Invito a cena

22 gennaio 2010
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di Mauro Baldrati

Io e Luigi camminiamo sempre veloci, passo di marcia, ma oggi dobbiamo avanzare come lumaconi, andatura frenata da passeggio, perché abbiamo al traino lo zio.
Ci caracolla dietro lo zio, fa del suo meglio, muove le braccia senza coordinazione, ciondola la testa.
Luigi ogni tanto si gira e lo guarda preoccupato.
“Tutto bene?” chiede.
Lo zio borbotta. Non si capisce se risponda a Luigi o parli da solo. E’ così lo zio, vive in un mondo suo.
“Sarà meglio che rallentiamo” fa Luigi, “se no arriviamo al ristorante che lo zio sembra uno fuso.”
“Ma lo zio non sembra, lo zio è fuso” faccio io.
“E va be’, ci capiamo, no?”
Rallentiamo ancora. Lo zio addirittura suda. Lo abbiamo portato ai bagni pubblici della stazione per una doccia con shampoo e rasatura, e l’abbiamo pure obbligato a tagliarsi le unghie e a pulirle dalla sporcizia che c’era sotto. I vestiti che indossa li abbiamo rubati alla Coin. Adesso sembra presentabile, sembra un vero zio, ma non dobbiamo tirargli troppo nel collo, se no schiatta.
Arriviamo al ristorante Da Sergione il gamberone. Uno dei migliori della città, per il pesce. Prezzo medio, ottanta a testa. Una bella cena luculliana, per festeggiare l’esame di Luigi. Trenta e lode, come al solito. A dire il vero l’esame è un pretesto, quello che vogliamo è una bella tafiata, serviti, con del vino bianco da spaccare.
Ci siamo anche tirati, lavati, pettinati, camicia pulita, scarpe lucidate. Il direttore, che poi è il padrone, ci accoglie sorridendo. Gli dico il nome della prenotazione, lui fa “prego”, e ci guida al nostro tavolo. Ci sediamo tutti allegri, anche lo zio, che si guarda intorno e borbotta frasi misteriose.
“Zio” faccio, “vedi di stare calmo, eh? E non alzare troppo il gomito, almeno all’inizio. Dopo, puoi scolarti tutta la bottiglia.”
“Oh” fa lo zio, mentre prende un grissino.
Noto subito la signora al tavolino di fianco. La sua sedia è quasi a contatto con la mia.
Guardiamo il menu. Un sacco di roba buona. Arriva il cameriere, andatura felpata, modi discreti. Non è che questo ristorante sia uno di quei posti assurdi dove non puoi neanche sfiorare la bottiglia perché dei giannizzeri in guanti bianchi ti versano continuamente da bere con la faccia deformata da un sorriso perenne. Ha un che di rustico, di familiare, e il cameriere sembra un contadino inurbato che fa del suo meglio. Ci piace per questo. Quelli cosiddetti raffinati ti danno delle porzioni minuscole, due pesciolini in croce in piatti enormi che mi viene voglia di buttarli in mezzo alla sala.
Ordiniamo un antipasto misto, insalata di mare e curiosità varie, tagliolini al salmone, dei gamberoni e filetti di branzino alla brace con salsa verde e aromi naturali. Roba semplice, gustosa. Per lo zio lasciamo perdere i tagliolini. Va a finire che si incasina col sugo, e si spruzza sulla camicia. E anche i gamberoni, troppo complicato aprire il carapace, come minimo se li butta addosso. Propongo un fritto misto, ma Luigi dice che è troppo pesante per lui, finisce che lo vomita. E chi se ne frega, dico io, tanto lo vomita dopo. Ma Luigi insiste, chiede al cameriere se può avere una porzione doppia di filetti. Il cameriere si illumina, dice “ma certo.” Allora gli ordiniamo il branzino, e anche patate al forno. Dovrebbe farcela, se non si strafoga col vino.
Col vino ci pensiamo un po’, poi prendiamo una ribolla gialla del Collio. Vino fermo, secco, da pesce.
Luigi è serio, come sempre. Luigi è un tipo serio, è abituato ad affrontare le cose da vari punti di vista, come deve fare un bravo avvocato. Stasera sembra particolarmente attento allo zio.
“Senti un po’” chiede, “sei sicuro che poi gli sbirri non lo riempiono di botte?”
Lo zio fa “eh?” e alza le sopracciglia.
“Tranqui, zio, non dicevo mica a te” fa Luigi.
A me non me ne frega un accidente se lo pestano. Cavoli suoi. Però con Luigi devo mediare. Lui odia questo modo di esprimersi, dice che è “nichilista”.
“No” faccio. E forse lo credo davvero. “Gli sbirri non stanno a perdere tempo per massacrare un tipo per così poco. Lo vedono subito che è uno sfattone, lo sbattono dentro e lo lasciano là. Che è esattamente quello che vuole lui.”
Luigi sospira. Non è del tutto convinto, e neanch’io a dire il vero.
“Ma” fa, pensieroso. “E’ proprio coi tipi come lui che se la prendono. Quelli senza tutele.”
Queste riflessioni di Luigi sono pericolose, destabilizzanti. Entro subito in tensione. Per fortuna arriva l’antipasto. E il vino.
E qui, anche se è un ristorante rustico, c’è il rito della bottiglia. Il cameriere la stappa, me ne versa due dita scarse e mi mostra l’etichetta. Ha deciso che sono io il capo. I camerieri hanno questo talento naturale, capiscono chi è il capo appena uno si siede a tavola.
