Il male che ci somiglia

5 febbraio 2010
Pubblicato da


di Gianni Biondillo

La notizia lascia senza fiato. Alberto Arrighi, dopo aver ucciso a colpi di pistola Giacomo Brambilla, lo ha decapitato e ha dato fuoco alla testa della vittima in un forno a legna. Come si può parlare di un omicidio di tale inaudita violenza senza scadere nel già detto, evitando lo scandalismo di maniera? Innanzitutto, forse, ammettendo che non è affatto inaudita tale violenza. L’abbiamo vista, letta, udita, tante e tante altre volte. I moventi? Spesso diversissimi. Dalle questioni più futili – un insulto, un vicino di casa rumoroso, un rifiuto sentimentale – a quelle apparentemente più logico-razionali: un debito, un furto, una eredità.

Lo scrittore che è in me ammutolisce. La realtà pare imitare la finzione, superarla per aggressività, follia, perversione. Potremmo tentare una ipotesi da narratore: l’amputazione degli arti, vedi l’omicidio Roveraro nel 2006, o in questo caso della testa della vittima, si può spiegare (se possiamo permetterci di “spiegare” la brutalità) come parte di un piano criminale atto a confondere le indagini, eliminando le impronte digitali, deturpando a tal punto l’identità della vittima da non poterla più riconoscere, e quindi non farla risalire, in qualche modo, all’omicida.

Ma se fosse un giallo, e purtroppo non lo è, sarebbe un pessimo giallo. Gli autori di tali violenze piuttosto che geniali killer seriali sembrano, al più, passivi spettatori di fiction televisive poco fantasiose. Infatti le forze dell’ordine, sistematicamente, non devono fare molta strada prima di trovare gli artefici di questi crimini. Thomas de Quincey, il sarcastico autore de L’assassinio come una delle belle arti, inorridirebbe per il dilettantismo così poco estetico. Ma la morte è la morte e non bastano gli anticorpi di una interpretazione letteraria a fermare lo sgomento.

Forse un sociologo si soffermerebbe sulla curiosa successione di tali omicidi in terra padana. Da Novi Ligure, giù giù, fino a Erba, Pavia, Brescia, Fornovo di Taro, Bassano. Nell’Italia operosa, industriale, avanzata, moderna. Ma quanto pregiudizio c’è in questa analisi? Alcuni omicidi mafiosi, di tutte le mafie del meridione d’Italia, spaventano allo stesso modo per crudeltà, violenza, efferatezza. Forse che lì uccidere è socialmente più accettabile? Suvvia. La verità è che i crimini padani, della civile “Padania”, ci spaventano perché non vogliamo accettarli; perché quelle vittime, quegli assassini, ci assomigliano, in quelle storie ci riconosciamo. Non vogliamo accettare che il nostro vicino di casa -cioè noi stessi-, così a modo, così ben educato, così urbano, possa essere l’incarnazione del male. “Efferato” per il dizionario significa “feroce, crudele, inumano”. Ma se noi, guardando nel baratro del nostro stesso io, vediamo il buio dell’orrore, ci tocca poi ammettere che l’umanità che diamo tanto per scontata è in verità un processo culturale, non naturale, conquistato in secoli di civiltà, ed è perciò labile, un sussurro flebile pronto a soccombere al primo colpo di vento.

Insomma, forse ci vorrebbe un antropologo per spiegare cosa passa nella mente di un criminale. Nella nostra mente. Perché ci racconterebbe che noi, in modo preculturale, precivile, siamo ancora quelli di decine di migliaia di anni fa. In una società che si fregia essere virtuale, interconnessa, digitale, è ancora lo scandalo della irriducibilità dei corpi che ci terrorizza e, inutile negarlo, affascina. Decapitare un cadavere sembra come l’atavico tentativo di uccidere di più, meglio, uccidere per davvero, fugando la possibilità che l’anima della vittima possa tornare a farci visita nei nostri incubi notturni. Questo ci spaventa e, insisto, affascina: scoprire di essere ancora così maledettamente primordiali, così simili ai nostri antenati. Questo è il nostro vero inconfessato incubo.

