Il mio motorino si chiamava Geronimo. Una lunga premessa personale e un nuovo libro sugli Indiani d’America

23 gennaio 2010
Pubblicato da

di Francesca Matteoni

Era un verde scuro, pieno di adesivi di capi indiani e di semi-sconosciuti gruppi ska. Con i freni scassati e la catena rotta – ecco perché poi me lo rubarono. Era il motorino dei diciannove anni – prima e dopo sempre avuto solo biciclette – un improbabile pulmino su due ruote, dove riuscivamo a viaggiare perfino in tre + cane. E poiché era l’unica cosa motorizzata che abbia mai avuto, e che abbia saputo grossomodo guidare, dovevo dargli gli un nome importante – dritto, dritto da una delle mie grandi passioni: gli Indiani d’America. Uno degli adesivi raffigurava Quanah Parker, bellissimo mezzosangue, legato al culto del peyote, ma lo scartai, perché Quanah era il nome di un ragazzo che conoscevo allora, chiamato così proprio per il grande capo spirituale dei Comanche. Allora decisi per Goyathlay, Geronimo degli Apache, inventore della guerriglia. Mio padre diceva sempre che era il più brutto, con quel viso da befanotto, ma anche il più duro e ostinato degli indiani. Non si arrendeva mai. Pensai che potesse essere di buon auspicio.

In quel periodo leggevo tutto quello che avesse a che fare con gli indiani. Libri rubati a mio padre, trovati sulle bancarelle, cercati avidamente sugli scaffali delle librerie. Ritagli e articoli di giornale. Giravo con una freccia di ossidiana al collo, poi regalata, come se fosse una delle frecce magiche che i personaggi dei Racconti indiani di Jaime de Angulo, gettano in aria per conoscere la direzione da seguire. Pensavo anzi, che avrei voluto essere Jaime de Angulo, che aveva vissuto a lungo tra i Pit River della California, imparando l’arte del narrare storie ricche di antenati totemici, tribù umane e animali, dove il Pellicano è una regina, il Grizzly uno zio. Corvo e Vecchio Coyote, che getta il mondo nel caos. Mi imparavo a memoria le date e i nomi di Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, il capolavoro di Dee Brown, fermandomi sempre per Pentola Nera capo Cheyenne, forse tra tutti quello che ho più amato, la sua tribù massacrata a Sand Creek in Oklahoma; il fiume Washita, dove fu ucciso con la moglie e il cavallo, nel 1868, mentre sperava di raggiungere un accordo di pace, presso il guado. Crivellati di colpi e calpestati nel fango, grazie a Vanagloria-Lunghi Capelli Custer.

Che sogno era il mio. Di comunanza con questo popolo distante nello spazio e nella storia, questo popolo che non reclamava nessun diritto sulla terra, poiché, diceva, è assurdo pensare di possedere qualcosa che era qui molto prima di noi, continuerà ad esserci quando nessuno più ci ricorderà. E di giustizia – per uno degli atti più orribili perpetrati da un gruppo umano ai danni dell’altro, se non addirittura nella storia il peggiore di tutti – il massacro, il tentativo pluricentenario di estinguere da nord a sud, le popolazioni native delle Americhe, con l’inganno e le promesse prima che con le baionette. Un’azione che non si era conclusa col mito ottocentesco della frontiera, ma era continuata nella creazione delle riserve e nel progressivo annullamento di ogni traccia di nativi dalla memoria bianca dell’America, e perfino nella stessa leggenda degli Indiani, fissati in una vecchia fotografia di copricapo piumati, tomahawk, giubbe blu all’attacco degli accampamenti, come se dopo non ci fosse stato più niente, nessuno. Eppure i nativi sono ancora lì – vivi, travestiti da fantasmi. Accanto ai libri di storia e di miti, leggevo testi contemporanei, operazione non difficile in realtà in questo paese, dove sembra che ci sia sempre stato un posto speciale per i nativi.

