Ascoltando “Un sopravvissuto di Varsavia” di Arnold Schoenberg

27 gennaio 2010
Pubblicato da

Un sopravvissuto di Varsavia

oratorio per voce recitante, coro maschile e piccola orchestra
Testo e Musica di Arnold Schoenberg
op. 46 [ 11 – 23 agosto 1947 ]

Spartito in PDF

Video di Saskia Boddeke & Peter Greenaway

 
I cannot remember everything.
I must have been unconscious most of the time.
I remember only the grandiose moment
when they all started to sing, as if prearranged,
the old prayer they had neglected for so many years
the forgotten creed!
But I have no recollection how I got underground
to live in the sewers of Warsaw for so long a time.

 

Non posso ricordare ogni cosa
Devo essere rimasto privo di conoscenza il più del tempo.
Ricordo soltanto il grandioso momento
quando tutti cominciarono a cantare,
come si fossero messi d’accordo prima,
l’antica preghiera trascurata per così tanti anni
il credo dimenticato!
Ma non ho memoria di come riuscii sotto terra
a vivere nelle fogne di Varsavia, per un tempo così lungo.


The day began as usual:
reveille when it still was dark.
Get out! – Whether you slept
or whether worries kept you awake
the whole night.
You had benn separated from your children,
from your wife, from your parents;
you don’t know what happened to them –
how could you sleep?
The trumpets again – Get out!
The sergeant will be furious!
They came out; some very slow;
the old ones, the sick ones;
some with nervous agility.
They fear the sergeant.
They hurry as much as they can.
In vain! Much too much noise,
much too much commotion – and not
fast enough! The Feldwebel shouts
“Achtung! Stillstanden!
Na wird’s mal? Oder soll ich mit dem
Gewehrkolben nachhelfen?
Na jutt; wenn ihr’s durchaus haben wollt!”
The sergeant and his subordinates
hit everybody: young or old, strong or sick,
quiet or nervous, guilty or innocent.
It was painful to hear them groaning
and moaning. I heard it though
I had been hit very hard,
so hard that I could not help
falling down. We all on the ground,
who could not stand up were then
beaten over the head.

 

Il giorno cominciò come al solito:
sveglia quando era ancora buio.
Venite fuori – Sia che dormiste
o che le preoccupazioni vi tenessero svegli
per tutta la notte.
Eravate stati separati dai vostri bambini,
da vostra moglie, dai vostri genitori;
non sapevate che cosa era accaduto a loro
– come potevate dormire?
Le trombe ancora – Venite fuori!
Il sergente sarà furioso!
Vennero fuori; alcuni molto lenti;
quelli vecchi, quelli ammalati;
alcuni con agilità nervosa.
Temono il sergente.
Si affrettano più che possono.
Invano! Molto troppo rumore,
molta, troppa confusione – e non
svelti abbastanza! Il sergente urla:
Attenzione! Attenti! Beh, ci decidiamo?
O devo aiutarvi io con il calcio del fucile?
E va bene; se è proprio questo che volete!”
Il sergente e i suoi sottoposti
colpivano tutti; giovani o vecchi, sani o malati
calmi o nervosii, colpevoli o innocenti.
Era doloroso sentirli gemere
e lamentarsi. Sentivo tutto sebbene
fossi stato colpito molto forte,
così forte che non potei evitare.
di cadere. Noi tutti al suolo,
chi non poteva reggersi in piedi
era allora colpito sulla testa.

 
I must have been unconscious.
The next thing I knew was a soldier
saying: “They are all dead”,
whereupon the sergeant ordered
to do away with us.
There I lay aside half-conscious.
It had become very still – fear and pain.

 

Devo essere rimasto privo di conoscenza.
La prima cosa che percepii fu un soldato
che diceva: “Sono tutti morti”,
al che il sergente ordinò
di sbarazzarsi di noi.
Io giacevo da una parte – mezzo svenuto.
Era diventato tutto tranquillo – paura e dolore.

