, non a Larry stesso, quando gli rende la radio che gli era stata sequestrata dal docente in classe.

    E secondo me la scena chiave del film è proprio la fine: quando le cose paiono essersi stabilizzate nuovamente (si riconcilia con la moglie, ecc.), quasi come ricompensa della ingenua determinazione e bontà d’animo del protagonista, Larry decide di accettare la bustarella dello studente per pagare le spese legali che aveva sostenuto nel frattempo. Appena cambia il voto dello studente e lo promuove, riceve la telefonata del medico.

    Il film mi è piaciuto davvero tanto. La regia è eccezionale e gli attori sono straordinari nelle loro parti. Non vedo l’ora di rivederlo in lingua originale.

  3. Gran film davvero, ho un riso un sacco a vederlo. Un’intelligenza filmica che i Coen hanno davvero accresciuto man mano che sono andati avanti (bellissimo anche Non è un paese per vecchi – che tra i romanzi di McCarthy, autore che amo, è l’unico che non mi fosse piaciuto). Alcuni dettagli sono memorabili, dettagli in cui confluiscono un’intelligenza emotiva, di scrittura, di regia, tutte insieme. Sapienza, direi.
    Quell’Accetta il mistero (che poi, in quel caso, è un mistero umano, troppo umano – e lì sta l’intelligenza dei Coen, in questo continuo rovesciamento) è credo il punto focale del film: sia concettualmente parlando, sia in termini di reazione dello spettatore (scil. risata).
    E, Mauro, hai ragione, credo, le “tracce” degli Airplane sono come la glossa continua del film a se stesso.

  4. Grande film visto in lingua originale in un cinema di Islington diverse settimane fa. Non è roba per chi consuma ciarpame edito senza pudore.

  5. Certo, è destabilizzante, ma perché c’è l’equivoco che sia una commedia.
    In realtà, oltre ad essere un film sull’origine, è un film ebraicissimo, con ciò che questo comporta quanto a: mescolanza dei generi, indeterminatezza del senso e follia: ma non centrifuga, perché tutto tende a convergere verso un punto, cioè verso il vuoto, il disastro finale.

  6. Visto ieri sera: grandissimo film, piuttosto complicato e anche abbastanza disturbante. Concordo con Sergio, il paradosso del gatto di Schroedinger mi sembra il nucleo di tutto il film,precisamente pensato e raccontato a partire dal Paradosso Maximo della teodicea: perché a un uomo buono capitano cose brutte e cattive?, assieme all’altra antinomia – anche questa, snodo concettuale della storia assai rilevante -, quella della mazzetta lasciata dallo studente coreano sulla scrivania di Larry-Giobbe. “Se prende quei soldi è corruzione; se dice che quei soldi erano lì è diffamazione”, lo minaccia il padre del giovane. “Ma allora quei soldi esistono o no?”, chiede un giustamente basito Larry. E la risposta, divertentissima e terribile, è, appunto, “Accetta il mistero”.
    Altro elemento rilevante, mi sembra, è che il “serious man” del titolo NON è Larry, ma Sy, l’amante della moglie, che muore per (involontaria) mano del povero Larry, per diventare il secondo dybuk del film, dopo quello dell’abbastanza scollato prologo iniziale.
    Forzando un po’ la mano se ne potrebbe anche dare un’interpretazione ESCLUSIVAMENTE basata sulla fisica quantistica e la teoria dei multimondi, sulla base delle continue sovrapposizioni tra la realtà e i sogni di Larry, nei quali Larry ogni volta muore per poi rinascere nella sequenza successiva, e pure di certe contraddizioni temporali (tipo nelle scene delle telefonate dell’addetto al recupero crediti dell’azienda che vende diischi per corrispondenza, quando si richiede il pagamento di Abraxas di Santana, disco che in realtà sarà registrato e pubblicato solo molti anni dopo il periodo in cui è ambientato il film).
    L’ultimissima scena, con il tornado scuro il fondo alla via, è pazzesca.