In realtà è un talento fasullo, guardano all’apparenza dell’apparenza, perché il capo è Luigi. Io lo so, e in fondo lo accetto, perché sono cosciente che ha più sale in zucca di me, alla fine. Ma a me che mi frega, non glielo invidio, tutto questo sale in zucca, gli rallenta la vita, la rende pesante. Io vado bene così. Sono contento di me stesso. Almeno per ora. Tra qualche anno si vedrà.
Mi bagno il becco, mi sembra okay, vino secco, fresco. Per la verità mi piacerebbe cavarmi lo sfizio di rompere un po’ le palle, tipo dire “sa di tappo”, come ho letto in un racconto divertente ambientato a Londra scritto da una tipa, tanto per vedere la faccia sbalordita del cameriere, e poi quella del padrone tutto mortificato, ma non so se è il caso. Perché, quando arriverà il momento della conclusione non so cosa farebbe il padrone. Potrebbe essere un soggetto vendicativo e bloccarci.
Lascio perdere, dico “bene”, allora il cameriere fa “grazie” e versa il vino nei bicchieri.
Lo zio lo scola d’un fiato, sorride soddisfatto e chiude gli occhi.
“Piano zio” faccio, “ce n’è quanto ne vuoi, ma bevi piano.”
Lo zio guarda il bicchiere pensieroso, borbotta. Fa per prendere la bottiglia, ma non osa. Fa e non fa, ciondola la testa. Potrebbe attirare l’attenzione con questi modi da autistico, per cui glielo riempio io, ripetendogli di fare piano. Lo beve in due sorsi.
“Adesso però mangia, metti qualcosa nello stomaco” faccio.
Lo zio inzia a mangiare. Non fa casini, ci sa fare. Tiene bene la forchetta, becchetta con ordine. Deve essere un ricordo della sua vita passata, quando era una specie di dirigente d’azienda, prima di darsi alla macchia e mandare a culo il mondo e la vita, quando la sua azienda ha chiuso bottega, sua moglie lo ha buttato fuori di casa e gli ha bollito il cervello. Secondo me era pure in grado di pulirsi i gamberoni da solo meglio di noi.
Mangiamo l’antipasto, e dopo dieci minuti arrivano i tagliolini. Questo ristorante mi piace anche perché non spaccano le palle con tutte quelle miniportate e le lunghe attese tra l’una e l’altra.
Solo che lo zio non ha niente nel piatto, c’è il rischio che ci dia dentro col vino e poi sbarelli di brutto. Chiamo il camerere e gli dico se può portare subito i suoi filetti. Lui dice “ma certo” e sparisce in cucina.
“Zio, intanto mangia due o tre grissini” dice Luigi.
Lo zio apre una confezione e sgranocchia. I tagliolini sono ottimi. Innaffiamo con abbondante vino.
“Allora, quando ti decidi a dare qualche esame?” mi chiede Luigi a bruciapelo.
Alzo le spalle. Non riesco a mandarlo a quel paese. Non ce la faccio con Luigi. Non è che mi sgridi, come una mamma, però mi mette con le spalle al muro. Lo so che questa bazza non può durare all’infinito. Prima o poi i miei vecchi mi chiederanno conto e mi taglieranno i fondi. Ma non mi va di pensarci adesso. Ci penserò quando verrà il momento.
Intanto lancio un’occhiata alla signora seduta accanto a me. Loro sono al secondo. E’ con un uomo, e altre due coppie. Ridono, fanno dei brindisi. Saranno degli imprenditori, degli affaristi, i soliti ladri sociali in giacca e cravatta. Ma siano chi gli pare, a me interessa la sua borsa Louis Vuitton, appesa alla spalliera. Ha la lampo aperta, si vede il contenuto. E in bella mostra c’è il portafogli, a portata di mano. Non ci pensa, sa che non si ruba in casa dei ladri. Ma io non sono un ladro come loro. Io prendo quello che mi pare, dove mi pare. Gli sfilo anche le mutande, a questi. A lei poi, alla vecchia del portafogli, col sedere e le tette che si ritrova gliele caverei e come, le mutande.
Parlo con Luigi, per fare l’indifferente, e lui si accorge subito che c’è qualcosa. Mi appoggio alla spalliera della mia sedia, metto giù la mano e con un gesto leggero, rapido, prendo il portafogli. Me lo appoggio in grembo, sotto al tovagliolo, e lo apro. Cerco i soldi, ci sono cinque banconote da cinquanta euro e un paio da dieci. Ne prendo quattro. Non si deve mai svuotare un portafogli in questi casi. Se il possessore lo prende e lo trova vuoto va giù di testa. Invece se mancano dei soldi si incasina, dice “ma… c’erano duecentocinquanta euro! Dove li avrò messi?” e va avanti così, finché si confonde e gli gira la testa. E comunque questa qui non lo aprirà. Paga uno degli uomini, come si usa tra loro nel bel mondo.
Rimetto a posto il portafogli.
Luigi ha seguito la mossa. Beve un sorso di vino.
“Quanto?” fa, sorridendo.
“Duecento” faccio. “Cento a testa”
Annuisce. Ma non perché è d’accordo. Lo immaginavo.
“Settanta, più o meno. Una parte va allo zio.”
“Che?” insorgo, ma sottovoce. “Cazzo dici?”
