da “Prati”

17 febbraio 2010
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Prato n° 147 (magnetofono e proiezione super otto)

Cerchiamo di farla noi, in tutta tranquillità, così ravvicinati, confidenti, un’infanzia, senza drammatizzare. In qualsiasi momento, è di grande utilità, rimbocchiamoci le maniche, un’infanzia nuova, con rigore. È ovvio che ci va di mezzo un bambino, soluzioni alternative non ne esistono, ci andrà di mezzo, anzi mettiamocelo subito, meglio un maschio allora, che le bambine sono più difficili, se si sdraiano sull’erba, e sollevano i loro vestiti leggeri, a fiori. Come quelle fotografate da Lewis Caroll, dai vestiti logori e le facce adulte, per via delle gonnelline quasi rovesciate, di quella pelle troppo dolce, ma le labbra gonfie, come disegnate sopra, del tutto false, da donna matura, nessuno sa come gestire le labbra adulte, sulle gambe dolci, con il gonnellino tirato su, che poi uno le fotografa, come Lewis Carroll, queste bambine, e non sa più perché va a fotografare tutta questa infanzia, proprio tra le bambine, sui loro corpi, appena si sdraiano, e sceglie le facce più adulte, le labbra mature.

Se facciamo un bambino maschio, poi lo piazziamo in mezzo, dentro la sua infanzia, in campagna per forza, lasciamogli quest’opportunità, che ci siano le galline, l’aia polverosa per giocare a pallone, il cane disteso sotto il sole, la montagna di fieno, le cantine e i solai, con dentro i bauli, e nei bauli le divise dell’ufficiale fascista, le scale a pioli poggiate sui muri, la serra in disuso, con molte ragnatele e vetri rotti, i fossi con dentro le rane, i prati con le lumache o le cavallette, i prati con l’erba così alta che uno ci si tuffa, si mette a pancia in giù, con gli steli che pungono la faccia, e dà grandi bracciate, nuotando in mezzo al polline, alle spighe, schiacciando qualche margherita, mangiando addirittura erba, e tirandosi dietro una bambina, vediamo di lasciargli questa opportunità, basta che non si metta sopra di lei a cavalcioni, tirandole i capelli, mordendole il collo, gridando che la farà annegare, mentre un’eccitazione gli scoppia in testa, e non capisce più nulla, sentendo come la bambina si abbandona alle sue sevizie, con la faccia che è divenuta rossa ad entrambi, lui con la schiuma di saliva agli angoli delle labbra, lei delle lacrime lungo le guance, i piccoli ematomi azzurri che le sbocciano sulle spalle, tra le scapole, dove lui tira colpi, con il palmo della mano aperto, o dove lui arriva con la bocca, per poi mordere, questa opportunità è così pericolosa, in fondo, qualche vecchia deve farsi vedere, o cominciare un lamento, o mettersi a gridare davanti alla cucina, che è pronto. Qualcosa deve salvarli dalla loro infanzia, facciamo in modo che ne escano bene, diciamo non così malconci, che lei non sanguini dalla bocca, che lui non si sia di nuovo tolto i pantaloni, per sdraiarsi come morto, tenendola ferma per un braccio, entrambi supini, il sole che ferisce gli occhi, il sesso di lui teso, lei che non parla, straordinaria bambina muta, sempre, perfettamente, come un animale, sotto ogni prova e sevizia, ma capace di calciare a volte, di sottrarsi di colpo alla presa, di fuggire via dal prato. Bisogna moderare questa infanzia, spingendo avanti la vecchia, che esca dalla cucina, la vecchia non vuole avvelenarli, o rapirli, come nelle favole nordiche, ma è bene che siano poco presenti padre e madre, anche perché il padre è morto, il bambino ha un assoluto bisogno di un padre morto, a volte si alza di notte e danza come sul cadavere del padre, ma il padre non è mai esistito, non è quello morto, sono tutte false piste, il bambino è stato messo nell’ignoranza, è nella menzogna che bisogna tenerlo, il padre è lontano o morto, non lo sa bene, gli danno notizie vaghe, la vecchia per lo più dorme o taglia ortaggi, la bambina si fa mordere ma non apre bocca, non riesce neppure a gridare, quando lui davvero perde il controllo, nell’erba, le tira forte i capelli, prova a strangolarla, e lei pare diventare ancora più morbida, tutta più molle, come fosse già slogata, un corpo