Recupero ad esempio un piccolo libro, un documento, uscito oltre 15 anni fa per le “Edizioni Laboratorio Politico” – alla voce autore figura Voci indiane, il titolo è Accusa di Genocidio. Nelle prime pagine è scritto:

Nella Convenzione delle Nazioni Unite sui crimini contro l’umanità – Resolution 260 (II) dell’Assemblea Generale -, all’articolo II°, si legge che si commette genocidio quando si ha l’intento di distruggere in tutto o in parte una comunità nazionale o un gruppo etnico o religioso, cioè quando:
a) si uccidono membri di un gruppo;
b) si causano seri danni fisici e mentali ai membri del gruppo;
c) si costringe deliberatamente il gruppo a condizioni di vita tali da causare la distruzione fisica di tutto il gruppo o di parte di esso;
d) s’impongono misure atte alla prevenzione delle nascite del gruppo;
e) si trasferiscono con la forza i bambini di un gruppo a un altro (anche facendoli adottare).
Questo è ciò che gli indiani hanno subito o stanno subendo in America.

Conclude il testo un’intervista con due militanti dell’American Indian Movement, sul caso di Leonard Peltier, un indiano Chippewa del Nord Dakota, estradato illegalmente dal Canada e arrestato nel 1976 con l’accusa di duplice omicidio, in realtà perseguitato per l’attività politica in difesa dei diritti indiani. Dopo oltre trent’anni, sta aspettando ancora, con ormai poche speranze, di essere liberato. Ma non è certo un caso isolato – James Weddell, ad esempio, è un Nakota del Sud-Dakota, arrestato durante gli anni Ottanta per un delitto mai commesso e liberato nel 2003, nonostante l’opposizione dello stato. La sua storia è stata raccontata in una lunga intervista con Gloria Mattioni, in un prezioso volume uscito negli anni Novanta, quando Weddell era ancora in carcere, con il titolo Guerriero Dakota, per le edizioni Sensibili alle Foglie.

Non so spiegare del tutto perché gli indiani, che cosa risvegliano in me. L’unica volta che sono andata negli Stati Uniti è stato nella tarda adolescenza, e nell’est, a New York e in Pennsylvania, dove i popoli nativi furono quasi totalmente sterminati nel ‘700. C’erano i Lenapee (chiamati poi Delaware, come il fiume). Al museo di Pocono, villaggio tra boschi, laghi e cascate, mi guardai il mito della creazione del mondo secondo i Lenapee, la Grande Tartaruga e la Ragnatela – cercavo piuttosto ingenuamente, di percepire la loro presenza negli alberi autunnali, ma nonostante la bellezza del paesaggio c’era poco di indiano, oltre la paccottiglia nel negozio di souvenir.

Dice un verso del poeta Cheyenne Lance Henson, che ha scelto di pubblicare il suo ultimo libro in Italia in edizione bilingue, che questa è un’era in cui gli uomini amano la propria solitudine, (an age where men love their loneliness) – che non significa io credo, la capacità di star soli, ma piuttosto l’incapacità di condividere qualcosa, di sentirsi parte di una famiglia che va oltre il codice genetico, i legami del sangue. Esattamente quello invece che succedeva e succede presso i nativi americani, o gli Inuit dell’Artico, gli indios dell’Amazzonia, e le molte popolazioni che noi chiamiamo terzomondiste, o che evitiamo di ricordare – quei modelli deboli, non vincenti dove resiste un senso sodale della sorte.

