Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano – sabato 13 febbraio 2010)

14 febbraio 2010
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da il Fatto Quotidiano – sabato 13 febbraio 2010

LIBERTA’

Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può

collaborare con giornali non allineati? La polemica

infuria sul web.

A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che il suo esempio venga seguito da altri scrittori. Helena Janeczek (scrittrice ed editor di Gomorra) il 20 gennaio scrive un articolo sul blog «Nazione Indiana» dal titolo «Pubblicare per Berlusconi?» in cui difende le ragioni di chi lavora e pubblica con il gruppo Mondadori, facendo una distinzione tra lavorare per un gruppo editoriale e collaborare con un organo di stampa che abbia una precisa linea editoriale, come il quotidiano «Libero», inserendosi così nella polemica tra il critico letterario Andrea Cortellessa e lo scrittore Paolo Nori riguardo alla scelta di Nori di collaborare con «Libero». Polemica che ha suscitato commenti molto duri su diverse testate («Libero», «il Giornale», «il Corriere della Sera»). Lo scrittore Vincenzo Consolo ha deciso di non partecipare a un’iniziativa einaudiana in favore di Roberto Saviano per via di un’intervista rilasciata dallo stesso Saviano a «Panorama», in cui dice di essersi formato su Jünger, Pound, Celine.


Evelina Santangelo

In una conferenza tenuta nel 1976 all’Amherst College Calvino, cercando di definire gli usi politici giusti e sbagliati della letteratura, avviava quel suo discorso dicendo che «la funzione pubblica più richiesta in Italia» in quegli anni sembrava essere «la provocazione», consacrata «dalla vita, dalla morte e dalla vita postuma di Pasolini». E non aveva alcuna remora nel sostenere di non essere d’accordo con quell’idea invalsa nel «vasto pubblico nazionale» di concepire lo scrittore come un «provocatore». Ora, quel riferimento al «vasto pubblico per il romanzo italiano» e quella libertà di giudizio con cui Calvino si esprime su un altro scrittore e intellettuale della statura di Pasolini (al di là di qualsiasi altra considerazione di merito) toccano due aspetti essenziali in cui si iscrive il ruolo sociale dello scrittore: l’attenzione del pubblico e l’indipendenza di giudizio, la radicale libertà di non ritenere niente e nessuno insindacabile.

Se guardiamo al nostro tempo e alle nostre circostanze, probabilmente la gran parte di noi vedrebbe nell’«andamento intellettuale» e culturale qualcosa di molto simile alla vertiginosa alienazione sintetizzata da Bradbury in Fahrenheit 451, dove tutto è ridotto a indistinto «pastone» mass mediatico in cui non è nemmeno contemplata l’idea che si possa persino dissentire.

In un mondo del genere (o molto simile), parole come quelle espresse da Calvino, quel modo stesso di ragionare e argomentare, di sicuro non avrebbe diritto di cittadinanza, non perché qualcuno non potrebbe anche pronunciarle, ma perché non ci sarebbe quasi nessuno in grado o interessato ad ascoltarle. E questa circostanza, che definisce il nostro tempo, è una debolezza di cui non si può non tener conto, volendo interrogarsi sul ruolo e le responsabilità che attengono agli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento (sociale, economico, culturale).

Così, mentre da una parte lo scrittore è percepito dalla stragrande maggioranza del pubblico di romanzi come un intrattenitore o un qualsiasi produttore di beni di consumo, dall’altra, e di contro, chi vorrebbe scrittori più coraggiosi, più combattivi, più calati nel corpo delle nostre contraddizioni, anzi delle nostre specifiche anomalie, finisce per delegare ogni responsabilità etica, politica, culturale a uno solo, fatto simbolo. Una condizione aberrante per uno scrittore, anche se lo scrittore si chiama Roberto Saviano, con tutto il coraggio, l’impegno che evoca un libro come Gomorra. Pure di questo bisogna tenere conto per fare un discorso sul ruolo sociale dello scrittore nel tentativo di comprendere in che modo si possa spezzare, intanto, questa doppia solitudine: dell’unico, trasformato in simbolo dell’idea stessa di impegno, e dei tanti, noti a cerchie più o meno ristrette di cultori, fan, lettori e, per il resto, macinati in quella centrifuga lì, che tende all’indistinto.

In questo stato di cose, la prima considerazione che verrebbe da fare ha a che vedere proprio con l’irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità. «La letteratura, – dice Calvino in quello stesso intervento, – è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce… le tendenze represse negli individui e nella società», ed è necessaria, in modo più indiretto, in quanto «capacità di imporre modelli di linguaggio, di visione, d’immaginazione».

Ora, quel che oggi, più che mai, «non ha voce» sembra proprio questa peculiarità. Non è che non ci siano scrittori in grado di concepire e dar forma a visioni o immaginazioni capaci di interrogare il proprio tempo, il fatto è che le loro visioni, le loro immaginazioni o intuizioni non riescono quasi mai a collegarsi in una sorta di circuito, in una sorta di discorso più vasto e intrecciato, anche contraddittorio, quel genere di discorso-a-più-voci che costituisce, e dà anche rilevanza sociale a una società letteraria, intellettuale, artistica soprattutto se riesce a innestarsi in altri discorsi non specificatamente letterari: discorsi politici, discorsi sociali, discorsi identitari… tutti quei discorsi insomma di cui dovrebbe esser fatta la vita civile di un paese civile, e che definiscono nel loro complesso lo spazio pubblico.

Invece, quel che oggi possiamo registrare, senza nemmeno voler entrare nel merito specifico delle questioni, va tutto nella direzione opposta: 1) qualsiasi accenno a una divergenza di vedute riguardo, ad esempio, al ruolo e alle responsabilità di uno autore (come è accaduto nel caso delle obiezioni mosse dal critico Andrea Cortellessa allo scrittore Paolo Nori sulla scelta di collaborare con il quotidiano «Libero», per via della sua linea editoriale) viene tacciato da una parte non irrilevante della stampa («Libero», «il Corriere della Sera») di «ostracismo», ostracismo smentito dallo stesso Paolo Nori, che, essendo scrittore attento all’uso delle parole, sa quale responsabilità implichi un loro uso distorto; né questo suscita un qualche dibattito; 2) qualsiasi dissenso riguardo ai modelli culturali di riferimento (come quello espresso da Vincenzo Consolo nei confronti di Roberto Saviano quando questi evoca autori non tanto di destra ma espressione di una visione discriminatoria dell’umanità), qualsiasi dissenso del genere, espresso in modo radicale da parte di uno scrittore nei confronti di un altro scrittore è ugualmente tacciato più o meno dalle stesse testate di «ostracismo» e, per il resto, come nel caso precedente, sostanzialmente lasciato cadere nell’indifferenza. E questo mentre, da più parti, parti anche molto diverse tra loro, anzi opposte, (dal «Giornale» a «Libero», ai firmatari dell’Appello a Saviano perché lasci la Mondadori) si sollevano accuse, obiezioni, dubbi che, al di là di ogni altra considerazione, entrano nel merito di una questione fondamentale e più vasta: la libertà e autonomia di espressione rispetto a qualsiasi proprietà editoriale, contro quella che Helena Janeczeck ha definito una «visione padronale dei rapporti aziendali».

Questioni del genere che riguardano la funzione stessa dello scrittore come radicale espressione di un pensiero libero e irriducibile, esigerebbero quel discorso più vasto di cui si diceva prima, non questo solitario, episodico levarsi di voci, ora zittite ora destinate a cadere vittime di quella forma di censura, o meglio di autocensura, che accompagna il senso della propria irrilevanza, in un momento, tra l’altro, in cui ci vorrebbero non solo visioni, ma appunto trame, narrazioni capaci di riannodare i fili dispersi di un paese che sembra aver perso se stesso, il proprio retroterra, la propria stessa ossatura.

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106 Responses to Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano – sabato 13 febbraio 2010)

  1. franz krauspenhaar il 14 febbraio 2010 alle 13:23

    pezzo condivisibile in ogni sua parte, grazie alla santangelo.

  2. Morganthal il 14 febbraio 2010 alle 13:24

    Non sapevo che Saviano si fosse formato su Pound, Jünger e Céline (mettetelo l’accento), ad ogni intervista spuntano maestri differenti. Magari fosse vero…

    Come le precedenti, come quella by Cortellessa, ennesima polemica inutile, orchestrata da chi ha bisogno di pubblicità (non mi riferisco alla Santangelo) a dimostrazione (ennesima) della inarrestabile mediocrità di cui è intessuta l’italiota repubblica delle lettere.

    Buoni prossimi 2500 post…

  3. fabio teti il 14 febbraio 2010 alle 13:59

    digressione, OT (forse) contro nessuno in particolare:

    la letteratura voca ciò che non ha voce, tra le altre cose, quando è grande. verissimo. e in questo è indispensabile, in questo, e nei modi in cui lo fa, si gioca la sua responsabilità e la sua etica. esiste – ad oggi – una letteratura simile? sicuramente.

    però continuiamo a lamentare il non sbocco, la caduta delle opere nell’indifferenziato di un pubblico non esistente: laddove sono gli scrittori i primi a essere colpevoli di una chiusura a monade senza precedenti.

    come può imporsi – ma poi non esiste per imporsi, esiste per interrogare – un modello di linguaggio, di visione, di immaginazione, quando neppure gli “addetti” danno segno di interesse, di considerazione vera?

    gli scrittori italiani, sono tutti contro tutti. tutti sono ”sindacabili”, certo, ma qui tutti lo sono a priori, senza quasi gli sia concessa una lettura, una chance di far agire il modello di interrogazione e conoscenza proposto. è una tristissima lotta per il predominio, per la sopravvivenza. ma in che, a che cosa?

    (così può succedere che un’opera come il Tiresia di Giuliano Mesa, probabilmente il capolavoro della poesia italiana di questo inizio secolo, non arrivi non solo a un pubblico vagamente inteso, ma neppure alla maggioranza degli scrittori stessi. ah, già, ma è poesia, cui prodest?

    come se i grandi narratori novecenteschi di cui spesso ci si riempie la bocca potessero solo pensare di poter prescindere o ignorare gli enormi risultati poetici che avevano attorno).

    il discorso-a-più-voci, di cui parla la Santangelo, è indispensabile. ma sta agli scrittori, innanzitutto, realizzarlo.

  4. Luigi B. il 14 febbraio 2010 alle 14:08

    D’accordissimo sul costruire calviniano divenuto spettacolarizzazione del singolo avvenimento en passant fine a se stesso. Con Gomorra pubblicato da Mondadori, non è accaduto proprio questo? non è avvenuta la spettacolarizzazione di quello che è un filo d’erba in un prato molto esteso? perché, senza nulla voler togliere al lavoro coraggioso di Saviano, molti prima di lui (a suo stesso dire) hanno scritto le stesse (o simili) cose senza il medesimo “successo” di pubblico.

    Senza nulla obiettare all’articolo inopinabile della Santangelo, esso non ha fatto che (finalmente) aggiungere una pagina di cultura a “Il Fatto Quotidiano” (che io acquisto) di cui aveva tanto bisogno.
    Luigi

  5. robugliani il 14 febbraio 2010 alle 16:35

    Innanzitutto, credo si debba lasciar perdere il riferimento a scrittori come Pasolini e Calvino, perché negli anni ’70 e anche inizio ’80 le battaglie culturali e politiche erano di tutt’altre stoffa e e incidenza (culturali e politiche), oggi non vedo nelle pagine culturali dei quotidiani “provocatori” della statura di Pasolini, ma solo sarti dello status quo (anche, beninteso, dopo esserci cambiate le mutande, ovvero mutatis mutandis). In secondo luogo, mi sembra un tormentone oramai logoro la faccenda di Mondadori sì. Mondadori no. E mi supisco della posizione di Consolo, che se capisco bene, mette ancora all’indice Pound e Céline. Il punto non è che Saviano si sia formato su quegli autori, il punto è che ha scritto Gomorra, contribuendo alla presa di coscienza da parte dei suoi lettori (e non solo) della “questone” camorra e delle sue osmosi con lo Stato e la finanza. E, se vogliamo, un altro punto è che, quando Saviano si toglie dal suo argomento principe e affronta altre problematiche culturali-politiche, lascia, a mio avviso, molto a desiderare (politicamente, intendo, più che culturalmente). Ma, come si dice, a ciascuno il suo. In più, questo centrare l’attenzione sui “discorsi”, lo vedo zoppo, con i “discorsi” sulle pagine culturali dei quotidiani si rischia poco, e, per dirla con Zizek, “la verità si situa piuttosto al di fuori, in ciò che facciamo”. Eppoi, quando ho visto che anche don Gallo pubblica con Mondadori, ho capito che a nulla serve storcere il naso, perché se Mondadori è una piattaforma migliore per la circolazione delle sue idee, ebbene, ben venga Mondadori. Che forse era meglio se i vari don Gallo pubblicavano con un “Ponte alle Grazie”? E, se si vuole fare i ragionieri contabili, allora bisognerebbe anche chiedersi se ha fatto arricchire di più il Berluska il Governo D’Alema continuando a concedere a Mediaset l’uso delle sue frequenze televisive per una cifra tutto sommato irisoria oppure i vari don Gallo con l’utile dei loro libri?

  6. Valter Binaghi il 14 febbraio 2010 alle 20:08

    Ostuni, Cortellessa, Janeczek, Nori, Santangelo, Consolo

    Masturbarsi in gruppo è meglio che da soli?
    Se è così ditemelo che vengo anch’io.

  7. lorenzo galbiati il 14 febbraio 2010 alle 20:11

    Mi pare che questo articolo ponga delle domande (in malo modo) cui non dà risposta.
    In più, non registra bene i fatti.

    Il Fatto scrive:

    A novembre, Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie fonda un gruppo su Facebook in cui lancia un Appello a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare per Mondadori. nella speranza che il suo esempio venga seguito da altri scrittori.

    >>Qui non si dice perché non si doverebbe pubblicare per Mondadori (specie per Saviano).

    Helena Janeczek (scrittrice ed editor di Gomorra) il 20 gennaio scrive un articolo sul blog «Nazione Indiana» dal titolo «Pubblicare per Berlusconi?» in cui difende le ragioni di chi lavora e pubblica con il gruppo Mondadori, facendo una distinzione tra lavorare per un gruppo editoriale e collaborare con un organo di stampa che abbia una precisa linea editoriale, come il quotidiano «Libero»,
    >>Qui si riduce l’articolo di Helena al difendere chi lavora o pubblica per Mondadori: quando invece era molto più coraggioso, quell’articolo.

    inserendosi così nella polemica tra il critico letterario Andrea Cortellessa e lo scrittore Paolo Nori riguardo alla scelta di Nori di collaborare con «Libero». Polemica che ha suscitato commenti molto duri su diverse testate («Libero», «il Giornale», «il Corriere della Sera»).
    >>E qui si parla di commenti duri per quella “polemica” senza dire che gli obiettivi e i contenuti di quell’incontro pubblico (per me poco opportuno, e utile solo a Nori e a Libero) sono stati del tutto travisati dai vari Libero, Giornale e Corsera (P. Battista) in funzione filoberlusconiana.

    Lo scrittore Vincenzo Consolo ha deciso di non partecipare a un’iniziativa einaudiana in favore di Roberto Saviano per via di un’intervista rilasciata dallo stesso Saviano a «Panorama», in cui dice di essersi formato su Jünger, Pound, Celine.
    >>Qui sarebbe utile riportare l’intervento di Consolo testualmente: detta così la cosa non mi convince.

    A questa descrizione sommaria e per niente utile dei fatti, che segue queste domande:

    “Saviano può pubblicare per Mondadori? E si può
    collaborare con giornali non allineati?”

    Risponde la Santangelo, con un argomentare che si vorrebbe alto, ma che resta comunque al di sopra dei fatti accennati e che non dà alcuna risposta chiara alle domande formulate. E parlare di “ostracismo” per definire l’atteggiamento diffuso contro gli scrittori o i critici che evocano per i letterati un atteggiamento di dissenso o di responsabilità mi sembra davvero poco.

  8. Agares il 14 febbraio 2010 alle 20:45

    Jünger, Pound, Céline…

    quindi che cosa avete in mente di fare? Il rogo dei libri suppongo…

  9. laserta il 14 febbraio 2010 alle 22:42

    articolo purtroppo inutile, anche se pretenzioso.
    la vicenda è nota e ormai datata. novità non ce ne sono. gli oltranzisti restano sulle loro rispettabili posizioni, così come Saviano continuerà a essere un autore Mondadori.
    nessuno però mi sembra abbia fatto rilevare un punto fondamentale. ovvero che lo scandalo, per gli oltranzisti, è che Saviano abbia venduto 3 milioni di copie, una cifra inimmaginabile per Consolo e gli altri detrattori.
    se Saviano avesse scritto una Gomorra per 10 mila lettori, nessuno avrebbe avuto niente da ridire. il problema è che Saviano, oggi, è riconosciuto da un vasto pubblico (di massa, sì, e allora?) come un intellettuale di riferimento. in più, Saviano ha messo in gioco qualcosa che la maggior parte dei letterati non avrebbe mai avuto il coraggio di fare: la propria vita.
    in sostanza, il motore di tutta questa storia è, come sempre, l’invidia dei minori nei confronti di chi, suo malgrado, è diventato più grande di loro (numericamente, in peso di copie vendute, intendo).
    e questo è molto triste.

  10. Simona Carretta il 14 febbraio 2010 alle 23:05

    “In un mondo del genere (o molto simile), parole come quelle espresse da Calvino, quel modo stesso di ragionare e argomentare, di sicuro non avrebbe diritto di cittadinanza, non perché qualcuno non potrebbe anche pronunciarle, ma perché non ci sarebbe quasi nessuno in grado o interessato ad ascoltarle. E questa circostanza, che definisce il nostro tempo, è una debolezza di cui non si può non tener conto, volendo interrogarsi sul ruolo e le responsabilità che attengono agli scrittori nell’odierno spaesamento e sradicamento (sociale, economico, culturale)”.

    Verissimo, e mi ricorda le parole a cui Philippe Muray affida la sua descrizione della società contemporanea nel saggio “Après l’Histoire” (2000, Les Belles Lettres) :

    “Uno spettro ossessiona la società attuale: la paura di un’eventuale obiezione a cui non aveva pensato. Così, per proteggersi da questa minaccia, non la smette di secernere e promuovere i suoi stessi contestatori (…) Più in generale, si può dire che la società che si sta sviluppando sotto i nostri occhi non consegue davvero la perfezione e il controlo totale se non a condizione di incorporare l’insieme delle contraddizioni che potrebbe generare. E’ suo compito, ormai, e suo soltanto, ordinare levate di scudi e cori di protesta. Così, si è appropriata del suo stesso contrario, che produce in gran quantità, come tutto il resto, e di cui satura il mercato; ciò però solo al fine di interdirne l’uso al di fuori del suo circuito. Nozioni come “anticonformismo”, “devianza”, “trasgressione”, “alienazione”, “marginalità” non sono ormai da tempo che creature addomesticate. E i peggiori “cattivi pensieri” vengono allevati come bestiame nella vasta zona di serrata stabulazione del Consenso. In questa maniera, ogni vera idea critica si ritrova bandita dai suoi duplicati (…)”. (ho tradotto dalle pp. 13 e 14).

    Secondo la grande mentalità collettiva che sta ormai invadendo il pianeta, esiste solo l’antinomia letteratura di intrattenimento/ letteratura di informazione (impegno sociale Esplicito). La letteratura ,invece, non coincide essenzialmente nè con l’una né con l’altra ipotesi; la sua funzione fondamentale potrebbe consistere appunto nel formulare, organizzare i vari aspetti dell’esistenza secondo modalità non ancora abusate dal suddetto Pensiero Comune. Compito dei critici, degli scrittori ( “gli addetti”, diceva qualcuno) riuscire a proporsi come discorso altro rispetto a quello sostenuto dalla mentalità collettiva che ci rimbalzano i media e non lasciarsi ridurre a sue “creature addomesticate”.

  11. fabio teti il 14 febbraio 2010 alle 23:16

    assolutamente d’accordo con Simona Carretta

  12. Evelina Santangelo il 15 febbraio 2010 alle 00:13

    Cercherò di rispondere alle obiezioni sollevate, semplicemente per spiegare quel che non è stato inteso o che non sono riuscita a fare intendere con il mio pezzo.
    1) non ho voluto in nessun modo mettere in discussione il coraggio di Saviano né il valore del suo libro (che, come tutti i libri che contano, e contano intanto in sé, indipendentemente dalle copie vendute, vorrei sottolineare) sono patrimonio di tutti, come patrimonio di tutti sono ad esempio i romanzi di Consolo, diversamente importanti per il loro valore letterario, umano e intellettuale. L’intento era quello di sollevare alcunie questioni che personalmente ritengo fondamentali, come la libertà di critica, di giudizio, la libertà di dissentire, che oggi, in questo paese, è negata in sé, indipendentemente da qualsiasi argomentazione, ragione, diversità di visione.
    3) l’espressione «ostracismo» è stata usata dai giornali cui ho fatto riferimento: «Libero» e «il Corriere» non dalla sottoscritta. E, per qualcuno, sarà forse un’espressione debole, ma tacciare di «ostracismo» una critica anche dura ritengo sia davvero un modo di violentare le parole e la realtà.
    2) Se ho scelto scrittori così «irraggiunibili», come Calvino e Pasolini è perché credo che forse sarebbe il caso di tornare a guardare a modelli intellettuali e culturali così alti, piuttosto che compiacersi della mediocrità e goderne e aprofittarne, se è il caso.
    3) Ho fatto quel preciso riferimento a quel preciso intervento di Calvino su «letteratura e politica», perché credo che oggi si sia perduto quel senso più alto, complesso di intendere il ruolo dello scrittore, e che molti tendano a confondere tutto e a far ricadere su Saviano, in particolare, responsabilità che personalmente ritengo riguardino tutta la collettività nel suo insieme, ognuno per la sua parte, e la parte di Saviano non può sostituirsi alle parti e alle responsabilità di tutti gli altri.
    4) Non credo che l’Italia produca solo mediocrità, credo che oggi questo paese produca due cose terrbili: emigrazione intellettuale all’estero ed esilio interiore, quell’ esilio interiore in cui molti sono tentati di cercare una qualche forma di libertà.
    5) quel discorso-a-più-voci cui facevo riferimento credo stia a tutti realizzarlo, ognuno per il proprio ruolo e le proprie responsabilità. Diversamente, ho l’impressione che rimarranno i gesti simbolici, le parole simboliche e poco più. La mia esperienza di siciliana che ha avuto un padre che ha combattuto contro la sub-cultura mafiosa in tempi in cui la maggior parte della gente diceva che la mafia non esisteva, mi ha insegnato che, se non si crea una cultura alternativa (non solo rabbia, indignazione, silenzio complice…) in cui ognuno si mette in gioco in base alle proprie specifiche responsabilità, non si riesce a creare una società civile alternativa (forse per questo Dalla Chiesa volle incontrare proprio alcuni uomini e donne di cultura e chiese loro aiuto, aiuto sul piano culturale, aiuto sul piano della formazione dei giovani, prima che la morte lo facesse diventare un simbolo).
    6) Nessuna invidia nei confronti di Saviano, quindi, ma grandissima considerazione, dettata, ripeto, dal valore in sé della sua opera (personalmente, ritengo irrilevante, come metro di giudizio, il numero di cope vendute, quando devo giudicare la statura di uno scrittore o il valore culturale di un libro). Né credo onestamente ci fosse invidia in nessuno di coloro che è intervenuto nel dibattito, solo l’intenzione di provare a fare la propria parte, in tempi in cui molti preferiscono il silenzio (parlo dei silenzio non dettati dalla scelta dell’«esilio interiore», ma dal calcolo) o l’insulto, che offende, prima di tutto, l’intelligenza di chi lo pratica ormai come fosse uno sport.
    Per il resto, grazie per il tenore degli interventi, che ritengo una forma di rispetto reciproca.

