Andrea Cortellessa, un dialogo

10 gennaio 2010
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53 Responses to Andrea Cortellessa, un dialogo

  1. Alcor il 10 gennaio 2010 alle 12:58

    troppo sofisticato per me, non ho il plug in né lo trovo

  2. véronique vergé il 10 gennaio 2010 alle 17:26

    Mi è piaciuto l’intervista. Andrea Cortellessa mi è simpatico. Prima avevo guardato di un occhio diffidente la classificazione proposta, anche se ho ritrovato nomi di autori che ammiro.
    Ho cambiato di opinione, perché Andrea Cortellessa ha una bella convinzione. Ha parlato del gruppo 63, della letterature amifibia, e di un poeta che vive in Norvegia, scrivendo un italiano di memoria ( credo; ho ascoltato una sola volta).

  3. paolettodicanio il 10 gennaio 2010 alle 18:45

    ahò ma quanto magna cortellessa? pe’ me i critici come i preti devono da esse chiodi.

  4. Giancarlo Tramutoli il 10 gennaio 2010 alle 22:41

    Chi la diuresi la vince
    ————————-
    Minzione speciale
    a Zanzotto
    (sì)
    che in una sua poesia
    di Conglomerati
    chiama “mitto”
    far la pipì.

    Zanzotto in conglomerati abunda con aggettivi e avverbi.
    Fa pure dei disegnini. Sembra venire da qualche secolo fa.
    Proprio come la buonanima di Luzi. Aggettivi e avverbi: i nemici della poesia. Lo sanno anche i polli. Ma non i professori che son sempre un po’ necrofori.
    Invece, Di Ruscio, scrive ancora da vivo.
    Complimenti.

  5. unsignorechepassava il 10 gennaio 2010 alle 23:08

    perchè spesso nel mondo, a commento di una bella e intelligente intervista, bisogna leggere coglionate come quelle di dicanio, e discutibili banalizzazioni come quella di tramutoli?

  6. Giancarlo Tramutoli il 11 gennaio 2010 alle 05:52

    ps
    Anch’io ho tovato delizioso, La vicevita di Magrelli. Il suo libro più poetico. L’ha scritto in prosa.

  7. Giancarlo Tramutoli il 11 gennaio 2010 alle 05:58

    Per Unsignorechepassava (ovviamente anonimo e coraggioso).
    Vedi che Conglomerati l’ho tenuto in mano per un mese e non è che perché è di Zanzotto che non posso dire che è un’autentica, indigesta palla. Proprio un conglomerato pieno di avverbi indigesti con tutte quelle presuntuose variazioni mortali. Poi non mi stupisce che fa delirare la critica accademica. E un cerchio (di noia) che si chiude.

  8. Giancarlo Tramutoli il 11 gennaio 2010 alle 09:55

    Consiglio un esperimento di lettura comparata, come ho fatto io in questi giorni. leggete in modo alternato i Conglomerati di Andrea Zanzotto e Cena a sbafo di charles Bukowski. Zanzotto a me pareva il bisnonno di Buk e Buk un giovinetto aitante. Secondo me, ovviamente. Onde per cui lsi muove il mare.

  9. Alcor il 11 gennaio 2010 alle 09:56

    qui si litiga, e io non so perché, è scocciante
    dear Pinto, non potresti dirmi che plug-in devo usare con mac?
    magari jan potrebbe dare una dritta?

  10. Giancarlo Tramutoli il 11 gennaio 2010 alle 10:06

    @Alcor
    Esprimere un parere non conforme alla linea indiana nazionale significa litigare? Mah. Ovviamente consiglio pure qualche chilo di pane e Marziale.
    E molto riso eh. Che fa bene.

  11. georgia il 11 gennaio 2010 alle 10:21

    qui litigano sempre perchè hanno il terrore della litigata che invece spesso è salutare :-).
    l’intervista è molto interessante secondo me, ma non per questo non si può criticare (anche sbagliando) zanzotto o altri … solo qualcuno potrebbe aiutarmi? Ho visto (e non ho voglia di rivedere tutto il video) che è stato segnalato un nuovo libro di, o su, landolfi a cura di cortellessa …non riesco a trovarlo in rete me lo potreste segnalare con precisione se lo sapete? grazie
    geo

  12. saverio il 11 gennaio 2010 alle 10:43

    @ Alcor
    il plug-in se usi Safari dovrebbe essere Silverlight della Microsoft, se usi Camino o Firefox non dovrebbe servire

    La cosa più interessante è l’idea di letteratura che sottende tutta l’intervista. Una letteratura al di là dell’intrattenimento. Minoritaria. Visti i tempi, direi la più sana.