[pubblicato su Il Corriere della Sera del 03.02.2010]

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31 Responses to Il male che ci somiglia

  1. Lucio Angelini il 5 febbraio 2010 alle 14:05

    Pensa alla tua amica Lipperini, che per futilissimi motivi mi ha tagliato la lingua e gettato nel KILL-filter°-*

  2. lucy il 5 febbraio 2010 alle 16:09

    sa, biondillo, io mi sono un po’ stufata del “noi” che, virtuoso e democratico, “ci” include e annega nella merda che questa società va producendo in quantità industriale. io non ci vedo niente di primordiale e, tanto meno, affascinante in atti come quello di novi ligure o questo appena accaduto. ci vedo il prodotto di menti in qualche modo, quel modo che la legge potrebbe escludere con i suoi parametri, malate. una follia momentanea aggiuntasi ad un lungo training di violenza e sopraffazione che certi ambienti esprimono proprio in virtù della merce e della pseudo-civiltà che producono. di che è fatta l’umanità – l’humanitas – di cui lei parla? di cortesie per gli ospiti? l’umanità che ci salva è fatta di atti di segno contrario al benessere luccicante della squallidissima padània. fin che siamo vivi tutto può accadere e accaderci, certamente: però guardiamo le cose per quello che sono e chiamiamo gli efferati assassini con un “loro”, non con un “noi”. dopo di che possiamo fare tutte le riflessioni del mondo. la sua mi sembra una considerazione frutto di antropologia spicciola che non mi convince più: questo senza nulla toglierle in termini di conoscenza delle dinamiche della materia criminale.

  3. franz krauspenhaar il 5 febbraio 2010 alle 16:11

    quoto l’intervento di lucy in pieno. il “noi” paradossalmente è deresponsabilizzante per tutti.

  4. gianni biondillo il 5 febbraio 2010 alle 16:16

    Io credo invece che siamo tutti spalle al muro. Cadere poi nel baratro è, ovviamente, una responsabilità personale, con tutte le conseguenze che porta con sé.

  5. Ares il 5 febbraio 2010 alle 16:22

    eh si!.. ma io un po’ assassino mi sento e non riesco ad assolvermi, com’è?!

  6. sp il 5 febbraio 2010 alle 17:36

    Domanda: quanto incidono, in termini percentuali, gli atti “efferati” rispetto agli atti umani presi nella loro complessità? Se risultassero essere in numero molto inferiore rispetto agli atti che ognuno compie quotidianamente, allora tutta la riflessione di Biondillo sarebbe da derubricare come uno dei tanti articoli inutili. C’è però qualcosa che mi spinge a catalogarlo come articolo pericoloso: quel pensare a tutti gli esseri umani come potenziali assassini. Non posso parlare in nome di tutti, posso però farlo per me. Ecco, in prima persona dico senza ombra di dubbio ch’io non diverrò mai un assassino: a meno che, certo, davanti a un bicchiare di vino Biondillo non insista con queste sue tesi pseudo-antropologiche; in quel caso non risponderei di me. In situazione di normalità – per quanto si possa essere normali – riesco benissimo a regolare la mia essenza primitiva: con la cultura, con l’etica, con la coscienza, anche con un certo grado di ironia. Al limite, e questa è un’ammissione che faccio col cuore in mano, mi capita di esaltarmi per la mia essenza “maledettamente primordiale” quando mi immagino con la clava in mano inseguendo mia moglie. Ma – ahimè! – è un’esaltazione che dura poco; il tempo di un bacio e torno ad abbandonarmi alla consapevolezza di essere una persona con dei freni inibitori molto sviluppati. No, è pericoloso pensare gli altri come potenziali assassini; meglio pensarli come potenziali santi. Ma i santi, si sa, soprattutto se anonimi e persi nel quotidiano non spettacolare, non fanno sangue e dunque non attirano il voyeuerismo degli intellettuali …

