Radio Kapital- Christopher Lasch

8 febbraio 2010
Pubblicato da

Per finirla con il XXI secolo
(Prefazione all’edizione francese di The Culture of Narcissism de Christopher Lasch, Climats, 2000)1
di
Jean-Claude Michéa
trad. Francesco Forlani

All’inizio del suo meraviglioso libretto su George Orwell, Simon Leys fa notare, e a ragione, che ci troviamo davanti a un autore che ” continua a parlarci con una chiarezza e una forza di gran lunga superiore alla prosa che opinionisti e politici ci fanno leggere sui quotidiani ogni giorno2 Con le giuste proporzioni del caso, un tale giudizio lo si può applicare perfettamente all’opera di Lasch e in particolare a The culture of narcissisme, che è indubbiamente il suo capolavoro. Ecco, in effetti, un’opera scritta più di vent’anni fa3 e che rimane, con tutta evidenza, infinitamente più attuale della quasi totalità di saggi che hanno avuto la pretesa, da allora, di spiegare il mondo in cui abbiamo da vivere.

Grazie alla formazione intellettuale iniziale ( marxismo occidentale e in particolare, la Scuola di Francoforte ) Lasch s’è ritrovato assai presto immunizzato contro il culto del “Progresso” ( o come si dice ora, della modernizzazione) che costituisce ai nostri giorni, il residuo catechismo degli elettori di Sinistra e dunque uno dei principali catenacci mentali che li trattiene in questa strana Chiesa nonostante il suo evidente fallimento storico. Presentando, qualche anno più tardi, la logica del suo itinerario filosofico, Lasch arriva a scrivere che il punto di partenza della sua riflessione era stata da sempre “una questione tutt’altro che semplice: come si spiega che delle persone serie continuino ancora a credere al Progresso quando l’evidenza dei fatti avrebbe dovuto, una volta e per tutte, portarli ad abbandonare una simile idea?”4 .

Ora, il semplice fatto di porre tale sacrilega questione permette non soltanto di riallacciarci ai molteplici aspetti del socialismo d’origine.5
ma contribuisce a togliere un certo numero di divieti teorici che, solidificandosi con il tempo, hanno finito con il rendere praticamente inconcepibile ogni rimessa in causa appena radicale dell’utopia capitalista. È così che, per esempio, la questione sollevata da Lasch rende nuovamente possibile l’esame critico dell’identificazione divenuta ormai classica – attraverso una qualunque e furbesca forma della teoria dei “trucchi della ragione” – tra il movimento, posto come ineluttabile, che sottomette tutte le società al regno dell’economia e il processo d’emancipazione effettiva degli individui e dei popoli.
In altri termini, se si traducono i concetti a priori dell’intelletto progressista davanti al tribunale della Ragione, se, di conseguenza, si smette di accettare come auto-dimostrata, l’idea che qualunque modernizzazione di un qualunque aspetto della vita umana costituisca, per la sua natura, un beneficio per il genere umano, allora più niente può venire a garantire teologicamente che il sistema capitalista – grazie al semplice effetto magico dello “sviluppo delle forze produttive” – sarebbe votato a costruire, “con la fatalità che presiede alla metamorfosi della natura” (Marx) , la celebre “base materiale del socialismo”, o per dirla altrimenti, l’insieme delle condizioni tecniche e morali del “suo proprio superamento dialettico“.
Il che significa, in parole povere – per riferirsi ad alcune sfumature ben note- che lo sviluppo di un’agricoltura geneticamente modificata, la distruzione metodica delle città e delle forme di urbanistica corrispondenti o ancora l’abbrutimento mediatico generalizzato e i suoi cyberprolungamenti, non possono in alcun modo, essere seriamente presentati come una premessa storicamente necessaria, o semplicemente favorevole, all’edificazione di una società “libera, egualitaria e decente”.6
Scorgiamo qui, al contrario, tanti evidenti ostacoli all’emancipazione degli uomini e più tali ostacoli si svilupperanno e si accumuleranno ( si pensi per esempio a certe lesioni probabilmente irreversibili dell’ambiente) più diventerà difficile rimettere a posto le condizioni ecologiche e culturali indispensabili per l’esistenza di ogni società verosimilmente umana. Il che equivale a dire, essendo il capitalismo quel che è, che il tempo lavora ormai essenzialmente contro gli individui e i popoli, e che più quelli si accontenteranno di perseguire l’avvento di una società migliore, più il mondo che loro riceveranno in eredità sarà inadatto alla realizzazione delle loro speranze- comprese le più modeste.
Ora, questa idea costituisce la negazione stessa del dogma progressista che pone come definizione che la Ragione finisce sempre ad imporsi e che così, è cosa ormai acquisita il ventunesimo secolo sarà grande e l’avvenire radioso. Ecco perché la critica dell’alienazione progressista deve diventare il primo presupposto di ogni critica sociale. E sfortunatamente, si tratta di una critica che, fino ad oggi, non ha ancora superato lo stadio d’inizio. 7

Se l’ammirevole chiaroveggenza di Lasch ha un segreto, non è, di conseguenza, assai difficile da scoprire. Risiede nell’articolazione originale che ha sempre sottinteso la sua opera tra, da una parte, un’impermeabilità assoluta alle mitologie moderniste e dall’altra una fedeltà mai smentita al punto di vista dei lavoratori e delle semplici persone. ovvero di coloro che, giocoforza, hanno l’abitudine di decifrare una società considerandola dalla sola angolazione appropriata, cioè dal basso verso l’alto. Il beneficio più tangibile di una tale posizione – che è insieme politica ed epistemologica- è quello di rendere immediatamente percettibile l’illusione che affida alla Sinistra moderna, nella sua derisoria “pluralità” quel poco di coerenza di cui ha ancora bisogno per assicurarsi la parvenza di autonomia indispensabile alla sua sopravvivenza elettorale.