Lo zio, intanto, ci guarda e stringe gli occhi. “Eh?” fa.
Gli verso la bere. Si concentra subito sul vino.
“Se li sputtana in due giorni”.
“Probabile” fa Luigi. “Ma non sono affari tuoi. E tu, invece? Li spendi tutti in coca.”
Stringo le mascelle. Quando fa così lo strozzerei. Mi paralizza, mi depaupera. Mi inchioda, con quegli occhi azzurri duri come l’acciaio. E comunque ha ragione, come al solito. Ho una tipa a mezzo, una che ha anche un’amica che mi tira. Ci facciamo un paio di piste, metto gli AC/DC , o quei coglionazzi degli Oasis che piacciono tanto alle ragazze, andiamo su di giri e ci scappa una bella orgetta a tre.
“Dagli i suoi settanta” dice.
Ordina. Sentenzia. Impone.
“Perché disintegri i maroni così?” faccio. Ma so di avere già perso. Non posso oppormi al suo senso di giustizia. Mi annienta. E’ sempre stato così con Luigi. Siamo amici da vent’anni, lui sempre bravo, sempre studioso, e sempre giusto. Quando tra bambini ci picchiavamo arrivava lui e metteva tutto a posto. Anche adesso, che sta per laurearsi in giurisprudenza con la lode, ha già pianificato il futuro. Vuole mettere su un’organizzazione di avvocati di strada, sul modello del mitico Soccorso Rosso dei nostri padri, e dei Diggers americani dei nostri nonni. Vuole assistere gli sfrattati, i licenziati, i precari, gli immigrati, tutto gratis. Non vuole diventare un ricco imbroglione come gli altri avvocati. Almeno per ora. Poi si vedrà. Come il sottoscritto, si vedrà. Magari tra dieci anni lui sarà diventato un avvocato azzeccagarbugli che difende i palazzinari squali e io assisterò gli homeless come lo zio. Può accadere di tutto. Intanto però io me la godo e lui no. Io mi porto in camera le tipe, le cambio spesso, lui invece è sempre con quella sua fidanzata da una vita, si chiudono in camera, sento della musica bolsa e immagino che leggano quei libri tosti, degli studi, dei documenti, che so.
“Sai che con me non ti devi atteggiare a studelinquente nichilista” dice, a muso duro. “Sei fuori fase. Siamo in tre, e lo zio paga per tutti. Ha diritto ai suoi soldi.”
Arrivano i gamberoni e i branzini. Meno male, perché lo zio stava iniziando a rizzare le orecchie. Ordino un’altra bottiglia. Mangiamo con gusto. Carne tenera, delicata. Vino fresco, che sale alla testa come un venticello di primavera.
“E tu non fare sempre il robin hood della generazione post atomica” faccio. “Lo sai che lo zio è contento così. Ha capito. Si fa una bella mangiata, una bevuta di quelle mitiche, e stanotte dorme al coperto, in un commissariato. E’ senza fissa dimora, non possiede nulla, neanche lo denunciano. C’è brutto tempo, magari piove e lo sai che gli fa schifo andare al dormitorio. Lì c’è davvero il pericolo che lo riempiono di botte.”
Gli occhi azzurri non mi danno tregua.
“Un bel paraculo, non c’è che dire. Intanto ti tieni i suoi soldi. Lui ha i nostri stessi diritti. Dagli i settanta. Subito.”
Sospiro. Inutile oppormi. Lo so che ha ragione. Il fatto è che non me ne frega niente se ha ragione. Con cento euro mi compro la coca sufficiente per me e le due tipe, con settanta non so. Ma devo ubbidire a Luigi. Perché è il capo.
“Anzi, no” soggiunge, pensieroso, “magari glieli sequestrano gli sbirri. Dalli a me, che glieli passo quando esce. Con me sono al sicuro, con te no.”
Alla fine ci facciamo una risata. Ma sì, zio, prenditi i settanta, che è giusto così. Al diavolo i soldi.
Beviamo sorsate vigorose, diventiamo superallegri. Anche Luigi, che non è un tipo triste. E’ solo un duro. E anche se si sbronza non abbassa mai il suo fottuto senso di giustizia.
Prendiamo anche dei dolci, io al cioccolato, Luigi una cosa con la crema, lo zio una torta leggera, perché è a rischio con lo stomaco. E’ anche un po’ pallido. Non è un alcolista, anzi, è mezzo astemio, gli basta un bicchiere per svalvolare. E stasera si è bevuto almeno mezza bottiglia di ribolla.
Scherziamo, lo prendiamo bonoriamente in giro, lui sta al gioco, ride spalancando la bocca, piena di cibo masticato.
E adesso viene il momento. La seconda bottiglia è pieno per un terzo. Gliela lasciamo. Passerà circa mezz’ora prima che il padrone inizi a porsi la domanda, e lui finirà di scolarsela con calma.
“Zio, allora noi andiamo” dico.
“Uh” fa lo zio.
Tentenniamo. Ci sembra di mollarlo qui, da solo in balìa dei lupi.
“Allora hai capito, stai qui tranqui, arrivano gli sbirri e tu non dici niente. Eri con due sconosciuti che ti hanno invitato in cambio di un lavoretto, cambiare la ruota di una macchina, poi se la sono svignata lasciandoti nella merda. Ce la fai a spiegarti?”
“Ma sì, dai” fa lo zio. Quando vuole, ce la fa a parlare.