    Saverio

  13. domenico pinto il 11 gennaio 2010 alle 11:03
  14. anfiosso il 11 gennaio 2010 alle 14:19

    Io uso firefox ma non mi s’apre nulla.

  15. Lucio Angelini il 11 gennaio 2010 alle 14:20

    Beniamino Placido consigliò di assegnare a tutti indiscriminatamente almeno un premio Strega o Viareggio. Qui:

    http://www.lucioangelini.splinder.com/post/22028899/LO+SVENTURATO+%28BENIAMINO+PLACI

  16. Alcor il 11 gennaio 2010 alle 14:24

    ho fatto una specie di battuta anch’io, @tramutoli, sperando di volgere in buon umore l’irritazione di non veder niente, ma ubi maior

    grazie @saverio, ho sia firefox che safari e ho anche scaricato Silverlight, senza risultato, sarà colpa del mac

  17. sergio garufi il 11 gennaio 2010 alle 15:36

    L’intervista è molto interessante, e sono contento che Repubblica abbia interpellato Cortellessa, che reputo il miglior critico in circolazione, per fare il punto sull’ultima annata letteraria. Ho letto i tre libri segnalati e ho apprezzato soprattutto il tomone aragnesco su Landolfi, che contiene numerose chicche come l’intervento di Montesano. A proposito di questa raccolta di saggi, nell’incipit dell’introduzione Cortellessa accenna alla qualifica di Landolfi come “scrittore per scrittori”, e ho pensato che forse ciò che accomuna i vari nomi citati (Magrelli, di Ruscio, Landolfi, lo stesso Cortellessa e certi suoi coetanei per i quali tanto si è speso, tipo Ottonieri) è proprio l’appartenenza alla medesima comunità endogamica (poeta per poeti, critico per critici ecc.). Allora mi chiedo: se è così, anche in tempi come questi in cui quasi tutti scrivono (poesie, romanzi, recensioni sui blog), è da considerarsi un limite?

  18. gianni biondillo il 11 gennaio 2010 alle 15:49

    E’ che, Sergio, in Italia quasi tutti scrivono ma quasi nessuno legge. Scrittori compresi! ;-)

  19. georgia il 11 gennaio 2010 alle 16:37

    Landolfi è uno degli scrittori di cui ho letto quasi tutto (e con piacere), io NON ho mai pensato che la vulgata, molto diffusa, che fosse uno scrittori per scrittori fosse esatta … landolfi è uno scrittore che usa gli scrittori … questo sì … a volte fa veri e propri collage con frasi di altri (e neppure lo nasconde), se si cercassero le citazioni all’interno dei testi di landolfi si troverebbe tutto il gotha internazionale … io credo invece che landolfi sia uno scrittore per critici e non per scrittori … Mentre per i critici è proficuo leggerlo: imparano una valanga di cose e hanno una valanga di cose da dirci sopra, non lo è altrettanto, proficuo, per gli scrittori … ne rimangono spesso talmente colpiti e impressionati che finiscono per copiarlo e scrivere come lui … ma landolfi è un pezzo unico non può avere epigoni, la sua vera bravura è ben celata, è in profondità ed è difficile, anzi impossibile, da copiare e afferrare, si rischia di afferrarne solo la schiuma più banale … meglio non copiarlo … landolfi è uno scrittore che dovrebbe essere proibito agli scrittori ;-)

  20. unsignorechepassava il 11 gennaio 2010 alle 16:38

    @tramutoli
    ok, prendo atto che la tua critica non era così sprovveduta come sembrava (comunque per me troppo drastica).
    ce l’avevo peraltro soprattutto con dicanio
    (l’anonimato era d’eleganza, per non prendere merito dal gesto di difesa a cortellessa)