Questa illusione, per così dire trascendentale, è l’idea ben nota secondo cui il sistema capitalista rappresenterebbe per natura un ordine sociale conservatore, autoritario e patriarcale, fondato sulla repressione permanente del Desiderio e della Seduzione, repressione che esigerebbe la disciplina del Lavoro e del quale la Famiglia, la Chiesa e l’Esercito sarebbero gli agenti privilegiati. 8
Una tale rappresentazione è di certo molto tranquillizzante per uno spirito tutto moderno. Pertanto esige che si dimentichi come dal 1848 Marx avesse preso la precauzione di invalidare in anticipo un’interpretazione dei fatti tanto furiosa che inverosimile. ” La Borghesia – annotava – non può esistere senza rivoluzionare costantemente gli strumenti di produzione e dunque i rapporti di produzione, ovvero l’insieme dei rapporti sociali” allorché ” detenere senza cambiarlo l’antico modo di produzione era, al conrario, per tutte le classi industriali anteriori, la condizione prima della loro esistenza”. Ecco perché – aggiungeva- man mano che il sistema capitalista progredisce ” tutti i rapporti sociali stabili e fissi, con il loro corteo di concezioni e di idee tradizionali e venerabili, si dissolvono: i rapporti nuovamente stabiliti invecchiano prima ancora di crescere. Ogni elemento di gerarchia sociale e di stabilità si una casta se ne parte in fumo, tutto quello che era sacro è profanato”.

Uno dei più grandi meriti teorici di Lasch è, sicuramente, quello di aver saputo prendere sul serio questa ipotesi di Marx e di aver tentato di provarne il potere chiarificante di tutti gli aspetti della società americana. Naturalmente, a partire dal momento che si riconosce che il sistema capitalista porti in sé – come le nubi la tempesta- lo stravolgimento perpetuo delle condizioni esistenti, un certo numero di conseguenze indesiderabili o iconoclaste non potranno esimersi dal presentarsi. Su questo rapporto, uno dei passaggi più irritanti della Cultura del narcisismo, rimane, con ogni evidenza, quello in cui Lasch sviluppa l’idea che la genialità specifica di Sade – una delle vacche sacre dell’intelligentsia di sinistra- sarebbe di essere giunti, “ in uno strano modo” ad anticipare fin dalla fine del diciottesimo secolo tutte le implicazioni morali e culturali dell’ipotesi capitalista, così come era stata formulata per la prima volta da Adam Smith, questo è vero, con spirito assai diverso. “Sade — scrive Lasch- immaginava un’utopia sessuale dove ciascuno aveva il diritto di possedere chiunque: esseri umani, ridotti ai loro organi sessuali, diventano allora rigorosamente anonimi e intercambiabili. la sua società ideale riaffermava così il principio capitalista secondo cui uomini e donne non sono , in ultima analisi che oggetti di scambio. Incorporava egualmente e spingeva fino ad una nuova e sorprendente conclusione la scoperta di Hobbes che affermava che la distruzione del paternalismo e la subordinazione di tutte le relazioni sociali alle leggi di mercato avevano spazzato via le ultime restrizioni alla guerra di tutti contro tutti, così come le illusioni pacificatrici che la mascheravano.

Nello stato di anarchia che ne derivava , il piacere diventava la sola attività vitale, come Sade fu il primo a capirlo- un piacere che si confonde con lo stupro, l’assassinio e l’aggressione sfrenata. In una società che avrebbe ridotto la ragione a un semplice calcolo, questa non saprebbe imporre alcun limite al perseguimento del piacere, né alla soddisfazione immediata di un qualsiasi desiderio, per quanto perverso, folle, criminale o semplicemente immorale esso fosse. In effetti come condannare il crimine o la crudeltà , se non a partire dalle norme o criteri che trovano la loro origine nella religione, la compassione o i una concezione della ragione che respinge le pratiche puramente strumentali? Ora, nessuna di queste forme di pensiero o di sentimento hanno un posto logico in una società fondata sulla produzione delle merci”

Se accettiamo questa analisi, diventa d’un tratto più facile cogliere i legami metafisici essenziali che uniscono , dall’origine, seppure in modo evidentemente incosciente, i due momenti teorici dell’idea capitalista: da una parte l’esortazione falsamente “libertaria” ad emancipare l’individuo da tutti “i tabù” storici e culturali che sono supposti fare da ostacolo al suo funzionamento come pura “macchina desiderante” dall’altra, il progetto liberale di una società omogenea di cui il Mercato auto-regolatore costituirebbe l’istanza contemporaneamente necessaria e sufficiente per ordinare a profitto di tutti, il movimento browniano degli individui “razionali”, ovvero finalmente liberarti da ogni altra considerazione oltre a quello del loro interesse ben compreso. Quello che Lasch definisce “individuo narcisistico moderno” con la sua paura di invecchiare e la sua immaturità così caratteristiche – di cui l’americano delle classi medie non ne è stato che la prefigurazione beffarda- non è in definitiva , nient’altro che l’espressione psicologica e culturale del compromesso liberal-libertario divenuto col tempo storicamente realizzabile.
E tutta l’arte di Lasch è nello stabilire con rigore come questo incontro, a prima vista sorprendente, ha finito col trovare nella metamorfosi del capitalismo contemporaneo le sue condizioni pratiche di possibilità. Quando il consumo è celebrato come una forma vera e propria di cultura – con il suo immaginario e convenzioni specifiche- niente più si oppone , in effetti, a che le due facce metafisicamente complementari del paradigma liberale- facce che per delle ragioni storiche avevano dovuto, fino ad allora, svilupparsi in modo indipendente ed antagonista- si riconciliano, perfino si fondono, nell’unità di una sensibilità tanto coerente che moderna. Naturalmente si capisce, allora, come una tale teoria abbia potuto indignare — tanto negli Stati Uniti che in Europa — le buone coscienze progressiste. Le costringeva a riconoscere che l’ingegnosa ipotesi capitalista — la « commercial society » immaginata da Adam Smith in risposta ai problemi politici del tempo — non attingeva i propri principi (individuo, Ragione, Libertà) alle antiche barbarie o ” all’oscurantismo medioevale” ma proprio all’assiomatica delle Lumières, ovvero, se si riflette bene, alla stessa matrice culturale da cui ha preso origine la Sinistra.9