  13. Evelina Santangelo il 15 febbraio 2010 alle 00:18

    Simona Carretta,
    non avevo ancora letto il suo intervento. E la ringrazio per la lucidicità con cui ha amplificato e precisato il senso del mio intervento.

  14. vitt il 15 febbraio 2010 alle 01:01

    A proposito delle motivazioni di Consolo: un giro in google porta a un pezzo di Maria Serena Palieri sull’Unità, la quale chiede a Consolo se la “vulgata” divulgata dal Giornale corrisponda al vero, se la ragione sia cioé Jünger & co.:
    “È vero? chiediamo a Vincenzo Consolo. «Non aggiungo una parola. Tutto è dipeso da quell’intervista…» replica. Ma poi prosegue: «Un’intervista con Pietrangelo Buttafuoco, che è un fascista, facendo l’elogio del ministro Maroni…». Vulgata (dal «Giornale» alla rete, ripresa ieri sul «Corriere» da Pierluigi Battista) oramai vuole che il suo sdegno si debba a quei nomi, Junger, Céline, Schmitt, Pound, «perfino Evola» fatti da Saviano. Lei sta dicendo altro. Il suo no dipende dal giudizio sul ministro? È un no politico in senso stretto? «Un elogio di un leghista che si chiama Maroni. Quello che ha riportato quei poveri clandestini, così li chiamano, da Gheddafi, che li ha fatti morire nel deserto. Io ho fatto il mio gesto di opposizione. E qui finisco» ”
    http://cerca.unita.it/data/PDF0114/PDF0114/text51/fork/ref/10029vo4.HTM

    Vorrei far presente che in quell’intervista Saviano definisce Maroni “uno dei migliori ministri degli Interni di sempre”, e mostra di trovarsi particolarmente in consonanza con le improponibli domande-considerazioni di Buttafuoco.

  15. lorenzo galbiati il 15 febbraio 2010 alle 01:50

    @laserta
    scrive: nessuno però mi sembra abbia fatto rilevare un punto fondamentale. ovvero che lo scandalo, per gli oltranzisti, è che Saviano abbia venduto 3 milioni di copie, una cifra inimmaginabile per Consolo e gli altri detrattori.
    se Saviano avesse scritto una Gomorra per 10 mila lettori, nessuno avrebbe avuto niente da ridire.

    Difficile scrivere una falsità più grande.
    Lo scandalo sta nel fatto che Saviano pubblica un libro di denuncia sulla camorra per la casa editrice dell’amico di Mangano e di Dell’Utri nonché presidente di un governo che candida Cosentino in Campania.
    Poiché nessuno obbliga Saviano a pubblicare per un figuro del genere, non si capisce come una persona che si batta contro la criminalità organizzata debba continuare a pubblicare per Mondadori.

  16. lorenzo galbiati il 15 febbraio 2010 alle 02:10

    @Santangelo
    Veramente il termine “ostracismo” è il minimo che usano Libero ecc. e quindi ripeto la domanda: come mai si è fermata a citare il civile “ostracismo”‘

    Quando Libero titola INQUISIZIONE e se la prende con un tono di una volgarità schifosa contro vari redattori proprio di Nazione Indiana?
    http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=PAY2B

    Questo è Battista sul Corsera:
    http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/18/scrittore_sinistra_sotto_processo__co_9_100118039.shtml
    Ma i professori universitari, i critici letterari, i giornalisti culturali non hanno niente di meglio da fare che mettere in piedi grotteschi tribunali per mettere alla sbarra scrittori che scrivono su giornali considerati politicamente ripugnanti e antropologicamente repellenti? Non possono leggere qualche libro, scavare qualche interessante bibliografia, insomma studiare un po’ di più, riprendere in mano qualche classico della letteratura anziché allestire liste di proscrizione con i nomi di chi scrive una recensione offrendo con ciò i propri servigi all’ orrido e infrequentabile Nemico? Non è uno scherzo, e nemmeno un filmino di contropropaganda sugli anni bui dello stalinismo o sulle imprese delle Guardie Rosse che mettevano alla gogna i professori «reazionari».

    «Nazione indiana» è invece una autorevole rivista di critica online dove Cortellessa, qualche tempo fa, ha scomunicato urbi et orbi il sunnominato Nori, imputato nel processo che si terrà nella libreria romana, per essersi contaminato con un giornale (testuale) «fecale e coprolalico»: un giornale impastato, par di capire, con la stessa disgustosa materia della destra di cui Libero sarebbe ufficiosamente organo di stampa. Naturalmente non è specificato cos’ abbia scritto Nori di così terrificante per meritare un simile trattamento. Ma è del tutto irrilevante: come al solito non sono gli argomenti che contano, ma dove sono scritti. Non conta il merito, ma l’ ossessione del tradimento, la certezza che con il Nemico non bisogna mai mischiarsi, mai interloquire, mai discutere: il conflitto culturale ancora una volta scambiato per una trincea da dove non si sparano argomenti, ma anatemi, insulti, accuse apocalittiche, guerre finali da concludere con l’ annientamento (simbolico, per carità) delle truppe avversarie e con la punizione (simbolica, per carità) del disertore. Un’ ansia di purezza che sopprime per principio ogni discussione tra diversi. Un’ intolleranza suprema che si ammanta magari, come sempre avviene con la neo-lingua orwelliana, dei nobili valori della tolleranza. Una visione militarista della cultura, che esclude a priori ogni contatto con il Nemico. Come nelle tragedie di ieri. Come nella caricatura che se ne fa oggi, dove gli epigoni fanno il verso ai loro antenati. Sospettosi di tutto: che però non sospettano l’ abisso di ridicolo in cui sono destinati a sprofondare. R

    Santangelo, le sembra davvero adeguato definire la critica di Libero, Corsera, e volendo si può cercare anche il Giornale, a Cortellessa “ostracismo” nei confronti di Nori?

    Intanto, grazie
    a @vitt

    si capisce anche che pure Consolo è vittima del solito depistaggio, fraintendimento voluto dagli organi di propaganda del regime.

  17. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 03:52

    saviano,
    si fanno più brutti incontri tra i corridoi della mondadori che per le strade di napoli.

    ma quando la smetterà di farsi strumentalizzare da certi amici dell’ultima ora ?

  18. mariapia il 15 febbraio 2010 alle 08:55

    La Carretta e la Santangelo, da coraggiose intellettuali, si pongono il problema di risposte nuove a problemi antichi, e lo fanno con molta competenza, rispetto, e autorevolezzza (non fosse altro perché citano più fonti e più punti di vista):Il fatto che anche la questione sollevata da Calvino meriti il dovuto aggiornamento, o che esista la contraddizione tra essere scrittore amato e riconosciuto da un grosso pubblico e la questione del”pensiero unico”, nulla toglie che lo si voglia dibattere, formulare e fotografare per intero, il nodo: quello della libertà di pensiero, che in Italia, non è propriamente al sicuro… Che , nelle testate giornalistiche, mostra il suo lato doppio, e scivolante, verso crociate insensate , quella di tacciare di ostracismo ogni dissidenza (un pò come i complotti internazionali per dare peso a domande nazionali??)
    Maria Pia Quintavalla

  19. Valter Binaghi il 15 febbraio 2010 alle 09:37

    A qualcuno interessa che il bravo Sergio Altieri sia stato o stia per essere silurato dalla direzione dei Gialli Mondadori per far posto al piduista Maurizio Costanzo?
    O questi sono argomenti di bassa lega, che ai coraggiosi intellettuali reclutati nel gruppo editoriale del Premier interessano poco, per definire la politica e il profilo del gruppo medesimo?

  20. mario capello il 15 febbraio 2010 alle 10:16

    Approfitto del bel post di Evelina, lucido e provocatorio – senza polemiche – come sempre – per postare qua un paio di considerazioni sorte dopo aver ascoltato la presentazione di L’uomo verticale di Davide Longo. Premetto che quanto sto per scrivere non è una valutazione del libro – che ancora non ho letto, nella sua interezza – ma sulla sola presentazione.
    Bene. Io sono rimasto sconcertato. Sconcertato da come uno scrittore intelligente e colto come Davide, possa, parlando della società, dell’immagine di società sottesa al suo romanzo, utilizzare esclusivamente, in maniera acritica, delle metafore, un immaginario e un serbatoio concettuale di destra. Espressioni come: la società è un organismo che cresce e, raggiunto un certo sviluppo, decade. Come “decadenza”. Come “crollo”. Come “le società crescono e poi decadono”. Come “bisogna tornare a saper accendere un fuoco”. Come “i barbari riportano la vitalità perduta.”. ecc. ecc. E tutto un armamentario concettuale che rimanda a Guenon, a De Maistre – fino a Evola.
    Eppure dovremmo sapere, uno scrittore dovrebbe sapere, che le metafore non sono mai innocue, non sono mai innocenti. Nella migliore delle ipotesi sono “opache” e da strumento di interpretazione si fanno strumento mistificante, cortine fumogene.
    Quello che mi chiedo – riallacciandomi al post e alla polemica Consolo/Saviano – è: quand’è che gli scrittori, anche quelli di sinistra, hanno smesso di usare categore di sinistra per raccontar(si) il mondo, per rappresentare la realtà e hanno cominciato a usare, in maniera inconsapevole (e dunque tanto più pericolosa) strumenti propri della destra (della destra più reazionaria)? Questo è, a mio parere, il punto.

  21. francesco pecoraro il 15 febbraio 2010 alle 10:30

    l’espressione «fecale e coprolalico» indirizzata al modo di fare giornalismo di Libero è stata attribuita a Cortellessa, ma lui è innocente: l’ho usata io, qui, in un commento su quella vecchia diatriba.
    forse, volendo, ci si potrebbe finalmente schiodare da questa questione e occuparsi d’altro, nel senso di allargare il discorso all’intera condizione contemporanea degli intellettuali, italiani e non, scrittori e non.
    che equivale a riflettere sullo stato culturale dell’intera società italiana.
    è una cosa complicata, difficile, ma er dibattito Ostuni, Cortellessa, Janeczek, Nori (che secondo Binaghi sono masturbatori di gruppo: bell’immagine, complimenti Walter) può servire da innesco per una serie di interventi che vadano OLTRE LA CONTINGENZA.

  22. uno il 15 febbraio 2010 alle 10:38

    Ringrazio galbiati, non avevo avuto il fegato di leggere battista, e invece valeva la pena: veramente ardito (orwelliano?) il suo ribaltamento della realtà: svariati interventi di critici, scrittori, editor – tutto molto argomentati, a volte sofferti, e su posizioni anche molto differenti – e migliaia di commenti proprio “nel merito” della questione, e lui riesce a scrivere “non si entra nel merito”, “anatemi, insulti, visione militarista della cultura” e bla bla bla. viene in mente un famoso titolo di Cuore…
    Anche la faccenda Consolo è paradigmatica. Non avevo avuto stomaco di approfondire ma puzzava troppo, immaginavo ci fosse qualcosa di adulterato. Ora leggo che era tutt’altra cosa, in effetti, rispetto all’assurda polemica che volevano montare.
    Ho la nausea.
    A questo punto, sempre più, W le nazioni indiane, dove almeno non si parla con lingua biforcuta.

  23. mario capello il 15 febbraio 2010 alle 10:51

    @pecoraro: io ci ho provato ad andare oltre la “contingenza”. Ma non mi sembra che la cosa abbia fatto breccia.

  24. Evelina Santangelo il 15 febbraio 2010 alle 11:06

    Lorenzo Galbiati
    però forse lei non sa che la prima a essere bersagliata da quei giornali è stata la sottoscritta, in modo diretto e proscrittorio, direi. Dunque, non ho alcun timore a dire o scrivere in genere quel che penso, indipendentemente da dove scrivo o dove lavoro, anzi, ritengo che questa sia una libertà indiscutibile e da difendere, in un paese davvero civile, finché è dato farlo, almeno
    In questo caso, volevo sollevare una questione che ritengo molto molto più importante e che attiene, ripeto, alla libertà di critiica e di giudizio tout-court, come atteggiamento mentale e culturale ormai negletto, atteggiamento su cui quelle testate fondano anche il loro consenso e su cui alimentano un dissenso spesso rodotto a reazione a una certa azione. Insomma, non volevo rimettermi nella polemica che mi e ci riguardava. Volevo porre un problema più ampio. O, almeno speravo di riuscirci.

  25. anfiosso il 15 febbraio 2010 alle 11:13

    Un editore dovrebbe essere quella figura che permette ad uno scrittore di avere un rapporto con un pubblico, e nel frattempo fa i proprj interessi economici. In Italia quasi tutte le case editrici *non* funzionano così. Questo vuol dire che pubblicare in Italia non sia affatto quella cosa banale che fanno in altri paesi, firmando – suppongo – un contratto e cominciando a vendere i proprj libri, o a far scopar loro la polvere delle librarie, ma è una cosa complessa, con moltissime implicazioni, di ordine politico-economico, morale, con addentellati che – quanto a loro – estroflettono linguine con cui lambiscono il codice penale. Mi chiedo che cazzo di letteratura possa nascere in un paese in cui, come ti volti, inciampi o in Berlusconi o in un capannello di persone che discutono sulla liceità o no di qualche suo atto, o dell’atto – peggio – che implichi un rapporto diretto o indiretto col prefato porco di Arcore. Uno scrittore non dovrebbe essere anche libero di fottersene di queste dinamiche nauseanti?
    Quello, poi, che mi chiedo è: ma come siamo arrivati a tutto questo? Dov’erano tutti, fino adesso?
    La Janeczek ha detto che per lei altro è lavorare per Mondadori e altro è pubblicare su Libero. E’ una posizione retta su un ragionamento che non mi sembra troppo vizioso – anche se la pubblicazione di un libro di Bloy mi è sembrato un motivo un po’ fragilino per andarsene da Adelphi, ma sono affaraccj suoi – , e io lo rispetto; ma, come la repubblica delle lettere non si limita a Nazione indiana, almeno spero, così la Janeczek non rappresenta affatto il non plus ultra in fatto di coerenza. Quando Berlusconi divenne padrone de facto, Francesco Saba Sardi, per esempio, interruppe immediatamente qualunque rapporto; come fecero anche altri. Voglio dire: si può, eccome, non lavorare per Mondadori perché è in mano a Berlusconi. Si può, eccome, farne una questione di coerenza, & politica, & morale. Che poi anche Nori abbia “sbagliato” a scrivere per Libero – a me sembra un errore d’altro tipo, veramente: nel senso che la gran parte dei suoi lettori sicuramente non comprano né leggono Libero, e i lettori di Libero non sono all’altezza della sua scrittura, quindi con ogni probabilità tutto quello che ci pubblica finisce nel vuoto (sbaglierò) – è, volendo, un fatto: ma mi sembra un discettare sui colori della merda, o sostenere la maggior volgarità del rutto sulla scorreggia.
    Quanto a Saviano, ci sono anche qui riferimenti a certe sue predilezioni destrorse; benché abbia la mamma ebrea, da piccino frequentò, come dice da qualche parte, anche il circolo del Mis. Magari Berlusconi gli piace, che ne so? E se gli piacesse, anche, pubblicare per Mondadori? Ogni mobilitazione per convincerlo a stampare con qualcun altro sarebbe inutile, suppongo. Lui che ne pensa? Si è pronunciato, in questo senso? Ha detto qualcosa?

  26. andrea inglese il 15 febbraio 2010 alle 11:30

    Sono d’accordo con l’articolo di Evelina Santangelo, in quanto difende la possibilità della critica nell’ambito dei dibattiti culturali – nel caso che questi dibattiti esistano; e sono d’accordo con l’esigenza, da lei ricordata, di allargare il discorso e di condividerlo, nel senso non di trovarsi tutti d’accordo, ma di non ignorarlo, di raccoglierne gli spunti, di confrontare davvero le posizioni.

    Purtroppo, il breve cappello introduttivo non va nella direzione auspicata da Evelina, in quanto non prende in considerazione che un altro quotidiano ha dedicato uno spazio ampio alla questione, ossia “il manifesto”, né ricorda che su NI è apparso anche un altro pezzo che si proponeva di allargare la visuale, questo: https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/su-letteratura-e-politica-la-penso-proprio-come-george-orwell-e-danilo-kis/

    Quanto all’intervista di Saviano su “Panorama”, a parte la questione Céline, ecc., essa è secondo me di particolare interesse per la questione di cui si sta parlando. Leggendo l’intervista, emerge chiaramente che Saviano muove accuse precise e chiare alla politica del governo attuale. Titoli e occhielli hanno poi smorzato questo elemento critico, ma mi sembra evidente che in questo contesto Saviano sia riuscito davvero a fare l’ospite ingrato.

  27. mario capello il 15 febbraio 2010 alle 11:38

    @ anfiosso: il punto è proprio capire se uno scrittore può “fottersene di queste dinamiche nauseanti”. Ma forse ti è sfuggito. Secondo me, no. Se vuole essere un cittadino responsabile. Non, ribadisco, uno scrittore migliore. Ma un essere politico che capisce le conseguenze politiche e sociali delle proprie azioni e delle proprie scelte – anche quando si tratta di dare credibilità e sdoganare posizioni, idee e pratiche pericolose, che si tratti del razzismo strisciante e piccoloborghese di Libero come dell’antisemitismo colto di Bloy (e allora vedrai che la scelta di Helena non è stata così “deboluccia”).
    Il problema è, lo ribadisco, come, nel caso uno sia di sinistra, può opporsi a questa deriva e capire come indirizzare le proprie azioni se si sono persi i punti di riferimento al punto che ci si appropria di metafore e concetti del campo avverso? Tra cui, per esempio, per parlare di metafore, quelle di McCarthy, cioè di uno scrittore (grande – magari è necessario dirlo chiaramente, perché non si parli di demonizzazioni) di destra – lui sì in maniera coerente e consapevole (da grande scrittore qual è, appunto). Questo non vuol dire evitare di leggerlo. Vuol dire capire cosa si sta leggendo – e non accettare passivamente, non lasciarsi, anche, nel caso, irretire.

  28. Alcor il 15 febbraio 2010 alle 12:04

    @capello

    condivido molto la seconda parte del tuo commento.
    Il problema è che si sono persi i punti di riferimento, che per me equivalgono alla capacità di leggere e sottoporre a critica e fare quella semplice operazione che dalla lettura ammirata di Jünger o Guenon non porta oppure al contrario porta ad accogliere la visione di Jünger e Guenon.
    L’ammirazione per Eliade storico delle religioni porta a non vedere l’Eliade ammiratore della Guardia di ferro? Chi legge e ammira Cioran sa chi sta leggendo e ammirando, ne conosce la storia intellettuale?
    Le letture di Saviano non sono scandalose, e sono certa che non le ha trovate scandalose neppure Consolo.
    Chiunque di noi sia spinto da spirito di conoscenza non può accettare che vengano messi limiti alla materia del suo conoscere. Ma se è un intellettuale serio non si strippa compulsivamente di questo e di quello, capisce non solo quello che legge, ma anche le conseguenze a cui porta.
    Compito dell’intellettuale è mostrare cosa c’è dietro alle metafore magari efficacissime, dietro alle visioni magari profonde e convincenti, dietro a un certo stile ficcante, immaginoso, energico.
    E invece si leggono gli autori come si mangia la macedonia, senza distinguere gli ingredienti.

    @Inglese
    senza polemica né nei tuoi confronti né in quelli di Saviano, essere contro la politica del governo attuale non basta, perché se non c’è una rifondazione critica e consapevole del perché questo governo è così felicemente in carica e una grande lucidità su che cosa si vuole al posto di questo governo, temo che tutto si trasformerà in un banale oggi vinco io e siccome cambia un poco la corrente qualche voto si sposterà e domani vinci tu.

  29. andrea inglese il 15 febbraio 2010 alle 12:13

    a alcor

    d’accordo sulla rifondazione critica… anche se non credo che avverrà, la maggior parte veleggia, anche in termini intellettuali, su obiettivi di corto e raramente medio termine… la rifondazione critica sono cose di cui si occuppano in modo assai solitario una manciata di persone sparse nel paese… bisognerà aspettare l’onda buona, la “moda” della rifondazione critica, e finalmente tutti la metteranno all’ordine del giorno nelle agende redazionali editoriali ecc.
    quanto a Saviano su Panorama, lì la questione è molto più circoscritta. Riguarda la possibilità, appunto, di essere ospite ingrato in casa del nemico. E secondo me è un esempio abbastanza riuscito.