  7. @ Piero Sorrentino
    Vedo che molti dicono che l'”uomo serio” è Sy e non Larry. Non è esattamente così. Sy viene definito tale, certo, ma chi con tutte le sue forze vuole conseguire tale status è appunto Larry (Sy è un finto “uomo serio”, come denuncia per esempio il suo carnevalesco abbigliamento). Fra i tanti generi coinvolti in questo capolavoro (finalmente tale, dopo – concordo con Francesco Pecoraro – diversi passaggi a vuoti del grande duo) c’è anche il racconto di una Bildung travagliata (si veda l’enfasi su tutti i processi di apprendimento: sul Bar Mitzvah ma anche sul lavoro di insegnante, di Larry, con le sue aporie), che viene alla fine quasi conseguita ma, proprio all’ultimo ostacolo, col gesto di cancellare il brutto voto allo studente coreano, ingloriosamente tracolla. Segue, brusca e terrificante, appunto la punizione: ovviamente biblica.
    La chiave è nell’episodio iniziale. Ho letto una (sorprendentemente bella) intervista ai Coen di Antonio D’Orrico, nella quale i due dichiarano di concordare con l’impressione di parte del pubblico, che esso non avrebbe nulla a che fare col resto (se non preparare il pubblico ad assistere a una storia nella quale il sostrato culturale ebraico non è in alcun modo accessorio). Mi pare un commento provocatorio e depistante. Si tratta invece, appunto, della chiave del film: che è uno straordinario apologo – se si può credibilmente parlare di un apologo integralmente decostruito – sui temi, squisitamente ebraici appunto, della colpa (filogenetica) e della giustizia. Nel quale fra l’altro l’inevitabile memoria kafkiana (che per esempio mi pare inseparabile dalla parallela riflessione, sull’argomento, del Tarantino di “Inglorious Basterds”) è abbastanza tenuta a bada (se non nell’episodio, deliberatamente parodico, della visita al Vecchio rabbino). E’ vero che Sy è una reincarnazione del Dybbuk iniziale; ma lo è appunto anche il Vecchio Rabbino Che Non Dice Nulla (gli assomiglia molto; forse è addirittura lo stesso attore). Entrambi falsamente benevoli, entrambi ipostasi della Giustizia: entrambi dunque, in realtà (a voler usare un’immagine kafkiana che però appunto, mi pare, è in parte fuori luogo), strutturalmente delusivi Guardiani della Porta – per il Contadino Larry.

  8. Riguado al principio di indeterminazione, mi sembra che sia esplicitamente citato da un avvocato difensore in “l’uomo che non c’era”, altro film dei Coen. Siamo sempre lì…

  9. Andrea,

    il punto mi sembra proprio questo. Larry dice piagnucolando “ho cercato di essere un uomo serio”, mentre Sy lo afferma proprio apertamente dai banchi dell’aula universitaria: “Io SONO un uomo serio”. Ma noi sappiamo che Sy, oltre a vestirsi da pagliaccio, come giustamente noti, è pure un vigliacco che scrive(va) lettere anonime contro il marito della sua amante. Però allo stesso tempo è un buon ebreo, osservante e ligio alle regole (tant’è che vuole ottenere un divorzio Come Dio Comanda, una specie di annullamento cattolico della Sacra Rota, una cosa così tecnica che pure i rabbini spalancano gli occhi chiedendo “Coosa?!” al solo sentire il nome della procedura – che non mi ricordo come si chiama). Sy è senz’altro un finto uomo serio. Ma la punizione di Dio su chi si abbatte? Come a dire: il Male travolge i malvagi veri o semplicemente i non-osservanti ortodossi?

    A pensarci, tra l’altro, Sy poi è quasi l’UNICO dybuk accertato del film, visto che l’anziano rabbino dell’apologo yddish iniziale non lo sappiamo mica, se è davvero un non-morto oppure no (all’inizio parla tranquillamente con un punteruolo ficcato in petto, poi inizia a sanguinare e a balbettare, e chissà cosa gli succede fuori, nella tempesta… non lo sappiamo).
    Quanto al tema (gigantesco) della Colpa, mi viene in mente che , per es., in “Non è un paese per vecchi” Josh Brolin viene punito per un rimorso di coscienza (quando torna a portare l’acqua al messicano morente e disidratato nel furgone). Qui, invece, la Punizione per Larry arriva quando col gommino della matita modifica il voto dello studente coreano, compiendo il Primo Gesto Vile (o così siamo autorizzati a immaginarlo) della sua vita (tra l’altro, anche in questo caso proprio modificando il tessuto temporale e narrativo dell’intero film: nella scena all’interno dello studio medico, il dottore non gli aveva detto che scoppiava di salute?)