  21. Andrea Cortellessa il 11 gennaio 2010 alle 18:54

    @ Georgia
    E’ interessante la distinzione che fai tra “scrittore per scrittori” e “scrittori per critici”. In realtà quello che ho cercato di mettere in luce, in Scuole segrete, è che molti scrittori, coetanei e successivi, hanno imparato una quantità di cose da lui, e non solo sul piano “tecnico” (una cosa che dice molto esplicitamente Calvino nell’82) bensì su quello, diciamo, “esistenziale” (cosa vuol dire la letteratura nell’esistenza di una persona che scrive?). Non è un caso che gran parte della migliore (= più penetrante a parte objecti, ma anche più catturante a parte subjecti) critica su Landolfi sia provenuta dagli scrittori, o meglio dagli scrittori-critici (Fortini, Sanguineti, Sereni, Zanzotto, Manganelli, appunto Calvino, ecc.).
    Che poi Landolfi abbia anche un effetto paralizzante è verissimo. Ma questo non vale solo per quegli scrittori che, più o meno consapevolmente, si pongano alla sua ombra (è il caso per es. di Fortini: che racconta esplicitamente, nel ’90, come abbia dovuto faticosamente smarcarsi, esattamente mezzo secolo prima, per sciogliere il nodo della lingua), bensì anche per i critici-critici, quelli senza ambizioni di scrittura in proprio. Per citare il caso che conosco meglio, sono sedici anni che mi aggiro nei suoi dintorni senza riuscire a finire il libro su di lui a cui così tanto tengo. Recentemente Paolo Nori, per parte sua parlando di Chlebnikov, ha così sintetizzato il blocco psicologico che coglie chi più lo ama, Landolfi: “è come una fidanzata, che non vuoi fare vedere agli amici […] sei in imbarazzo a farlo vedere perché pensi che tu, così come sei, non riesci a farlo vedere bene, perché lui è di più”.

  22. georgia il 11 gennaio 2010 alle 19:23

    sai anche perchè landolfi blocca?
    anch’io lo leggo da anni e credo anche di averlo capito, però … ora dirò una cosa che ti scandalizzerà … landolfi appartiene a quella categoria di scittori che ami quando sei sulla pagina … lo leggi e ne sei veramente entusiasta, perchè è BRAVO, veramente bravo, eccezionalmente bravo … però è anche uno scrittore che non ami quando te ne allontani … è una scrittura che a distanza non ti attira più, anzi ti respinge, non ti riporta sulla pagina non ti induce a scoprirne con amore i segreti di scrittura, insomma a distanza provi disagio … ecco perchè se ci stai scrivendo sopra è facile che se abbandoni tutto per un po’ poi hai il blocco :-) … però è anche vero che basta riprenderlo in mano per ricreare la magia … ad ogni modo sono arrivata alla conclusione che la sua è una scrittura troppo mentale, s/graziata e che non diventa mai un tutt’uno con il lettore … forse il motivo è proprio l’originario collage di altri che alla fine ti spiazza completamente :-) …. è il contrario di gadda in cui invece ogni parola sulla pagina è SUA, masticata mantrugiata, digerita e risputata, pezzi di scrittura/scrittore che si eternano sulla pagina … landolfi no … la sua scrittura è una secrezione priva del suo dna … per questo piace ai critici o agli scrittori critici, perchè è un materiale che puoi smontare e rimontare con estrema facilità … è una cosa che di solito capita solo con scrittori mediocri … landolfi invece è un grande scrittore e il critico allora … impazzisce dalla gioia ;-) … non è un caso se landolfi odiava a morte i critici e … si vendica non rivelando il suo segreto … o per lo meno evitando di dire che non esiste alcun segreto landolfiano … perchè il segreto è altrove;-)

  23. unsignorechepassava il 11 gennaio 2010 alle 19:25

    saltato un mio commneto @ tramutoli, in cui prendevo atto delle sue precisazioni.
    su landolfi, ipotizzerei che la questione è biologica, ci sono persone che non hanno strutturato il doppio registro necessario a godere del suo linguaggio parodistico, inattuale, a ben guardare sempre sottilmente sarcastico (ogni parola, una puntata, anche, si potrebbe dire…un’avventura, un gioco nell’indeterminato…)

  24. Enrico Macioci il 11 gennaio 2010 alle 20:48

    Molto bello l’ultimo commento di Georgia, che condivido in generale – non m’addentro nel particolare perché di Landolfi ho letto poco. Però è vero, esistono scrittori che scrivono alla grande senza metterci dentro il dna, io ne cito uno attuale che a me fa quest’effetto ed è Jonathan Franzen, quando lo leggo mi piace ma quando lo finisco penso che non lo rileggerò (anche se poi finisco per rileggerlo), penso che è molto intelligente ma senza un gran cuore, penso insomma che la sua intelligenza sia fredda – cosa che non m’accade invece con alcuni “intelligentissimi” come Proust o Wallace o persino Pynchon. E Franzen gode della stima pressoché incondizionata della critica – forse il suo tipo di scrittura non urta troppo i nervi estetici e neppure quelli etici, mentre l’innegabile talento narrativo lo eleva nella considerazione critica più in alto di dove, forse, meriterebbe di stare.

