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	Commenti a: Auschwitz e Rosarno tra demomafie e mafiocrazie	</title>
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		Di: anfiosso		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[anfiosso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 16:52:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Apprezzo molto l&#039;indignazione e parte delle motivazioni, ma penso che, per quanto poco valgano le parole (su questo concordo), certi argomenti meriteranno sempre di essere affrontati con cura e attenzione.]]></description>
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		Di: Agares		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Agares]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 06:27:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tranquilli, con un premier che si scompiscia in Israele la società multicriminale si consoliderà sempre di più, e voi ci sguazzerete dentro...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tranquilli, con un premier che si scompiscia in Israele la società multicriminale si consoliderà sempre di più, e voi ci sguazzerete dentro&#8230;</p>
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		Di: Improduttivo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Improduttivo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 23:51:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;desidero affermare che il fallimento generale e totale riguarda ciascuno a partire da me che lo evoco e tento di analizzarlo&quot;.

Ovvero spera di perdere le sue fonti di sussistenza?  No perché lei dice che il lavoro è solo una &quot;forma di prigione&quot;. In astratto sono d&#039;accordo, ma mi chiedo: perché tutte quelle persone messe davanti ad un contratto indegno (bassa retribuzione, nessuna tutela, eccessivo orario di lavoro) non dicono &quot;no, grazie?&quot;. Non sarà che devono campare? Il costo della vita sarà anche mantenuto basso da un esercito di schiavi immigrati (e non), ma, banalmente, niente è gratis, anche tirare lo sciacquone costa. Quindi? Muoia Sansone con tutti i filistei?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;desidero affermare che il fallimento generale e totale riguarda ciascuno a partire da me che lo evoco e tento di analizzarlo&#8221;.</p>
<p>Ovvero spera di perdere le sue fonti di sussistenza?  No perché lei dice che il lavoro è solo una &#8220;forma di prigione&#8221;. In astratto sono d&#8217;accordo, ma mi chiedo: perché tutte quelle persone messe davanti ad un contratto indegno (bassa retribuzione, nessuna tutela, eccessivo orario di lavoro) non dicono &#8220;no, grazie?&#8221;. Non sarà che devono campare? Il costo della vita sarà anche mantenuto basso da un esercito di schiavi immigrati (e non), ma, banalmente, niente è gratis, anche tirare lo sciacquone costa. Quindi? Muoia Sansone con tutti i filistei?</p>
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		Di: sp		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sp]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 10:36:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Pino Tripodi
nell’abomio ci siamo dentro sino al collo, e il nostro ansioso desiderio di tirarci fuori sarà frustrato dalla nostra debolezza: ringhiosi brontolii, null’altro. Certo, continueremo, goffi e vulcanici, a scrivere appelli, a esporre i corpi sudati, a dire verità fastidiose; ciò nondimeno non riusciremo a scalfire l’insidioso torpore dell’indulgenza. Si guardi intorno: quanti incedono eretti? Quanti, la mattina, davanti allo specchio impietoso, possono dirsi di avere fatto il possibile? Quanti resistono alle dolci lusinghe dell’abomio che è ormai incorporato in noi? Quell’abominio è parte dei nostri lineamenti. Sì, ha ragione lei: la nostra indignazione è null’altro che una forma di consolazione. Perché tutto ciò? Forse perché siamo incapaci di uscire dal campo virtuale in cui siamo stati costretti. Volontà di intervenire? Troppo faticoso; e troppo rischioso. Meniamo colpi alla cieca, sulla rete, che è ormai diventata un grande sfogatoio; nel reale inseguiamo leader o partiti senza memoria, contenti di partecipare alla farsa del voto. Deleghiamo. E quando gli schiavi, come a Rosarno, si fanno folla armata, cosa facciamo? Parliamo di legalità e di non-violenza. Si guardi intorno: non siamo soltanto circondati da una marea di persone che non vede, o da pretoriani che controllano, ma anche da una piccola assemblea troppo fiacca per uscire e aprire un varco. E che insiste nel guardare benevolmente a un partito interessato all’avvicinamento alle sponde centriste dell’UDC. 

Ognuno di noi, in ogni dato momento, si trova nel bel mezzo di una totalità; ma da solo, ognuno, non potrà mai capirla: irrigiderà le proprie speranze e le proprie delusioni, mancando costantemente il bersaglio. Frantumati e velleitari, a cosa possiamo ambire? Vede, ciò che ha scritto, crudele e vero, anche commovente, chiama a risolvere ora la vergogna: uscite dal duro silenzio delle parole e fatevi creature di carne. Io condivido: è l’unica strada possibile, uscire e mettersi di fronte al caos e, con mano severa, schiudere la sberla limpida ed infocata. Senza dimenticare il pensiero, però; senza smettere di costruire altra coscienza. Prassi e teoria, come da memoria. E in entrambe entrarci direttamente, smettendo, appunto, di delegare. Ma con un’accortezza: non dimenticare, non dimenticarlo mai, che non basta pensare di agire per risolvere la situazione di abominio; occorre rendersi conto del gioco reale delle forze: vuol dire soppesare la realtà e distinguere, tra le mille prassi possibili, quella che apre contraddizione con il disfacimento nel quale ci troviamo immersi sino al collo. L’esigenza di uscire dall’abominio in una società che, complessivamente, alimenta l’abominio, e dunque non ha voglia di uscirci (quando poi riesce a coglierlo), è però destinata a restare un’esigenza soggettiva o di piccolo gruppo se non ci chiediamo quali siano le cause dell’inerzia collettiva; se, cioè, non analizziamo le dimensioni fondamentali di ciò che accade oggi: il “cattolicesimo politico”, le compromissioni della “sinistra” con il fronte industriale e finanziario più reazionario, i residui medioevali nella coscienza civile, la brutalità dei rapporti umani, il corporativismo (questo sì fascista) che vuole uniti dalla stessa sorte lavoratori e datori di lavoro, il risorgere del patriottismo e del militarismo, i miti d’evasione … L’indulgenza che aleggia intorno a noi non è soltanto il prodotto degli anni del berlusconismo; è un balletto di condizionamenti che saltella con agilità da tanto tempo, che si è interrotto soltanto a ridosso del 1969, per poi tornare sulla scena più pervasivo di prima. Usciamo dalle parole – finalmente! – senza però illuderci che se ne abbia subito un effetto politico positivo. Non costruiamoci altre illusioni. La strada è lunga, e noi siamo deboli. Purché si cominci …