 
Then I heard the sergeant shouting: “Abzählen!”
They started slowly and irregularly:
one, two, three, four – “Achtung!”
the sergeant shouted again, “Rascher!”
“Nochmal von vorn anfangen!
In einer Minute will ich wissen,
wieviele ich zur Gaskammer abliefere!
Abzählen!”.
Then began again, first slowly: one,
two, three, four, became faster
and faster, so fast that it
finally sounded like a stampede
of wild horses and all of a sudden,
in the middle of it
they began singing the Shema Ysroël.

 

Poi udii il sergente che gridava: “Contateli!”.
Cominciarono lentamente e in modo irregolare:
uno, due, tre, quattro – “Attenzione!”
il sergente urlò di nuovo, “Più svelti!”
“Cominciate di nuovo da capo!
Fra un minuto voglio sapere
quanti devo mandare alla camera a gas!
Contateli!”.
Ricominciarono, prima lentamente: uno,
due, tre, quattro, poi sempre in fretta,
sempre più in fretta, così in fretta che
alla fine risuonò come un fuggi fuggi
di cavalli selvaggi e all’improvviso
nel mezzo di questo
essi cominciarono a cantare lo Shema Ysroël.

 

Shema Ysroël
Adonoi, Elohenu,
Adonoi echod;
Vehavto et Adonoi elohecho
bechol levovcho,
uvchol nafshecho
Uvchol meaudecho.
Vehoyù had e vorim hoéleh
asher onochi metsavacho
hajom al levovechò
veshinantòm levonechò
vedibarto bom
beschitechò, bevetecho
uv’lechetecho vadérech
uvshochbecho
evkumechò.

 
Ascolta Israele,
il Signore è il Dio nostro,
il Signore è uno.
Amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore
con tutta la tua anima
e con tutte le tue forze.
e saranno queste parole
che io ti comando oggi,
sul tuo cuore
le ripeterai ai tuoi figli
e ne parlerai con loro,
stando nella tua casa
camminando per la via,
quando ti coricherai
e quando ti alzerai.

 
 

[ all’arte che sa essere nervo scoperto, monito&memoria
alle vittime di tutte le dittature
a mio nonno Giorgio (Mauthausen)
e alla prozia Alice (Ravensbrück)
con il triangolo rosso dei politici cucito sul petto
radici strappate del mio albero ]

 
 

A survivor from Warsaw, composto da Schoenberg dall’esilio americano, captando con un oceano di mezzo lo spirito terribile della prima metà del novecento europeo, immaginandolo nelle minime pieghe di sofferenza, come e più che se le avesse vissute in prima persona nei suoi minuti istanti, traccia un brivido che sale quasi senza volerlo. La prima rappresentazione ad Albuquerque nel ‘48 fu accolta, dopo l’ultima nota, da un lunghissimo silenzio, lo si dovette eseguire una seconda volta per scuotere il pubblico dall’attonita sensazione di gelo e di meditazione.
Il racconto della giornata nel ghetto, le semplici parole del testo, le domande urlate, il tedesco ostile, aspro, degli aguzzini sono vivi davanti a chi ascolta. Così lo stato di non coscienza per le percosse, quasi rifugio all’incomprensibilità di tanta paura e dolore. Il procedere ritmico della musica sottolinea il clima emotivo e narrativo con una forza che nessuna parola sarebbe in grado di esprimere. Gli scoppi – le piccole pause di lirismo turbato – squilli e dissonanze – l’incalzare convulso della conta fino al sollevarsi finale nel canto unisono in ebraico di speranza e fede, andando verso la morte – la ritrovata identità dimenticata da anni sull’orlo del baratro – tutto nel breve spazio di sei minuti o poco più.
Un ascolto che non lascia indenni. Cosi le immagini di Saskia Boddeke e Peter Greenaway, che sono state materia per diverse rappresentazioni in giro per i teatri del mondo, immagini che sono esse stesse trama e tessuto narrativo parallelo.
Il lento inabissare di corpi: gli abiti che fluttuano fra le bollicine in un lunghissimo tuffo di annegati, che ancora continua, non ritrovati non restituiti, inceneriti, dispersi che ancora vorticano in quell’abisso affondando, continuando ad affondare. La carne rosa dei corpi che si immaginano invece solo nel lungo bianco e nero del tempo storico. I bambini macilenti, i gesti quotidiani del ghetto, una donna che fa l’uncinetto, stivali e file di soldati. La marionetta di Hitler e il gesto di un vagone chiuso, quasi lubrico di un mezzo sorriso. Visi e visi, capelli, cappelli, occhiali, pose sorridenti di foto ritratto. Acqua per lavare via, che spazza e purifica. La ripetizione di un corpo scheletro che scivola lungo un toboga, un altro di rimbalzo lanciato su di un camion a simulare l’iterazione, il meccanismo quasi industriale della fabbrica dell’eliminazione nazista. E anche immagini degli olocausti odierni, sempre volti, occhi, implorazioni, Africa, Iraq, Afghanistan e Palestina – Palestina, sì, anche – e bambini e bambini, ché la storia non insegna e si perpetua, forse in forme meno vaste per numero, ma con lo stesso identico spirito.
 