  25. hapax il 12 gennaio 2010 alle 21:15

    domanda per cortellessa: ma se vado in norvegia e ci resto, e l’italiano mi si sfranceca e snebbia, e con quel che raccatto riscrivo, e morente ti chiedo di nuovo: mi leggi?, tu mi leggi?

  26. Marco il 13 gennaio 2010 alle 08:20

    Landolfi non è Calvino.
    Landolfi non regge il confronto col tempo.

  27. Lucio Angelini il 13 gennaio 2010 alle 10:59

    @ Marco. Calvino era talmente geniale che anno si divertì a partecipare dall’aldilà al premio Calvino:

    http://www.lucioangelini.splinder.com/post/10146534

  28. georgia il 13 gennaio 2010 alle 11:41

    Landolfi non regge il confronto col tempo.

    Questa è la cazzata più sesquipedalica che abbia mai sentito :-).
    Non vorrei trovarmi nella situazione di chi buttare giù dalla torre tra calvino e landolfi … ma, in caso di necessità, non avrei incertezze ;-)

  29. Stefanie G. il 14 gennaio 2010 alle 16:19

    Ecco,mi sembra di aver meglio capito. Quando dicevo che la traduzione di Schmidt era macchinosa, intendevo lambiccata alla Landolfi: non se ne abbia a male Pinto.

  30. unsignorechepassava il 14 gennaio 2010 alle 17:29

    misteri della fruizione estetica… a me invece landolfi sembra avere molta più “anima”… attraverso il suo parodismo, trapela una psiche complessa e vertiginosa, che si manifesta per simboli, allusioni e più esplicitamente nei diari… landolfi ha fatto parte della mia vita vivamente, lo citavo, lo “pensavo”…gadda invece mantrugia sì, ma a me resta nella bocca… alla fine, anche nella cognizione, per me resta una psiche piatta, da tecnico… ma è vero che dovrei rileggerlo.
    dalla torre butterei però lui, lasciando sopra dimezzati landolfi e calvino,e magari parise e qualche altro appesi alle merlate… mi sembra sempre più difficile l’orientamento sulle emozioni e il corpo, che quello sulla lingua…

  31. Andrea Cortellessa il 15 gennaio 2010 alle 09:09

    @ unsignorechepassava
    Guarda caso Il gioco della torre è un titolo di Landolfi (seppure postumo, e dunque apocrifo). Io preferisco pensare, in questi casi, al racconto di Michele Mari, Otto scrittori, in quello che è il suo capolavoro, Tu, sanguinosa infanzia (da poco riproposto, nel silenzio generale, da Einaudi). Perché nell’immagine del gioco della torre trovo troppa compiaciuta souplesse, nei gettatori; mentre rinunciare a signori come Gadda dovrebbe comportare – come in quelle pagine per fortuna discretamente celebri del miglior discepolo di questi gran signori – una lacerazione, uno spasimo, insomma la tentazione di gettare noi al posto loro. Ciò detto, e sebbene sia convinto che è Gadda “il maggior narratore italiano del Novecento”, anch’io amo più Landolfi. Ma definirla “piatta”, la psiche dell’Ingegnere, mi pare proprio una bestemmia.

  32. Lucio Angelini il 15 gennaio 2010 alle 10:18

    @ Cortellessa. A proposito di Mari, vd:

    http://www.lucioangelini.splinder.com/post/6382416

    e l’incomparabile: “Di che cosa sanno le orecchie”:

    “Da piccolo credevo che le albicocche secche fossero orecchie, e mi domandavo a quali infelici fossero state tagliate. Quando fui costretto ad assaggiarne una, prelevandola da una composizione natalizia di datteri e frutta candita, mi dissi: ‘Di questo dunque sanno le orecchie’ “

  33. Giancarlo Tramutoli il 15 gennaio 2010 alle 10:25

    Ecco, per parlare di cose belle, di Michele Mari, mi piace ricordare uno dei migliori libri di poesia italiani: Cento poesie d’amore a Ladyhawk e un magnifico suo racconto: I palloni del signor Kurz.