disossato, di gomma, quando arrivano quelli più grandi qualcosa viene a sapere, diamogli quest’opportunità, senza drammatizzare, qualche sevizia anche passiva, non solo il piccolo torturatore del prato, sei un figlio di bastardo gli dicono, tua madre è una cagna puttana, ma non si deve prendere ciò alla lettera, lui per primo lo sa, nell’infanzia, tutti riversi nell’erba, o si lotta in silenzio, con la testa scoppiata dall’eccitazione, o si dicono cose apparentemente tremende, lasciamoli fare, sono ferite che prima arrivano prima rimarginano, lui neppure ascolta le frasi alla lettera, è lo spirito che conta, è che si calano i calzoni, e lui senza dispiacere ingoia i loro sessi, lo fanno per gioco, non l’hanno mai forzato, anzi si distendono nel prato, in mezzo alle cavallette e ai soffioni, come se nuotassero a dorso, vieni con noi bastardo, prenditi in mano l’uccello, pensa a tua madre, ma scherzano, ognuno impegnato col proprio sesso, e dura molto il pomeriggio, il prato sembra prendere fuoco, allora lui ingoia un sesso, poi l’altro, vuole che gli altri facciano lo stesso, ma è troppo piccolo il suo, loro poi cantano la canzone del bastardo, tuo padre ne riempie un’altra, gli dicono, ma quando arriva Jusuff, che è turco, allora lo fanno nuotare loro, tutti assieme nell’erba, gli fanno mangiare le cavallette e, quando riescono a catturarle, le lucertole, anche Jusuff non parla, lui neppure piange, grida moltissimo, come se gli stessero strappando la pelle, sputa tutto, sputa addosso a tutti i pezzi d’erba, di cavalletta, di lucertola, nell’infanzia le cose vanno veloci, è come se precipitassero, si caricano durante la notte, si accumulano di mattina, come tante sorprese, e poi esplodono nel pomeriggio, il prato sembra prendere fuoco, sarà che l’infanzia è solo d’estate, non possiamo anticiparla o posporla, è proprio nella combustione che bisogna mettere di mezzo il bambino, dove la fiamma è più fitta, alta, tentano di fargli mangiare tutte le cose del prato, a Jusuff, e il bambino fa la sua parte, va a cercare i gusci, le radici, i piccoli sassolini che Jusuff deve inghiottire, anche se quello grida, la vecchia, e tutti gli adulti, anche loro vecchi, sono in cucina, dormono, sono al fresco dietro le persiane chiuse, lasciano che l’infanzia faccia il suo corso, che l’incendio si propaghi, e che tornino a sera, ormai combusti, senza più luce negli occhi, il bambino, sopravvissuto alla sua infanzia, lasciamolo lì, a mangiare la minestra, a buttare a terra i pezzi di carne che non riesce a inghiottire, lasciamo che la vecchia gli parli della madre, dei lunghi viaggi della madre, e del padre, di come il padre è morto giovane e bello, quanto era elegante il padre, e quanto viaggia lontano lavorando sempre la madre, lasciamo che la vecchia gli parli, gli dica qualche parola dolce anche, provi a fargli una carezza, gli posi le mani leggere sui capelli, al bambino, ormai tutto consumato, combusto, che non sa più di esistere, dimentico di sé, avendo tutto bruciato nel prato, a contatto con i sessi degli amici, mordendo la nuca alla bambina, facendo ingoiare fango a Jusuff, si è così ben arroventato, nel nuoto d’erba, perdendo tutto quanto, non avendo più qualcosa da difendere, un proprio nome, una parte sacra del corpo, dei ricordi dolci, nulla gli è rimasto, tutto è stato messo dentro, divorato, violato, non ha più vergogna, nel prato ha perso ogni vergogna, non drammatizziamo, è così che si fa spazio l’infanzia, che fa il suo corso, poi quando finisce, il prato viene sepolto, si getta molta ombra sul prato, manciate di ombra, al posto delle urla afone, si mettono in bocca alla bambina delle frasi semplici, una canzone di coccodrilli, agli amici si mette in mano un pallone, invece dei loro sessi, sempre gonfi, tumefatti, sotto il sole, a Jusuff si dà un sorriso allegro, e si ricordano i dolci che portava di pomeriggio, avvolti in un fazzoletto, quei dolci da mangiare sull’erba, rompendoli in tanti bocconi, per ognuno. In questo modo è finalmente finita, possiamo mettergliela alle spalle, tutta ricordata, mai esistita, la sua infanzia.

