Bric à Broch

16 gennaio 2010
Pubblicato da

Il problema
di
Hermann Broch1

Se nello sviluppo della civiltà fossero sempre l’arte e gli stili artistici a esprimere in termini sensibili il modo di vita delle diverse epoche, in conformità con questa legge l’arte dovrebbe oggi esprimere il carattere estremistico della nostra. Architettura, pittura, scultura, poesia, musica dovrebbero dimostrare come l’epoca attuale indichi all’uomo e al suo spirito di sacrificio i più alti compiti morali e come, malgrado queste sue eminenti aspirazioni etiche, essa sia piena di sangue, di brutalità e di ingiustizia, e inoltre pronta a passar sopra a questi orrori con molta leggerezza. L’arte dovrebbe anche riflettere l’intensità — sconosciuta da secoli — con cui il nostro tempo tende ad un nuovo equilibrio spirituale e platonico, dimostrando contemporaneamente come esso sia prigioniero del pensiero positivistico e cioè di una ossessione per il ‘dato’ che esclude in partenza qualsiasi platonismo e qualsiasi deduttivismo e che lo pone in singolare opposizione con la propria volontà etica.
Ma, esprime tutto ciò l’arte del nostro tempo? È all’altezza di un simile compito l’arte moderna? Inoltre: può ancora l’arte in generale assolvere ad una funzione di questo tipo?

Le preminenti esigenze etiche cui l’uomo si sente nuovamente sottoposto, non sono per avventura tanto radicalmente ostili ad ogni atteggiamento artistico da rendere addirittura assurda la pretesa che il nuovo stile di vita debba esprimersi concretamente negli stili dell’arte? E non è forse inevitabile che un mondo radicalmente deplatonizzato e dominato dallo spirito positivistico, liquidando ogni speculazione metafisica finisca coll’esiliare nella sfera dei falsi problemi filosofici anche qualsiasi riflessione estetica?
Già l’epoca che ha preceduto la nostra (e cioè il periodo prebellico che siamo soliti definire come epoca borghese) non ha certamente espresso il proprio stile di vita negli stili ecclettici che ha prodotto. Questo periodo è stato bensì rappresentato artisticamente dalla grande Opera, ma l’arte, pur godendovi ancora di una sua particolare posizione spirituale e sociale, è stata in gran parte degradata a faccenda delle dame altrimenti sfaccendate della borghesia. È vero; da allora è iniziato un processo di purificazione che rispecchia, entro certi limiti, il nuovo rigore morale del mondo e che, almeno nel campo dell’architettura, ha portato alla creazione di uno stile adeguato alla nostra epoca; ma l’attenzione per questi problemi artistici è rimasta confinata agli ambienti di coloro che ne sono direttamente interessati dando luogo ad una discussione ‘interna’ tra gli artisti.
Risulta ora estremamente chiaro ciò che si era venuto preparando già nel corso del secolo diciannovesimo; l’epoca si esprime assai più sensibilmente nella tecnica meccanica e nelle manifestazioni sportive che nell’architettura delle città e nelle opere d’arte.

Sarebbe troppo comodo limitarsi ad affermare che i problemi spirituali ed estetici sono stati soffocati dalla più attuale di tutte le questioni e cioè dalla questione del ‘cibo’. (Contro questa unilaterale tesi materialistica sta il fatto che furono proprio le epoche più amaramente tormentate dal bisogno a creare, nel medioevo, le più sublimi opere d’arte). Ancor più comodo sarebbe sostenere che le guerre fanno ammutolire le muse (altra tesi puntualmente smentita dalla storia). Queste spiegazioni sono assai semplicistiche e ci porterebbero soltanto ad abbozzare una stravagante patologia della nostra epoca. La guerra è stata certamente il grande catalizzatore che ha accelerato e fatto addirittura esplodere tutti i processi di sviluppo, e può essere a sua volta considerata come il risultato di un catastrofico sviluppo tecnico-economico e forse persino dello stesso spirito scientifico. Rimane il fatto che tutti questi fenomeni, sebbene possano vicendevolmente illuminarsi e dipendere l’uno dall’altro e spesso anche reciprocamente esaltarsi, non sono altro che sintomi paritetici di un unico e dominante processo logico e cioè di quel secolare processo che ha gradatamente dissolto la concezione del mondo sviluppatasi in Europa durante il medioevo, rendendo autonome e indipendenti le sfere dei singoli valori.