La sinistra tradizionale, in effetti, nonostante la sua semplicistica fede nel mito borghese del “Progresso” , aveva sempre conservato — notoriamente attraverso il controllo delle burocrazie sindacali e delle numerose municipalità operaie — un minimo di radicamento nelle fasce popolari e dunque di comprensione verso le loro culture e sensibilità. Ecco perché i suoi programmi politici e talvolta perfino le sue lotte, mantenevano generalmente un certo numero d’aspetti anticapitalisti che erano residui tangibili dei compromessi storici un tempo realizzati tra Sinistra e socialismo operaio.
A partire dagli anni sessanta, al contrario, la convergenza – rispettivamente abbastanza logica- dei differenti processi ” modernizzatori”- che, al momento, potevano sembrare indipendenti gli uni dagli altri- si affrettò a eliminare il poco di spirito anti – capitalista che ancora animava le istanze dirigenti della vecchia Sinistra. Innanzitutto il declino accelerato delle capacità seduttive dell’ Impero Sovietico, ovvero della triste imitazione di Stato del progresso capitalista; a seguire, e in modo infinitamente più decisivo l’ingresso dell’Europa Occidentale nell’era del capitalismo di consumo, e dunque l’installazione inevitabile al centro stesso dello spettacolo della Cultura Giovani incaricata di legittimarne l’immaginario e assicurarne la circolazione senza fine, in mille imballaggi differenti , della stessa piacevole pacotille ; infine, e soprattutto, la distruzione dela stessa classe operaia, ovvero non di certo la sparizione reale degli operai ( che è in parte un artificio statistico) ma quella della coscienza di classe che li univa, scomparsa ottenuta da una parte con la liquidazione metodica dei quartieri popolari e dall’altra con le nuove forme di organizzazione del lavoro in impresa modernizzata e le tecniche di management « anti-autoritarie » che hanno permesso di imporle.10
Quella che in questi tempi di rifondazione, è stata designata come la nuova Sinistra, non è null’altro, in definitiva, che l’eco politica dei differenti processi. Bisogna allora vedere in questa corrente multicolore una delle tradizioni politiche privilegiate della crescita in potenza delle nuove classi medie – così ben descritte, all’epoca da Georges Perec- che poiché sono preposte all’inquadramento tecnico, manageriale o culturale11 delle forme più moderne del capitalismo sono condannate a far stare seduta la povera immagine di loro stesse sulla sola attitudine a piegare la schiena davanti a qualunque innovazione , « flessibilità » umana patetica che ne fa la preda sognata di psicoterapeuti e cacciagione elettorale di predilezione di ogni sinistra « citoyenne » e progressista. Soltanto con il favore di una tale configurazione culturale così particolare, l’occasione è potuta finalmente essere offerta ai rappresentanti più ambiziosi della nuova sensibilità liberal-libertaria di confiscare a loro esclusivo uso gli ultimi strumenti di lotta o di influenza che le classi popolari avevano ancora a disposizione.

Se La Culture du narcissisme appare come un libro così profetico, lo è dunque, in verità, perché descrivendo con magnifica precisione , sulla base dei dati empirici già disponibili all’epoca , le forme di individualizzazione richieste dal capitalismo di consumo ( quest’uomo psicologo del nostro tempo che è l’ultimo avatar dell’individualismo borghese) Lasch12 delimitava alla stesso tempo, in anticipo, la cornice psicologica e intellettuale molto stretta al cui interno si sarebbero dovuti dibattere i militanti ” plurali” di ogni Sinistra moderna, e in modo più generale i rappresentanti delle nuove classi medie la cui falsa coscienza è divenuta lo spirito del tempo. Così si chiarisce il curioso destino . che non è, sia chiaro, paradossale che in apparenza- di una Sinistra occidentale che ha, dappertutto, modernizzandosi ” rinunciato all’emancipazione sociale e si accontenta di sistemare un’ infermeria per accogliere i feriti della guerra economica”13, quando, ancora, non prende su di sé il compito di dirigere questa guerra con l’entusiasmo dei neofiti e lo zelo dei parvenus. Da parte loro, per essersi lasciati espropriare del poco di autonomia politica che gli rimaneva, da questi tutori benevolenti dalla mentalità così aperta ( e dunque va da sé – la maggior parte di loro s’era fatta le osse sul lato buono delle barricate), i vinti del mondo moderno- ovvero, come sempre, i lavoratori e le semplici persone- finiscono con il ritrovarsi, per delle ragioni simmetriche , nella stessa situazione d’impotenza degli operai del diciannovesimo secolo , quando non erano ancora dotati di organizzazioni politiche indipendenti. « A questo stadio , – scriveva Marx ( che non immaginava che teorizzando in tal modo il passato avrebbe teorizzato anche il futuro) – gli operai formano una massa disseminata attraverso il paese e atomizzata dalla concorrenza. Se accade che gli operai si sostengano in un’azione di massa, non ci troviamo ancora di fronte al risultato della loro unione, ma di quella della borghesia che, per raggiungere i suoi propri fini politici deve mettere in movimento l’intero proletariato, e che possiede ancora, provvisoriamente il potere di farlo. Durante questa fase, i proletari non combattono affatto i loro nemici , ma i nemici dei loro nemici, ovvero le vestigia della monarchia assoluta, proprietari terrieri, borghesi non industriali, piccolo borghesi. Tutto il movimento storico è in tal sorta concentrato tra le mani della borghesia; ogni vittoria ottenuta in questo modo è una vittoria borghese. « Manifeste communiste »)
Questa è la ragione storica principale del fatto che da vent’anni, ogni vittoria della Sinistra corrisponde obbligatoriamente a una disfatta del Socialismo.