  34. georgia il 15 gennaio 2010 alle 11:07

    gettare gadda? …mo dio mi vengono i brividi … anche se non è fra i miei autori preferiti … ma questo non vuol dire nulla :-)
    Ad ogni modo la bella espessione “mantrugiare le parole” (accartocciarle e spigazzarle con le mani come carta) è di landolfi e infatti è più adatta a lui che a gadda (come l’ho usata io) infatti gadda non le spiegazza ma le ingoia le digerisce e ricrea, gadda era un divoratore di carta e parole, e i sui sputi sono una delle cose pregevoli e divine della lingua italiana. Landolfi al massimo le mantrugia, appunto con le mani. La letteratura forse vale veramente solo quando supera la lettura ad alta voce, e forse questo è il vero limite di landolfi (che per altro è geniale), va solo letto e gli occhi che lo leggono raramente diventano anche udito. E’ quindi uno scrittore limita-to ma non per questo meno grande.
    geo

  35. francesco il 15 gennaio 2010 alle 11:43

    perdonate il quasi ot: qualcuno di voi ne sa qualcosa di giulio del tredici e del suo romanzo “tarbagatai” (einaudi)? in rete non si trova quasi nulla.
    grazie

  36. Enrico Macioci il 15 gennaio 2010 alle 15:31

    A mio avviso Gadda non è il maggior narratore italiano del ‘900, bensì il maggior scrittore. Gadda non narra, scrive (come del resto molto, forse troppo spesso accade in Italia). E come scrittore è insuperato.

  37. unsignorechepassava il 15 gennaio 2010 alle 15:38

    ma non è una bestemmia, una follia, qualsiasi predicazione, giudizio letterario, persino che dante sia meglio di s.bondi?… comunque, dicevo psiche piatta in rapporto a landolfi,e col beneficio del dubbio… in questi casi mi riferisco sempre a un certo senso dell’indicibile e del fuori linguaggio, o solo della sensazione che esista, del suo orlo…faccio un esempio: entrambi scrivono testi iniziatici, landolfi ne stende uno di pretto vocabolario (la passeggiata) risultando incomprensibile, gadda ricrea le parole, e si fa capire… doppia colpa di L., ortodosso e pigro… ma infine landolfi lo fa per gioco, o per dirci la verità vertiginosa (comprovata da questa discussione) che la comunicazione fra i corpi che siamo è illusoria? gadda invece riferisce a un plot di tipo giallo… certo il mistero è che quelle vicende accadano, obietterà cortellessa, ma allora qual’è la differenza con colombo? la lingua. ma allora non è troppo semplice quella lingua?

  38. Enrico Macioci il 15 gennaio 2010 alle 19:04

    “ma non è una bestemmia, una follia, qualsiasi predicazione, giudizio letterario, persino che dante sia meglio di s.bondi?…”
    A rigore di logica sì, è una bestemmia, perchè non è oggettivamente dimostrabile. Sul dramma dell’atto di critica in arte, sulla suprema soggettività inerente la valutazione di qualsivoglia prodotto immaginativo ha scritto belle pagine George Steiner, specie in NESSUNA PASSIONE SPENTA e in VERE PRESENZE.

  39. egli il 15 gennaio 2010 alle 20:18

    “Posto non c’è più, meno male, per biografia veruna”