  10. I temi d’accordo, tutto molto interessante, ma non c’era uno straccio ri ritmo – e che vi fossero pretese comiche è indubbio, così come lo è il fatto che il comico non può fare a meno del ritmo… è un bel film non riuscito

  11. Piero,
    sì, curiosa la cosa che dici della scena nello studio medico; in effetti anche a me pareva rassicurante ma in effetti lì si limitavano a fare le analisi, a Larry (ma ècostruita in modo tale che la loro telefonata, alla fine, sorprenda davvero come una frustata). Però non è vero che Sy non venga punito. L’incidente d’auto nel quale muore avviene in stretta contemporaneità con un tragitto automobilistico di Larry, che a sua volta nella circostanza rischia un incidente grave (la simultaneità e la contrapposizione dei relativi destini la nota in seguito proprio Larry). E avviene proprio dopo che siamo venuti a sapere delle sue lettere anonime. Quanto alla questione dell’abbigliamento, va dato atto a D’Orrico di averla sollevata: è un’altra delle tante chiavi del film.
    Quanto al finale. A me pare che, se di una morale si può parlare per un film del genere, è che la Punizione sia Infinitamente Sproporzionata alla (eventuale) Colpa. (Dico eventuale perché hai ragione: nel prologo non si capisce se il vecchio sia davvero un Dybbuk, dunque cacciato giustamente dalla casa, ovvero uno che lo sembra ma non lo è, e che dunque è stato cacciato ingiustamente: così ingenerando, appunto, la filogenesi della Colpa.) Tema questo del pensiero ebraico specialmente post-Shoah, e dell’inevitabile AntiTeodicea che essa ha ispirato, in forme anche molto diverse fra loro (e tema frequentato soprattutto – per un paradosso straordinario – da ebrei non credenti, quali immagino possano essere i Coen; ci sarebbe da fare una lunga parentesi su Levi che in Se questo è un uomo allude alla questione, alla fine del capitolo sul Canto di Ulisse).

  12. Film davvero bello, ma: e se non avesse alcun significato? Se fossimo noi a volerlo trovare a ogni costo? In questo caso, ciò sarebbe un valore aggiunto oppure dovremmo dedurne che i Cohen dovrebbero prendersi un po’ di tempo per trovare un’idea piuttosto che far uscire un film all’anno?

  13. I fratelli Coen li conosciamo tutti, sono dei grandissimi sceneggiatori e registi che non deludono mai. Joel, il maggiore è sempre accreditato come regista nei titoli dei film, mentre Ethan è il produttore, ma è noto che i due fanno tutto a quattro mani. Fatta eccezione per il loro penultimo film “ Non è un paese per vecchi “ che è una variante sul tema, i due brothers fanno da sempre lo stesso film almeno come tematica: i personaggi sono degli “ idioti “, quella middle class che vive ai margini non solo esistenziale delle periferie del Mondo Occidentale.
    Lo erano i protagonisti del trittico splendido Mister Hula Hoop, Fargo, Il grande Lebowski, ma anche di Fratello dove sei e L’uomo che non c’era; per citare i film più recenti di questo registi cinquantenni. Lo è anche il protagonista, il serious man, Larry Gopnik e il piccolo mondo che lo circonda: l’amante della moglie, i figli, il cugino, l’avvocato, il medico, i colleghi e, soprattutto, quei rabbini che dovrebbero aiutare i loro fedeli e non si sa bene chi abbia potuto aiutare loro ad arrivare dove sono giunti. Degli ‘idioti’ che tuttavia non fanno sempre ridere e forse in alcuni punti possono irritare, mentre l’ironia del racconto si tramuta in alcuni passaggi in ansia se non in fastidio per il protagonista che sembra non reagire come nella classica tradizione ebraica.
    Larry Gopnik è un uomo di circa quarant’anni, professore universitario di fisica ma non ancora di ruolo, ha poche pretese nella vita e alcune sicurezze. Vive in un piccolo centro del Mid West nel 1967. La moglie s’innamora dell’apparente e più concreto Sy Ableman e vuole un divorzio rituale per potersi risposarsi nella fede. Hanno due figli, un maschio e una femmina; il figlio, un anonimo adolescente dai capelli rossi, fuma spinelli e ascolta i Jefferson Airplane mentre attende di celebrare il suo Bar mitzvah; la figlia non si sa bene cosa faccia, sembra solo molto interessata a lavarsi i capelli e rubacchia il denaro al padre per rifarsi il naso, ma a sua volta è anche derubata dal fratello. Hanno un ospite da alcuni mesi, il cugino di Larry, ancora disperato dall’abbandono della moglie: russa sul divano, se ne sta in bagno per delle ore e scrive un diario sul calcolo delle probabilità.
    A Larry capita di tutto, è cacciato dalla moglie di casa, deve riparare in un modesto motel con il cugino depresso, imbroglione, forse omosessuale e ricercato dalla polizia; uno studente coreano lo ricatta per una corruzione di cui lui non si è reso conto e lo minaccia di diffamazione; nei giorni successivi decideranno se verrà assunto definitivamente all’università, ma non presagisce nulla di buono; una ditta di dischi pretende dei soldi per delle consegne di cui lui non sa nulla; ha un incidente d’auto e la vettura si sfascia; e come se non bastasse deve attende l’esito di alcuni accertamenti sanitari. Travolto da tutti questi guai, Larry si rivolge a uno, due e tre rabbini per ascoltare la parola di Hashem e interpretare la sua volontà. Per fortuna che giunge un uragano e termina il film. Insomma, parafrasando Voltaire, questo è il più stupido dei mondi possibili, in cui solo un uomo modesto e mediocre riesce a sopravvivere, e in questo caso i protagonisti nuotano nella religione ebraica e in quel magma esistenziale. Questione di gusti, ma del mondo ebraico e delle sue contraddizioni preferiamo l’ironia spumeggiante di Woody Allen