  30. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 12:13

    se proprio non si vuole danneggiare economicamente saviano, dopo averle acquistate e lette,
    magari restituire alla mondadori attraverso le sue librerie parte dei tre milioni di copie vendute di gomorra in segno di disappunto, sarebbe una valida proposta ?

  31. Alcor il 15 febbraio 2010 alle 12:26

    @made in caina

    ma che proposta ridicola, scusa

    anche questo tuo commento sopra:

    “saviano,
    si fanno più brutti incontri tra i corridoi della mondadori che per le strade di napoli”

    che significa? queste sono stupidaggini che possono soddisfare per un nano-secondo chi le dice, non sono certo idee.

  32. Alcor il 15 febbraio 2010 alle 12:27

    scusami per il tono

  33. véronique vergé il 15 febbraio 2010 alle 12:39

    Articolo che punta il congegno della scrittura dentro la società: scrivere mette l’autore al confronto con la lettura che è fatta del suo personaggio.
    Scrivere, commentare, rispondere è rischiare di essere designato come interprete della società, della politica: ogni parola come chiave di lettura
    dell’impegno, ogni parola come possibilità di inciampo, ogni riferimento osservato con occhio critico.
    La sola libertà di scrivere per l’autore è la bellezza della solitudine,
    credo nel potere della parola scritta, è la sola verità.
    Mi sembra che un libro va al di là della questione politica, supera la divisione tra sinistra e destra, raggiunge l’umanità.
    Credo che Roberto Saviano fa parte di questi autori che dicono molto
    della nostra umanità.

  34. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 12:55

    gli ammiccamenti di saviano alla destra e le concessioni che fa all’innominabile mangiafuoco non mi sembrano ridicolaggini.

    se durante un’intervista saviano non sa fare altro che osannare il pensiero di junger o molto peggio di evola per strizzare l’occhio ai lettori fascisti non so cosa farmene delle sue battaglie per i diritti e l’uguaglianza.

  35. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 12:59

    alcor
    non si scusi per i toni, sono un lettore politicamente scorrettissimo.

  36. laserta il 15 febbraio 2010 alle 13:20

    @Evelina Santangelo
    ho riletto nuovamente l’articolo e i commenti seguiti. Mi scuso innanzi tutto per il commento “tranchant” sulla sua prosa. Era errato, fuori luogo e, se posso, me ne pento. Credo di aver commentato sull’onda emotiva del contenuto, dove ritornavano ancora una volta (riportate da lei, giustamente) le accuse assurde mosse a Saviano. Nel merito della collaborazione di Nori con Libero, essa rientra nella logica dell’interventismo anarcoide, che di per sé non è un reato né un male da estirpare: è la prospettiva rispettabile di un intellettuale libero (e che tutti dovrebbero rispettare prima di mettere all’indice).

    @Lorenzo Galbiati
    @made in caina
    può far dispiacere a vederla così oggi, ma Mondadori è una casa editrice che ha più di cento anni di attività alle spalle. nonostante la posizione predominante, nonostante la sua attuale proprietà resta un patrimonio culturale di tutti. anche di chi non è d’accordo e decide di starne fuori.
    inoltre, nel merito della questione, bisognerebbe catechizzare anche Giorgio Falco, Alberto Arbasino, Umberto Eco, Loredana Lipperini, etc. collaboratori più o meno assidui di Repubblica, che è posseduta da De Benedetti, detentore di un impero economico che abbraccia l’energia e le cliniche private (non proprio bruscolini). Così come Tiziano Scarpa dovrebbe cessare di scrivere per La Stampa, proprietà Fiat. Oppure chi scrive sul Domenicale (Confindustria). E potrei continuare… Gli interessi economici non vanno bene solo se si parla di Berlusconi? è l’unico che fa affari e ha conflitti di interesse, in Italia? è l’unico potere economico che possiede i media (è il più grande e cancrenizzato, ovvio, ma non l’unico…)
    Di questo passo bisognerà chiedere una raccomandazione alla Santangelo per scrivere sul Fatto!!

  37. Giacomo Di Girolamo il 15 febbraio 2010 alle 13:24

    Senza Mondadori il caso saviano non sarebbe esploso. Non avremmo mai conosciuto Gomorra e il “sistema”. Ci sono casi di successi editoriali clamorosi di piccole e sconosciute case editrici, ma una cosa è portare al successo “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo”, una cosa è convincere milioni di italiani che comprano uno, massimo tre, libri l’anno, a optare per un libro scomodissimo. Questa operazione la poteva solo fare Mondadori.
    Ora che Saviano è famoso grazie a Mondadori, può ribaltare il tavolo, ne ha la forza: e porre un caso Mondadori. Senza isterie o guerre di religione. Sarebbe un modo per adempiere al suo ruolo di scrittore fino in fondo.

  38. anfiosso il 15 febbraio 2010 alle 13:25

    Capello, in effetti non mi è sfuggito proprio un tubo: il problema che ponevo è che ognuno di noi, avendo un tempo limitato, è per forza condizionato dall’uso che se ne fa. Capisco perfettamente che non possa farsi a meno di una riflessione sulle politiche aziendali della Mondadori (fino a un certo punto, ovvio: io per esempio adesso smetto, perché non è affare che mi riguardi), ma ammetterai che è squallido esserci ridotti.
    Quanto al richiamo al “cittadino responsabile”, abbi pazienza e non t’offendere, ma è patetico – sarà l’espressione, ritrita, di cui ti servi; sarà il fatto che la scrittura è in parte – e sempre, se vale alcunché – anche rifiuto del mondo; sarà questo o quello; ma l’idea che aspirazione dello scrittore sia non il capolavoro, non la testimonianza del proprio momento storico, non la ricerca formale, non la lingua, ma l’essere “cittadino responsabile” è semplicemente penosa – o infernale, o tutte e due le cose.
    Il motivo per cui trovo fragile il motivo per cui la Janeczek e, se ho capìto, R. Colorni se ne sono andate da Adelphi sta nel fatto che ritengo – come mi sembra anche per te, sicché mi sembra tu ti contraddica leggermente – che certi libri debbano essere conosciuti. Bloy non è un grande scrittore, almeno limitatamente al Dagli ebrei la salvezza, ma è significativo. Allo stesso modo, l’autobiografia e il Mein Kampf di Hitler non sono bei libri, ma sono rivelatori. Non accetto nemmeno che se ne faccia una questione di ‘buoni libri di destra’ / ‘cattivi libri di destra’. Quello che dico è che la pubblicazione serve a mettere a disposizione testi, innanzitutto, significatìvi, non belli, buoni, istruttivi, condivisibili, esemplari, piacevoli, responsabili & perbene; e la lettura degli stessi deve servire alla conoscenza. Ragionare come fa la Janeczek, che pure ha scusanti attinenti alla sua biografia, che assomiglia a quella di persone che ho avuto anche vicine, e che giustifico e capisco in pieno (per il suo caso), alla lunga parrebbe sottintendere un’equazione, del tutto falsa, tra lettura e assimilazione acritica. O la necessità di levare la possibilità di lèggere per via del rischio che ci sia assimilazione acritica, ovvero che si condivida quello che di brutto & cattivo dice l’autore. Mi sembra francamente inaccettabile.
    Bloy fu il primo o uno dei primi di una serie di ripescaggj da destra da parte di grosse case editrici, innanzitutto per compiacere una parte dell’elettorato che riprendeva allora a spostarsi esplicitamente verso destra; la reazione della Janeczek e di Renata Colorni ha senso in quel quadro, proprio perché si era agli albori di una certa tendenza, che in sul momento fu scioccante. Ma con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, oggi scommetto che la Janeczek non farebbe più nulla del genere. La Mondadori pubblica Spinosa e Giordano Bruno Guerri, e Veneziani, e Buttafuoco e Socci & Facci & Ciucci – diciamo non Bloy, Céline, McCarthy, Guénon, Juenger, ma lo sterquilinio della scrittura di destra, la schiuma. Eppure non ha annunciato nessun esilio da Mondadori, anzi: ha detto che ci lavora e che ritiene di far bene a continuare a farlo.

    Saviano, secondo te, è rimasto vittima inconsapevole di un certo modo di scrivere, ‘di destra’; & pazienza, al mondo si dà di tutto. Può darsi: ma non ci credo. Nel senso che Saviano a me è parso, dalla lettura (mia) di Gomorra in poi, uno scrittore con forti e decise caratteristiche destrorse; l’ho scritto, non mi sembra il caso di ribadirlo. Se poi è un sinistrorso con marmorizzazioni fasce non lo so, ma non credo che automaticamente l’ambiguità politica sia ìndice di scarsa consapevolezza: il suo equilibrio politico potrebbe essere molto semplicemente quello.
    E comunque a me sembra più dall’altra sponda, rispetto a me.
    Poniamo, anzi, per un attimo, che così sia. A quel punto di chi è l’inconsapevolezza, di Saviano, o di quelli che insistono perché smetta di pubblicare con Berlusconi – dato che sono contro Berlusconi perché sono di sinistra, mentre Saviano potrebbe essere contro da destra (potrebbe darsi anche quello)?
    Sempre tenendo conto del fatto che Saviano ha scritto un libro contro la camorra, non un testo politico in senso stretto; e che da questo genere di problematiche potrebbe essere, molto semplicemente, molto lontano. Suo diritto, voglio precisare.

    Confesso perplessità nel lèggere alcor, che dice: “si leggono gli autori come si mangia la macedonia, senza distinguere gli ingredienti”. Credo sia troppo assolutizzante. C’è stata, c’è e ci sarà sempre un’infinita varietà di atteggiamenti e un numero indeterminabile di livelli di profondità di lettura critica – quot capita tot sententiae. L’unico fatto certo è il libro, le letture che se ne dànno sono potenzialmente infinite, o comunque in numero non determinabile. Ed è assolutamente un bene che sia così, secondo me.

  39. mario capello il 15 febbraio 2010 alle 15:51

    @ anfiosso: ma io ho scritto da qualche parte che lo scrittore non deve “puntare al capolavoro” per essere invece un cittadino responsabile (e il fatto che l’espressione ti faccia ridere la dice lunga, secondo me)? No, dico, dove? prima di polemizzare cerca di capire cosa è stato scritto in maniera chiara. Certe scelte non – ribadisco – non pertengono alla statura di uno come autore ma alla sua prassi come cittadino (sento già le risate – ridi, ridi). Ah, non sono offeso, non a livello personale, almeno credo – ma non mi piacciono le provocazioni fumose fini a se stesse. E se vuoi saperlo, a me fa ridere l’espressione “contro il mondo”.

  40. lorenzo galbiati il 15 febbraio 2010 alle 16:09

    @Santangelo
    Avevo capito che lei voleva fare un discorso più ampio e più alto sulla libertà degli scrittori e degli intellettuali, ma non vedo perché un simile discorso debba esser fatto attenuando il giudizio sui comportamenti violenti, volgari e deontologicamente scorretti che mettono in atto i media di quel sistema, media che sono la prima causa dell’impossibilità di confrontarsi in modo corretto tra parti avverse o anche solo tra intellettuali con opinioni diverse (per il semplice fatto che i (cosiddetti) intellettuali di destra (o di sinistra che lavorano per la destra) sono organici a quel sistema propagandistico di regime).

    Parliamo ora di Saviano, e mi collego qui a quanto detto da

    @Andrea Inglese

    L’intervista di Saviano è difficilmente catalogabile come intervista di opposizione al governo, e sai bene che dialogare con qualche critica è il modo migliore per sostenere (perchè si legittima).

    Francamente, penso che Saviano, continuando a pubblicare per Mondadori, continuando a fare appelli bipartisan per la lotta alla mafia e alla libertà di informazione, rivolgendosi peraltro in special modo a quella destra – politica, media – che proprio è la causa del degrado democratico, mediatico e legale dell’Italia, stia sbagliando di tutto.
    Si sta proponendo, Saviano come punto di riferimento bipartisan, o peggio ancora sopra le parti, per la lotta alla mafia. E lo fa con i politici di ogni schieramento, legittimandoli, facendoli considerare degni di rispetto, persone con cui si può collaborare. Questo non fa altro che far assottigliare la differenza di giudizio sui provvedimenti politici e i comportamenti dei politici di destra e di sinistra non solo nei confronti della mafia ma del rispetto della legalità, della giustizia, e di comportamenti politicamente opportuni, come quelli auspicati da Vigna quando invitava i partiti a non candidare chi era sotto processo per mafia.

    Nella sua intervista a Panorama, qui
    http://blog.panorama.it/italia/2009/12/24/intervista-esclusiva-allaltro-saviano-la-lotta-alla-mafia-non-ha-colore/

    si leggono cose tristissime:

    “Maroni ha fatto la sua recensione a Gomorra nel modo più lusinghiero: scatenando il fuoco contro la camorra. Cos’altro resta da fare per far sì che il suo libro diventi inattuale?
    Maroni ha il merito di avere iniziato un’azione indubbiamente più forte di quanto sia stato fatto in precedenza. E sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri degli Interni di sempre. Mi riferisco in primo luogo al Casertano, finora quasi ignorato dall’intervento statale centrale. Dico però che è solo l’inizio, perché nel Casertano c’è ancora molto da fare… Il problema è un altro. Questo governo agisce, e spesso con successo, soprattutto a livello di ordine pubblico. In primo luogo con gli arresti. Potere mostrare i camorristi e i mafiosi arrestati diviene prova dell’efficacia della lotta alla mafia. Ma questo governo non ha approntato strumenti per colpire il punto nevralgico delle organizzazioni criminali: la loro forza economica.
    Ma i sequestri non ci sono?
    Sì, certo, i sequestri di beni ci sono, però i sequestri dei beni materiali sono il risultato di imprese che invece ancora proliferano e di un sistema economico che non è stato affatto aggredito. E poi i sequestri spesso vengono sbandierati due tre volte nella cronaca, quando invece sono parti di una stessa operazione.
    Cioè che cosa accade?
    Prima i beni vengono congelati, poi viene fatta la richiesta di sequestro, e alla fine il sequestro viene effettuato. Questi tre passaggi generano tre notizie, facendo spesso sembrare che le azioni contro l’impero economico sono state tre anziché una. Inoltre la parte maggiore dei beni in Campania e in Calabria non è realmente riutilizzata. Su questo so che Maroni sta lavorando. E spero nella sua efficienza, perché per ogni bene non assegnato, e ce ne sono decine e decine, il simbolo mafioso si va affermando: come dire “ecco che cosa fa lo Stato, ci porta via e lascia tutto in rovina”. Le organizzazioni vogliono questo, infatti distruggono spesso i beni.
    Magari il ministro Maroni un suo consiglio potrebbe accettarlo, no?
    Allora: un po’ di idee da condividere con Maroni le avrei. Sul piano legislativo sarebbe gravissimo rimettere all’asta i beni dei mafiosi. Perché li acquisterebbero loro, di nuovo, o quantomeno tornerebbero in loro proprietà. Lo scudo fiscale, per esempio, fa rientrare capitali con origine illecita o sospetta in Italia e per le mafie è un favore. Questa è la valutazione di moltissimi investigatori antimafia, non solo la mia. Bisognava fare altro, intervenire altrove sul piano legislativo.
    Per esempio?
    Bisogna cominciare a mettere uno spartiacque tra i reati comuni e quelli della criminalità organizzata; togliere ai mafiosi il rito abbreviato, inserito con la menzogna di velocizzare i processi. Non è così, basta seguire la prassi giudiziaria e capirlo. Mi spiego meglio. Nei procedimenti contro la mafia, il rito abbreviato complica tutto. Se su 100 imputati 50 lo scelgono e gli altri no, quando si va in udienza per questi ultimi bisogna riesaminare la posizione degli altri già giudicati e risentire tutti i testimoni. Non vi sarebbe alcun risparmio di tempo. Ci vogliono pene adeguate e nessun beneficio di legge per i reati di mafia.
    La destra, lei dice, ha tradito i valori antimafia. Ma come si spiega che proprio questo governo, presieduto dal “presunto mafioso” Silvio Berlusconi, abbia fatto più di ogni altro esecutivo contro la criminalità organizzata?
    Ho sempre fatto riferimento alla tradizione che fu della destra antimafia. Paolo Borsellino si riconosceva in questa tradizione. E spero e credo che questa tradizione importante sia ancora viva nella base dei militanti, soprattutto nel Sud Italia. Attenti, però: non è soltanto guardando ai numeri o a determinate scelte che si possono stabilire il merito e l’impegno complessivo di un governo. I governi spesso sono costretti ad agire contro le mafie quando queste divengono troppo pericolose per la vita del Paese. Ricordo che Giovanni Falcone fu chiamato da Claudio Martelli a costruire quella che poi sarebbe stata la superprocura antimafia, e questo avveniva durante un governo Andreotti. In un momento in cui ci furono, solo per fare qualche esempio, prima l’uccisione di Libero Grassi e poi, nel marzo 1992, quella di Salvo Lima. E poi c’è un’altra cosa molto semplice da dire, sempre a partire da questo esempio. Ricordo la lezione di Aldo Moro quando disse: “Lo Stato non è un monolite che va verso un’unica direzione”. Questo vale pure per i governi: valeva allora per il ministro della Giustizia Martelli, vale oggi per il ministro dell’Interno Maroni. Dopodiché non tutti gli arresti e i sequestri sono veramente importanti. Molti di questi arrestati venivano ricercati da anni, persino da decenni. Il contrasto antimafia vive anche, e spesso principalmente, di forza propria. Ovvero della continuità del lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, che copre intere legislature. Ovvio che poi qualsiasi governo in carica si fregi del successo ottenuto. Ma quel risultato è il frutto di sforzi che giungono da ben più lontano, indipendenti dalla politica.

    Questo dunque non è un governo che mette i mafiosi in trappola?
    Intendo dire che non è questo un governo con la priorità antimafia, tutt’altro. Nonostante gli sforzi di Maroni. I problemi stanno altrove, in altri disegni legislativi di cui non è così immediato vedere il nesso con la criminalità organizzata. Ma che portano con sé rischi enormi.”

    Ora, il minimo che si possa dire è che Saviano abbia le idee un po’ confuse, che non critichi apertamente il governo, se non in modo edulcorato (e nonostante le domande di Buttafuoco gli diano eccome l’occasione) e che sostenga apertamente Maroni, fino a proporsi di fatto come suo collaboratore.

    Dopo, dice:

    “Torniamo a bomba: perché quando è un governo di centrosinistra a condurre la guerra alla mafia gli si riconoscono tutti i meriti, mentre quando lo fa un governo di destra si fanno tanti distinguo, del tipo: è merito della polizia e della magistratura?
    Non sono certo io a operare questo genere di distinguo. Il centrosinistra ha responsabilità enormi nella collusione con le organizzazioni criminali. Le due regioni con più comuni sciolti per mafia sono Campania e Calabria. E chi le ha amministrate negli ultimi 12 anni? Il centrosinistra. Ma io questa cosa l’ho detta e ridetta, l’ho fatta presente in vari articoli e interventi. E per questo mi sono meritato la fama di essere uno che, per interesse personale, infanga la sua terra. Quanto mi ha attaccato il centrosinistra campano, che ancora oggi mi considera un nemico! Solo pochi, pochissimi mi sono stati vicini.
    Ma una vittoria sulla camorra, ottenuta dalla destra come dalla sinistra, oggi è più a portata di mano oppure no?”

    Cosa significa questo? L’ha detto a chiare lettere Saviano, non fa distinzioni sull’operato di un governo di destra (con Berlusconi) e di uno di sinistra.
    Forse, Saviano, dovrebbe distinguere tra il governo nazionale e le amministrazioni di Campania e Calabria, o no?
    E forse dovrebbe anche fare dei distinguo tra Bassolino e Cosentino.

    Ma non è finita: ecco che Saviano poi si fa cooptare (risultato del volersi porre sopra le parti e del farsi intervistare per Panorama) da Buttafuoco ossia dal governo di destra: prima riconosce i meriti storici della destra contro la mafia (meriti su cui ci sarebbe molto da discutere), poi afferma:

    “Ma perché nei giornali c’era sempre tanto pudore nel raccontare un eroe come Paolo Borsellino, fino al punto di edulcorarne l’adesione al Msi per farla diventare una generica “simpatia monarchica “? Lei sa che Beppe Alfano, un giornalista siciliano ammazzato dalla mafia, era un militante di destra? Perché si perpetua questa idea infame che solo la sinistra sia vergine e pura, mentre la destra affareggia con i mafiosi?
    È un errore far diventare la battaglia antimafia una battaglia di parte. Bisogna uscire dal luogo comune. Credo lei sappia benissimo che io ho sempre detto, ribadito, sottolineato l’impegno di tanti uomini della destra nella lotta alla mafia. Non solo uomini come Borsellino, ma anche militanti comuni. La lotta alla mafia non è stata e non dev’essere né apparire mai appannaggio di una sola parte politica. Anche perché le mafie non guardano a destra o sinistra, ma soltanto al proprio interesse e all’avvicinabilità dei rappresentanti politici, a qualsiasi livello essi si trovino. La politica collusa non ha colore. In ogni caso, in questo momento moltissimi politici di centrodestra sono coinvolti in inchieste per concorso in associazione mafiosa.
    Lei parla del famoso e contestato “accrocco ” tra i due articoli del Codice penale: il 110 e il 416 bis…
    Sì. E qui vale la stessa cosa che per la sinistra: se la politica vuole dimostrare di fare sul serio, nella sua volontà di lotta alla mafia, deve fare lavorare la giustizia con serenità. Ma questo non è tutto, secondo me. Dovrebbe, a prescindere dagli iter giudiziari, assumersi anche il problema di chi sceglie come proprio rappresentante. Perché proprio questo rientra nei compiti di una politica che decide di agire e di farsi carico attivamente dei problemi del Paese. O, come ho detto tante volte: dovrebbero essere anche gli elettori, i cittadini, a esigere che i candidati della parte che scelgono diano piene garanzie di trasparenza in questo senso.
    Perché lei, che non è di sinistra né di destra, passa come un “sincero democratico “, al punto di fare da testimonial per una somarata quale la “difesa della Costituzione”? Lei non è un impiegato della fureria conformista: perché non le lascia fare a Fabio Fazio, queste sparate?
    Di Fabio Fazio dico soltanto che gli sono amico e quindi con lui farei volentieri ciò che lei definisce “sparate”. Non mi sono mai scelto gli amici per conformismo. Come scrittore, mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt… E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore.”
    Non riporto l’ultimo pezzo sulla tv.