Tutte queste cose e molto altro mi sono girate in mente quando mi è arrivato un bel libro appena uscito, opera prima di Laura Bettanin, Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno. Romanzo di rabbia e d’amore per gli indiani d’America, denso diario di un viaggio tra Nord e Sud Dakota, Wyoming Montana, Nebraska, Minnesota – gli stati delle Pianure, tra le Black Hills e le Bad Lands – per realizzare un documentario sulla vita odierna dei nativi. Da molto non leggevo niente al riguardo. È stato come incontrare un vecchio amico da tempo lontano, pieno di sorprese. Il titolo fa riferimento al Trattato del 1868, con cui il presidente Johnson riconosceva le Black Hills come terra sacra dei Lakota (Sioux). Riconoscimento che sarebbe stato continuativamente tradito nei decenni a venire, a causa dell’oro di cui le montagne abbondavano. Laura, nel ruolo di interprete, Pit, il regista e Cosetta, la produttrice. Tre stranieri, che si scontrano con la doppia diffidenza dei nativi verso i bianchi, e degli americani insospettiti dall’interessamento per gli indiani, che per lo più vorrebbero relegati alle leggende di capi, scalpi e corpi pitturati, o alla mercanzia di perline per turisti, non scomodamente presenti, a testimoniare una storia non gloriosa della grande America.
Eccoli i nativi, potrebbero dirci alcuni americani uscendo dalla pagine, una massa di ubriaconi, legati a pratiche barbare come la Sundance, incapaci di pensare al benessere dei loro figli, alle generazioni future perché se ne restano nelle riserve a vivere come indiani, invece che, come i più accorti di loro, spostarsi nelle città a vivere come i bianchi. Il progresso va avanti e non tollera le differenze. E forse sarebbe inutile, penso leggendo, far presente a questi bravi patrioti che l’alcol non esisteva prima dell’arrivo dell’uomo bianco, così come le armi da fuoco e la menzogna, che se è barbaro lacerarsi la pelle e i muscoli del torace per officiare un rito di passaggio, partecipare ad uno dove si mangia il proprio dio, meglio ancora se in forma di bambino, momento centrale di una religione per il cui nome nei secoli si fa guerra, si uccide e si annienta l’altro – che cos’è?

Ad ogni incontro con i nativi si percepisce l’entusiasmo e le aspettative dei tre italiani, come davanti a Russell Means, leader storico dell’American Indian Movement, ma anche la consapevolezza di restare comunque della stessa stirpe che ha invaso le loro terre, li ha ingannati e sterminati. I nativi sono, tra l’altro, il popolo che considera i bambini il più importante tra i gruppi umani; che ha saputo creare un rapporto speciale con il cavallo, sconosciuto fino all’arrivo dei bianchi; che fa a meno della fretta e dei tempi stretti della frenesia bianca, per seguire l’Indian time, ora indiana, non prevista dagli orologi – così che quando ti presenti per un appuntamento è sempre una sorpresa. Gli indiani sono anche gli esseri umani “minori”, ancora i barbari senza linguaggio delle colonie, da riscattare col cattolicesimo nella migliore delle ipotesi, da poter assassinare impuniti, nel peggiore, ma non infrequente, dei casi. Così ad esempio durante il viaggio si viene a sapere di due indiani uccisi, ritrovati nella riserva di Pine Ridge –

È così che fanno. Ammazzano gli indiani in Nebraska e poi buttano i corpi nella riserva. A questo punto la faccenda diventa di competenza della polizia tribale che non può fare indagini fuori dai suoi confini e così gli assassini non li prende nessuno.

Tra raduni pow-wow, modeste abitazioni delle riserve, le marce disertate per i diritti, la gentilezza mista all’ostilità dei nativi, i nomi splendidi che ci ricordano che niente è più difficile da cogliere dell’identità, luoghi storici trasformati in baracconi o musei a uso e consumo dei turisti, le interminabili strade americane e i motel scadenti, i pasti ipercalorici, personaggi appena tratteggiati e già indimenticabili, così simili a quelli di tanta filmografia americana – barbieri repubblicani; cameriere attempate strette in vestiti da teen-ager; parrucchiere sagge; raduni di cacciatori di pellicce in cerca del vero west selvaggio per due settimane, ma possibilmente senza indiani – il libro è un mosaico di contraddizioni, come il paese che fotografa. Senza esprimere giudizi facili o cedere alla retorica del buon selvaggio contro lo spietato uomo capitalista, l’autrice sceglie di raccontare quello che vede, di lasciare che le immagini, le scene e le voci, parlino attraverso la sua scrittura, senza viziarle. Questo è il modo per fare un buon documentario (lo scopo del viaggio), ma è anche probabilmente il primo passo necessario per comprendere davvero: accettare di vedere tutto, di ascoltare tutti, per quanto ci possano sembrare meschini e crudeli. D’altra parte se esiste un atto di giustizia e affetto verso un popolo altro, questo non sta nell’adesione cieca a ciò che è – ma piuttosto nel rispettare la differenza, le incomprensioni, il divario mai del tutto superabile tra ciò che ci troviamo ad ammirare e ciò che ci determina come esseri sociali, oltre che singoli. Altrimenti si rischia la più triste delle derive new-age, con la faccia di Toro Seduto sulle nostre medicine alternative, l’acchiappasogni che non cattura visioni, ma lascia fuori la grana del reale. Perché, mi chiedo ancora, a questo punto, l’amore per gente tanto lontana, a cui perfino la storia ci lega indirettamente? Forse perché è andando a fondo nel totalmente altro, facendo spazio in noi per accoglierlo, che ci spogliamo di ciò che è inutile, scopriamo le poche parole speciali, i nostri nomi unici, indiani, che ci difendono dal mondo e ci affratellano.