Durante questo processo di disgregazione l’uomo è stato travolto da una crescente confusione e lacerato costantemente dal conflitto tra le proprie tendenze distruttive e le proprie tendenze ricostruttive ed è infine divenuto incapace di impedire il crollo definitivo della organica gerarchia di valori, di scongiurare il finale caos sanguinoso. L’umanità si è venuta via via estraniando dalla propria coscienza, e, ciò malgrado, ha incominciato a sentir rintronare nella propria anima, sempre più insistente e ossessiva la domanda sul ‘che fare’. L’uomo si pone sempre questo interrogativo quando si sforza di rispondere alle esigenze e ai bisogni della propria epoca. E la domanda erompe oggi con una così incalzante e veemente imperatività etica da lasciar presagire che persino la questione del cibo verrà risolta partendo non dal punto di vista materiale ma da quello etico, poiché anche la crisi della sfera dei valori economico-materiali deve essere considerata come una particolare manifestazione del crollo del generale sistema dei valori. Che la coscienza comune abbia ormai colto questo nesso è un fatto evidentissimo. Oggi si avverte chiaramente che lo stadio intermedio tra il Non-Più e il Non-Ancora, questo spazio interstiziale in cui la confusione del declino si mescola con la confusione della ricerca, deve diventare il punto di partenza per un nuovo equilibrio spirituale; e si sente la necessità di giungere ad una nuova sistemazione dei valori, ad una nuova armonia dello spirito che ci fornisca criteri certi e razionali per poter stabilire ancora una volta che cosa è valore e che cosa non lo è Malgrado l’avversione positivistica per le definizioni speculative e teologiche, malgrado la tendenza (alimentata dagli stessi orientamenti positivistici) a fondare i giudizi di valore soprattutto sul sentimento e sull’intuizione, questo è l’obiettivo cui tende l’umanità, un obiettivo platonico perché rappresentato da un razionale sistema di valori a cui si chiede di rendere plausibile il mondo e di fondare i suoi valori su una sistematica razionalità.

Il disprezzo con cui l’uomo pratico e l’uomo di scienza guardano alla filosofia non ha impedito la rinascenza nietzschiana cui assistiamo oggi in tutto il mondo e che può essere senz’altro considerata come un sintomo estremamente significativo, non tanto per i contenuti morali di Nietzsche (che sotto quest’aspetto è ancora pienamente radicato in un humus borghese ed estetizzante e resta perciò legato al suo tempo) quanto per le esigenze di principio e di metodo che egli ha sollevato facendo del concetto di valore il nucleo metodologico della filosofia e in modo particolare della filosofia della storia. Ciò che ha mosso Nietzsche (e Kierkegaard non meno di lui) è stata la scoperta, quasi passionale, dell’importanza, oggi ancora difficilmente valutabile in tutta la sua portata, del concetto di valore. Per quanto grandi siano stati il ritardo e la riluttanza con cui la filosofia ufficiale, sia di orientamento post-kantiano che di altri orientamenti, ha accolto il concetto di valore, essa tuttavia non ha potuto farne a meno, mentre tutto testimonia a favore della funzione decisiva che questo concetto (così repentinamente impostosi alla meditazione filosofica) è destinato ad esercitare come possibile ponte tra una speculazione in declino, sopravvissuta a se stessa, e una nuova possibile metafisica. La fortissima tensione tra ‘bene’ e ‘male’ e la polarità quasi insopportabile di tutte le coppie di contrari (tensione e polarità che sono proprie di questa epoca e a cui anzi imprimono uno specifico carattere estremistico), la necessità cui soggiacciono gli uomini di accogliere nella loro vita, per poterla vivere, tanto i più alti imperativi etici quanto gli aspetti più ripugnanti e quasi inconcepibili di una terribile realtà, indicano una direzione agli orientamenti spirituali del nostro tempo e conferiscono alla loro problematica una legittimità che sembrava ormai perduta.