    sp

  7. gianni biondillo il 5 febbraio 2010 alle 18:01

    sp, ma è quello che dico io.
    Mi spiego: il corriere mi chiama per una riflessione sul tale omicidio. Io mi chiedo: perché proprio questo? Per la modalità estrema, certo. Perciò, ovviamente, perché la morbosità giornalistica ci va a nozze. E allora mi richiedo: perché ci va a nozze? perché “siamo morbosi”?
    Diamo per scontate due cose: la nostra umanità e la mostruosità altra del criminale. Eppure poi quando senti le interviste dei vicini di casa dicono tutti “sembrava una persona normale” (“Normale” proprio come dici tu). Ma cos’è (come ti chiedi tu) la condizione di normalità? E’ l’identificazione con l’io. Io sono normale, lui sembrava come me. Non sembrava un criminale (ma perché, i criminali “sembrano” tali, lombrosianamente?).
    Ma se uno che sembra come me può tanto, forse lo potrei anch’io. Potenzialmente. Ed è così. E di tutti i morti quotidiani sono quelli che deturpano i corpi che ci impressionano di più. Perché?
    In fondo un cadavere è un cadavere. non è più vita. In fondo potrei buttarlo in pasto ai cani, farne bistecche, concime. Ma non lo faccio. Ho rispetto per i corpi, che sono simulacri di una vita che non c’è più, Ma pure testimonianza. E qui è il civile, il culturale che mi muove.
    La deturpazione ci fa inorridire (e quindi affascinare, cioè ammaliare “magicamente”) perché ci fa regredire nell’indicibile, nel magico, nell’animistico. Scoprire come l’umanità data per scontata, scontata non è. Non è “naturale”, non è un dato di fatto, ma è una conquista culturale. Conquista che fa sì, appunto, che noi non passiamo il tempo a sprangarci e mozzarci la testa. Ma quando questo accade sentiamo una vibrazione precivile che ci scuote.
    etc. etc.

  8. zauberei il 5 febbraio 2010 alle 19:13

    E’ la prima volta che commento qui.

    Mi è piaciuta più la risposta a sp che l’articolo – la risposta a sp è veramente bella. L’articolo con il richiamo alla bestia che è in noi, al mostro atavico etc. insomma è un grande classico ecco.
    Io per altro credo che il fascino di episodi del genere sia in una specie di scarto paradossale, di avanzo di vita oltre la morte – in termini di significati. C’è una non morte che sopravvive principalmente nei occhi di chi deturpa un cadavere: egli sta punendo reagendo dialogando con qualcosa che resiste malgrado il contrario sia palese. Questo qualcosa creduto vitale, sono storie diverse da soggetto a soggetto (attenzione al qualunquismo prospettico tipo Alberoni – Dio bono a proposito ma perchè un’ chiamano sempre te e defenestrano Alberoni? – per cui basta un coltello e una mano che cade per mettere una bomber insieme ad Erba etc. ) narrazioni, proiezioni, scissioni, parti scorporate addosso a gli occhi di un cadavere.
    Questo scarto secondo me ci attrae terribilmente. Un po’ perchè anche noi abbiamo narrazioni – un tantino meglio amministrate e agevolmente scritte per fortuna – da spostare sugli scarti altrui, un po’ perchè la nostra paura di morire ci trova uno spiraglio illusorio, in quell’insensato accanimento.

  9. gianni biondillo il 5 febbraio 2010 alle 19:30

    Zauberei,
    E quello che intendevo quando ho scritto: “Decapitare un cadavere sembra come l’atavico tentativo di uccidere di più, meglio, uccidere per davvero, fugando la possibilità che l’anima della vittima possa tornare a farci visita nei nostri incubi notturni.”
    Poi, una nota a margine: mi hanno telefonato alle 8 di sera. Alle 9 il pezzo doveva essere ragionato, scritto e consegnato, con un numero di battute predefinito. Avessi avuto il tempo (e lo spazio) che ha Alberoni forse avrei scritto meglio (forse. O forse no!).