Giunto a questo punto, immagino che il tipo di rivoluzione intellettuale alla quale ci invita l’opera di Lasch nn potrà essere che mal accolta dal pubblico ” illuminato” , ovvero da quanti si ritengano, per diritto divino, nel campo del bene e della Verità. Per un lettore che sia preoccupato di quanto le sue idee politiche siano corrette (indubbiamente perché, per lui, un’idea non è tanto un modo di comprendere il mondo quanto di sedare le proprie inquietudini) non potrà, in effetti, avere alcun dubbio su quello che da un senso all’epoca attuale: la sfida titanica tra, da una parte le deboli forze che tentano di riunire a malapena i guerriglieri eroici della modernità e dall’altra, le orde dilaganti e potentemente organizzate della Reazione e del terribile passato. In questa visione, a colpo sicuro molto toccante, della Storia va da sé che coloro che si ostineranno a pretendere che esistono sempre delle classi dirigenti ( in più mondializzate) e che queste hanno come prima loro preoccupazione quella di costruire una nuova umanità conforme ai loro interessi egoistici, devono essere considerati come le vittime di una evidente predisposizione alla paranoia. Quanto a volere combattere la dominazione di queste potenze appoggiandosi sulla dignità e la virtù delle classi popolari, ecco che testimonia al meglio di una nostalgia mal posta per un mondo scomparso , al peggio di un fascino colpevole per quel populismo il cui ventre, come i media unanimi hanno il buon gusto di ricordarci, quotidianamente, è gravido di chissà quale bestia immonda. Prendendo il rischio di ripubblicare La Culture du narcissisme non rientrava nelle nostre intenzioni – nè di certo nelle nostre possibilità- di rovinare il sonno intellettuale di quella parte di pubblico. Non è impossibile, nonostante tutto, che perfino tra quei lettori se ne trovi qualcuno in grado di riconoscere al libro di Lasch la virtù di disturbare le loro abitudini intellettuali (il che per ogni modernista è normalmente una qualità) e dunque di richiamare, per il suo carattere provocatorio, la refutazione che merita. Bisognerà che tali lettori abbiano anche il coraggio di giungere alla seguente questione. Com’è possibile che un’opera così stimolante – e per questo discussa in tutto il mondo- sia stata pubblicata in Francia dal 1981, fino a trovarsi rapidamente esaurita grazie al passaparola – samizdat dei regimi liberali— tutto questo senza che la perspicace critica ufficiale abbia sentito il bisogno di dedicargli una sola analisi degna di questo nome, ovvero all’altezza dei reali propositi del libro- per non dire nulla, evidentemente, della pur chiacchierona sociologia di stato?

Vero è che un tale modo di operare è, da tanto tempo, il marchio di fabbrica del paesaggio intellettuale francese e che ogni libro che rompa realmente l’ordine costituito e la sua buona coscienza « citoyenne », è condannato, ordinariamente, ad essere accolto sia con un silenzio di piombo sia sotto un diluvio di calunnie. Ma questa è a giusto titolo una ragione supplementare perché ciascuno si interroghi su questo strano stato di fatto e si sforzi almeno di poterne trarre le implicazioni principali. Ciò significherebbe, per esempio, che a furia di modernizzarsi, gli intellettuali ufficiali e i mediatici siano ritornati alle abitudini di un’epoca in cui — secondo le parole di Marx — « ormai non si tratta più di sapere se tale teorema è vero, ma se suona bene o male, se sia gradito alla polizia o meno,” e, in cui proprio per questo « la ricerca disinteressata lascia il posto al pugilato pagante, l’investigazione coscienziosa alla cattiva coscienza, ai miserabili sotterfugi dell’apologetica » ? (Marx, Postfazione alla seconda edizione tedesca del Capitale). Se tale fosse il caso, la situazione sarebbe, certamente, qualcosa di profondamente scoraggiante. A meno che, al contrario, non vi si legga, come già fece Hegel, il segno irrefutabile che “tutto continua” e che , di conseguenza, nessuno sia ancora in grado di pretendere che la vecchia talpa scavi le sue gallerie invano. Scegliere la buona interpretazione non è forse, dopo tutto, che una questione di temperamento. Ma quel che è certo, è che qualsiasi cosa possa accadere, Christopher Lasch sarà stato sicuramente di quelli che hanno aiutato più di tutti questo simpatico mammifero ad assolvere l’ingrato compito. Di questi, strani, tempi, non conosco modo migliore per raccomandare un libro.