    Giulio Del Tredici

  40. Andrea Cortellessa il 16 gennaio 2010 alle 09:21

    @ Enrico Macioci
    Questa secondo la quale Gadda scrive senza narrare è una delle vulgatae più dure a morire. L’ha detta Mengaldo, ma la pensava Moravia (il quale la dice esplicitamente di Landolfi del resto, come ho mostrato in Scuole segrete) e dopo di lui la ripetono compiaciuti tutti i nipotini di Moravia come alibi perfetto delle loro scritture-Cesira (l’espressione è del Gaddus, ovvio: Lingua letteraria e lingua d’uso, 1944, cito a memoria).
    Beh, molto semplicemente non è vero. Gadda narra, sempre, tranne in certe prose argentee e tarde (spesso su artisti o su altri scrittori), e tranne che in Eros e Priapo (testo arduo da tutti i punti di vista, che magari potremo leggere finalmente per la prima volta quando sarà completata l’edizione critica in corso di Paola Italia e Giorgio Pinotti). Proprio Gadda (la Cognizione, il Pasticciaccio, l’Incendio in Via Keplero!) dovrebbe aver mostrato una volta per tutte come narrare vivaddio, nella modernità e dopo di essa, non può essere solo il “da A a B”, e la marchesa uscì alle cinque. Gadda ha davvero e in sommo grado la curiositas umana, antropologica (altro che psiche piatta!), e topografica, geografica, storiografica, del vero narratore. Quella che infatti Landolfi ha molto meno (in parte anche per le ragioni che dice Georgia; è vero che Gadda è scrittore potentissimo se letto a voce alta e Landolfi assai meno). Landolfi è maggior scrittore di lui, giungo a opinare (ed è tutto dire); ma il maggior narratore del Novecento resta l’Ingegnere.

  41. saverio il 16 gennaio 2010 alle 10:20

    Sempre più spesso, ultimamente, mi tocca applaudire il Cortellessa.

    Forse Gadda non narra per chi è abituato alle narrazioni lineari, dove tutto è precostituito e il codice si adegua alla lingua senza metterla in crisi. Gadda non evita la narrazione, semplicemente ne scardina dall’interno le gerarchie.

    Ha ragione Cortellessa: Gadda ha «mostrato una volta per tutte come narrare».

    Una rottura epistemica, pari, per valore, a quella operata dalla fisica quantistica nei confronti della fisica tradizionale. Interruzione dello svolgimento, ironia corrosiva, trasgressione del rapporto tra parola e referente … Tutto concorre ad una “meccanica” che eccede la norma.

    Tutto il resto è «intrattenimento».

    Applaudo sinceramente.

    Saverio

  42. georgia il 16 gennaio 2010 alle 12:41

    si può concordare con cortellessa :-) però ci andrei piano con pietre tombali da porre sopra il narrare … anche queste diventano vulgata.
    Cortellessa dice:
    “dovrebbe aver mostrato una volta per tutte come narrare vivaddio, nella modernità e dopo di essa, non può essere solo il “da A a B”, e la marchesa uscì alle cinque”.
    Io non ci credo a una volta per tutte e non mi stupirei, nè tanto meno scandalizzerei, se apparisse un grande scrittore che dice la marchesa usci alle cinque … Come diceva landolfi : l’arte non è mai a priori. Prima si scrive e poi si teorizza e non il contrario.
    Se poi landolfi sia migliore o peggiore di gadda … non lo so, me li tengo ambedue, diversi e importanti proprio per la loro diversità. Io sono, vivaiddio, per il pluralismo ;-)

  43. Giancarlo Tramutoli il 16 gennaio 2010 alle 14:46

    Brava Georgia!
    Sottoscrivo, ma anche sopra e pure in mezzo.
    “Vivaddio e una volta per tutte!”
    Uno che scrive così, fa il critico letterario? Mamma mia….
    Landolfi così, ma Gadda cosà….
    che stucchevole voyerismo…

    Coraggio, il meglio è passato.
    (Ennio Flaiano)

