La notte [Eracle # 12(+1)]

12 gennaio 2010
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di Ginevra Bompiani

Una galleria scura – senza volta e senza pareti – suoni come di rami che fremono nella notte; gli occhi sono pesanti, le spalle leggere, leggere, cadono sotto il ricordo di quel peso che è stato sollevato; poi dei portici; una luce improvvisa, come di un servo che solleva la lampada sulla faccia dello straniero; fuochi e notte rimbalzano l’uno sull’altra; una galleria scura, scura – senza pareti – suoni come di un banchetto; di risa; o lamenti funebri; chi si aspetta? Chi è morto? Nulla, la morte è sconfitta; chi si celebra? Le spalle sono leggere, leggere – quel gran peso sollevato le lascia barcollanti; una luce improvvisa, come una fiaccola, retta da un servo sorpreso sulla porta; poi voci all’interno; quale interno? Quale galleria? Dove sono le pareti?

Tre figure – sulla porta – o ai fianchi della galleria, cunicolo oscuro, che non si ferma in alcuna stanza, ma le traversa tutte, una sala di banchetto, delle risa, donne ben vestite, o in lutto; tre figure – alte uguali, di piccola statura – grida; le tre figure alzano le braccia, come attori di una veglia funebre, o giocolieri di un banchetto, cadono alla rovescia, come tre carte fatte saltare dalle dita su un tavolo, grida di una donna, in fondo alla galleria, rami fruscianti, o sottane, o armi alzate da un precipitare di passi; in fondo, in fondo, brucia il rogo, sparpagliarsi di foglie, o di gambe affannate, o di mani agitate nell’aria, – qualcosa contro cui dirigersi, barcollante, ansimante, ubriaco di leggerezza, roteando la clava, qualcosa da distruggere, per arrivare più in fretta, più in fretta, al termine di un’infrenabile, inguaribile: voglia di sonno, di riposo, di vuoto, di peso.

Cade, con le braccia aperte, la bocca al suolo, in un sonno di sasso, per sempre impuro.

Intorno al suo largo corpo stanco, rigagnoli di sangue percorrono silenziosi i pavimenti del palazzo, scendono gli scalini in un gorgogliare mite, solitario, dalle gole riverse dei suoi figli, delle sue donne, dei servitori.

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2 Responses to La notte [Eracle # 12(+1)]

  1. lucia cossu il 15 gennaio 2010 alle 10:47

    Temí que en Israel acecharía
    con dulzura insidiosa
    la nostalgia que las diásporas seculares
    acumularon como un triste tesoro
    en las ciudades del infiel, en las juderías,
    en los ocasos de la estepa, en los sueños,
    la nostalgia de aquellos que te anhelaron,
    Jerusalén, junto a las aguas de Babilonia,
    ¿Qué otra cosa eras, Israel, sino esa nostalgia,
    sino esa voluntad de salvar,
    entre las inconstantes formas del tiempo,
    tu viejo libro mágico, tus liturgias,
    tu soledad con Dios?
    No así. La más antigua de las naciones
    es también la más joven.
    No has tentado a los nombres con jardines,
    con el oro y su tedio
    sino con el rigor, tierra última.
    Israel les ha dicho sin palabras:
    olvidarás quién eres.
    Olvidarás al otro que dejaste.
    Olvidarás quién fuiste en las tierras
    que te dieron sus tardes y sus mañanas
    y a las que no darás tu nostalgia.
    Olvidarás la lengua de tus padres y aprenderás la lengua del Paraíso.
    Serás un israelí, serás un soldado.
    Edificarás la patria con ciénagas: la levantarás con desiertos.
    Trabajará contigo tu hermano, cuya cara no has visto nunca.
    Una sola cosa te prometemos:tu puesto en la batalla.
    Israel 1969
    Jorge Luis Borges

  2. lucia cossu il 15 gennaio 2010 alle 13:30

    non ne trovo traduzione in italiano, ma almeno ne metto un a in inglese

    I feared that in Israel there might be lurking,
    sweetly and insidiously,
    the nostalgia gathered like some sad treasure
    during the centuries of dispersion
    in cities of the unbeliever, in ghettoes,
    in the sunset of the steppes, in dreams,
    the nostalgia of those who longed for you,
    Jerusalem, beside the waters of Babylon.
    What else were you, Israel, but that wistfulness,
    that will to save
    amid the shifting shapes of time
    your old magical book, your ceremonies,
    your loneliness with God?
    Not so. The most ancient of nations
    is also the youngest.
    You have not tempted men with gardens or gold,
    and the emptiness of gold
    but with the hard work, beleaguered land.
    Without words Israel has told them:
    Forget who you are
    Forget who you have been
    Forget the man you were in those countries
    which gave you their mornings
    and evenings and to which
    you must not look back in yearning.
    You will forget your father’s tongue
    and learn the tongue of Paradise.
    You shall be an Israeli, a soldier,
    You shall build a country on wasteland,
    making it rise out of deserts.
    Your brother, whose face you’ve never seen,
    will work by your side.
    One thing only we promise you:
    your place in the battle.
    In In Praise of Darkness
    Jorge Luis Borges (1899-1986), Argentinian writer
    Translated by Norman Thomas



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