  14. ciao a tutti,

    dopo averci pensato un po’ di giorni, lasciando galleggiare le immagini nella memoria, mi sono convinto che “a serious man” è un piccolo gioiellino, e che finalmente i fratelli coen, dopo molte prove poco riuscite, tra cui il tanto acclamato “non è un paese per vecchi”, siano tornati alle altezze di quel capolavoro firmato qualche tempo fa, “l’uomo che non c’era”.

    (i miei dubbi su “non è un paese per vecchi” sono espressi qui, la prima recensione in alto: http://www.sentireascoltare.com/recensione/1239/Joel-Coen-non-e-Un-Paese-Per-Vecchi.html)

    anzi a dirla tutta, “a serius man”, sembra il rovescio dell’ordito de “l’uomo che non c’era”. da una parte, la tragedia: un uomo fallisce la riuscita di un piano criminale e sprofonda nel nulla. dall’altra, la tragicommedia: un uomo vive alla giornata, senza alcun piano, e sprofonda nel nulla. ed anche i protagonisti sono del tutto speculari. ed crane, protagonista de “l’uomo che non c’era”, è calcolatore, spietato, risoluto, sentimentale, e freddissimo. mentre larry gopnick, protagonista di “a serius man”, è imbranato, giusto, dispersivo, sentimentalmente frigido, e incontrollabilmente preso dai fatti della vita. comunque la si metta, per loro finisce male, senza neanche che i due personaggi – ma anche e soprattutto, gli spettatori – abbiano la possibilità di capire perchè finisce così male, dove sia il senso delle immagini, o se questo sia il senso: la vita, per quanto facciamo, è puro accadimento di fatti che noi non riusciamo a controllare, accadimenti non sempre così razionali. la razionalità, se vogliamo, anche guardando i film, è sempre ex-post, come direbbero gli economisti o gli scrittori di biografie: la si capisce, sempre se esiste, quando esiste, dopo.

    anche se, mentre “l’uomo che non c’era”, si appoggiava su atmosfere, situazioni, illuminazioni, e modi di girare stile noir, “a serious man”, non deriva da altri immaginari cinematografici o da altri generi – sebbene le immagini di apertura con l’orecchio e la cuffietta del ragazzo in primissimo piano ricordino lo stesso orecchio di “blue velvet” di david lynch – ma è in tutto e per tutto coeniano: è in tutto è per tutto un film che richiama tutti gli altri film dei due registi, ma elevando il tutto al quadrato e sopra le righe, come se nel tempo i coen avessero girato tutti gli altri film per preparare il terreno a quest’ultimo.

