CORAGGIO, COMPAGNI

11 gennaio 2010
Pubblicato da

di Franco Buffoni

Venerdì 8 gennaio si è tenuta a Roma una assemblea dei poeti inclusi nell’e-book Calpestare l’oblio. Su invito del curatore, Davide Nota, ho tenuto una relazione, che qui propongo per punti essenziali.

Oblio della memoria
1) Perché molti italiani si sentirono offesi, toccati nel sentimento profondo, quando chi attualmente siede a Palazzo Chigi propose di trasformare il 25 Aprile nella Festa delle Libertà? Perché la Resistenza fu anzitutto antifascista. Cercare di annacquarla in una generica festa delle libertà (riecheggiante per altro quel Popolo delle Libertà all’interno del quale sono confluiti i post fascisti) ebbe per loro il sapore di una beffa.
Questo naturalmente non cambia un dato storico ben noto: all’interno delle forze che diedero vita alla Resistenza, la componente comunista fu essenziale. E certamente non era uno stato costituzionale di diritto in senso liberale, moderno, europeo, quello che molti di loro sognavano in quegli anni tragici. Per altro è anche facilmente comprensibile che un giovane – che nel 1943 decide di rischiare la vita per fare il partigiano – voglia anche rimuovere la cause che produssero il fascismo, e abbracci la scorciatoia illusoria della rivoluzione.
Tuttavia il lavoro in seguito compiuto nell’Assemblea Costituente del 46-7 dalla componente comunista sta a dimostrarne l’alto tasso di ragionevolezza politica, volto alla stesura di una carta costituzionale che dopo più di sessanta anni ancora ci permette di stare orgogliosamente in Europa.
Fatte salve le personali “buone fedi”, c’è un dato oggettivo da sottolineare: in quegli anni tormentati molti videro la luce giusta, che portò alla costruzione di uno stato costituzionale di diritto; altri si lasciarono ancora abbagliare da fiammate di stato etico, oggi chiaramente sconfitto dalla storia e dal buon senso. Chi state leggendo è nato nel 1948, ha l’età della Costituzione, se avesse avuto l’età della ragione – allora – avrebbe militato nel Partito d’Azione.
E se proprio volete che vi sveli fino in fondo il mio pensiero, vi dico che sentimentalmente sono con i giovani partigiani comunisti tosti duri e puri; ideologicamente difendo con tenacia le ragioni dell’antifascismo non comunista di Giustizia e Libertà.
Per questo ho dedicato una poesia

Alla Costituzione italiana

Le costituzioni, recita il mio vecchio
Dictionary of Phrase and Fable,
Possono essere aristocratiche o dispotiche
Democratiche o miste.
Ecco, per te che non prometti
Di perseguire l’imperseguibile
– La felicità degli uomini –
Vorrei non pensare davvero a quel “mixed”
Che ricade sugli effetti salvando i presupposti:
Di te che prometti il perseguibile
Vorrei restasse il lampo negli occhi di Gobetti,
Già finito per altro in poesia.

2) Così come la Resistenza fu antifascista, il Risorgimento fu anticlericale. Per questo i veri liberali si sentirono offesi qualche settimana fa, quando il nostro ineffabile ministro degli Esteri definì “suggestiva” la proposta di inserire una croce nel campo bianco della bandiera italiana. L’argomento addotto (“la croce è presente nella bandiera di numerosi stati soprattutto nord europei”) è specioso e antistorico. La croce sta in quelle bandiere da numerosi secoli, dal tempo in cui vigevano princìpi quali “cuius regio eius religio”. La bandiera italiana è recente: come quella francese affonda le proprie radici nell’Illuminismo. La bandiera italiana appartiene al Risorgimento e all’anticlericalismo: la sventolavano i ragazzi della Repubblica Romana che per essa si fecero massacrare nel 1849. Va rispettata così come è, insieme alla Costituzione.

Rimozione della cultura nella società italiana
Per le stesse ragioni anagrafiche che ricordavo prima, ricordo molto bene i programmi che la televisione di stato italiana mandava in onda negli anni sessanta e settanta: vi era un solo canale, poi ve ne furono due, con una programmazione limitata a poche ore nell’arco della giornata. Ma a quante opere teatrali potei assistere nelle famose serate del venerdì dedicate alla prosa? Di quanti classici, di quanti romanzi da ragazzo appresi l’esistenza attraverso le programmazioni domenicali? E che dire di rubriche culturali di altissimo livello come “L’approdo”?
Ovviamente non c’era solo la televisione. Ma sappiamo che la lettura in Italia è patrimonio di pochi. Quella televisione era intrinsecamente istruttiva, svolse una funzione a cui la gran massa della programmazione delle reti generaliste oggi ha abdicato.
Con gli anni ottanta, nella tv di stato, si è innescato un perverso inseguimento al peggio delle reti commerciali, che ancora non si è concluso. La rimozione della cultura nella società italiana è iniziata allora: la famigerata legge Mammì consegnò tre reti a chi attualmente ci governa. Il presidente del consiglio di allora, poi morto latitante – colui che è riuscito a rendere impronunciabile in Italia il termine socialista – era legato a filo doppio a chi attualmente ci governa: che in anni più recenti si è impegnato a rendere quasi impronunciabile il termine liberale. Non dimentichiamo che quella dei veri liberali e quella dei veri socialisti sono le due famiglie politiche che reggono l’Unione europea.
Coloro che vorrebbero abolire la memoria del 25 Aprile vorrebbero dedicare una piazza di Milano al presidente del consiglio morto latitante. Perché non propongono anche l’erezione di un monumento? Coi due statisti insieme: quello che ha reso impronunciabile il termine socialista e quello che ha reso impronunciabile il termine liberale. Distruggendoci culturalmente.