“Bene. Non ti succede niente, e quando esci ti veniamo a trovare. Ci vediamo alla baracca del marocchino, dove hai lasciato il cappotto e il sacco a pelo. In gamba!”
Ci alziamo e raggiungiamo l’uscita. Lancio un’ultima occhiata allo zio, ridacchia e beve una bicchierata. Andrà tutto bene. Deve andare tutto bene.
Passiamo dalla cassa. Il padrone ci sorride. Parlo io, che ho la lingua sciolta e la faccia tosta.
“Scusi sa, ma dobbiamo andare un attimo in macchina, perché abbiamo dimenticato una cosa. Può portare il conto a mio zio che ci aspetta al tavolo. Torniamo tra cinque minuti.”
Il direttore per la verità sembra perplesso. Fa “ah.” Poi guarda verso il nostro tavolo, e io spero che lo zio non ceda adesso, tipo che si mette a vomitare o crolla con la testa sul tavolo. Ma è a posto il vecchio pirata. Beve e sembra soddisfatto. E pure in forma smagliante.
Il direttore ripete “ah.” Ma come fa a dire di no? E’ impensabile che due ragazzi come noi, tipi sgargianti, educati, se ne vadano piantando un parente senza pagare il conto.
“Torniamo tra pochi minuti, la macchina è nella strada di fianco” ripeto, con un bel sorriso.
Il direttore si constringe a rilassarsi. Non ha scelta. Dice “va bene, va bene” lanciando un’altra occhiata verso il tavolo, dove lo zio è sempre seduto tranqui e abbastanza cool.
Usciamo senza fretta, usciamo nella notte che sta iniziando a piovere.
Camminiamo spediti e ci allontaniamo dal ristorante. Siamo fuori tiro.
“Vedi che piove? Lo zio era fregato con la pioggia” faccio.
Luigi si stringe nelle spalle.
Pensiamo a lui, nel ristorante, da solo, col direttore che lo guarda sospettoso.
Ma lui è solo, è questa la sua vita. Per lui è un lavoro, ci ha anche guadagnato dei soldi.
D’un tratto Luigi si ferma, mi fissa. La sua faccia è una maschera di pietra. Ho un vuoto allo stomaco.
“Dammi i soldi” fa.
Lo guardo senza capire. “Che soldi? La parte dello zio? Va bene, ma perché questa furia?”
“Dammi tutti i soldi”.
Mi sale un senso di panico. Non può farlo. Non può arrivare a questo.
“Va’ all’inferno, Luigi.”
Gli occhi azzurri non hanno una sfumatura di cedimento. “Non possiamo lasciarlo in mano agli sbirri. Quelli lo ammazzano di botte. Coi soldi di quella donna l’abbiamo scroccata lo stesso, la cena.”
“Senti, vaffanculo. La mia parte mi serve per la coca..”
“Dammi i soldi e non rompere i coglioni.”
I nostri sguardi si incrociano, si sfidano. Non posso oppormi, lo so. L’ho sempre saputo. E’ una servitù che mi porto dentro da una vita. E’ una sconfitta. Gli consegno i soldi, con un gesto di fastidio. Luigi li prende, poi guarda nel suo portafogli.
“Io ho venti euro. Duecento non bastano. Abbiamo preso due bottiglie da 32 euro l’una. Tu quanto hai?”
Tutto crolla ormai. Non ho più risorse, né energie. Prendo il portafogli: dieci euro. Poi, resterò in bolletta nera. Dovrò fare un paio di nottate dallo spedizioniere come facchino. Glieli do.
“Duecento trenta. Se il padrone dà di matto tu che sei bravo fatti venire una crisi. Digli che stai per vomitare. Quello si spaventa e ce ne andiamo.”
Torniamo verso il ristorante. La pioggia mi frusta la faccia.
“Luigi, fermati!”
Rallenta il passo, ma non si ferma.
“E adesso che stai per mandare tutto all’aria dove dorme lo zio? Ha lasciato il sacco a pelo dal marocchino, nella capanna sul fiume, come ci arriva con questa pioggia? E poi il marocchino non lo vuole, lo sbatte fuori. Tra loro non hanno il cuore tenero, come te!”
Luigi sembra fermarsi, per un attimo. Si alza il cappuccio del giubbotto sulla testa.
“Lo mettiamo nell’ingresso” grida. “Un sacco a pelo ce l’ho.”
Lo immaginavo. Lo temevo. Lo sapevo.
“Tu sei fuori! Un homeless ubriaco in casa nostra! Quello vomita, caga e piscia, poi chi pulisce?”
Luigi si ferma ora, si gira e mi fissa.
“E tu, allora? Che dire quando torni ubriaco o con la droga che ti esce dalle orecchie, e vomiti?”
Un colpo basso. L’ultima volta gli ho lasciato una chiazza di vomito davanti alla porta della sua camera.
Gli urlo in faccia: “A me non importa nulla di nessuno, solo di me stesso! E’ questa la mia legge! Ma tu perché hai acettato il mio piano? Perché hai accettato Luigi? Tu, il futuro avvocato dei poveri? Per sbafare una cena di pesce, come me, per poi pentirti? Che fai Luigi? Che vuoi?”
Un attimo di silenzio. La pioggia crepita sull’asfalto, sulle nostre teste.
“E tu perché mi hai chiamato a farti da spalla?” ribatte. “Perché io?”
Si gira, riprende a camminare.
E io dietro.
Ecco la porta del ristorante.
Ora il direttore ci accoglierà con un sorriso di sollievo. E’ tutto a posto, siamo tornati per pagare il conto. Come deve essere.
Mi chiedo come abbia potuto dubitare, questo vecchio rinco.
Si vede subito, si vede da lontano che siamo due ragazzi a posto, noi.