    ed il film è divertentissimo, popolare, colto, dall’umorismo sottilissimo e pervasivo, girato benissimo, con la morte e la disperazione che si infila in tutte le risate, insieme novecentesco e postmoderno, ma altro da tutti gli stilemi del cinema postmoderno, come se l’avesse girato kafka in botta da lsd.

    allora mi chiedo, come mai i coen hanno girato un film del genere? non basta solo ammettere che la morale della storia è: l’unico antidoto al non senso della vita quotidiana è trovare qualcuno da amare – cioè mettere in moto la parte di te che ama, piuttosto che quella, o solo quella, che vuole essere amata, come diceva david foster wallace.

    il film, in fondo, è una riflessione sul cinema, sul sistema dei media, e sulle energie che circolano in quel sistema. alla fine del film, quando il ragazzino incontra finalmente il più saggio e il più anziano dei rabbini, quest’ultimo non può far altro che restituirgli quella specie di radiolina che gli era stata sottratta all’inizio, citando – sempre se non sbaglio – come ultimo consiglio, un verso della canzone “somebody to love” e la formazione dei jefferson airplane: come dire, questa spinta ad amare, a cercare il senso delle cose, forse risiede nelle canzoni, nel cinema, nella letteratura, insomma nei luoghi in cui la vita deflagra e si ricompone insieme, a sua volta messa in forma dall’amore, verso se stesso, verso il pubblico, di chi ha ideato e composto quella musica, quel film, quel libro.

    a presto

    giuseppe

  15. Ci mancavi solo tu, Giuseppe, in questa sfilza di commenti interessanti, a convincermi ad andarlo a vedere. Non c’è ne uno degli ultimi film dei fratelli Coen che mi sia piaciuto. Anche “Non è un paese per vecchi”

  16. helena, vedrai che ti piacerà. anzi, secondo me, insieme a “il nastro bianco” di michael haneke, “a serious man” è uno tra i film più belli della stagione – anche se non ho ancora visto, e spero di recuperarlo in settimana, “segreti di famiglia” di francis ford coppola, di cui tutti dicono un gran bene.

  17. Ho letto i vostri interventi poi ho provato a scrivere un po cosa ho capito io del film. Se poi mi rispondete qualcosa mi fate un grande piacere :D

    Il primo rabbino parla dei punti di vista, l’ottica dalla quale guardi la tua vita può fartela sembrare insopportabile o fantastica e spesso questo dipende solo da te e da come vuoi affrontarla. Concetto poi ribadito nella scena in cui il cugino che vede la vita di larry come magnifica come uno che ha tutto e lo invidia, proprio mentre invece larry era disperato.

    Il secondo rabbino parla delle cose che non sappiamo, cos’è che sappiamo? nulla quindi cosa dobbiamo fare? “non lo so, ma aiutare gli altri va sempre bene” dice. non sai assolutamente cosa ti può capitare nella vita fin quando non ci capiti in mezzo, non sai cosa devi fare ma ci sono cose anche banali come l’aiutare gli altri a cui possiamo aggrapparci perché sappiamo che appunto “va sempre bene”. Il fatto del “non sapere” è poi il concetto più ribadito nel film anche con il gatto di shredinger e il principio di indeterminatezza le due lezioni di larry e con il finale “apertissimo” del film.
    Aperto come l’inizio che resta anch’esso senza conclusione proprio perché nella vita non solo non puoi sapere prima cosa accadrà, ma non sai neanche il perché le cose accadono!

    Concetto ribadito dalla scena in cui l’avvocato degli immobili ha trovato la soluzione al problema di larry (notizia positiva) ma poi muore appena prima di rivelargliela e così come aveva capovolto la situazione entrando con una notizia positiva la ricapovolge morendo all’improvviso, nella vita in un attimo tutto cambia e tutto si capovolge.

    Da notare poi come nella conclusione tutto da l’impressione di capovolgersi più volte proprio come nella scena dell’avvocato immobiliare. Tutto d’improvviso migliora e sembra andare bene con il ricongiungimento con la famiglia e la promozione e i soldi del coreano (il tutto senza che larry abbia dovuto fare nulla, perché le cose a volte sono proprio indipendenti dalla nostra volontà e non ci possiamo fare niente), da una situazione di crisi completa si passa ad un nuovo equilibrio poi di nuovo arrivano la tromba d’aria e la telefonata del medico facendo ripiombare tutto nell’incertezza.