sp]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Pino Tripodi<br />
nell’abomio ci siamo dentro sino al collo, e il nostro ansioso desiderio di tirarci fuori sarà frustrato dalla nostra debolezza: ringhiosi brontolii, null’altro. Certo, continueremo, goffi e vulcanici, a scrivere appelli, a esporre i corpi sudati, a dire verità fastidiose; ciò nondimeno non riusciremo a scalfire l’insidioso torpore dell’indulgenza. Si guardi intorno: quanti incedono eretti? Quanti, la mattina, davanti allo specchio impietoso, possono dirsi di avere fatto il possibile? Quanti resistono alle dolci lusinghe dell’abomio che è ormai incorporato in noi? Quell’abominio è parte dei nostri lineamenti. Sì, ha ragione lei: la nostra indignazione è null’altro che una forma di consolazione. Perché tutto ciò? Forse perché siamo incapaci di uscire dal campo virtuale in cui siamo stati costretti. Volontà di intervenire? Troppo faticoso; e troppo rischioso. Meniamo colpi alla cieca, sulla rete, che è ormai diventata un grande sfogatoio; nel reale inseguiamo leader o partiti senza memoria, contenti di partecipare alla farsa del voto. Deleghiamo. E quando gli schiavi, come a Rosarno, si fanno folla armata, cosa facciamo? Parliamo di legalità e di non-violenza. Si guardi intorno: non siamo soltanto circondati da una marea di persone che non vede, o da pretoriani che controllano, ma anche da una piccola assemblea troppo fiacca per uscire e aprire un varco. E che insiste nel guardare benevolmente a un partito interessato all’avvicinamento alle sponde centriste dell’UDC. </p>
<p>Ognuno di noi, in ogni dato momento, si trova nel bel mezzo di una totalità; ma da solo, ognuno, non potrà mai capirla: irrigiderà le proprie speranze e le proprie delusioni, mancando costantemente il bersaglio. Frantumati e velleitari, a cosa possiamo ambire? Vede, ciò che ha scritto, crudele e vero, anche commovente, chiama a risolvere ora la vergogna: uscite dal duro silenzio delle parole e fatevi creature di carne. Io condivido: è l’unica strada possibile, uscire e mettersi di fronte al caos e, con mano severa, schiudere la sberla limpida ed infocata. Senza dimenticare il pensiero, però; senza smettere di costruire altra coscienza. Prassi e teoria, come da memoria. E in entrambe entrarci direttamente, smettendo, appunto, di delegare. Ma con un’accortezza: non dimenticare, non dimenticarlo mai, che non basta pensare di agire per risolvere la situazione di abominio; occorre rendersi conto del gioco reale delle forze: vuol dire soppesare la realtà e distinguere, tra le mille prassi possibili, quella che apre contraddizione con il disfacimento nel quale ci troviamo immersi sino al collo. L’esigenza di uscire dall’abominio in una società che, complessivamente, alimenta l’abominio, e dunque non ha voglia di uscirci (quando poi riesce a coglierlo), è però destinata a restare un’esigenza soggettiva o di piccolo gruppo se non ci chiediamo quali siano le cause dell’inerzia collettiva; se, cioè, non analizziamo le dimensioni fondamentali di ciò che accade oggi: il “cattolicesimo politico”, le compromissioni della “sinistra” con il fronte industriale e finanziario più reazionario, i residui medioevali nella coscienza civile, la brutalità dei rapporti umani, il corporativismo (questo sì fascista) che vuole uniti dalla stessa sorte lavoratori e datori di lavoro, il risorgere del patriottismo e del militarismo, i miti d’evasione … L’indulgenza che aleggia intorno a noi non è soltanto il prodotto degli anni del berlusconismo; è un balletto di condizionamenti che saltella con agilità da tanto tempo, che si è interrotto soltanto a ridosso del 1969, per poi tornare sulla scena più pervasivo di prima. Usciamo dalle parole – finalmente! – senza però illuderci che se ne abbia subito un effetto politico positivo. Non costruiamoci altre illusioni. La strada è lunga, e noi siamo deboli. Purché si cominci …</p>
<p>sp</p>
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		Di: fabio teti		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[fabio teti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 08:58:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[sottoscrivo ogni parola.]]></description>
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