Riferimenti bibliografici

Jaime de Angulo, Racconti Indiani (Mondadori, 1977)
Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee (Mondadori, 1972)
Voci Indiane, Accusa di Genocidio (Laboratorio Politico, 1994)
James Weddell, Gloria Mattioni, Guerriero Dakota, (Sensibili alle Foglie, 1995)
Lance Henson, I testi del lupo (Nottetempo, 2009)
Laura Bettanin, Finché l’erba crescerà e i fiumi scorreranno. Romanzo di rabbia e d’amore per gli indiani d’America (Transeuropa, 2010)

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11 Responses to Il mio motorino si chiamava Geronimo. Una lunga premessa personale e un nuovo libro sugli Indiani d’America

  1. véronique vergé il 23 gennaio 2010 alle 13:22

    L’articolo è appassionante.
    Ho avuto molto piacere da leggere, perché è ricco di riferimenti
    mescolati al ricordo della narratrice: come nasce una passione,
    come l’immaginario puo inventare un altro spazio, (e questo immenso).
    Di più dà la voglia di percorrere altri libri.

  2. sparz il 23 gennaio 2010 alle 15:51

    grande pezzo, Francesca, mi sento molto consonante con quel che dici, soprattutto nell’ultima parte: comprerò a razzo il libro. Del mio incontro diretto con un nativo, per quanto breve, indimenticabile, ho già parlato qui.

  3. helena il 23 gennaio 2010 alle 21:12

    Molto bello!

  4. plessus il 24 gennaio 2010 alle 12:01

    Il post è caldo di passione. Dei riferimenti bibliografici ho letto i primi due, e il secondo, Seppellite il mio cuore a Wounded knee, è il libro che mi ha smosso e commosso di più in età giovanile.
    Riporto le parole di Alce Nero in ultima pagina:
    “Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig-zag, chiaramente come li vidi coi miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno… il cerchio della nazione è rotto e i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più centro, e l’albero sacro è morto.”

  5. chi il 24 gennaio 2010 alle 12:50

    grande francesca! bellissimo pezzo.

  6. transit il 24 gennaio 2010 alle 13:34

    Io, nel vicolo, avevo due nomi: Guaglione e Ze Pochiello, ma dissi che mi dovevano chiamare, Penna di Falco.