È in questo senso che l’arte (sebbene la stima riservatale dalla società sembri dimostrare il contrario) rivela nuovamente la sua validità di fenomeno rappresentativo dell’epoca, diventando così, ancora una volta, un importante problema del nostro tempo. Anzi, il problema dell’arte in quanto tale è esso stesso diventato un problema etico. E infatti la poesia e le arti figurative stanno trasformandosi sempre più in poesia e arte di tendenza e cercano di esprimere la tipologia etica della nostra epoca sia in termini positivi e didascalici che in termini satirici; la stessa polarità tra ‘bene’ e ‘male’, e cioè la fortissima tensione etica che domina tutti i fenomeni del nostro tempo incomincia a manifestarsi e assai chiaramente, anche nel campo dell’arte. Se si parla di una perdita di validità da parte di quest’ultima ciò avviene perché si ha sotto gli occhi uno solo dei poli, il polo del ‘bene’, vale a dire il concetto di arte come è stato legittimamente inteso per secoli. Nei periodi caratterizzati dalla presenza di solide gerarchie di valori, ancorché la tensione tra il polo positivo e il polo negativo sia minore, il ‘male’ viene eliminato dai singoli settori con molta maggior facilità di quanto non avvenga in epoche dilaniate, come la nostra, dalla anarchia dei valori. In essi si sa bene che cosa intendere per arte, e in genere ciò che viene considerato tale è in effetti ottima arte. E se anche oggi esiste della buona arte (quella, ad esempio, che accetta, nella sua purezza, il primato del momento etico), essa rappresenta però solo una sezione della sfera dei valori artistici, sicché (sia o meno riuscita a elaborare un proprio stile) non la si può considerare come espressione del modo di vita del nostro mondo e della nostra epoca.

Questo fatto è quanto mai evidente nel campo musicale. Malgrado il processo di radicale rinnovamento che la musica sta attraversando attualmente, l’area della sua validità universale, l’area della sua influenza sulla società va progressivamente restringendosi; e ciò sebbene in tutto il mondo essa venga praticata in proporzioni mai viste. Accanto alla musica come arte nel senso tradizionale è comparso infatti il Kitsch musicale, sicché parlando della espressione artistica della nostra epoca dobbiamo sempre tener presente questo polo negativo che è senza dubbio assai più importante di quello, positivo, dell’arte autentica.
Meglio: l’espressione artistica della nostra epoca va individuata nella fortissima tensione tra ‘bene’ e ‘male’ cui soggiace l’arte moderna, non dimenticando che in arte il male è rappresentato dal Kitsch.
Lo sconvolgimento dei giudizi di valore e l’influenza del ‘male’ sulla società vengono portati al loro limite estremo proprio dal Kitsch che è — significativamente — un prodotto dell’epoca borghese e che compare nel momento in cui —. con un perfetto parallelismo tra aspetto reale e aspetto spirituale — il mondo crea la civiltà delle macchine consolidando al tempo stesso le proprie tendenze positivistiche nella più rigorosa formulazione del materialismo. E poiché questo mondo positivistico e antiplatonico è spinto a scegliere, come formula più comoda e a suo modo teorica, il principio: «bello è ciò che piace » (e a viverlo anche fino in fondo), il Kitsch, pur rappresentando soltanto una parte della complessiva produzione artistica contemporanea, appare come la forma più adatta ad assolvere al tradizionale compito dell’arte e ad esprimere la nostra epoca in termini sensibili. Rimane da stabilire in che modo questo settore parziale possa diventare simbolo del più generale destino riservato oggi ai valori, in che modo la struttura etica della nostra epoca possa trasparire attraverso il fenomeno del Kitsch. Ma questo è un problema che si può risolvere solo partendo dalla struttura fondamentale del concetto di valore.

  1. da Poesia e Conoscenza, Lerici editore, Milano 1965, trad. di Saverio Vertone. []

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54 Responses to Bric à Broch

  1. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 12:24

    E non per nulla stiamo ancora a parlare di queste cose.

  2. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 13:52

    E non per nulla Broch è praticamente scomparso dall’editoria italiana…

  3. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 16:25

    e non per nulla lo si legge (anche) qui!
    effeffe

    ps
    qualcuno sa dirmi che ne è della Lerici Editore?

  4. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 16:29

    Meditate gente meditate!!! effeffe

    Risulta ora estremamente chiaro ciò che si era venuto preparando già nel corso del secolo diciannovesimo; l’epoca si esprime assai più sensibilmente nella tecnica meccanica e nelle manifestazioni sportive che nell’architettura delle città e nelle opere d’arte

  5. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 16:35

    si fa presto a dire Broch si legge (anche) qui…

    Lerici editore vive nelle librerie dell’usato et antiquarie

  6. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 16:40

    Ma è stato ripubblicato da Einaudi nel ’90, non è più in catalogo?

  7. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 16:42

    No.

  8. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 16:46

    Per chi fosse interessato vendo in stato di nuovo

    “I Sonnambuli” di Broch

    prima edizione Einaudi 1960 nei supercoralli, i supercoralli di allora…

  9. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 16:47

    Poesia e Conoscenza, Lerici editore, Milano 1965, trad. di Saverio Vertone

    l’avevo studiato nella versione francese
    Création littéraire et connaissance, del 2001
    con una introduzione di una trentina di pagine a firma Hannah Arendt
    la versione italiana ce l’aveva il mio amico sparzo e ieri, in piacenza la mettemmo su. Un testo che obbligherebbe molti sedicenti critici a pensarci n po’ prima di sentenziare su letteratura e realtà ma soprattutto – come ricorda Robin- scuotere i brillanti editori dormienti della nostra generazione visto che il libro è fuori commercio da un cinquantennio…
    effeffe

  10. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 16:51

    Non un cinquantennio, solo dal ’90.