  10. lucy il 5 febbraio 2010 alle 20:12

    biondillo: non banalizzi ulteriormente la questione con la chiamata in causa delle frasi tipiche e topiche del vicino di casa. mi sono astenuta dal proseguire il mio intervento perché avrei dovuto far riferimento esattamente a questo tormentone: i vicini esterrefatti, i parenti costernati, nessuno immaginava, nessuno sapeva. poi vengono fuori esaurimenti nervosi, debiti di gioco, giri poco chiari, cocaina, pedofilia e tutte quelle belle cosucce che una persona per bene – non: perbenista – non riesce neanche a immaginare, nonché denominare. come sp o come la mitica ally mcbeal quando vengo aggredita mi immagino scene in cui divento una furia e picchio duro. mi serve per far decantare la rabbia e riderci su. per questo non sopporto che la regressione, la demenzialità, il malcostume in tutte le sue forme, l’aggressività verbale e fisica mi tocchino. e insisto a dire che è roba d’altri. mi riguarda nella misura in cui tutti dobbiamo tenerne conto e possibilmente impegnarci per rimuoverne le cause. ma non trovo molto opportuno in un tempo di smarrimento su tutti i fronti azzerare le responsabilità con le suggestioni facili del male che è dentro di noi, della zona oscura, di tutto quell’armamentario trito e ritrito che sta bene nei romanzi. non indico di tacere, ma di non suggerire interpretazioni notturne un po’ troppo a portata di mano. meglio di alberoni, comunque, vittorino andreoli.

  11. massimo reali il 5 febbraio 2010 alle 22:25

    i luoghi comuni che rimproverate a biondillo sono il motivo del suo successo. la cosa veramente inquietante non è che lui scriva queste cose ma che il corriere gliele commissioni e pubblichi.

  12. ida a. bozzi il 6 febbraio 2010 alle 03:40

    Mi scusi, Lucy
    non so come ci si possa stancare di una posizione etica. O è un vestito che si cambia? O succede nella vita qualcosa che ci amareggia e ci indurisce?
    Lei si è stancata del “noi” che ci accomuna a Caino? Io no.
    Ho notato spesso questa tendenza, ora di moda, a selezionare con cura i Caino. Il Caino vittima del gioco, del vuoto, della droga, e assassino, è fuori dall’umanità? Sa un’altra cosa che sta fuori dall’umanità? L’egoismo. Il disinteresse. La soddisfazione intima che qualcuno prova a vedere il vicino nella merda, chiunque egli sia e senza che si sia mai fatto nulla per sapere se aveva un problema, se stava scendendo per una brutta china, “tanto è gente coi soldi (o il contrario, “tanto si ammazzano tra di loro”)”. “Lui non l’avrebbe fatto per me”. “lui ha ammazzato e basta”. “Ma è solo vizio”… Ma appunto, appunto, la radice del male non la vogliamo capire? Lei dice: “no, non mi riguarda, mi sono stancata”.
    Mi dispiace, il male non riesce a farmi sbuffare, semmai incazzare, ecco, magari incazzare, o magari analizzare, o capire, o intervenire, o affrontare, o prevenire, o dubitare, o perdonare. O soffrire. Non era più essere umano quello che ha ammazzato di quello che è stato ammazzato, io non saprei come vivere se la pensassi diversamente, se cominciassi a decidere “questo è più umano” o “quello è meno umano di me”. Non vorrei vivere.

  13. gianni biondillo il 6 febbraio 2010 alle 10:01

    lucy la tua granitica visione del (a tutti i costi) “altro da me” sa di autodifesa ad oltranza.
    Le frasi “tipiche” (sembrava una persona normale) sono fondamentali per capire come l’inganno sociale si esprima.
    Anch’io “non sopporto che la regressione, la demenzialità, il malcostume in tutte le sue forme, l’aggressività verbale e fisica mi tocchino”. Però lo fanno. E su questo devo darmi una spiegazione. Io non mi reputo migliore a prescindere, e so che se un uomo uccide resta un uomo, come me.
    Ci sono famosissimi esperimenti di psicologia comportamentale che dimostrano come “un buon padre di famiglia” possa diventare un aguzzino e un torturatore. E non solo gli esperimenti, pure la storia ce lo dice. Accettare che “quella roba lì” sia dentro ognuno di noi non significa giustificarla ma renderci più attenti, più vigili. Responsabili. Vigilare sull’umanità conquistata, mai dandola per scontata.