  1. La cultura del narcisismo Christopher Lasch; trad, M.Bocconcelli, ed. Bompiani []
  2. 1 Simon Leys, Orwell ou l’horreur de la politique -Paris : Hermann, 1984. []
  3. Pubblicato negli stati uniti nel 1979 []
  4. The True and Only Heaven : Progress And its Critics -New York : Norton, 1991 []
  5. Se c’è, nella storiografia delle rivolte popolari contro l’industrializzazione capitalista, un episodio che è sempre stato censurato, ovvero profondamente snaturato vedi demonizzato, è proprio la lotta dei Luddisti inglesi , all’inizio del diciannovesimo secolo, contro i fanatici del Progresso Industriale e la sua ” idolatria assassina dell’avvenire che annienta le specie viventi, abolisce le lingue, soffoca le diverse culture e rischia perfino di distruggere il mondo naturale tutto intero. – John Zerzan, Aux sources de l’aliénation, L’insomniaque, 1999. Se si vuole riscoprire il nocciolo razionale di questa rivolta bisogna assolutamente leggere il notevole studio di Kirkpatrick Sale, Rebels Against the Future — The Luddites and Their War on the Industrial Revolution. Lessons for the Computer Age -Quartet Books, 1995 []
  6. « The free, equal and decent society », questa è la formulazione più esatta dell’ideale politico di G. Orwell. Vd l’introduzione di Sonia Orwell a « Essais, Articles, Lettres » – Ivrea-Encyclopédie des Nuisances, Tome i ; p. 8. []
  7. Non c’è affatto bisogno di sottolineare l’interesse politico principale dell’ipotesi difesa da Lach, che rischiara, per esmpio, di una luce particolarmente crudele il destino di un’epoca che avrà visto, senza ridere, la bandiera della rivolta cadere progressivamente dalle mani di Rosa Luxembourg a quelle di una Ségolène Royal. []
  8. Si riconoscerà , in questa audace analisi, lo scenario filosofico quotidiano che l’industria del divertimento impone ai differenti settori della cultura “giovani” e della ribellione redditizia. []
  9. 8 La distinction moderne entre la « Droite » et la « Gauche » (qui est une transposition française de l’opposition, née en Angleterre, des Tories et des Whigs) correspond tout au long du XIXe siècle au conflit entre les défenseurs de l’« Ancien Régime » — c’est-à-dire d’une société agraire et théologico-militaire — et les partisans du « Progrès », pour qui la révolution industrielle et scientifique (forme pratique du triomphe de la Raison) conduira, par sa seule logique, à réconcilier l’humanité avec elle-même. Le socialisme originel, au contraire, est, dans son principe, parfaitement indépendant de ce clivage. Il constitue avant tout la traduction en idées philosophiques des premières protestations populaires (luddites et chartistes anglais, canuts de Lyon, tisserands de Silésie, etc.) contre les effets humains et écologiques désastreux de l’industrialisation libérale. On ne trouvera par conséquent pas, chez Fourier ou chez Marx, de vibrants appels à unir un mystérieux « peuple de gauche » contre l’ensemble des forces supposées « hostiles au changement ». Et durant tout le xixe siècle, les socialistes les plus radicaux sont d’abord attentifs à ne pas compromettre la précieuse autonomie politique des travailleurs lors des différentes alliances éphémères qu’ils sont obligés de nouer, tantôt contre les puissances de l’Ancien régime, tantôt contre les industriels libéraux. Ce n’est qu’après l’Affaire Dreyfus, — et non sans débats passionnés — que s’opérera véritablement pour le meilleur et pour le pire, l’inscription massive du mouvement socialiste dans le camp de la Gauche…/…défini comme celui des « forces de Progrès ». Pour valider cette opération historique, à la fois féconde et ambiguë, il sera d’ailleurs nécessaire (Durkheim jouant ici un rôle important) d’accentuer autrement la généalogie du projet socialiste. On choisira d’y voir désormais moins le produit de la créativité ouvrière qu’un développement « scientifique » de la philosophie des Lumières, rendu possible par l’œuvre du Comte de Saint-Simon, et importé ensuite « de l’extérieur » dans la classe ouvrière. []
  10. 9 Sur cette destruction programmée de la classe ouvrière, on lira avec intérêt le livre de Stéphane Beaud et Michel Pialoux, Retour sur la condition ouvrière (Fayard, 1999). Cette enquête minutieuse commence par une question de bon sens (donc, de nos jours, éminemment subversive) : « Comment expliquer que les ouvriers constituent toujours le groupe social le plus important de la société française et que leur existence passe de plus en plus inaperçue ? ». []
  11. Dans la mesure où l’imaginaire de la consommation possède une fonction de plus en plus décisive dans le développement du capitalisme contemporain, la diffusion et la célébration de cet imaginaire deviennent une exigence économique prioritaire. À l’ère de la communication de masse, cela signifie donc nécessairement que le mensonge médiatique, la manipulation publicitaire, et l’abrutissement spectaculaire (assuré par le showbiz et ses artistes citoyens) tendent à devenir une force productive directe. []
  12. Lasch ovviamente non poteva, all’epoca, prendere in conto i nuovi vincoli politici, economici e tecnologici ( Posti sotto il nome della mondializzazione) che il Capitale avrebbe imposto ben presto al pianeta nel tentativo di contrastare , allargando brutalmente il campo e le modalità della guerra economica, la tendenza al ribasso del suo tasso di profitto. diventato manifesto alla fine degli anni settanta. Tuttavia, da un punto di vista filosofico, queste modifiche sono, in fin dei conti, relativamente secondarie. Contro il discorso positivista ambientale, bisogna in effetti ricordare che le “nuove tecnologie” non possono sviluppare i loro effetti principali sui rapporti umani, che in un mondo che è già preparato culturalmente a riceverli. Il principio della macchina a vapore, per esempio, era perfettamente noto nell’Alessandria del II secolo. Eppure, nelle condizioni culturali dell’epoca, nessuna rivoluzione industriale poteva conseguirne ; e il telefonino ha potuto generalizzare tutti i suoi effetti d’inciviltà solo in un mondo in cui le forme autistiche dell’individualismo, insieme alla cancellazione delle frontiere della vita privata (« tutto è politica ») avevano giù raggiunto un grado di sviluppo apprezzabile per delle ragioni assolutamente indipendenti dalla tecnologia moderna, per quanto questa, certamente, non potrà che amplificare in ritorno gli effetti che la precedono. Il lettore che desideri completare utilmente l’analisi di Lasch su questi punti troverà una miniera di informazioni precise e di analisi intelligenti nell’opera, imprescindibile, di Luc Boltanski et Eve Chiappello, Le Nouvel esprit du capitalisme (Gallimard, 1999 []
  13. Selon la formule de Philippe Cohen, Protéger ou disparaître -Gallimard, 1999. []

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29 Responses to Radio Kapital- Christopher Lasch

  1. francesco forlani il 8 febbraio 2010 alle 17:35

    Appena “mi recupero” dal colpo della Strega (non il premio) provvederò a tradurre le note, rimaste in francese e a ovviare ai refusi eventuali presenti nella traduzione. Mi faceva piacere che uscisse oggi, a trent’anni di distanza dall’uscita di un libro che considero tra i più importanti per me e (lo spero) per altri
    effeffe

  2. chi il 8 febbraio 2010 alle 17:45

    grande forlani. grande.