Per chi ha il fardello di avere fra i suoi cari qualcuno scomparso in un campo di concentramento, per chi è sopravvissuto, non c’è ricorrenza, non serve un giorno della memoria, il ricordo non lascia mai, ed è dolore ma anche desiderio di non dimenticare e di non essere dimenticati, per non tradire il senso del sacrificio, per esserne eredi attraverso le generazioni e trovare parole per dire le cose, per scavare di più le ferite e contemporaneamente medicarle.
La retorica ha sempre buone intenzioni, o forse le buone intenzioni trovano sempre retorica disponibile: ogni ricorrenza sciorina la serie degli aggettivi per definire quel male, ma la definizione fatica a trovare attributi – male assoluto – la sua banalità – parole che non esauriscono l’incommensurabilità sistematica, capillare, l’officina del suo attuarsi, la sua geometrica modalità, pari alla disposizione rigorosamente a cardo e decumano delle baracche dei campi. Gli aggettivi di tipo etico sono inapplicabili, insufficienti, qualsiasi altra cosa a cui lo si paragoni non raggiunge la misura reale. Perché quel male fu un male minuzioso. Nella sua minuzia, nell’organizzazione logica, esatta, dei particolari sta uno speciale tipo di orrore che non trova requie, più la minuzia è precisa, più aumenta lo sgomento.
Che alle ragazze di Ravensbrück i medici strappassero l’utero da vive per osservarlo è terribile, ma che poi l’operazione e questi reperti fossero filmati, fotografati e catalogati, cinque minuti prima di avviarle alla camera a gas, non ha definizione.
Che dire poi della altrettanto maniacale classificazione di insegne sulle divise a righe, che prevedeva e catalogava quel che quell’uomo-numero era, così da definirlo a prima vista, come i gradi di un esercito analogo e disperato?
 
cc
 
Di questa minuzia esiste in Germania un preciso riscontro nell’anonima palazzina che ospita l’archivio dell’olocausto, a Bad Arolsen, dove, con altrettanta precisione, dopo la guerra furono raccolti e catalogati tutti i reperti provenienti da tutti i campi nazisti: camion e camion di carte.
Gli aguzzini facevano annotare tutto delle loro vittime, in bella calligrafia su appositi moduli, conservavano anche oggetti, qualora non fossero di valore, occhiali, portafogli vuoti, cose scritte dai deportati. Chi spariva ha lasciato l’unica traccia in questa vecchie carte pedanti degli archivisti del male. Chilometri e chilometri di scaffali e corridoi di fascicoli, sulle costole le scritte della geografia dei luoghi di sterminio. Ora tutto in via di scannerizzazione e digitalizzazione, aperto al pubblico e consultabile da chiunque lo voglia, i parenti innanzitutto, gli storici e i ricercatori.
L’Italia, per inciso, è stata l’ultima delle nazioni europee a dare il permesso affinché gli archivi fossero consultati non solo dai parenti delle vittime, accampando questioni di privacy, forse per la paura che fra le carte dei singoli casi ci scappassero, magari, i nomi di qualcuno che gli ebrei o i dissidenti aveva denunciato per soldi, per vendetta, e che per anni ha vissuto con quel segreto indegno. Chissà. Abbiamo la specialità a mantenere i segreti delle stragi, noi. Forse sarà per questo che nell’homepage del sito

www.its-arolsen.org

non c’è da cliccare un BENVENUTI! scritto anche in Italiano, fra le altre lingue europee – fra Welcome! – Bienvenue! – Willkommen! – Witajcie – добро пожаловать! – ברוכים הבאים
 