  14. Enrico Macioci il 6 febbraio 2010 alle 14:26

    “La notizia lascia senza fiato. Alberto Arrighi, dopo aver ucciso a colpi di pistola Giacomo Brambilla, lo ha decapitato e ha dato fuoco alla testa della vittima in un forno a legna.” Per me, l’articolo di Biondillo avrebbe dovuto fermarsi qua, alla mera comunicazione dell’accaduto. Poi, Wittgenstein. E a ciascuno la propria coscienza.

  15. lucy il 6 febbraio 2010 alle 15:02

    non mi pare di aver negato, o biondillo, il necessario contorno di vigilanza e di responsabilità sociale. io non sono granitica: sono il dubbio fatto persona: tuttavia su alcune cosette credo che per sopravvivere sia necessario anche smetterla con lo spezzettamento del capello in quattro e soprattutto cercare un po’ più in qua, che in là, nella fattispecie, le ragioni dei comportamenti devianti. se non altro per dare fiato ad altre ragioni che non i soliti “la carne, la morte e il diavolo”. io credo che alle tavole di molti padani si sieda ogni giorno un “ospite inquietante” che fa piazza pulita di ogni altro affetto umano. credo questo e combatto con la cultura, come posso, dove posso, con la lettura, con l’esercizio del pensiero la straripante vergognosa presenza dell’ospite. un ospite diurno, razionale, nient’affatto notturno e romantico. se questo, cara ida, le pare rinuncia all’etica! e non dica che sostengo che non mi riguarda: legga più attentamente. io mi rifaccio all’analisi delle possibili cause, non agli effetti e all’impatto che i fattacci hanno su di me, sulla collettività.
    cullandoci nelle suggestioni del male dentro di noi non procediamo di un ette. alla fine di tutto, l’articolo è proprio deboluccio, tentavo di essere urbana e di stimolare una discussione. fa niente.

  16. pamela il 6 febbraio 2010 alle 15:26

    Trovo molto cattolica questa visione dualistica dell’uomo: bene e male che coesistono nell’anima, il male deve essere costantemente tenuto a bada, perché neanche il battesimo è sufficiente ad esorcizzare il Maligno e vanno costantemente fatti dei richiami, per eliminare le più piccole macchie.
    Io credo invece che l’uomo nasca buono e il male sia una conseguenza di avvenimenti della sua vita, in particolare della prima infanzia.
    Se mi guardo intorno, vedo molte persone apparentemente normali, che ogni tanto mostrano lati insospettabili: per un piccolo tornaconto o per nessun tornaconto, cercano di danneggiare o anche distruggere gli altri. Spesso ho pensato che alcune di queste persone, se si trovassero in situazioni di potere o comunque di impunità, sarebbero capaci di uccidere tranquillamente, mentre nel nostro mondo sono costrette a limitarsi a calunnie, mistificazioni, aggressioni verbali.
    La spiegazione che trovo è che queste persone stanno male. Credo che anche i crimini più feroci siano spesso legati ad una grave malattia mentale non diagnosticata e non curata. I malati di mente pericolosi non sono quasi mai quelli palesi, ma gli insospettabili, quelli travestiti da sani.

  17. gianni biondillo il 6 febbraio 2010 alle 15:59

    Enrico,
    la coscienza non è un dato ma un work in progress in divenire. La coscienza si forma perché siamo animali sociali. La legge morale dentro di me si è formata anche sulle parole e i ragionamenti degli altri.

    Lucy,
    la tetrapilectomia è esercizio necessario, alcune volte. Qui non si discute di un omicidio, ma di un omicidio così. E del perché tali forme di crimini appaiano macroscopiche ai nostri occhi.
    Insisti, per dire, sulla questione “padana” (da me, fra le altre, tirata fuori) e ti chiedo: perché? Ché forse in Calabria (vuoi che ti riporti gli esempi?), in realtà socioeconomiche ben differenti, non si decapiti o non si mozzino arti?
    Qui non si parla di cause ma di effetti. Altrimenti non avrei scritto di effetti, ma di cause.
    E, faccio notare, lo vado a dire al lettore medio borghese del Corriere. Gli dico: sei così certo di essere esente dal male? Che il male è lontano da te, che è la camorra, gli zingari, gli extracomunitari? Mica il tuo vicino di casa, mica tu?