Funzione dei poeti nell’attuale fase della storia nazionale
Nessuno si fa più illusioni sul ruolo sociale che la poesia in senso stretto può svolgere nella attuale situazione culturale e politica. Sappiamo bene che il bisogno – larghissimo – di poesia in senso ampio da parte delle masse soprattutto giovanili è soddisfatto dalla canzone (quando va bene d’autore). Sappiamo anche che il poeta come figura pubblica non esiste più. Personaggi come Fernanda Pivano hanno fatto di tutto perché ad essa, in Italia, si sostituisse la figura del cantautore. Il poeta resta nell’immaginario collettivo al più come un illuso vanesio, oppure come un pazzo o un eccentrico (Alda Merini). Tuttavia i poeti continuano ad esserci e a scrivere. Si conoscono tra loro, si criticano ferocemente e il loro lavoro sul linguaggio e sulle idee viene depredato (con qualche anno di ritardo) proprio da quei cantautori di cui dicevo prima. Però i poeti sono uomini e donne provvisti di poderose antenne anche civili. E quando è il caso possono scrivere anche in prosa. E sanno graffiare chi pretende di “governarli”. (Un esempio per tutti: rileggetevi l’ultimo libro del mio maestro Giovanni Raboni, quello che l’Einaudi si rifiutò di pubblicare, quello dove campeggia “il Menzogna”).
Credo che proprio questo sia il punto: occorre organizzare meglio il lavoro pubblico e il rapporto con il pubblico. Occorre imparare ad usare meglio quello strumento formidabile che è la rete.
La rete, negli Stati Uniti – dopo otto anni di omofobo texano – è riuscita a fare eleggere un presidente decente. La parte colta della nazione – quella degli artisti, dei poeti, dei ricercatori, degli scienziati, degli attivisti per i diritti civili – è riuscita a saldarsi alla parte più semplice e potenzialmente più morale e più sana della nazione. Credo sia questa la direzione in cui andare. E c’è un immenso lavoro da svolgere.

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51 Responses to CORAGGIO, COMPAGNI

  1. Alcor il 11 gennaio 2010 alle 20:40

    Sono d’accordo con molte cose, ma soprattutto, perché parlando di rete e cultura non è un dettaglio, con questa:

    “Personaggi come Fernanda Pivano hanno fatto di tutto perché ad essa, in Italia, si sostituisse la figura del cantautore.”

  2. Robin Masters il 11 gennaio 2010 alle 21:42

    Si certo è stata proprio la rete ha far eleggere un presidente degli stati uniti…

  3. niky lismo il 11 gennaio 2010 alle 23:10

    Però la rimozione della cultura non è soltanto un aspetto della barbarie civile tele-inflitta alla società, bensì anche un mezzo (IL MEZZO) per la perpetuazione degli assetti di potere: sostituzione dell’aziendalismo a qualsiasi ideologia confliggente, primazia del profitto su qualsiasi valore etico/estetico, sottrazione degli argomenti critici tramite la sottrazione del sapere. In questo quadro è sommamente opportuno che la poesia e le lettere assolvano a un ruolo di coscienza civile, ma per questo occorre che la poesia sia soprattutto tale: bella, toccante, profonda.

  4. saverio il 11 gennaio 2010 alle 23:32

    Dissento su tutto, e con rabbia dissento radicalmente sul finale: se la direzione è quella di Obama, allora prepariamoci ad applaudire colpi di stato in Honduras, aumento della militarizzazione in America Latina, fallimento di ogni patto sull’ambiente, bombardamenti a tappeto in Afghanistan e nello Yemen e in Pakistan e in Somalia e in Iran, sostegno a Israele e ai suoi massacri … Già, perché questo tollera la parte più sana della nazione usamericana: che il suo Presidente attuale faccia peggio del precedente … Sì, c’è un immenso lavoro da svolgere per riuscire ad andare al di là delle apparenze …

    Saverio

  5. sparz il 11 gennaio 2010 alle 23:37

    bellissimo, Franco, l’avrei classificato anche “A gamba tesa”. C’è un immenso lavoro da svolgere.

  6. francesco pecoraro il 12 gennaio 2010 alle 09:57

    “la scorciatoia illusoria della rivoluzione”.
    che la rivoluzione sia una “scorciatoia” non lo sapevo: certo andava detto per tempo a robespierre e pure a lenin e a castro.
    quest’ultimo per arrivare all’avana prese la scorciatoia della sierra maestra, per esempio.
    errore, illusione.

  7. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 10:41

    giusto rilievo, quello di tash sulla scorciatoia, la scorciatoia permette di arrivare in fretta e per via impervia alla stessa meta della via lunga e lenta, le scorciatoie rivoluzionarie finora hanno portato, con nostra disperazione, a barbarie sempre nuove

  8. un'amica di Nanda il 12 gennaio 2010 alle 11:18

    Lou Reed è più emozionante e tragico di Buffoni: non è colpa della Nanda se Buffoni non è Reed. Il pubblico ama Reed, non ama Buffoni.

  9. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 12:28

    se è per questo, il pubblico ama anche il grande fratello

  10. francesco pecoraro il 12 gennaio 2010 alle 14:53

    non concordo col commento di alcor sulle rivoluzioni.

  11. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 15:15

    lo so.
    Ma nelle situazioni rivoluzionarie che citi, tutte, non avresti potuto dire niente delle cose che dici liberamente qui.

  12. anfiosso il 12 gennaio 2010 alle 16:43

    1. Mi è parsa strana la definizione di scorciatoje illusorie affibbiata alle rivoluzioni. Le riforme si contrappongono validamente alle rivoluzioni solo finché possono essere fatte. Quando le rivoluzioni scoppiano, SE scoppiano, è perché non poteva farsene a meno. E’ quando non scoppiano mai, secondo me, il vero problema.

    2. Mi è parsa strana anche l’attribuzione alla Pivano, come anche ad altri non precisati, della volontà di sostituire il cantautore al poeta. Credo che la Pivano abbia semplicemente trovato nei cantautori qualcosa che nei poeti nostrali manca, e che probabilmente nei beat c’era, cioè la capacità di occuparsi, e pazienza se grossolanamente, appunto delle questioni sociali di cui parla Buffoni. Raboni può dare ottime lezioni, ma non trasmettere entusiasmo quanto un versificatore da strapazzo animato di ottime intenzioni. Comunque il bacìno di utenza dei cantautori è più ricco, non solo numericamente, rispetto a quello dei poeti di cui non si capisce un tubo: cioè, non solo è numericamente superiore, ma è anche trasversale. Quello dei poeti che non capisce nessuno assolutamente no. (Il poeta in Italia è uomo di cultura, non necessariamente un artista).