Così la Germania ha trovato il coraggio di uscire dalla sua vergogna storica: con la Verità. Una cosa meritoria, sovvenzionata ampiamente e per la maggior parte ad opera di volontari, che pare incredibile se si pensa che qui da noi l’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Bologna fatica a trovare 30000 euro per scannerizzare i faldoni, in via di deterioramento cartaceo di quel processo. Perché “restino”.
L’ITS di Bad Arolsen, gestito dalla Croce Rossa Internazionale è luogo di tutte le nazioni europee, zona franca del dolore e della memoria condivisa. Esiste un ufficio anagrafico che stila i certificati di morte dei deportati di cui sia richiesto il riscontro. Al posto del certificato di morte presunta che, non vedendone il ritorno, molti furono costretti a far stilare dai Comuni.
Perché di quel male minuzioso, per chi resta, la caratteristica davvero dolorosa è quella di avere cenotafi, tombe vuote, su cui piangere: non sono tornati e nulla è tornato dei loro resti. Non la civiltà che da Antigone in poi restituisce i corpi del nemico perchè abbiano degna sepoltura e compianto.
 
Mio padre era uomo di lunghi silenzi, nei quali pensava a suo padre. Non c’era giorno che non ci pensasse. Una volta credette di riconoscerlo in una foto dietro un filo spinato. Gli nascondemmo a lungo il libro di un sopravvissuto che descriveva la morte di suo padre. Lo trovò e pianse come un bambino. Di stenti morì il nonno: a un certo punto si lasciò andare, non si alzò più e via. E mancavano pochissimi giorni alla liberazione del campo. Come successe per Alice, la zia di mia madre. Sempre di aprile.
A volte lui diceva che ci sarebbe andato a Mauthausen. Non lo fece mai. Andò ad Auschwitz per delle riprese per L’istruttoria di Peter Weiss. Quel dolore non trovò mai pace, nei suoi ultimi giorni ne parlava sempre.
Così dopo aver letto di Bad Arolsen – aperto al pubblico dal 2006 – ho deciso di scrivere e di avviare la ricerca.
Si fa online, senza formalismi, con un modulo.
Bastano pochissimi dati, nome, cognome, date, campo, nome della moglie, ultimo indirizzo.
E la prima sensazione nel compilarlo è quante cose già non si sanno, non si ricordano, ad una sola generazione di distanza, così vicina, eppure quanti spazi vuoti.
In quel momento nemmeno la data di nascita sapevo, dove trovarla? Metto quel poco che ricordo, pochissimo, e clicco invio.
Dicono che risponderanno in tre mesi nella sollecita, immediata, mail di risposta.
Non ci credo quasi.
Non ci penso più.
Allo scoccare della scadenza arriva un plico del Ministero della Difesa Italiano.
Ci sono poche cose, le fotocopie anastatiche dei moduli che schedarono il nonno nella sua permanenza al campo, uno verdino, molto ordinato, calligrafia da vecchia maestra elementare puntigliosa, con altezza, peso, segni particolari, spostamenti, numero di matricola, un modulo generale dei suoi compagni di blocco di baracche. Una riga nera sopra gli eliminati e uno sgorbietto che pare una croce. Anche sopra il suo. Accanto, nell’apposito spazio, la data e ora di morte.
Il nonno alle 11 di sera, in quegli ultimi momenti della soluzione finale le camere a gas e i forni funzionavano 24 ore su 24.
Faccio una enorme fatica a leggerli, a riprenderli in mano. Penso agli originali, fra le file di raccoglitori, fra milioni di altri, alle mani per cui sarà passato, alle impronte digitali impresse a qualche scaglia, gocciolina di DNA, polvere – pollini.
Tutto si fa ancora più concreto e doloroso.
C’è un modulo per avere il certificato di morte.
Ancora non l’ho compilato.
Ancora non riesco a mandarlo.
Credevo fosse importante.
Lo sarà.
Lo farò di certo.
Senza consolazione.
Che cosa sono quelle poche parole, i nomi, le date?
Lo scarno Giorgio Puecher Passavalli arrivato il… contiene tutto quel viaggio sul vagone – la data e ora della morte momenti che non c’e nessuno a poter descrivere.
 