  18. la funambola il 6 febbraio 2010 alle 17:30

    sbiondì
    sconcordo solo con le protagoniste del dipinto, ma il mio impulso primordiale mi sibila che le due ci avessero delle ragioni imprescindibili:)
    credo che nasciamo con cinquantappeccento di possibilità di male o di bene
    lotta impari visto che lunpeccento di male spazza via in un nanosecondo il buon pio navantanopeccento.
    chissà, nel mio profondo, quell’unpeccento che ogni tanto affiora potrebbe condurmi ad impugnare un’arma qualsiasi e scempiare quello che mi capita a tiro. ma sono troppo cagasotto e schizzinosa per osare oltre un grido inumano e movimenti scomposti dei mie arti inferociti.
    agire il male in modo pulito e politicamnete corretto e condiviso crea meno problemi alla nostra coscienza delicata, alla nostra coscienza gentile
    agirlo alla brutodidio ci infastidisce, ci inorridisce e ci rassicura
    di mio mi sei sempre molto simpatico :)
    baci
    la fi

  19. lucy il 6 febbraio 2010 alle 20:00

    d’accordo con pamela.

    le lascio tutta la padania che vuole biondillo: insisto su questa espressione geografica repellente perché per me rappresenta non il nord in cui vivo, ma una condizione dello, si fa per dire, spirito, la terra del nulla, dei sassi dal cavalcavia. diversamente per me quella è “pianura padana”, la mia regione è posta nel nord-est dell’italia, non nel “nord-est che tira”. e così via. se non è troppo difficile a comprendersi.

  20. lucy il 6 febbraio 2010 alle 20:15

    Il commerciante e l’imprenditore si incontravano quasi quotidianamente e si parlavano al telefono in continuazione. Oltre ai 400mila euro trovati dagli inquirenti, ci sarebbero altri soldi che Brambilla avrebbe portato recentemente nell’armeria di via Garibaldi. Quasi come se, per il benzinaio, il negozio di Arrighi fosse diventato una sorta di banca in cui custodire i suoi valori. Senza dubbio, all’origine del delitto c’è stata una discussione dettata da motivi economici. Stando a quanto accertato dagli inquirenti Arrighi non era in grado di saldare il debito che aveva contratto con Brambilla, e l’imprenditore avrebbe voluto rilevare non solo l’armeria del commerciante, ma anche la sua casa di famiglia. Questa pretesa sarebbe stata la molla che avrebbe fatto scattare la follia omicida.

    l’altro ospite che siede a certe tavole, grande amico del primo, il nulla, è il denaro.

  21. pamela il 7 febbraio 2010 alle 00:25

    “Ci sono famosissimi esperimenti di psicologia comportamentale che dimostrano come “un buon padre di famiglia” possa diventare un aguzzino e un torturatore.”

    Avevo letto di questi esperimenti, ma non ci credo. Anche ipotizzando la buona fede degli scienziati, i risultati possono essere sballati. La mia osservazione empirica su interessanti soggetti di studio che incontro quotidianamente mi dice il contrario. Sono anche sicura che Gianni Biondillo è incapace di uccidere e lo dico anche se non lo conosco personalmente. Per farmi questa opinione è stato sufficiente leggerlo in rete e aver letto un suo libro.

  22. gianni biondillo il 7 febbraio 2010 alle 02:01

    Ciao, Fu!

    Lucy.
    Uccidere è una cosa. Deturpare un cadavere un’altra. E’ di questo che parlo. Che ci sia dietro un movente economico (cosa da me subito ipotizzata) non giustifica, in senso stretto, la mutilazione.