  3. francesco forlani il 8 febbraio 2010 alle 17:52

    en tout petit!
    effeffe

  4. Fabrizio Tonello il 8 febbraio 2010 alle 17:56

    A beneficio del lettore italiano sarebbe forse utile precisare che “The culture of Narcissism” è stato tradotto da Bompiani nel 1981 e ristampato successivamente. “The True and Only Heaven” è stato proposto da Feltrinelli nel 1992 con titolo “Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica” (Campi del sapere). Benché certo non reperibili in libreria, molte biblioteche li hanno e sarebbe utile che gli editori li riproponessero.

  5. francesco forlani il 8 febbraio 2010 alle 18:04

    grazie fabrizio, hai mica qualcuno che faccia i massaggi…
    effeffe

  6. francesco forlani il 8 febbraio 2010 alle 18:06

    che tu sappia l’edizione bompiani è esaurita?
    effeffe

  7. Fabrizio Tonello il 8 febbraio 2010 alle 19:35

    Non so se sia vero, ma apparentemente è stato ristampato nel 2001 e il sito on line di UNILIBRO lo dà come disponibile.

  8. francesco forlani il 8 febbraio 2010 alle 19:45

    fabrizio, sai invece se Christopher Lasch, Culture de masse ou culture populaire ( Mass culture reconsidered?) in Italia è stato mai tradotto?
    effeffe

  9. andrea inglese il 9 febbraio 2010 alle 08:59

    Grande Franzisko: Michea che legge Lasch fornisce un effetto moltiplicatore in termini di intelligenza critica e di vis polemica.

    Ma rispetto a tanta vis polemica che, a destra come a sinistra, anima anche il nostro paese, Michea mostra come si dovrebbero catalogare i polemisti secondo una almeno duplice categoria; quelli che polemizzano su aspetti secondari – le lotte secondarie, di cui ha parlato in altri anni Giancarlo Majorino – e quelli che indirizzano la polemica sui dogmi culturali, i nodi idelogici di fondo, il nucleo della teoria, come direbbero gli epistemologi.

    In Italia non hai grandi possibilità di fare lotte intellettuali primarie, perché viene a priori squalificato, in quanto l’obiettivo scelto è considerato troppo grande e, siccome l’autostima intellettuale e culturale del paese è tendente alla zero, non considerato plausibile mirare alto.

  10. francesco forlani il 9 febbraio 2010 alle 09:34

    quando poi una vera rivoluzione intellettuale scoppia ai piani bassi concettuali- sulle questioni semplici- alle fondamenta del castello prima di propagarsi alle torri d’avvistamento e di difesa.
    ma sai questo è un paese in saldo, dove le cose che contano si danno per scontate, o sono tarocche.
    effeffe

  11. tonino il 10 febbraio 2010 alle 15:41

    Per chi vive a Roma la libreria Odradek dovrebbe avere qualche Lasch usato…

  12. Valter Binaghi il 12 febbraio 2010 alle 00:37

    Opere di Lasch in edizione italiana:
    Rifugio in un mondo senza cuore (Bompiani economica)
    La cultura del narcisismo (Bompiani economica)
    L’io minimo (Feltrinelli economica)
    La ribellione delle elite (Feltrinelli economica)
    Il paradiso in terra (Feltrinelli – Campi del sapere)

    Questo articolo postato da Forlani è notevolissimo. Mi stupisce che certi miei interventi qui su NI, che muovevano proprio da sviluppi del pensiero di Lasch (ad esempio la denuncia del carattere proto-consumistico della presunta rivoluzione sessantottina, e la necessità di recuperare l’orizzonte familiare e comunitario come unica reale alternativa al narcisismo coatto del capitalismo avanzato) siano stati spesso fortemente avversati da redattori che qui si esprimono favorevolmente.
    Meglio così. Se Lasch è la prospettiva teorica che può rianimare la critica alla vita corrente, NI resta un luogo praticabile.

  13. Alcor il 12 febbraio 2010 alle 11:05

    Scusate, ma alcune di queste premesse, per esempio quella della sopravvivenza del dogma progressista secondo il quale la Ragione finisce sempre per imporsi e il ventunesimo secolo sarà grande e l’avvenire radioso, poteva essere sostenuta allora, oggi è obsoleta.

    Mentre trovo ancora valida la citazione di Marx riportata nell’articolo: “” La Borghesia – annotava – non può esistere senza rivoluzionare costantemente gli strumenti di produzione e dunque i rapporti di produzione, ovvero l’insieme dei rapporti sociali” allorché ” detenere senza cambiarlo l’antico modo di produzione era, al conrario, per tutte le classi industriali anteriori, la condizione prima della loro esistenza”. Ecco perché – aggiungeva- man mano che il sistema capitalista progredisce ” tutti i rapporti sociali stabili e fissi, con il loro corteo di concezioni e di idee tradizionali e venerabili, si dissolvono: i rapporti nuovamente stabiliti invecchiano prima ancora di crescere. Ogni elemento di gerarchia sociale e di stabilità di una casta se ne parte in fumo, tutto quello che era sacro è profanato”.

    Se poi in Francia regni ancora questa idea di progresso, non lo so.