[Bortolotti, Broggi, Giovenale, Inglese, Raos, Zaffarano, Prosa in prosa, Le Lettere, 2009]

[Foto da Lewis Carroll Album II – Princeton University Library (libweb2.princeton.edu)]

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9 Responses to da “Prati”

  1. ariel il 17 febbraio 2010 alle 10:48

    variazionee in corpo 11

    Cerchiamo di farla finita noi in tutta tranquillità eppure cosi’ ravvicinandosi, al momento opportuno, drammatizzare l’infanzia che arriverà, ci confidiamo d’esserci rimboccati le maniche. Per arrivare, e di grande utilità, in qualsiasi momento, come le mestruazioni di Carrie, un’infanzia annovera, con rinnovato rigore. E’ ovvio che vi va di mezzo un bambino, soluzioni alternative non ne esistono, mettiamocelo subito in mezzo al prato, a fiori, a leggere “sollevando” vestito. Poi come si fa, come quelle fotograte da Lewis Caroll, da(i) vestiti e le faccia adulte, via lontano dalle gonnelline, dalle erre quasi rovesciate sulla pelle della pronuncia; l’invaso non sono una bocca ma le labbra di una parola adulta disegnate sopra, del tutto false, di più piccolo.

  2. véronique vergé il 17 febbraio 2010 alle 12:30

    Magnifico!

    Ho provato qualcosa che è piuttosto raro quando leggo, il sentimento di uscire del mio corpo e di prendere una forma piccola, vulnerabile, nel miracolo di leggere il testo sotto la pelle della bambina, mentre il testo sembra scritto sotto la luce crudele del maschio.

    Emerge una follia dell’infanzia con corpo a corpo in parole che crescono
    su un piano sensuale di dolore, un punto acuto della scrittura.

    Senza mai descrivere il prato, l’umidità, la vita muta delle erbe che nascondino i giochi della crudeltà, il luogo è l’attore principale.
    Un’ emozione esplosa al centro del
    pomeriggio senza l’occhio del sole,
    una violenza che abita la mente
    e trova la sua esaltazione nel prato della scrittura.

    Grazie.

  3. Giampaolo il 17 febbraio 2010 alle 17:46

    ho rivisto un po’ di quell’infanzia da dottor Zivago, un po’ da Agota Kristof – quel gelo forte di sole, quella crudeltà dei grandi formato bambini, e viceversa – qua, ho letto profondissimi passaggi su quel tempo che di notte pare crescere, accelerare un percorso per tutti come se gli anni lì fossero vissuti in un’apnea dai colori sgargianti e allo stesso tempo confusi. Mi piace molto questo ritratto così senza fiato e con tutto il gioco all’incontrario di un’infanzia.
    Saluti,
    Giampaolo