    Ecco qua, l’unica critica rivolta alla sola destra è che abbia candidato persone con accuse di camorra, con il risultato che poi quando dice che dovrebbero esser i cittadini a scegliere i candidati si sente rispondere perché queste sparate non le lascia a Fabio Fazio… e lui prosegue a rispondere a modo – a modino, direi.
    Per il resto Saviano si lascia dire che è un autentico democratico né di destra né di sinistra.

    Scusa Andrea, ma Saviano è stato tutt’altro che un ospite scomodo: sarebbe stato più scomodo se questa intervista fosse apparsa su L’espresso.
    Panorama non ha nulla da temere da una intervista così anzi ha la rassicurante certezza che Saviano non si metterà mai esplicitamente contro il governo e che neanche farà mai distinguo di rilievo sull’operato del governo e sui comportamenti dei suoi rappresentanti in relazione al problema criminalità organizzata, legalità e giustizia.
    Saviano, spiace dirlo, ma non si deve negare quel che si vede solo per simpatia o stima personale, è stato ed è totalmente cooptato dal governo e dai media di Berlusconi – e questo gli sta bene, visto che vuol apparire sopra le parti – sia come intellettuale sia come autore di libri per Berlusconi.
    E se anche si pensasse che lo fa perché sacrificare la critica politica può influire sul governo in carica migliorando la sua attività antimafia, risponderei che allora non si è capito nulla sulla natura e sull’operato di questo governo.

  41. Alcor il 15 febbraio 2010 alle 16:11

    @Anfiosso

    più che assolutizzante è generalizzante, accetto il rilievo, in parte.
    tu sei un tipo di lettore, e lo dimostrano i tuoi pezzi, estremamente lucido attento e colto, ma la recezione comune non ha niente a che vedere con la tua, contro questa recezione meccanica e macedonica c’erano una volta degli antidoti, filologici e storici, che se non erano a disposizione del lettore comune, lo erano almeno del lettore medio con una formazione letteraria
    questi antidoti mi pare si siano indeboliti a fronte di una sempre maggior disponibilità di testi, interrompendo quel circolo virtuoso che dal lettore specialista arrivava sia pure volgarizzato, ma solido, anche al lettore occasionale

    Ognuno ha la sua memoria storica, io ricordo, per esempio l’inizio del ripescaggio di Guenon, alla fine degli anni ’70. Si ricominciò a leggerlo incantati da quel mondo esoterico e nuovo, che sembrava un antidoto rispetto al razionalismo soffocante e diventato a sua volta meccanico sul quale ci si era formati, e un autore che era stato tanto di nicchia da essere sconosciuto, divenne di nicchia e alla moda. Guenon, si cominciò a dire, ma come, non hai letto Guenon? Genon, di cui nessuno sapeva chi diavolo fosse, divenne una lettura capace di distinguerti dal lettore filisteo, e fu infilato nel tritacarne del consumo cuturale senza neppure chiedersi a cosa portasse.

    E’ vero che i livelli di lettura sono infiniti e infiniti i gradi di profondità, ma questi livelli di profondità, pur infiniti in potenza, sono praticati da pochi. Come sempre del resto. Il pericolo (io lo vedo) è che mentre i pochi di una volta erano parecchio vaccinati, i molti di ora che arrivano casualmente a certi autori, sull’onda del sentito dire, non lo siano, o lo siano infinitamente di meno.

    La convinzione che non si possa più, o che non sia carino, distinguere tra destra e sinistra, io lo vedo molto dipendente da questo consumo piuttosto meccanico, incapace di fare due + due = quattro.

    Detto questo, mi pare di averlo scritto anche sopra, ma mi ripeto senza vergogna. Io questi autori li leggo, voglio averli a disposizione e voglio discuterne. Spero solo che, se si è disimparato, si impari nuovamente che dietro a Eliade c’è il nazionalfascismo romeno della Guardia di ferro.

  42. Enrico Macioci il 15 febbraio 2010 alle 16:43

    E’ stupefacente l’importanza attribuita a Saviano, autore d’un libro non trascendentale e intellettuale mediocre; i suoi saggi e i suoi interventi in tv sono intrisi di banalità: davvero oggi Saviano dovrebbe sostenere la parte che fu di Pasolini o Calvino? Davvero occorre monitorare e vivisezionare la formazione di Saviano in cerca di qualche peccatuccio destrorso, di qualche macchia sull’immacolato lenzuolo della sua coscienza critica? E parliamo di uno che ha scritto abbastanza male (proprio da un punto di vista linguistico e sintattico) pure l’appello di venti righe per convincere Berlusconi a rinunciare alla norma sul processo breve. Bah.
    @capello
    Mi sembra spericolato classificare persino le metafore in “quelle di destra e quelle di sinistra?” McCarthy nei suoi momenti migliori – come qualunque grande scrittore – è irriducibile a una politicizzazione. Ci sono brani di MERIDIANO DI SANGUE o di SUTTREE o di CAVALLI SELVAGGI puramente e semplicemente poetici. E basta. Di questo passo (non mi riferisco solo a Capello, ma a una tendenza generale che rasenta l’isteria) provvederemo a una rigorosa schedatura degli sventurati romanzieri: hai scritto di un bivacco?, hai parlato di decadenza sociale o di barbari? Sei di destra. Hai scritto di rivoluzioni, nichilismo e canne? Sei di sinistra. Hai scritto di canne consumate attorno a un bivacco?, di barbari nichilisti che leggono annoiati Sartre in groppa ai loro enormi corsieri?, di rivoluzionari in marcia con ESSERE E TEMPO sotto braccio mentre ascoltano in cuffia LA CAVALCATA DELLE VALCHIRIE? Sei dell’UDC.

  43. Alcor il 15 febbraio 2010 alle 16:55

    anche tu rischi lo schematismo, @macioci

    la differenza non è tra “hai scritto di un bivacco o di barbari, sei di destra” e “hai scritto di rivoluzioni e di canne (perché mai di canne? a destra non si fumano canne?) sei di sinistra”.

    la differenza è: che mondo c’è dietro il tuo amore per il bivacco e per i barbari (sempre posto che i barbari siano di destra)?
    Che mondo c’è dietro l’amore per la patria, a cosa mi porta questo amore per la patria? al nazionalismo? e se mi porta al nazionalismo, questo nazionalismo a cosa mi porterà a sua volta?

    Che cosa c’è dietro il fascino dell’eroe, del sapiente, dell’eletto?
    Che cosa farò per difendere l’idea stessa di sapiente e di eletto, rispetto al resto del mondo? sarà un’ autoesclusione di elitari nel castello, o invece per garantire queste vette misteriose dovrò procedere a tener fuori altri?

    Solo domande di questo genere, semplici, banali, per cercare di capire che cosa c’è dietro uno stile, dietro alla scelta di certe metafore, di certi miti, e cosa succede quando certi stili, metafore e miti passano dal genio poetico che le ha formulate, alla società civile, come possono essere usate e perché.

  44. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 17:10

    per chi non avesse saputo, ecco queste perle del giornalettismo italiota, da parte di due delle migliori menti della nostra/vostra generazione

    forse è troppo lungo da leggere, me scuso in anticipo, ma il peso che mi da allo stomaco è tanto quanto la sua ampiezza

    (mi domando soltanto come si faccia a fiancheggiare un’operazione di distorsione della realtà di questo calibro):

    Perfino la bomba. Una stupida bomba anarchica, fortunatamente non esplosa, all’Università Bocconi. E un clima che volge al peggio. Con un premier sporcato dal sangue, un matto in mezzo e l’Italia che ancora una volta si divide: i “cattivi ” al potere e i “buoni” nella malinconia narcisistaPanorama incontra un Roberto Saviano sinceramente scosso di averle tutte le ragioni per raddrizzare le gambe ai cani, ma di non poterlo fare. per tutto quello che accade in questo finale d’anno intinto nell’odio.

    (malinconia narcisista? da che pulpito…
    finale d’anno intinto nell’odio ! che retorica insipidissima…ma come fanno a leggerlo? viene voglia di bacchettare nelle mani i suoi non conformi lettori!)

    La responsabilità della parola è forte: la sua lo è per la diffusione che ha raggiunto. ( e mi verrebbe voglia di sapere da dove nasca tutta questa fraterna amicizia proprio con l’autore di gomorra!!!)
    E questa conversazione con l’autore di Gomorra fa seguito a un’intervista di Panorama a Roberto Maroni, il ministro dell’Interno che ha fatto quartiere a Caserta, giusto per imporre la presenza dello Stato in quella che fino a ieri era terra di nessuno. O ancora oggi?
    La parola a Saviano.

    Maroni ha fatto la sua recensione a Gomorra nel modo più lusinghiero: scatenando il fuoco contro la camorra. Cos’altro resta da fare per far sì che il suo libro diventi inattuale?

    Maroni ha il merito di avere iniziato un’azione indubbiamente più forte di quanto sia stato fatto in precedenza. E sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri degli Interni di sempre. Mi riferisco in primo luogo al Casertano, finora quasi ignorato dall’intervento statale centrale. Dico però che è solo l’inizio, perché nel Casertano c’è ancora molto da fare. I due latitanti più importanti sono ancora liberi, Michele Zagaria e Antonio Iovine; aziende legate alle organizzazioni continuano a fare affari; il ciclo del cemento e dei rifiuti è ancora nelle loro mani. Basta parlare con i responsabili della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, e non solo. Il lavoro di Maroni è stato ed è fondamentale, però non pensiamo neanche lontanamente che si sia sconfitta la camorra. È un inizio, insomma, ma non basta. Il problema è un altro. Questo governo agisce, e spesso con successo, soprattutto a livello di ordine pubblico. In primo luogo con gli arresti. Potere mostrare i camorristi e i mafiosi arrestati diviene prova dell’efficacia della lotta alla mafia. Ma questo governo non ha approntato strumenti per colpire il punto nevralgico delle organizzazioni criminali: la loro forza economica.

    Ma i sequestri non ci sono?
    Sì, certo, i sequestri di beni ci sono, però i sequestri dei beni materiali sono il risultato di imprese che invece ancora proliferano e di un sistema economico che non è stato affatto aggredito. E poi i sequestri spesso vengono sbandierati due tre volte nella cronaca, quando invece sono parti di una stessa operazione.

    Cioè che cosa accade?
    Prima i beni vengono congelati, poi viene fatta la richiesta di sequestro, e alla fine il sequestro viene effettuato. Questi tre passaggi generano tre notizie, facendo spesso sembrare che le azioni contro l’impero economico sono state tre anziché una. Inoltre la parte maggiore dei beni in Campania e in Calabria non è realmente riutilizzata. Su questo so che Maroni sta lavorando. E spero nella sua efficienza, perché per ogni bene non assegnato, e ce ne sono decine e decine, il simbolo mafioso si va affermando: come dire “ecco che cosa fa lo Stato, ci porta via e lascia tutto in rovina”. Le organizzazioni vogliono questo, infatti distruggono spesso i beni.

    Magari il ministro Maroni un suo consiglio potrebbe accettarlo, no?
    Allora: un po’ di idee da condividere con Maroni le avrei. Sul piano legislativo sarebbe gravissimo rimettere all’asta i beni dei mafiosi. Perché li acquisterebbero loro, di nuovo, o quantomeno tornerebbero in loro proprietà. Lo scudo fiscale, per esempio, fa rientrare capitali con origine illecita o sospetta in Italia e per le mafie è un favore. Questa è la valutazione di moltissimi investigatori antimafia, non solo la mia. Bisognava fare altro, intervenire altrove sul piano legislativo.

    Per esempio?

    Bisogna cominciare a mettere uno spartiacque tra i reati comuni e quelli della criminalità organizzata; togliere ai mafiosi il rito abbreviato, inserito con la menzogna di velocizzare i processi. Non è così, basta seguire la prassi giudiziaria e capirlo. Mi spiego meglio. Nei procedimenti contro la mafia, il rito abbreviato complica tutto. Se su 100 imputati 50 lo scelgono e gli altri no, quando si va in udienza per questi ultimi bisogna riesaminare la posizione degli altri già giudicati e risentire tutti i testimoni. Non vi sarebbe alcun risparmio di tempo. Ci vogliono pene adeguate e nessun beneficio di legge per i reati di mafia.

    La destra, lei dice, ha tradito i valori antimafia. Ma come si spiega che proprio questo governo, presieduto dal “presunto mafioso” Silvio Berlusconi, abbia fatto più di ogni altro esecutivo contro la criminalità organizzata?
    Ho sempre fatto riferimento alla tradizione che fu della destra antimafia. Paolo Borsellino si riconosceva in questa tradizione. E spero e credo che questa tradizione importante sia ancora viva nella base dei militanti, soprattutto nel Sud Italia. Attenti, però: non è soltanto guardando ai numeri o a determinate scelte che si possono stabilire il merito e l’impegno complessivo di un governo. I governi spesso sono costretti ad agire contro le mafie quando queste divengono troppo pericolose per la vita del Paese. Ricordo che Giovanni Falcone fu chiamato da Claudio Martelli a costruire quella che poi sarebbe stata la superprocura antimafia, e questo avveniva durante un governo Andreotti. In un momento in cui ci furono, solo per fare qualche esempio, prima l’uccisione di Libero Grassi e poi, nel marzo 1992, quella di Salvo Lima. E poi c’è un’altra cosa molto semplice da dire, sempre a partire da questo esempio. Ricordo la lezione di Aldo Moro quando disse: “Lo Stato non è un monolite che va verso un’unica direzione”. Questo vale pure per i governi: valeva allora per il ministro della Giustizia Martelli, vale oggi per il ministro dell’Interno Maroni. Dopodiché non tutti gli arresti e i sequestri sono veramente importanti. Molti di questi arrestati venivano ricercati da anni, persino da decenni. Il contrasto antimafia vive anche, e spesso principalmente, di forza propria. Ovvero della continuità del lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, che copre intere legislature. Ovvio che poi qualsiasi governo in carica si fregi del successo ottenuto. Ma quel risultato è il frutto di sforzi che giungono da ben più lontano, indipendenti dalla politica.

    Questo dunque non è un governo che mette i mafiosi in trappola?
    Intendo dire che non è questo un governo con la priorità antimafia, tutt’altro. Nonostante gli sforzi di Maroni. I problemi stanno altrove, in altri disegni legislativi di cui non è così immediato vedere il nesso con la criminalità organizzata. Ma che portano con sé rischi enormi.

    Quali rischi?
    Per esempio quello che riguarda la legge sulle intercettazioni. Nella lotta alla mafia sono uno strumento indispensabile. E ora diverrebbe talmente difficile poterle fare, e ancor più poterle proseguire per un tempo adeguato a ottenere dei risultati, che la macchina della giustizia viene nuovamente oberata di burocrazia, ossia rallentata. In più si rischia di privare gli inquirenti dell’unico strumento capace di stare al passo con una criminalità che dispone di ogni mezzo moderno. Se i magistrati si trovano davanti a grandi limitazioni nell’uso delle intercettazioni, è come se dovessero tornare a combattere con lo schioppo contro chi possiede nel proprio armamentario ogni dispositivo tecnologico e sofisticato di cui è in grado di usufruire.

    Giusto, ma poi le intercettazioni servono solo a far uscire sui giornali gli sms di Anna Falchi con Stefano Ricucci, stiamo freschi…

    (certo, che scandalo per i benpensanti…allora? significa che sono superflue? ma che cazzo di modo di ragionare è…?)

    Comunque, andiamo avanti. L’altro problema sta in ogni disegno che cerca di accorciare i tempi processuali. Abolito il patteggiamento in appello, resta in vigore il rito abbreviato. Per un mafioso è conveniente: così, fra vari sconti e discrezionalità della pena valutata dai giudici, va a finire che spesso un boss si fa 5 anni di galera. Per lui e il suo potere non sono nulla, anzi sono quasi un regalo. E questa situazione col disegno sul “processo breve” cambia, ma solo in peggio.

    Quindi che cosa bisognerebbe fare, a suo avviso?
    Per i reati di mafia bisogna fare il contrario: creare un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere mafiosi. La pena dev’essere comminata in dibattimento, senza possibilità di abbreviazione del rito. Lo Stato non può rinunciare a celebrare processi regolari contro chi si macchia di certi reati e, peggio ancora, inquina il suo stesso funzionamento.

    Una domanda sottovoce: Berlusconi è colluso con la criminalità?
    Rispondo a voce normalissima. Ci sono state inchieste e processi che hanno fatto il loro corso. E spero che potrà essere così ancora adesso. Esistono il diritto, le procedure, mille norme precise che consentono di arrivare a una verità attendibile oppure a stabilire che gli elementi non sono sufficienti per potersi pronunciare. E chiunque voglia farsi un’idea seria e autonoma non deve che fare lo sforzo di andarsi a studiare le carte processuali: tutte. Di una parte e dell’altra.

    Torniamo a bomba: perché quando è un governo di centrosinistra a condurre la guerra alla mafia gli si riconoscono tutti i meriti, mentre quando lo fa un governo di destra si fanno tanti distinguo, del tipo: è merito della polizia e della magistratura?
    Non sono certo io a operare questo genere di distinguo. Il centrosinistra ha responsabilità enormi nella collusione con le organizzazioni criminali. Le due regioni con più comuni sciolti per mafia sono Campania e Calabria. E chi le ha amministrate negli ultimi 12 anni? Il centrosinistra. Ma io questa cosa l’ho detta e ridetta, l’ho fatta presente in vari articoli e interventi. E per questo mi sono meritato la fama di essere uno che, per interesse personale, infanga la sua terra. Quanto mi ha attaccato il centrosinistra campano, che ancora oggi mi considera un nemico! Solo pochi, pochissimi mi sono stati vicini.

    Ma una vittoria sulla camorra, ottenuta dalla destra come dalla sinistra, oggi è più a portata di mano oppure no?
    Prima di parlare di vittoria la invito ad andare a vedere con i suoi occhi. Provi ad andare sulla Napoli-Caserta e veda quante colonne di fumo s’innalzano. Decine e decine di roghi ogni giorno, gestiti dai clan testimoniati nel sito internet http://www.laterradeifuochi.it. Maroni è l’unico che potrebbe fare qualcosa.

    Lei intende dire che ci sono camorristi conclamati in libertà?
    Spesso capita che lo stesso mafioso in dieci anni venga arrestato anche cinque, sei volte di seguito, e sempre per reati gravissimi. È stata una delle conseguenze della possibilità di patteggiamento in appello, che per fortuna l’attuale governo ha abrogato con il cosiddetto pacchetto sicurezza.

    Il ministro dell’Interno Roberto Maroni durante un intervento

    Con quale risultato?
    In pratica, prima succedeva che, trovando un accordo fra avvocato e pubblico ministero, per il mafioso diventava assai più conveniente andare in carcere e uscirne abbastanza presto, piuttosto che scontare una pena lunga: quella che spesso portava il detenuto a collaborare, una condizione preliminare per poter smontare il meccanismo dei clan. Sulla base dei riscontri oggettivi che le dichiarazioni consentono di trovare, e non (come si crede o si vuole far credere) sulla base delle singole dichiarazioni. Comunque il divieto del patteggiamento in appello per i reati di mafia è stato un passo avanti. Purtroppo però sono stati fatti contemporaneamente altri passi legislativi che rendono assai più debole la lotta alla mafia: dei passi indietro.

    Ma perché nei giornali c’era sempre tanto pudore nel raccontare un eroe come Paolo Borsellino, fino al punto di edulcorarne l’adesione al Msi per farla diventare una generica “simpatia monarchica “? Lei sa che Beppe Alfano, un giornalista siciliano ammazzato dalla mafia, era un militante di destra? Perché si perpetua questa idea infame che solo la sinistra sia vergine e pura, mentre la destra affareggia con i mafiosi?
    È un errore far diventare la battaglia antimafia una battaglia di parte. Bisogna uscire dal luogo comune. Credo lei sappia benissimo che io ho sempre detto, ribadito, sottolineato l’impegno di tanti uomini della destra nella lotta alla mafia. Non solo uomini come Borsellino, ma anche militanti comuni. La lotta alla mafia non è stata e non dev’essere né apparire mai appannaggio di una sola parte politica. Anche perché le mafie non guardano a destra o sinistra, ma soltanto al proprio interesse e all’avvicinabilità dei rappresentanti politici, a qualsiasi livello essi si trovino. La politica collusa non ha colore. In ogni caso, in questo momento moltissimi politici di centrodestra sono coinvolti in inchieste per concorso in associazione mafiosa.

    Lei parla del famoso e contestato “accrocco ” tra i due articoli del Codice penale: il 110 e il 416 bis…
    Sì. E qui vale la stessa cosa che per la sinistra: se la politica vuole dimostrare di fare sul serio, nella sua volontà di lotta alla mafia, deve fare lavorare la giustizia con serenità. Ma questo non è tutto, secondo me. Dovrebbe, a prescindere dagli iter giudiziari, assumersi anche il problema di chi sceglie come proprio rappresentante. Perché proprio questo rientra nei compiti di una politica che decide di agire e di farsi carico attivamente dei problemi del Paese. O, come ho detto tante volte: dovrebbero essere anche gli elettori, i cittadini, a esigere che i candidati della parte che scelgono diano piene garanzie di trasparenza in questo senso.