Ma lo farò anche per la prozia Alice, ora. Di certo.
 
Per farli tornare ad essere, anche se solo in un certificato, esistenti, per ridare loro la dignità annientata di persone e non il nulla di numeri su di un avambraccio.
 
La cosa più ridicola – ma è un ridere per non piangere – la cosa al limite del disdicevole è la lettera di accompagnamento a quel poco che resta del nonno Giorgio, vergata da un tale ufficiale italiano che, con prestampata cortesia da la notizia che il nostro congiunto è deceduto, e aggiunge un improbabile sentite condoglianze alla vedova, che se solo nel suo ottuso, indelicato, burocratico procedere avesse letto le date, avesse cercato di capire che cosa era la pietosa pratica che stava svolgendo, si sarebbe reso conto che ella avrebbe oggi quasi 120 anni. Ma è volere troppo. Cose così: cose di un paese di distratti e smemorati.

 
 
[ iniziato a scrivere – di getto – per rabbia – verso le 23 circa del 26 gennaio – ieri sera – avrei messo solo Schoenberg – ma c’era la tv accesa in sottofondo – come a volte capita – e una puntata di Porta a Porta che scorreva un titolone bianco gigantesco – full screen – PERDERE 28 CHILI IN 20 SEDUTE – era ormai il 27 e ancora discettavano di adipi massaggiate e spremute da appositi macchinari – di diete dopo l’abbuffata natalizia – ed era il giorno di ricordare altri corpi che altri chili avevano persi – così ho scritto e sto correggendo i refusi d’emozione ]
 
 

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15 Responses to Ascoltando “Un sopravvissuto di Varsavia” di Arnold Schoenberg

  1. Robin Masters il 27 gennaio 2010 alle 09:06

    ( . . . )

  2. chi il 27 gennaio 2010 alle 09:56

    non c’e’ ricorrenza. ma che nessuna ricorrenza ti abbia fatto postare questo, e’ ulisse e nessuno e quindi epica e quindi racconto e quindi esistenza. e questo oratorio un po’ lo sento pure mio.
    chi

  3. Evelina Santangelo il 27 gennaio 2010 alle 10:25

    Non mi era mai successo di provare lo stesso identico dolore profondo fisico e psichico che ho provato durante le lunghe ore passate tra quel che resta del campo-modello di Sachsenhausen (Oranienburg)…

  4. effeffe il 27 gennaio 2010 alle 11:11

    Adipo re, andrebbe intitolata quella farsa di Bruno Vespa che ha un solo merito, quello di aver fatto esplodere le polveri che avevi dentro. grazie orsola
    effeffe
    ps
    il re è nudo

  5. rc il 27 gennaio 2010 alle 12:40

    «Nelle partiture dei suoi drammi e delle sue opere liriche, Arnold Schönberg descrive ogni cosa e in modo che tutto deve arrivare sulla scena, pure i rumori descrive.
    “Volevo, è detto in una lettera ad Anton Webern, lasciare il meno possibile ai nuovi dominatori dell’arte teatrale, ai registi, ed escogitare anche la coreografia, per quanto mi è possibile.
    Poiché, tutto questo si trova oggi molto male, e il dispotismo di questi organi ausiliari e la loro mancanza di coscienza sono superati, soltanto, dalla loro mancanza di cultura e dalla loro impotenza”.»

    qualcuno può segnalare questo passaggio di Schönberg a Greenaway?

  6. Cristoforo Prodan il 27 gennaio 2010 alle 14:27

    Per questo è importante il Giorno della Memoria, proprio per quei distratti e smemorati. Per quelli che non capiscono, non capiscono mai niente, e credono di aver capito tutto.

    Un abbraccio, Orsola.

  7. sparz il 27 gennaio 2010 alle 14:51

    grazie Orsola, questo post, contro ogni superficiale reazione, è una ventata di speranza. Fondata sulla constatazione che avvenimenti di innominabile crudeltà e ferocia possano produrre, da parte degli umani ancora possessori di mente e cuore, frutti generosi e sentimenti di interna, intensa consolazione. Difficile immaginare una migliore riflessione/celebrazione del giorno della memoria.