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16 Responses to Invito a cena

  1. liviobo il 22 gennaio 2010 alle 15:55

    ben scritto… e ci sarebbe anche di che riflettere

  2. lucy il 23 gennaio 2010 alle 18:38

    ben scritto, mauro, ansiogeno q.b., cattivo. mi colpisce molto, dove la trovo, la capacità di costruire personaggi odiosi senza strafare, consegnandoli mani e piedi alla loro sfacciata amoralità, e, forse, immoralità. quei personaggi che vorresti avere tra le mani e dargliene tante ma tante…
    qui c’è “soprattutto” da riflettere.

  3. liviobo il 23 gennaio 2010 alle 19:29

    non lo so se è proprio così, lucy… questi personaggi sono descritti infine come positivi, simpatici… il punto di vista narrativo e il linguaggio è il loro… anche se poi si ricredono

  4. mauro baldrati il 23 gennaio 2010 alle 20:27

    Grazie liviobo e lucy, e devo dire che mi fa piacere questa diversità di lettura dei personaggi. Forse è un buon risultato per la scrittura –

  5. liviobo il 23 gennaio 2010 alle 20:57

    andiamo più a fondo, visto che ci siamo… ti dico sinceramente, che dopo aver letto il racconto, mi ha un po’ infastidito non so che tuo commento troppo “buonista” mi pare sul caso helena j. – è evidente che questo non pregiudica il racconto, ma a me la cosa che interessa di più della letteratura – in ciò antiproustianamente – è il rapporto con le intenzioni, cioè con la vita. in questo senso, come dobbiamo leggere il tuo io e la lucy?