    Infine il terzo rabbino: Somebody to love, questa è la perla di saggezza che arriva dal 3 e più saggio rabbino alla fine del film, semplicemente trovare qualcuno da amare che ti aiuterà a vivere, questa insieme ad un “comportati bene”, che insieme sono poi la strada per la felicità.

    Ciao!

  18. Anch’io mi iscrivo solo per rispondere e dire la mia su questo film.
    Partiamo da un presupposto, i film dei coen (quasi tutti) bisogna andare a vederli sapendo che non si avranno 2 ore di relax totale, ma 2 ore più i giorni successivi a capire cosa vogliono dirci fra le righe più altri giorni a pensare ciò che si è capito, se si va a vedere un film dei Coen sperando di staccare il cervello per un relax totale l’errore è totale.
    Questo film rispetto ad altri mi sembra dia anche tanti indizi su quello che loro vogliono dirci.
    I messaggi principali sono 2, uno basato sul paradosso del gatto di schrödinger, in sintesi ci dice solo che se una cosa può sembrare scontata, se non la si constata non si può dire sia avvenuta, tutti sanno che il film è ambientato nel 1967 a mio avviso comunicazione fatta ad hoc dai coen, ma nel film non c’è nessun riferimento preciso al 67, mentre ci sono i riferimenti precisi al 1970, i 2 dischi che ordina il figlio escono tutti e 2 nel 70, quando si parla della moglie defunta del nuovo compagno della moglie del protagonista, tutti dicono e morta da 3 anni, ma dicono anche che “è ancora calda” proprio come tre anni prima risulta esser morto l’anziano del cortometraggio iniziale.
    Tutto il film si basa sul giochino dei 2 anni differenti, tutti credono che sia il 1967 ma la telefonata sui dischi è l’unica che ci fa capire che siamo nel 70, i coen dicono che è ambientato nel 67, quindi noi lo diamo per scontato, ma nel film nulla c’è lo conferma anzi quella scena conferma che siamo nel 70. Ecco il paradosso del gatto.
    Uno specchietto per le allodole può essere la canzone ascoltata dal figlio, somebody to love dei jefferson airplane (quanti hanno capito che il rabino cita al figlio del protagonista la prima frase della canzone e la formazione del gruppo?)che è del 1967, ma una canzone del 67 può essere ascoltata benissimo nel 70, ma non il contrario, vedi ascoltare un disco del 70 (quello di santana ha un nome non messo a caso dai registi) tra anni prima.
    Ovviamente anche la scena iniziale a se stante, si basa su questo, lasciando il finale aperto con l’anziano che va via senza capire se sia uno spirito o meno anche se sembra che i coen indirizzino lo spettatore verso la seconda ipotesi.
    La signora è convinta di una cosa che gli è stata riferita e quindi da per scontato che l’anziano sia uno spirito ma non può mai e poi mai averne la certezza.
    Il secondo messaggio è quello che parte dalla frase riportata all’inizio del film, accogli ciò che viene con semplicità, o qualcosa del genere, il messaggio che vogliono dare i Coen è quello che nonostante ci si possa sforzare ci capire come mai ci avvengono determinate cose, neanche la religione alle volte ci aiuta a capirle (vedasi i rabini che non riescono ad far capire qualcosa al protagonista) le cose vengono così è basta, nonostante ciò i fratelli specificano che questo non vuol dire che si possa agire malvagiamente visto che questo non incide sul proseguo della vita, infatti il secondo rabino, dice ( dopo aver raccontato la storia dei denti che è l’essenza del messaggio), fare del bene è sempre meglio (non ricordo la battuta precisa).
    Nonostante la vita del personaggio stia andando a rotoli in ogni campo, e il figlio abbia il problema del sequestro della radio e dei 20 dollari, il personaggio si scervella per capire dove ha sbagliato, sino a quando non vede che le cose stanno cambiando, posto definitivo, riappacificazione con la moglie, il figlio trova la radio, ma la vita ricambia nuovamente per entrambi.