    Perché lei, che non è di sinistra né di destra, passa come un “sincero democratico “, al punto di fare da testimonial per una somarata quale la “difesa della Costituzione”? Lei non è un impiegato della fureria conformista: perché non le lascia fare a Fabio Fazio, queste sparate?

    (una somarata!!! fureria conformista!!! detto da uno che titola discriminatoriamente “fimmini” il libro più tamarro dell’anno!)

    Di Fabio Fazio dico soltanto che gli sono amico e quindi con lui farei volentieri ciò che lei definisce “sparate”. Non mi sono mai scelto gli amici per conformismo. Come scrittore, mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt… E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore.

    (commovente la chiusa)

    Questa è bella. E perché avrebbe dovuto considerarla inferiore?
    Non dica così, altrimenti certi casalesi del politicamente corretto chissà cosa credono. Il barone parlava di “ceto dello spirito” e lei è pure un bello guaglione…

    (casalesi del politicamente corretto!!! che arguzia, davvero sconvolgente, complimenti per la locuzione originale. L’ A\ceto dello spirito!)

    Come scrittore è lì che mi sono formato, ma questo non significa che oggi mi senta in contraddizione se difendo la Costituzione. Non credo che la Costituzione italiana oggi sia di sinistra o di destra. Mi sembra semplicemente una base per garantire una convivenza equa a tutti i cittadini, per conservare lo stato di diritto che è una condizione indispensabile anche per la lotta alle mafie. E credo pure che il suo richiamo all’unità di questo Paese sia qualcosa d’importante. Personalmente, terrei che continuasse a esistere un paese di nome Italia, e penso che ci terrebbe pure Gabriele D’Annunzio. Non dimentichiamoci che non sono certo le organizzazioni criminali, italiane o straniere, a subire in negativo eventuali riassetti federalistici. So che a lei la parola democrazia fa venire l’orticaria, ma per ora è anche il meglio che abbiamo prodotto.

    (la parola democrazia fa venire l’orticaria!!! non sopporto questi antidemocratici da salotto, mi viene voglia quando li sento di applicare le loro stesse teorie antidemocratiche sulla loro pelle !!)

    A ogni modo: non rischia di essere confuso con un firmaiolo d’appelli? Forse ai tempi di Luigi Calabresi le avrebbero chiesto di firmare il famoso appello…

    (cos’è invidia perchè nessuno ti ha mai chiesto la firma se non per pagare un assegno???)

    No, non sono un firmaiolo. Credo che l’appello di cui mi sono fatto promotore fosse un chiaro invito a ripensare a un certo progetto. Era un invito indirizzato a Berlusconi, non lanciato contro il presidente del Consiglio. Mi spiace doverlo ribadire un’altra volta. Non ho mai inteso la mia lotta come una lotta di parte. Non avrei mai scritto quell’appello, se non fossi convinto che il suo contenuto rappresenta un interesse comune che va al di là degli schieramenti politici.

    Però, visto il clima…
    Ecco: proprio visto il clima, non posso che correre il rischio di essere confuso con i firmaioli d’appello. Non temo di schierarmi su una determinata questione, se è questo ciò che in un dato momento la coerenza con le mie idee esige. Ma, proprio per rispondere alla sua domanda provocatoria: io oggi non firmerei nulla che possa essere visto come una delegittimazione dei poteri dello Stato. Per esigere un chiarimento di chi invece potrebbe averne abusato, esistono altri modi, secondo me migliori e più adeguati, a partire dalla stessa informazione, quando è libera e seria.

    A proposito, perché in tv lei va solo dai tipi come Fazio o dai soliti “compagnucci “? E mai, proprio mai, da chi canta fuori dal coro? Quelli che cantano fuori dal coro perché sa bene che ci sono. Ricorda “Otto e mezzo”?

    (Qui, veramente si va oltre il fantascientifico, la dignità, la decenza e un certo senso del pudore…mah)

    Con Che tempo che fa si è instaurato un rapporto di ottima collaborazione, che mi ha consentito di fare una puntata difficile come l’ultimo speciale, dove parlando di libri abbiamo battuto X Factor per numero di spettatori. E questo è merito della loro libertà e capacità di credere in progetti che in televisione sono considerati impossibili e perdenti, e che loro rendono possibili e vincenti. Fazio è stato il primo ad avermi permesso in tv, in prima serata, di parlare dei regimi totalitari comunisti: mi dica chi altro l’ha fatto, al di fuori dei documentari. Prova di reale libertà sia da quelli che lei chiama conformismi, sia dai dettami di una televisione interessata solo all’audience facile. In tv sono andato da Enrico Mentana, e fu una delle puntate in assoluto più viste in Mediaset…

    Altro che. E i ragazzi di Casa Pound, il centro sociale di destra, fecero la ola per la sua chiusa dedicata al poeta.

    (aspetto che prima o poi qualcuno di questi giovanetti mi faccia almeno mezza parafrasi dei canti poundiani, indispensabile capolavoro della letteratura moderna…o sorta di campo di concentramento per la poesia)

    … e sono stato anche da Daria Bignardi, che mi invitò prima di tutti. Cerco di non fare troppe uscite perché temo di stancare. Però conto di andare in molte trasmissioni che mi piacciono, e dove invece non sono ancora stato. Ma anche in alcuni tg non ci metterei piede: non perché hanno direttori con certe idee politiche, no; solo perché ottundono, coprono, non lasciano spazio al racconto della realtà, fanno il lavoro di ufficio stampa governativo. Perché fanno pessimo giornalismo, in breve. Non perché non condivida le loro idee. Tutt’altro. La qualità prima di tutto.

    Però i conformisti di sinistra non le perdonerebbero una “cantata stonata”. Sono peggio di certi casalesi, loro: sono vendicativi. Pensi se solo lei dicesse: è vero, questo è il governo che più di tutti ha fatto contro la criminalità organizzata. Che cosa accadrebbe?

    (a questo punto la decenza vorrebbe che qualcuno si alzasse sbattendo la porta in faccia all’interlocutore…)

    Lo direi, se fosse vero, e non avrei alcun problema. Ho già raccontato in maniera articolata come la penso. E ho pure ricordato quanto poco rispetto ho ottenuto per quello che lei chiama conformismo di sinistra, continuando a denunciare il malgoverno e la collusione in Campania e pure in Calabria. Devo forse ricordare ancora l’ostilità con la quale sto pagando queste mie ripetute prese di posizione? Devo ricordare che in Campania sono per questo odiato da quasi tutti?

    Una delle sciabolate più efficaci di Saviano fu quella di abituare tutti noi del Sud a uno scandalo: e cioè che non è vero che chi resta sia uno sfigato. Il Sole 24 Ore sta per pubblicare l’elenco delle città italiane e le nostre due saranno messe in coda, mentre Catania torna la Milano del Sud. Per le mostre di Lucio Fontana e di Alberto Burri (quello della copertina di “La Bellezza e l’Inferno”, il suo ultimo libro), per esempio.

    (la città dove, mi dicono, avrebbe chiuso forzosamente un centro sociale attivo da 15 anni nel territorio, per farne il solito deserto di sempre)

    Ricorda che cosa ha detto Maroni a Panorama ? Che un imprenditore suo compaesano gli ha detto: “Finalmente posso ricominciare a lavorare a casa mia”.
    Magari è così a Catania, ma a Caserta proprio no. Caserta resta uno dei luoghi più corrotti d’Italia. È difficilissimo anche soltanto essere assunti senza una protezione, fosse pure per fare il cameriere per un weekend. Il Sud vive una situazione difficilissima, e le spinte del Nord a volersi occupare solo di se stesso, per non parlare di quelle più chiaramente razziste, non sono certo d’aiuto. Se passa l’idea che tutto ciò che è buono e produttivo sta a Nord, e che basta allontanare la parte malata perché la parte sana sia salva, è finita. Ed è finita, purtroppo, non solo la lotta per recuperare il Meridione, ma perché il Nord è terra d’investimenti e d’infiltrazioni enormi, che ormai c’entrano pochissimo con le residenze forzate o cose del genere.
    Lei ritiene davvero che oggi la rete affaristico- mafiosa sia così estesa?

    (noooooooooo, è solo l’immaginazione di menti paranoiche.vivamo nel migliore dei paesi possibile!!!)

    È ridicolo pensare che organizzazioni presenti in tutto il mondo non continuino a occupare massicciamente Milano o l’Emilia-Romagna. Anzi, ogni frazionamento va solo a favore della criminalità globalizzata. A Sud c’è un potenziale enorme. Liberiamolo.

    Chissà, forse solo i ricchi potranno salvare il Sud. Perché alla fine il crimine “non conviene”.

    (capolavoro della dialettica, ovviamente scevro e senza alcun senso storico e della realtà!!!)

    Lo dice sempre Andrea Vecchio, il costruttore siciliano che non paga il pizzo al prezzo di vedersi saltare sempre i cantieri. Lei che cosa ne pensa?
    Purtroppo il crimine paga ancora. Paga persino a chi, semplicemente, si appoggia alla forza delle organizzazioni criminali. Paga agli imprenditori “puliti” che si avvantaggiano della loro liquidità, della loro capacità di ottenere monopoli, di abbassare i costi, di fornire i servizi “chiavi in mano “. Non possiamo contare sulle scelte virtuose di chi dispone dei mezzi economici per potersele permettere. Dobbiamo agire in modo che davvero divenga più conveniente fare impresa lontano da ogni collusione. Essere antimafioso deve portare un profitto. Soltanto così sconfiggeremo le alleanze trasversali con i clan. Quindi no, non saranno i ricchi a salvare il Sud; ma la Confindustria può fare più di un esercito di volontari, missionari e associazioni. Questo è certo.

  45. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 17:26

    @ alcor, mi permetta di risponderle molto provocatoriamente

    che mondo c’è dietro il tuo amore per il bivacco e per i
    barbari (sempre posto che i barbari siano di destra)?
    Che mondo c’è dietro l’amore per la patria, a cosa mi porta questo amore per la patria? al nazionalismo? e se mi porta al nazionalismo, questo nazionalismo a cosa mi porterà a sua volta?
    Che cosa c’è dietro il fascino dell’eroe, del sapiente, dell’eletto?

    a parte la pertinenza delle sue domande,

    io risponderi

    il Nulla, heideggerianamente non c’è che il resto di nulla dietro quelle parole, jungerianamente il nulla. solo tanta confusione e teosofia per menti pigre, un gran chiacchiericcio, infantilismo e attivismo fine a se stesso.

    che il loro dio abbia pena di loro.

  46. gherardo bortolotti il 15 febbraio 2010 alle 17:41

    @santangelo
    velocemente sulla questione de “l’irrilevanza sociale dello scrittore nella sua specificità” che mi sembra, anche se ovvia, quella chiave.
    in effetti, lo scrittore (qualcuno potrebbe dire anche la scrittura ma, francamente, ho dei dubbi su questo) è irrilevante socialmente sia a causa di un mutamento nelle modalità di produzione dei discorsi sia per una meccanismo di normalizzazione da parte della grande editoria, soprattutto in italia. mi limito a citare le due cause e a dire che la seconda non deriva necessariamente dalla prima ed è il frutto di una scelta più o meno cosciente (ed il lapsus che segnala inglese mi sembra proprio paradigmatico – non sono d’accordo con il suo discorso su saviano ma questo è un altro paio di maniche).
    sono davvero felice che, per introdurre questo discorso, santangelo abbia usato l’esempio di calvino, la cui vulgata ha completamente neutralizzato il valore politico delle sue proposte formali, riducendole ad una specie di calligrafismo. mi domando però se una figura come quella di calvino, ancora più di pasolini, possa avere altro spazio al di là di quello del “santino” da ostendere ogni tanto (parlo in termini generali, sia chiaro, e quindi tirando in ballo anche la mia appena dichiarata soddisfazione). e me lo domando perché un po’ una figura come quella di calvino (o di tanti altri di quella stagione dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’80) non è proprio più prevista (si veda il discorso di cui sopra) e un po’ perché le sue proposte formali erano tutto fuorché normalizzate/nti e come tali, temo, non avrebbero avuto grande accoglienza al giorno d’oggi (quando invece, per un ruolo come quello pasoliniano, sembra appunto che di spazio ce ne sia ancora).

    @alcor
    ultimamente ti quoterei anche le virgole!

  47. Evelina Santangelo il 15 febbraio 2010 alle 18:06

    Intanto ringrazio tutti coloro che stanno davvero mettendo in campo intelligenza, passione intellettuale, passione civile e preparazione culturale, senza quell’ astio cieco e compiaciuto della propria ignoranza che troppo spesso si riscontra in molti (troppi) blog. Perché, per quel che mi riguarda, non troverei altre ragioni per mettere in gioco la mia, di intelligenza, di passione e di cultura (nei limiti delle mie possibilità).

    Andrea (Inglese)
    Mi scuso per quel breve cappello al mio articolo, non voluto da me, L’intenzione del Fatto era quella di dare un quadro complessivo della questione in poche righe, giusto per far capire da dove nascevano le mie riflessioni, che, come ho già spiegato, hanno preso una piega diversa dalle intenzioni iniziali, per una mia esigenza profonda di riposizionare i termini di alcune questioni di fondo: ruolo dello scrittore e sua responsabilità, indipendentemente dal merito specifico delle polemiche. E mi scuso anche perché so quanto debbo a chi, come te, si è speso con rigore e intelligenza sul tema, prima di me. A questo alludevo, in realtà, quando parlavo di «discorsi» e «narrazioni» che possono riscostruire un discorso civile complesso.

    Mario (Capello)
    credo che la questone degli immaginari, che, a mio avviso, tu giustamente poni, abbia a che vedere spesso con una sorta di innamoramento per certe metafore non valutate nelle loro conseguenze in termini di significazione, come se la scrittura d’invenzione non avesse profonde implicazioni umane, intelletuali, culturali, ma fosse un puro esercizio estetico, come se la scrittura d’invenzione non fosse insomma un modo per leggere il mondo, le nostre circostanze… anche attraverso le più ardite metafore, apparentemente avulse dai contesti. Per questo, tra l’altro, credo che non ci sia una tendenza superiore a un’altra, non credo ad esempio che un’una scelta di realismo sia superiore in sé a una scelta che predilige il meraviglioso o il surreale…

    Alcor
    condivido l’idea che bisogna «tornare a leggere», in senso lato, cogliendo implicazioni, circostanze e coseguenze, ma mai negando la specificità di ogni testo in base a un pregiudizio fondato sulla lettura di altri testi (magari dello stesso autore). Personalmente, riguardo a Céline, ad esempio, non confonderei mai la grandezza di «Viaggio al termine della notte» con i libelli antisemiti dello stesso autore, e per questo, citando Céline, cercherei di specificare senza mezzi termini cosa, di Céline, credo un vero capolavoro e cosa ritengo una visione discriminatoria dell’umanità. Quel suo richiamo allla «lettura», se inteso in questi termini, penso che aiuti a non allarmare chi in questo blog (non lei), teme «roghi di libri». nessun rogo, per carità, solo giudizi circostanziati, critici, da «lettori consapevoli» e liberi da pregiudizi. Grazie dunque per la puntulizzazione.

    Laserta.
    Ringrazio anche lei, non tanto per le scuse, ma perché è difficile che qualcuno torni a rileggere qualcosa con l’intento di «rileggere» davvero, senza pregiudizi di sorta. Anche questa è una forma di rispetto e civiltà, cui tutti forse dovremmo tornare. E questo perché, a mio avviso, è davvero difficile poi che la verità stia tutta da una parte. La verità, o ipotesi di verità, ho l’impressione che si costruiscano il più delle volte insieme, dibattendo, mettendo in gioco visioni, appunto, nel tentativo di comprendere, intelligere e orientarsi nel caos delle opinioni correnti.

    Giacomo (Di Girolamo).
    Onestamente credo che Saviano, come qualsiasi scrittore, debba proseguire nella sua strada di coraggio intellettuale, strada difficilissima, visto che ho l’impressione che da più parti lo si voglia usare per battaglie «di parte», appunto. Non c’è nulla di più scomodo, a mio avviso, che un pensiero dentro le contraddizioni del proprio tempo, ma fuori dalla mischia degli interessi di parte.

    Maria Pia
    ringrazio anche lei, perché ha sollevato una questione fondamentale per me, che collaboro da dieci anni con Einaudi e vorrei continuare a collaborare con tutta la mia indipendenza di pensiero e giudizio (come editor e come scrittrice), quella stessa indipendenza di giudizio che ho cercato di mettere in gioco in questi miei interventi sul Fatto (uno sui toni discriminatori che circolano su Radio Padania come fossero opinioni innocue e quest’altro sul clima di intolleranza che serpeggia nel nostro paese e si manifesta nelle forme più subdole).

  48. andrea inglese il 15 febbraio 2010 alle 18:19

    a Lorenzo Galbiati,

    mi lessi l’intervista a Panorama quandi uscì ad inizio anno, a mente sgombra, prima del caso Nori, prima del caso Consolo, ecc., e l’impressione che ebbi allora rimane la stessa. Ed è scritto nero su bianco. Saviano fa una serie di critiche al governo e ribadisce l’importanza di cose che proprio questo governo vuole mettere in discussione. Hai citato tu pezzi d’intervista, quindi inutile che le riporti ancora.

    Si può semmai discutere se convenga concedere un’intervista a Panorama. Io, l’ho già detto, sono convinto che si può parlare a casa del nemico, a patto che si parli di esplicutamente di politica e si dicano cose che gli danno fastidio. E questo Saviano l’ha fatto. Il tono pacato non toglie nulla alla chiarezza delle affermazioni.

    Quanto al Saviano super partes. Ora qui c’è un equivoco. Saviano, e non solo lui, ha ribadito che la lotta alla mafia non è di destra né di sinistra. Di questo bisognerebbe prendere atto tutti. Innanzitutto come principio generale. Oppure discuterlo, ma in nome di qualcos’altro che si altrettanto chiaro. Anche questo ho già detto: esistono oggi in Italia lotte che non sono né di destra né di sinistra, ma lotte “democratiche”. Questo non toglie, che esistano poi lotte di sinistra, e che siano altre da queste. E che uno che fa lotte “democratiche” non è che sia super partes, può essere di destra o di sinistra, ma in quel momento combatte assieme anche a gente che ha posizioni politiche opposte.

  49. Evelina Santangelo il 15 febbraio 2010 alle 18:34

    Gherardo Bortolotti
    scusi, non avevo visto il suo intervento, probabilmente perché, mentre scrivevo le mie risposte, lei stesso stava scrivendo…
    Prima di tutto, la scelta di citare Calvino, come lei ha colto, è stata asolutamente intenzionale, perché sono convinta che, estromettendo questa visione dall’universo della scrittura, si stanno dissestando aspetti fondamentali del fare letterario e artistico, confondendo troppe carte e troppe intenzioni, che con la scrittura d’letteraria (di qualsiasi genere) spesso hanno poco a che vedere. Condivido del tutto l’idea che il discorso di Calvino sia un discorso potentemente politico (nel senso più complesso del termine) più di quanto spesso non si colga o non si riesca più a cogliere. Detto questo, provo un senso di oppressione (intellettuale e umana), quando vedo alcune tendenze (di qualsiasi genere) imporsi sulle altre e dominare come fossero verità assolute e indiscutibili.
    Riguardo al primo punto, tendo a pensare alla questione della normalizzazione in modo più generale. Purtroppo mi capita troppo spesso di ritrovarmi tra le mani libri normalizzati e normalizzanti, e questo spesso indipendentemente dalle case editrici che li pubblicano. Il che non toglie che ci siano piccole case editrici molto coraggiose. Anzi, le dico di più: sempre più spesso mi capita di assistere all’azione di due forse uguali e orientate nella stessa identica direzione:
    1) scrittori sempre più affascinati dall’idea di essere scrittori, prima ancora che dal gesto stesso della scrittura, diciamo, d’invenzione o letteraria, aspiranti scrittori cioè disposti a pubblicare con qualsiasi casa editrice (che spesso finisce per pubblicarli, non diversamente dalle grosse case editrici)
    2) lettori assolutamente indifferenti ai distinguo e alle specificità, Lettori cioè che non scelgono affatto, né si pongono a volte il problema che si possa scegliere anche nel mercato librario cosa leggere. Anche questo è un problema serissimo che implica un groviglio di responsabilità.

  50. marco v il 15 febbraio 2010 alle 18:41

    per fortuna che c’è Andrea Inglese. Ragazzi… che cose vergognose che ho letto in certi commenti. Ma sapete, Savonarola d’accatto, cosa state facendo? State lasciando Saviano SOLO. Per questioni vecchie di 20 anni – cioè la SPARTIZIONE operata da Ciarrapico su mandato di Andreotti che ha dato un equililbrio ad una situazione che si era inceppata – date addosso a Saviano. È un comportamento schifoso! Ma chi vi credete di essere? C’è qualcuno qui che mette in dubbio la natura super-partitica della lotta contro la criminalità organizzata? C’è qualcuno qui che pensa davvero che leggere e apprezzare Celine sia un problema? Che concedere una intervista a Panorama sia una vergogna? Di questo passo dove arriveremo? Al Minculpop “rosso”?
    Forse la sto prendendo anche troppo sul serio. Dovrei soltanto voltarmi dall’altra parte, lasciarmi alle spalle il tanfo di ortodossia che tanto male ha già fatto alla società letteraria italiana (a Pasolini, in primis, peraltro, vorrei ricordarlo…).
    Sulla questione della Mondadori, vorrei ribadirlo a chi ha la memoria corta: non furono i giudici – compreso quello corrotto, inutilmente, da Berlusconi – a spartire l’immenso patrimonio editoriale.
    Fu la POLITICA e un certo Ciarrapico. E al secondo farabutto italiano dopo Silvio (irraggiungibile in vetta alla classifica, per carità…), cioè De Benedetti, stette bene. Benissimo.
    Perciò, mi duole ricordare a certi sempliciotti dello “o stai di qua o di là”, che da 20 anni, “qua” e “là”, eticamente parlando… SONO LA STESSA COSA.
    Ok?
    Coi vostri parametri, anche un collaboratore di Repubblica o l’Espresso si dovrebbe impiccare.
    E che cavolo!

    http://www.youtube.com/watch?v=ibODlZmW5GU

  51. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 18:42

    quindi si possono fare passare da zimbelli tutti questi che vengono descritti come conformisti di sinistra, facilmente scandalizzabili, firmaioli o peggio, ai lettori di panorama (gente si sà immacolata), mentre quei due se la ridono.

    io di tutto l’articolo non capisco sinceramente le bordate contro i lettori sinistrorsi. capirei anche le posizioni di saviano di essere super partes, o la fantomatica lotta alla criminalità sbandierata; ma le bordate, così gratuite, cosa c’entrano le bordate contro i lettori di sinistra per compiacere poi chi ? i lettori di panorama ?