    3. Mi è parso strano anche attribuire all’avvento di Obama gli stigmi di un punto di non ritorno: l’elettorato statunitense è abituato da sempre ad alternare al potere democratici e repubblicani a seconda dell’andamento dei mercati: quando è ora di abboffarsi eleggono un destrorso, quando è ora di tirare la cinghia chiamano un democratico (perché la sinistra amministra meglio).

    Sul resto sono d’accordissimo, è abbastanza ovvio.

  13. francesco pecoraro il 12 gennaio 2010 alle 17:33

    d’accordo con anfiosso.

  14. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 18:49

    Scorciatoia illusoria, almeno per me, per Buffoni ovviamente non so, è stata la convinzione che si potesse raggiungere il fine infischiandosene dei mezzi.
    I mezzi, nelle rivoluzioni che abbiamo conosciuto, sono stati sanguinari, e hanno portato a risultati diversi da quelli voluti.
    A parte quella americana, che era però più che una rivoluzione è stata una guerra di indipendenza.
    Resta valido culturalmente solo il valore dell’utopia, sia quella della rivoluzione francese, che però sopravvive nella sua interezza solo nel motto, sia quella comunista, che è fallita, producendo alla fine lo stalinismo.
    Tra i molti libri prodotti da quella sconfitta il più emozionante e terribile per me resta “L’epoca e i lupi”.
    Della rivoluzione castrista, che ha sempre avuto da parte della sinistra un occhio di riguardo, anche mio, offre un’immagine diversa un vecchio film che forse qualcuno ricorderà ed era “Fragole e cioccolato”, se non sbaglio il titolo.
    Alla spinta iniziale succede sempre una spinta contraria e se va bene è burocratica, se va male è distruttiva.
    Senza dimenticare il compagno Mao e il suo balzo in avanti, che provocò milioni di morti.
    Troppe rivoluzioni, scorciatoie verso la felicità in terra dell’uomo oppresso, hanno portato all’infelicità di quello stesso uomini oppresso che aveva molto sperato.

    Quanto alla Pivano, non c’è dubbio che abbia trovato nei cantautori qualcosa che non trovava nei poeti nostrali, peccato che abbia scritto il più imbarazzante (per bruttezza e banalità) romanzo che mai mi sia capitato tra le mani, che basta da solo, a mio avviso, a mettere in dubbio la sua capacità di capire la poesia.
    E vale per lei, come per tutti, il fatto che ci si sceglie legittimamente quello che ci emoziona di più, la Pivano i cantautori, gli amanti di Boccelli Boccelli, gli spettatori di C’è posta per te la famiglia infranta e lacrimosa.

    Però la Pivano è anche quella che sostenendo che De Andrè è un poeta, metteva sullo stesso piano l’autore di questo testo:

    Re Carlo tornava dalla guerra
    lo accoglie la sua terra
    cingendolo d’allor

    al sol della calda primavera
    lampeggia l’armatura
    del sire vincitor

    il sangue del principe del Moro
    arrossano il ciniero
    d’identico color

    ma più che del corpo le ferite
    da Carlo son sentite
    le bramosie d’amor

    “se ansia di gloria e sete d’onore
    spegne la guerra al vincitore
    non ti concede un momento per fare all’amore

    chi poi impone alla sposa soave di castità
    la cintura in me grave
    in battaglia può correre il rischio di perder la chiave”

    e l’autore di questo testo:

    “E così ti rintracciammo

    immensa madreperla, definito lisciare
    forte di uno spessore
    tra i dieci e i quaranta ciemme.
    no, non c’è posto qui per una misura
    ma solo per l’assidua genitura
    e cattura e fughe di luci fuse in una
    fornace fredda tagliaocchi di sole
    alle 5 di sera. E sul lago brughiera
    ripulita d’ogni cannuccia e tutte intreccio
    di cannucce di luce – no – non ci sono
    c’è abbondanza di spazio gelato in già-lago
    e pur sempre più lago
    …”

    testo, quest’ultimo, tratto da Conglomerati di Zanzotto, che può anche non piacere, che si può anche non capire, del quale si può anche fare a meno, anzi, il paese ne fa a meno, ma che è comunque il testo di un poeta e non quello di un cantautore.

    E’ la pazzesca confusione prodotta alla Pivano, e non solo da lei, ovviamente, che io contesto, non il fatto che ognuno abbia il diritto di leggere e ascoltare quel che gli pare e gli piace.
    Figure come la Pivano, figure che godono di fama riflessa e si servono di quella fama, consapevoli o meno – ma io all’innocenza non credo – per ridurre l’attenzione, e anche la fatica, sì, la fatica, che comporta la consapevolezza culturale, che è fatta sempre anche dai poeti minori – certo, di geni ne nascono forse, se si è fortunati, uno per secolo – che hanno tuttavia l’onere della ricerca e della tradizione, e si pongono testardamente e consapevolmente anche di fronte allo scacco, io le aborrisco sinceramente.
    Dopo di che, libero ognuno.

  15. elisa il 12 gennaio 2010 alle 19:04

    Paolo Villaggio: «La scelta dell’ambientazione medioevale fu tutta farina del mio sacco; Fabrizio ci mise solo la musica. Cioè avvenne il contrario, lui aveva già la musica ed io ci misi le parole….In una settimana scrissi le parole di questa presa in giro del povero Carlo Martello». Non parlate male della Nanda, e anche di Fabrizio – che è, se volete, l’autore di Amico fragile e della Domenica delle salme.