  19. Il film è proprio bello (l’ho finalmente visto), e ha un casting impressionante, il protagonista è un attore davvero bravo.
    Il pregiudizio sui Coen prevede che facciano film divertenti, ed infatti in sala la gente rideva “a prescindere”. Mentre io l’ho trovato profondamente drammatico e inquietante. Le (rare) battute sono più liberatorie della tensione che messe lì per far ridere.
    Con Sergio dico che sia che si cerchi una spiegazione sceintifica (il principio di indeterminazione) che mistico religiosa (Giobbe) la vita, in definitiva, è insondabile e crudele.
    Tra l’altro il 9 sono a un bar mitzvah… come farò ad andarci e a non pensare al film?

  20. Ho visto “A serious man” in anteprima, più di un mese fa. Ne ho parlato benissimo a Radio Popolare e molti, che hanno seguito il mio consiglio, poi sono venuti a dirmi di non aver capito quasi niente del film, di non averne capito il senso. Senso, che in effetti viene spiegato all’inizio del film. C’è chi crede nello spirito dei morti e chi no, chi ci crede agisce di conseguenza, nel bene e nel male…in questo caso decisamente nel male! Ribadisco che per me il film è perfetto, dalla ricostruzione, filtrata dai ricordi, alla devastazione interiore di chi cerca di seguire un’etica e vede la tempesta arrivare se scende a patti con chi ha accettato la via dell’arroganza e della disonestà. E’ anche un film sull’ignoranza (come il precedente, sulla CIA), sulla faciloneria ela messa in discussione di una cultura e di una tradizione che evidentemente i Coen hanno ricevuto, senza capire. Di qui la difficoltà a trovare un senso.

  21. Ehm, scusate il ritardo, l’ho visto solo ora e, riflettendoci su, mi sono letto un po’ di interventi nel tentativo (larryano) di chiarirmi le idee. Anche secondo me è uno dei film più raffinati che i fratelli abbiano realizzato. Concordo con la questione che il punto cruciale del film sarebbe la frase del padre dello studente coreano, anche se di snodi cruciali, nel rispetto dello stile e del concetto del film, potrebbero essercene più d’uno. Ci potrebbe stare la materia Aiuto, senza la quale la sola serietà non è sufficiente a dare senso alla vita. Credo che gli spunti di riflessione in un lavoro così apertamente misterioso siano davvero infiniti. Ad esempio il post di Andrea Cortellessa mi ha involontariamente fatto pensare a una cosa riguardo le possibili relazioni tra il prologo e il resto:
    il Dybbuk è in fondo un morto che riceve un’ingiustizia, con la spietatezza che un osservante ebreo riserva a ciò che è “il male”, quest’ultimo forse non esiste in quanto entità ma in quanto buco nero. Larry sembra essere il buco nero nel quale entra di tutto con la forza di un tornado. Inoltre i tornado risucchiano, come i buchi neri no?

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«Da una parte l’Impero ottomano, dall’altra la Valacchia. In mezzo il Danubio, nero e immenso». Lara è sul fianco e ruota la testa all’indietro, verso Adrian. Rimane così per un po’, con la reminiscenza del suo profilo a sfumare sul cuscino.

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L'opera dell'autrice che ha messo al centro l'amicizia femminile è stata anche veicolo di amicizia tra le studiose. Tiziana de Rogatis, Stiliana Milkova e Kathrin Wehling-Giorgi, le curatrici del volume speciale Elena Ferrante in A Global Context ...

Dentro o fuori

di Daniele Muriano
Un uomo faticava a sollevarsi dal letto. Un amico gli suggerì di dimenticarsi la stanza, la finestra, anche il letto – tutti gli oggetti che si trovavano lì intorno.

Un selvaggio che sa diventare uomo

di Domenico Talia Mico, Leo e Dominic Arcàdi, la storia di tre uomini. Tre vite difficili. Una vicenda che intreccia...

Soglie/ Le gemelle della Valle dei Molini

di Antonella Bragagna La più felice di tutte le vite è una solitudine affollata (Voltaire) Isabella Salerno è una mia vicina di...
helena janeczek
helena janeczek
Helena Janeczek è nata na Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997, Guanda, 2011), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), che hanno vinto numerosi premi come il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Napoli. Co-organizza il festival letterario “SI-Scrittrici Insieme” a Somma Lombardo (VA). Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (2017, Guanda) è stato finalista al Premio Campiello e ha vinto il Premio Bagutta e il Premio Strega 2018. Sin dalla nascita del blog, fa parte di Nazione Indiana.
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