  4. natàlia castaldi il 17 febbraio 2010 alle 19:14

    Mi piace il modo in cui questo testo vertiginosamente si sviluppa attraverso uno stile metàpoetico ricco di flash ed immagini che sembrano cme diapositive che dal bianco e nero si s-vestono di colori, sensi, profumi, ombre, in cui innocenza e malizia infantili coincidono perdendosi l’una nell’altra, nella scoperta, nella paura, nell’eccitazione, per tramortirsi e tornare indietro ancora stupite, sconvolte nella carezza di una vecchia che pare tranquillizzare un’alter-azione che continua.
    Mi pare però che nel testo ci sia anche altro, come l’ombra di un’assenza adulta, che -forse- ha declinato al corso dell’istinto un suo dovere, ma forse mi sbaglio.

    leggendo “istintivamente” sono tornata con la memoria a una poesia che ho tradotto e che ti lascio.
    ciao

    Istigazione

    Scappiamo, fuggiamo verso i complici
    giorni dell’infanzia. Perdiamoci inermi
    nelle intense vertigini della pelle ancora incerta.
    Confusi, non trovando parole
    per tanto stupore, daremo alle cose nuovi nomi
    in una lingua segreta: come allora.
    Perdiamoci nel grande incubo
    della notte. Nei neri corridoi
    dell’orrore proseguiamo fino a che non ci colga
    -piegati sulle ginocchia- il fedele svenimento.
    Vieni. Guardiamo in ogni serratura
    che si apra a qualcosa di proibito,
    con rito solenne uccidiamo le farfalle di vetro,
    imbrattiamo la seta, strappiamo il tulle
    che vela le magnolie,
    e la disobbedienza sia nostro privilegio.

    Ana Rossetti

  5. andrea inglese il 18 febbraio 2010 alle 00:53

    si vèronique, giampaolo e natàlia

    agata kristof, la crudeltà infantile, l’infanzia come incubo, tutte queste cose fanno parte di questo primo assaggio; ma non si tratta solo di un rovesciamento: dall’infanzia idillio all’infanzia supplizio, vi è anche il movimento rammemorante che entra in gioco, che rende ancor più martellante il ritmo. Ma in definitiva ciò che è stupendo e misterioso è che i bambini quasi non conoscono pietà.

  6. fabio teti il 18 febbraio 2010 alle 10:29

    enchantè

  7. made in caina il 19 febbraio 2010 alle 01:35

    quante…grazie (!),

    soprattutto nel senso di martella le parole ma con ‘grazia’.
    Ma anche secondo le molteplici declinazioni che può assumere questa parola: uno stato di grazia provato durante la lettura, o la rappresentazione dello stato di grazia che fu proprio dell’infanzia, con tutta la sua smemoratezza.
    E ovviamente il ringraziamento per avere scritto questa prosa così… poetica.

    personalmente, un tempo, pensavo che non sarei mai uscito dall’infanzia.
    ricordo di averlo pensato più volte, che sarebbe stato impossibile diventare quell’altro da me che era un adulto. credevo seriamente che il disco dei giorni per me si sarebbe incantato, per grazia. invece…
    invece, eccomi sprofondarci, vorticosamente, e ritornare in cinque minuti:

    “strappando la pelle, sputa tutto, sputa addosso a tutti i pezzi d’erba, di cavalletta, di lucertola, nell’infanzia le cose vanno veloci, è come se precipitassero, si caricano durante la notte, si accumulano di mattina, come tante sorprese, e poi esplodono nel pomeriggio, il prato sembra prendere fuoco, sarà che l’infanzia è solo d’estate, non possiamo anticiparla o posporla, è proprio nella combustione che bisogna mettere di mezzo il bambino, dove la fiamma è più fitta, alta,”

  8. sparz il 19 febbraio 2010 alle 09:40

    grande lettura, inglès, questi tuoi testi non si riesce a smettere di leggerli, forse perché davvero a volte ti trascinano in un mondo che sembra completamente superato ma che sotto la pelle ancora ci sta, da qualche parte.

  9. […] Prosegue qui su Nazione Indiana […]



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