  16. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 19:09

    chiedo perdono per i refusi e altre mostruosità

  17. francesco pecoraro il 12 gennaio 2010 alle 19:29

    non so, della sostituzione della poesia “alta” con canzoni “basse” e delle responsabilità della pivano non saprei che dire, tranne che mi pare disputa di lana caprina: nel secondo dopoguerra del Novecento, per la prima volta nella Storia, si è prodotta una forma d’arte veramente popolare, costruita da artisti non colti in senso tradizionale, fatta per le masse, senza tanti problemi, che ha avuto seguiti immensi ed enormi conseguenze politiche e culturali in tutto il mondo: prenderne atto non sarebbe male, anche se lì dentro c’è sicuramente molta robaccia.
    poi sono d’accordo sull’inopportunità della deificazione post mortem di de andrè: ma metterlo a fronte di zanzotto non mi sembra opportuno, per motivi evidenti.
    quanto alle rivoluzioni (non alla “rivoluzione” cui si pensava nel decennio ’67-’77 in italia, ma le Rivoluzioni quelle vere) si tratta degli unici momenti di autentica purezza della storia: dura pochi giorni, ma vuoi mettere?

  18. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 19:44

    Mica lo metto io di fronte a Zanzotto, è la Pivano a farlo, nei fatti, e nelle conseguenze.

    E questo che dici:

    “nel secondo dopoguerra del Novecento, per la prima volta nella Storia, si è prodotta una forma d’arte veramente popolare”

    è falso patocco, senza tua colpa, ovviamente, perché non sei tenuto a saperlo, ma forme d’arte veramente popolari ce ne sono sempre state.

  19. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 19:47

    ah, la rivoluzione, sì, il momento di autentica purezza (identico nella retorica delle rivoluzioni fasciste che nelle altre, perché la purezza è trasversale) dura poco, e poi deve farsi una doccia per levarsi via il sangue.

  20. Enrico Macioci il 12 gennaio 2010 alle 19:49

    Al di là del valore artistico canzone e poesia sono due forme d’espressione diverse; un po’ come calcio e pallavolo sono entrambi sport, ma diversi. Non ho mai capito come si possa dire (intendendo l’espressione letteralmente): questa canzone è una poesia, quel cantautore è un poeta. Pura assurdità.
    Sulle rivoluzioni tendo a concordare con Alcor, ma non sono sicuro che in un momento come quello che viviamo oggi non ne occorrerebbe una…Ed è concepibile una rivoluzione non violenta?

  21. saverio il 12 gennaio 2010 alle 19:54

    Secondo me, Alcor, dovresti non dico riprendere in mano la storia delle Rivoluzioni, ma almeno provare a contestualizzarle in progress … O vuoi dirmi che la Rivoluzione francese, pur con tutte quelle teste tagliate, non abbia prodotto un passo avanti dello sviluppo, anche intellettuale, dell’umanità? Che saremo noi, oggi, senza quell’esperienza? … La Rivoluzione d’Ottobre ha permesso, ad esempio, che milioni di russi imparassero a leggere e scrivere, o che partecipassero in massa alle sorti della loro terra; è stato l’unico evento – altro che la non violenza! – a fermare il massacro della guerra; ha permesso, per riflesso, di liberarsi del colonialismo; anche alcune conquiste minime (tipo sufragio universale, otto ore di lavoro in luogo delle dodici, etc.) sono state possibili grazie agli impulsi dell’Ottobre. Se poi ha trionfato il terrore staliniano è perché non è accaduto quel fatto che ne avrebbe permesso lo svolgimento in senso libertario: la Rivoluzione nei principali paesi europei; da qui l’obbrobrio teorico del “socialismo in un solo paese” (e comunque non dimenticare che lo stalinismo è stato l’esito anche della guerra condotta contro l’URSS dalle principali potenze alleate contro “il pericolo rosso”; e non dimenticare che i primi ad essere massacrati da Stalin sono stati quelli della “vecchia guardia” bolscevica) … Insomma, quella rivoluzione era la cosa giusta da fare in quella situazione; a meno che, certo, non si preferisse la restaurazione dello zarismo … La Rivoluzione non è un pranzo di gala, e poi certe teste è bene che siano tagliate: non foss’altro per dimostrare quanto fossero vuote … (10 bollini rossi a chi scova l’autore della seconda frase citata) …

    Saverio

  22. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 20:31

    @Saverio

    posso farlo, ho Hobsbawm qui alle mie spalle, le rivoluzioni, pur con i loro esiti infausti, furono una strada obbligata in alcuni paesi occidentali perché le classi dominanti non volevano mollare il potere, e se fossi stata una cittadina tra 1l 1789 e il 1848 e anche nel ‘5 o nel ’17, sarei salita sulle barricate, ma parlarne così oggi, come se fossero un momento di purezza salvifica e magari anche ripetibile, è una forzatura estetica, un vezzo, se non un rivoluzionarismo da salotto virtuale.
    Del resto non sono state solo la rivoluzione Francese o quella d’Ottobre a portare a “un passo avanti dello sviluppo, anche intellettuale, dell’umanità”.
    Ogni epoca ha contribuito, e ogni mente.
    E ha contribuito anche al disastro.
    Ma dagli esiti delle rivoluzioni, oggi, nel 2010, qualcosa dovremmo aver imparato, non credi?
    La testa preferirei che mi restasse sulle spalle, vuota o piena.

  23. saverio il 12 gennaio 2010 alle 20:35

    il testo citato da Alcor (“Re Carlo tornava dalla guerra”) non è di de André, bensì di Paolo Villaggio! La confusione della Pivano era totale …

    s.

  24. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 20:41

    anche la mia, non lo sapevo:-)

  25. saverio il 12 gennaio 2010 alle 20:42

    @ Alcor
    leggo solo ora la tua risposta al mio precedente commento … Certo che dall’esito bisogna imparare; però nel post e nel tuo commento si parlava al passato … Bisogna imparare per evitare gli stessi errori, ecco: per rivoluzionare meglio, diciamo. Che poi le teste cadano o restino attaccate al collo, credimi, lo decideranno coloro i quali, stufi della situazione, decideranno di rivoltare tutto. Di certo, oggi, c’è solo la guerra (e la fame e la catastrofe ecologica …), tutte cose concrete cui concorre quell’Obama citato in positivo sul finire del post di Buffoni, e ci concorre ben più sostanzialmente di Berlusconi … Ma le persone di sinistra sono parecchio strane, si sa, e spesso prendono lucciole per lanterne …

    saverio

  26. Robin Masters il 12 gennaio 2010 alle 20:47

    “sviluppo intellettuale dell’umanità”… la retorica della rivoluzione è come la retorica della democrazia…

    chi se ne riempie la bocca è capace di rivoluzionare se stesso almeno di un centimentro ?