    Quel pomeriggio bussarono alla porta. Era un uomo e il suo lavoro era il commesso di un ospedale. Mamma, dalle parole oscure del commesso, aveva intuito che era successo qualcosa di grave. E, mi lasciò in piedi:nudo e bagnato. Intanto prima di andare via piangeva. E io, iniziai a imbarcarmi nella scia, cieca istintiva animale, a pelle, della solidarietà e dell’empatia, di cui, ignoravo l’esistenza. Anche se qualche volta mi tradivo. Quando con i cumpagnielli del vicolo giocavamo a pallone e loro tenevano la marenna con salcicce e friarielli, quando erano impegnati nel gioco, mi dicevano: Mantieneme sta marenna. Io comme nu mariuolo, di nascosto, la prendevo a morsi. Non avrei voluto, ma lo stomaco brontolavo feroce e diceva: Strunzo piglia ‘a muorze stu bbene di Dio. La marenna era accussì bbona che mi sentivo di svenire, ma poi mi riprendevo subito con un altro morso. Questo fatto, più tardi, quando facevamo la guainella(guerra tra bande a colpi di pietre), mi portò a scegliere di far parte della tribù degli indiani, nonostante essi praticassero con ferocia il prelievo dello scalpo, che io rispettavo come tradizione della loro cultura, a chilli uommene ‘e mmerda dei visi pallidi, che di certo a loro volta facevano altre atroci schifezze di guerra e distruzione. La nostra tribù si chiamava: I zozzosi dai Piedi Neri, pure perché era vero che tenevamo i piedi neri di scuorzo. Io ero il capo dei Piedi Neri. Nel vicolo mi chiamavo Penna di Falco. L’unica cosa che mi faceva incazzare, imbestialire e jastemmare il Pataterno e tutti i santi, della Tribù dei Piedi Neri di Scuorzo, ma anche di tutte le altre della Nazione Indiana, era: la Questione degli Allucchi. Sarebbe a dire, di quando organizzavamo in maniera perfetta agguati e attacchi tra i canyon alle carovane, civili e dei soldati, di quegli inchiavicati schifosi sfruttatori e guerrafondai dei visi pallidi. Una pratica e un vizio di fondo, comunque, che non riuscì ad estirpare. Insomma, io ero dell’idea che quando assaltavamo i visi pallidi, specialmente i soldati, ma comunque sempre, non dovevamo assolutamente, per nessuna ragione, alluccare e urlare come pazzi scalmanati. In modo da non dare alcuna possibilità e vantaggio di accorgersi, organizzarsi e rispondere con le loro armi micidiali di pistole, fucili e cannoni, ai nostri assalti all’arma bianca Eravamo bravi a camuffarci tra le rocce, gli arbusti e le grotte e fin qui tutto bene. Invece, con quelle uscite cretine e demenziali degli allucchi che svegliavano anche i morti, si metteva sempre in pericolo la buona riuscita del raid. Persino Manitù, seppi in un colloquio a tu per tu, la pensava come me.

    Transit Scarpantibus

  7. andrea inglese il 24 gennaio 2010 alle 19:25

    Cara Francesca,

    grazie di questo pezzo. “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee è stato anche un mio libro per l’infanzia. Credo me lo leggessi a nove e dieci anni. Estasiato dalla storia indiana e disgustato dalle nefandezze dei bianchi, che non avevano limite.

    Segnalo un’altra piccola pubblicazione italiana di Hance Lenson curata da un nostro amico editore:

    http://www.ibs.it/code/9788876954030/henson-lance/missing-bead-perlina.html

  8. stefano il 24 gennaio 2010 alle 20:55

    ho apprezzato molto il tuo scritto,visto che condivido da sempre l’interesse per quei popoli.vorrei consigliarti,in ambito musicale(ma probabilmente lo conosci già)l’album “grafitti man”di john trudell.sulla attuale condizione di vita nelle riserve ho trovato significativo anche il film “frozen river”.un saluto da stefano

  9. azzurra il 24 gennaio 2010 alle 23:55

    il pezzo è molto coinvolgente, mi è piaciuto e fa interessare al libro e alla questione, senza sbilanciarsi in un delirante quanto inutile senso di colpa… cosa che accade, talvolta, a noi discendenti di stirpi volte alla dominazione. eppure, eppure…
    grazie francesca!

  10. marino il 25 gennaio 2010 alle 09:45

    Il libro di Laura Bettanin, di cui avevo letto il manoscritto, è molto bello,
    fin dall’inizio ti accorgi di avere davanti una scrittura speciale.
    Grazie Francesca.

  11. francesca matteoni il 25 gennaio 2010 alle 18:15

    Grazie a tutti voi per i commenti!

    Andrea, grazie per la segnalazione!

    Sono contenta di constatare quanto interesse ancora ci sia per i nativi americani e dovendo fare un rocambolesco parallelo con la nostra attualità, fa riflettere che poi invece con l’altro, lo straniero, il clandestino, in Italia si vada verso un’ottusità e un’intolleranza senza pari …
    Stefano: sì Trudell è un monumento, mentre il film non lo conosco e me lo cerco. Scusate la toccata e fuga, ma sono in fase di trasloco, spero di ricommentare, magari con altre info, presto!



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