  44. Enrico Macioci il 16 gennaio 2010 alle 15:27

    @cortellessa
    Ma io sono d’accordo con te, e infatti ho letto quasi tutto Gadda con enorme piacere, ho letto e leggo con enorme piacere Wallace (e parecchi altri), e nel mio piccolo narro in maniera tutt’altro che convenzionale. Mentre Moravia, tolto AGOSTINO, lo trovo quasi micidiale. Quel che intendevo dire è proprio che Gadda non va da A a B fino a Z, il mio discorso non riguardava la qualità dunque ma il modo di narrare; ed è senz’altro vero che a livello di narrazioni cosiddette classiche l’Italia vanti un canone molto più esile di, che so, Francia o Germania o Russia o Inghilterra o Stati Uniti. Nessun Tolstoj o Dostoevskij o Dickens o Mann o Proust o Stendhal o Balzac o Zola o Flaubert o George Eliot o Turgenev o Melville o James o Hawthorne o Hemingway o Steinbeck eccetera, nessun creatore di storie equilibrate (narrativamente centrate, se mi spiego) che siano anche vitali e creative. Da noi si crea appunto attraverso la forma, attraverso il gorgo del linguaggio, attraverso “mostri” o “sonnambuli” della lingua come pensiero, vedi appunto Gadda o D’Arrigo o, per arrivare a oggi, Moresco (non a caso siamo figli di Dante); non grandi personaggi (non Amleto o Don Chisciotte o Julien Sorel o Anna Karenina o Emma Bovary o Raskolnikov o Stavrogin o Isabel Archer e via andare) ma grande lingua che diventa grande immaginazione, che diventa essa stessa personaggio, e personaggio-mondo. Questa è la mia idea.
    ps: mai mi sono sognato d’affermare che la psiche di Gadda era piatta; se così fosse, allora il 99,99 per cento della popolazione mondiale al posto della psiche ha una tavola piallata di fresco (la quale ipotesi non è in fondo del tutto peregrina).

  45. saverio il 16 gennaio 2010 alle 15:30

    @ Georgia
    che la “vulgata” ami leggere à-là-Gadda (o che affermi la fine di un certo tipo di nararre) non mi pare proprio; che tipo di narrazione va per la maggiore, oggidì? Che tipo di narrazione viene data per scontata? Proprio quella che da A procede verso B …

    In ogni caso, a scanso di equivoci, io non ho nulla con quel tipo di narrazione. Ho applaudito, di recente, “The dome” di King e “La strada” di McCarthy. Per me siamo nell’«intrattenimento» (riprendo un termine che usa spesso Cortellessa, ma che mi convince), ma anche l’intrattenimento ha la sua importanza, e può essere di qualità. Non è sempre il tempo di combattere.

    Altra cosa è però l’arte della letteratura. Arte e intrattenimento, almeno per me, è bene che restino distinte …

    Rispetto, poi, a ciò che scrivi sul “prima si scrive e poi si teorizza”, non è del tutto vero per Gadda. A meno che non si creda che la sua “tecnica” sia casuale. Quanti inserti dedicati al “procedimento” ci sono nei suoi romanzi? Comunque, almeno per questi grandi autori, teoria e scrittura non sono dimensioni separate, ma una compenetrata nell’altra …

    @ Tramutoli
    Perché mai un critico non può, in sede di commento su di un blog, scrivere “vivvadio e una volta per tutte”? Capisco lo scrivesse su di un saggio … Ma qui, dove capita di leggere ben di peggio!

    E ha anche il diritto di scrivere in un saggio che non si possa che partire da Gadda per scrivere romanzi … Per di più si tratta di una posizione pienamente legittima, almeno rispetto alla storia della nostra letteratura, anche di quella della critica letteraria che ha studiato Gadda … Non mi pare che Cortellessa sia solo, su ciò …

    Saverio

  46. egli il 16 gennaio 2010 alle 20:09

    Gadda fa tintinnare le chiavi del linguaggio senza aprire nessuna porta

  47. Giancarlo Tramutoli il 16 gennaio 2010 alle 20:20

    @Saverio
    Hai ragione. A volte esagero, perdirindidina.

  48. unsignorechepassava il 16 gennaio 2010 alle 20:53

    “Gadda ha davvero e in sommo grado la curiositas umana, antropologica (altro che psiche piatta!), e topografica, geografica, storiografica, del vero narratore”
    … io la dicevo proprio (relativamente) appiattita sulla dimensione umana e mondana…
    in tal senso è accostabile a manzoni… (che per le stesse ragioni, considero “più” scrittore che narratore)
    con ciò, non vorrei fare la parte del difensore a oltranza di L, non saprei dire chi è “meglio” dei due, ho detto solo che, nel gioco, butterei giù gadda.