  27. saverio il 12 gennaio 2010 alle 21:12

    @ Robin Masters
    Almeno citi correttamente: ho scritto “sviluppo, anche intellettuale, dell’umanità”. Scusi la pedanteria, ma il senso è leggermente diverso … Se poi ha degli argomenti per dimostrare che la Rivoluzione francese (questo era il soggetto di quella frase) non abbia giovato al nostro sviluppo, bene, sarò felice di affrontarli. In merito ai centrimetri di me stesso, inoltre, la ringrazio delle sue attenzioni; non sapendo niente di me, però, dovrebbe imparare a trattenere il suo impulso a condannare. È giudice o sbirro? Ma la risposta, davvero, non m’interessa. Mi basta quello che scrive.

    Saverio

  28. Robin Masters il 12 gennaio 2010 alle 21:19

    @ Saverio

    Non ho letto i suoi di argomenti riguardo ai benefici apportati dalle suddette rivoluzioni, è lei che ha posto la questione. Prendo atto che lei vede condanna, sbirri e giudici ad ogni dove, e questo risponde al mio interrogativo.

  29. saverio il 12 gennaio 2010 alle 21:43

    @ Robin Masters
    Guardi, carissimo, potremmo andare avanti tutta la serata con la schermaglia. Nel suo “se ne riempie la bocca” era la condanna senza appello; come a dire: parolaio. Da qui tutto il resto. Ma questo resto, lo ammetto, è solo retorica. Aspetto altri suoi commenti illuminanti. Passo e chiudo.

    s.

  30. francesco pecoraro il 12 gennaio 2010 alle 23:42

    sulla musica pop sarei dovuto essere più preciso e usare la definizione “di massa”: ma tu sai bene di cosa parlo, alcor.
    l’arte popolare c’è sempre stata, ma fino alla seconda metà del novecento ha sempre avuto un ruolo marginale, subalterno, eccetera: non sarò “tenuto a saperle” certe cose, ma le so.
    il fatto che le rivoluzioni si facciano con il sangue è parte integrante del concetto e della sostanza stessa dell’evento rivoluzionario, indipendentemente dal giudizio al post-tutto che se ne può dare.
    di rivoluzioni politiche se ne sono fatte e se ne faranno ancora: sono momenti di snervamento della storia in cui le tensioni accumulate si scaricano in modalità violenta, tellurica, durante la quale vengono saltati i passaggi della politica e si passa ad un’azione diretta al corpo fisico dell’avversario.
    condannare tutte le rivoluzioni in quanto violente non ha senso, sono lì, che ci piaccia o meno.
    e per di più significa che la violenza la si accetta solo quando proviene da chi ha il potere e non da chi lo subisce.
    a meno che non si voglia condannare la violenza “da qualsiasi parte provenga”, in tal caso i neri di rosarno si sarebbero dovuti tenere la loro condizione, i pallini in corpo e zitti.

  31. Alcor il 13 gennaio 2010 alle 01:46

    Tu dici, tash, “nel secondo dopoguerra del Novecento, per la prima volta nella Storia, si è prodotta una forma d’arte veramente popolare”
    Dimentichi il cinema.
    Il cinema è diventato popolare perché dietro c’era un’industria, come la canzone pop. E come la letteratura.
    Perciò sì, avresti dovuto dire “di massa”.
    Altrimenti sembra che il patrimonio di canzoni, immagini, e leggende che l’Ottocento non solo ha cominciato a schedare, diciamo così, ma anche a utilizzare – pensa all’uso che farà Mahler più tardi della musica popolare, solo per dirne uno – non sia mai esistito.
    Prima di descrivere questa novità come una specie di forza innata del popolo finalmente libero, io andrei a vedere come e perché sono cambiati i costumi dei consumatori e i prodotti che l’industria ha reso prodotti di massa. In un incontro più o meno virtuoso.
    Nel fatto che i consumatori di massa abbiano bisogno di prodotti di massa, non c’è innocenza sorgiva.

    Quanto alle rivoluzioni, non sono state tutte uguali e non hanno portato tutte agli stessi risultati.
    La Rivoluzione francese è stata una rivoluzione borghese e ci ha portato la democrazia borghese e liberale. I principi dell’ 89 e quelli del 93 hanno portato alla vittoria della borghesia. Ne abbiamo tratto vantaggio.
    Quella russa ci ha dato Stalin. Poteva non darcelo, in un paese con quella storia? Non so. Visto che è ancora un paese di oligarchi, forse no.

    Ma quello che mi interessa è quando scrivi di
    “snervamento della storia in cui le tensioni accumulate si scaricano in modalità violenta, tellurica, durante la quale vengono saltati i passaggi della politica e si passa ad un’azione diretta al corpo fisico dell’avversario”
    Mi chiedo di cosa parli, forse dell’attimo esemplare passato nell’immaginario dei tre giorni della presa della Bastiglia.
    Che sarebbero rimasti una semplice rivolta, un gesto eroico collettivo, se la politica non fosse stata sempre in azione.
    Perché dietro le tricoteuses sedute ai piedi della ghigliottina, la politica agiva.
    Uno dei miei libri preferiti è sempre stata la storia della Rivoluzione francese di Michelet, con i suoi racconti parziali e puntigliosi, i suoi dialoghi, i resoconti dell’assemblea, degli intrighi, dei patteggiamenti, degli scontri, della “politica” appunto.
    Saverio, invitandomi prima a “riprendere in mano la storia delle Rivoluzioni” mi ha spinto a risfogliare i volumi di Hobsbawm, che saranno forse un po’ vecchi, ma sempre buoni, e questa immagine di salto dei passaggi della politica, questo lavacro nel sangue, che nelle tue parole ha un che di puro e buono, mi sembra terribilmente astratto.