  6. mauro baldrati il 23 gennaio 2010 alle 21:42

    Caro Livio, non lo definirei buonista. Io cerco di approfondire certi insegnamenti che derivano per esempio da filosofie orientali (ma non solo), perché ho un obiettivo nella vita: liberarmi dalla rabbia, dalle persecuzioni, da atteggiamenti e sentimenti ostili verso gli altri, dai permali, l’aggressività, cioè da sentimenti che ho spesso definito “scorie”. Poi come tutto questo si interfacci con la scrittura, credimi, non lo so. Cerco di lavorare sullo stile, non inteso come bello scrivere, ma perché sono convinto che un contenuto trova la sua realizzazione attraverso la modalità; in altre parole, “come” viene rappresentato. Sul racconto, perché è questa la tua domanda diretta, posso avere un’opinione, ma vale quanto la tua e quella di Lucy. Non è un atteggiamento, ti do la mia parola. E’ che altre volte ho verificato che tra intenzioni – o motivazioni, ma non sono mai del tutto nitide – e le risposte di lettura spesso non vi è corrispondenza. Anche perché sono convinto che il primo che scompiglia e confonde le carte è proprio l’autore, con se stesso. E comunque nella scrittura credo nella libertà: di osare, di provocare anche, ma il tutto voglio che sia ripulito dalle scorie.

  7. liviobo il 23 gennaio 2010 alle 21:55

    bypasso sull’oriente, per non disperderci troppo (ma in sintesi io penso che le passioni vanno attraversate, non che si debba liberarcene).
    sul racconto, certo, tu mi hai dato una risposta ortodossa e corretta. viene appunto da proust, nel Contro SainteBeuve. ma non sarebbe più interessante e importante per le nostre vite, andare invece a connettere più intimamente scrittura ed etica? in altri termini: intendevi dire che il conto al ristorante non si paga? sarebbe sbagliato. che si paga? sarebbe scontato. allora che intendevi? nell’utlima frase, sul provocare, già ammetti qualcosa in più…già ammetti un’intenzione

  8. mauro baldrati il 23 gennaio 2010 alle 22:38

    Non è mia intenzione tirarmi indietro. Sull’oriente, d’accordo sulla dispersione, anche perché l’argomento è immenso. Buddha stesso ha vissuto le passioni. Io non mi sento di aderire – per ora – totalmente alla ricerca di un nirvana libero da passioni, ma occorre riflettere su questo concetto. L’aggressività verso gli altri che deriva, per esempio, da una forma di castrazione infantile non è una passione. E così via.

    Alle domande dirette sul conto ecc., Livio, ci sono casi infiniti. Ci fu un tempo – ora non so se è estinto – in cui si considerava legittimo rubare ai capitalisti, perché erano dei ladri; in cui chi era povero, in quanto sfruttato sociale, aveva il diritto di rubare a chi aveva più del necessario (per esempio l’occupazione delle case, le autoriduzioni nei supermercati ecc). Ma è giusto da un punto di vista morale? I già citati orientali dicono di no, nettamente. Beh, io non lo so. Io lascio moltissime cose senza risposta. Anche scriverne, raccontarle, è lasciarle senza una risposta diretta. Diciamo che mi affascina il concetto di “criminale onesto”, molto ben raccontato in “Educazione siberiana” di Lilin; cioè una forma superiore di legge, di legge non scritta, dove esiste una giustizia tra giusti ecc., mentre la cosiddetta legge del sistema esterno serve per i furbi, che la usano per essere disonesti.

    Ma, ti dico sinceramente, ciò che mi interessava maggiormanete nella genesi di questo racconto era il rapporto tra il narratore e Luigi. E qui non credo di avere risposte molto esaustive, tipo chi è uno e chi è l’altro, e cosa cerca uno nell’altro: cosa vede uno nell’altro, perché i due si attraggono; perché forse si completano. Si scrive anche di pancia, la scrittura cerebrale ha dei limiti (ma parlo per me, conosco invece lettori che la amano).

  9. liviobo il 24 gennaio 2010 alle 08:59

    ho guardato in rete… hai collaborato a frigidaire… dunque avevo visto giusto, qui sotto comunque c’è quel tipo di poetica della crudeltà… e io penso che i problemi della sinistra derivino proprio dal non avere risposto a certe domande: perchè zanardi ci è simpatico?… e salto direttamente all’ultima: esiste una violenza giusta? la sx si era riappropriata del corpo col 77, lo ha perso di nuovo perchè non ha saputo situarlo. il risultato è che al posto di zanardi ci troviamo fabr. corona (rubo ai ricchi per dare a me stesso, dice…ha il codino e il naso a becco ecc.), che non sappiamo che pensare sulle guerre di obama, che la dx cavalca la demonizzazione tout court dell’estremismo di sx…