    Pamela,
    mai dire mai. ;-)

  23. lucy il 7 febbraio 2010 alle 08:54

    sì che la giustifica: quel male che c’è dentro di noi ha come catalizzatore un male fuori di noi ancora più potente. quando le uniche cose che un individuo mastica sono il desiderio di successo confinato nell’avere, il bisogno di affermarsi con il lusso, la macchina potente, l’ammirazione del volgo, non vede davanti a sé un essere umano, non vede nessun essere umano, perché tutti sono ridotti a strumento per raggiungere i propri scopi materiali. quello è il terreno di coltura delle aberrazioni. è il terreno su cui è cresciuto il ragazzo di buona famiglia pietro maso, o i due ragazzi erika e omar. la disumanità si combatte con l’esercizio e lo studio dell’humanitas. la follia momentanea è qualcosa che ha modo di sfociare in atti tremendi se le circostanze hanno coltivato da lungo tempo uno sguardo sugli altri privo di affetti. ti mutilo perché faccio prima a toglierti di mezzo, a cancellare l’ostacolo – strumento che tu eri per me. volevi la mia casa, il mio denaro, io ti tolgo di mezzo al più presto e tutto torna come prima. posso tornare a vivere come dico io.
    tu non sei nessuno. la follia è il carburante, lo sguardo dis-umano sul mondo è il motore. a quel punto non ci sono limiti, tabù, barriere: perché non c’è, a monte, un’ etica. l’irrazionalità erompe in tutte le sue bizzarre forme: mi voglio divertire, voglio scacciare la noia. ragazzi, andiamo a gettare i sassi dal cavalcavia per vedere di nascosto l’effetto che fa? stare a osservare un’ auto che sbanda a causa mia e va a schiantarsi è lo stesso che avere lo stomaco di sezionare un cadavere. gli scopi differiscono, ma sono generati dal grande nulla. è delirio di onnipotenza, è il caos: cosa da cui siamo circondati, purtroppo. li si combatte con la filantropia: non quella delle dame di carità, eh? per carità!

  24. gina il 7 febbraio 2010 alle 12:52

    (la fu: ciao! in effetti anche la psico kristeva, in la testa senza il corpo (verrebbe da dire il testo senza il corpo:), sostiene che la decollazione di oloferne by artemisia, sia rappresentazione, disegno, simbolo “della lotta contro il potere fallico dell’uomo violentatore”)

  25. lucy il 7 febbraio 2010 alle 12:58

    e il povero giovanni battista e salomé?
    evirazione e decollazione: tagliare un pene al posto della testa, tagliare la testa a posto del. da cui deriva che il potere fallico appartiene a delle teste di c. tiene.

  26. Ares il 8 febbraio 2010 alle 14:38

    Decapitare, tagliare a pezzi, tagliare le mani;
    non è una necessità ?
    Devo sfuggire lalle accuse, non devo essere identificato, quindi taglio a pezzi un corpo per poterlo occultare, decapito per rendere anonimo il corpo ucciso, taglio le mani per impedire che i miei residui organici vengano intercettati(le mani toccano, graffiano, indicano), mutilare un cadavere, così maldestramente, secondo me, è frutto di un’intuizione suggerita dal mezzo di diffusione di conoscenza di tecniche per l’indagine criminologica più popolare, che suggerisce quotidianamente azioni e crea immaginari d’occultamento maldestri.. popolari appunto.

  27. Ares il 8 febbraio 2010 alle 14:41

    gina e lucy, voi state parlando di mutilazioni più raffinate.. da intellettuali…

    .. ma quella è un’altra patologia..

  28. la funambola il 8 febbraio 2010 alle 15:30

    ciao gina :)
    ti bacio
    la fu

  29. pipì il 8 febbraio 2010 alle 20:35

    forse la chiave di volta sta nello sguardo, nel rigor mortis, o in un accesso irriverente di necrofilia che ha fatto incazzare l’assassino che non si è sentito del tutto ricompensato nella sua predominanza.
    fa tutto comunque parte dell’economia cosmica,
    ossenò l’uomo è un’entità virale non prevista.

  30. Ares il 9 febbraio 2010 alle 18:51

    @pipì.. che ti sei calato prima di sfornare questo commento??

    …non dirmi la zip..

    a proposito.. mi assento un attimino ^__^

  31. gina il 9 febbraio 2010 alle 19:51

    faceti:)
    il commento tra parentesi era diretto al commento de la fu (que:rediviva!). il trait d’union e/o di dis-union tra immagine e pezzo lo ha tirato biondillo gianni.
    io che ne so
    ciao!



indiani