carta st[r]amp[al]ata n.4

15 febbraio 2010
Pubblicato da


di Fabrizio Tonello

Su bambini, da bravi, fate la reverenza

I giornali italiani hanno dei problemi con i felini. Due settimane fa su “Nazione Indiana” ho segnalato il caso dei ghepardi rimpinzati di frittelle di carnevale, oggi vorrei attirare l’attenzione degli amici degli animali sull’incipit di questo articolo di Maurizio Molinari da New York (La Stampa del 10 febbraio): Dopo falchi, tartarughe e orsetti lavatori Central Park vanta anche tre coyotes. I primi ad avvistarli sono stati alcuni studenti della Columbia University. I felini si aggiravano vicino a un edificio all’incrocio fra Broadway e la 119° Strada…. Felini? I coyotes, felini?

Caro Molinari, questo è un felino e si chiama Gatto Silvestro.

E questo invece è un coyote (Canis latrans), ribattezzato Wile E. Coyote.

Il fatto che siano tutti e due della scuderia Warner Brothers e della ineguagliabile generazione di cartoons degli Anni Quaranta non autorizza a confonderli. [A La Stampa adorano i felini]

La notizia più interessante della settimana è però un’altra: la versione italiana di un articolo del New York Times, tradotta (si fa per dire) dal Sole 24Ore dell’11 febbraio. Prima di tutto, occorre complimentarsi con l’anonimo titolista: l’articolo originale di Jack Tierney aveva un titolo un po’ criptico: Will You Be E-Mailing This Column? It’s Awesome mentre la redazione del Sole, dove tengono in permanenza Lucio Battisti al massimo volume, ci mette un poetico Tu leggile se vuoi, le emozioni.

L’articolo riferisce di una ricerca sulla lista dei pezzi del New York Times più trasmessi via mail dai lettori ai loro amici; due studiosi dell’università della Pennsylvania hanno scoperto che gli articoli lunghi sono più distribuiti di quelli brevi e che gli articoli scientifici, a volte anche molto specialistici, sono i più gettonati.

Il problema nasce poche righe più sotto quando il traduttore automatico (eh, sì, al Sole sono ossessionati dalla tecnologia) mette insieme questa frase: i lettori vogliono condividere articoli che ispirano reverenza, un’emozione che i ricercatori hanno deciso di prendere in esame non appena si sono accorti di quanti articoli di scienza figuravano nell’elenco.

Più avanti si legge: Possono ispirare reverenza il Grand Canyon, un’opera d’arte, una teoria grandiosa o una magnifica sinfonia. Uno degli autori della ricerca definisce la reverenza come un’emozione di auto-trascendenza, un senso d’ammirazione e d’elevazione davanti a qualcosa di più grande di sé, un qualcosa che ci fa sentire piccoli in un mondo immenso.

Reverenza? RE-VE-REN-ZA?

Da quando bevo solo caffè decaffeinato ho i riflessi un po’ lenti e quindi sono andato sullo scaffale per vedere se il significato di reverenza che avevo in mente io, inchino o qualcosa di simile, era condiviso dal dizionario. Il Devoto-Oli non ce l’ho più, vittima del désherbage della settimana scorsa, ma ho salvato un Dizionario Enciclopedico Sansoni che, alla voce reverenza scrive vedi: riverenza e qui mi dice: Osservanza rispettosa, ossequio, timore religioso. Il secondo significato è inchino, genuflessione.

Ora, poiché né l’osservanza rispettosa, né l’ossequio, né gli inchini o le genuflessioni possono essere considerati emozioni mi viene il dubbio che qualcuno, da qualche parte, abbia preso una topica marca leone (il copyright è di Primo Levi: la Chiave a stella). E poi: davanti al Grand Canyon scattano l’osservanza rispettosa, l’ossequio, gli inchini, le genuflessioni? Vi concedo anche il timore religioso, non ci siamo lo stesso.

Vado a rimestare nel New York Times dell’8 febbraio e trovo l’originale in inglese, che recita: readers wanted to share articles that inspired awe, an emotion that the researchers investigated after noticing how many science articles made the list. Awe, ecco cos’era. Mi riarrampico sulla libreria e cerco una copia che ho nascosto in doppia fila del dizionario Webster, il quale definisce awe come un’emozione che mescola venerazione, timore e meraviglia. E, in effetti, sentimenti come venerazione, timore e meraviglia insieme ci scuotono, ci fanno tremare le vene ai polsi. Niente a che fare con la reverenza.

A difesa del traduttore automatico Google posso dire che awe non ha un corrispettivo preciso in italiano, soprattutto per la presenza della meraviglia nel significato inglese. Però nulla avrebbe impedito a una matricola iscritta al primo anno di Lingue di usare, in questo contesto, meraviglia per descrivere l’atteggiamento dei lettori del New York Times di fronte a un’articolo di astronomia. O magari stupore, sgomento, soggezione oppure una qualche perifrasi che non facesse pensare agli inchini e alle genuflessioni.

Il Grand Canyon suscita appunto meraviglia e sgomento, una sensazione di essere piccoli di fronte all’universo, non timore religioso, inchini o genuflessioni.

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3 Responses to carta st[r]amp[al]ata n.4

  1. véronique vergé il 15 febbraio 2010 alle 12:46

    Delizioso…
    Un gatto è un gatto…

    A volte provo la traduzione di google e mi sembra un gioco dell’assurdo.

  2. callettino il 15 febbraio 2010 alle 13:57

    … che poi, volendo considerare, “venerare” ci appartiene (a noi umani), fa parte del nostro bagaglio umano, bisogno del sacro, laddove “riverire” è qualcosa che abbiamo acquisito col progresso (google avrebbe un senso qui): una conquista sociale, in cui l’effetto dominanza – sottomissione si esplica senza trovare ostacoli.
    come dire: la natura ci ha creato “liberi”, google ci ha messo le catene. miao miao.

  3. rc il 16 febbraio 2010 alle 13:36


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