  10. lucy il 24 gennaio 2010 alle 11:41

    io credo di essermi, nelle mie impressioni, fermata alla forma, alla categoria di appartenenza del racconto. a quella cosa che faccio per deformazione, che è utilissima in prima battuta: cercare di “collocare” ciò che hai di fronte in un qualche settore delle tue conoscenze. quindi, benissimo per letteratura della crudeltà: categoria peraltro vastissima, ma vedo che ci siamo capiti. su di me la letteratura della crudeltà, in cui posso persino comprendere certi passi straniati dei malavoglia, o rosso malpelo, fanno l’effetto di mobilitare e il gusto e la riflessione. mi piacciono i personaggi irritanti, gli argomenti irritanti, mi piace che qualcuno guardi per me nella direzione da cui io, per conto mio, distolgo lo sguardo, non per vigliaccheria, ma perché non mi regge lo stomaco. il filtro della scrittura mi permette di prendere in esame il fatto per me odioso che esistano il cinismo, la furbizia, la strumentalizzazione dell’essere umano sull’essere umano. la mia vita, con tutti i suoi errori e guai, è lontana anni luce da ogni forma di “violenza”. la cronaca mi tiene aggiornata, seguo la politica con sempre più fatica per via del cinismo e del revisionismo che la popola, ma niente mi mobilita di più del racconto e del romanzo. vorrei che fosse così con la poesia contemporanea, ma questa non ha ancora sortito effetti: troppo di pancia, troppo ripiegata su di sé, chiacchierina, compiaciuta: inutile in un’epoca che avrebbe bisogno di poesia soprattutto civile.
    un racconto, dunque, che metta in scena personaggi che per brevità chiamo negativi, di “quel” tipo di negatività, va benissimo: ha una forza d’urto che mi impone di riflettere. il rischio buonista è nel fatto che possa funzionare da consolazione per chi tende a tutt’altro che a fregare il prossimo. non è il mio caso, non è, per lo meno il caso di questo racconto. questo perché i personaggi di mauro sono stati concepiti liberi, si sente che si comportano a modo loro: e questo è sempre un gran pregio deella scrittura vera. poi, data la libertà di cui godono, arrivano al lettore per versanti diversi, suscitano emozioni e reazioni diversissime.
    e questa è un’altra caratteristica fondamentale: scritta una cosa, lo scrittore scopre che è andata in direzioni insospettate. alcune lo possono seccare, altre sorprendere: ma questo è lo scotto.
    la violenza non è mai “giusta”: ciò non esclude che la si possa attuare in una qualche forma a difesa di diritti ampi, collettivi e non particolari. nel racconto, l’avvocato dei poveri e il suo amico, eredi deformi di certa chiacchiera di sinistra, cocainomani, non ricordo più se entrambi o uno dei due, pensano al loro particulare sfruttando i cascami di principi rivoluzionari un tempo “forse” giusti, sicuramenti più seri. un particulare peraltro legato ad un qui&ora basso-corporeo: una sbafata *agratis.
    in più gli estremi si toccano: questa qui mi pare tanto una di quelle scenette crudeli alla amici miei, intrisa di lontana goliardìa, che è sempre un po’ di destra, o sbaglio? il racconto va molto in là: ci mette di fronte al caos di oggi, al revisionismo per cui destra e sinistra non esistono più, così la destra – che è sempre quella: si sappia – può cavalcare parole – solo parole – di sinistra e la sinistra, pora crista, fa cose di destra. cose di merda, praticamente. scusatemi, ma ho l’età per “ricordare”.

  11. liviobo il 24 gennaio 2010 alle 12:41

    bella e articolata analisi di lucy… però su un punto nevralgico la trovo insoddisfacente. che tu sia “totalmente” buona, non lo posso mettere in dubbio, ma saresti la prima persona che incontro. in genere chi è mite caratterialmente, poi cerca l’affermazione delle proprie cellule in altre forme (caso estremo, madre teresa che punta di rivalersi sugli altri andando in paradiso ). in un’intervista giorni fa, u. eco ribadiva l’importanza di regalare fucili ai bambini, per far sfogare la loro negatività…. zanardi e i 2 del racconto hanno circa la stessa funzione. già partendo da questo, si può arrivare a conclusioni diverse… ma non è solo questo. per me l’etica onesta è il rispetto dei reciproci egoismi