  52. mario capello il 15 febbraio 2010 alle 18:42

    @ macioci: ma chi ha parlato di schedature? io sono stato chiarissimo. McCarthy è un grande scrittore e va letto – è forse una lettura imprescindibile, come se è per questo, Junger (che ho letto eccome, da Eumeswill a Sulle scogliere di marmo) e altri (tra gli italiani di un tempo, per dire, ci metterei Bona). Il punto è solo leggerli forti di una capacità di critica che ci permetta di evitare fascinazioni che ci portino a sposarne l’immaginario credendo, e così banalizzandoli, che sia neutro, innocente. Nessun immaginario è innocente. Nessuna metafora è pura. McCarthy immagina un mondo coerente al suo pensiero – nichilista e sciovinista (e spero che nessuno si arrabbi, è evidente in “Non è un paese per vecchi” cosa pensi, per esempio, del Messico). Bene. Posso, io, scrittore che si vuole di sinistra, appropriarmene, senza pensare alle conseguenze?

  53. mario capello il 15 febbraio 2010 alle 18:44

    @ Evelina: sì, il punto è proprio quello. Quasi una sorta di irresponsabilità e di svuotamento delle forme – tanto più urgente nel fantastico e, peggio, nel fantasy, incapace di uscire da forme e immaginari – come quello tolkeniano – che hanno, anche, una valenza politica (tanto per dire, en passant, anche Tolkien era convinto della decadenza del moderno – come è, del resto, chiaro dalla sua opera che è una, reazionaria, laudatio temporis acti, tra le altre cose).

  54. Evelina Santangelo il 15 febbraio 2010 alle 19:20

    made in caina
    «bordate contro i lettori sinistrorsi»?
    Mi sarà, o le sarà… sfuggito qualcosa…

  55. Alcor il 15 febbraio 2010 alle 19:23

    parla dell’intervista di Buttafuoco a Saviano

  56. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 19:32

    santangelo,

    lei ha letto attentamente l’articolo doppio saviano/mangiafuoco contro il resto del mondo…?

    mi riferivo a quello, non a quanto scritto da lei.

    non penso di aver sognato frasi come firmaioli o conformisti di sinistra vendicativi…e l’articolo connota fortemente, per restare in tema di metafore e di forme, un certo astio nei confronti dei simpatizzanti delle manifestazioni antigovernative, che a rigore non sembra facciano parte della maggioranza nel paese e nel governo.

    ad esempio dire e accettare “firmaioli” in un articolo in cui si è corresponsabili, connota foneticamente l’assonanza o l’omoteleuto con “segaioli”…e questo, se permette, a me dispiace, sarò, forse un lettore troppo sensibile, o permaloso, chissà…

    se le è sfuggito, l’ho postato apposta.

  57. Evelina Santangelo il 15 febbraio 2010 alle 19:42

    Alcor, made in caina,
    sì, era sfuggito, a me, qualche passaggio. Non avevo capito, in realtà.
    L’articolo di Panorama l’ho letto online a suo tempo. Le domande e le allusioni di Buttafuoco… mi sembrano di bassissimo profilo, onestamente, anzi, mi sembrano alquanto poco-oneste (deontologicamente, tra l’altro, poco oneste).

  58. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 19:52

    santangelo, si figuri, mica mi arrabbio con lei.

    sono certi siciliani che fanno sembrare eternamente questa terra la terra dei cannoli.

  59. Evelina Santangelo il 15 febbraio 2010 alle 20:17

    Certi siciliani, sì… che hanno molto molto potere, anche il potere di liquidare Sciascia, Tomasi di Lampedusa… come fossero panni sporchi, nel senso letterale del termine.

  60. Evelina Santangelo il 15 febbraio 2010 alle 20:22

    made in caina
    Sì, certi siciliani… che hanno molto molto potere (anche quello di liquidare Sciascia o Tomasi di Lampedusa o lo stesso Camileri, come fossero letteralmente panni sporchi da buttar via… e in questo, ahimè, non c’è né destra né sinistra a marcare differrenze, come nel caso dell’assessore Centorrino…)

  61. AMA il 15 febbraio 2010 alle 20:40

    A me interessa solo una cosa. Saviano sta lavorando ad un secondo Gomorra? Sta scrivendo una seconda docu-fiction? Chi sa parli!

  62. Enrico Macioci il 15 febbraio 2010 alle 20:50

    Alcor,
    sei geniale nell’arte del fraintendimento, e poiché io wildianamente vivo nel terrore di non essere frainteso tu mi tranquillizzi, hai su di me l’effetto balsamico della conferma. Scherzi a parte: i miei esempi ricalcavano gli esempi di Capello, che poi ha ulteriormente chiarito il suo pensiero. Quanto al mio, di pensiero, mi pareva chiaro: io non credo che i barbari siano di destra e le canne di sinistra, io se leggo barbari non penso al nazionalismo nè se leggo canne penso ai figli dei fiori, non me ne frega niente del nazionalismo se quel che sto leggendo mi appaga come essere umano, se rompe le famose acque ghiacciate dentro di me, io non credo in definitiva che un’espressione estetica seria possa relativizzarsi, sono altri che lo credono. E credo che un’interpretazione di tal genere sia riduttiva nei confronti della letteratura seria. L’ideologia di cui tu parli, il ricavare dalla lettura questo o quel livello, questa o quella traduzione “civile” del mondo, viene dopo, sta nella testa del ricevente – con tutti i suoi limiti e i suoi pregi; ma tu provati a leggere Shakespeare o Kafka o Dante o Moliére o Melville o Rimbaud o Proust o Celan eccetera eccetera ricavandone assunti ideologico/sociali: potrai anche farlo, ma sarà come gustarsi una notte stellata con gli occhiali da sole.
    @Capello
    E’ ovvio che nessun immaginario è innocente; ri-cito Wilde: tutta la cattiva poesia è sincera. Cià acclarato, quel che mi sembrava “schedante” barra pedante nel tuo post era la pretesa aprioristica d’etichettare McCarthy come scrittore “di destra”; tu te la senti d’incastrare in tal modo un immaginario ricco come quello dello scrittore americano? Il suo linguaggio? La sua prosodia? Le sue grandiose scene naturali? I suoi paesaggi esteriori ed interiori? Le sue lande? I suoi disastri? Le sue miserie? La sua visione? La sua anima insomma? A me sembra voler chiudere un falco in una gabbia per canarini.
    ps: riguardo NON E’ UN PAESE PER VECCHI, non me ne può fregare di meno la visione del Messico che ne viene fuori; m’interessa invece che sia il romanzo più scarso di McCarthy. Anzi a dirla tutta, UN SACCO di pagine in McCarthy sono scarse – e per scarse intendo ripetitive, enfatiche, retoriche, anche semplicemente noiose o banali; ma poi arriva il lampo, la riflessione, lo squarcio che non t’aspetti, arriva il bene-maledetto colpo d’ascia; per questo e per nessun altro motivo credo valga la pena leggere le sue opere.

  63. egli il 15 febbraio 2010 alle 21:07

    forse il problema nasce dalla nostra paura di immerdarci. siam poi gente molto schizzinosa, noi compagni. bah, io ci ho provato: ho comprato il quotidiano fecale e coprolalico (dura fatica e ribrezzo l’averlo fatto e ammetterlo) per ben tre volte. e… che vi devo dire? provate a confrontare le cosiddette pagine pagine culturali della repubblica o del corrierone con quelle del giornalaccio letame ( parlo solo di quelle ) e poi ditemi dov’è che bazzicano i fiori più vivi.
    stiamo attenti, compà
    ciao

  64. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 21:41

    maciochi,
    sarei disposto a crederle se solo le pagine dei quotidiani non fossero costantemente proditoriate da chi non aspetta che l’occasione per appropriarsi di ogni autore moderno o contemporaneo e volgerlo dalla propria parte politica.

    purtroppo a compiere questi atti di onnivora misinterpretazione, da un pò di anni, è più propensa la nuova destra.

    persino marx diceva che uno scrittore reazionario come balzac poteva essere più moderno di un naturalista francese.

    la sinistra non ne fa una questione di scuderia. non interessa completare l’album panini degli scrittori. è abituata al confronto con l’Altro.

    come ha scritto già qualcuno, celine o pound si leggono ma con discernimento.

    per quanto mi riguarda, baudelaire potrebbe continuare a stare a destra, ma dopo la lettura che ne dà giuseppe montesano nella sua monografia stenterei a crederlo.

  65. made in caina il 15 febbraio 2010 alle 21:50

    Macioci, scusi…

  66. schillo il 15 febbraio 2010 alle 22:54

    finalmente, grazie a questo post, al commento di vitt e altri, un po’ di verità sul caso Consolo.

    E cioé non soltanto Evola e Pound, ma dissenso politico, sull’attualità politica del nostro Paese. Da uno scrittore che vende milioni di copie e diventa un fenomeno mediatico come Saviano, ci si aspetterebbe più senso di responsabilità, il buonismo e la “democrazia” super partes non sono giustificabili, visti i tempi bui in cui viviamo. Sembra che oggi soltanto dai settantenni possa arrivare un po’ di senso della realtà e di responsabilità civile.

    Ecco come chiudeva il suo “Candido” Sciascia, nel 1977: “ho cercato di essere veloce, di essere leggero. Ma greve è il nostro tempo, assai greve”.

    Se nel 77 era greve, oggi com’è? Gli scrittori contemporanei, e gli artisti in genere,riescono a leggere il proprio tempo? O pensano soltanto a sopravvivere? E se ognuno si chiude, solitario, nella propria sopravvivenza, non c’è appunto quella comunità di cui parla la Santangelo…

  67. lorenzo galbiati il 16 febbraio 2010 alle 03:27

    Andrea,

    Proprio non trovo pezzi nell’intervista di Saviano che siano (tue parole) “una serie di critiche al governo e l’importanza di cose che proprio questo governo vuole mettere in discussione”.
    Non le trovo, perché le timide critiche al governo Saviano le fa mentre loda Maroni e dice che la sinistra fa lo stesso della destra.

    Anch’io sono convinto che si possa “parlare a casa del nemico, a patto che si parli di esplicutamente di politica e si dicano cose che gli danno fastidio.” Non solo sono convinto che si possa farlo, ma credo sia un’occasione preziosa farlo – perchè una cosa è rilasciare una intervista con il preciso scopo di denunciare, dar fastidio, tutt’altro è collaborare con il “nemico”. Di fatto, se si dà davvero fastidio, poi non si viene più intervistati.
    Ma al contrario di te, non trovo nulla di fastidioso per la destra in quel che ha detto Saviano, e mi piacerebbe contare con te le poche critiche fatte al governo e metterle sulla bilancia con le lodi a Maroni e con le critiche fatte alla sinistra per capire quanto sarebbe fastidiosa o, come penso io, interna e utile (involontariamente) alla logica del regime.

    “Il tono pacato non toglie nulla alla chiarezza delle affermazioni.”
    Quale chiarezza delle affermazioni, Andrea?
    Questa è molto chiara:
    “Maroni ha il merito di avere iniziato un’azione indubbiamente più forte di quanto sia stato fatto in precedenza. E sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri degli Interni di sempre.”
    Anche questa:
    “Ho sempre fatto riferimento alla tradizione che fu della destra antimafia. Paolo Borsellino si riconosceva in questa tradizione. E spero e credo che questa tradizione importante sia ancora viva nella base dei militanti, soprattutto nel Sud Italia.”
    Anche questa:
    “È un errore far diventare la battaglia antimafia una battaglia di parte. Bisogna uscire dal luogo comune. Credo lei sappia benissimo che io ho sempre detto, ribadito, sottolineato l’impegno di tanti uomini della destra nella lotta alla mafia. Non solo uomini come Borsellino, ma anche militanti comuni. La lotta alla mafia non è stata e non dev’essere né apparire mai appannaggio di una sola parte politica. Anche perché le mafie non guardano a destra o sinistra, ma soltanto al proprio interesse e all’avvicinabilità dei rappresentanti politici, a qualsiasi livello essi si trovino. La politica collusa non ha colore. In ogni caso, in questo momento moltissimi politici di centrodestra sono coinvolti in inchieste per concorso in associazione mafiosa.
    Lei parla del famoso e contestato “accrocco ” tra i due articoli del Codice penale: il 110 e il 416 bis…
    Sì. E qui vale la stessa cosa che per la sinistra: se la politica vuole dimostrare di fare sul serio, nella sua volontà di lotta alla mafia, deve fare lavorare la giustizia con serenità.”
    E’ molto chiara perché dice in sostanza che la politica è collusa in equal modo con la mafia, indipendentemente dal fatto che sia di destra e di sinistra.
    Possibile che tu non veda che all’interno di questo discorso, di questo modo di argomentare la frase:_”moltissimi politici di centrodestra sono coinvolti in inchieste per concorso in associazione mafiosa” perde di ogni valenza critica? Perché non fa i nomi, e non si scandalizza di casi come quello di Cosentino?
    Ma poco sopra Saviano aveva fatto una delle sue affermazioni più limpide, che da sola (o se vuoi in coppia con le deliranti lodi all’operato di Maroni) dovrebbe bastare a inficiare la tua ipotesi dell’ospite scomodo o fastidioso, questa:
    ““Torniamo a bomba: perché quando è un governo di centrosinistra a condurre la guerra alla mafia gli si riconoscono tutti i meriti, mentre quando lo fa un governo di destra si fanno tanti distinguo, del tipo: è merito della polizia e della magistratura?
    Non sono certo io a operare questo genere di distinguo. Il centrosinistra ha responsabilità enormi nella collusione con le organizzazioni criminali. Le due regioni con più comuni sciolti per mafia sono Campania e Calabria. E chi le ha amministrate negli ultimi 12 anni? Il centrosinistra.”

    Davvero, se Saviano non fa distinguo tra destra e sinistra e non considera oltre alla lotta alla camorra l’operato politico del governo e i comportamenti dei suoi ministri in relazione alle relazioni con la criminalità organizzata, al rispetto della legalità, delle regole istituzionali e della magistratura, alla moralità di leggi che continuano a essere sanatorie e amnistie mascherate per i criminali mi chiedo a chi sia più utile quel che dice.

    Scrivi:
    “Quanto al Saviano super partes. Ora qui c’è un equivoco. Saviano, e non solo lui, ha ribadito che la lotta alla mafia non è di destra né di sinistra. Di questo bisognerebbe prendere atto tutti. Innanzitutto come principio generale. Oppure discuterlo, ma in nome di qualcos’altro che si altrettanto chiaro. Anche questo ho già detto: esistono oggi in Italia lotte che non sono né di destra né di sinistra, ma lotte “democratiche”. Questo non toglie, che esistano poi lotte di sinistra, e che siano altre da queste. E che uno che fa lotte “democratiche” non è che sia super partes, può essere di destra o di sinistra, ma in quel momento combatte assieme anche a gente che ha posizioni politiche opposte.”

    Ma io mi riferivo al Saviano super partes, non alla lotta alle mafie, mi riferivo al Saviano che si fa dire di non essere – lui – nè di destra nè di sinistra, al Saviano che lancia una battaglia solo se è super partes (è lui a dirlo, che vuol far campagne sempre senza alcun colore), e di conseguenza a tutto questo, al Saviano che non fa distinzioni tra destra e sinistra in fatto di collusioni con la camorra o la criminalità organizzata: Andrea, a chi fa comodo questo Saviano?

    Per quanto riguarda poi il fatto che la lotta alle mafie non sia né di destra né di sinistra: questo è un discorso tutto teorico e privo di utilità.
    La lotta
    -per la legalità
    -per il pluralismo dell’informazione
    -per il rispetto delle regole e degli organi di garanzia
    -contro la disoccupazione
    -per il diritto allo studio e alla salute
    -per la sicurezza dei cittadini
    -per i diritti civili
    -per i diritti della persona
    e potrei andare avanti a lungo: queste lotte sono di destra o di sinistra? Sono lotte che sottoscriverebbe chiunque di destra o di sinistra, finchè restano lotte delineate in modo generico ed astratto. Sono tutte lotte di democrazia, di civiltà.

    L’essere di destra o di sinistra non lo si vede da ciò che ci si prefigge in teoria, ma dagli strumenti che si usano per arrivare a ciò che si prefigge, dal percorso che si compie e da dove si arriva.
    E questo solo per stare sul teorico.
    Se poi entriamo nello specifico (e mi sembra strano dire a te queste cose) dell’Italia, e scendiamo su un piano di fatti concreti, non stiamo forse parlando di un paese in cui le lotte per la legalità, il rispetto delle regole (a partire dalla Costituzione) e della magistratura sono lotte che non sono più patrimonio democratico di tutti ma sono diventate, dalla scesa in campo di Berlusconi, dal primo tentativo di colpo di spugna sventato da Scalaro 15 anni fa, solo lotte di sinistra, di quella sinistra che è dovuta scendere in piazza prima con i girotondi e ora con il Popolo viola e si è pure fatta partito (l’IDV) dato che la destra non sa che farsene del rispetto delle regole, della magistratura, della legalità e con i criminali ci va a braccetto (oltre a dargli ora dei processi “brevi” che garantiranno a molti di loro l’impunità)?

  68. AMA il 16 febbraio 2010 alle 04:24

    Io questo dibattito francamente non lo capisco. Non ho mai considerato Saviano un intellettuale di sinistra. Per ragioni che non perderei il mio tempo a tentare di spiegarvi. Credo inoltre che Saviano solletichi molto l’elettorato leghista e quello di certa non collocabile destra italiana. Di sicuro uno scrittore cosi’ popolare parla a tutti e lo fa dalla maggiore casa editrice, notoriamente a vocazione generalista.

    Ad oggi non ho ancora capito cosa Saviano abbia denunciato esattamente.

  69. AMA il 16 febbraio 2010 alle 04:31

    E’ possibile che nessuno di voi sappia se Saviano stia lavorando ad una nuova docu-fiction? Col suo secondo romanzo dovremmo capire tante cose. Cominciare finalmente a storicizzarlo.

  70. fuoco fatuo il 16 febbraio 2010 alle 09:09

    Considerazioni sparse. Premesso che non ho letto tutti gli interventi…tra gli autori citati da Saviano nell’intervista qui non ne sono citati due, uno più scontato Julius Evola e l’altro di gran lunga pù interessante Carl Schmitt che ci porterebbe al discorso di sovranità e decisione e come possano essere intese nel Sud Italia, dove la sovranità dello stato è sempre più impalpabile e la decisione e quindi la sovranità è stata presa da altri…cioè dalle mafie. attenzione non è un caso che la politica repressiva la syia facendo Maroni..che è un leghista e non ha base elettorale al sud…
    poi per la citazione di questi autori nell’intevista a “Panorama” è una questione di buon gusto, lì magari ne avrei citati altri e quelli su menzionati li avrei menzionati in un intevista al “Manifesto” o giù di lì.
    Un’ultima osservazione…che male c’è a pubblicare da Mondadori..ma anche lì è una questione di gusto prima che politica. Certo il rischio di pubblicare per Mondadori di scrivere per la Repubblica e L’Espresso..insomma di essere amico di tutti è quello di diventare un santino trasversale…alla Padre Pio.

    • jan reister il 16 febbraio 2010 alle 11:29

      fuoco fatuo scrive:

      che male c’è a pubblicare da Mondadori..ma anche lì è una questione di gusto prima che politica. Certo il rischio di pubblicare per Mondadori di scrivere per la Repubblica e L’Espresso..insomma di essere amico di tutti è quello di diventare un santino trasversale…alla Padre Pio.

      Le tue osservazioni sono qualunquiste e di estremo cattivo gusto.

  71. AMA il 16 febbraio 2010 alle 10:01

    A Saviano piace massimamente essere diventato un santino trasversale. E non rinuncera’ mai a questa sua vocazione.

    Mettendo da parte il caso Saviano… Il problema se pubblicare o meno per Mondadori resta. Trovo comunque che in linea di massima quasi tutte le casi editrici adottino la stessa politica editoriale, in maniera piu’ o meno radicale. Piccole o grandi che siano. Ma questo e’ un altro discorso.

    • jan reister il 16 febbraio 2010 alle 11:31

      AMA scrive:

      A Saviano piace massimamente essere diventato un santino trasversale. E non rinuncera’ mai a questa sua vocazione.

      Vedo che ti accodi, evidentemente al tuo livello.

  72. AMA il 16 febbraio 2010 alle 10:05

    Insomma… Se ti rifiuta Mondadori con buone probabilita’ ti rifiutera’ anche Ponte alle Grazie. Manca una vera proposta culturale alternativa.

    Buona giornata.

  73. francesco pecoraro il 16 febbraio 2010 alle 10:08

    scrive macioci
    “Anzi a dirla tutta, UN SACCO di pagine in McCarthy sono scarse – e per scarse intendo ripetitive, enfatiche, retoriche, anche semplicemente noiose o banali; ma poi arriva il lampo, la riflessione, lo squarcio che non t’aspetti, arriva il bene-maledetto colpo d’ascia…”
    va bene, però in *Suttree* il “colpo d’ascia” è talmente raro che prima che arrivi, il libro l’hai bello che chiuso (per non riaprirlo mai più).
    insomma dipende pure da quanto devi camminare nel bosco prima di trovare una radura: la vita è breve.