  14. Alcor il 12 febbraio 2010 alle 11:17

    Inoltre mi pare che il grande intellettuale, soprattutto americano, chiuso di solito nella grande istituzione accademica o di sapere, scelga sempre come sfondo della sua indagine quello più eclatante e visibile, la grande città.
    Il narcisismo non può vivere senza la grande città, che è il luogo deputato della merce, sia materiale che virtuale.
    Questa cecità (parlo in generale, e mi riferisco soprattutto all’uso politico della riflessione intellettuale) fa sì che venga sempre ignorata la parte sommersa, meno illuminata e rappresentata e perciò venga raccontata una storia diciamo così “di punta”, emergente.
    Mentre nelle città domina e si impone allo sguardo il narcisisimo dell’uomo reso merce, nella provincia continua la marcia più lenta dell’uomo che non riesce a mercificarsi, e che nella sua lentezza, arriva paradossalmente in modo più efficace certi appuntamenti con la modernità.
    Se invece di fissare con tanta attenzione la città si fosse alzata la testa verso il territorio che la circonda, qui da noi avremmo capito subito e meglio, per esempio, il fenomeno leghista, che può avere tratti ritardatari di narcisismo, ma certamente non lo rappresenta.

    Non so, letto attraverso questo articolo, Lasch mi sembra non così interessante come dite, e vi chiedo, c’è di più?

  15. francesco forlani il 12 febbraio 2010 alle 12:41

    Che ci sia di più. è incontestabile, per quanto credo possa bastare questo ad aggiustare il tiro. Sulla questione città provincia, in Italia credo invece che si aprano delle vere e proprie voragini non appena si entri nel “particolare”. Si possono considerare i movimenti della Val di Susa contro la TAV come gli eredi dei Luddisti inglesi? I grandi centri commerciali non sorgono piuttosto in provincia, e in provincia fanno strage, che non nelle città? I modelli sociali e antropologici dominanti nella provincia – sia che si parli del casertano o del vicentino- non sono forse calcati su quello stesso principio sadiano qui enunciato del plaisir sans gêne, so liberal?
    effeffe

  16. Alcor il 12 febbraio 2010 alle 12:59

    non so quale provincia conosci e quanto, io penso che se non la si conosce bene si tende a usare modelli già dati e rassicuranti per interpretarla, come ha fatto la politica qui da noi.

    la merce è sempre interessante, tuttavia non credo che sia produttivo leggerla solo in una direzione, quella del mutamento che produce nel consumatore, ma anche nella direzione inversa, nell’uso che il consumatore ne fa, meno automatico di quello che possiamo immaginare quando vediamo il brulicare del consumatore intorno alla merce.

    I grandi centri commerciali sorgono in provincia, certo, ma bisognerebbe anche chiedersi perché. Valore dei terreni? raggiungibilità? o invece strategia? E strategia di chi? E come hanno modificato il territorio? sono arrivati a modificazione ottenuta o l’hanno provocata? e se il movimento è stato parallelo, come si è intrecciato?
    Insomma, troverei, oggi, più interessante un’analisi materialista di ciò che ci circonda qui e che a mio parere è troppo debitrice di schemi elaborati altrove, e in tempi ormai antichi.

    Non è che voglio contestare Lasch, non ne ho le competenze, ma la lettura dell’articolo mi ha dato un senso di vecchia analisi di un vecchio mondo.

  17. Alcor il 12 febbraio 2010 alle 13:07

    aggiungo

    tu dici “I grandi centri commerciali non sorgono piuttosto in provincia, e in provincia fanno strage, che non nelle città?”

    ti chiedo, tu sai esattamente quanti dei visitatori dei grandi centri commerciali vengono dalla provincia e quanti ci arrivano direttamente dalla città? e in che misura varia la percentuale tra nord e sud?

    poi dici: ” I modelli sociali e antropologici dominanti nella provincia – sia che si parli del casertano o del vicentino- non sono forse calcati su quello stesso principio sadiano qui enunciato del plaisir sans gêne, so liberal.”

    francamente non so, il territorio produttivo del vicentino è così diverso dal territorio produttivo del casertano che se vogliamo restare materialisti dovremmo anche andare a vedere che cosa è successo in quei territori dal 2008 in poi.
    sospetto, ma sarei curiosa che qualcuno più esperto di me indagasse, che il 2008 abbia provocato più cambiamenti nel vicentino che nel casertano e che il plaisir sans gêne sia meno diffuso di quanto tu non creda.

  18. francesco forlani il 12 febbraio 2010 alle 14:01

    Alcor io so solo che quando lavoravo per una società che organizzava grandi eventi ho avuto un’esperienza sul campo totale e protratta – permanenza per ben due settimane- negli outlet di Serravalle e Mondovì. Ti assicuro che di metropolitano c’era ben poco !
    effeffe

  19. Alcor il 12 febbraio 2010 alle 14:31

    Non lo metto in dubbio, non ho un’esperienza uguale alla tua. Ma non intendevo dire che nel grande centro commerciale ci va il consumatore di corso Buenos Aires, intendevo dire che generalmente il sapere critico è metropolitano.
    Ma se torniamo un momento al punto (solo così come esce, per me, da questo articolo, ché come ho detto non ho strumenti sufficienti per far altro) le cose stanno ancora così come Lasch le vedeva quando le ha scritte?
    Non so – te lo pongo come dubbio – non è che per noi letterati, le grandi sintesi (e la sociologia ne fa di estremamente utili e comode per noi) portino a a categorie comode per raccontare, ma lontane dai modi in cui la realtà si declina effettivamente?
    Io non credo nell’eterno ritorno dell’identico, penso che siano proprio le differenze quelle più importanti.
    E che indagare il particolare, lo specifico, il differente, senza avere uno schema ideologico (in senso lato) e perciò senza ficcare poi dentro la cornice già data il fenomeno sia il compito di chi scrive.