  12. lucy il 24 gennaio 2010 alle 13:17

    è qui il punto, liviobo: io sono buona, ma veramente, ma non mite. e non cerco compensazioni, non mi perdo, diciamo, mai di vista. mi voglio bene e cerco di evitarmi sconquassi: una forma di egoismo. se questa è una macola…ebbene, non sono buona. mi voglio così bene che per il mio bene pretendo il bene degli altri. in parte a mia immagine, ovvio, se no non sarei umana, ma in buona parte a modo loro.
    quella di eco e i fucili è una cosa che disse quarant’anni fa su diario minimo, e forse allora era interessante, ora ai bambini darei acqua e farina, terra, erba, galline, maiali: sono molto più sconvolgenti e ispirano una sana creatività e violenza necessaria che essi non conoscono e non praticano. poi vanno alle medie e fanno i bulli, per intenderci. poi sono all’università e fanno i bulletti ancora, in modo raffinato sfruttando il compagno secchione, l’amico dell’amico dell’amico che conosce il tale, la tale… vedo la qualità dei “bravi” ragazzi, per carità, che frequenta mia figlia. in realtà impegnati, lontani da guai troppo seri, sono insoddisfacenti sotto moltissimi profili. non c’è umanità profonda, esposizione seria ai sentimenti, capacità di affrontare delusioni, sopportare ruoli inevitabili, accettare sul serio i limiti, egoismo compreso, degli altri. io l’ho imparato presto: incazzandomi, ma l’ho imparato. so che m’incazzo, so che m’incazzerò, ma mi osservo attentamente. credo che la bontà di una persona, almeno: quando la trovo, nasca dalla considerazione dei propri limiti, conoscendo i propri pregi. credo che la bontà nasca da un imput di fondo: mai ridurre gli altri a strumento del tuo agire, essi sono lo scopo del tuo esistere. questo racconto, per rientrare in tema, mette in scena allegoricamente un bivio semplicissimo: continuare a usare o smettere di usare. con tutta la gamma delle sfumature che il “semplice” bivio comporta. buoni e cattivi, ad una prima scrematura, stanno da una o dall’altra parte. manicheismo? purtroppo sì, in qualche modo ci vuole. troppi sono oggi gli esempi di superamento ideologico delle parti che ci stanno menando per il naso. mai come oggi gli “avversari” politici sono dei nemici. quando c’erano nemici c’era più cavalleria. molti morti, purtroppo, ma molta cavalleria. non voglio ripetermi.

  13. liviobo il 25 gennaio 2010 alle 16:09

    lucy, mi piace quel che dici e come lo dici, e anche il coraggio di dichiararti buona… tuttavia credo che non parti da un’analisi di fondo veramente radicale, e che questo ti porta a una visione abbagliata e proiettiva, a un wishful thinking… è una visione innanzitutto antropocentrica, che non discute il valore dell’uomo, e del buon rapporto antropico… ma si esiste sempre a spese di qualcosa (magari l’ossigeno che riduciamo a anidride carbonica, la bella mela che trasformiamo in una deprecabile melmetta marroncina), per la semplice verità radicale che ciascuno di noi è un isola fisica… violenza ed egoismo si potrebbero superare solo se fossimo tutti fisicamente inteconnessi da una rete trasfusionale di tubicini… ma ciò annullerebbe l’esistere stesso, e il suo senso, che non si può ridurre alla piacevolezza delle reciproche gratificazioni (anche queste, in ogno caso, fondate in qualche bisogno o desiderio, dunque in una privazione e patologia di fondo)… io cerdo all’intensità, non al piacere, alla tranquillità e all’annullamento delle tensioni.
    peraltro, tornando al testo, esaminiamo una qualsiasi frase: Adesso sembra presentabile, sembra un vero zio, ma non dobbiamo tirargli troppo nel collo, se no schiatta.
    qui esiste una lettura corretta, che è quella divertita dall’immagine (innocua ma sadica) dello zio che “schiatta”, leggere la frase penando per questo schiattare è certo fraintendere… non fosse così, baldrati avrebbe detto, che so: finisce… o tragicamente ci viene a mancare… dobbiamo partire innazitutto da questo tipo di ammissioni ( e da nietsche, e da ciora, e da celine che poi curava gratis i poveri…)

  14. lucy il 25 gennaio 2010 alle 20:10

    mi pare di aver reso giustizia alla coerenza dei personaggi dicendo che mauro li ha lasciati agire secondo un loro codice. se dovessi scrivere alcunché di buono o cattivo “moralmente” punterei ad una qualche verità: anche la “positività” di un personaggio, che non può essere del tutto santo, può essere faticosa da costruire, se no ti viene fuori quel buonismo melenso, consolatorio e diffamatorio della bontà vera, ammesso, convengo, che esista. posso dire una cosa? la bontà vera forse non esiste, ma il male assoluto sì. se uno scrittore mi fa guardare nel male assoluto, o in un male qualunque, io sono contenta: perché esiste e io voglio sapere e ho bisogno di essere aiutata a guardare.
    ti invidio, liviobo, perché cerchi di fare un po’ l’epicureo, un po’ lo stoico, in un mondo di smollaccioni. beato, per l’appunto, il saggio che ci riesce.

  15. Salvatore D'Angelo il 25 gennaio 2010 alle 20:21

    Bellissimo. il “metatesto” la dice lunga sull’attuale”stato dell’arte” circa il collante “etico” della comunità “post-atomica”.
    Molto belle anche le interlocuzioni di liviobo, lucy e dello stesso baldrati, al quale chiedo “E’ un racconto a sé, per una raccolta, o è una sequenza di un romanzo?”

  16. mauro baldrati il 26 gennaio 2010 alle 09:14

    Sono d’accordo con Salvatore, molto belli gli interventi. Sulla tua domanda, è un racconto a sé, al momento non credo di avere materiale sufficiente per una raccolta organica, e per ora non la sequenza – o il prototipo – di un romanzo, però un’idea forse me l’hai suggerita…



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