  11. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 16:52

    pardon solo da ventanni…
    effeffe

  12. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 16:53

    diciamo un paio di generazioni di studiosi…
    effeffe

  13. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 16:53

    @ effeffe

    brillanti editori è ironico vero ? (segue risata redazionale)

    che devi shakerare…

  14. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 16:54

    O meglio, io ho l’edizione del ’90, non so che fine abbia fatto poi.

  15. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 16:55

    alcor ci racconti dei sonnambuli?
    effeffe

  16. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 16:56

    brillanti ossia brilli ‘mbriachi de cifre e (a) resi
    effeffe

  17. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 16:57

    @Alcor

    edizione del ’90 ti riferisci ai Sonnambuli ?

  18. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 16:58

    No, al Kitsch, dentro al quale c’è anche il saggetto postato da effeffe

  19. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 16:59

    ah ok

  20. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:02

    Vi racconto dei Sonnambuli? effeffe, tu vuoi scherzare:-)
    Però se vuoi e non ce l’hai ti mando la fotocopia del Kitsch einaudiano (200 paginette).

  21. sparz il 16 gennaio 2010 alle 17:05

    gliel’ho già fatta annusare io a effeffe la fotocopia del kitsch einaudiano, ma me l’ha lasciata qua…

  22. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:09

    meglio, mi vedevo già a lavorare:-)

  23. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:12

    @Robin Masters

    a quanto lo vendi?

  24. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 17:13

    kitsch to kitsch
    pas mal come singolo no?
    dai alcor raccontaci dei sonnambuli…
    effeffe

  25. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 17:13

    @ Alcor

    mai affari in pubblico

    ti scrivo in mail

  26. sparz il 16 gennaio 2010 alle 17:13

    effeffe, qui ho pubblicato uno dei più bei dialoghi d’amore che io conosca, da Pasenow o il romanticismo, primo volume dei Sonnambuli.

  27. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:14
  28. Jean Marc il 16 gennaio 2010 alle 17:14

    @Robin Master
    Se non è una battuta, sono interessato a comprare I Sonnambuli, l’avevo cercato proprio qualche settimana fa senza successo

  29. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 17:16

    autografata dal traduttore?
    effeffe

  30. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 17:18

    @effeffe

    no da Broch in persona…

  31. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:18

    @effeffe

    cos’è, una provocazione? son tre romanzi, tutta la svolta di secolo, e enormemente brochiani:-)

  32. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:19

    Jean marc, sei secondo, facciamo partire l’asta in fretta, per piacere

  33. effeffe il 16 gennaio 2010 alle 17:20

    dai alcor qua tutti dormono, bisogna vegliare sul loro sonno
    effeffe

  34. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 17:20

    @ Jean Marc

    non è una battuta.

    @Alcor

    ed io che pensavo che il tuo nick avesse qualcosa a che fare con il tonno

    sott’olio

  35. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:21

    il tonno? se c’è un tonno che si chiama come me lo compro

  36. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 17:22

    http://www.tonnoalco.it/

    manca una r ma vabbè…

  37. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:22

    cmq Alcor è una stella per chi ha dieci diottrie

  38. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 17:24

    e non un personaggio di Goldrake dunque

  39. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:24

    Anche se per Raos è un manga

  40. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:24

    ci siamo incrociati, sì, sia io che i giapponesi abbiamo copiato

  41. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 17:31

    @Robin Masters, tu ci meni per il naso, autografato dall’autore in persona:-)

  42. véronique vergé il 16 gennaio 2010 alle 17:36

    Il nome kitsch mi piace, mi fa pensare a una scatola magica,
    anche la pronuncia è magica. Tensione tra movimenti letterari
    nella nostra epoca: una scrittura nittida, pulita, scolpita;(minimaliste)
    una letteratura di scrittura vistosa, con vocabulario insolito,
    metafore, una frase barroca, con rottura nella punteggiatura.(kitsch)

    Mi sembra che oggi il kitsch diventa affettivo nelle spirito
    della società. Si ama il kitsch, come si confessa une “faute de goût”
    commovente.