    Cosa c’è che ti attira nel bagno di sangue, nell’estetica della violenza? La violenza delle masse urbane è sempre stata strumento, è sempre stata governata, usata.
    Se tuttavia il bagno di sangue era inevitabile nella situazione economica sociale e politica della fine del ‘700, non vedo nessuna ragione per esaltarlo oggi, qui da noi, proprio perché quella rivoluzione ci ha dato strumenti che dovrebbero permetterci di non cercare più scorciatoie.
    Non abbiamo un re di Francia, non c’è un feudalesimo che va fatto crollare, al contrario, c’è una politica che deve essere rifondata e che deve ritrovare la strada per essere compiutamente democratica.
    Se invece pensiamo all’Africa, o al Bangladesh, beh, lì sì, lì potrebbe esplodere una rivoluzione. Esploderà? Non so se ci sono le condizioni, nelle rivoluzioni che conosciamo non sarebbe bastato il popolo, che si è sempre inutilmente ribellato, le rivolte contadine scandiscono la nascita dell’Europa moderna. Per fare quelle rivoluzioni ci sono volute le élites borghesi che dovevano trovare uno loro spazio vitale. Come nella rivoluzione sempre battuta eppure endemica dell’Iran.
    Se la rivoluzione esploderà nei paesi del terzo o quarto mondo sarà perché una classe sociale o un blocco sociale e politico sarà stato tanto idiota da voler mantenere ciecamente al potere se stesso portando il paese al tracollo. Non so questa ipotetica rivoluzione potrà essere vittoriosa, ma penso a quanti morti farà, sia nel lavacro puro e semplice, sia nell’aumento della fame che ne conseguirà e già li sta decimando.
    Il fatto che sia inevitabile non vuol dire che sia augurabile. Augurabile sarebbe arrivare agli stessi risultati per altra via.

    E’ tardi, divento verbosa.

  32. La Gru il 13 gennaio 2010 alle 16:45

    L’intervento d’apertura di Davide Nota all’assemblea dei poeti contro l’oblio, qui:

    http://lagrublog.blogspot.com/2010/01/intervento-dapertura-di-davide-nota.html

  33. franco arminio il 13 gennaio 2010 alle 22:26

    trvo molto bello questo pezzo di buffoni. mi pare che ci sia bisogno di concetti semplici e da questi far scaturire gesti puliti, chiari, rivoluzionari

  34. anfiosso il 14 gennaio 2010 alle 10:48

    In effetti anche a me, mi affretto (?!) a precisare, la Pivano interessa assai poco. Non so nemmeno se valga la pena di andare a recuperare il suo unico romanzo, bastano i suoi varj profili di scrittori americani (solo quello di Algren mi piacque, era fatto con impegno, ma non ho certo letto tutto quello che la Pivano ha scritto) ma anche le sue prefazioni, le sue interviste, i suoi libri-intervista a mostrarla per la figura di scarso spessore che era.
    Quanto alla nascita di un’arte veramente popolare come conquista del ‘900 non sono affatto d’accordo, almeno non per la poesia. Praticamente tutta la poesia composta dall’antichità alle soglie dell’età moderna è comprensibile a chiunque, fatte salve le obsolescenze, ad un livello quantomeno superficiale.
    La poesia incomprensibile ai più è un’invenzione dei contemporanei; la vera novità è l’ermetismo, non la canzonetta, che esisteva anche prima.
    Io ho sempre avuto l’impressione di un volontario allontanamento dei poeti dallo strumentario consueto ai poeti, dalla poesia come comunicazione, dal troppo condiviso, dall’immediatamente comprensibile e fruibile ai più; ciò che ha portato i poeti, abbastanza ineluttabilmente, ad una posizione che in una società democratica non può non essere di statuto ambiguo, insieme scelta aristocratica e marginalizzazione. Che poi nel simpatico De Andrè poesia non ce ne sia proprio, mentre nel culto Zanzotto sicuramente sì, è un altro discorso: non è nemmeno così importante stabilire che cos’è poesia e che cosa non è. Una cosa che si può dire è che De Andrè soddisfa alla ‘necessità di poesia’ di un numero comparativamente enorme di persone, mentre in Zanzotto, che è poeta – e questo è un paradosso interessante, e anche doloroso -, non trova poesia, perché quella che c’è non è accessibile senza un certo bagaglio.

  35. Alcor il 14 gennaio 2010 alle 11:08

    Neppure la musica novecentesca è accessibile senza bagaglio, o la pittura, o l’architettura.
    Piace sempre di più la cantabilità già nota, il ritratto riconoscibile, la casa con il tetto rosso e il camino dal quale esce il fil di fumo.
    Forse solo la pittura, a forza di vederla riprodotta da tutte le parti un qualche spazio, magari modaiolo, se lo è procurato.
    La stessa persona che vede Pollock e dice che bello, poi legge Zanzotto e dice che palle, o ascolta Nono e si tura le orecchie.
    Facendo passare per deficienti elitisti quelli che li leggono.
    E per incomprensibili balene che si intestardiscono a spiaggiarsi i poeti e i musicisti novecenteschi.

  36. franco buffoni il 14 gennaio 2010 alle 16:11

    ringrazio per tutti questi interventi, in particolare Alcor per la sua generosità. E Sparz e Arminio per l’amicizia. franco buffoni

  37. francesco pecoraro il 14 gennaio 2010 alle 19:09

    @alcor
    e però per esempio Bob Dylan è Novecento ed è de massa, soddisfa il bisogno di poesia delle masse e non per questo fa schifo all’inclito.
    parlavo di questo fenomeno, più sopra
    come lui ce ne sono molti, e per lo più non di estrazione intellettuale e nemmeno borghese e quello che cantano e suonano è spesso roba di qualità prima, sia come suoni che come testi.
    la musica pop/rock soddisfa il bisogno di poesia di masse planetarie e per la prima volta nella Storia.
    la cultura popolare pre-novecentesca fu altra cosa.
    la poesia colta è un residuo di culture precedenti: ciò non significa che vada abolita o disprezzata, però ne andrebbe preso atto.
    che poi questo sia un momento storico “a cultura bassa” non ha niente a che fare col suo essere di massa o meno.