  8. Giovanni Nuscis il 27 gennaio 2010 alle 15:32

    Grazie di cuore, Orsola, per questa pagina toccante.

  9. nadia agustoni il 27 gennaio 2010 alle 16:05

    “Gli aguzzini facevano annotare tutto delle loro vittime, in bella calligrafia su appositi moduli, conservavano anche oggetti, qualora non fossero di valore, occhiali, portafogli vuoti, cose scritte dai deportati. Chi spariva ha lasciato l’unica traccia in questa vecchie carte pedanti degli archivisti del male. Chilometri e chilometri di scaffali e corridoi di fascicoli, sulle costole le scritte della geografia dei luoghi di sterminio. Ora tutto in via di scannerizzazione e digitalizzazione, aperto al pubblico e consultabile da chiunque lo voglia, i parenti innanzitutto, gli storici e i ricercatori.”

    Facciamoli consultare a certi bugiardi che pensano di cancellare tutto.

    Grazie e un saluto.

  10. véronique vergé il 27 gennaio 2010 alle 18:23

    Senza parole.

    Solo ascoltare, sentire,
    non dimenticare mai.

    Orsola, tu hai scritto
    un testo che prende il cuore
    e fai venire l’emozione,
    quella nascosta dietro
    le preoccupazioni quotidiani,
    i piccoli fatti senza importanza,
    leggere un testo cosi è creare
    un silenzio in nostro cuore, un silenzio
    abitato da molte voci scomparse.

    Con affetto,

    véronique

  11. cristina bove il 28 gennaio 2010 alle 16:19

    Ho sempre pensato all’eroismo di chi deve annotare nella sua esistenza dolori simili.
    So che non ci sarà mai una vera e propria tregua, so che resteranno in tracce magnetiche perfino nella’aria gli attimi d’orrore subiti, le grida, le lacerazioni di carne e di mente.
    Se ricostruire in parte almeno gli elementi fondanti di un’esistenza spinge a ripercorrerne le dolorose impronte, allora bisogna inchinarsi amorevolmente verso chi trova la forza e il coraggio di farlo. Come sento di fare qui, dopo aver letto.

  12. robugliani il 28 gennaio 2010 alle 16:39

    Però a me dà un senso di amarezza e di rincrescimento che la retorica di potere, quella istituzionale, mossa più dalla (cinica) convenienza che dalla sincerità del ricordo, continui, nel giorno della memoria, a dimenticare certi “dettagli”, ossia le minoranze che trovarono la morte negli stessi campi di concentramento nazisti. “Poi i lager, dove gli omosessuali venivano marchiati col ‘triangolo rosa’: di tutti gli altri perseguitati – ebrei, zingari, slavi, comunisti – la storiografia ha negli anni successivi riscattato la memoria: non della persecuzione antigay, che è stata celata, falsata, rimossa” (dalla “Prefazione” di Nichi Vendola a Jean Le Bitoux, “Triangolo rosa”, uscito da Manni nel 2003 e da Hachette nel 2002).

  13. linnioaccorroni il 29 gennaio 2010 alle 05:43

    grazie orsola.
    prendo a prestito il titolo di un fondo di p. segneri sull’avvenire di ieri per commentare questo tuo pezzo che, come al solito, si muove tra commozione e meditazione: “come un rotolo di preghiera nel filo spinato di auschwitz”.

  14. Marco Palasciano il 29 gennaio 2010 alle 16:45

    Sono arrivato qui per caso, per una ricerca in Google su quel video e la parola “palestinesi”, da cui un unico link, quello a questo intenso articolo, e scopro che è della gentilissima Orsola, e quel che la lega alla Memoria per antonomasia, e l’ennesimo sconcio della tv vespasiana. Che dire… ogni amorosità e ogni amarezza…

  15. maria clemenza il 24 febbraio 2010 alle 15:33

    Sono commossa

    cercavo semplicemente la musica di Schoenberg e ho trovato una testimonianza viva …..



indiani