  74. AMA il 16 febbraio 2010 alle 11:15

    Solo un appunto ad Evelina Santangelo…

    Mi pare che Pasolini e Calvino siano due autori minori rispetto ai loro contemporanei nel mondo. Sono cosciente pero’ della primaria importanza storica di questi due autori nel panorama italiano. Resta il fatto che definirli come “irraggiungibili” mi pare eccessivo. Significa quasi sminuirli.

  75. Enrico Macioci il 16 febbraio 2010 alle 11:33

    @Pecoraro
    io spesso mi trovo sul punto di rinunciare con Pynchon, ma ho una deformazione che m’impedisce di non terminare un libro iniziato. L’unico che sinora mi ha respinto (ma ritenterò): L’URLO E IL FURORE.
    Riguardo la discussione torno a chiedere: ma davvero Saviano è figura intellettualmente rilevante al punto tale da imbastirci sopra dibattiti che consumano molta più intelligenza di quanta lui ne muova?

  76. andrea inglese il 16 febbraio 2010 alle 11:48

    caro Lorenzo,

    scusa ma i tuoi interventi sono molto lunghi, quindi non posso mettermi a risponderti su tutti i punti, ma cerco di andare a quelli essenziali.
    Il signor Marco Travaglio, che da anni tallona Berlusconi su tutte le questioni di riciclaggio, corruzione, rapporti con la mafia, NON è un uomo di sinistra. Allora mi spieghi questa semplice fatto che contraddice il tuo teorema secondo cui la lotta alla legalità non può interessare la destra. Il problema è che la destra gangsteristica e razzista ha, oggi, egemonizzato ogni altra destra in Italia, la destra imprenditoriale, i residui di destra liberale e repubblicana, ecc.

    Che Saviano abbia scelto di fare questo tipo di lotte “democratiche”, è corente con quello che è l’argomento che da sempre lo ha interessato. Che la sua formazione sia di sinistra emerge dal libro stesso che ha scritto. Che qualcuno abbia poi visto in Saviano l’intellettuale che doveva salvare la sinistra, o lo scrittore campione delle lotte di sinistra, ha preso semplicemente un abbaglio. Ma sono fatti suoi. Il problema italiano è il solito, prima si vuole a tutti i costi l’idolo. Ma una volta che l’idolo è stato eretto, una buona parte muore dalla voglia di abbatterlo. Saviano è stato estremamente efficace su uno dei problemi maggiori del nostro paese: la criminalità organizzata. E’ stato efficace, a mio parere, nel libro che ha scritto. E nel modo in cui ha portato avanti le sue idee dopo il libro. Ma è inutile attribuire a Saviano prerogative che non ha. Ci sono decine di altri scrittori a piede libero che si dicono di sinistra. Si guardi un po’ all’insieme, e non solo si faccia microscopia di uno.

    Infine, se dovessi fare una critica a quell’intervista, sarebbe nel senso di quanto ha detto nel suo commento fuoco fatuo. Sul manifesto parlerei di Céline, su Panorama di Fortini o Adorno. Sempre nell’ottica dell’ospite ingrato.

  77. véronique vergé il 16 febbraio 2010 alle 12:00

    Ho riletto una pagina di Roberto Saviano ieri, nonostante l’emicrania che mi aveva ridotto a niente (del suo libro la bellezza e l’inferno); molte pagine di questo libro hanno per me un potere consolatore, nel senso che trovo un senso all’arte, alla speranza, alla bellezza che smorza le parete di una camera.

    Scrivere è resistere, è fare resistenza.

    Col tempo ho capito che potevo essere davvero fastidioso e odioso per coloro che detestano il mio modo di scrivere, di essere e apparire. Coloro che vorrebbero che mi nascondessi, che fossi più discreto , che non mi presentassi nelle università o in prima serata in Tv.

    Quando qualcuno mi referisce che ricevo attacchi da alcuni giornali , da certi personaggi o programmi televisivi, so di aver agito bene.

    Sono citazioni del libro, credo la migliora risposta a quelli che provano invidia…

    Aggiungo che aspetto un articolo di Roberto Saviano su Nazione Indiana
    che faccia rottura al silenzio.

    Roberto Saviano è anzitutto un autore di qualità, basta leggere Le contraire de la mort da cui lo stile conciso splende al centro della nostra umanità: nella più grande dolore emerge la coscienza che siamo vivi, sensibili all’amore e alla musica anche terribile del mondo.

  78. francesco forlani il 16 febbraio 2010 alle 12:22

    carissima Evelina, innanzitutto grazie, e te l’ho già scritto, per essere riuscita, come qualche settimana fa Helena, a identificare dei piani non soltanto logici, ma direi innanzitutto politici in cui inquadrare, mettere a fuoco, questioni che altrimenti sarebbero rimaste confinate nel talk show druattagoscia che ha impallinato le migliori menti della nostra generazione. L’unico vizio di forma riguarda il cappello – e sai quanto io ci tenga a questo- che orienta e in qualche modo depista il lettore. E infatti molti dei commenti che sono seguiti hanno eseguito ad arte il solito coro “a cappella” di rimproveri e insulti – più o meno espliciti- a roberto saviano reo sicuramente di aver restituito alle lettere una funzione, attivamente politica della scrittura fino ad allora confinata nei meandri e sottoboschi delle fantastiche polemiche letterarie dei premi o del cronico non capire una mazza degli editori rispetto agli autentici geni incompresi della nostra letteratura. Che la cappellata porti indirettamente la firma di Travaglio, la cosa non mi stupisce più di tanto, ma che ad avallare certe posizioni si tiri in ballo Vincenzo Consolo, lì un po’ mi brucia soprattutto per i termini in cui se n’è scritto e parlato e per il modo in cui uno scrittore che amo, come Consolo, si sia prestato al gioco.
    Come si diceva al telefono con un’amica, qui si confonde partecipazione politica e quindi anche presa di posizione, con una logica dell’appartenenza, come fanno i puristi del pensiero tra l’altro citati nel famoso cappello, che un giorno si svegliano e via facebook s’inventano la domanda chiave che risolverà tutte le Grund Fragen – ma dovremmo dire Grundig Fragen- ovvero se Roberto Saviano sia dell’Inter o del MIlan, a prescindere da ogni considerazione più generale sullo sport e in particolare sul calcio. Se il ministro degli interni Maroni a detta delle forse impegnate in prima linea sul fronte della criminalità organizzata sta facendo un buon lavoro in quel campo, perché prendere atto di questa cosa e gioirne equivale automaticamente ad appartenere al governo di cui quel ministro è espressione?
    Ma togliamoci il cappello, per un attimo, e torniamo al nervo scoperto che Evelina ha descritto così minuziosamente. Quando ho terminato la lettura chissà perché mi è venuta in mente una delle più belle immagini letterarie e filosofiche, che una parola potesse contenere: comunità invisibile, impiegata da Schleiermacher ( che no ricordo, sinceramente, se tifasse Lazio o Roma) e che a mio parere, proprio per la sua dimensione universale e comunitaria, dovrebbe accogliere molto meglio di “intellettuali”, milieu/ambiente letterario, azioni e soggettività culturali, in sto cazzo di mondo.
    Una dimensione che nel passato scrittori scomodi come un Malaparte, per citarne uno, hanno assolto garantendo alle proprie narrazioni quella dimensione di libertà e soprattutto di critica, che in altri casi, e nonostante gli schieramenti telefonati non erano riusciti ad ottenere. Ragionare di letteratura, insomma, lasciamolo fare ai ragionieri della penna, che vi diranno per filo e per segno ogni segreto del marketing e della Comunicazione Generale, e le considerazioni blasé, ai disincantati cinici, che alla prima manifestazione dell’anima sbuffano e dicono, sì, poesia, della poesia mais bon! Alla letteratura e soprattutto agli strumenti che la letteratura si sta riprendendo e questo grazie a Roberto Saviano, non chiedete altro che opere, opere di bene s’intende.
    effeffe
    ps
    una domanda per tutti. Qualcuno mi può ricordare che cosa sia successo nella letteratura italiana – e parlo della capacità di agire sul reale e non di alludere ad esso- nei vent’anni che hanno preceduto l’uscita di Gomorra?

  79. Gertrude il 16 febbraio 2010 alle 12:44

    jan reister, mi permetto di segnalarle, sempre di AMA, anche questo:

    “Ad oggi non ho ancora capito cosa Saviano abbia denunciato esattamente”.

    Fortunatamente non ha molta importanza che AMA non abbia capito: ho idea che molti altri abbiano capito che la Camorra non solo ha capito, ma ha capito benissimo.

  80. sp il 16 febbraio 2010 alle 13:49

    @ Inglese (e Saviano e tutti)

    la lotta per la legalità è sempre filo-governativa.

    Se tutti sono tenuti ad agire nel rispetto della legge, allora siamo tutti tenuti a rispettare le leggi emanate dal governo, che è l’organo che le propone e che, di fatto, nel nostro sistema pseudo-democratico, dove il parlamento è svuotato delle sue funzioni, le delibera.

    Se applicassi questo principio retroattivamente, molti degli eventi del passato si sarebbero svolti in maniera differente. La resistenza, ad esempio, grande atto di disobbedienza e di sovversione, non ci sarebbe stata.

    Paradossalmente, ogni opposizione al governo si dovrebbe mantenere all’interno dei paletti fissati dallo stesso governo, conducendo ad una impasse senza sbocco.

    Se i migranti di Rosarno ne avessero fatto il loro principio guida: a) non sarebbero dovuti neppure trovarsi lì, ma espulsi in quanto clandestini; b) non avrebbero imposto al mondo la loro condizione, che si è resa pubblica grazie al loro atto di forza, decisamente fuori-legge.

    Quando si sono imposti all’attenzione dell’opinione pubblica gli operai dell’Alcoa? Quando se ne sono infischiati delle leggi e hanno “sequestrato” i dirigenti, costringendoli ad assistere alla loro assemblea.

    La stessa cosa si potrebbe dire per l’occuppazione di scuole o di altri edifici pubblici o di case (Art 633 Codice Penale), o nei casi di interruzione di pubblico servizio per sciopero o per blocco stradale …

    Avete però ragione ad affermare che la lotta per la legalità non è di sinistra: la sinistra non l’ha mai fatta propria, ben sapendo che in certe condizioni è normale agire contro la legge. A meno che, certo, non intendiate per sinistra il PD e formazioni simili. Anche in questo caso, però, rammento che il Governo D’Alema, primo in Italy, decretò l’affossamento totale dell’Art 11 della legge delle Leggi (Costituzione), bombardando la ex-Jugoslavia (e facendolo, tra l’altro, in barba alle stesse leggi internazionali).

    Chiedere a un mafioso di rispettare la legge (o a un politico colluso, o a un agente segreto) è semplicemente stupido. Essendone fuori per statuto, perché mai dovrebbero rispettarla? Se la rispettassero, non sarebbero tali. E dunque non avrebbe senso richiamarli al rispetto. La lotta per la legalità è un contro-senso logico.

    Chissà perché, ho la sensazione che sia la classica parola d’ordine che si ritorce contro chi non ha potere. Un po’ come accade per la parola d’ordine della non-violenza: lo stato mantiene il monopolio della violenza, agli altri non è dato neppure difendersi …

    Fortunatamente la storia, nel suo procedere a scossoni, se ne infischia delle leggi e delle parole d’ordine. E c’è sempre un momento, nella storia, dove chi è senza potere s’impone: dalle banlieues francesi a Rosarno d’impone con quello che trova di fronte, legge o non legge.

    [sul resto della discussione non ho più nulla da dire]

    sp

  81. Andrea Garbin il 16 febbraio 2010 alle 14:59

    mamma mia ragazzi che pippe di commenti… e chi riesce a leggerli tutti,
    avendone letti solo una parte mi pare di leggere tante parole inutili e poche interessanti (non fraintendete).

    Scusate ma a 27 anni chi rifiuterebbe di pubblicare un libro d’esordio con Mondadori? penso davvero pochi. Difficile dire no, giusto? Anche trattandosi di un libro come Gomorra.
    Il perchè non abbia rifiutato ce lo deve dire lui, sempre che voglia. Il fatto (non quotidiano) semmai è, come qualcuno qui ha già scritto: perchè Roberto continua in mondadori, ora che ha il potere (forse) di rovescare il tavolo?
    Questa cosa va avanti da tempo, avrà bene i suoi validi motivi?
    Su due cose qui lette però non concordo:
    1) se Helena scrive che Mondadori e Libero non sono la stessa cosa, ha ragione e anche torto. E’ vero che sono due ambienti differenti e che ci lavorano persone diverse e che si fanno cose diverse, ma è anche vero che quando si trattano certi temi e si va contro certi “sistemi” è alquanto banale pubblicare per un editore che fa capo a qualcuno che è presunta parte del sistema stesso o di un sistema affine. Resta anche da dire che oggigiorno è piuttosto difficile pubblicare, senza finire nella piccola editoria, non per Silvio. Se non sono suoi gli editori, forse sono sue le rotative.
    2) qualcuno ha definito scomodo Gomorra. Ma x chi? Forse per Saviano. Non certo per Mondadori. I libri scomodi semmai sono altri, e Mondadori di certo non li pubblica. Io personalmente, senza mettere in dubbio il valore del libro, non vi ho trovato nulla che già non si sapesse. (i cinesi e l’abbigliamento? a pochi passi da casa mia sono anni che ci sono e i carabinieri nulla possono sennò gli industriali storcono il naso; la mafia sul garda? e chi non lo sa qui; i carichi di cadaveri dei cinesi? torniamo a leggere Verne, trattava l’argomento anni e anni fa. non ricordo il libro ma se volete vado a cercare l’ebook nei meandri del mio pc).
    comunque, a parte queste bazzeccole, per fortuna ho avuto la fortuna di conoscere scrittori che rifiutano mondadori o che proprio non ci andrebbero mai. sarebbe bello e logico che anche Saviano lo facesse presto o tardi.

  82. lorenzo galbiati il 16 febbraio 2010 alle 15:10

    Caro Andrea,
    su Marco Travaglio che contraddirebbe il mio teorema mi pare ti sia … contraddetto da solo quando hai ammesso che la destra gangsteristica, ossia quella reale, ha inglobato i residui dell’altra, liberale e repubblicana.
    Infatti, che Marco Travaglio abbia una formazione di destra (liberale) lo sappiamo tutti. Ma vota il centro-sinistra da anni, e lo dichiara pubblicamente. Di fatto, è di centrosinistra, pur considerandosi una persona di destra. E questo spiega tutto: la lotta alla legalità in Italia denota tutte le persone che si oppongono al regime berlusconiano (che siano di sinistra tout court o di formazione di destra che stanno a sinistra poco importa), a quella che io ho chiamato la “destra”.
    Che poi la destra liberale, repubblicana, missina (aggiungo missina, rispetto a te: è di quella che Saviano tesse le lodi in funziona antimafiosa) fosse, sia nei suoi rappresentanti politici, sia nella base del suo elettorato, antimafiosa e per la legalità, è tutto da dimostrare. Quanto meno, credo di poter dire che il concetto di legalità che sostenevano non era a 360 gradi.

    Su Saviano: io non giudico i suoi libri, e non mi interessa affibbiargli una appartenenza. Per me potrebbe anche essere di formazione di destra alla Travaglio e nulla cambierebbe. Giudico il suo modo di porsi verso il regime berlusconiano: lo giudico sbagliato, controproducente per chiunque abbia a cuore la battaglia per la legalità, il rispetto delle regole ecc. e anche, di conseguenza la battaglia alla criminalità organizzata che così bene combatte nei suoi libri. Non sono certo io ad averne fatto un idolo, non credo di aver speso che poche parole di stima (per la persona e il suo lavoro, sempre criticandone la scelta, ripetuta, dell’editore) e di simpatia per lui. Questo per sobrietà mia e per spirito critico: prima che una persona diventi un idolo per me deve arrivare agli 80 anni di vita da idolo ;-) Per il resto, pare proprio che abbiamo letto due interviste diverse, o che su Saviano abbiamo due modi estremamente diversi di valutare le interviste, perchè di scomodo per Panorama quell’intervista aveva poco o niente, e di certo meno di tutto il restante “comodo”. Ma pazienza, non si deve per forza essere d’accordo. Anzi, se ti son sembrato troppo aggressivo su questo tema scusami se puoi considerando che solo ora mi sta passando l’incazzatura per quell’intervista, che ho letto due giorni fa.

  83. francesca matteoni il 16 febbraio 2010 alle 15:42

    Arrivo tardi e non riesco a leggere tutti i commenti – però, anche dando una rapida scorsa, resto un po’ perplessa da come spesso l’attenzione si sposti dalla figura di scrittore oggi in Italia al solo Saviano (sebbene citato da Evelina non mi sembra che fosse lui l’oggetto di questo televoto), così come l’indottrinamento si confonda con la capacità di generare pensiero che dovrebbe essere, credo, insita nella letteratura. Mi sento molto d’accordo con quanto dice Francesco Forlani sulla differenza tra partecipazione politica e logica – pressante – dell’appartenenza, così come sul fatto che sempre di più quando ci si confronta con l’opera mancano gli strumenti per contestualizzarla, come mi pare sottolinei Alcor. Partendo da questi due punti e cercando di rispondere alla questione sollevata da Evelina – cosa ci fa lo scrittore qui – la prime cose che mi vengono in mente sono semplici o forse non sono più tali: non si scrive perchè si è di destra o di sinistra o del Partito del Gamberetto, ma perchè si ha qualcosa da dire, qualcosa che ci appare necessario e che possibilmente sia maturato in noi, che possa essere capace di parlare ad un tempo umano e di generare pensiero. A quel punto, per quanto sia utile sapere chi è lo scrittore, la cosa principale è sempre il rapporto che si crea con un libro, quanto l’opera riesce a liberarci da ogni appartenenza precostituita, scardinare le nostre certezze, provocare riconoscimento dove non ce l’aspettavamo, insomma farci pensare. Di libri che diano solo conferme, credo non ne abbia bisogno nè chi li scrive nè chi li legge. Probabilmente non capisco nulla come al solito, ma quello che vedo intorno nel mondo letterario italiano è spesso solo la riproduzione stanca di ciò che avviene nel resto dell’universo mediatico – l’importanza del personaggio (lo scrittore), sia per essere difeso ad oltranza che attaccato senza remore, forse perchè è più semplice confrontarsi con una figura umana visibile, mortale e senz’altro fallace, che non come dice si faceva un tempo, aprire la prima pagina del libro e proseguire fino alla fine. Il ruolo della letteratura oggi forse dovrebbe essere solo questo – tornare ad essere fatta di libri nei quali trovare una voce o le voci degli esseri umani. Perchè tutto quello che dice Saviano in un’intervista è il pensiero opinabile di Roberto Saviano, ciò che può esserci in un suo libro, così come nel Viaggio al termine della notte o nel faticosissimo Pynchon, riguarda tutti – è la fatica della parola, la fatica di mettere in discussione se stessi, non l’autore. Uno scrittore/lettore può solo scrivere/leggere, senza sconti per se stesso o il mondo, quello di cui può parlare. Un essere umano, indipendentemente dal suo lavoro, può solo vivere come meglio sa – in quella parte della storia dove non si lascia il nome, ma ci si esercita, umilmente, all’errore, all’ascolto, al lavoro su se stessi e all’altro.
    Su una cosa dissento con il pezzo di Evelina: per come la vedo io l’Italia non ha perso se stessa, è sempre stata solo un’idea sulle carte geografiche – il processo di disgregazione – o di mancata coesione – c’è sempre stato, solo che ora siamo alla decomposizione.

  84. georgia il 16 febbraio 2010 alle 15:42

    prima di tutto questo linciaggio di saviano lo trovo oltremodo sgradevole e quasi fascista.
    Saviano ha scritto un bellissimo ed anche importante libro, certo ad alcuni può non piacere ed è legittimo criticare, ma qui mi sembra si esageri veramente.
    Detto questo vedo che molti parlano di lotta per la legalità, a me la parola non è che piaccia molto perchè tutto sommato vuol dire tutto ma vuol dire anche nulla, io preferisco lotta per la giustizia, per la democrazia, per la difesa della carta costituzionale, per l’eguaglianza, lotta contro la criminalita ecc.
    Lotta per la legalita vuol dire solo rispettare le leggi e stop. Ora la legge dice che bisogna denunciare un clandestino … beh io non lo farei mai … sono forse da condannare perchè non lotto per la legalità?
    Il desiderio di essere così radicali intransigenti e sempre desiderosi di epurazione ci sta portando su un piano molto scivoloso e pericoloso.
    E anche l’uso strumentale a tutti i costi della letteratura in politica è pericoloso, molto pericoloso.

  85. made in caina il 16 febbraio 2010 alle 16:01

    georgia,
    nessuno sta linciando saviano

    se parla di giustizia allora che la giustizia sia portata fino in fondo !

  86. andrea inglese il 16 febbraio 2010 alle 16:11

    a lorenzo,
    in effetti non siamo d’accordo, ma io ho risposto a te perché le tue critiche – anche se non le convidido – mi sembrano espresse in modo decente;

    a sb
    c’è sinistra e sinistra; la sinistra extraparlamentare è stata quella che ovviamente più di tutte, in varie occasioni, ha fatto l’apologia dell’illegalità; ma in fondo anche il PCI storico, almeno fino a quando pensava ancora all’idea di una rivoluzione possibile; questa è la genuina matrice marxiana; nel tempo però si sono viste varie difficoltà; ogni rivoluzione abbatte la legalità, per istaurarne una diversa e più giusta; quindi la legalità non è eliminata dall’orizzonte marxiano; le posizioni però più radicali e libertarie rinnegano qualsiasi forma di legalità, e quindi di strutture statali, con corpi di polizia, ecc. sennonché questa è una posizione per me indifendibile;

    sono poi d’accordo che la sinistra si posizioni in termini dialettici nei confronti della legalità; ma questo lo ha potuto fare quando era sufficientemente forte in termini di rapporti di forza, che non è il caso oggi, come un piccolo sguardo al mondo del lavoro mostra bene; e quindi? Quindi è inevitabile in questa fase passare per una lotta contro l’illegalità politica e organizzata. Le varie organizzazioni criminali italiane sono infatti un sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo allo stato puro – senza neppure i minimi baluardi che la storia del movimento operaio ha lasciato in eredità a questo nuovo secolo.