  43. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 17:37

    @Alcor

    beh una battuta ovviamente anche perché Broch è morto nel ’51

  44. sparz il 16 gennaio 2010 alle 17:40

    qui c’è la storia di Alcor, che è timida e si nasconde dietro Mizar, solo i migliori la vedono…

  45. Robin Masters il 16 gennaio 2010 alle 17:46

    @ Jean Marc

    se mi lasci la tua mail ti scrivo riguardo al volume di Broch

  46. véronique vergé il 16 gennaio 2010 alle 17:48

    La letteratura kitsch è considerata come “faute de goût” in letteratura.
    Essere designato come artista kitsch significa che produce un arte “populare”, vistoso, con mezzi facili. Invece credo che si puo inventare un kitsch artistico, con una scrittura che gioca sul barroco o il lirismo, l’insolito, l’assurdo.

  47. Higgins il 16 gennaio 2010 alle 18:01

    Ma com’è che Robin Masters si separa da Boch (manca ‘na ere, ma fa gnente) così di buon grado? Lui che sì tante cose sa dell’autore, persino la data di morte, e specilla le edizioni, e sfrucolìa ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe…

  48. harzie il 16 gennaio 2010 alle 18:15
  49. Alcor il 16 gennaio 2010 alle 18:50

    giusto:-)

  50. aditus il 16 gennaio 2010 alle 20:03

    Spero non sia troppo tardi, ma: da che prezzo parte l’asta? Ecco la mia mail:

    trentaluglio@gmail.com

  51. *** il 16 gennaio 2010 alle 20:08

    così in dolente tristezza
    la bellezza si svela all’uomo,
    gli si svela nella sua incompiutezza, che è quella
    del simbolo e dell’equilibrio,
    affascinante e sospesa nell’opposizione
    dell’io che guarda la bellezza e del mondo colmo di
    bellezza,
    l’uno e l’altro nel proprio spazio, l’uno e l’altro limitato
    in se stesso,
    chiuso in se stesso nel proprio equilibrio, e proprio per
    questo
    entrambi in equilibrio reciproco, proprio per questo in
    uno spazio comune;
    in ciò si svela all’uomo
    la compiutezza della bella terrestrità,
    la compiutezza dello spazio portato dal tempo e immobile
    nel tempo,
    l’aereo, disteso spazio della bellezza che non si rinnova
    più a nessuna domanda, che non si allarga più a nessuna
    conoscenza,
    l’irrinnovabile, l’indilatabile, costante totalità dello spazio
    sostenuto dall’equilibrio
    della bellezza che opera in lui, e questa compiuta totalità
    dello spazio
    si rivela in ogni sua parte,
    in ogni suo punto, come se ciascun punto fosse il suo più
    interno confine,
    si rivela in ogni figura, in ogni cosa, in ogni opera umana
    come simbolo della propria spazialità,
    come suo più interno confine dove ciascuna essenza
    si annulla,
    il simbolo che annulla lo spazio, la bellezza che annulla
    lo spazio,
    in forza dell’unità che essa pone tra il confine interiore e
    quello esteriore,
    in forza della compiutezza dell’infinitamente limitato,
    la limitata infinità, il dolore dell’uomo;
    così la bellezza gli si svela come un fatto del limite,
    e il limite, l’esterno come l’interno,
    sia quello del più lontano orizzonte o quello di unico
    punto,
    è teso tra l’infinito e il finito
    nella più remota lontananza, e tuttavia è sempre
    nell’elemento terrestre, sempre
    nel tempo terrestre, ed anzi limita il tempo e fa sì che
    si arresti,
    produce la sua immobile quiete al confine dello spazio
    senza annullarlo,
    è puro simbolo, terrestre simbolo dell’annullamento del
    tempo, –
    puro simbolo, ma solo simbolo, dell’annullamento della
    morte

    HERMANN BROCH, La morte di Virgilio, Feltrinelli 1962/1982, pagg.159-60.
    Trad. Aurelio Ciacchi.

  52. véronique vergé il 17 gennaio 2010 alle 17:13

    E stamattina mi sono riletto un brano della leggerezza dell’essere di Kundera, un romanzo che amo particolarmente, come molti di suoi libri.
    C’è una riflessione sul Kitsch nel capitolo La Marche, il kitsch come maschera della bellezza, l’invece dell’insolito.

  53. Jean Marc il 18 gennaio 2010 alle 20:55

    @ Robin Master
    la mia mail:
    mbenta@breakthru.com

    grazie!

  54. Tiziano Fratus il 21 gennaio 2010 alle 18:07

    Quanto ho amato La morte di Virgilio… bravo furlan, bel pezzo… e continuiamo a camminare, a camminare, a camminare…



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