    Ma mi fermo, mi rendo conto che offro solo impressioni e dubbi.

  20. francesco forlani il 12 febbraio 2010 alle 14:50

    sai alcor io condivido molti dei tuoi dubbi però credimi sarebbe pure ora che non tanto alla sociologia – del resto ultra presente in molti scritti contemporanei, a discapito della loro letterarietà- ma all’economia politica si rivolga il romanzo. oltre che la politica. Insomma, tornare a Dickens, per intenderci…
    effeffe

  21. Alcor il 12 febbraio 2010 alle 15:11

    ma proprio perché l’economia politica anche per me resta al centro che mi pongo tutti questi dubbi.

  22. Alcor il 12 febbraio 2010 alle 15:13

    la critica dell’economia politica è un metodo, non un contenitore, così almeno l’ho sempre considerata io

  23. Valter Binaghi il 13 febbraio 2010 alle 00:57

    Più che città/campagna, il binomio all’interno del quale si è perpetuamente mosso il pensiero di Lasch è quello pratiche sociali/identità psicologica. Il suo primo scritto è dedicato alle trasformazioni della famiglia dal mondo pre-industriale al sistema capitalistico. La tesi è che l’espropriazione del ruolo economico della famiglia crea il mito romantico della famiglia come “rifugio in un mondo senza cuore”, con il conseguente sovraccarico d’investimenti affettivi e la prevedibile esplosione dell’istituto familiare. In seguito, la società dello spettacolo e il feticismo della merce del capitalismo avanzato vengono studiati parallelamente al nuovo soggetto psicologico della società dei consumi: non più il represso-militarizzato della società vittoriana sul quale Freud modellò la versione iniziale della psicanalisi, ma l’io minimo dell’epoca narcisistica, la cui analisi ha dato origine alla più importante delle revisioni interne alla scuola freudiana, quella di Heinz Kohut.

  24. harzie il 13 febbraio 2010 alle 08:51

    No, Franz, non s’ha da tornare a Dickens, ma da leggere Marie Ndiaye. Va’ a vederti quel che dice Lakis Proguidis su Rosie Carpe nel numero 35 dell’«Atelier du roman»…

  25. Alcor il 13 febbraio 2010 alle 10:39

    La definizione di epoca narcisista, Valter, era giustificata negli anni ’70, annunciava i due decenni successivi, ma adesso, dopo l’11 settembre e il 2008, si può ancora parlare di epoca o società narcisista e di dogma progressista?
    Negli anni 70, la società, soprattutto americana, poteva crederci, e a ruota noi, oggi la società globale depressa (sia in senso psicologico che economico) ci crede?
    Dopo la crisi del 2008 e quella che stiamo vivendo e che pare preluda a una nuova bolla le categorie dovranno cambiare.
    Mi pare che questo discorso valga per il passato.
    Ma come ho detto, sono valutazioni molto personali.

  26. Valter Binaghi il 13 febbraio 2010 alle 16:56

    Alcor, l’accento per l’ultimo Lasch non è sul mito del progresso (anche se a questo aveva dedicato il suo testo più ponderoso, “Il paradiso in terra”), ma proprio sull’io minimo, depauperato di un Super Io capace di ordire ascesi, futuro e cultura, e condannato allo sperpero di sè in un consumismo e un individualismo da Basso Impero. E non dirmi che questo non è il ritratto impietoso dell’oggi.

  27. Alcor il 13 febbraio 2010 alle 18:00

    io minimo depauperato di un super Io capace di ordire ascesi? che cosa significa?

    un super io capace di ordire futuro? ma per lamentarsi della morte di questo super io bisognerebbe anche conoscere le date in cui era vivo, e se era vivo, che cosa faceva.
    A che secoli vuoi rimandarmi, visto che il ‘900 ha prodotto due devastanti guerre mondiali, uno sterminio epocale e una serie di dittature criminali nate dall’utopia che hanno provocato milioni di morti?
    All’800? quando l’ordine ipocrita nascondeva i misfatti morali che hanno partorito il 900?

    Cultura, cosa intendi per cultura? Sperpero di sé, cosa intendi per sperpero di sé? consumismo, cosa intendi per consumismo nel momento in cui la gente tira la cinghia, individualismo, che cosa significa? Dici che era meglio negli anni in cui io il mio lo dovevo soffocare perché potevano parlare soltanto i padri?

    Sono tutte parole vane.
    Parole non vane secondo me sono quelle che si dicono spesso anche qui e che riguardano la mancanza di lavoro, la mancanza di casa, la schiavitù, la mancanza di diritti, la xenofobia, il razzismo, la decrepitezza e il bizantinismo delle nostre istituzioni, lo strapotere della politica, la mancanza di regole, che ti fanno tirare il fiato quando vai in un altro paese, ché avrà dei guai anche lui, ma non come i nostri.

    Non perderei un solo minuto della mia vita a combattere l’individualismo o il consumismo

    Ma questi sono problemi nostri, non c’entrano con Lasch

  28. Valter Binaghi il 14 febbraio 2010 alle 01:24

    Secoli?
    Il marxismo presupponeva un Super Io e uno spirito ascetico giganteschi, e non è roba di un secolo fa. La penuria è una costante nella condizione umana, ma c’è penuria materiale e debolezza identitaria, e non direi mai (sporattutto facendo il mestiere che faccio, cioè l’insegnante) che solo la prima è importante.
    Comunque Lasch, come Illich, è un pensatore raffinato e credo essenziale per comprendere le dinamivhe del mondo attuale. Inutile parlarne, se non si conosce.

  29. Alcor il 14 febbraio 2010 alle 11:18

    Hai ragione, ho letto solo il post qui sopra, era piuttosto alla tua sintesi che rispondevo.



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