  87. andrea inglese il 16 febbraio 2010 alle 16:21

    Mi rendo conto che è impossibile in poche righe fare un discorso chiaro sulla legalità, la lotta alla criminalità organizzata, e la sinistra nelle sue diverse tradizioni…

    ma faccio un solo esempio per mostrare come certi atteggiamenti si portaino dietro una contraddzione irrisolta: Genova 2001; alcuni gruppi che sostenevano posizioni estremamente radicali, di rifiuto globale dello stato, si sono poi trovati a pubblicizzare i pestaggi della polizia e le torture, hanno sostenuto e seguito i processi fatti ai poliziotti, hanno invocato verità e giustizia;

  88. Evelina Santangelo il 16 febbraio 2010 alle 16:27

    A Francesco (Forlani), che ha sollevato la questione e… a tutti coloro che hanno contribuito a crearla.

    Obiettivamente non capisco. Il cappello, voluto dal Fatto (e non da Travaglio, che si occupa di ben altro), doveva servire solo a riportare in poche righe e senza commenti alcuni aspetti della questione in corso in modo da far capire da dove nasceva il pezzo (che, se no, a molti lettori sarebbe risultato oscuro): chi ha detto cosa rispetto a chi o a quale problema, in generale. (Su questo non ho dubbi, perché ho chiesto espressamente le ragioni da cui nasceva una tale esigenza, di mettere cioè un cappello). Mi dispiace soltanto, e moltissimo, che non sia citato l’intervento di Andrea Inglese. Per il resto, a esprimere un punto di vista («un» punto di vista, non «il» punto di vista «accreditato»), c’è il mio pezzo. Dunque, è ben strano che qualcuno abbia usato il cappello per avviare una discussione sulle questioni sollevate dal pezzo, e la cosa mi dispiace. E mi dispiace soprattutto perché le parole dovrebbero essere la misura della forza delle proprie idee, e non sassolini o pietre o macigni da lanciare addosso all’altro, in base troppo spesso a letture distorte delle parole altrui, a pregiudizi, o ancora ad arroccamenti (da una parte e dall’altra, da una parte e dall’altra, ripeto), con somma gioia di chi nell’opacità delle posizioni e nella confusione ci gode e ci sguazza, brandendo randelli-di-parole contro chiunque si scosti dalle linee guida, disposte una di fronte all’altra come trincee.

    Mi chiedo: è così difficile, mettere da parte i soliti obiettivi polemici o le solite agiografie, per fare un ragionamento, come lo si stava facendo, mi sembra, almeno fino a un certo punto della discussione?
    Se poi pensiamo che quel che dovevamo dire, al momento, l’abbiamo detto, e quel che dovevamo ascoltare l’abbiamo ascoltato, beh, si può anche sceliere per un attimo un pensoso silenzio. Ecco, io personalmente, ho letto tutti, o quasi tutti i commenti, ho cercato di rispondere lì dove mi sembrava che le domande sollevate esigessero delle risposte, (e non si rispondessero già da sé). Adesso vorrei riflettere.

  89. Enrico Macioci il 16 febbraio 2010 alle 16:36

    “Qualcuno mi può ricordare che cosa sia successo nella letteratura italiana – e parlo della capacità di agire sul reale e non di alludere ad esso – nei vent’anni che hanno preceduto l’uscita di Gomorra?”
    Ma: qual è la differenza fra alludere al reale e agire su di esso? DON CHISCIOTTE, per esempio, allude o agisce? LA METAMORFOSI allude o agisce? A me pare proprio che Gregor Samsa, un essere palesemente assurdo, alluda a qualche cosa di molto meno assurdo di ciò che esso è, e cominci a farlo nel momento medesimo in cui si sveglia nel proprio letto, che cominci sin da allora a cambiare per sempre la percezione di ciò cui ferocemente allude. E’ possibile dunque che un’opera letteraria seria alluda senza agire, o agisca senza alludere alla realtà fenomenica?
    Ora, riguardo la domanda in particolare, su due piedi potrei citare parecchie opere italiane degli ultimi vent’anni che, a diversi livelli e con diverse intensità, s’adoperano in una simile duplice tramatura, e nell’elenco GOMORRA non ci sarebbe per un motivo molto semplice; il libro di Saviano bypassa quasi del tutto l’invenzione letteraria intervenendo direttamente sul reale, e ciò comporta necesse come massimo risultato la mera denuncia sociale; e la mera denuncia sociale non interviene sul reale, lo fotografa; non lavora su possibili alternative, non de-forma, in-forma; non produce alterità, ri-produce quel che è già. Ciò che sto cercando di sottolineare è che quasi nessuno dei milioni di lettori di GOMORRA decide di mutare vita – ché questo esigerebbe la presa di coscienza particolareggiata del corrotto potere organizzato in Italia e nel mondo, in tante differenti e credibili maniere (non sto affatto scherzando), dal suicidio alla decisione di farsi missionari passando per una discesa in politica animata da eroiche intenzioni di repulisti socio/finanziario/economico/e-chi-più-ne-ha-più-ne-metta – in seguito alla lettura del libro; e che l’ambizione del libro (seppure era questa l’ambizione di Saviano, e credo in parte lo fosse) di “cambiare il mondo” fallisce, com’è sempre accaduto quando il mondo lo si prende di petto, con rozzezza, usando la penna come un dagherrotipo anziché come un’accetta o un cesello. Il mondo ha necessità d’essere lavorato, scavato, franto, levigato, e la scrittura deve agire come l’acqua sulla roccia, ora precipitando ora corrodendo. Non è che Michelangelo tira fuori il David dal marmo obbedendo alla realtà, no? Michelangelo “sente” che là dentro c’è una realtà a sé, un’ “altra” realtà che in un certo senso rappresenta la continuazione o il perfezionamento o addirittura la spiegazione della realtà quotidiana d’un corpo umano. Uno guarda il David e “vede” la propria realtà corporea e spirituale da un “altro” punto di vista, sente una distorsione prodursi nei propri abituali canoni estetico-cognitivi, una specie di deviazione quasi fisica, come se indossasse un paio d’occhiali graduati male – o magari troppo bene. Per tornare alla metafora dell’acqua, l’acqua di GOMORRA – è questa la mia sensazione, e continuo a ripeterlo da sempre – è paludosa perchè è paludosa la scelta di denunciare tout court il sistema, è paludoso il terreno ove l’autore ha statuito d’edificare la propria dimora di pensiero; non che fosse vietato o sbagliato farlo (e il ragazzo ha avuto coraggio e lo sta pagando), ma non era ESIZIALE, non era DECISIVO, se mi spiego. Il sistema ha continuato e continuerà, e fra dieci anni la percezione che quelli di noi che si documentano e informano avranno del sistema non sarà stata intaccata né in negativo né in positivo dall’aver letto GOMORRA. Per me almeno è così, ma potrebbe anche darsi che io sia – nonostante quello che ritengo di me – socialmente parlando un mostro, un bieco individuo senza veruna sensibilità al bene pubblico, oppure un pazzo solipsista o magari un mafioso inconsapevole, o più semplicemente un idiota (e non nel senso del caro vecchio Myskin). Di sicuro – lo dico per prevenire qualche attacco che su NI può risultare, come ben so sulla mia pelle, d’inesorabile violenza – non sono di destra però. Quello no.
    ps: che Saviano abbia pubblicato e pubblichi per Mondadori mi sembra una riprova (lo so, è banale dirlo ma è pure palese constatarlo) del fatto che il sistema possiede un sistema digestivo stile anaconda, nel quale l’autore di GOMORRA s’è trovato avviluppato senza grandi responsabilità; una volta di più, il modo per uscirne non è l’opposizione frontale ma l’elaborazione, non il braccio di ferro ma l’inganno; e cos’è l’estetica se non un inganno più vero del reale?
    pps: ciò detto, GOMORRA possiede una sua forza e una sua originalità, un suo indubbio ardimento; e quel che più mi pare rilevante è la fascinazione che il Male esercita su Saviano; è questa ambiguità a mio avviso l’asso nella manica della narrazione, l’imprevedibile che aggiunge all’opera un plusvalore.

  90. fuoco fatuo il 16 febbraio 2010 alle 16:39

    @jan reister no l’accusa di qualunquismo no…c’è ancora chi ci casca..e poi le mie considerazione erano pro saviano, se proprio la vogliamo mettere in questi termini, a spronarlo, dato il suo indiscusso valore letterario, che è poi quello che interessa, a liberarsi da equivoci e fraintendimenti…ripeto…non si può essere amici di tutti…se il modello è Pasolini, cosa già discutibile perchè umanamente e storicamente la sua figura è irripetibile, bisogna saper andare fino in fondo e non mantenersi nell’ambiguo, il nemico schmittianamente esiste e non ce lo scegliamo, nell’individuarlo e nel combatterlo ne va della nostra esistenza, del senso di essa, poi se i nemici sono solo i casalesi…allora questo è un altro discorso… ripeto per me la questione del pubblicare con Mondadori, non è un problema, continuare a farlo è una scelta che ha delle sue conseguenze, visto l’assetto editoriale di mondadori, ma ciò non toglie che leggeremo volentieri, dopo questo interlocutorio, il suo vero secondo libro.

    P.S.
    c’è un problema di fondo, che ormai in Italia tutto è inquinato e poi ogni cosa anche i libri (e nell’intenzione dell’autore l’esplicita denuncia di persone e fatti) che Saviano fa e ha fatto, viene disinnescata dalla chiacchiera massmediatica o peggio viene utilizzata come spot dal governo di turno, per questo a una figura come la sua si richiede maggiormente di essere vigile e di fare anche scelte difficili e soprattutto di rifiutare di essere il parafulmine di un’opinione pubblica vile e sempre alla ricerca di un santino o di un capro espiatorio.

  91. BALDRUS il 16 febbraio 2010 alle 16:40

    Mi chiedo spesso come mai questo argomento richiami una discussione così accesa, così partecipata e sofferta; ovvero un argomento per così dire di servizio, coinvolga più della materia prima per la quale costituisce il servizio, cioè i testi stessi. E’ raro che un racconto, un saggio, una poesia o un gruppo di poesie, stimolino una tale partecipazione. Credo, ma non ne sono del tutto sicuro, che il motivo sia in un bisogno di etica, di coerenza. Qualcosa in cui credere, per esempio l’integrità dello scrittore. Se vogliamo, è un retaggio ancora attuale del 68, della partecipazione degli intellettuali al processo rivoluzionario ecc., anche se difficilmente qualcuno può affermarlo, o anche solo ammetterlo. Per questo capisco chi difende Saviano dicendo che non si può caricare su di lui un tale carico simbolico. E’ vero. Ma personalmente non mi stupisce che ci sia anche chi fa un appello perché lui, che è diventato – perché l’hanno fatto diventare – un simbolo di tipo desiderante, prenda una decisione storica e smetta di pubblicare per Mondadori, come gesto di lotta. Significa che c’è bisogno di lotta, c’è bisogno di coraggio, di sacrificio personale in nome di un ideale e di un’etica. C’è bisogno di sincerità. Credo che sia un segno di disperazione sociale, e di paura della solitudine pubblica.

    Ma: così com’è strutturata questo territorio dove si colloca la letteratura, è un desiderio che è destinato a rimanere frustrato. La letteratura dipende dal Mercato. Finché sarà così, ne subirà le regole. Finché esisterà lo scrittore-Scrittore, sarà nel mercato e lì si dovrà muovere, oppure si ridurrà al silenzio. Solo da una riflessione globale sul concetto di letteratura potranno uscirne decisioni possibili che non siano atti di eroismi individuali.

  92. francesco forlani il 16 febbraio 2010 alle 17:02

    scusa Enrico ma perché non provare ad aprire “il gioco”? ovvero a tentare di seguire alcune delle tracce proposte da Evelina con questo pezzo? e poi, ricorda, che il cuore della metamorfosi di Kafka non sono affatto le zampette dello scarafo di GS ma la sua preoccupazione, malgrè tout, di arrivare tardi in ufficio…
    effeffe

  93. Morganthal il 16 febbraio 2010 alle 18:05

    @ evelina santangelo (e pure ad altri se hanno un po’ di buona volontà)

    hai detto

    “Anzi, le dico di più: sempre più spesso mi capita di assistere all’azione di due forze uguali e orientate nella stessa identica direzione:
    1) scrittori sempre più affascinati dall’idea di essere scrittori, prima ancora che dal gesto stesso della scrittura, diciamo, d’invenzione o letteraria, aspiranti scrittori cioè disposti a pubblicare con qualsiasi casa editrice (che spesso finisce per pubblicarli, non diversamente dalle grosse case editrici)
    2) lettori assolutamente indifferenti ai distinguo e alle specificità, Lettori cioè che non scelgono affatto, né si pongono a volte il problema che si possa scegliere anche nel mercato librario cosa leggere. Anche questo è un problema serissimo che implica un groviglio di responsabilità.”

    se non li conosci leggi nell’ordine a questi link, sono un po’ lunghi ma vale la pena qui ci sono tante risposte/idee/interrogativi altri

    http://it.wikipedia.org/wiki/Goldman_Sachs

    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6597

    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6747

    http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=154

  94. Morganthal il 16 febbraio 2010 alle 18:28

    @ evelina santangelo

    hai detto

    “sempre più spesso mi capita di assistere all’azione di due forse uguali e orientate nella stessa identica direzione:
    1) scrittori sempre più affascinati dall’idea di essere scrittori, prima ancora che dal gesto stesso della scrittura, diciamo, d’invenzione o letteraria, aspiranti scrittori cioè disposti a pubblicare con qualsiasi casa editrice (che spesso finisce per pubblicarli, non diversamente dalle grosse case editrici)
    2) lettori assolutamente indifferenti ai distinguo e alle specificità, Lettori cioè che non scelgono affatto, né si pongono a volte il problema che si possa scegliere anche nel mercato librario cosa leggere. Anche questo è un problema serissimo che implica un groviglio di responsabilità.”

    se non li conosci ed hai tempo, sono un po’ lunghi, leggi in ordine, ci sono tante risposte.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Goldman_Sachs

    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6597

    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6747

    http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=154

  95. Enrico Macioci il 16 febbraio 2010 alle 19:02

    @forlani
    Dici: “e poi, ricorda, che il cuore della metamorfosi di Kafka non sono affatto le zampette dello scarafo di GS ma la sua preoccupazione, malgrè tout, di arrivare tardi in ufficio…”
    Verissimo, infatti io avevo scritto: “A me pare proprio che Gregor Samsa, un essere palesemente assurdo, alluda a qualche cosa di molto meno assurdo di ciò che esso è, e cominci a farlo nel momento medesimo in cui si sveglia nel proprio letto, che cominci sin da allora a cambiare per sempre la percezione di ciò cui ferocemente allude.”
    Sull’articolo della Santangelo: ha scritto cose condivisibili, forse sono io che sottovaluto certe questioni ma non riesco proprio ad appassionarmi ai contenitori, forse perchè mi sembra che tutti noi ci troviamo immersi in un meta-contenitore di cui siamo spesso soltanto vagamente consapevoli, e parendomi dunque certe dispute l’equivalente di clamorose litigate fra pesci rossi; mentre m’ostino ad attribuire importanza ai contenuti, perciò ho dedicato un lungo post a un libro come GOMORRA (al contenuto del libro GOMORRA) nonostante lo consideri ampiamente sopravvalutato.

  96. AMA il 16 febbraio 2010 alle 20:13

    La Jan e la Gertrude mi annoiano PROFONDAMENTE.

  97. AMA il 16 febbraio 2010 alle 20:15

    @ Georgia

    Ovviamente condivido quello che hai scritto. E qui non torno. Neanche per i cento…

    :-)))

  98. lorenzo galbiati il 16 febbraio 2010 alle 20:17

    @santangelo, forlani e tutti

    Sono d’accordo con Evelina, che “Il cappello, voluto dal Fatto (e non da Travaglio, che si occupa di ben altro), doveva servire solo a riportare in poche righe e senza commenti alcuni aspetti della questione in corso in modo da far capire da dove nasceva il pezzo (che, se no, a molti lettori sarebbe risultato oscuro): chi ha detto cosa rispetto a chi o a quale problema, in generale. … Per il resto, a esprimere un punto di vista («un» punto di vista, non «il» punto di vista «accreditato»), c’è il mio pezzo.”

    Solo che non ci trovo nulla di strano che, come affermi subito dopo, “è ben strano che qualcuno abbia usato il cappello per avviare una discussione sulle questioni sollevate dal pezzo, e la cosa mi dispiace.”

    Perchè altrimenti la discussione su “Lo scrittore solo (il Fatto Quotidiano – sabato 13 febbraio 2010)Scrittore solo”, questo è il titolo del Post, non si capisce da dove dovrebbe partire: dalla frase di Calvino storicamente decontestualizzata? Allora tanto valeva eliminare i riferimenti al presente e ai fatti!
    Insomma, come dice Francesco, sarebbe stato meglio eliminare il “cappello”.

    Insomma, sarà che io ho una formazione scientifica, ma spesso trovo che si voglia discutere, fare della critica, della saggistica su un binario parallelo, etereo, del tutto o quasi avulso dalla realtà. In invece parto dalla realtà, e quindi come prima cosa ho evidenziato che la sommaria sintesi dei fatti fatta dal Fatto (e vai di ripetizioni!) era secondo me del tutto fuorviante. Poi ho evidenziato che parlare solo di ostracismo nei confronti dello scrittore per i fatti citati era poco, e così ho riportato i link, e ho cercato di dimostrare, anche dopo, parlando con Andrea Inglese dell’intervista di Saviano, non solo le risposte a mio modo di vedere insufficienti di Saviano, ma la tecnica manipolatoria di Buttafuoco che ha il preciso scopo di cooptare ma anche di sbeffeggiare (Saviano e i firmaioli, Saviano e le sparate da lasciare a Fazio), con una violenza e una volgarità viscide.
    Quindi, perché non partire dai fatti?
    Solo per evitare le critiche a Saviano?
    Certo, son d’accordo con te che se uno parte solo con intenzioni polemiche, e usa un linguaggio strabordante non si arriva da nessuna parte, ma non credo questo fosse per esempio il mio caso.

    Ciò non toglie, per collegarmi a Francesco, che da quel cappello dovevano per forza uscire commenti polemici e denigranti verso Saviano, il quale, comunque, entrando in questo discorso può senz’altro essere criticato. Sarebbe interessante sviscerare anche la posizione di Consolo in proposito, visto che il cappello introduttiva l’ha del tutto fraintesa. E anche questo fa parte eccome del tema dibattuto, visto che ci sono due scrittori – due intellettuali – a confronto e che uno di loro, Consolo, dice espressamente di aver fatto un gesto di “opposizione” a Saviano.

    E poi non vedo perché le critoche a Saviano debbano essere ideologiche o all’insegna del richiamo all’appartenenza di sinistra.
    Le mie non sono così per esempio, e credo nemmeno quelle di Consolo.

    Quando Saviano si sofferma sul ministro Maroni e di che è uno dei migliori di sempre nella lotta alla mafia per me sbaglia, punto e basta. Così come sbaglia a circoscrivere il giudizio a un ministro in base al suo (presunto) buon operato nel campo della repressione senza valutare – dandoci il giusto peso – il suo ruolo di leghista, di appartenente al governo, ossia a un regime politico che non solo candida Cosentino, ma che propone una cultura, una visione della società del tutto connesse, o contigue, a quelle dei mafiosi, come mostrano in modo esemplare i comportamenti e i discorsi del capo di quel governo di cui Maroni è ministro.
    Ora, tutto quello che ho scritto non deriva dal “cappello” ma espressamente dal pezzo di Santangelo, quando inizia il capoverso con

    “Invece, quel che oggi possiamo registrare, senza nemmeno voler entrare nel merito specifico delle questioni, va tutto nella direzione opposta: 1) qualsiasi accenno a una divergenza di vedute riguardo, ad esempio, al ruolo e alle responsabilità di uno autore…” ecc.

    Ora, mi chieso come si possa giudicare quel che possiamo registrare se prima non si analizza, appunto, ciò che si regitra.
    Per esempio, non era per niente chiaro che Consolo si è “opposto” a Saviano per il suo bel giudizio su Maroni, e non per le sue letture. Non solo non era chiaro dal pezzo di Evelina, ma dal cappello del fatto sembrava esattamente il contrario.
    Come si fa allora a discutere e a ragionare di quel che succede se manco si è d’accordo su cosa succede?
    Se non si analizzano quelle che la Santangelo ha chiamato accuse di ostracismo e che a me sono sembrate invece accuse ben più viscide e infamanti?

    Ancora: Buttafuoco cerca di tirar dalla sua parte Saviano nell’intervista, cerca in apparenza di non farlo sentire solo, anzi patrimonio di tutti, uno dei pochi democratici autentici né di destra né di sinistra: sono solo io qui a pensare che è proprio questo il modo per isolare, neutralizzare, ostracizzare uno scrittore e un intellettuale attivo in prima persona nel campo della lotta alle mafie? Possibile che qui nessuno si accorga che Saviano accettando senza remore quel giudizio (quell’incoronazione) stia rischiando la sua morte civile?

  99. lorenzo galbiati il 16 febbraio 2010 alle 20:21

    Madonna mia che scempio: mi scuso dei tanti errori presenti nel commento appena postato.

  100. carmine vitale il 16 febbraio 2010 alle 20:46

    sono assolutamente d’accordo con jan reister
    e con forlani mio maestro
    c.

  101. carmine vitale il 16 febbraio 2010 alle 20:46

    sono assolutamente d’accordo con jan reister
    e con forlani mio maestro (delle aperture,visioni diverse,opere si,ma di bene)
    c.

  102. Mario Schiavone il 17 febbraio 2010 alle 17:08

    E’ triste q

  103. Yanez de Gomera il 17 febbraio 2010 alle 17:23

    Io, quelli del cappello “contro Roberto”, li porterei con me a Casal di Principe. Tutti in gita a Casal di Principe.



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