  38. Alcor il 15 gennaio 2010 alle 13:03

    alzo le mani @tash, dovrei scrivere una lenzuolata, ma non sono d’accordo su niente.
    Solo una cosa, il “bisogno di poesia delle masse” e – prima che facessero la loro comparsa le masse – il “bisogno di poesia” popolare, è sempre stato soddisfatto da espressioni di cultura popolare le più varie, perché quello che tu chiami “poesia”, qui, è quel sentimento di commozione empatica che può rivolgersi al chiaro di luna, a una catastrofe, alla morte di lady Diana, allo scioglimento dei ghiacciai, all’estinzione del panda, alla privata desolazione, al rischio atomico, al crash dal quale temevamo di uscire morti e invece siamo usciti vivi, alla passione politica e civile.
    Può trovare espressione nella poesia dei poeti e nelle canzoni della prima guerra mondiale o in The times they are a’changin o nei walzer di Strauss che erano il collante identitario dell’Impero asburgico.
    Ma continuano a essere cose diverse e parallele.
    La poesia (dire colta è ridondante) non è un residuo, forse è un fiume carsico.
    Poi si può parlare della pletora, della critica, dell’editoria.
    E qui però chiudo.

  39. andrea inglese il 15 gennaio 2010 alle 15:31

    La discussione sulla poesia scatenata da Buffoni mi è parsa degna di spunti e anche ricca di stereotipi. Non ho letto però tutti i commenti. A naso mi trovo d’accordo con Alcor:

    l’idea che la poesia sia stata fino a prima del novecento tout court popolare è palesemente contraddetta dai fatti storici; ma è esistita una poesia popolare, e spesso la poesia dotta e quella popolare sono entrate in risonanza (si veda sul tema il classico di Bachtin su Rabelais)

    sul bisogno di poesia: in quanto poeta non erogo servizi, ma cerco una forma (attraverso – con e contro – il patrimonio disponibile) per mettere a fuoco aspetti della (mia) esistenza; la forma mi serve per vedermi con gli occhi degli altri (l’arte è sempre, in parte, impersonale) e quindi nello stesso tempo può diventare uno strumento ottico per gli altri, perché guardino nelle loro vite; uno strumento, per semplice che sia, implica una consuetudine d’uso. Chi ha consuetudine con la poesia del novecento, non ha in genere difficoltà insormontabili ad avvicinare né poeti novecenteschi – per ardui che siano – né poeti del XXI secolo.

    Che la poesia sia una forma letteraria, nelle sue manifestazioni migliori, esisgente, e che dunque, non avendo come scopo l’ampliamento a tutti costi del suo numero di lettori, non vedo come possa essere tacciata di atteggiamento anti-demovcratico. Anche in democrazia, esistono una quantità di attività esercitate da piccoli gruppi (specializzazione dei saperi), senza che questo elitarismo di fatto sia condannato come una forma di ritorno all’aristocraticità del sapere. [Su questo leggere bel paginone, anche se in certi punti non condivisibile, di Jacques Roubaud su “Le monde diplomatique” uscito con il manifesto]

    Io sono spinto a lottare contro i malintesi, gli stereotipi idioti, le deformazioni, le svalutazioni che riguardano l’attività poetica. Ma il piagnisteo sui pochi o tanti lettori, sul prestigio pubblico o meno, mi ha ormai esasperato. Lo trovo inutile. Quindi: scrivo per cento lettori, è affar mio, ma non mi rompete le palle perché non scrivo per centomila lettori.

  40. Salvatore Talia il 15 gennaio 2010 alle 17:22

    Mi lascia un po’ perplesso il seguente passaggio: “Sappiamo anche che il poeta come figura pubblica non esiste più. Personaggi come Fernanda Pivano hanno fatto di tutto perché ad essa, in Italia, si sostituisse la figura del cantautore.” Se il problema di cui si sta parlando è quello del distacco tra artisti e popolo in Italia, additarne a responsabile la povera Fernanda Pivano mi sembra alquanto ingeneroso, se non altro perché se ne parlava già da prima che la Pivano pubblicasse alcunché…

  41. Alcor il 15 gennaio 2010 alle 17:38

    infatti, scrive “personaggi come”:-)

  42. Salvatore Talia il 15 gennaio 2010 alle 18:27

    @ Alcor

    Capisco che quello pubblicato è il sunto di un intervento assembleare, e senz’altro Franco Buffoni in quella sede avrà esplicitato meglio certi riferimenti; mi scuso in anticipo se ho male interpretato, ma dal testo sembra che si attribuisca all’operato di alcune figure ben identificabili all’interno dell’industria culturale la responsabilità del fatto che i poeti non esistono (più) come “figure pubbliche”. Cioè (semplifico ulteriormente, e brutalmente): se Zanzotto è meno popolare di De André la colpa è degli agenti del Sistema Imperialista delle Multinazionali. Senza stare a riscrivere tutto Gramsci, volevo solo dire che il problema mi sembra più complesso e difficile di così.

  43. francesco pecoraro il 16 gennaio 2010 alle 10:02

    @alcor
    mi spiace per la tua irritazione e per quella che percepisco in inglès.
    non ricordo più da dove parte questa discussione.
    mi resta la sensazione che stiamo parlando di fenomeni diversi e non paragonabili: zanzotto e de andrè sono cose una fuori dell’altra.
    quello che provavo a dire è che non tutto ciò che è popolare e di massa e proveniente direttamente dalle masse è perciò stesso di bassa qualità.
    mi pare cosa talmente ovvia che mi vergogno un po’ a doverla ribadire.
    dicevo anche che alcune figure di poeti et musicanti del Novecento hanno goduto di un ascolto ampio come mai prima nella storia umana, soddisfacendo il “bisogno di poesia” (concetto che mutuo dal commento di anfiosso che parla di “necessità di poesia”) o se vuoi di sintesi poetica dell’esperienza esistenziale, o comunque si voglia chiamare la domanda di arte che c’è in tutti noi.
    aggiungevo, ripetendomi, che questo successo non è automaticamente un segnale di non qualità estetica.
    per carattere e formazione sono contrario a classificare come alto, medio o basso un prodotto artistico, cioè a classificarlo sulla base della cultura del destinatario, ma non nego che per recepire certi prodotti occorra avere il palato giusto.
    resta tuttavia il fenomeno, amplissimo, della fruizione kitsch e de massa di artisti che di massa non sono mai stati e mai lo saranno, metti Rimbaud.