  49. unsignorechepassava il 16 gennaio 2010 alle 20:54

    un po’ drastica la frase di egli, ma mi sembra che si riferisca alla mia stessa sensazione

  50. Andrea Cortellessa il 17 gennaio 2010 alle 09:59

    @ egli e unsignorechepassava
    Stiamo per definizione partecipando a un gioco di società, anche se non amo chiamarlo “della torre”. Dunque nessuno ovviamente – lo si dica anche a uso di chi improvvisamente decide di munirsi, qui, di matita rossa e blu (la stessa che poi disama in chi fa il critico, proprio) – pretende di impiantare un discorso critico articolato, in questa occasione. Epperò ci tengo a precisare che non ho detto qui, e non mi sognerei mai di dire neppure ubriaco, che non “si possa che partire da Gadda per scrivere romanzi…”. Ho scritto anzi proprio il contrario, tantissime volte: e dell’eredità di Gadda, che però negli ultimi dieci anni pare appassita assai fra i narratori nostrani; e delle altre e più produttive eredità che si possono leggere invece in controluce (faccio notare per es. che la discussione parte, qui, da un mio libro dove sostengo l’esistenza di “una ‘funzione’ (per dirla con Gianfranco Contini) ad altre alternativa e, di esse, più sottilmente operante: nella poesia e nella narrativa italiana di secondo Novecento”). Ho detto bensì che lo straordinario risultato anche e soprattutto narrativo di Gadda dimostra, vivaddio e una volta per tutte!, come non si possa più fare “un certo tipo di romanzo” – quello che è in gran parte lui a decostruire, in Italia, peraltro in parte preterintenzionalmente (per convenire col giudizio di Georgia la quale sostiene che non valgono gli a priori: gli a priori esistono eccome, solo che poi ad agire veramente, e a lento rilascio, non sono mai esattamente loro). Quello che si può fare dopo questa violenta ridefinizione lo vediamo bene leggendo quello che appunto dopo di lui s’è scritto: che non viene solo (e nemmeno tanto, da ultimo) da Gadda.

  51. Giancarlo Tramutoli il 17 gennaio 2010 alle 10:23

    Il critico non sopporta d’essere criticato.
    La matita rossoblù la uso io la usi tu.
    Vivaddio e abbassobelzebù.

  52. Giancarlo Tramutoli il 17 gennaio 2010 alle 11:13

    Qui ci si sente a proprio agio come il generale Custer a Little Bighorn…
    C’è una disposizione al riso che manco in oriente. Ci vediamo tutti martedì a Roma al processo del collaborazionista Nori. Non disturbiamo più che c’è chi deve preparare la requisitoria finale. Allegrìa!

  53. georgia il 17 gennaio 2010 alle 11:31

    A Saverio che dice
    Rispetto, poi, a ciò che scrivi sul “prima si scrive e poi si teorizza”, non è del tutto vero per Gadda. A meno che non si creda che la sua “tecnica” sia casuale.

    la rete è buffa, perché è molto difficile che il ricevente riceva il messaggio uguale a come lo ha inviato il mittente.
    Certo non mi sono mai sognata di dire che ogni autore non abbia una sua teoria anche se penso che teoria e scrittura vadano di pari passo, e quindi non possano essere scisse, NELLO SCRITTORE, altrimenti la scrittura sarebbe, non la cosa grandiosa che è ma una cosa banalissima e replicabile a piacimento come uno spot pubblicitario. Diverso quando un critico (il teorico della scrittura altrui, per lo meno nel momento che fa il critico) afferma, a priori, come si debba o non si debba scrivere, di cosa si debba o non si debba parlare, a che ora si debba uscire o entrare .. Questo non è possibile, lo si può e lo si deve fare solo quando si ha il libro sotto gli occhi, e che detto libro inizi alla Gadda o con la marchesa che esce alle cinque … è cosa del tutto secondaria.
    Perché mai scrivere come Gadda dovrebbe essere l’unica maniera di narrare? (lo era per Gadda questo è innegabile, ma solo per lui). Quando ho citato Landolfi pensavo ad un bellissimo pezzo nel diario Des Mois in cui dice che l’arte, a differenza della scienza, non fa mai centro una volta per tutte, nel senso che se uno scopre una formula matematica o una legge fisica quella è poi per sempre, e se ha fatto centro una volte (poi viene teorizzato) e da quel momento farà sempre centro, altra cosa è l’arte: è possibile, a volte, fare centro (trovare un modo di narrare, un ritmo poetico ecc.) ma non è detto che con quella formula si faccia poi sempre centro. NON è detto per lo stesso scrittore figuriamoci addirittura per gli altri scrittori che verranno dopo. Non esiste un modo di scrivere migliore di un altro, esiste solo lo scrittore che rende il suo modo di scrivere (e neppure sempre) un aver fatto Centro.



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