  44. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 10:38

    Tash, non sono irritata, ho scritto “però qui chiudo” perché arrivati a questo punto che senso ha continuare in una puntualizzazione permanente.
    Faccio l’ultima: io non ho mai detto che il popolare non ha qualità, e arrivo persino a dire che anche quello che è di massa può averne, che ne so, l’hamburger, il film demenziale, la canzone che abbiamo ascoltato in una sera di pioggia, né ho detto, né mai mi sognerei di dire che se un libro è letto da milioni di persone è necessariamente uno schifo, ci sono momenti felici in cui numero e qualità si toccano.
    Quello che è per me intollerabile, senza che io voglia per questo mettere al rogo nessuno, è la confusione.
    Che provoca infiniti fraintendimenti e altro di peggio.
    Se uno legge Heine (non è che non ho letto niente, dopo, è che non voglio aprire rivoli polemici su nomi hot) e lo confonde con uno che scrive poesiole kitsch, beh, mi spiace, bisognerà continuare a spiegare perché può sembrare così, ma alla fin fine sono fatti del fruitore, purché solo perché considera Heine semplice e grazioso, non butti poi Hölderlin nel bidone dell’immondizia solo perché non lo capisce.

    Il problema della fruizione è un problema interessante, ma qui non c’entra, qui si difende, o si prova, con questi scarsi mezzi, un territorio fondamentale, almeno per me, dell’ingegno umano, come la poesia, ancora fondamentale, benché tu la definisca “residuo”.

  45. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 10:43

    ovvio che invece il problema della fruizione, ma anche una seria analisi e critica del nostro mondo c’entrano eccome, ma in qualche modo la testa al toro bisogna tagliarla.

  46. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 10:52

    mi resta la forte curiosità di capire cosa voglia dire “proveniente dalle masse”:-)

  47. mar asma il 16 gennaio 2010 alle 13:29

    “La cultura popolare si è involgarita da quando il popolo ha rinunciato a copiare ingenuamente la cultura “aristocratica” per comprare la cultura “popolare” di manifattura borghese.”

    NGD

  48. Enrico Macioci il 16 gennaio 2010 alle 15:07

    “la poesia colta è un residuo di culture precedenti: ciò non significa che vada abolita o disprezzata, però ne andrebbe preso atto” afferma Pecoraro. Che cos’è la poesia “colta”? E perché sarebbe un “residuo”, e di cosa? C’è una distinzione fra poesia colta e non colta, la poesia si lascia parcellizzare dalla “cultura”? E di quali poeti noi diciamo: è colto, non è colto? Insomma determinate affermazioni, quasi apodittiche, esigono un’illuminazione a giorno.
    ps: vedo che torna De Andrè, magari nella stessa frase con Zanzotto. Che c’entrano De Andrè o Bob Dylan con Zanzotto o Rimbaud? Che c’entra un cantautore, per quanto bravo, con la poesia? Che c’entra Maradona con la pallavolo?

  49. francesco pecoraro il 17 gennaio 2010 alle 18:40

    allora.
    x alcor:
    “proveniente dalle masse” è ciò che non nasce nelle classi colte, ma direttamente negli strati popolari et proletari et sotto-proletari, nel senso che chi fa per esempio jazz proviene dai ghetti, dalle periferie urbane, dalle provincie sperdute. lo stesso accade per il rock e il pop.
    nel novecento (soprattutto) si verifica questo fenomeno culturale che definirei democratico se non fosse un po’ ridicolo definirlo così.
    quindi x macioci, che ama ripetere il già detto:
    “residuo di culture precedenti” significa che mentre nel passato (qualcuno dirà: quale passato?) alcuni poeti colti (metti Goethe, Byron, eccetera, oppure si pensi a un poeta cone Frost, negli USA) hanno goduto di una fortuna lunga e duratura e, se non di massa, certamente con ampia “base di consensi”, oggi sembrerebbe che questo non possa accadere, voglio dire non è accaduto nel recente passato, ne sembra possa accadere nel prossimo futuro.
    prenderne atto significa rivolgere una maggiore attenzione a tutto ciò che appare più “facile” e andante, senza per forza tenere ancora in piedi la vecchia distinzione tra cultura alta, cultura bassa e media: esiste una sola classe dominante (sul piano culturale) ed è quel grande ripieno sociale dove c’è tutto e da dove, volenti o nolenti, proviene e proverrà la cultura di questo inizio di millennio.
    questo, lo ripeto, non significa che perciò stesso dobbiamo metterci a disprezzare la grande poesia “difficle” per abbracciare in massa la robaccia di “de andrè”.
    en passant ricordo che uno come paolo conte, che ha scritto canzoni anche per celentano, vinse anni fa il premio montale.
    sì, il premio montale.
    i suoi testi sono quasi sempre molto belli (però lui non è de massa, lo so).

  50. Enrico Macioci il 17 gennaio 2010 alle 19:17

    “residuo di culture precedenti” significa che mentre nel passato (qualcuno dirà: quale passato?) alcuni poeti colti (metti Goethe, Byron, eccetera, oppure si pensi a un poeta cone Frost, negli USA) hanno goduto di una fortuna lunga e duratura e, se non di massa, certamente con ampia “base di consensi”, oggi sembrerebbe che questo non possa accadere”
    Pecoraro, senza acrimonia né ironia, ma davvero non riesco a capire la tua replica alle mie domande, magari oziose. Mi rimane la sensazione, in questo post, d’un certo caos. Magari è il freddo che mi brina le idee. A presto.

  51. Fiastro il 19 gennaio 2010 alle 18:55

    Oblio (dei valori fondamentali della Costituzione contro il quale si schiera la elite autoreferenziale) dei poeti



indiani